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Giuseppe Betussi

1912 R Indice:Trattati d'amore del Cinquecento, 1912 – BEIC 1945064.djvu Letteratura Il Raverta Intestazione 28 dicembre 2017 25% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Trattati d'amore del Cinquecento


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I

IL RAVERTA

dialogo

di messer GIUSEPPE BETUSSI

nel quale si ragiona d’Amore e degli effetti suoi

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Interlocutori :

Baffa, Raverta e Domeniche

Baffa. Non confesserò già io che sia di vostro debito il venire a visitarmi; perché, oltre il conoscermi, meno mi reputo tale che siate tenuto a simile obligo: ma ciò che fate voi più tosto oprate per vostra cortesia e gentilezza e per alcuna scintilla di vero e perfetto amore che mi portate, il quale così spesso vi muove a venire ad onorarmi, che per merito o virtù che in me si ritrovi.

Raverta. Anzi perch’io vi sono più che molto tenuto, essendo voi specchio delle rare e virtuose donne. E quando non ci fosse altro debito, non vi pare egli grandissimo l’odor delle virtù vostre, le quali debbono movere ogniuno, che non solo vi conosca, ma pure abbia una minima notizia del valor vostro, ad amarvi e riverirvi?

Baffa. Ben dico io: l’affezzione che mi portate vi fa uscire del dritto sentiero; nondimeno io m’allegro che tale opinione di me sia in voi, sì come poi mi doglio che l’opre non siano conformi alla credenza ed impressione che di me avete.

Raverta. Non dubito punto in ciò d’ingannarmi. E, come già furono descritte le donne di Lacedemonia per dottrina egregie, cosi si potrebbono celebrare le viniziane per famosissime, se molte ce ne fussero simili a voi. Ma duoimi d’avere turbato la quiete vostra, ché, per quanto io veggio, voi ragionavate con qualche bello ed utile libro.

Baffa. Turbato voi non m’avete, perché m’è più caro il vedere e ragionare con esso voi, che quanti libri io potessi e leggere ed udire; conciosiaché da voi sempre io posso imparare alcuna cosa, il che d’ogni tempo nei libri non m’incontra: i [p. 4 modifica] quali, come ch’io legga ed intenda (ché, s’altramente fosse, sarebbe uno sprezzargli), nondimeno molte volte mi restano dei dubbi e degli argomenti ch’io soglio fare irresoluti, la qual cosa, ragionando co’ pari vostri, non mi può intra venire. E pure ora a questo termine io mi ritrovava, mentre io era tutta rivolta con l’animo a considerare la diffinizione data ad Amore da Leone ebreo, la quale molto mi piace per quel poco che con l’ingegno mio io posso discorrere. Ma, rivolgendo di molti libri, non m’è per anco venuto fatto di ritrovare una diffinizione d’Amore che serva in generale; onde a miglior tempo non potevate giungere, poiché da voi son certa di rimanere intieramente sodisfatta.

Raverta. Se dall’opre di quello ebreo che si divinamente n’ ha scritto, dai bellissimi dialoghi dello eccellentissimo Sperone e da quelle del dottissimo Piccoluomini, libri a voi famigliarissimi, voi non rimanete contenta, molto meno di me v’appagherete voi. Onde, signora Francesca, molto m’incresce non potervi servire.

Baffa. Egli è vero ch’io mi chiamo più che sodisfatta di quanto eglino ed altri n’hanno scritto; ma, perché aspetto oggi il Campesano, il quale, se tutte le promesse sono debiti, è mio debitore di raguagliarmi di molte cose d’intorno d’Amore ed in generale di diffinirmelo, desidero intendere alcuna cosa di momento in questa materia per potermi opporre alle sue ragioni, accioché di liggiero e senza contesa avere non passino le sue dimostrazioni.

Raverta. Ben potete fidarvi di lui, perch’egli non è per dirvi cosa, la quale non abbia da stare ad ogni paragone.

Baffa. È vero. Nondimeno, recando sempre alcuna cosa in contrario, talora si viene più facilmente a ritrovare la verità. E però, di grazia, non vi sia grave dirmi che diffinizione si potesse dare ad Amore che servisse in generale.

Raverta. Cosi dunque sproveduto m’assaltate, senza pur darmi un minimo termine? Ma, se cercate cosa per arguire ad alcuna delle sue ragioni e volendo apprendere da questo mio improviso ragionamento ciò che sarò per dirvi io, tutto passerà [p. 5 modifica] per buono senza contrasto. E però fia meglio o aspettare messer Alessandro, ch’io m’ingegnerò, benché voi siate sofficientissima a repugnare a qualunque dottissimo discorso ed a sostentarne la parte vostra, di non lasciar passare tutte le sue ragioni così senza contrasto; o che indugiamo tanto che alcuno altro nostro amico sovragiunga, il quale m’aiuti a dirvene.

Baffa. Sarà buono incominciare. Ma eccovi quanto la sorte ci si mostra favorevole. Vedete come più a tempo non poteva venire il nostro messer Lodovico; onde egli, benché non abbiate bisogno d’aiuto, potrà, dandovi agio di riposare talora, dirne la parte sua, confermando ed impugnando le vostre ragioni.

Domenichi. Che nuova allegrezza è questa della mia venuta?

Baffa. Sedete, ché lo saprete tosto.

Domenichi. Eccomivi obedientissimo, senza molto farmi pregare, ché, per mia fé, son lasso.

Baffa. Onde venite, che cosi séte affannato? Domenichi. Vengo da casa l’Aretino; nella quale concorre,

a rallegrarsi seco delle smisurate carezze che gli ha fatto l’imperadore, tutta la città.

Baffa. Ho inteso che Sua Maestà, oltra i doni, l’ha fatto cavalcar seco a man ritta di molte miglia, raccomandandolo alla signoria di Vinegia come la sua propria persona.

Domenichi. Così è.

Baffa. Che dicono i pedagoghi?

Domenichi. Confessano che non ne sarà mai più un altro.

Baffa. E non è ciancia. Ma, come che io vi veggia sempre volentieri, ora gratissimo m’è stato il giunger vostro; perché, avendomi ora il signor Ottaviano da raguagliarmi d’alcune cose, desiderava che alcuno suo amico sovragiungesse, non già per aiutarlo, ma per contender seco, accioché meglio mi rendesse instrutta di quanto egli è per dirmi.

Raverta. Non le credete così ogni cosa, perché io vo cercando persona che m’aiti; né miglior né più fedel compagno mi si poteva offerir di voi. [p. 6 modifica]

Domenichi. Se pure io son buono, senza cerimonie, spendetemi per quello ch’io vaglio. Ma lodato Iddio, ch’io sarò giunto a tempo per participar di sì grato ragionamento.

Raverta. La signora Francesca, per non perdere molto tempo in rivolgere i libri, ora voleva ch’io le diffinissi in generale ciò che sia Amore, secondo il parer mio. Non è così?

Baffa. Così è veramente. Ma so che non mi negarete anco alcuna cosa appresso, perché sarà necessario passare più innanzi.

Raverta. Ben m’aveggio che la cosa non si fermerà qui; pure vedrem che sarà. Ora io vi dirò: Amore, come diceste dianzi, diversamente da molti è stato diffinito, né per anco vi è stata alcuna diffinizione in generale, la quale a pieno abbia potuto a giudiciosi orecchi sodisfare. Né meno mi persuado io saperlavi mostrare, perché mi conosco non poco inferiore a tanti che così bene e dottamente ne hanno scritto. Nondimeno vedrò di avicinarmi più alla sua propria che sarà per me possibile. E perché ricercate, e bisogna che questa nostra diffinizione serva a tutte le spezie d’Amore, le quali per ora divideremo in due parti (cioè nelle cose superiori verso le inferiori, quale è l’amore di Dio verso noi; e nelle cose inferiori verso le superiori, quale è il nostro verso Iddio); non mi accosterò in tutto, né mi dilungherò da quelle che da’ più saggi gli sono assignate. Alcuni vogliono che Amore in generale sia desiderio: se questo affermaremo, non vi si contenerà lo amore che noi portiamo alle cose che possediamo, percioché desiderio è solamente delle cose che non si posseggono. Onde, se l’amore fosse sempre desiderio, restarebbe che fosse amore, prima che si avesse la cosa desiderata; e, avendola, se amore fosse desiderio, non sarebbe più amore. E però meglio parmi che, in luogo di questo «desiderio», v’abbiamo da porre «affetto volontario».

