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A GIUSEPPINA PACINI AGANOOR

mia madre.

Mamma Cara,

Tu hai vinto tutte le mie antiche e vivissime ripugnanze con tre parole: «Fallo per me.» — Eccoti dunque il volume delle mie liriche. Chi seppe dei miei pertinaci rifiuti agli stimoli dei maestri e degli amici, e ai cortesi inviti degli editori, dirà ora con un sogghignetto beffardo: — «Oh finalmente, ecco dunque il famoso topo della leggendaria montagna!» — Ma io col pensiero vedo il mio volumetto nelle tue mani — la mia anima nelle tue mani — ti vedo sorridere... e mi basta.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

Venezia ’99.


Questa la dedica che ti destinavo, mamma, quando la notte di dolore non era ancora discesa sulla mia anima... Tu non vedesti la dedica, non vedesti il volume... «Ma soltanto adesso nella tua nuova vita» (consentite Antonio [p. 2 modifica]Fogazzaro ch’io ripeta le vostre parole) «soltanto adesso con la tua potente visione di spirito» hai potuto leggere tutto il libro nel suo fondo oscuro, vedere gl’incerti pensieri, le varie fantasie, le passioni onde uscì verso a verso, lento e triste, portandone seco l’ombra; soltanto adesso che meglio mi sai e meglio mi ami, non curando lodi nè censure altrui, cingendoti, nella memoria, con le mie braccia, lo consacro a te.

Venezia, aprile 1900.

La tua Vittoria.

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PREFAZIONE

MAI!

 
Sotto la luna i mille cavalieri,
come a squillo che chiami alla raccolta,
vanno, volano, ansanti, a briglia sciolta,
curvi sul crine dei cavalli neri.

Ciechi, folli, non vedono, sui vaghi
poggi, il grappolo offrirsi dalle viti,
nè i casolari lampeggiar gl’inviti
di pace, in riva agli assopiti laghi.

No, no, no! Solo, luminoso, alato,
bello d’una terribile bellezza,
con voce di comando e di carezza
chiama il sogno da tanti anni sognato.

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Laggiù laggiù tenacemente chiama
e laggiù l’orda turbinosa vola
credula, dove una crudel parola
spegnerà il foco dell’accesa brama.

Sta l’orrenda parola nel profondo
dell’abisso, che attira avido e inghiotte
chi le malìe sfidando della notte
corre ai miraggi che non son del mondo.

Ma che val! me che importa! — Il sogno mente;
tutto è invano! — Che importa? Avanti! io sono
con voi, fratelli! e sprono e sprono e sprono
il mio cavallo disperatamente.

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LEGGENDA ETERNA

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I.

IL CANTO DELL’AMORE.

 
Può dunque una parola, una sommessa
parola, detta da un labbro che trema
balbettando, valer più d’un poema,
prometter più d’ogni miglior promessa?
può levarsi, a quel suono, una dimessa
fronte, raggiando, qual se un diadema
la cinga, e può dar tanto di suprema
gioia, che quasi ne rimanga oppressa
l’anima?... Io credo svelga oggi dai cuori
ogni ricordo d’amarezza, ormai
sazio d’umane lagrime, il destino.
È così certo! non mai tanti fiori
ebbe la terra, e il cielo non fu mai
nè così azzurro, nè così vicino!

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II.

IL CANTO DEL DUBBIO.


 
Tace nella notturna estasi il cielo:
come d’oblìo profondo
in un magico avvolto immenso velo
cade nel sonno il mondo.

— O luna! apporti al core, che le aspetta,
le soavi novelle?
Ancor m’ama? — Risponde: — È tardi, ho fretta:
domandalo a le stelle. —

Da le stelle qualcun par che mi guardi
pietoso... — Oh dite! ancora
m’ama? — E gli astri rispondono: — È già tardi,
domandalo all’aurora. —

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Mesta l’aurora ecco dal mar salire
velata insino ai piedi.
— M’ama? — Chiedo. Risponde: — Io nol so dire;
alle nubi lo chiedi. —

E delle nubi alla crescente notte
ecco il mio grido suona.
Rispondono con lagrime dirotte:
 — Povero cor!... Perdona! —

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III.

IL CANTO DELL’ODIO.


 
Fugge al mar nelle fredde ombre del vespero
una fanciulla dalle guance smorte.
Non ha negli smarriti occhi più lagrime
ma il gran proponimento della morte.

Laggiù, tra lieti amici, allettan facili
trionfi e vani amori un freddo core
obblioso; laggiù di plausi echeggiano
le affollate per lui stanze sonore.

Dagli abissi, improvviso, assorge un demone
e passa nella notte alto gridando:
— Possa tu come un disperato piangere,
quella morta fanciulla indarno amando. —

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ADOLESCENTULA.


 
Quando t’ho conosciuto era d’aprile,
quel mese traditore
che nell’ebbrezza del nascente amore
pinge ogni cosa d’un color gentile.
Quando t’ho conosciuto era d’aprile!

E al di là della siepe io t’ho veduto.
Tornavi polveroso
dalla caccia; eri solo, eri pensoso.
Mi rivolgesti un timido saluto.
Al di là della siepe io t’ho veduto.

Tornavi dalla caccia; sul cappello,
largo e bruno, un irsuto
pennacchio; la giacchetta di velluto,
lo schioppo a spalla e... mi sembrasti bello
sotto la larga tesa del cappello.

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Io tornavo dal bosco ov’ero andata
a coglier dei ciclami;
del mio sentier fra gl’intrecciati rami
ti sarò parsa una silvestre fata
di quei freschi ciclami incoronata!

Ed era, ben ricordo, era il tramonto;
veniva su dai prati
l’alito sano dei timi falciati,
la fragranza che vince ogni confronto;
ed era, ben ricordo, era il tramonto!

Ma finì quella dolce primavera.
Ti rividi soltanto
l’inverno, in un salotto, ed eri tanto
diverso, Dio! nell’abito da sera,
coi solini alti e la cravatta nera!

Io ripensai quei giorni spensierati
e le campestri danze,
quei sogni, quel desìo, quelle speranze
di due giovani cori innamorati,
e ripensai quei giorni spensierati!

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O fresco aprile, o sano odor di timo!
Ridir t’udii tra i crocchi, una volgare
celia, ti vidi, ignobile giullare,
di que’ tuoi lazzi rider tu pel primo.
O fresco aprile, o sano odor di timo!

Tu nuove arguzie rimestando in mente
di me non t’eri accorto.
Io tremai come se vedessi un morto,
un caro morto amato inutilmente,
tra quella folla gaia e indifferente.

Sul cor mi cadde, come un velo fosco,
un subito sgomento.
E a chi di te mi chiese in quel momento
io rispondere osai: — Non lo conosco! —
Sul cor mi cadde come un velo fosco.

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FINALMENTE!


 
Dunque domani! il bosco esulta al mite
sole. Ho da dirvi tante cose, tante
cose! Vi condurrò sotto le piante
alte, con me; solo con me! Venite!

Forse... — Chi sa? — non vi potrò parlare
subito. Forse, finalmente sola
con voi, cercherò invano una parola.
Ebbene! Noi staremo ad ascoltare.

Staremo ad ascoltare i mormoranti
rami, nello spavento dell’ebrezza;
senza uno sguardo, senza una carezza,
pallidi in volto come agonizzanti.

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?


 
Tutto quel che l’orgoglio avea dettato
nei lunghi giorni dell’attesa al core,
nei lunghi giorni dell’obblìo, nell’ore
dell’odio (sì dell’ odio!), oggi ho scordato.
5E di vane speranze e di dolore,
per l’immenso tesor che m’hai costato
se un giorno io t’ho con tenerezza amato,
t’adoro adesso con selvaggio ardore.
Tu solo, tu mia gioia e mio tormento,
10che negli sguardi appassionati e mesti
chiudi tanta d’impero alta malìa,
tu che in ogni splendor vivere io sento,
solo tu, solo tu, vincer sapesti
questa non mai domata anima mia!

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L’AVE


 
Alfine, alfine! ecco tutte
le cose tacciono; il mondo
tace. Regina o schiava
qual mi vuoi abbimi! è questo
il momento, per questo
l’universo aspettava.

Certo aspettava da cento
secoli, e tutti chiedeano:
— Che attende? E perchè questa
tenace estasi, e tanto
accendersi di stelle
come faci a una festa?

Ecco la febbre dell’ora,
scote di palpiti novi
le Pleiadi e nel vento
passa l’annuncio... O mio amore,
unico amore, udisti
l’Ave del firmamento?

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O DOLCE NOTTE...


 
O dolce notte, o notte
chiara, ad un’altra somigliante, un’altra
tanto lontana! O lunghi sguardi, o rotte
parole, o gioia nel core compressa!
Mi ripeteva: — Sempre! Sempre! — e l’anima
                 bevea quella promessa.

Beveva quel veleno
benedicendo alla vita e all’amore;
or egli, sotto il limpido sereno,
a un altro cor che innamorato cede
la bugiarda parola osa ripetere.
                 E un altro cor gli crede.

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RITORNO.


 
Al suo tornar nella solinga stanza
chiesero l’ombre del nido romito:
— Dunque mentiva la dolce speranza?
Dunque l’ultimo sogno anche è finito? —
Ella sedette e immobile rimase
con gli occhi persi in fantasmi lontani:
poi finalmente, nascondendo il volto
nelle piccole mani,
scoppiò in singhiozzi.

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DUE NOVEMBRE.


 
Oh se potessi ancora
sognar! ridirmi ancora:
— egli m’ama, egli pensa
    a me, sempre; egli guarda
5questi limpidi giorni e pensa a me;
guarda queste serene
notti, ed incontro sempre
l’innamorato suo pensier mi viene!
questa lucente vita
10non gli par bella se non per me sola,
e con me sola; tutto l’altro ormai
follia, follia, follia,
e nessuna parola
lo accende e lo consola
15se non gli viene dalla bocca mia.

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Quando verrà l’inverno
coprendo il cielo d’una bigia trama
di nuvole, e cadranno
le lunghe piove e le melanconie
20sovra la terra; intorno a me, ch’egli ama,
sarà il sole, una calda onda di sole,
l’ardente soffio dell’intensa brama,
la viva vampa delle sue parole
intorno a me, ch’egli ama!
25. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ecco Novembre; s’aprono
i cimiteri. Oh se potessi ancora
sognar! L’inverno viene
30ed il sol ci abbandona.
Oh se potessi ancora
sognar! L’inverno viene
ed il sol ci abbandona.
Cadon le pioggie lente,
35s’aprono i cimiteri;
una campana suona
interminabilmente.

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A UN COLIBRÌ IMBALSAMATO.


 
O piccioletto morto,
fu bene a te funesta
la screziata vesta
di smeraldo e rubino!
Eri troppo giocondo,
eri troppo felice;
e se dà gioie al mondo
le dà brevi il destino.

A luminosi monti
sovra l’abisso oscuro
viaggiavi sicuro,
e il cielo azzurro e il flutto
credevi tuo, credevi
eterno quell’immenso
tripudio, e non sapevi
che solo eterno è il lutto.

[p. 22 modifica]


Dimmi, piccolo ucciso,
in quel tempo beato
cui da Dio t’era dato
il cielo ampio cercare
sulle alucce tue pronte,
che mai vedesti, oh dimmi
di là di là dal monte,
di là di là dal mare?

L’ali aperte ancor tieni,
povero amor! Volavi
verso brezze soavi
dietro un sogno gentile,
quando un umano, un forte,
ti precideva il volo
saettandoti a morte.
Oh l’uom, quanto è mai vile!

Mio povero uccellino,
un tempo anch’io, lo sai,
per l’etere vagai
libera, e m’eran ali

[p. 23 modifica]

— ali ardite e possenti —
i miei giovani sogni,
i miei palpiti ardenti,
le speranze immortali.

Anch’io con volo aperto
dietro un sogno d’amore,
dietro un amico albore
che mi ridea lontano,
anch’io fui còlta, e il dardo
mi lanciava un nemico
ben più del tuo gagliardo
che del mondo è sovrano.

Tu, morto sei col sole
negli occhi, in mezzo ai fiumi
dei silvestri profumi,
e a sospirar la festa
perduta mancò l’ora.
A me, per la tenace
cura che mi divora
tutta la vita resta.

[p. 24 modifica]

APRILE.


 
Se mi fossi vicino
e ti potessi dir quello ch’io provo,
o mio sospiro intenso;
dirti che ormai non penso
che a te, che ormai non vedo
che te, dovunque; e i palpiti, e le pene
Dirti. Tu pure io credo
o mio tormento, mi vorresti bene.
La primavera viene
e l’impeto del cor si ringagliarda.

Una febbre si sente
di fuggir dalla gente
sotto l’amica Luna,
stretti mano per man, l’occhio rivolto
all’eterna del ciel cupola bruna
mentre l’aria d’April ci batte in volto.

[p. 25 modifica]


Rabbrividir d’amore.
restar muti, così, senza guardarsi
quant’è lungo il cammino
in quel sogno divino,
mentre le ardite brezze
scambiano baci coi mandorli in fiore,
baci fragranti e tepide carezze
senz’ombra di sospetto e di rossore.

[p. 26 modifica]

?


 
Quando ti vidi per la prima volta,
l’anima mia si chiese: —
già non mi vinse il fascino
di quello sguardo? e come?
e quando? e in qual paese?

Quando parlasti, dentro la memoria
risonò l’affiochita
eco d’un’altra voce
e d’un’altra parola
non so più dove udita.

Chiara, precisa, del ricordo strano
non una forma sola.
Penso e ripenso invano: —
di chi fu quella voce?
quale fu la parola?

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IMPRESSIONI DI SALOTTO.


 
Lui rideva... Con l’anima negli occhi,
le mani l’una dentro l’altra stretta
nervosamente e fisse sui ginocchi,
ella parlava, a bassa voce in fretta,
non curando gli altrui sguardi, gli sciocchi
commenti, tutta in un desìo ristretta,
assunta fuor degli attornianti crocchi
come in un ciel d’ebbrezza maledetta.
Lui rideva!... E la donna altera e ambita
che per tanti anni, come ascoso tarlo,
s’era tenuto in cor l’amore e aveva
visto ai suoi piè la folla inesaudita,
seguiva a dire, a fremere, a pregarlo
spasimando d’angoscia... e lui rideva!...

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IN TRENO.


 
Va nella notte l’anelante spettro
tra le fragranze dei vigneti in fiore,
va nella notte e da conquistatore
schiavo il mio corpo si trascina dietro.

Solo il mio corpo, l’inerte persona;
ma dal possente che scintille esala
ratto si sciolse con un colpo d’ala
quel che laccio terren non imprigiona,

Ed a ritroso migra ad un alato
fratel che incontro cupido gli viene;
libere vie liberamente tiene
sui vinti gioghi e il mar signoreggiato.

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Sì, lo spettro che torbido viaggia
lunge si porti il fremito degli ebbri
sensi, il tumulto, le maligne febbri,
gl’impeti della mia fibra selvaggia;

E a te venga, e di raggi e fior si valga
a parlarti d’amor senza parola
tutta l’anima mia, l’anima sola,
e la tua cerchi, e le si stringa, e salga!

[p. 30 modifica]

SOTTO LE STELLE.


 
Dormono i campi, non s’ode una voce.
Solo un passo, che male
discerno ove sia vòlto,
un passo lieve, ritmico, veloce,
io nel silenzio della notte ascolto.

Va, va, va, quel notturno pellegrino,
e benchè mai non resti,
e benchè sempre a un modo
segua rapido e uguale il suo cammino,
io nella notte lontanar non l’odo.

Va, va, va, come mi passasse accosto
sempre, sempre, e fuggisse
sempre un persecutore;
va, va, il fantasma nell’ombre nascosto
che cammina col ritmo del mio cuore.

[p. 31 modifica]


Io sento io sento che una qualche stilla
di vita, egli, passando,
mi beve; ai miei pensieri
ruba un sogno, al mio sguardo una scintilla,
lorda di polve i miei capelli neri.

Io sento ch’egli porta a dei lontani
cuori l’oblìo dei voti
che travolse il destino,
l’oblìo dei cari dì senza domani,
l’oblìo di me che a ricordar m’ostino.

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“STELLE CHIARE„.


 
        Stelle chiare,
        voi ridete,
        nè sapete
        queste mie pene segrete,
        queste mie lagrime amare.
In quel vostro di quïete
        curvo mare
        sono forse velate are
        su cui vivide spendete
        sempre liete,
        sempre ignare,
come i ceri sull’altare?

