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  Spesso nell’ora che s’accheta il fervido
moto dell’opre e di lontano un canto
vaga per la campagna al mite vespero,
l’ignota forza m’ha strappato il pianto;

dinanzi al mar che furïoso ai turbini
commetteva battaglia e l’alte antenne
giungea mugghiante, quell’arcano palpito
ebbra, immota, per lunghe ore mi tenne;

e quando in cielo s’accendeva il fulmine
tra le negre montagne, e lunge il tuono
ruggir parea strane minacce agli uomini,
mi volle assorta ad ascoltarne il suono;

e avrei voluto come il nibbio spingermi
lassù lassù, tra quelle forze in guerra,
cercar, strappare il gran mistero e chiuderlo
nei forti artigli a trarlo sulla terra;