Domenichi. Con licenza, signora. Che differenza fate da « desiderio » a « volontario affetto »? Conciosiaché ogni nostro desiderio nasce dalla volontà ed ogni desiderio è affetto; di maniera che a me pare che siano una cosa istessa.

Raverta. Or ora dirovelo; per questo: perché, volendo definire Amore in generale (essendo quello così delle cose che si [p. 7 modifica] posseggono, come di quelle che non si hanno), «affetto» è voce la quale non solo, come sua propria spezie, il desiderio abbraccia, ma ogni altra passione comprende che nell’animo nostro possa cadere; onde il desiderio, essendo solo di quello che non si ha, e l’amore, delle cose ancora che si hanno, fu di necessitá trovare vocabolo piú generale che «desiderio» non era, che l’uno e l’altro propriamente contenesse, si di quello che si possiede come di quello che non si possiede. E però m’è paruta piú acconcia questa voce. Ne segue dalle parole vostre ancora che, nascendo desiderio dalla volontá, sia però il medesimo.

Domenichi. A ciò m’acqueto.

Raverta. Se vorremo per differenza aggiungergli: «di fruire con unione la cosa stimata bella», questo non potrá cadere in generale; perché «fruire con unione» non si conviene allo amor di Dio verso noi e le cose create, ché Iddio è sommo bello e ciò ch’è di bello da lui procede; onde in lui non può cadere desiderio di fruire alcuna cosa bella. Anzi si dee dire che in lui sia affetto volontario non di fruire, ma di partecipare della sua bellezza le cose da lui create. Perché, dicendo «fruire», quasi vi fa credere questa cosa stimata bella lontana da lui. Nondimeno tutta la bellezza delle cose create, come v’ho detto, procede ed è da lui causata, non altramente che i raggi e lo splendore proceda dal sole, il cui splendore alluma le cose create e scende sopra noi, nè punto si parte da esso sole; onde, senza punto privarsi di bellezza, egli ne partecipa di quella e noi siamo i partecipati. E però, se diremo, invece di «fruire con unione», «partecipare o esser fatti partecipi», questa differenza servirá piú in generale.

Domenichi. Io v’intendo. Ma, poiché meglio vi consona questo «partecipare o esser fatti partecipi» (l’uno dei quali riferisce a Dio, l’altro a noi), lasciandovi in fine «della cosa stimata bella» questo non servirebbe alla precedente diffinizione, perché ciò che si stima bello può essere e non può. Standovi questo dubbio ed avendo questa diffinizione da servire in generale, non sarebbe propria, perché restarebbe che Iddio non avesse perfetta cognizione e potesse stimar bello quel che non è bello. [p. 8 modifica]

Raverta. Buona ragione è la vostra. Onde eccovi che non la lasciaremo a questo modo. Ed accioché serva piú salda ed intiera conclusione, porremo inanzi quella voce «stimata», «conosciuta», la quale si riferirá a Dio, conoscitor di tutte le cose delle quali non si ha certa cognizione, ch’amando, benché non siano, stimiamo belle.

Baffa. Voi avete fatto una disputa e gli avete dato non so che diffinizione in generale, e ciò che vi concludiate per me anco non lo so.

Raverta. Troppo correte in fretta. L’abbiamo partita, ed ora l’uniremo e diremo in questo modo: Amore è uno affetto volontario di partecipare o di essere fatto partecipe della cosa conosciuta, stimata bella.

Baffa. Replicatemi brevemente le ragioni.

Raverta. Voi di soverchio m’affaticate, volendo ch’io vi ritorni a dire una cosa piú volte.

Baffa. Per cortesia vostra, ditela ancora una volta e non piú.

Raverta. Perché «affetto volontario» è generale, per essere così di quello che si possiede quanto che non si possiede. Di «partecipare o essere fatti partecipi», l’uno serve all’amor di Dio verso noi e l’altro all’amor nostro verso Iddio. «Della cosa conosciuta, stimata bella» serve medesimamente a Dio che conosce, ed a noi che stimiamo. Perché, dicendo solamente «conosciuta», resterebbe che in noi fosse anco quello conoscimento ch’è in Dio. Però, lasciandovi quella voce «stimata», meglio al nostro si conviene, perché n’è tolta la cognizione di molte cose, che, se ben non sono, amandole presumiamo e stimiamo che siano; il qual difetto non può cadere in Dio che perfettamente conosce se stesso bello, ancora accompagnato con le cose create mentre ne fa partecipi. Onde anco con questa sola voce «conosciuta» si renderebbe l’uomo quasi cosí perfetto come Iddio; e con quella sola «stimata» si leverebbe molto di perfezzione alla cognizion di lui.

Baffa. Ora si ch’io ho compreso il tutto, e con questa diffinizione assai m’avete sodisfatto. [p. 9 modifica]

Domenichi. Quell’altra diffinizione che vi si dá: che «Amore sia un circolo buono, dal buono nel buono perpetuamente rivolto», non vi piace ella?

Raverta. Piacemi, e tutte l’altre insieme; ma questa non è diffinizione, e piú tosto si dirá «descrizzione». E di questa tale descrizzione, parlando della beatitudine, se avremo agio di accennarne, alquanto ne ragioneremo.

Baffa. Poi che l’abbiamo diffinito o, per meglio dire, lo avete; seguite, di grazia, dimostrandomi le sue spezie e facendone le sue divisioni.

Raverta. Ben dissi io che la cosa non si fermarebbe qui; onde, a sodisfare alle vostre accorte dimande, converrá ch’io mi faccia piú che io; ma, poich’io ho incominciato, son disposto farmi riputar piú tosto ignorante che discortese verso voi, che meritate che non vi si nieghi cosa la quale a voi piaccia, conciosiaché non vi possono piacere cose se non utili, oneste e buone. Ora avete ciò che sia Amore; onde s’intende ch’egli è cosí delle cose che si posseggono come di quelle che non si hanno. E però lo divideremo dal piú al meno: cioè dalle cose superiori verso l’inferiori, e poi dalle inferiori alle superiori; e, cosí distinguendolo, troverem tutte le sorti d’Amore. Prima vi è quello dalle cose superiori verso l’inferiori, che contiene partecipazione: cioè quello di Dio verso noi, il quale s’infonde alle cose animate ed inanimate; lasciaremo le inanimate da parte. L’amor di Dio verso le animate si estende verso i razionali e gli irrazionali: razionali, cioè verso gli angeli, gli uomini e le donne; verso gli irrazionali, come sono gli animali brutti, del quale non diremo se non ne fará mistiero. Di quello verso i razionali, parlando del nostro verso Iddio, ne toccheremo qualche cosa. Queste sono le divisioni dello amore dalle cose superiori alle inferiori. Ècci l’altro amore, il quale è dalle cose inferiori verso le superiori, che contiene in sè affetto volontario di essere fatto partecipe: ed è il nostro. Il quale medesimamente si estende verso le cose animate ed inanimate, intendendosi de’ razionali ed irrazionali. Le razionali, corruttibili ed incorruttibili: incorruttibili, cioè Dio, angeli e tutte le altre [p. 10 modifica] cose celesti; corruttibili, verso gli uomini, sí di maschi verso i maschi come verso le femine, e sí delle donne verso le donne come verso gli uomini.

Baffa. Come «cosí di uomini verso uomini, e di donne verso le donne»?

Raverta. Che? Forse ve ne maravigliate? Può essere vero e perfettissimo, mentre abbia risguardo alle bellezze dell’animo, ed è lecito; sicome diventa illicito quando tende ad altro fine.

Baffa. Ora sí ch’arei caro che mi dimostraste quando è lecito e quando si fa illecito, ed a qual partito si debbono amare le perfette bellezze.

Domenichi. Lasciate, poich’egli ha fatto la distinzione, che prima ragioni dell’amor di Dio verso noi e del nostro verso le cose celesti; e poi vi dichiarerá questo verso le terrene e piú basse.