[p. 33 modifica]

“LA VECCHIA ANIMA SOGNA...„

(Dal diario d’un’ignota).


 
La vecchia anima sogna... Oh vieni! Andremo
come allor, di silenzio e d’ombre in traccia,
stretti per man, nella tranquilla sera
d’aprile, senza proferir parola.
La mia pallida faccia
chiuderò intorno come una spagnola
nella mantiglia nera,
nè tu vedrai le rughe del mio volto
già sfiorito, nè i miei grigi capelli.

E torneran giovanilmente belli
questi occhi, nelle miti ombre dell’ora;
l’anima mia per essi (oh mie velate,
stanche pupille che piansero tanto!)
manderà lampi ancora,

[p. 34 modifica]

e ancora evocheremo, nell’incanto
d’aprile, le passate
estasi, e dolce invaderà lo spirito
un bisogno di fede e di preghiera.

Oh nella notte andar di primavera
tra le fragranze delle prime rose
e la solfa pacifica dei grilli!
andar muti così, stretti per mano,
nel sonno delle cose
e il vivo fiotto dell’amor lontano,
come onda che zampilli
fresca e improvvisa fuor da un’arsa rupe,
erompere dal nostro arido cuore!

Non credi tu che il seppellito amore
risorgerebbe?... Oh ch’io riprovi un’ora
sola d’ebbrezza, un attimo d’oblìo
per le angosce dall’anima patite!
Oh ch’io risenta ancora
l’impeto nel mio cor di mille vite
benedicenti Iddio,
Dio che agli uomini diè la giovinezza
e alla patria degli uomini l’aprile.

[p. 35 modifica]


Viene il vento recandomi un sottile
odor di selva; annotta, e sui tranquilli
campi l’ombre si stendono. Una nota
limpida, sale, si ripete, erompe
in improvvisi trilli,
in una frenesia di gioia, ignota
a noi, fatti di fango e di menzogna.
La notte ascolta e beve da quel canto
l’estasi. La mia vecchia anima sogna.

[p. 36 modifica]

DIARIO.


I.

 
Eccomi finalmente sola!... ancora
un altro giorno s’è compiuto; ancora
io per ore e per ore ho trascinato
il mio fantasma tra la gente; ho riso;
detto parole; carezzato i bimbi
altrui, con gesti lenti di persona
tranquilla; ho passeggiato pei sentieri,
ch’egli amava, con altri, e visto il velo
della sera cader sovra i lontani
monti, quei monti che con occhi accesi
di gioia, contemplò, la mano stretta
nella mia mano. Io feci anche presagi
sul tempo, sulle messi e la vicina
vendemmia e la raccolta, con sereno
accento di serena anima! Alfine
eccomi sola! Ancora un altro giorno.
Fino a quando, o Signore!

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II.


                                                  Oggi ho trovato,
in un vecchio scaffale, della vecchia
musica manoscritta; aveano i tarli
ricamato di strani fregi il foglio
duro e giallo, consunto un poco e un poco
accartocciato ai margini. Lo posi
sul leggìo; volli leggere. Le note
erano a tratti svanite, ed io, tutta
chinata innanzi, decifravo a grande
fatica. Ma dai primi accordi un’onda
di angoscia parve s’avventasse incontro
a me... Più forte io risentii la stretta
delle memorie, a me dicea l’antica
gavotta, solo due parole: — Mai
più; mai più. — Solo quelle due parole
dicean le note... Chiusi il foglio; gli occhi
più non vedeano...
                         In un lontano giorno,
chi sa? qualcuno aprì questa ingiallita
carta, sovra il leggìo d’una dipinta

[p. 38 modifica]

spinetta, tutto intorno istoriata
a pastorelle inghirlandate, in rosea
veste, su prati in fiore, in riva a laghi
cilestrini... Chi sa? Rideva il sole
quel giorno sulla terra ed era forse
una fanciulla, gli occhi ed il pensiero
tutti pieni di luce, assisa innanzi
al cembalo... Le note altre parole
certo dissero a lei, certo cantarono
alla sua giovinezza ebbra, una dolce
lusinga, un inno, una promessa sola
ma smisurata e perfida: — Domani!

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III.


«Domani!» — ... Che avverrà domani? Quale
miracolo potrebbe una speranza
risuscitare? Potrà mai la terra
fendersi e scoperchiarsi un’inchiodata
bara, e di nuovo accendersi due spenti
occhi, e una bocca suggellata ancora
aprirsi alle parole? Quelle rigide
mani, potranno mai come una volta
le mie stringere ancora? Ecco, domani
io questo penserò, come oggi e ieri
e sempre. Così i giorni, i mesi e gli anni
passeranno, e dovrò, placida in volto,
attendere ai doveri, ai modi, agli usi
della vita; sorridere ai cortesi
motti, pensare alle mie vesti, e dire
parole... Sono tutte eguali ormai
l’ore per me, solo la notte è forse
più tormentosa. Io penso i riposanti
profondi sonni dell’infanzia, i lunghi
obblii di quelli abbandonati sonni.

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IV.


Piove. Certo laggiù, povero morto,
è freddo e buio, ma più freddo e buio
è qui, qui sulla terra, ove le foglie
son tutte gialle, e van col vento, e cadono,
cadono, e il cielo copre una gramaglia
fredda. È quassù l’algore, in questo immenso
deserto, dove sola una smarrita
anima va, senza più meta, incontro
a un’infinita tenebra, sbattuta
dalla tempesta che non posa, in questo
inverno di dolore.

[p. 41 modifica]


V.


                                  Eccole, sono
qui tutte le sue lettere! rivive
qui la sua man nervosa e scrive in fretta
qui sopra il nome mio, chiude, suggella...
Non fu ieri? Son tutte entro la bianca
copertina. Con quale ansia le apersi
in quei giorni lontani, e con qual gioia!
Ecco, a questa la stecca impaziente
lacerò un canto. Per tre lunghi giorni
l’attesi ogni ora, e, nella notte, i sogni
eran pieni di lei: giungeva ed era
diretta ad altri; o protendea la mano
a ghermirla e vedea come in vapore
svanire il foglio...
                         Alfine giunse! Alcuni
amici conversavano e rideano
con me; ricordo che tranquilla in vista
la presi, la posai, volsi la spalle
alla luce, e più attenta anche mi finsi

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alle parole che non più la mente
comprendea. Dentro, un palpito che tutta
mi scoteva; nessun vide le labbra
tremarmi? Certo io le costrinsi a un riso
fine e pacato... Dopo... Oh finalmente
sola, strappai la carta!
                                              Ormai finito
è tutto, tutto è vano; e quasi adesso
esito a trarne il foglio.
                                           Eccolo! steso
dinanzi a me, ma gli occhi una parola
soltanto posson leggere; una nebbia
vela subito gli occhi... È la parola
dolce e crudele come la memoria
d’una carezza che più mai due morte
mani potranno ridonarci: — Cara!

[p. 43 modifica]


VI.


E tornerà la primavera! I vesperi
sereni dell’Aprile torneranno
ancora; tornerà l’aria impregnata
d’odore, e in alto, in un clamor di gioia
passeranno le rondini.

[p. 44 modifica]


VII.


                                  Leggiamo!
E tutti i nostri torbidi pensieri
siano travolti come dentro un gorgo
dagli altrui. Qualche eccelsa anima prenda
la nostra come in pugno e la costringa
ad ascoltare la sua voce. Il libro
intonso, invita. Forse una parola
chiude consolatrice? Apriamo a caso.
Ecco: — “Quello che fu pei nostri ingenui
precursori l’assidua ricerca
dell’ideale e della verità
e della gloria, le correnti indocili
del secol nostro han fatto ora un’industria
patentata: l’industria del balocco
verbale„. —
                Vero e triste! Ma che importa
a me, che importa dell’arte, del vero
della parola? Unico e tremendo
vero questa continua tortura

[p. 45 modifica]

dei ricordi. Potrò mai per un attimo
dimenticare? potrò mai le nuvole
bianche, come ali bianche, e il sole e i fiori
e i prati e il mare, come un tempo, ancora
guardar serena, senza udir l’amara
domanda dentro: — “Perchè adesso ride
la terra? Perchè tutto è ancora in festa?
che vale ormai!...„

[p. 49 modifica]

PAESAGGI.


NEL VECCHIO PARCO.


 
O distese di prati,
o sfumature molli
di cilestrini colli
dai vertici rosati;

Pia brezza vespertina,
onde modeste e chete,
l’anima mi rendete
di quando ero bambina!

[p. 50 modifica]


Datemi per brevi ore
quella vergine mente,
quel gran core innocente
tutto pieno d’amore;

Scordi l’anima mia,
esperta di sventura,
che spesso si spergiura
e più spesso si obblìa.

Oh fate che a una calda
parola, ancora io possa
con l’anima commossa
dar fede intera e salda!

Pia brezza vespertina,
onde modeste e chete,
l’anima mi rendete
di quando ero bambina!

[p. 51 modifica]

IMPRESSIONI VENEZIANE.


UNA PROCESSIONE IN CANNAREGIO.


 
Passa lento il corteo. Forse le prore
repubblicane ad acclamar vincenti,
tonache e stole un dì non altrimenti
moveano, al lume dell’adriache aurore.

Sta sul ponte il corteo. Ma il giorno muore
oggi, nei flutti algosi e sonnolenti,
ma una pace d’oblio tiene or le genti
che fur della lontana Asia il terrore.

[p. 52 modifica]


Alto su tutti, nella luce spande
il perdono del ciel sovra il felice
gregge, il Pastor, col gran segno divino.

Laggiù nelle lagune anche un più grande
ostensorio balena, e benedice
all’arte di Carpaccio e Giambellino.

[p. 53 modifica]

SCHIZZO.


 
La Luna rossa e tonda
si leva su dai prati
lontani, che di cenere
la notte ha colorati.

Dell’infinita landa
la grigia tinta uguale
solo rompe il fantasima
d’un candido casale.

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Sorride il plenilunio
a quel candor; sull’aia
un nero cane immobile
guarda la luna e abbaia.

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DICEMBRE.


 
Qua e là per la campagna irti si drizzano
al cielo i rami delle piante esauste.
Piove; incombe sull’ampia solitudine
desolata, il silenzio.

Sulla deserta immensità dell’anima
talor mute così piovon le lagrime;
umane braccia così al ciel protendonsi
talora, emunte e supplici.

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GRANDINATA.


 
Sotto la fitta grandine
pregano le campane desolate
con la voce dei secoli:
— Signor Signor, cessate!

Cessate dal percuotere
chi alla terra non chiede altro che il pane,
cessate dal distruggere
severamente le speranze umane.

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Son tanti anni che soffrono,
tanti anni che v’implorano, o Signore;
e stanchi omai si chiedono
se Voi siete e da Voi viene il dolore,

o piuttosto uno squallido
deserto è il cielo che l’uman pensiero
nell’angoscia si popola,
sfuggendo al vuoto orror del cimitero! —

Sotto la fitta grandine
pregano desolate le campane
con la voce dei secoli:
— pietà, pietà delle sciagure umane! —

E intanto ecco dall’ultimo
orïente, la luna erge il suo pieno
disco; sul mar di nuvole,
ecco, intanto laggiù rompe il sereno.

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Mite sorride agli uomini
la bianca luce e le campagne inonda,
mite come un rimprovero
materno, che ad accusa empia risponda.

La gran voce dei secoli
nel diffuso chiaror s’accheta e tace;
ogni altro suono affondasi,
lento, nel mar della notturna pace.

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VESPERO.


 
Laggiù nei prati l’ombre s’allungano
dei pioppi; assorta nel cheto vespero
la verde pianura si stende
incontro all’alto mar d’ametisto.

Morì la lunga nota dell’ultima
stornellatrice; tacque l’allodola
nell’alto; non s’ode che un largo
bisbiglio, all’erbe sotto e tra i rami,

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Come talora vibran nel tempio,
dopo i cantati salmi, de’ monaci
l’estreme preghiere sommesse
rimormorate lasciando il coro.

Salgon dall’erbe recisi effluvi
di moribondi fiori. A me salgono
dal core i ricordi, fragranze
vostre, o morenti fior del passato!

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VISIONE.


 
So d’un palazzo dalle mura antiche
triste così ch’ha di sepolcro aspetto;
bruno di muschi dagli sproni al tetto,
ingombro l’atrio d’edere e d’ortiche.

Dentro, un’ava grinzosa, in sè raccolta
dinanzi al focolar deserto e spento,
segue a narrar con infantile accento
una leggenda che nessuno ascolta.

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VAL DI SELLA


(TIROLO)


 
V’ha una valle beata,
di vette incoronata eccelse e belle;
dal suo cielo le stelle arcani lampi
mandano ai verdi campi, e ai primi albori
sbocciano fiori ch’han del cielo il riso.
È un dolce paradiso che a Dio piacque
d’ombre spargere e d’acque e di gioconde
farfalle vagabonde e pace eterna
diresti che governa questa valle.
Eppur, per ermo calle e dentro i foschi

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Sentier dei boschi, talor s’ode il vento
metter come un lamento o ruggir forte
quasi nunzio di morte, e talor anche
ti giungono le stanche ultime strida
d’un augel, che l’infida aquila al petto
vorace si tien stretto, e ad ogni speco
torna e ritorna un’eco acerba e lunga
che un giorno fia che giunga ultima al cielo.

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PAESAGGIO ESTIVO.


 
Maligne vampe via per la pianura
sterposa, l’erbe abbrustiano; lontano
d’un acquedotto la ruina oscura
par la vasta ombra d’un curvo titano.

La cicala, il sopor meridïano
sola rompe in sua stridula misura;
muggito non s’ascolta o canto umano
in quell’immenso tedio di natura.

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Fugge il ramarro e va tra sasso e sasso,
mentre nell’alto il crocidar si spande
d’un corvo, in vetta alla cadente mole;

Più lunge ecco venir con tardo passo
un bufalo solingo e far più grande
quel gran deserto cui sovrasta il sole.

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PIOGGIA.


 
Piovea; per le finestre spalancate
a quella tregua d’ostinati ardori
saliano dal giardin fresche folate
d’erbe risorte e di risorti fiori.

S’acchetava il tumulto dei colori
sotto il vel delle gocciole implorate;
e intorno ai pioppi, ai frassini, agli allori
beveano ingorde le zolle assetate.

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— Esser pianta, esser foglia, essere stelo
e nell’angoscia dell’ardor (pensavo)
così largo ristoro aver dal cielo! —

Sul davanzal protesa io gli arboscelli,
I fiori, l’erbe, guardavo, guardavo...
E mi battea la pioggia sui capelli.

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CANTO D’APRILE.


 
Canta una voce: — O genti dolorose
io vengo, io vengo! Aprite alle speranze
il core, aprite le rinchiuse stanze
alla giungente carica di rose.

Io vengo, io vengo! Ogni deserto ed ogni
rupe fiorisce; levate la testa
e sorridete; io vengo per la festa
meravigliosa, carica di sogni.

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D’un più costante e luminoso Maggio
la promessa vi reco. O contristati
cuori, o negletti, o vinti, o disamati,
o vacillante umanità, coraggio! —

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PER MIA SORELLA MALATA.


 
O ramoscel di pesco,
alla sorella mia reca l’odore
del vasto prato costellato e fresco,
odor d’Aprile, odor di piante in fiore;
alla sorella mia sveglia nel core
immagini di gioia e di candore,
o ramoscel di pesco!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
D’un fiumicello a lato
laggiù nel prato
la famigliuola ecco seduta a desco;

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Intorno brilla il sole e ride Aprile,
intorno è un pio tepore,
un alito gentile
d’innocenza e d’amore.
Sovra il giocondo desco
all’aria che lo move
rosee corolle piove
ebbro di sole un pesco.

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PIOGGIA D’AUTUNNO.


 
Questa mane è piovuto, e alla mia stanza sale
dalle aperte finestre quell’odore autunnale
dei boschi, che risuscita forme e sogni scordati:
abbadie scure e mute; monaci incappucciati;
vecchie selve, dimora favolosa di maghi
dalla bacchetta d’oro; grotte profonde, e laghi
tetri, dal fondo verde d’alighe lunghe e folte,
forse chiome ribelli di naiadi, sepolte
sotto quell’acque...
                      A quando a quando il sol percote
la parete di contro, e muta tinte e note

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a quel mobile mondo di fantasmi... È fuggita
ogni strana sembianza; ecco il sole, la vita,
la giovinezza, il vero! Che risi seduttori
che inviti, in quel suo bianco raggio d’autunno!
                                          «Fuori! —
(sembra dir) — «l’aria è fresca, i prati sono ancora
verdi, e Cerere amica d’auree messi colora
i campi; oggi risplendo a festa, ma non giuro
d’esser l’ugual, domani; lo sapete, è sicuro
solo l’istante, l’ora fugge e i maligni fati
v’invidiano le feste; dunque fuori! sui prati,
alle colline! Avanti! che l’inverno è alle porte
ed avrò un bel risplendere se le foglie sien morte
e la neve distesa sulle zolle deserte
di vita!»
             E intanto fulgida dalle finestre aperte
entra un’ondata bianca e m’invade la stanza
e spia per ogni dove come un bimbo in vacanza;
fruga tra i libri, scherza sul minuto lavoro
degli stipi; a ogni ninnolo dà una pagliuzza d’oro
e ride...
            Io vorrei correre ai colli alti, al divino
aer libero e fresco, ma... sovra il tavolino

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un nero volumone mi guarda, fa il cipiglio,
m’ammonisce, borbotta. Come è ingrato il consiglio
che mi dà quel maestro inflessibile e grave!
il cielo è così bello! l’aria così soave!
forse... è l’ultimo giorno di festa.
                                    O che mi serbi
tu, libro tenebroso? forse dei veri acerbi
e null’altro...
              No! meglio l’istante spensierato,
il sogno, anche se breve, il fantasma, evocato
da un raggio bianco e un ramo di gocciole coperto...
corriamo ai prati, ai colli, all’aperto, all’aperto!

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NOVA PRIMAVERA.


 
Nel gran sereno passan leggiere
nuvole, lente nuvole pensose,
come assorte in lontani
ricordi, di lontane primavere.
Giù sulla terra sbocciano le rose,
ma come stanche; pensano i sovrani
fiori, d’un’altra remota stagione...

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I bianchi fior che il giovanetto Adone
tinse di sangue, e le fanciulle greche
ridenti al sole givano cogliendo
su Ciprigna a profonder le corone.
O bellissime vergini! le bieche
parche, al mirarvi, trattenean l’orrendo
ferro, pronto a recidere lo stame,

e d’Afrodite pel vasto reame
correva un ineffabile clamore
fatto di risa, fatto di canzoni,
voci improvvise d’improvvise brame,
flutti di quell’oceano d’amore,
e fra i roseti andavano i garzoni
voi rintracciando, e il sol benedicea.

Fumavan l’are sacre a Citerea,
e su quel mar di vergini e di rose
fissava immota i grandi occhi pagani
bianca tra i fior l’effigie della Dea.
Più non fumano adesso le corrose
are, e polvere son le bianche mani
ch’arder facean la vita ed il piacere...

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Tornano chiare e tepide le sere,
torna l’Aprile, tornano le rose
ed a sognar ritornano gli umani,
ma nel sereno passano leggiere
nuvole, lente nuvole pensose,
come assorte in lontani
ricordi di lontane primavere.

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L’ULTIMA PRIMAVERA.


 
Dicono l’erbe nove,
dicon le siepi di virgulti piene:
— questa, che incerto move
lo stanco passo e sospirando viene,

certo smarrì la traccia;
non sai che qui s’appresta
la portentosa festa
d’Aprile, o donna dalla smorta faccia?

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Noi vogliamo gioconde
frotte di bimbe e garzonetti a mille,
noi vogliam trecce bionde
e risa e sguardi pieni di scintille;

oggi, tra canti e danze,
sotto i mandorli in fiore,
passa il corteo d’Amore,
il bel corteo di sogni e di speranze.

Via, via! dà luogo! i suoni
già non odi venir laggiù dai prati?
non odi le canzoni
rivelatrici degli innamorati?

Oh quella faccia smorta
vélati, e va lontano;
ogni lamento è vano
quando la bella giovinezza è morta. —
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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La mesta pellegrina,
ch’ode lo scherno striderle a le spalle,
s’affretta per la china
che al burron mena dall’aperta valle;

invano, invan mercede
all’erbe, al sole, al vento,
nel cupo smarrimento
quella stanca ferita anima chiede.

Con l’occhio innanzi fisso
va dove oblio promette e fine ai guai
la voce dell’abisso;
va con alta la fronte e vinta ormai

ogni codarda tema... —
Dietro, sui prati in fiore,
passa il corteo d’Amore,
L’eco d’una canzon nell’aria trema...

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NOTTURNO.


 
Ecco la cerula notte, la placida
notte d’estate!
Miti bisbigli, lucenti palpiti
di stelle, tepide fragranze, entrate!

Tutte ad accogliervi mi protendo avida
sul davanzale;
dolce sommergersi dentro la libera
marea degli esseri che scende e sale!

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Pensose ascoltano l’ombre del memore
parco; le stanze
di sotto echeggiano aperte; cantano
sul vecchio cembalo vecchie romanze.

Ed ecco, svegliano le note un popolo
d’ombre; la mente
le vede in rapida fuga rincorrersi;
il cor la mistica voce ne sente.

Parole tornano che un dì si accolsero
con disattento
orecchio, e parvero scure; ora l’intimo
foco sprigionasi dal freddo accento.

Tornano supplici sorrisi e pallidi
volti scordati.
Un’onda tremula nel plenilunio
bianco, tra il placido sonno dei prati.

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Spettrali, d’edera avvolte, sorgono
Certose, e strane
ombre di monaci, sfilanti tacite
ad un monotono suon di campane.

Torna d’un ultimo sguardo, d’un avido
sguardo d’addio,
tutta la perfida dolcezza (o palpiti,
o angoscie, o lagrime date all’oblìo!)

· · · · · · · · · · ·
Nell’aria salgono le note a perdersi

nell’ombra folta,
narrando storie dolci e terribili.
Muta ed immobile la Notte ascolta.

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DALLA TERRAZZA.


 
Oh quanta pace intorno,
oh come stellata è la notte!
Non qui, stesa nell’ampia
poltrona di giunchi, su questa
loggia, aperta sull’alta
vallata, dinanzi alle scure
montagne; ma librata
nell’aria, siccome una lieve
spora, un vapore, un’ombra
mi credo, e in eterno vorrei

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che durasse quest’ora;
che sempre, in eterno, durasse
questo celeste sonno
dei sensi.
             O dolcissima notte!
o notturna dolcezza!
Mi guardan da presso, coi gialli
occhi, le avviticchiate
vitalbe. O guardate, guardate!
ben è davvero un novo
miracolo questo; guardate!
Guardate! una vivente
felice!... Oh che sempre durasse,
sempre, questo fugace
riposo, o stupendo universo,
per adorarti!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
                Squilla
uggiosa nell’alta quïete
una tromba. Il silenzio,
il sonno forzato, la grave
afa dei cameroni

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gremiti, alla notte racconta
lo squillo. Invano l’ora,
o grami fratelli, v’invita
sotto il libero cielo,
all’aria, a quest’aria fragrante
di caprifoglio in fiore,
di glicine in fiore, dall’alito
fresco, che dopo il lungo
tripudio sotto i fiammanti
baci del sole, sazie
esalano l’erbe, le piante,
mentre la notte, l’ala
sovr’esse agitando, le induce
alle tregue feconde.
Invano invano, o rinchiusi
nelle infette caserme,
vi chiama la sera, quest’ampia
bellezza, questo immenso
oceano d’atomi d’oro
palpitanti, ove affonda
in pace d’oblìo l’inquieto
spirito. O miei fratelli,

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perchè vi è contesa la dolce
ebbrezza di quest’ora?
Perchè più tranquillo gioisca
altri? Perchè non tema
di gente nemica, indifeso,
le superbe disfide,
o rabbia di popolo, o pronto
impeto d’invasori?
Perchè, se lo vinca follìa,
a sua volta, di nove
conquiste, e più larghi dominii,
a sua volta ne possa
bandir la novella alle genti
con parole di tuono,
e pronti egli v’abbia, o fratelli,
pronti a versarlo tutto
il giovane sangue, e le vecchie
madri piangano, e pianga
la vostra fanciulla, e la terra
tutta imprechi alla strage?
O stelle innocenti, o serene
stelle, dite: — non empio

[p. 88 modifica]

è questo? Non degno d’insane
ferocissime belve
piuttosto che d’uomini, d’alte
menti, che la ragione
rischiara traverso la notte
terrena, rivelando
che vano, che improvvido è tutto
fuor che l’intimo, assiduo,
magnifico sforzo al fatale
ma faticoso ascendere
umano, a più larghe correnti
di pensiero, a più libere
coscienze, a quel sempre velato
ma onnipossente fascino
che in ombra ci appare se dormono
i sensi, e ci balena
talora tra i lucidi abissi
del cielo, e nella immensa
bellezza di tutte le cose;
e ci chiama, e ci attira,
e pronti ci vuole al comando
d’attingere per gli aspri

[p. 89 modifica]

innumeri gradi, le altezze
arcane, dall’errore
sciogliendoci e sempre affinando
l’essenza nostra? È questo
possibile, o stelle, se dura
la notte dentro i cuori?
O stelle purissime, voi
ben sapete che senza
quest’orda malvagia di stolte
ambizioni, intesa
da secoli a empir di follìa
le menti, — questi umani
incogniti abissi, — ciascuno
aver potrebbe un pane,
avere una goccia d’amore
senza battaglie e senza
malvage tirannidi e tristi
schiavitù. Non è vasto
il mondo? e non tutti riscalda
il sole? e non per tutti
matura le mèssi? d’un pane
e d’un sorso d’amore

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sol bisogniamo in questo
brevissimo esilio; da un’unica
speranza scòrti, un solo
ardor non dovrebbe lo spirito
sospingere? una sola
bellezza infiammarlo, una sola
spronarci a segrete battaglie
idea superba: Ascendere? —

[p. 91 modifica]

PAGINA DI DIARIO.


 
Giorno limpido e triste! Ho dentro l’anima
un’insolita voce che si lagna
d’un male ignoto. Come una sonnambula
io guardo il cielo, guardo la campagna
e il decrepito sole e la decrepita
terra, e qui noto e fermo questa mia
ora di vita: aggiorna; i campi ridono,
ma d’un sorriso di melanconia.

La famiglia dell’erbe e delle piccole
piante, dal gelo mattutin ferita,
china, in atteggiamenti melanconici

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par che alle zolle mormori: — «È finita!» —
E una foglia, sospesa a un’invisibile
fibra, tentenna senza vento, e dire
sembra al suo triste ramo, con monotono
ritmo: — «Io non voglio, io non voglio morire!»

Molto quest’autunnale ora somiglia
la stanca anima mia, dove se splende
qualche raggio di gioia, è il melanconico
addio d’un vecchio sole che s’arrende
vinto, all’inverno. Ma sospesa al tenue
filo d’un sogno, un’ultima, appassita
speranza, come quella foglia palpita
e protesta se anch’io penso: — «È finita!»

[p. 93 modifica]

«È NEL MIO SOGNO...»


 
È nel mio sogno un prato tutto verde
         solitario, tra due
spalle di monte, e l’erba trema al soffio
         dell’ombra.
Di là, nel sole, cantano,
ma il canto va lontano e poi si perde.
         Più solitario resta
         e più silenzïoso,
nel mio sogno, quel prato tutto verde.

[p. 97 modifica]

RISVEGLIO.


 
Come sotto la neve
dove l’erbe, sognando il ciel di maggio,
dormono un sonno greve,
talor penetra un raggio
fervido come il bacio
d’innamorata bocca
e, tosto giunto, il ramoscel cui tocca
giovanilmente avvivasi;

[p. 98 modifica]


così dal mio riposo
la tua calda parola ecco mi desta,
e dal tedio gravoso
anch’io levo la testa
come la pianticella
già costretta dal gelo
che mette foglia e leva il molle stelo
sul pesante sudario.

Ma se tenace orgoglio
spiega l’inverno e nevi altre distende,
quel novello germoglio
l’ultima sera attende;
lo serbava il letargo.
ma la ridesta vita
novamente ferita,
dovrà per sempre cedere.

[p. 99 modifica]


Tal forse avrò destino,
e se dopo il vital raggio cortese
torni scuro il cammino
e tornino le offese
del nembo, e la suprema
fede mi sia ritolta,
il capo piegherò l’ultima volta
nell’ultima battaglia.

[p. 100 modifica]

«NOI VOGLIAMO...»


 
Noi vogliamo cantar liberi al sole
come il gricciolo e come il capinero.
Se il core piange, piangan le parole,
ridano i canti se ride il pensiero.
Ora il fiorito or l’arido sentiero
eleggerem secondo il sogno vuole:
oggi l’ortica e il cardo battagliero,
doman... corremo a monti le vïole.
Ai freschi di natura aliti sani
l’idea, libera e forte, aprirà l’ali
svegliando un vivo fremito giocondo.
Eco d’ignoti, augurio di lontani,
non di sùbiti eroi nè d’immortali,
ma di fratelli nomadi pel mondo.

[p. 101 modifica]

VESPERO D’APRILE.


 
Vanno per l’aria in un clamor di gioia
le rondini. Che dolce ora! Il volume,
che attende aperto sui ginocchi, ha un brivido
come d’ebbrezza, e volgonsi da sole
le pagine viventi
quasi con ritmi lenti
di sommesse parole.

Ascolto e intendo. Da che lunghi giorni,
o brezza, io t’aspettavo! ora tu giungi
come un tempo, recando i freschi odori,
gli audaci inviti, e gl’inni e il riso eterno

[p. 102 modifica]

d’aprile; ma che giova
quest’allegrezza nova
se nel core ho l’inverno! —


La Brezza.

 
— «Ignoro chi tu sii; le andate ignoro
gioie che piangi. Se carezzo e bacio,
non io farlo vorrei, nè indago i sogni
di voi mortali. Come voi costretta
ad obbedir l’ignoto,
canto e passo nel vuoto
avida di vendetta.» —

O triste brezza! passa pur ma taci,
taci il segreto e all’anima consenti
il sogno. Troppo ci ammaestra il vero
col suo sottile roditor veleno!

[p. 103 modifica]

dolce all’oppressa mente
pensarti un’innocente
figlia del ciel sereno.

La Brezza.

 
— «Blandire, sugger le fragranze, e l’ali
delle farfalle sostener, m’è grave
tedio; più grave il non veder compresa
la mia pena. Si sveli oggi il mio duro
fato, e nessuno ignori
che se m’amano i fiori
non li amo io nè li curo.

Vorrei... Vorrei, libera e forte, il volo
possedere del vento, e l’alte chiome
squassar dei cerri e svellere le immani
querci, e dell’alpi inabissar le intente

[p. 104 modifica]

fronti superbe; anch’io
esser demone o Dio,
conscia, grande, volente!» —


Il Vento.

 
— «Chi m’invidia laggiù? stanco, le selve
corro pur sempre e gl’imprecanti mari,
per quel voler che, ignoto, mi s’impone;
cader mi veggo le valanghe innanti,
ville ingoiar le frane,
seppellir carovane
le sabbie turbinanti,

e non val che mi colga una profonda
pietà; m’incalza un crudel furore
sempre il destino e la rovina, ovunque
movo, mi segue. Quale spirto ignavo

[p. 105 modifica]

invidia la mia sorte?
Non son io, perchè forte,
più misero e più schiavo?» —
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Manda il tramonto un ultimo bagliore
come d’incendio e tutto poi si vela
e posa. Io chiudo il mio volume, e guardo
lassù, la volta mistica, la bella
sfinge azzurra, ove mite
alle querele ardite,
ride la prima stella.

[p. 106 modifica]

RINUNCIA.


 
Alla sua porta giunse un cavaliero
e disse: — «Le tue guance hanno il colore
dei ceri; hai l’occhio spento;
e fra le attorte ciocche del tuo nero
crine lampeggia qualche fil d’argento.
Che attendi ormai? Senti che scoccan l’ore?

Senti?... Son l’ore estreme dell’estrema
tua giovinezza; un ultimo bagliore
di vespero, e dirotte
pioveran l’ombre; l’anima non trema
dinanzi al dubbio dell’eterna notte?...
T’offro l’ultimo sogno; io son l’Amore!