Baffa. Questo non lodo, perché, quando egli sará infiammato di quelle cose divine ed immortali, non degnerá poi di mirare a queste umane e mortali; di maniera che questo sarebbe uno edificio senza fondamenti.

Raverta. Non vi curate, signor Lodovico, ché, tutto ch’io potessi seguire l’ordine che voi dite, io voglio però contentarla, e che di queste divisioni facciamo una scala, per la quale, di grado in grado, pervegniamo da queste cose basse e terrene a quelle alte e celesti.

Domenichi. Come meglio vi pare, ché ben veggio io che avete in animo di mostrarci che per mezzo di questa contemplazion mortale si giunge a quella sempiterna.

Raverta. Sí, spero. Avete ben compreso questa divisione?

Baffa. Non so che piú chiara; io, per me, finora v’ho benissimo inteso.

Raverta. E ciò molto m’aggrada. Lasciaremo da canto le cose inanimate, nè di quelle parleremo se non quanto ne occorrerá in qualche parte a toccarne: cosí anco le irrazionali; e parleremo delle animate razionali. Ed ora vi dirò esserci l’amor dell’uomo verso l’uomo, e medesimamente quello della donna verso la donna, il quale è desiderio di unirsi con la cosa stimata [p. 11 modifica] buona, e questo sarebbe l’animo dell’amata. E però, l’uomo essendo umano nè potendo congiungere perfettamente l’animo suo con quello dell’amato, da questa impossibilitá nascono i sospiri, le lagrime e ’l languir degli amanti; ed avendo ad essere lecito, deve contenere in sè onestá; e quello dell’uomo verso la donna e cosí anco della donna verso l’uomo medesimamente può esser buono e cattivo, e questo è diffinito: «desiderio di fruir la bellezza.» A conoscere quando sia lecito o illecito, è necessario sapere qual sia la vera bellezza, perché, di quella maniera che la bellezza è amata, tale è lo amore.

Baffa. Dichiaratemi che cosa sia «bellezza» e quale sia la perfetta, acciò, avendone cognizione, io sappia perfettamente amare.

Raverta. La bellezza è un dono dato da Dio, ed uno splendor del sommo bene; cioè una certa grazia, la quale, per la ragion conoscitiva che ne ha la mente o per la persuasione che ne prendono i due sensi spirituali, l’occhio e l’orecchia, diletta e trae a sè l’anima.

Baffa. Di quante sorti vi è bellezza?

Raverta. Vogliono che sia di tre.

Baffa. E quali sono?

Raverta. La bellezza degli animi, che con la mente si conosce; quella dei corpi, ch’è proporzione de’ lineamenti e con gli occhi si comprende, la quale, per esser vana ed ombra piú tosto di bellezza, poco o nulla da me sará ricordata...

Baffa. Anzi vi prego a dirmene alcuna cosa, ed arei caro che, per esser la men buona e la piú dal vulgo apprezzata, che fosse la prima.

Raverta. Non mi date questa impresa, perché male vi saprei dimostrare che si convenga a formare un bel corpo. Altri di questa ne hanno scritto abastanza: leggete i ritratti del Dressino [Trissino], che vedrete quali proporzioni vi si richiedono. Chè io non voglio starvi a diffinire la cagione perché quegli uomini, e cosí donne, di picciola statura, quantunque siano ben formati, si chiamino piú tosto «formosi» che «belli»; e in che consista la corporale bellezza, essendo questo ufficio di pittore. Io vi dirò solo di quante sorti vi sia bellezza. [p. 12 modifica]

Baffa. Dite ciò che vi piace.

Raverta. M’avete fatto scordare quello che io avea incominciato.

Domenichi. Dicevate di quante sorti sia: quella degli animi, quella dei corpi, e volevate dir l’altra.

Raverta. E quella delle voci: cioè l’armonia di suoni, di versi e di prose, delle quali le orecchie godono.

Baffa. Dunque, consistendo la bellezza in queste tre parti, la mente, gli occhi e l’orecchie, sarebbono quelle per mezzo delle quali si goderebbe di quella, e gli altri membri non sarebbono necessari in Amore.

Raverta. Sì, ché con questi si gode la perfetta bellezza; onde gli altri atti, che si estendono piú oltra, appartengono piú tosto ad una spezie di rabbia e di furore che di altro. Perché molto contrario è il perfetto amore alla libidine. E colui che in amore non si contenta di queste due perfezzioni per goder la bellezza, non appetisce il vero, anzi di rabbia è piú tosto infiammato. Né il perfetto amore si estende alla congiunzione di membri, perché allora la bellezza resta macchiata. E di qui viene che i piú savi additano una bella vergine per il proprio bello.

Baffa. Qual è la propria bellezza?

Raverta. La propria bellezza è quella per la quale tutte le cose sono decorate e per la quale tutte le cose sono o appaiono belle, e tutte le cose utili saranno belle.

Domenichi. Se cosí fosse, il cibo è pur necessario ed utile: nondimeno non si dirá mai «bello». E molte altre cose.

Raverta. Noi parliamo ora dei sensi delle cose animate, e diremo gli occhi esser «begli» non solamente per quella forma o proporzione che mostrano di fuori, ma per la potenzia che hanno di farne vedere; e chiamaremo tutto il corpo «bello», non per altro che per gli atti i quali, mediante quello, essercitiamo.

Domenichi. Dunque, contemplando la proporzione di essi membri in quanto all’essere ben formati, ed a quei lineamenti che ad altro non servono che ad allettar gli animi nostri a quella bella figura, non si potrá dir «bellezza». [p. 13 modifica]

Raverta. Egli è vero; ma diversamente si può contemplare. E figurando un bel corpo e ben formato in quanto a quelle proporzioni estrinseche, nè cogli occhi dell’intelletto passando piú oltre, amando quella parte apparente, non si dirá mai che desideriamo veramente godere la perfetta bellezza, anzi accecati ameremo un’ombra di bellezza, che cosí può dirsi al corpo. E che sia il vero: sicome la vera bellezza si dice splendore del divin volto, la quale descende chiara nel mondo, piú chiara nell’animo e chiarissima nella mente dell’angelo, essendo piú perfetto l’angelo, si vede che piú ne partecipa egli, meno l’anima e molto meno questo corpo, il quale è indumento di detta anima, e cosí questa proporzione di membri esteriori viene ad essere quella bellezza minore e meno apprezzata.

Baffa. Quali s’intendono le maggiori?

Raverta. Le maggiori bellezze consistono nelle parti dell’anima che vengono ad essere piú elevate dal corpo, le quali sono: imaginazione, ragione ed intelletto. Dalla imaginazione nascono gli alti pensieri, le imaginazioni diverse e le invenzioni. Dalla ragione separata dalla materia s’apprendono i begli studi, gli abiti virtuosi, le scienze e tutte queste altre simili cose. Ma nell’intelletto sono le veritá delle dette cose, ma piú astratte dalle loro materie, ed è a sembianza dell’intelletto divino.

Domenichi. Queste verrebbono ad essere bellezze semplici ed incorporee: onde il vulgo non chiamerá mai una cosa, che sia incomposita, bella. E però di qui viene che dicono «belli corpi» per essere misti. Sí che bisognerebbe che questa bellezza servisse ad ogniuno.

Raverta. Chiamano pur troppo «bellezza» anco le cose incorporee, ma non le conoscono, e questo nasce dalla inconsiderazione. Perché diranno «grande animo», «buon discorso», «bello ingegno», sí come farebbono «bel corpo», e nondimeno sono incorporei ed incompositi. Ma tutto procede dal poco vedere, imperoché questi tali non contemplano le bellezze con altro che con gli occhi corporei. Ma chi vuol conoscere la perfezzione, bisogna che con gli occhi incorporei figuri le cose, e cosí verrá alla perfetta cognizione. [p. 14 modifica]

Domenichi. A questo modo la bellezza corporea è ombra della contemplativa e spirituale.

Raverta. Sí veramente.