[p. 107 modifica]


Scendi, fuggi con me che son l’Amore.
Tutta la gioia e tutta la bellezza
del mondo, finalmente,
conoscerai. Non senti? scoccan l’ore
e forse la promessa ultima mente
e morte la speranza ultima spezza.» —

Ella rispose: — «Io son qui sola, o Amore,
con la mia vecchia madre. Il Paradiso
nè spero, nè l’Inferno
temo, ma di lasciarla io non ho core,
io, caldo raggio del suo freddo inverno,
io, cui prima nel mondo ella ha sorriso.» —

[p. 108 modifica]

ACCANTO AL FUOCO.


 
— «Una fiaba, una nova
fiaba, finchè l’inferno
si scatena! Non senti
che turbini e che piova?
Narra! vogliam sommergere nei sogni
il pensiero e scordar che vien l’inverno.
— «Narra! e la fiaba sia
lieta. Vieni! il camino
splende!» —
              — O fratello, è triste
oggi l’anima mia
e non ha sogni. Io ti dirò la vera
storia (se pur vorrai) d’un pellegrino.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

[p. 109 modifica]


— Giù nella spaccatura
d’un gran monte è un sentiero;
per quel sentiero ei va.
Son le inaccesse mura
di basalto, ed il sol raro balestra
un lampo, giù per quell’abisso nero.

Va, va, sperando un’erta
improvvisa, assetato
d’un vasto arco di cielo,
della gran luce aperta,
e ad ogni seno, ad ogni piega, ad ogni
serpere dell’orribile burrato,

la speranza si affranca
di guadagnar le vette
d’oro, per una chiara
via libera, una bianca
strada immersa nel sole, e attinger l’ebbro
appagamento che il desìo promette.

[p. 110 modifica]


Egli così procede
in quell’eterna sera;
e il baratro si attorce
assentendo alla fede
in un vicino balenar di terre
ridenti, ai raggi della primavera.

Là, in fondo alla divisa
rupe, un barlume appare;
là certo un’ampia scena
si schiuderà improvvisa
con l’infinito delle lontananze,
forse col mugghio e la magìa del mare.

No; non ancor... Ma certo
là, dietro a quello sprone,
proromperà magnifica
la gloria dell’aperto.
Laggiù, laggiù... — Ma quivi una più tetra
rupe suggella la fatal prigione...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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O mio fratello, il nome
chiedi del pellegrino?
Ei ben sapea che a mille,
prima di lui, siccome
rincorsi cervi, giunsero anelando
alla sbarra del tragico cammino.

Pur, temerario, ei volle
sperar, sognar, che in fondo
quelle rocce cadrebbero
compiendosi il suo folle
voto, il voto di lui, l’unico, il novo
Siva, l’eletto a conquistare il mondo.

E s’affrettò, dai sogni
sospinto, a quel suggello
formidabile, intento
ad ogni svolta, ad ogni
barlume, stolto e immemore!
                        — «Ma il nome,
Il suo nome?» —
            — Son io; sei tu, fratello! —

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MADRIGALE.


A M. M.


Non senti, non senti l’Aprile
che viene? Non odi il galoppo
dell’agile scorta? Non vedi
le azzurre gualdrappe ai ginnetti,
5di candide piume i cimieri
e d’oro corruschi gli elmetti
sul capo dei bei cavalieri?

Non vedi che a tutti, superbo,
innanzi egli viene, e par dire
10col riso di gloria: — «Io son primo;

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io sono l’invitto?» — Un clamore
d’osanna è nell’aria; le genti
si prostrano liete al signore
dei bei cavalieri vincenti.

15Tu sola non flettere! Ei giunga
a te, bianca e bionda tra i fiori,
sfidante! Vedrai che di sella
precipita; e fisso negli occhi
tuoi, laghi di luce azzurrina,
20umìle piegando i ginocchi
dirà: — «Sono vinto, o regina!» —

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«SOTTO IL CIEL...»


 
Sotto il ciel, che d’un vago
pallor tinge la sera,
cinto dalla brughiera
dorme tra l’alghe il lago;
e sul lido, leggiera,
sottile come un ago,
— nido forse d’un mago —
s’alza una guglia nera.
Vieni! il paese arcano
dei sogni è questo: Vieni!
Laggiù l’ignoto invita.
Andiam, stretti per mano,
ai vesperi sereni
per la landa infinita.

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5 MARZO 1896.


 
Una voce, che certo,
rotta da le procelle,
non attinse le stelle,
clamava nel deserto:

— O Signor, dalle pure
immensità, consola
noi d’una tua parola;
sana in noi, creature

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tue, nell’error cadute
la follìa che ci tiene,
e converti le pene
in gioia di salute!

Disperdi le malvage
nubi della tempesta;
laggiù muoiono, arresta,
Signor, l’orrenda strage!

Già troppi quei sanguigni
cieli videro volti
bianchi e corpi travolti
dell’Ambe tra i macigni!

Già troppi gli avvoltoi
famelici e gli astori
divorarono cuori,
rossi cuori d’eroi.

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Stendi, o Signor, la mano
che placa, sulle accese
ire, sulle contese
di questo gregge umano;

tuona che tutto è invano,
tutto invano: i più lati
dominii, i soggiogati
eserciti, il sovrano

trionfo; apri all’errore
gli occhi che iniquo serra
e intenda che la terra
è assetata d’amore! —

[p. 118 modifica]

LA STREGA.


 
Fuor dalla selva, dove a spalto il monte
s’allarga, in un miserrimo abituro,
che l’edera pietosa abbraccia e veste,
vive una donna, una povera vecchia
che i boscaioli chiamano la Strega,
tanto ha strano lo sguardo e tanto è scarna
e pallida la sua faccia di spettro.
Pur, questa miseranda ombra di vita
ebbe un corpo di ninfa e un fresco e puro
volto; color del mare al sol d’estate
gli occhi, e una gloria di capelli d’oro.
Qual nembo di sventura o di peccato

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l’avvolse? Perchè mai da tanti e tanti
anni vive là, sola, il dì, la notte,
col suo grande segreto e le chimere
che a lei suscita intorno la follia?
Son tante e tante le bizzarre istorie
che narrano di lei! Rimane assorta
(dicono) senza proferir parola
per lunghi giorni e lunghe settimane;
poi d’improvviso, vòlta all’assopita
foresta — che par sogni, alta nel cielo —
ritta nel vespro come una sibilla,
le bianche ciocche libere nel vento,
parla per ore all’erbe, ai vecchi abeti,
alla Luna che ascende da la valle,
alle nubi, alle lucciole, siccome
a vecchi amici. Narra degli andati
giorni — i giorni giocondi e fuggitivi
dell’infanzia; — o ammonir di giovanette
una schiera invisibile si finge.
Una sera, non vista, io venni presso
quella capanna, e sovra un sasso, dietro
una quercia, alla luce de le stelle,

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me ne stetti per ore, affascinata
da quella voce, che da prima un cheto
sommesso mormorìo mi parve, e crebbe
più viva e concitata, a mano mano
che tornava il pensier sulle affannate
vie del dolore antico. Io tutto, o quasi,
ritenni; ella dicea:
              — Fanciulle, udite
la parola che salva, e uccide i folli
sogni che costan lagrime... Perchè
fidate voi nell’ uomo, e poi piangete,
piangete? Ecco, io vi dico la parola
ch’io stessa udii per un prodigio... È forse
un secolo?... chi sa? chi si rammenta
quando fu?... Me la dissero una chiara
notte le stelle — e tutto l’universo
ascoltava con me (per questo i fiori
son tutti morti), — dissero! Egli mente!
Egli mente! — Era vero... È vero: l’uomo
mente e mentir non crede; a lui non basta
— rammentate! — una sola anima schiava;
e i sospiri, i sorrisi, i supplicanti

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sguardi mentono; i patti, i giuramenti
mentono... Lento.., come un serpe, viene
il dubbio, e vien l’accusa, e van lontane
le anime... Così m’avvenne... Quando
fu?... Non rammento, ma so ben che un giorno
si scolorò quel volto per un’ombra,
e parver ebbre quelle sue pupille
e vidi le sue mani, arse di febbre,
fremere di geloso impeto... Io vidi
certo questo... Ma vinsi; io vinsi l’ira
di quel superbo, ed egli pianse, e: — Alfine —
io dissi — ha pianto, ha per me pianto; è dunque
per la vita, oh dolcezza! è per la vita! —
io dissi questo.....
                   Bimbe! ha mai baciato
la vostra mano? Impallidiste ai primi
baci, leggeri, timidi, che appena
sfiorarono le vostre dita?... Come
tremavano le dita!... Oh voi non colga
l’ebbrezza degli arditi ed improvvisi
baci di labbra ingorde e deliranti
quando il desìo trabocca!.....

[p. 122 modifica]

                                        Era d’autunno?
era d’Aprile?... Io non ricordo... Il mondo
certo fioriva in così gran vigore
che le rose attingevano le stelle...
Forse con lui nelle tranquille sere
del maggio a camminar foste sui prati?
O d’autunno con lui per una bionda
selva? O udiste in un vespero d’Aprile
sonar l’Ave, con lui?.....
                                        L’aria portava
ostinata una ciocca dei capelli
vostri sulla sua bocca. Era leggera
come una piuma quella ciocca.....
                                              Andare
non vi parve in un sogno, in quella pace
dei sensi?... Non s’udì parola; e il patto
fu chiuso.....
                Tutto questo, un maledetto
giorno (e sarà quel giorno tutta nera
l’aria, e immobile, in gran silenzio, e i cuori
agonizzanti), tutto questo un giorno
diverrà fumo e vana ombra all’audace

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riso d’un’altra bocca, al blanditore
suono d’un’altra voce, al muto invito
d’un altro sguardo; e il vostro occhio fedele
pregherà indarno, e la parola accesa
di tenerezza, e i sogni, i patti, il pianto,
le carezze, i ricordi, inabissato
tutto e travolto sarà in fango!... in fango!...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Chi piange dietro quella quercia? È stolto
piangere; è stolto! Io non piansi! Io non piango!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

[p. 124 modifica]

GLORIA.


A I. R. G.


Lei soltanto invocò, per lei s’impose
dure vigilie, a lei rivolse il canto
dall’ali audaci, effuso dall’ardito
spirito; e finalmente venne, e tanto
raggiavano le ciglia portentose,
le immense ciglia piene d’infinito,

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che i colli intorno e le sopite lande
risero come al lume d’un’aurora.
Non sorrise il poeta, e con altero
gesto scostando le febee ghirlande
che a lui porgea la radiosa: — Il vero
sei tu? (disse) il mio sogno era più grande.

[p. 126 modifica]

DOMANI.


 
Vivo, respiro, palpito; si libra
baldo il pensiero in alte estasi immerso;
la salute mi pulsa in ogni fibra
e del mio core in ogni acceso fremito
fremere sento il cor dell’universo.

Domani... un soffio di rovaio; un vampo
d’estivo sole; un piccioletto morso
d’angue; il vapor d’un paludoso campo,
mi prostrerà, questo di vive, libere
forze arrestando portentoso corso.

[p. 127 modifica]


Pallida, muta, intorno al letto mio
udrò bisbigliar preci, udrò singhiozzi
spegnersi lontanando in mormorìo
di lamenti; vorrò, ma invano, sorgere,
stender le braccia e dire almeno: — Addio!

Ma innanzi a queste mie pupille, assorte
oggi in fantasmi di superbi amori,
piene di sogni e piene di splendori,
cadrà il nero sipario della morte.

[p. 128 modifica]

FEBBRE.


 
Ecco, la porta si spalanca ed entra
mio padre coi bei doni. A stento ei tutti
li regge (oh quanti!) e ride... Io dal mio letto
tendo le braccia, e la gioia è nel sole
che allaga la mia camera: è nel suono
delle campane dindondanti a festa,
nell’allegro vocìo che di fuor s’ode...
— È nato! è nato! — esclamano le genti
e per le vie s’abbracciano.
                          La febbre
questi sogni mi dà? sia benedetta!

[p. 129 modifica]

Vero; è Natale, ma mio padre immoto
dorme laggiù presso la villa immersa
tra gli abeti. È Natale... oh ma i fratelli
non s’abbraccian per via!...
                              Donami ancora
un altro sogno, amica febbre! io veda
svanir come ombra, al divampar d’un grande
foco d’amore, l’indigenza, e il mondo
finalmente placato in una fede
sicura e forte come l’universo,
in ogni terra, e per ognuno il sasso
delle tombe non sia più che la porta
dell’infinito.
                   A quella soglia io forse
m’approssimo?... chi sa? Forse il mio sogno
s’avvera, e lieto il padre mio dischiude
il valico per me, recando il vivo
dono di luce?...
                       Dagli oscuri abissi
della vita, assorgiamo, anima! albeggia
l’erta, che attinge il vertice del vero.

[p. 130 modifica]

PEL MONUMENTO A G. ZANELLA


 
          Inni si levano,
          piovono fiori,
          bandiere passano
          con l’ala al vento.
L’effigie tua dal bianco monumento
          severa guarda.

          Di quanto perfido
          veleno, un giorno
          t’abbeverarono
          codardi cuori!...
Oggi mani plaudenti, incensi, allori,
          oggi l’osanna!

[p. 131 modifica]


          Voi più non turbano,
          o morti, l’ire
          terrene, e il plauso
          più non v’accende;
ma certo ancora una pietà vi prende
          guardando a noi;
     
          a noi che in tenebre
          smarriti, gli occhi
          tendiamo e l’avida
          tremante mano
a voi, da voi sempre aspettando invano
          un cenno, un raggio.
     
          Ecco, io non cantici
          levo alla festa
          non fiori e lauri
          reco o bandiera:
strette le mani in atto di preghiera
          guardo nell’alto

[p. 132 modifica]


          e dico: o liberi
          fratelli, o morti
          fratelli, i miseri
          viventi han sete
d’una parola; voi, non la direte
          quella parola?

[p. 133 modifica]

REVERSIBILITÀ.


(da Baudelaire)


Angiolo pien di gioia,
conosci tu l’angoscia,
la vergogna, il rimorso,
le lagrime, la noia,
e il terror che ci prende
in certe notti orrende
quando il cor, come un foglio
gualcito in pugno, scroscia?
Angiolo pien di gioia,
conosci tu l’angoscia?

[p. 134 modifica]


Angiol di bontà pieno,
conosci l’odio? i pugni
stretti nell’ombra, e il piangere
lagrime di veleno,
quando la maledetta
voce della vendetta
— triste duce dell’anima —
a comandarle sorse?
Angiol di bontà pieno,
l’odio conosci forse?

Angiolo di salute,
conosci tu le febbri
che dell’ospizio lungo
le muraglie, sparute
com’esuli, sen vanno
lente pel grave affanno
cercando il sole e tremule
le labbra a guisa d’ebbri?
Angiolo di salute,
conosci tu le febbri?

[p. 135 modifica]


Angiolo di bellezza,
conosci tu le rughe?
lo spavento degli anni,
e il legger la gravezza
dei sagrifici amari
per entro ad occhi cari
fatti a schivarci esperti
con sapienti fughe?
Angiolo di bellezza,
conosci tu le rughe?

O angiolo beato
di salute e di luce,
David morente avrebbe
dal tuo corpo implorato
un vitale ristoro.
Io da te non imploro
che delle tue preghiere
la soave dolcezza,
angiolo di salute,
angiolo di bellezza.

[p. 136 modifica]


 
O scapigliata erinni, che incontro pei campi stellati
ci vieni, l’infocata chioma protesa ai venti;

sai tu, stolta, sai forse qual mondo minacci, qual grande
miracolo, qual patria di giganti? per secoli

e secoli, il pensiero piegando all’assidua fatica
della ricerca, avremmo portentose parole

[p. 137 modifica]


strappate al vero invano? e invano sospinto fin oltre
le tenebre terrene lo avremmo, incontro ai lampi

della mèta superba, cui l’anima nostra indovina —
(l’anima irrequieta, l’anima impaziente) —

fia che assorga?... T’è angusta carriera lo spazio infinito
che la via nostra, o cieca gorgone, ci attraversi? —

· · · · · · · · · · ·

Ridono alla querela dei piccoli umani nell’alto
di un gran riso di luce le legioni dei mondi;

ride la rossa erinni che scote la chioma, e procede
incontro a uno scuro atomo che divampa e scompare.

[p. 138 modifica]

BIASIMO.


 
Allor che sdegna investigar de’ casi
le cagioni segrete
nè l’alma altrui comprende,
biasima e ride il mondo;
menestrello giocondo
che spensierato applaude o vilipende.

Di lui chi si lamenta? A lui chi chiede
giustizia? Oh ma nel core
ben più acerbo discende
da labbro amico e caro
anche un sogghigno amaro
quando giusta cagion non lo difende.

[p. 139 modifica]

ORE TRISTI.


 
Sotto la pioggia, incontro al vento, passa
una bara; la portano
in fretta al camposanto,
e la buffa ogni tanto
il nero drappo irreverente squassa
con derisorio sibilo.
Ritti sul fango nero
lungo le vie fuggenti
croci i fanali sembrano,
le case monumenti
d’un lungo cimitero.

Chi si ricorda più l’aprile, i prati
verdi, e l’azzurro, e i mandorli
rosei per la campagna?

[p. 140 modifica]

giù la pioggia si lagna,
in alto è un mar di nuvoli serrati
e qui dentro una lugubre
calma, e qui tutto tace
come in vòta dimora;
non risa, o canto, o fremito
di scossa onda sonora;
è dei chiostri la pace.

Pace d’anime stanche e di languenti
fibre, domate al fervido
martellar dell’affanno,
che più lottar non sanno
ma sdegnano i lamenti;
pace d’antico tumulo
abbandonato e infranto
su cui l’ortica crebbe;
desolato silenzio
cui men triste sarebbe
uno scoppio di pianto.

[p. 141 modifica]

VINTO.


 
Egli ha già chiuso ogni spiraglio, acceso
il braciere, e lo spia con ciglia intente
di sonnambulo; affretta egli l’atteso
sonno, l’oblio, la pace finalmente!...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Chi parla?... Una sua nota solitaria
là dalla gabbia espresse il cardellino
obliato; di luce avido e d’aria,
sogna forse il pian verde e il ciel turchino.

[p. 142 modifica]


Leva gli occhi ed ascolta, il morituro;
poi barcollante e con la man già fiacca
tentando l’ombre del cammino oscuro,
la gabbia, là, dalla parete stacca.

Lento apre l’uscio... Entra la luce bianca
un’altra volta, e un’altra ultima volta
la creatura della vita stanca,
ebbra, le voci della vita ascolta...

Poi torna il buio... — Ad altri il vago aspetto
del mondo! Ad altri, a più gagliarde tempre
l’amore! il forte, il dolce, il maledetto
amore! Ah taccia il palpito, per sempre! —

[p. 143 modifica]

INFERMA.


 
Eccola finalmente
la sera! Io dal mio letto
guardo con le pupille sonnolente
un fil di luna, che traverso i vetri
viene della malata solitaria
la buia stanza a popolar di spetri.

Viene, va, la veloce
schiera dell’ombre, e tutte
hanno forme diverse, hanno una voce
diversa, e sveglia nel passar ciascuna
ombra un pensiero, un sogno, una memoria,
poi sfuma cheta al lume della Luna.

[p. 144 modifica]


Parlano, o nelle mani
bianche stringono bianche
carte. Io leggo i caratteri lontani
senza schiuder le ciglia. È l’infinita
schiera delle parole udite o lette
palpitando, nel sogno o nella vita.

Parole come impresse
sul foglio con un ferro
rovente; così a noi parve, e che ardesse
quel foglio; e alzammo gli occhi e in ogni parte
li volgemmo a veder se ancora i nostri
compagni: i libri, i mobili, le carte

dinanzi, intorno, accosto
a noi, fossero sempre
impassibili, là, ciascuno al posto
di prima, folla indifferente e ignava,
mentre la nostra ultima fede in una
oscura immensità precipitava.

[p. 145 modifica]


Parole dall’accento
portentoso; parole
che come una gagliarda ala di vento
strapparon via le nebbie ad una nera
giornata di dicembre e ai campi, e ai prati
fulse improvviso il sol di primavera.

Parole di preghiera,
di tenerezza, un giorno
non curate, e la cui voce sincera,
da un vecchio foglio emersa, ora soltanto
ci asseta d’un amor senza ritorno
e ci gonfia i pentiti occhi di pianto!

Parole di comando,
di tuono, che i dispersi
soldati, vinti dal terrore, quando
la speranza è perduta, e dallo spalto
nemico infuria il foco, arresta nella
fuga, e rimena docili all’assalto.

[p. 146 modifica]


Parole dell’accusa;
sottili, avvelenate
come pugnali, che il pensier ricusa
d’intendere, che il core sbigottito
non frena, e fra due strette anime innalzano,
rapidamente, un muro di granito.

Parole dei morenti;
rotti, misterïosi
da bianche labbra balbettanti accenti,
dove già parla come il sogno immenso
d’un’altra vita, e noi lascian pensosi,
finchè viviam, del loro occulto senso!

Tutte, tutte io le sento
venir, fuggir veloci,
leggiere, e nel mio capo, sonnolento
di febbre, sveglia nel passar, ciascuna
ombra, un pensiero, un sogno, una memoria;
poi sfuma cheta al lume della Luna.

[p. 147 modifica]

NATALE..... 1894!


 
"Gloria nei cieli e pace
agli uomini!" — oh non sia
la promessa, fallace!
ah s’apra questa via

angusta, ove una face
non brilla, ove s’obblìa
la mèta, in un tenace
miraggio di follìa!

[p. 148 modifica]


Noi soffochiamo; il lezzo
sale; si gonfia il core
di sdegno e di ribrezzo...

Non lasciarci, o Signore,
a questo fango in mezzo,
o la speranza muore!

[p. 149 modifica]

«SOTTO LA MIA FINESTRA....»


 
Sotto la mia finestra
al mite sol d’Aprile spalancata
rompe d’un tratto un suono di chitarra,
una gaia strappata,
preludio a una gioconda frenesìa
di note, quasi un urlo d’allegria,
uno scoppio di balda giovanezza
riboccante d’ardore,
e d’impeti d’amore,
e di gioia, e di forza, e di follìa.

[p. 150 modifica]


Dalla mia scrivania
io levo gli occhi un po’ stanchi e la testa
grave... Oh, fa bene un palpito di vita
gagliarda! Un po’ di festa
spensierata! Oh felice, o tu che vai
certo a trovar la bella fidanzata
che sulla soglia, nella blanda sera
ti attende, inebriandosi all’ardore
che porta il vento della primavera;

e la pupilla nera
splende al giunger del suono, e il piede batte
al ritmo della musica gioconda,
e sovra il collo d’un candor di latte
come piume leggiere all’aria tremano
le fini ciocche della chioma bionda.
M’affaccio alla finestra... Il sonatore
è sempre là, col mento all’aria; ha seco
un cane; un can che con pietoso amore
lo guarda... Il baldo chitarrista è cieco!

[p. 151 modifica]

I CAVALLI DI SAN MARCO.


 
  Bianca, deserta stendesi
la gran piazza al sopor meridïano;
va d’un cantor girovago
l’ultima nota a perdersi lontano.

  Di San Marco le cupole
meravigliose avvolge un nimbo d’oro,
ma nelle nicchie fulgide
par che i santi sbadiglino tra loro.

[p. 152 modifica]


  Son tanti anni che dormono
i forti eroi distesi nella fossa!
Tanti anni che sparirono
i cavalieri dalla toga rossa!
  
  Di Barbarossa il fremito,
che a San Marco portò d’Illiria il vento,
son più di sette secoli
che dentro l’onda paludosa è spento.

  Non più giocondi ondeggiano,
d’un tratto sciolti a sgominar la notte,
sull’alta torre i vigili
bronzi, saluto alle tornanti flotte;

  e invan quei santi attendono
che un suono, cui li aveva il tempo avvezzi,
che un urlo di vittoria
di quel tedio infinito il gelo spezzi...

[p. 153 modifica]


  La gloria fu; ma un torpido
sonno San Marco e il suo popolo ha vinto;
ma sovra gli archi fremere
s’odon ora i cavalli di Corinto,

  i cavalli che al fervido
sol della Grecia, nel clamor guerriero,
baldi passar vedeano
i rapsodi cantando inni d’Omero,

  passar d’Epiro i giovani
che Arato incontro all’oppressor traea,
passar rombando i plaustri
vittoriosi della Lega Achea.

[p. 154 modifica]



*



  O immane ala dei secoli,
pulsar ti sento; e dagli umani inciampi
teco sciolto lo spirito
migra del tempo per gli aperti campi.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

  Te vedo, o Roma, o torbida
Roma, qual’eri. Il perfido dimone
della follia destavasi
torvo allora negli occhi di Nerone,

  e il forsennato Cesare
s’udia ruggir: — Ciò che non piega, infrango! —
E la palmata clamide
ebbro vedeasi trascinar nel fango.

[p. 155 modifica]


  Invan Claudio di porpora
rivesti le corrose assi del soglio!
Le forti romane aquile
stridon ferite appiè del Campidoglio,

  e in pugno alto la fiaccola
tra gli arsi templi e i portici crollanti,
te vedran cupo assorgere
i nipoti pigmei d’avi giganti.


*



  Io penso, io penso... Or passano
bianchi veli e lucenti occhi d’almee,
sui vespri d’oro assorgono
nitidi i minareti e le moschee...

[p. 156 modifica]


  Pur, così allora, o vecchia
Tracia, il tuo ciel non ti vedea; la mano
ne’ templi tuoi sacrilega
posto ancor non aveva il musulmano.

  Nè sui delubri l’aurea
mezzaluna in quei dì; ma grande e tristo
di libertà segnacolo,
la terribil s’ergea croce di Cristo...

  Io vedo, io vedo... Incurvasi
il mar tra verdi rive; ecco il giocondo
sorriso aprir Bisanzio
a un esulante vincitor del mondo.

  Giovanilmente destasi
la ribelle d’un tempo or lieta e doma,
e vince nel magnifico
suo nuovo maggio la superba Roma...

[p. 157 modifica]


  E tu passi, o de’ secoli
ala immane, e paesi e imperii morti
spazzi, a novelli popoli
maturando nel volo ampio le sorti!...


*



  Son giunte! eccole al Bosforo
le gloriose! di novello alloro
cinte, alle antenne attorconsi
le rosse insegne dai rabeschi d’oro:

  le insegne che s’aprirono
sulla terra e sul mar libero il varco,
stemmate dell’aligero
leon, levate al grido di: San Marco!

[p. 158 modifica]


*


  Quante vedeste, o bronzei
corsier, dagli erti scali ampie lanciare
gallute navi e rapide
galee pugnaci nell’Adriaco mare?

  Quanta echeggiò nel tempio
onda di preci; e al puro etere immenso
quanti volaron cantici
e nubi di fragrante arabo incenso?

  Quanti osanna scoppiarono
del Bucintoro al sùbito raggiare,
e quante nozze strinsero
in cospetto del sol Venezia e il mare,

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  prima che voi, dal turbine
dei fati, come lieve in aere penna,
travolti foste e ai margini
posati là della cruenta Senna?

  Anche laggiù, non tedio
v’attendea di silenzi e sonni ignavi;
sovra possente incudine
là si battean dell’avvenir le chiavi,

  là posto avea, con vindice
braccio, l’arguta libertà di Francia
il diritto dei popoli
e quel dei re, dentr’unica bilancia,

  e ancor bello e terribile
stringea laggiù repubblicano saio
il Côrso, e piovea folgori
sul Direttorio al sole di Brumaio.

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*



  Della vecchia basilica
quando tornaste alle colonne, e quando
de’ Dogi i figli alzarono
memori a voi le ciglia lagrimando,

  ucciso in Campoformio
tacea l’alto Senato, e uno straniero
vessillo ergeasi lugubre
in San Marco, dipinto a giallo e nero.

  Ben le catene scotere
volle, ruggì, di sangue i ferri tinse
superbamente indomito
il Leon, cui più forte il giogo avvinse

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  e un dì, coi gagliardi omeri
levato il sasso dell’avel, rizzossi
dinanzi al torvo austriaco
lunga una schiera di fantasmi rossi:

  lo stuolo dei magnifici
cui cantò il mare i funerali elogi,
il grande, il forte, il libero,
il glorïoso esercito dei dogi.

  Di Marghera tuonarono
quel giorno a festa i fervidi cannoni;
rotti precipitarono
giù dall’aste con l’aquile i pennoni;

  scoppiò dai petti un unico
evviva; sfavillò l’occhio dei forti;
vibrar nell’aria limpida
l’esultante s’intese inno dei morti.

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*



  O d’adorati martiri
inutile, ma santa opra! O possente
d’eroi sospiro! Italia
per voi più forte e più gentil si sente!

  Vano, vano d’un popolo
alto valor! Voi li vedeste, o fieri
cavalli, i nostri giovani
far muraglia col petto agli stranieri:

  Voi lo vedeste il funebre
mattin ch’estenüate larve intorno
a un vessillo si strinsero,
voi lo vedeste il maledetto giorno,

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  il giorno che famelici
spettri, che agonizzanti anime in nera
gramaglia ricoprirono
un’altra volta la rossa bandiera;

  che le scarne mordendosi
man, quegli eroi, dalla plebaglia folta
degli alemanni videro
la repubblica uccisa un’altra volta.


*



  O tuoni alti di giubilo,
o voci di campane, o nel fulgore
del meriggio svolgentesi
alta nel vento insegna tricolore,

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  Per voi, per voi l’Adrìaca
donna schiuse le ciglia semispente,
per voi si colorarono
un istante le gote alla morente.

  Poi sul deserto e tacito
suo verde flutto dall’algoso fondo
ricadde inerme e lacera
quella che un giorno s’ebbe ai piedi il mondo.

  — Tardi giungesti! — in lagrime
sclamò il fratello baciando il fratello.
— Non siete vivi? — chiesero
severamente i morti di Torcello.

  — Vivi, ma stanchi e torpidi,
lo spirito infiacchito, il corpo affranto;
le vostre gagliarde anime
voi non ci deste, o chiusi in camposanto!

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  — Per quasi un mezzo secolo
fisso lo sguardo ad una meta eccelsa,
per quasi un mezzo secolo
abbiam vegliato colla man sull’elsa;

  — ed or... compiuto il libero
voto d’Italia e ricomposte l’ire,
or... pace consentiteci,
siamo vecchi... lasciateci morire. —

  Fremono i morti e fremono
i bei cavalli di Corinto ardenti,
sempre a protervi scalpiti
pronti ed al corso i muscoli possenti;

  fremono i morti... e al fremito
dei loro morti, indifferenti o schivi,
tenacemente dormono
l’orrido sonno dell’ignavia i vivi.

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ALBA.



«Il popolo che giaceva in tenebre
Ha veduta una gran luce»
S. Matteo, Cap. iv, 16.


 
Un giorno tu dagli odorati poggi
di Betania l’incredula fissavi
Gerusalemme, e tutto intorno il vasto
orizzonte splendea nei raggi obliqui
del tramonto; laggiù gli alti obelischi
dai lampi d’oro, i portici fuggenti
e i delubri di porfido, un superbo
stuolo parean di taciti giganti

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che sfidassero il cielo. I tardi onori
resi coi marmi prezïosi e l’oro
agli scherniti un dì bianchi profeti
sul tuo labbro di martire un sorriso
suscitavano amaro, e il negro dramma
dell’insano giudizio, e l’onte, e l’aspra
via del Golgota infame, e il lungo strazio,
tutto al tuo core onniveggente apparve.
Che sospiri d’amore a te veniano,
Tiberiade, dal divino petto
del Nazareno! Che saluti ardenti
all’azzurro tuo lago!...
                            Ecco, alle rive
s’accalcano le turbe; ecco, dall’onda
giunge agli umili, ai miseri, agli oppressi
la gran parola, e le convalli, e i monti
e tutta quanta Galilea ne suona.
Un inno immenso si levò dai cori
senza speranza, una dolcezza nova
allora entrò le solitarie case
di chi spregiato e servo a ingiusti dommi
scordato avea di chiudere nel petto

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un’anima, divin tempio di Dio;
allor l’abietta peccatrice, a cui
ogni varco negavan di salvezza
il fariseo, lo scriba e il sacerdote,
finalmente potè sorger dal fango
e riveder l’azzurro e aver speranza
di perdono; non più curve le teste
all’insana superbia; un novo regno,
nova legge verrà che spinga i grandi
ai piccini allacciarsi, e il mondo, in vasto
tempio mutato di fratelli, un’alba
vedrà di feste immaginate in cielo.
E la legge del cor quella, il gran regno
quello sarà della giustizia...
                     