Baffa. Dunque questi occhi esteriori e l’orecchie poco giovano. Perché, se cosí è, che le bellezze interiori ed incorporee siano le vere, nè questi potendole apprendere, vi sono per niente; e meglio fòra se non ci fossero, perché vanamente non si mirarebbe.

Raverta. Anzi sono necessarissimi, imperoché per mezzo di questi si perviene alla contemplazione, onde intrinsecamente poi si considera alla perfezzione; e l’anima, come giudice, viene a conoscere la vera bellezza. E molti sono che hanno acuto vedere e buono udire; nondimeno vedranno delle bellezze, che non conosceranno, e cosí udiranno delle cose utili, nè perciò punto pasceranno l’orecchie di quella soave dilettazione, se l’anima non sará quella che apprenda la vera cognizione. E l’anima alle volte e bene spesso piglierá piú facilmente in sè una cosa che l’altra, secondo che sará piú appropriata ed a quelle piú inclinata.

Baffa. In conclusione, a quel ch’io veggio, la vera beltá voi chiamate la interiore, punto non apprezzando il corpo. Ma, se cosí fosse, ardirei dire che Iddio avesse fatto delle cose che non sono necessarie e che son vane, essendo di nessuno momento.

Raverta. Oh, in quanto grande error sète a imaginarvi non che a dir ciò! Ma, sí come vi ho detto che gli occhi corporali sono necessari accioché veggiamo le cose composite e corporali, cosí è necessario il corpo. Percioché da questa bellezza frale, che si dice «ombra», si passa alla vera e perfetta luce, come piú a pieno a miglior luogo vi dirò. Ma non bisogna fermarsi in questa apparenza e stimare essere quello che in vero non è, perché l’uomo in ciò chiaramente s’inganna. E Dio non ha fatto cosa che non sia necessaria e buona. Leggete, se ben mi ricorda, il Petrarca in quella canzone. «Lasso me, ch’io non so in qual parte pieghi», lá dove dice:


          Tutte le cose, di che ’l mondo è adorno,
          uscir buone di man del Mastro eterno:
          ma me, che cosí adentro non discerno,

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          abbaglia il bel che mi si mostra intorno;
          e s’al vero splendor giamai ritorno
          l’occhio non può star fermo;
          cosí l’ha fatto infermo
          pur la sua propria colpa


Sí che vedete che Iddio ha fatto il tutto necessario e buono. Ma infin egli medesimo confessa che si era perduto in questa beltá terrena. Né in altro mai biasimarci il suo amore, che nell’aversi tanto fermato in questa bassa, che non levasse mai gli occhi dell’intelletto a quella celeste. Perché nel vero il suo amore fu onesto, ch’egli si contentò di vedere, di ragionare e di pascere la mente del corpo, dell’armonia e delle bellezze dell’animo di madonna Laura.

Baffa. Ditemi: quale è la beltá, la quale, tosto che noi cominciamo a porre amore ad una cosa, sí come mortali, amiamo; onde poi da quella, di grado in grado, pervegniamo alla celeste?

Domenichi. Lasciate, di grazia, ch’egli segua.

Raverta. Iddio è il sommo bello ed il tutto; onde conviene ch’egli, come creatore di niente di tutte le cose, sia quello che, avendoci dato l’essere, ne dia anco il dono della bellezza. E perch’egli è l’istesso buono o, vogliamo dir, bello, è di necessitá che, spirando tutta la bellezza, le cose che gli sono piú vicine piú ne partecipino. Come sarebbe la natura angelica, i corpi celesti, secondo i gradi loro maggiori o minori, e poi le parti delle anime nostre, ed appresso i corpi. E però l’angelo è quello ch’è il piú bello e riceve in sè la maggior bellezza; piú inferiore all’angelo sta l’anima, la quale medesimamente riceve bellezza; e dietro quella viene nel corpo.

Baffa. Tanto che il corpo è l’ultimo, e deve esser quello che meno viene a partecipar d’essa.

Raverta. Cosí è. Però, volendo conoscere la vera bellezza, è necessario di mano in mano considerarla. Prima vi s’appresenta il corpo, poi l’anima perfetta, e poi l’angelo piú perfetto; indi Iddio, causa, origine e fonte del tutto, perfettissimo. I primi che siano causa di mettere considerazione a questa [p. 16 modifica] bellezza sono gli occhi, ai quali, per l’acuta visione ch’è in loro, prima si rappresenta la forma delle cose corporee; ed incontanente l’orecchie sono le seconde, che incominciano a porvi speranza, tosto che odono l’armonia, la quale subito passa piú entro. Imperoché l’udito è vie piú spirituale, di maniera che gli occhi e l’orecchie vengono a goder mirabilmente. A queste due parti la mente s’aggiunge, la quale incomincia meglio a por considerazione alle bellezze dell’anima; e, per fare un fermo vincolo, sí come gli occhi e l’orecchie si sono infiammati di cognizione, così, avendo l’uomo la mente unita con questi, incomincia a considerar l’anima; e, trovandosi in parte sodisfatto nel cominciare a desiderar con gli occhi, con l’orecchie e con la mente propria, forma altri occhi ed altre orecchie nella istessa mente.

Baffa. Come volete che in noi siano altri occhi ed altre orecchie che queste visibili?

Raverta. E perché no? Subito gli occhi e le orecchie divengono invisibili, e si fanno a guisa della mente, allontanandosi in tutto dal corpo, congiungendosi all’anima intellettuale; e cosí incominciano ad amar le bellezze dell’anima, e da quella vanno ascendendo con l’anima, la quale diventa spirituale, a quella degli angeli, come piú perfetta bellezza; tanto che con la mente, la quale è congiunta con l’anima spirituale ed in sè contiene vedere ed udire incomprensibile, considera e desidera di unirsi al datore di tutte queste bellezze.

Baffa. Volendo noi conoscere la perfetta beltá, mentre siamo in questo mondo, e di quella godere, quale abbiamo da tenere che sia?

Raverta. Quella che con gli occhi, con l’orecchie e con la mente si riceve.

Domenichi. Tutte le vere bellezze si godono in questo modo?

Raverta. Ben dite «le vere bellezze»; ma avertite che diversamente si gode, e bisogna aver la vera cognizione: perché l’uomo che non l’ha, vedendo un bel corpo fatto con quei lineamenti vaghi ed a proporzione, subito giudica quella cosa bellissima, nè piú oltre trascorrendo con l’intelletto, se l’anima [p. 17 modifica] sia parimente bella, subito s’infiamma di possederlo; e questa non può essere cognizione di vera bellezza.

Domenichi. Per Dio, rade volte falla questo ordine: che un bel corpo e ben formato, per lo piú, non abbia anco bella anima.

Raverta. Anzi bene spesso. Ma lasciamo andare. La vera bellezza è rinchiusa in noi, e quello ch’ad ogniuno proprio di fuori appare, è ombra di prigione di bello. Percioché l’anima è la cosa bellissima ed è rinchiusa in noi, né si può vedere, eccetto che invisibilmente e con l’intelletto. Laonde è necessario, affisando gli occhi corporei in questa ombra, ché cosí diremo al corpo, o, per meglio essere intesi, prigione di bellezza (la quale non deve da per sé essere apprezzata, ma solamente stimata come imagine della divina), tosto piú entro con l’udito, ch’è piú spirituale, penetrare, ed incontanente alzar la mente, che a pieno meglio per entro discorre, ed a questo modo formare una armonia, la quale non è altro che concordanza; e cosí per mezzo dello esteriore considerare l’interiore.

Baffa. Non sarebbe dunque meglio, nel primo impeto, senza altramente curare il corpo, considerare le bellezze dell’anima?