                               Eccelsa,
divina visione! Oh, ma lontano
è Magdalo, Gesù; lunge i tranquilli
boschi di Galilea, gli ameni laghi
che aveano echi robusti ai forti accenti
del tuo labbro ispirato; innanzi hai l’onda
bruna d’Asfalte, desolata imago

[p. 169 modifica]

d’un’anima perduta e senza senso
d’amore; innanzi hai la dorata tana
delle giudaiche belve, sitibonde
del sangue tuo... Pur così presso allora
l’alba credevi, o Cristo!

                            A noi che tanta
dal tuo fulgido giorno età divide,
a noi lontana ancor sembra la mèta
che tu sognavi. Quanto sangue e quante
cladi in tuo nome! che crudel vicenda
di fugaci vittorie e di sconfitte
immensurate!
               Or tu dagli alti cieli
(come dai colli un dì Gerusalemme)
guardi a questo ribelle ingrato mondo
che, vivo, poco ti comprese, e spento,
tosto risorto ti gridò, per farsi
teco avaro di pianto...

                            Un’altra schiera
de’ tuoi veri seguaci oggi combatte

[p. 170 modifica]

con l’arme del pensiero; oh, ma la nebbia
è folta intorno ai cori, oh, ma crudeli
più d’allora, o Gesù, sono i tuoi figli,
nè ancor si cessa d’inchiodar sul legno
infame del disprezzo i pochi e forti
soldati tuoi che van gridando al mondo:
— Guai a voi che ai fratelli impor sul dorso
non esitate enormi pesi, al pondo
de’ quali inorridite; a voi sventura
che negate le preci e il tetto umìle
sottraete alle vedove! Insensati
e ciechi; guai a voi che alzate cippi
e monumenti ai grandi del pensiero,
e dite: Oh noi macchiate non avremmo
le nostre man nel loro sangue! e intanto
sempre a chi s’alza con l’idea scagliate
il vitupero e l’ignominia. —

                               È presso
l’alba, sorgete! — van gridando ancora
gli apostoli di luce, e ancora un premio
s’hanno di beffe, e ancor seguono e vanno

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impavidi alla croce e soffron tutta
l’agonia del veder tanta crudele
umanità che non comprende; e vanno
gridando sempre e ancor: — Prossima è l’ora
dei conculcati e degli oppressi; ha grazia
chi prima si ravvede! —
                         — E il mondo, cieco
Epicureo, sorride, e sovra i drappi
d’oro sdraiato, incredulo risponde,
sbadigliando:
                     — Quell’alba? Oh, è lungi ancora! —

[p. 172 modifica]

VARO.

(Corazzata Morosini)



Nel gran silenzio dell’attesa, intero
sonò il comando, e un fremito di festa
corse la folla; il fremito che desta
ogni trionfo dell’uman pensiero.

E nel nome del grande condottiero,
a quel comando obbedïente e presta,
sollevando di flutti alta tempesta
scende la nave ed ha sull’onde impero.

[p. 173 modifica]


Scoppian gli osanna; or poi quali oceàni
(dir s’ode) fenderà? qual mai le arride
portentosa vittoria ai dì lontani?

— Dal ferreo fianco quando il tuon che uccide
sprigioni, quanti fian gli eccidi umani?... —
... E ritto sulla prua Satana ride.

[p. 174 modifica]

A MIO PADRE.


 
Vivo nella memoria, o amato, sempre
mi stai. Cercare ti rivedo, inchino
sul cembalo, dei dolci anni tuoi primi
le semplici canzoni, udite all’ombra
delle palme, e nei bei vesperi d’oro;
or le feste, le preci, il luminoso
sogno non mai dimenticato, io t’odo
dell’infanzia narrar, fiorita al sole
dell’Asia, là, tra i bianchi intercolonnï
della superba tua dimora, al vento
del tuo selvaggio mar, dentro le intatte
selve, o t’ascolto con solenni accenti

[p. 175 modifica]

parlar di Dio... Quanto t’ho amato, e quanto
t’amo, e quanto t’invoco!
                                  Ora è deserto
il porticato della villa, un tempo
tuo passeggio gradito, allor che il lume
del dì morendo s’acchetava ogni opra
ed intonava una campana l’Ave;
tu allor scoprivi la tua testa bianca,
quella tua testa bianca di profeta,
e ti si udiva mormorar sommesso
il saluto a Maria. Fermo, raccolto
poi rimanevi per lunga ora, innanzi
alla campagna addormentata, al vasto
sipario d’ombre che stendea la sera,
e guardavi lassù, lassù, perduto
in quell’immensa pace, in quell’immensa
innocenza del cielo...
                           Ancora io credo
d’esserti presso, e come un tempo ancora
veramente vederlo, aperto e fisso
quel tuo grande, ispirato occhio, a le stelle!
o babbo mio!

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                                   Poi con un gran sospiro
ti scotevi d’un tratto e ritornavi
accanto a noi tutto ridente in volto
e tutto care celie, al modo istesso
d’un, che il perdono guadagnar s’adopri
di qualche errore. Oh come allora, e sempre
di più t’amavo, e come il tuo gran core
intendevo, o mio santo! Eri fuggito
ben lontano da noi, da me, da tutte
le umane cose; il gran mistero, il forte
desiderio di Dio t’avean rapito
lassù lassù; scordato avevi il nostro
piccolo mondo, il nostro gran legame
umano. — Istanti! — e pur te ne sentivi
rimorder quasi, e a noi tornavi, acceso
di nova tenerezza e pronto a offrirci
un compenso d’affetto e di carezze
anche per quella breve ora d’obblio.
Così scrollando dal pensier l’assidua
brama del Cielo, eri divino, il bene
de’ tuoi, costante, anteponendo al grande
tuo segreto sospiro, al sogno eterno

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dello spirito tuo...
                             Come infelice
eri, se alcuno de’ tuoi cari, assorto,
crucciato, o solo, ti paresse, e come
ne richiedevi la cagion con dolce
premura! Sempre le parole avevi
pronte al conforto, e che ogni cosa muta,
tu ripetevi, e che i nebbiosi giorni
non duran sempre e dell’angoscia l’ore
dan luogo alle gioconde; e con allegri
motti, e bamboleggiando, ancora il riso
t’adopravi a chiamar sul renitente
labbro di chi soffria. Com’eri esperto
a indovinar sovra quel volto il primo
diradarsi dell’ombre, e come allora,
solo allora, anche il tuo brillava in festa!
Se ti venìa di qualche atroce caso
narrato, e fosse pur lunge ed ignoto
a te, l’oppresso dalla sorte, e buono
o tristo fosse, acutamente, come
d’un tuo dolore, d’un’angoscia tua
n’eri commosso; e concitato, e tutto

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acceso in volto ripetendo andavi:
meglio, o meglio Signor non esser nato,
e tanti strazi, e tanti obbrobri, e tante
viltà, Signore, ignorerei! — Pentito
poi di quelle parole e con dimessa
fronte, aggiungevi: — sia compiuto il vostro
voler, Signore!
                      Io ti rivedo, io sento
veracemente il concitato suono
della tua voce, e dentro il cor tremante
ancor la procellosa eco ne ascolto.
Certo non fuvvi alcun che a te venuto
domandando soccorso, insodisfatto
partisse! E con che industre animo, il modo
trovar sapevi di celar la santa
opera tua! Ben chiaro era il comando
divino pel tuo cor: — La destra ignori
quel che dà l’altra! — e sollevato e pago
come d’un ceppo alle tue membra sciolto,
vedevi il poverel girne contento.
Quando nel tempio tu pregavi, tutta
l’anima tua mandava lampi e vive

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scintille dai tuoi grandi occhi, bramosa
di metter l’ale, e rattenevi a stento
la voce, quasi bisognando il labbro
pregante, di cantar alto le lodi
che dal cor t’erompevano. Rammento
che dalla chiesa uscendo all’aria, al sole,
se talun la parola a te volgea,
eri com’un che si risvegli in novo
paese, e ancora non ben desto, invano
fatichi a indovinar l’occulto senso
di straniero linguaggio. Ora tu posi!
Di pompe schivo, lunge dall’urbano
fasto, in campestre cimitero, o buono,
dormir volesti. Non opaca volta
d’augusto mausoleo sul sasso incombe
del tuo riposo nè gli vieta il dolce
sguardo del cielo che lo veglia. Intorno
ha vivi fiori; nell’aprile il vento
su vi passa fragrante e pia vi cala
la luna tra notturne ombre, a baciarlo;
e gli astri, i sospirati astri, dei lunghi
tuoi sguardi e delle lunghe estasi tue

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memori, gli stan sopra e mandan lampi
e messaggi divini incontro all’alta
anima tua, che mai conscia e beata
così non fu, sè palpitar sentendo,
atomo vivo d’universo, in Dio.

[p. 181 modifica]

O MORTI!...


 
I passanti s’indugiano ai cancelli
spiando delle verdi ombre i segreti;
ma son l’ombre deserte, e i muschi e l’erbe
parassite che allignan sugli avelli
veston la villa immersa tra gli abeti.

Io, qui seduta sotto il porticato
dove sovente al vespero veniva
il padre mio, guardo, e mi credo un’ombra,
l’ombra d’un lontanissimo passato
che solo ha forma di persona viva.

[p. 182 modifica]


S’affaccia della Luna il bianco viso
tra pianta e pianta, ma la vaga scorta
dei sogni, più non è con lei; somiglia
un teschio adesso e con beffardo riso
sembra dirmi: — «Non vedi? anch’io son morta!» —

Ecco l’Ave, la squilla ch’egli udìa,
lo stesso suono... e tornano dell’ore
lontane le memorie: i giorni lieti,
le dolci sere; un’intima agonia
evocatrice che dilania il core.

O morti, dite una parola, dite
una parola!... Con l’orecchio io tendo
tutta l’anima mia... Passa una nube
e l’erba trema... Oh certo voi m’udite,
mi parlate... e son io che non v’intendo.

[p. 183 modifica]

L’EQUIVOCO.


 
— Sorridi? Io ti leggo nel core:
tu vedi nel futuro
la gioia. —
                   — T’ inganni; io pensavo
ad un mio vano amore
antico. —
                  — Sospiri? Io ti leggo
nel core: quel ricordo
attossica ogni tuo puro
sogno. —
                  — T’inganni! è scesa
in me finalmente la pace.

[p. 184 modifica]

Pensavo... che lo spirito
allora soltanto riposa
quando ogni sogno tace. —
— Ma pur sospiravi! —
                              — O accanita
ricercatrice! Il vano
amor, le battaglie, le lagrime
erano, ahimè! la vita;
ma questo silenzio del core
che ad ogni eco d’amore
ha tutte sbarrate le porte,
questo silenzio... è forse
(poc’anzi pensavo) la morte? —

[p. 185 modifica]

?


 
E non saperlo dir ciò che nell’intimo
di quest’anima mia s’agita e freme
senza mai posa! e non poterti esprimere,
febbre, mia gioia e mio tormento insieme!

Non è amor, non è amore! Un tempo, il giovane
cor l’ha creduto e sciolse inni alla Morte;
ora ben sa che dell’amor, quest’impeto
è più fiero, più nobile, più forte.

[p. 186 modifica]


  Spesso nell’ora che s’accheta il fervido
moto dell’opre e di lontano un canto
vaga per la campagna al mite vespero,
l’ignota forza m’ha strappato il pianto;

dinanzi al mar che furïoso ai turbini
commetteva battaglia e l’alte antenne
giungea mugghiante, quell’arcano palpito
ebbra, immota, per lunghe ore mi tenne;

e quando in cielo s’accendeva il fulmine
tra le negre montagne, e lunge il tuono
ruggir parea strane minacce agli uomini,
mi volle assorta ad ascoltarne il suono;

e avrei voluto come il nibbio spingermi
lassù lassù, tra quelle forze in guerra,
cercar, strappare il gran mistero e chiuderlo
nei forti artigli a trarlo sulla terra;

[p. 187 modifica]


avrei voluto, come il nembo, un libero
volo discior da quest’angusto sito,
per un istante le vaste ali stendere
sul picciol mondo e stringer l’infinito.

[p. 188 modifica]

FANTASMI DI GRANDI.


I.

 
Non dai gelidi marmi in cimitero
chiusi al lume dell’albe e dei tramonti;
ma nell’aperta maestà dei monti,
ma dell’oceano all’urlo battagliero,

ecco gli spettri dalle ardite fronti
cinte di sol, balenano al pensiero;
ecco gli eroi, gli apostoli del vero,
gli assetati di liberi orizzonti.

[p. 189 modifica]


O legioni di santi e cavalieri
come a pensarvi l’animo s’accende,
come il cor trema di superbo amore!

Passano: a Omero, Achille in armi, splende;
Michelangiol sorride all’Alighieri;
Heine saluta il corso imperatore.


II.

 
Passano i grandi in una luce accolti,
passa dei forti la vincente schiera,
e smisurata su quei mille volti
turbina al vento un’unica bandiera.

La gran parola che beffar gli stolti,
sul làbaro divin rifulge altera.
Santo Ideal! Chi la tua voce ascolti
più superba dolcezza indarno spera!

[p. 190 modifica]


Passano i grandi e l’un dell’altro accanto,
chè del tempo nel mar, di mille fiumi
s’adegua il vario flutto e il color misto.

Così stretti ad un solo ordine santo
passan flamini e re, gregarii e numi,
e, sovra tutti sfolgorante, Cristo.

[p. 191 modifica]

PEL MONUMENTO A SHELLEY.



Anima libera, vedi?
placato spirito, guardi?
qui del tuo sogno gli eredi,
i tuoi figliuoli gagliardi,
inni levandoti in coro
l’effigie tua ricingono d’alloro;
(tu menti o voce che mormori: — «È tardi!» — )

Alla divina pupilla
del pensier libero e puro
un novo adesso ti brilla

[p. 192 modifica]

sogno d’un novo futuro?
e incontro ai trepidi umani
oscuro sempre avanzerà il domani?...
(tu menti, o voce, che rispondi: — «Oscuro!» — )

Taccian, fratelli, le amare,
le nostre vacue parole,
tacciano innanzi alle chiare
onde, parlanti nel sole,
gl’inni degli uomini al bardo
esule! Inno più degno e più gagliardo
al redivivo sta ruggendo il mare.

[p. 193 modifica]

PASQUA DI RESURREZIONE.


 
Per poco l’hai tu, o Morte, irrigidito
sovra la croce! e in sindone ravvolto
per poco dentro l’arca di granito
l’hai, cittadin d’Arimatea, sepolto!

Donne, piangete invan! pianga lo stolto
gregge, che l’ha di spine redimito.
l’Emmanuele d’ogni ceppo è sciolto;
non s’imprigiona, o donne, l’infinito!

[p. 194 modifica]


Ecco, Egli torna, Egli vi parla: — «È data
a me la potestà del mondo, e l’orme
segnerò tra i fedeli e tra i ribelli,

sempre per la sequela interminata
dei secoli, clamando in mille forme
con mille voci: — Amatevi, o fratelli! —

[p. 195 modifica]

MYSTICA.


 
In un giorno lontano
dentro la notte d’una cattedrale
mi portarono a intridermi di sale
la piccioletta bocca.
Io torsi incollerita
tutto increspando il porporino volto,
e piansi tutto il pianto ormai raccolto
in quei miei cinque o sei giorni di vita.

Mel dissero; ma in me, nella memoria
non mi si incise un segno, un’ombra, nulla!...
Or, se alcun mi dicesse: — A te fu culla

[p. 196 modifica]

mill’anni fa la Grecia
e fosti un de’ suoi cento semidei;
più tardi un paggio dell’ottavo Enrico,
poscia un poeta lacero e mendico;
perchè mai — dite! — non lo crederei?

Forse la buia chiesa
rammento e quel disgusto allor provato?
forse rammento il pianto disperato
e il volto dell’orante sacerdote
che alla grazia m’offriva?
Pur m’hanno detto che guardavo intorno,
m’han detto che tornata al chiaro giorno
sorrisi; ero ben desta, ero ben viva!

[p. 197 modifica]

DEBILITAS.


 
D’un arboscello io so debole nato
che ad ogni novo sospirar di vento
si piega all’altro lato
senza gioia o tormento.
Sotto le nevi e alla stagion fiorita
nol move altro desio;
così lo volle Iddio,
così passa la vita.

Non sa che sian le fiere
resistenze dei forti e la vittoria,
non sa che sia — volere.

[p. 198 modifica]

Non conosce la gloria
del morir combattendo, e gli odi acuti
non sa, non sa i dolori
che ignoti gladiatori
sopportan muti.

Vive, e forse di vivere non sente.
D’ebbrezze ignaro e d’impeti d’amore
stende le braccia lente
senza mettere un fiore.
Tale al soffio gentil che lo accarezza
nella mite stagione,
tale al rude aquilone.
Una palma lo guarda... e lo disprezza.

[p. 199 modifica]

AGONIA.


 
Qui nella stanza solitaria, ov’entra
del bigio cielo tenebroso il poco
lume, e la vasta dell’estremo autunno
                           melanconia;

qui tutte le serene ore, le buone
ore, che poco, ahimè! curai nei freddi
bagliori assorta di bugiardi sogni;
                           l’ore gioconde,

[p. 200 modifica]


fantasmi inafferrabili di morte
ore, qui tutte s’adunaro, a farmi
più acerbo e scuro questo scuro giorno
                           fatto d’angoscia.

— Ricordi? — una mi chiede — io venni prima
coi ramoscelli di speranza, i dolci
rami che pel tuo capo a me commise
                           una pia sorte.

Ti trovai rincorrente i vani fochi
delle lucciole vane, e me degnando
d’un breve sguardo, nel mister dell’ombre
                           sparir ti vidi. —

— Ricordi? — un’altra dice — io per te scesi
le contrade del sol, recando i doni
che la dea dai bendati occhi, fidati
                           per te m’aveva;

[p. 201 modifica]


la pellegrina che alle tue dimore
veniva d’Orïente, hai tu cortese
accolta, o non piuttosto al triste occaso
                           l’occhio volgesti? —

— Di’: rammenti? rammenti? — in coro l’ombre
ripetono: — tu allor nulla curasti
di noi, le luminose, e una malvagia
                           follìa ti spinse

delle chimere tra le nebbie e i veli
a te accennanti di lontano; i canti
di quelle malïarde erravan lenti
                           fra le scogliere.

Non dove al sol danzavano gioconde
fanciulle, dietro abbandonando il capo
nell’ebrezza del riso, ai polsi strette
                           dai forti amanti,

[p. 202 modifica]


ma sola andavi, o grande taciturna,
sotto la Luna a cogliere nel vento
di morte voci qualche eco perduta
                           tra le ruine;

e fuor dalle spezzate urne, e dai verdi
talami di selvagge erbe e di muschi,
ti sorgeano, legione avida, intorno
                           le fantasie,

le maghe che soltanto hanno soave
il nome, ma per trista arte d’ incanti
fan torbidi gli umani occhi del vero
                           alla bellezza;

ed or ci guardi lungamente e intenso
il desiderio nel tuo sguardo accende
un foco, onde traspar l’anima tua
                           per gli occhi orante,

[p. 203 modifica]


per gli occhi stanchi ove da tempo il pianto
più non arriva. È tardi, è tardi, e invano
supplichevole, a noi tendi le braccia;
                           noi siamo spettri,

noi siamo larve; i teneri virgulti
avvizzir; dalla sorte altro comando
ormai pur troppo non abbiam che farti
                           più triste l’ora. —

O fantasmi, pietà! Sparite e l’anima
possa scordarvi! È vero; alle sottili
malìe create dal pensiero, l’impeto
                           del cor soggiacque;

l’ardor soggiacque della bella e forte
mia giovinezza in inseguir con ansia
mai paga la fuggente ala dei canti,
                           l’ala dei sogni;

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ed ora stanca (oh come stanca!) io guardo
di quei vaghi e malvagi elfi il migrante
stuolo... Laggiù, nel gran deserto, l’ultimo
                           ecco è scomparso.

Ma voi, voi pure, ombre crudeli, inganni
non siete del pensiero? un sogno? un vòto
sogno voi pure?... Oh per pietà, sparite!
                           forse non mai

dall’orïente a me veniste, i rami
verdi recando e i fior, forse non mai
foste, voi pur, null’altro mai che larve
                           belle ed inique.

Via, dunque! via, fantasmi, ombre, chimere,
via dunque velenose ecati, in nome
di Dio, lasciate finalmente in pace
                           l’agonizzante!

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TRIONFO...



 
        Grazie, grazie, o nemico!
Tutto quel che di frale,
di basso e di mendace
nutriva in me lo spirito del male,
or dentro la percossa anima tace.

        Io colle mani strette,
senza pianto e parole,
tranquillissima in volto,
nel cor ferito, che piegar non vuole,
l’imperversar della tua voce ascolto.

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        E una superbia viva
io provo, io che più forte
di te mi sento, o amore
dei martiri, o fratello della morte,
o divino carnefice, o dolore!

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NEL BOSCO.



I.

 
Suona il bosco che Aprile agita; olezza
l’aria; tra i rami la campagna aprica
ride; e ancora mi parli, o giovanezza,
e ancor t’ascolto, o mia morente amica.

È tardi, è tardi! e vana è la fatica
— o sola della vita alta dolcezza! —
che il bisbigliarmi la lusinga antica
ti costa. È triste l’ultima carezza!

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È tardi, è tardi! rassegnata muori,
nè pensar che ti salvi ira o lamento;
è la tua sorte la sorte dei fiori

nati di foglie sotto avaro velo,
di fior cresciuti in triste isolamento,
che un sol non vider mai lembo di cielo.

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II.

 
O Messer Lodovico, oblìo domando
al gaio verso che la varia sorte
narra ed il lungo vaneggiar d’Orlando,
oblìo per tutte le mie gioie morte!...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ecco; per me del mio Ruggiero in bando
cadon d’Atlante le incantate porte,
libera anch’io, guerriera anch’io, col brando
movo a torlo d’Alcina alle ritorte.

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Suona il bosco. Laggiù tra scure fratte
è Angelica che fugge? O tempestosa
di Baiardo che vien la zampa tuona?

È Bradamante che sfidata abbatte
il re di Circassìa, poi, non pensosa
che dell’indugio, a tutta briglia sprona?

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III.


Oh se mai di laggiù, dietro quel folto
non d’Euro nato volator corsiero,
non divina beltà, non cavaliero
d’armi raggiante o in persi drappi avvolto;

ma sulla fronte arruffatello e nero
il crine, e dietro in lunghe trecce accolto:
ridente il bruno ritondetto volto,
sfavillante l’aperto occhio sincero,

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venir vedessi una fanciulla e intorno
volger lo sguardo soddisfatto e buono
quasi pensando: — Tutto il mondo è mio! —

E dir la udissi: — Vedi? a te ritorno,
la tua risorta giovanezza io sono,
guarda; non sogni, no; guarda, son io! —

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TENTAZIONE.


 
Sul fragor del torrente
protesi il capo dalla rupe scura,
ròsa da mille rivi,
e pensai: — Che ideale sepoltura
in quegli abissi, eternamente vivi
di vive onde di voci e di tempeste!
Così, così cantare
con voce più possente
dei turbini traverso alle foreste,
con l’impeto del mare!
Ma poi che invano cerca questa mia
anima, per irrompere in superbo

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clamor, che scota i baratri e le cime,
la sua dirotta via
tra le scogliere altissime del verbo;
poi che il varco sublime
non s’apre, e in onde chiare
e forti, non prorompono le rime
ruggendo della gloria incontro al mare;
della sonante roccia
per le muscose spire
meglio come una goccia
cader nel fondo, perdersi, sparire!...

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PAX.


 
Una donna velata e frettolosa
giunse là dove un popolo ribelle
un altro urgeva; e l’asta contro l’asta
cozzava, e correa sangue, tenebrosa
fiumana al lume delle rare stelle.
Protese ella le mani e sclamò: — Basta!

Da lungi allora, scarmigliate, a torme,
venner le madri, e curve sul terreno
tersero il sangue e i vulnerati forti
sorressero... La notte sull’informe
ruina, e delle fiaccole al baleno
un volto esangue o un cumulo di morti.

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Non più, d’intorno agli stendardi eretti,
squilli e ruggir d’inferocita gente.
Solo qualche sospiro udiano i cieli
muti, o l’ansar degli anelanti petti.
Quando il dì sorse, vòlta ad oriente
gittò, la donna frettolosa, i veli,

e apparve bianca e sorridente al sole.
La parola che disse unica e pura
echeggiò delle valli nel profondo,
suscitò rose alle cruente aiole,
mèssi ne’ solchi, e dalla insania oscura
della guerra, impetrò libero il mondo.

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LA PORTA DI BRONZO.


 
Un uomo batte ad un’antica porta
di bronzo, ma nessuno ode. La Luna
appena mette una scintilla smorta
sulle sfingi dei fregi e sulla bruna
man di colui che batte a quella porta;
non s’ode voce nè risposta alcuna.
Sola l’eco dai cupi anditi porta
il rimbombo dei colpi alla soggetta
palude, intorno alla campagna morta,
dove luccica a gore la costretta

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acqua livida e trema la ritorta
vetrice alla pestifera belletta.
Non trillo d’alati ospiti conforta
quel deserto, nè strige a quelle in vetta
nere torri giammai la Luna ha scorta.
Chi sa da quanto il pellegrino aspetta?
Chi sa da quanto batte a quella porta
cinto dalla maremma maledetta?

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FANTASIA.


 
Dalle morte ninfee, che nella vasca
del vecchio parco il gelo ha soffocate,
tra poco un fiore portentoso nasca.
Con la verghetta di malìe, vogliate
il prodigio compir, dolce signora
delle mie notti e delle mie giornate!
Salga lo stelo, e in bel color d’aurora
s’apra il calice, un calice d’opale
immenso sopra la gelata gora;
e intorno effonda come un boreale

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lume, e tra i bossi il bianco Erote rida,
ridan l’erme al novissimo natale.
L’Inverno creda April giunto, alla sfida
superba, e avvolga i suoi tappeti bianchi,
e fugga, e il grave carico lo uccida.

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«L'EGRO DICEA...»


 
L’egro dicea: — Perchè non viene? È troppo
lunga l’attesa al mio tormento fiero! —
S’udì nella notturna aria un galoppo
e tutta bianca sul cavallo nero

passò rapida innanzi a quelle porte
spalancate. Protese egli le braccia
e la chiamò per nome: — Morte! Morte! —
Ella rivolse un attimo la faccia,

poi, come nulla avesse visto e nulla
udito, sferzò via, verso la fonte
donde attingea cantando una fanciulla;
la ghermì lesta e sparve dietro il monte.

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L’ORA.


 
Un altro squillo, un attimo, e fischiando,
ansando, col fragor del tuono, è in fuga
novellamente. Accorrono le genti,
s’affrettano, s’accalcano, assaltando
i carri. Lesti, via! chè non attende
la vaporiera!...
                    Senza annuncio e senza
fragor, ben altra pellegrina in celere
corsa pur viene, e noi dati ai letarghi
accidiosi d’infecondi giorni

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non la vediamo nè l’udiamo, eterea
giungere. Bene incontro a lei potremmo
affrettarci, traendo opra e pensiero
alle regioni dell’amore o della
gloria; ma inerti a rimirar mutevoli
forme di nubi, o qualche antico sogno
risognando, indugiamo in folli attese
di prodigi. Così, mentre si attarda
fascinato da vane ombre lo spirito,
ecco, una direttissima è passata
tacitamente per l’eternità.

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PER VIA.


 
Mi andava innanzi, curva, con un bimbo
in collo, e il bimbo dietro a lei guardava,
proteso il volto paffutello e il nimbo
ricciuto, d’in su l’omero dell’ava.

O fresco volto, o vecchio omero! Tale
d’una muraglia antica e rovinosa
ai merli, su dal chiuso parco sale
e s’affaccia, ridente occhio, una rosa.

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PER LA LUNA.


 
Chieder che val s’altra ventura, un giorno
lontano, ebbe Febea? Se aperse l’ale
giammai l’aria nel tacito soggiorno

cui spesso la sognante anima sale,
e se dell’acque le sonanti stille
risero dentro i chiari antri d’opale?

Non forse è noto a noi che mille e mille
occhi d’adolescenti e di vegliardi,
pupille fosche e fulgide pupille,

[p. 226 modifica]


sguardi di donne innamorate, sguardi
di asceti, accesi in foco di preghiere
o di credenti negli Dei bugiardi

si rivolsero a lei, lei di chimere
popolando e di sogni? Alla superba
umanità, che giova altro sapere?

Ella è l’intatta pisside che serba
il raggio di quei mille occhi, e il segreto
dell’alta gioia o dell’angoscia acerba

che quel raggio dicea; sa l’inquieto
attender dei fanciulli, e l’indefesso
rimpiangere dei vecchi il tempo lieto

di giovinezza; nè mirarla adesso
potremmo, senza che di là favelli
a noi quel mondo di fantasmi, espresso

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dalle legioni dei morti fratelli
che la videro anch’essi, nelle chiare
notti, precinta in vaporosi anelli,

o come specchio tersa, attraversare
lenta gli azzurri pelaghi, nei suoi
muti viaggi sovra l’alpi e il mare

con immensa pietà guardando a noi.

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LEGGENDO MAETERLINK

(Les sept princesses).


Vecchi manieri entro foreste fitte
che mai che mai non attraversa il sole...
Il mar lontano piange, e le fontane
piangono, e paion pianto le parole
di chi dimora in quelle regge strane.
Sono spettri, e pur ardono le vene
di quegli spettri in contenuto ardore.
Un mistero di sogni e di dolore
tutto avvolge, tutto empie e tutto tiene.
Mentre si muore, là, dentro il castello

[p. 229 modifica]

oscuro e solitario, ove la Luna
mette appena un sottil filo d’argento,
s’odon, di là dalla selvosa duna,
i marinari dar le vele al vento
cantando i porti ove agile il lavoro
ferve, e i liberi cieli, e le gioconde
terre, ove ingemma il colibrì le fronde
delle palme alte sui tramonti d’oro.

[p. 230 modifica]

CHE COSA IO TEMO


(da Dobrolinbow).


Morrò, va bene; il mio spirito è forte.
Ma, confesso la santa verità,
qualcosa io temo: io temo che la morte,
             sbarcandomi al di là,

voglia giocarmi anch’essa un maledetto
tiro, e lagrime ardenti cadan sopra
la mia gelida spoglia, e il cataletto
             qualcun di fiori copra

[p. 231 modifica]


per vano zelo, e in amorosa folla
traggan gli amici dietro alla mia bara.
Temo — appena scomparso entro la zolla
             del camposanto — in cara

ombra mutarmi, oggetto alto d’amore;
e sul mio sasso fiocchi a tutto spiano
tutto quel che da vivo avido il cuore
             chiese, ma sempre invano.

[p. 232 modifica]

SOGNO.



 
Io con iscalzi piedi, o Damone,
non vado ai campi, nè mai con braccia
ignude, ed alto nella nodosa
mano il vincastro, guidai la fulva
giovenca al verde fonte, nè filo
l’umile canape, nè mai sui tini
salgo a pigiare l’uve, nei giorni
alla vendemmia sacri e di canti
lieti e d’amori. Io non conobbi
mai la divina libertà; mai
la gran dolcezza pur dei ritorni

[p. 233 modifica]

sul vespro estivo con lui, che tutto
il dì fe’ sempre balenar presso
al mio falcetto, tra’ solchi, il suo.
Tornare sotto le stelle, stanca
e pur beata, fra l’altre tante
compagne, e pure sola con lui,
tacendo e pure tante e amorose
parole udendo, dicendo... Oh immenso
sogno di gioia che me, rinchiusa
qui tra le seriche pareti, accende
d’un desiderio folle di vita!

[p. 234 modifica]

DIALOGO.



Noi parliamo, ma so io
quel che pensate
veramente? E voi sapete
quello ch’io penso?
Van le parole e un sottile
velo di riso
spesso ne maschera il senso.


*


Noi parliamo... Ma d’un’altra
voce voi certo
udite il suono; d’un altro

[p. 235 modifica]

accento io pure
credo ascoltare la strana
eco... Ad entrambi
parlano due sepolture.

*



Noi ridiamo anche, ridiamo
forte, e la gioia
brilla negli occhi al baleno
vivo d’un motto
fine. In che abisso del core
chi dunque intanto
scoppia in un pianto dirotto?