Raverta. Signora no. Perché come volete amare una cosa che non abbia essere e non sappiate ciò ch’ella si sia? Ch’è di necessitá che in sé contenga qualche forma. Né ciò potrebbe essere altramente, essendo necessario che prima dalle cose visibili e corporee si faccia imaginazione delle invisibili ed incorporee. E perché meglio m’intendiate, vi dirò uno essempio. Il pittore, se naturalmente vuol formare una imagine a sembianza d’un’altra, se non ha la vera e viva forma dinanzi che gli rappresenti quella ch’egli vuole, potrebbe farla cosí simile? Certo no. Ma da quella visiva forma quella che ha in mente. Ma che piú? Gli astanti, che contemplaranno quella imagine, nel primo incontro non la raffigureranno per una pittura? Certo sí. Nondimeno con gli occhi dell’intelletto, invisibilmente, subito, formeranno nell’anime loro la vera e perfetta idea, a simiglianza della quale quella è stata formata. Sí che da quello oggetto visibile passano al contemplativo, e da quella colorita imagine considereranno quale si sia la viva. Onde, stando in tale imaginazione, Trattati d’Amore del Cinquecento. [p. 18 modifica] ameranno piú la vera, la quale tosto che vedranno, se sará simile a quella formata a sua similitudine, molto loderanno quel ritratto, ma piú il vero. Se anco troveranno quella imagine non esser conforme alla sua idea, ma che la viva sia piú difforme, poco uno e meno l’altro cureranno.

Domenichi. E chi è che piú non ami la luce che l’ombra sua?

Baffa. E che volete dir per questo?

Raverta. Voglio inferire che, se l’occhio visibile figurerá un bel corpo, passando con quello dell’intelletto alla sua idea, che è l’anima, non la ritrovando o conforme o piú bella del corpo, che poco la deve prezzare, per essere quella, che dovria trovarsi perfettissima, piú imperfetta dell’imperfetto.

Baffa. Vorrei sapere a qual modo volete che si faccia per avere la vera cognizione?

Raverta. Giá ve l’ho detto e tuttavia ve lo dimostro; ma io temo non vi sia forse in piacere farmi ragionare piú d’una volta d’una cosa. Prima per gli occhi corporei e visibili, poi per l’orecchie, che sono piú vicine all’intelletto, e poi per la mente, la quale in sé contiene la contemplazion dell’anima con la memoria, si forma un’armonia e una concordanza, per la quale si conosce che cosí dentro è perfetta come di fuori s’è rappresentata. Ed in tale considerazione perfettamente si fermano gli occhi, le orecchie e la mente.

Baffa. A quel ch’io veggio, nel principio di tal contemplazione s’incomincia anco accendersi d’amore. Perché di ragione incominciando investigare e conoscer questa tal bellezza e cibando gli occhi di simile prospettiva, le orecchie d’una perfetta armonia e la mente del piú intrinseco, tutti insieme congiunti debbono essere le prime guide in amore.

Raverta. Rettamente avete giudicato. Né solamente ora, s’incomincia di amare, ma si ama. Perché, conoscendo ogniuno una cosa buona e bella, l’ama. E però, poich’io veggio che assai avete a grado godere di tale cognizione d’amore, d’intorno a questo vi dirò alcuna cosa, della quale, non passando oltra il vedere, l’udire e il considerare, si fruisce di perfetta specie di dilettazione, perché lo amore nasce dalle cose che sono amabili. Ed [p. 19 modifica] essendo in noi tre qualitá d’amore, cioè amore bestiale, umano e divino, il bestiale si deve intendere: quello affetto eccessivo delle cose corporee disgiunte dalla onestá e rette senza ragione. E si può intendere ed applicare a tutte quelle che mancano di modestia e temperamento dell’intelletto dell’uomo. Umano s’intende quello ch’è circa le virtú morali, il quale partecipa di vera cognizione con alcun diletto ed in sé contiene la materia corporea e la forma dell’intelletto con onestá. Chiamasi «umano», per essere l’uomo composto di materia e ragione; ed è proprio quello che s’apprende con gli occhi, con l’orecchie e con la mente: il quale veramente si può chiamare lecito, e col mezzo di lui nasce poi in noi lo amor divino, ch’è la contemplazione della sapienza di Dio e delle eterne cognizioni. Il quale in tutto si parte da ogni materia corporea, e resta anch’egli piú lecito, piú onesto e tutto santo. Perché l’anima è fatta allora tutta spiritale, onde, dimorando in simile contemplazione, si fa partecipe della divina bellezza.

Baffa. A questo partito, bisogna pure fermarsi prima in questo amore che chiamate bestiale, volendo poi giungere a quello divino.

Domenichi. Non è cosi: udite che punto non è bisogno fermarvisi, e poco ancora in quello umano; perché, come dice il signor Ottaviano, quello è tutto disonesto e tende solamente all’amor ferino, il quale è libidinoso e in sé contiene tutti quegli affetti carnali che sono noti anco agli animali senza ragione, e quegli sensi, che spiritali non sono, in noi partoriscono. Ma nella prima contemplazione, che in noi nasce dalla cosa amabile, gli occhi sono le prime guide; i quali, se solamente si fermano in quel corpo, senza cercare per mezzo delle orecchie e della mente di passare piú inanzi, subito infettano gli altri sentimenti di sensualitá carnale: e questo tende all’amor bestiale. Perché, quando l’anima s’inchina e si ferma oltra misura nelle cose materiali e s’involge in quelle, perde in tutto la ragione e la luce intellettuale. Imperoché, non solo perde la copulazion divina e la contemplazion dell’intelletto, ma ancora la vita sua attiva diventa senza ragione. E però, fermandosi nella [p. 20 modifica] contemplazion corporale, lascia la vera strada, per la qual può salire alle cose celesti; e di piú, amando il corpo solamente, meno ama l’uomo, perché l’anima è l’uomo, ed in quella consiste la vera bellezza. Ed il corpo è la sua prigione ed il suo sepolcro, onde chi ama quello ama un’ombra. E questi tali si ponno assomigliare, come diceva Eraclito (come che la parola sia poco onesta), all’asino, ch’ama piú lo strame che l’oro. E però nell’intrinseco consiste la vera nostra bellezza, come dimostra Socrate nella sua orazione ridotta dal nostro Betussi in questi versi:

               O Pan amico con ogni altro dio,
          che in questo loco bel fate soggiorno,
          datemi tanto don, vi prego, ch’io
          tutto sia fatto bel dentro e d’intorno;
          in guisa tal, che l’estrinseco mio
          da l’interno di me non prenda scorno;
          ch’io stimi ricco il savio, e abbia tanto oro,
          quanto sia d’uom modesto ampio tesoro.

Così pregava il saggio filosofo. E chi sará quello che piú non lodi il prudente Ulisse che ’l formoso Nireo? Certo nessuno che voglia con gli occhi dell’intelletto discorrere quali siano le vere bellezze da essere apprezzate.

Baffa. Di tale maniera quasi, anco in una sua canzone, cosí dalle bellezze dell’animo come da quelle del corpo meritamente comenda il signor Vicino Orsino.

Domenichi. Lo so; e, benché altramente io non abbia per vista contezza di Sua Signoria, credo che molto piú sia il vero di ciò ch’egli ha scritto.

Raverta. Com’esser può ch’io non l’abbia mai veduta né udita? Però, di grazia, chi di voi n’ha copia o me la lasci vedere o degnisi recitarla.

Baffa. Ditela voi, Domenichi.

Domenichi. Purché io l’abbia a memoria.

Raverta. Oh, pensateci, ché ben vi tornerá a mente.

Domenichi.

               Vorrei, signor, col piú degno pensiero,
          col piú nobil desio, ch’abbia uman core,

[p. 21 modifica]

          chiuso ne la mia mente inferma e vile,
          a queste carte dar gloria ed onore,
          scrivendo i pregi onde voi sète altiero,
          tutto ch’a par di voi sia lo mio stile
          basso, rozzo ed umile.
          Ma non so incominciar, non sono ardito
          con cosí debil legno entrar ne l’onde,
          troppo larghe e profonde,
          dei vostri onori, abbandonando il lito:
          scorgimi, Febo, e voi, sante sorelle,
          mostratemi a cantar cose sì belle.
               Ben può il gran Tebro a le sue lodi antiche,
          a le vittorie, a le palme, ai trofei,
          ond’egli è degno d’immortal memoria,
          benché sia padre a molti semidei
          ed abbia al nome suo le stelle amiche,
          propor novella ed onorata gloria,
          materia ad ogni istoria,
          che nato sia d’intorno le sue rive
          il piú bel germe e la piú nobil pianta,
          di cui ogni lingua canta,
          ogni intelletto pensa, ogni man scrive.
          Quel, di ch’io parlo, è ’l caro signor mio,
          vero amico degli uomini e di Dio.
               Roma, s’avesti mai figlio onorato
          fra tanti di cui vive il grido ancora
          e vivrá mentre il ciel girerá intorno,
          questo uno è ’l mio Vicin, quel che t’onora,
          che ti promette il tuo primiero stato;
          questo anco ti torrá vergogna e scorno,
          e ogni tuo colle adorno
          fará, come mai fu, di verdi allori;
          per costui gli occhi tuoi dai gravi lutti
          tosto saranno asciutti,
          veggendol cinto il crin di mille onori;
          e fia la tua ben lieta e dolce sorte,
          giovin tornando, omai vicina a morte.
               Deh, perché quanto è in voi, signor invitto,
          raccolto da larghissimo pianeta,
          per gradir gl’infiniti merti vostri

[p. 22 modifica]

          e far Italia in buona parte lieta,
          non è a lo stuol dei vostri pari ascritto?
          Voi patria e sangue avete, onde si mostri
          dai piú lodati inchiostri,
          che séte per entrambi a pruova chiaro.
          Del vostro ingegno e del bel vostro volto
          giá fu l’essempio tolto
          dal cielo, a voi non giá, ma a molti avaro.
          Perché si può di voi dir con effetto,
          che dentro e fuori il bello ha in voi ricetto.
               Del vostro ingegno angelico e celeste,
          de la bell’alma e del pensiero ardente
          di purissimo foco ed immortale
          fa chiarissima fede ad ogni gente
          la bellezza che in don dal cielo aveste,
          non, come in molti, in voi poca e mortale,
          ma immensa e fatale.
          Questa, negli occhi e in tutto il viso vostro
          fatto avendosi seggio eterno e solo,
          tempra ogni affanno e duolo
          che potesse ingombrar l’animo vostro,
          e voi rende sí caro a tutto il mondo,
          ch’altro piú bel non ha né piú giocondo.
               Canzon lieta e gioiosa,
          non men ch’ardita e temeraria in vista,
          poiché ti vedi in abito mendico,
          meco ti resta, dico;
          ché troppo ardir poca mercede acquista.
          E, s’al nostro signor tu pure arrivi,
          di’ che di sua beltá né d’altro vivi.


Raverta. Bellissima è stata veramente e degna d’esser lodata da ogni gentilissimo spirito, se non per altro, almeno per cosí degno ed onorato subietto, a cui furono scarse le lode.

Baffa. Purché le bellezze del signor Vicino non ci abbiano fatto scordare l’amor nostro o, per meglio dire, il modo che mi mostravate d’amare.

Raverta. Non sará giá; ché ben mi ricordo di che dianzi, ripigliando il mio parlare, diceva egli. [p. 23 modifica]

Domenichi. Poiché sono uscito di camino, ritornatemi voi, ch’avete buona memoria, sulla strada, ch’io sono oggimai lasso di tanto ragionare.

Raverta. Così sia. Dicevate pur dianzi, se ben mi ricorda, che, cercandosi d’amare perfettamente ed essendo gli occhi, l’orecchie e la mente ministri d’Amore, che non bisogna fermar quegli nella contemplazion corporale, perché si viene a perdere la vera strada di salire al cielo.

Baffa. Non passate piú inanzi, ché ora mi torna il tutto a memoria.

Raverta. E però, ritornando al primo ragionamento, vi dico: che per niente in alcuno di questi amori non bisogna far dimora, ché di leggiero la ragione può cedere all’appetito, ma di mano in mano salire, finché si giunga a quel principio e fine delle cose piú eterne.

Baffa. Ora sí che ho incominciato a capire ciò che giá diceva messer Lodovico per le vostre parole. E sarebbe come dire: che, se l’uomo, giunto in mezzo un torrente, non cerca di passare all’altra riva, fermandosi molto in quel fondo cupo e pericoloso, facilmente potrebbe essere menato all’ingiú dall’impeto dell’acqua, ma, di lungo via senza fermarsi passando, entra securo all’asciutto, di maniera che in tal modo passa dall’una all’altra desiata riva. Ma nondimeno, volendo da un termine giungere all’altro, non può fare che non passi per lo mezzo.

Raverta. Cotesta è ottima comparazione.

Baffa. A che fine s’accende l’uomo d’amore?

Raverta. Giudico che non per altro, eccetto che per farsi piú perfetto nell’unione dell’anima dell’amato. Percioché nel vero amore l’uomo si muove per cagion di bellezza, la quale se conoscesse tale in sé quale conosce o stima in altri, non si porrebbe a ciò. Ma, perché con la mente sceme una beltá piú perfetta in altri che non fa in sé, desidera di essere fatto partecipe di quella; onde subito s’inclina.

Domenichi. Se poi l’amante fosse piú perfetto che non è quello a cui pone amore, o nell’amato non fossero quelle parti perfette ch’egli giudica, non restarebbe questi ingannato? [p. 24 modifica]

Raverta. L’amante sempre presume che vi sia quello di che ricerca esser fatto partecipe, ancora che non vi fosse. Perché giá s’ha formato nella mente quella idea perfetta. E però abbiamo diffinito Amore in generale essere desiderio di partecipare o d’esser fatti partecipi della cosa conosciuta o stimata bella, e però giustamente quella voce «stimata» si deve applicare a noi.

Baffa. In questo modo l’amante sarebbe sempre imperfetto, e l’amato sempre perfettissimo.

Raverta. In che modo?

Baffa. Se l’amante desidera di godere della bellezza dell’amato per farsi perfetto, l’amante conviene essere con mancamento, e lo amato perfetto.

Raverta. Non dite che sia, perché può essere e non può; ma sempre l’amante presuppone la cosa amata perfettissima, benché non sia.

Baffa. È il medesimo.

Raverta. Ma dirovvi: le piú volte, e sempre quando l’amore è corrispondente, perché cosí convien che sia per essere perfetto, ogniuno dei due, dal suo lato, sono amanti e dall’altro amati; tanto che vengono ad essere amanti ed amati. Perché, se io sono amante, per altro non sono eccetto ch’io reputo lo amato perfetto; onde, congiungendomi seco, desidero esser fatto partecipe di quel buono e di quel bello che io stimo e giudico che sia in lui; ed allora io sono amante dal mio lato ed egli lo amato. Dal suo lato medesimamente egli, ch’è mio corrispondente, è di me amante ed io vengo ad esser lo amato. Onde, pascendo gli occhi, l’orecchie e la mente di quel buono e di quel bello che, se bene non è in me, giudica egli che sia, mi tiene per perfetto; ed è allora amante ed io l’amato, sí come, dal mio lato, egli è amato ed io amante.

Baffa. Ora io v’intendo. Ma ditemi: può essere solo uno amante in amore senza che sia amato?

Raverta. Facilmente, perché quella cognizion di bellezza che mi si rappresenta in altri la reputo in me imperfetta, onde subito mi nasce quello affetto volontario che nell’amata [p. 25 modifica] persona di liggieri non può essere. E questo in parte è amore sterile, perché nell’amante è quella voglia che all’amato non è nota; né potrebbe per aventura piacergli, se ben gli fosse manifesta, benché rare volte Amore a nullo amato amar perdona.

Baffa. Ho compreso quanto di ciò m’avete detto circa il dimostrarmi che cosa sia Amore e di quante sorti ve ne sia. Ma desidero sapere la sua origine ed intendere che misterio sotto di sé, brevemente però, comprende quel Poro e quella Penia che a lui si dá per padre e madre.