[p. 236 modifica]

ABENÈZER


 
Abenèzer è un vecchio, un mesto e dolce
vecchio dagli occhi azzurri, due strani occhi
che forse han molto pianto (io dico: forse),
ma in un tempo lontano; ora son limpidi
come il ciel, dopo un lungo temporale.
Abenèzer dinanzi alla sua nera
scrivania, tra i volumi neri, e tutto
coperto anch’egli d’una nera toga,
oggi non è tranquillo, oggi non trova
carta nè penna docili, gli cade
di mano tutto, i suoi libri rifiutano
d’aprirsi obbedienti...

[p. 237 modifica]

                                            È forse l’aria
troppo viva, Abenèzer?... Dalle aperte
finestre entra un odore, un fresco odore
di foglie nove e di cielo sereno...
Ecco, ha smesso Abenèzer di cercare
tra’ suoi volumi, e sulla sedia, inerte,
con gli occhi alla campagna ampia, rimane
perso in un sogno antico...
                                    — Eh via che l’ora
fugge! —
         È già in piedi, ad ogni libro toglie
la polvere con cura e piega e ammonta
le carte sparse; ad ogni oggetto assegna
un posto novo e nella stanza, a mano
a mano, tutto par sorrida e brilli...
Abenèzer, chi aspetti? In festa frusciano
le tende alle finestre, entra più forte
l’odor del novo verde e dei nascenti
fiori... Il cielo ha il color di quel lontano
Aprile... ti ricordi?... Son passati
tanti anni!... Ora Abenèzer si risiede;
nessuno invero aspetta, e chi potrebbe

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rammentarsi di lui? Nessuno aspetta
Abenèzer, nessuno! Un core amico
non ebbe mai; tutti son morti i pochi
parenti; tutti! Ed Abenèzer cerca
da tanti anni, nei libri, una parola
che gli riveli, perchè nacque e visse
sempre infelice... Il bene? egli lo fece
quanto e come potea, sempre; non ebbe
mai conforto d’altrui. Ma spera, e crede,
crede all’anima sua possente e viva
oltre i secoli. Ancora un breve esilio
e ascenderà poi libera, all’ignota
mèta per gradi...
                  Come in festa tutto
brilla d’intorno! un’ospite, un’attesa
ospite certo dee venir...
                             Più intenso
nella tepida sera arriva il dolce
odor dell’erbe e dei nascenti fiori.
Abenèzer, sta pronto! Eccola, viene,
viene!... Come gli palpita e sussulta
il vecchio cor! come si velan gli occhi

[p. 239 modifica]

nell’attesa!... Ella viene! eccola! alfine
qualcun lo cerca!... Nella rosea sera
ella venne per lui, per lui traverso
le praterie di mammole coperte,
tutta impregnata di fragranze e il grembo
pieno di rose. Bianca nella bianca
veste; gli occhi sereni, il labbro schiuso
a una parola come un soffio lieve,
per man lo prende e gli bisbiglia: — Vieni!

[p. 240 modifica]

ANCORA NEL VECCHIO PARCO.


 
Vecchie piante, acqua corrente
che volete voi da me?
La parola onnipossente
nel mio core più non è.

I colori, le canzoni
io vi diedi un dì, lo so;
ma non tinte, ma non suoni
io mai più darvi potrò.

[p. 241 modifica]


Or tu passi uggiosa e muta
acqua, e il fine tu non sai;
alla mèta sconosciuta
docilmente te ne vai.

Vecchie piante, voi crescete
sotto il sole, sotto il vento,
non più tristi, non più liete
in un cieco assentimento.

Tale adesso ormai sopporta
il suo fato, indifferente,
il mio core, dove è morta
la parola onnipossente.

[p. 242 modifica]

POIESIS.


 
In quale sera limpida? Da quale
cielo migrando alle terrene porte
discese questa pia che un immortale
         nimbo cinse alla morte

di simboli, di sogni e di mistero;
prisca Dea, che, d’ogni altra trionfante,
lampi accese nei ciechi occhi d’Omero,
         fiamme nel cor di Dante?

[p. 243 modifica]


Per tutto vive, ed or sulle nivali
cime dell’Alpi ride, ora s’ammanta
di tenebre, fuggendo ebbra sull’ali
            dell’uragano e canta.

Tutto a lei si rivela; e i rovi, e l’erbe
umìli delle selve, ove non sole
penetra, e i muschi, appiè delle superbe
           querci, han per lei parole.

Lei che palpita e freme nel ruggito
del mar; lei che nell’estasi d’amore
svela passando un raggio d’infinito
           al nostro intento cuore...

Sin fra le tombe ella consola il grande
silenzio con la sua mistica voce;
veste di raggi e cinge di ghirlande
         ogni povera croce.

[p. 244 modifica]


Nelle notti d’April, sparse le belle
trecce sul peplo candido, il profondo
sguardo rivolto alle tacenti stelle,
         passar la vede il mondo.


*



O voi, che i vostri palpiti e i tormenti
vostri, e l’ebbrezza dei segreti amori,
nell’impeto febeo gettate ai venti
         come un pugno di fiori;

ben la vedeste, o giovani poeti,
bene udiste la Dea dirvi: — «La terra
altri amori, altre angosce, altri segreti
         dei vostri, in grembo serra!

[p. 245 modifica]


Ecco preghiere, e gemiti, e feroci
urla d’oppressi, d’egri, di ribelli.
Non le udite? Son mille e mille voci,
         sono i vostri fratelli

che implorano; son anime affannate
gementi sotto il peso che le grava.
Voi non sapete che cantar? Cantate!
         ma come Alceo cantava!

E sia squillo di tromba ai combattenti
la strofe; e il verso balenando cada
sugli apostati, i vili, i prepotenti
         come colpo di spada.

Ma non fomite all’ire e non veleno
perfido scenda nei già gonfi cuori;
ma l’inno assorga libero e sereno
         sui vinti e i vincitori.» —

[p. 246 modifica]


Non la udiste così cantarvi, o forti
nostri figli, o suoi giovani soldati?
E non vi giunse l’evviva dei morti
         al suo passar destati?

Va la vittorïosa e novi ardori
e più gagliardi palpiti raccende
or d’ombre avvolta, or cinta di splendori
         le simboliche bende.

Nelle notti d’April, sparse le belle
trecce sul peplo candido, il profondo
sguardo rivolto alle tacenti stelle,
         passar la vede il mondo.

[p. 247 modifica]

NATALE 1895!


 
È Natale! o fratelli
lontani, o creature
chiuse dentro gli avelli,
o fantasmi scomparsi
dell’oblìo nelle immense sepolture;

a voi tendo le braccia,
a voi volgo smarrita
la lagrimosa faccia,
a voi, che me vedeste
il limitare ascender della vita.

[p. 248 modifica]


Oh tornatemi intorno!
oh ch’io da voi, siccome
in quel lontano giorno,
dir oda: — È l’ora, vieni,
vieni! — e chiamarmi oda da voi per nome.

La mia piccola mano
teneramente presa
— come in quel dì lontano —
io senta dalle vostre,
e sia notte, e laggiù brilli la chiesa.

Così per l’ampia strada
piena d’ombre e misteri
da voi protetta io vada
nulla temendo, e siano
tutti pieni di luce i miei pensieri.

[p. 249 modifica]


Io non sappia che oscuro
d’imminenti procelle
ci sta sopra il futuro;
io sogni come allora,
in quella notte, un gran sogno di stelle.

Nulla io sappia del folle
mondo; di forsennate
stragi per poche zolle,
di madri che ai figliuoli
tendono invan le braccia disperate;

nulla io sappia e soltanto
come allora, nel suono,
o piuttosto nel canto
delle campane, io senta
una grande promessa e un gran perdono.

[p. 250 modifica]

IL CANTO DELL’IRONIA.


 
La tenebra scende; che importa?
Il canto — sia d’astri o d’aurore.
Assai fu nel tempo il dolore,
assai ci pascemmo di pianto!

Veloci precipitan gli anni?
Cantiamo — le rondini e il maggio:
non trilla il decrepito faggio
se un nido s’appende al suo ramo?

[p. 251 modifica]


Di sogni così nella prona
mia testa — uno stormo annidò;
di dove migrati non so,
ma cantano e trillano a festa.

I larghi tripudi del vento,
i rivi — che il Maggio conduce
com’ebbri di gioia e di luce
tra un brivido d’erbe, pei clivi:

le notti stellate sul sonno
dei monti — al sereno albeggiare
l’odor delle selve, e sul mare
l’augusta beltà dei tramonti:

le cose possenti, le cose
gioconde — non altro essi sanno.
Che importa se chiude un inganno
l’azzurra innocenza dell’onde?

[p. 252 modifica]


che importan gli abissi e che il sole
indori — ogni fango, e la fresca
ninfea l’acqua putrida cresca,
e strisci la biscia tra i fiori;

se tutte improvvisa dischiude
le porte — di luce, e il vitale
segreto del bene e del male
l’immensa bontà della morte?

[p. 253 modifica]

PER LE NOZZE DI DONNA LAURA RUSPOLI.


La Serenata.


Le cose belle che volevo dirti
    se l’è bevute il mare;
bisognava di perle a popolare
    le sue squallide sirti.

Le parole più tenere e amorose
    che ti volevo dire
se l’è rubate il lido per fiorire
    le sue siepi di rose.

[p. 254 modifica]


E quelle che il desio non dettò, quelle
    dell’anima, incorrotte...
O mia dolcezza, le ghermì la notte
  per vestirsi di stelle.

[p. 255 modifica]

L’ANELLO DEL MORTO.


 
Chi lo portava nude adesso e rigide
tiene le mani in croce, e non le stende
mai, nè più mai s’animeran d’un fremito.
Or quell’anello sul mio dito splende.

Splende al raggio del giorno e splende ai vividi
doppieri, come quando egli, il giocondo
capo d’adolescente erto, i miracoli
tutti poteva interrogar del mondo.

[p. 256 modifica]


Va la mia mano sulla carta e sprizzano
baleni dalla gemma. Anch’io, fornito
il breve giorno, pregherò che cingasi
di questo istesso anello un altro dito;

e quando questo, ben di noi men fragile
cerchietto, splenda sovra un’altra mano,
anch’io sarò sotto la terra, immobile,
indifferente ad ogni dramma umano.

Dio!...Già mi vedo, come in sogno, chiudere
nella bara, per sempre al buio, e un lento
strisciar, succhiar d’animaletti gelidi
sulla mia carne irrigidita io sento.

Dio!... Forse intanto, al chiaro giorno, un libero
vivente troverà questa ingiallita
carta tra vecchie carte, questa pagina
che calde adesso toccan le mie dita.

[p. 257 modifica]


Vedrà queste sottili aste che rapida
traccio sul foglio, mentre pieno il senso
della vita mi tiene, e pulsa il sangue,
e vedo, odo, desìo, palpito, penso.

Egli si chiederà: — Neri ebbe o ceruli
occhi?...fu bella?... Ed io nella macabra
mia prigione, laggiù, riderò l’orrido
riso dei morti che non han più labra.

[p. 258 modifica]

SILENZIO.


 
Ei viene. In un istante
ogni suono è caduto;
viene con passo muto
della notte l’amante.

Di stelle una corona
sul capo egli le allaccia:
apre le immense braccia
e tutta ella si dona.

[p. 259 modifica]


Non parole interrotte,
non gemiti d’amore
ode dal suo signore
nell’estasi la Notte;

ma ben per lei, che sola
ne intende il dolce senso,
egli canta un immenso
inno senza parola: —

«Ho mille regni, o mia
unica, e tutta io voglio
pel mio supremo orgoglio
dirtene la magìa.

Vedi? Dei sogni aperti
al taciturno volo
son miei l’algente polo
e i torridi deserti;

[p. 260 modifica]


mie le città suberbe
che strusse la divina
ira; quella ruina
veston licheni ed erbe;

tra i portici dipinti
s’aggira il gufo, assale
l’erica sepolcrale
delle colonne i plinti,

e lesto il mandriano
per quelle vie passando
zufola sogguardando
ed agita la mano.

Ma solo, io solo, il forte
palpito ancora ascolto
del popolo sepolto
sotto le città morte,

[p. 261 modifica]


e solo intera io sento
la bellezza suprema
dell’edera che trema
sugli archi eccelsi al vento.» —
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .


*



La Notte ascolta, immersa
nel sogno, e il mondo tace.
Ma occulta, nella pace
come un’onda si versa

continua, da ignote
polle in marine ascose
recando delle cose
al silenzio devote

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la parola segreta;
l’inno senza parola
che tutto intende sola
l’anima del poeta.


*




«Io sono l’Alba e t’amo.
Per te le gemme io sento
schiudersi, e il succo, lento
salir dai ceppi al ramo.

Mentre gli uccelli a festa
scoton l’ali, la spira
snoda il serpe, e sospira
il dolor che si desta,

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odo l’Alpi d’intorno
dir nell’alto a lontani
culmini di vulcani:
— Ancora un altro giorno! —

E al mar che flagellando
le va, senza potere
sbramarsi, le scogliere
chiedere: — Fino a quando? —


*



Noi siamo le foreste,
le foreste che degni
eleggere a’ tuoi regni
nelle segrete feste.

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La tua malìa, sognanti
ci tiene in un’attesa
di prodigi, un’attesa
di fantasmi giganti;

e ben tornano a noi
nelle tranquille sere
l’ombre dolci e severe
dei santi e degli eroi...

Passano: è quei che cieco
morì, ma dei pianeti
i viaggi segreti
spiò, vegliando teco.

È quel meditabondo
spirito di veggente
che ad una ingrata gente
dischiuse un novo mondo.

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È il tuo devoto, il forte
Ghibellin fuggitivo,
che potè scender vivo
ai regni della Morte...

Passano: agli alti veri
cui tendevano, solo
tu dirizzasti il volo
degli erranti pensieri.


*



Il cor dice: — «O figliuolo
d’Iside, tu nell’ore
del supremo dolore
solo m’intendi, solo

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mi sei rifugio; e quando
l’offesa eccede, e invano
ad un accento umano
la riscossa domando,

tu, muto Iddio, che sdegni
l’onta che non ti tocca,
col dito sulla bocca
la rampogna m’insegni.» —
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tutte le cose in sordi
bisbigli d’aromali
atomi, e ritmi d’ali,
ripetono concordi:

— «Tu, che schiudi le porte
dei fantasmi ai poeti,
tu, che certo i segreti
conosci della Morte;

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tu che imperi a le belle
feste dell’Alba e tieni
in tuo giogo i sereni
pelaghi de le stelle;

non mai, non mai sian rotte
le magìe del tuo regno,
o grande, o solo degno
amante della Notte!» —
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Va il coro di segrete
voci senza parola
e, in mille forme, sola
una lode ripete;

va, come una profonda
fiumana, a ignota foce,
tranquillo, con la voce
monotona dell’onda...

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«O PAROLE....»


 
O parole, che a frotte
correte il mondo, eterne
forme, nate con l’uomo, nella notte
della sua patria torbida e lontana;
lamento e prece, cantico e ruggito
di questa prigioniera anima umana;

o sfingi, che forniste
le terribili vampe,
e le pegole e i ghiacci delle triste
cerchie infernali a Dante, e il gran sorriso
di luce, onde la sua candida rosa
irraggia l’ infinito Paradiso;

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stelle non siete, o fiori;
ma dei fior, de le stelle,
tutti gl’incensi e tutti gli splendori
noi vi sentiamo effondere, e cantare
come usignuoli, o nello sdegno irrompere
ed emular le collere del mare.

Salve, salve, o sirene;
o chimere; possenti
maghe! da voi, solo da voi ci viene
la dolcezza o l’amaro, il buio o il sole;
voi la forza del mondo e la bellezza,
voi la fiamma, voi l’anima, o parole!

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GLORIA.


 
È un aspro di graniti orrido monte;
ma, quando tace ne le valli il coro
delle spigolatrici, ancor la fronte
cinge d’una superba infula d’oro.

Vi corre il volgo dalle voglie pronte,
e non trovando in quella via ristoro
d’una grotta muscosa o d’una fonte,
all’ombra torna e al facile lavoro.

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Seguono alcuni, ma ben sa fiaccarne
lo scarso ardir quell’erta, e a mezza costa
s’arresta il più della pensosa schiera.

Lasciando brani di vesti e di carne
alle rocce taglienti, altri non sosta
e sale e giunge e pianta una bandiera.