Raverta. Amore, signora mia, non ebbe mai origine, né convenevolmente se gli può applicar tal nome, peroché egli è eterno ed una istessa cosa con Iddio, diviso solo in potenza. E, volendo scoprire questo misterio, bisognerebbe darvi ad intendere ciò che fosse il Padre, il Figliuolo e lo Spirito santo. Peroché il Padre è l’eterno produttore di tutte le cose; il Figliuolo è quella sapienza e bellezza eterna, onde quanto è di bello, per cosí dire, è bellificato; e lo Spirito santo è quello amore che ambidue gli sudetti tien legati in eterna unione; dal parto de’ quali è nata ogni bellezza ed ogni amore qua giú. Misterio veramente altissimo e scoperto da Salomone nel Cantico de’ cantici tra l’amato sposo e l’amata sposa, del quale noi non faremo molte parole. Ma, venendo a Poro e Penia, vogliono che Poro significhi «influenza», o vogliono dire «abondanza», e Penia «povertá» o «mancamento», che cosí diremo. E però dicono questi due esser parenti e genitori d’Amore. Onde sempre l’amante desidera esser fatto partecipe di quello che gli manca, e conosce o crede abondare nell’amato. Onde, se l’amore è scambievole, essendo l’uno e l’altro, dal suo canto, amanti, ambidue desiderano essere partecipati.

Baffa. A che tende la vera partecipazione?

Raverta. Conviene tendere al buono, all’utile ed al dilettevole.

Domenichi. Per l’amante o per l’amato?

Raverta. Per l’uno e per l’altro, e, avendo ad essere perfetto, che contenga in sé tutte queste tre qualitá. [p. 26 modifica]

Domenichi. Se contenesse solamente l’utilitá per sé e per l’amato, sarebbe da biasimare o pure tenuto perfetto?

Raverta. Non sarebbe giá in tutto biasimevole, ma neanco perfetto; imperocliè bisogna che abbia in sé tutti questi tre fini che risguardano all’utile, al buono ed al dilettevole, communemente per l’uno e per l’altro.

Domenichi. Contenendo in sé l’utile solo, a qual partito è biasimevole ed a quale piú lodevole?

Raverta. Io vi dirò: contenendo in sé l’utilitá, s’è per sé solo, non risguardando molto al danno e manco al bene dell’amato, è biasimevole e non contiene in sé alcuna perfezzione, né può a pena chiamarsi Amore. Se riguarda anco all’utile dell’amico, ha pure alquanto in sé di buono e di onesto; e questo perché l’amore viene ad essere con un poco piú di riguardo, tanto ch’è migliore: ma, se a quello di ambidue piú resta unito, è anco piú lodevole.

Domenichi. Alla bontá.

Raverta. Se al buono medesimamente anco per sé solo risguarda, non essendo anco per lo amato, non può tenere in sé perfetta bontá o, vogliamo dire, onestá. Se al dilettevole, ch’è quello al quale tutti gli amori tendono, vera e falsa può essere questa dilettazione. Perché, se questo amore tende solamente a godere di questa bellezza per diletto, non risguardando né alla utilitá né alla onestá per sé né per lo amato, questo diletto è vano e può dirsi sterile, conciosiaché non partorisce frutto alcuno che contenga utilitá né bontá. E però la vera dilettazione che s’ha da trare in amore ed alla quale si deve bramare di giungere, prima conviene aver risguardo che sia utile per sé e per lo amato, e cosí onesta; ché poi si perviene al perfetto fine con infinito diletto. Altramente, non essendo locato Amore in questi tre termini, viene ad esser o dannoso o cattivo o noioso per l’uno o per l’altro. Perché, se io conosco questa cosa utile o buona per me e non per l’amico, come può tenere in sé perfetto diletto?

Baffa. Perché fate cosí comparazione dagli amanti agli amici? [p. 27 modifica]

Domenichi. Io vi prego, signora Francesca, per grazia, che lasciate rispondermi a quello che ora m’è sovenuto.

Baffa. Come vi piace.

Domenichi. Non dite che l’amore, ad esser perfetto, deve tendere al buono, all’utile ed al dilettevole?

Raverta. Così dico.

Domenichi. Ma perché, se ogni cosa buona contiene in sé utile e diletto, non basta dire: che abbia d’aver riguardo solamente al buono? Chè, essendo buono, converrebbe essere utile e dilettevole.

Raverta. Io vi dirò la cagione. È vero che il buono è utile e dilettevole, ma il dilettevole e l’utile non è sempre buono. E però, perché talora tende all’uno, talora all’altro ed alcuna volta all’altro, per questa diversitá se gli danno questi tre termini, denotando le differenze per le quali diversamente s’ama. Ma a voi che mi dimandaste, se ben mi ricorda, perché feci comparazione dagli amanti agli amici, dico: perché l’amicizia è uno amore invecchiato, il quale sempre ha risguardo all’utile, al buono ed al dilettevole dell’uno e dell’altro, né si può divenir amici eccetto che per mezzo d’Amore, essendone quella specie di vero e di perfetto, tanto ch’Amore viene ad essere principio, mezzo e fine di tutte le buone opere; e da quello la cognizione ch’abbiamo delle cose celesti si comprende, tutto che sia incomprensibile. Imperoché per mezzo delle considerazioni intellettuali vi si mette amore.

Domenichi. È verissimo, ché ben troppo di buono apporta seco lo amore quando è perfetto. E piglio esperienza alle volte da quello che in tutto non ha risguardo né all’utile né al buono né al vero diletto, come spessissime volte è cagione d’infiniti beni. Perché, quantunque l’amore del Petrarca, come egli medesimo in piú luoghi confessa, non contenesse in sé quella utilitá né bontá né diletto che se gli conveniva, né egli alzasse l’anima intellettuale e spirituale a quella vera bellezza alla quale, per mezzo di quelle di madonna Laura, poteva, ma per lo piú avesse risguardo non solamente a quelle dell’animo suo ma anco alle corporee e caduche; se in altro conto non portò seco né utilitá [p. 28 modifica] né bontá né diletto; almeno fu cagione d’alzare l’intelletto suo, lá dove per sé non fora alzato mai: di maniera che vivono piú celebrati e piú chiari che mai. Perché


          Questa fe’ dolce ragionar Catullo
          di Lesbia, e di Corinna il sulmonese,



dice il divinissimo Bembo. Onde Amore è quello che tien desti i sonnacchiosi animi nostri, e leva le menti a cose degne. Cosí non si fermassero mai le menti nostre piú del convenevole in queste cose terrene. Ma seguite pure il vostro ragionamento.

Raverta. Dicovi che, se l’uomo conosce utile per sé e non per l’amico, come può contenere in sé perfetta bontá, né diletto comune? Onde è necessario che in sé lo amore s’estenda a queste tre cose.

Domenichi. Voi dite che Amore può tendere non solamente all’utile per sé, ma per altri.

Raverta. Sí dico, e deve.

Domenichi. Dunque Amore non sarebbe affetto volontario, in quanto a noi, di essere fatti partecipi, ma converrebbe anco essere di partecipare. Perché, tenendo all’utile suo, vengo a partecipare lui, e, tenendo al mio, allora desidero essere partecipato. Onde la partecipazion sola avete attribuito a Dio che partecipa noi.

Raverta. Ben dite e sofficientemente arguite. Ma io vi dico che in noi può essere che facciamo altri partecipi, e che anco noi siamo fatti partecipi. Perché, ad essere Amor perfetto, bisogna che sia corrispondente, e cosí essendo, come parmi avervi detto, si è amato ed amante, onde si partecipa e si viene ad essere fatto partecipe; ch’è una ragione. E poi, come che il proprio ed ultimo fine d’ogni agente sia per sua perfezzione, per sua utilitá e per suo diletto, nondimeno tutto il bene, che vuole lo amante per il suo amico o per lo amato, non è per il piacere ch’egli in quello riceve solamente, ma ancora perché viene a godere di quello medesimo di che partecipa lo amante e lo amico, conciosiaché sia amante ed amato ed un altro istesso. Onde tutte le felicitá sono cosí proprie dell’uno come dell’altro. [p. 29 modifica] E ben sapete che l’amante nell’amato si trasforma. Onde dirovvi che il bene dell’amato è piú proprio suo che il suo, sì che, desiderando l’utile, il buono e ’l diletto dell’amico, il suo proprio appetisce, ché il tutto è comune, essendo, come si presuppone che sia ad esser vero, l’amore reciproco, onde due che s’amano non sono piú due.

Baffa. Quanti dunque sono? Chè pure ho amato anch’io, e son pure stata quella medesima, e quello ch’io amava non era giá congiunto meco, anzi sempre siamo stati due, ed amava persuadendomi anch’io d’essere amata e so che cosí era.

Raverta. Anzi eravate uno istesso, o quattro.

Baffa. Tanto meglio, ché pure vorrei intendere come io sia stato due, ed egli due.

Raverta. So che fate per tentarmi, e non perché meglio di me non sappiate quel che vi voglio dire.

Baffa. Non lo so giá io.

Raverta. Se avete amato, essendo quella rara donna che séte e di cosí maturo e perfetto gíudicio, punto non dubito che non abbiate perfettamente amato, onde ogniuno, che sia pur un poco intendente, sa molto bene come si diventa uno e quattro.

Baffa. Di uno comprendo quasi quello che vi volete dire, e considero ciò che contiene in sé quel detto; ma non passiamo piú oltra. Voi credo che vogliate inferire Ch’Amore unisce tutti due gli amanti e gli fa uno, perché, essendo lo amore vicendevole, sono di un volere istesso; ma come quattro?

Domenichi. Accioché a questa differenza piú tosto si dia fine, e d’alcuna altra particolaritá si ragioni che ad amor si convenga, ve lo dirò io. Se ogniun di loro si trasforma nell’altro, ciascuno diventa due, cioè amato ed amante; ed essendo ognuno amante ed amato, sono quattro, cioè ciascuno amante ed amato.

Baffa. Ora sí che ho compreso l’intenzion vostra.

Raverta. Ma dirò anco che in amore l’uomo diventa continente, temperato, incontinente ed intemperato, secondo che l’anima meglio o peggio s’è fermata nel perfetto amore.

Baffa. A qual partito? [p. 30 modifica]

Raverta. A questo: che se l’anima declina allo amore intellettuale, se la declinazione è poca, ma non però si poca che non si regga coll’intelletto, benché in lei sia qualche particella di sensualitá, l’uomo può chiamarsi continente. Se poi declina piú all’intellettuale amore, e non vi resta lo stimolo del sensuale, l’uomo diventa temperato. Ma se piú s’inclina del dovere all’amor corporale, ancora che nell’uomo rimanga qualche scintilla dell’intellettuale, declinando però piú al sensuale, si chiama incontinente. E poi, accostandosi molto piú alla sensualitá, di modo che l’intelletto non vi abbia loco né gli possa resistere, diviene intemperato. E questo è per le ragioni delle mutazioni dell’animo, cioè nella contemplazione della bellezza intellettuale e della corporea. Però nell’uomo si trovano due diversi amori, sí come si trovano due diverse bellezze intellettuali e corporali. Onde considerate: quanto è piú eccellente e degna la bellezza intellettuale della corporale, tanto piú degno è lo amore spirituale del corporale. E però vengono ad essere due amori, due bellezze e due Veneri.

Baffa. Quali sono queste Veneri?

Raverta. Una celeste e l’altra volgare: la celeste s’intende nata nel cielo, senza altra madre; l’altra è quella favolosa di Giove. Per la celeste s’intende quel desiderio e quello amore intellettuale e perfetto, che può rendere l’anima astratta da tutte le altre cose alla contemplazione spirituale. Per l’altra s’intende quel libidinoso e biasimevole appetito, che ad altro non tende, eccetto che a godere quella ombra di bellezza vana; e ben si dice Venere e Amor volgare, percioché è quello che segue il vulgo, il quale, sí come meno intendente e piú rozzo investigatore delle perfette bellezze, piú difficilmente le apprende e meno le conosce. E però i piú savi son quelli ch’amano meglio e piú drittamente.

Baffa. Se cosí fosse, a’ piú volgari sarebbe tolto di potere perfettamente amare.

Raverta. Certo che in gran parte essi ne sono privi, perché non hanno quella perfetta cognizione, la quale è propria dei savi, i quali, investigatori del buono, conoscono quello ch’è [p. 31 modifica] da abbracciare e quello che si dee lasciare. E però si chiamano, i savi, «filosofi», cioè amatori ed investigatori della sapienza; onde uno elevato ingegno, il quale prima abbia fatto discorso nella bellezza, meglio degli altri conosce la sua perfezzione. E di qui nasce che, avendo miglior cognizione della bellezza, amerá piú perfettamente dell’altro, perché meglio conoscerá quel che gli manca. Imperoché, contenendo in sè la bellezza uno ampio spazio, chi meglio discorre per quello può capacemente conoscere la sua grandezza e, di quella acceso, desia non poco esserne fatto partecipe, la qual cosa non fará uno involto nelle terrene e fragili concupiscenze.

Domenichi. Veramente che questa cosa generalmente ha in sè del naturale, ché impossibile è uno, che non abbia cognizion delle cose, conosca quello che gli manca. Sí come fará chi, con l’intellettuale memoria discorrendo dalla imperfezzione sua, conoscerá l’altrui perfezzione. Onde incontinente, mosso da quello affetto, ama d’esser fatto tale che resti unito di simile bontá.

Raverta. Non è dubbio alcuno che lo amore non sia maggiore quanto piú la cagione è grande, perché, conoscendo la vera bellezza e godendo di quella, conosce che diventa perfetto; e da quella cognizione e godimento, per cosí dire, si fa tale che si fa quello istesso amato. Ma i piú idioti, sí come senza ragione si reggono, cosí anco nella prima forma della terrena materia si fermano ed ivi si perdono, perché in loro non è quello intellettuale vedere, ed il suo non è vero amore, ma folle e vano appetito. Ed a questi tali si può descrivere Amor cieco. Imperoché da minor lume abbagliati, se stessi privano di quella vera bellezza, alla quale, se uscissero fuori di quella ombra, cioè di questa corporea, ponno pervenire, e per mezzo poi di questa giungere alla contemplativa e spirituale. E per questi gradi di bellezza, Amore anco ne conduce all’unione del superiore amato.

Baffa. Di grazia, mostratemi la via.

Raverta. Io ve la mostrerò, la quale è facile e piana ogni volta che da cieco amore non siamo offuscati in questa terrena bassezza, peroché i primi oggetti amabili, che Amore ci [p. 32 modifica] appresenta, sono queste inferiori bellezze, nelle quali, se ben disposti ne trova, punto non ci lascia fermare, ma, di grado in grado alle superiori bellezze la mente sollevando, finalmente ne conduce a unirci con quel primo amore, legame eterno della somma bellezza, col sommo bello e con tutto l’universo.

Baffa. Ma prima che piú oltra passiate, perché veggio tutto questo vostro amore quasi spirituale, desidero piú chiaramente intendere per voler pervenirvi a che ne serve questo nostro corpo, il quale mi pare, tutto che per inanzi m’abbiate mostrato esser necessario, ora quasi soverchio.

Raverta. Questo non v’affermo io, perché, sí come vi devete ricordare ed io v’ho detto, essendo il corpo prigione dell’animo, quegli visibile e questa invisibile, quasi stanza che tien rinchiusa la parte piú perfetta a noi s’offerisce; e per mezzo prima degli occhi si amano le forme corporali; per l’orecchie e per la mente entriamo poi per quelle vie a congiungersi e ad esser fatti partecipi dell’intellettuale amore. Onde vedete che questi instrumenti corporali ci servono alla partecipazione che desideriamo fare dell’amore spirituale per la cognizione che da quelli ci è sporta.

Domenichi. Dunque questo desiderio è necessario che abbia ad essere nella mente, e, se è nella mente, bisogna che sia anco apparente di fuori realmente, se non in atto, almeno in potenza nelle sue cause, altramente la cognizione sarebbe vana e falsa.

Raverta. Ad ogni modo è necessario che il principio sia trasparente, perché, volendo aver cognizione ed amare una cosa incorporea la quale non abbia sostanza nè qualitá alcuna, non si può discorrere con la mente ciò che in sè contenga, perché non è composto di materia nè ha in sè forma alcuna. Se amerete un’ombra, considerarete pur prima quella esser causata da qualche cosa; laonde, se anco vorrete in voi formar bellezza alcuna intellettuale, invano faticarete, perché sarebbono tutte chimere. Sí che è necessario il corpo a noi come prospettiva del vero, che infiamma la mente nostra a farsi amanti, per desiderio d’esser piú perfetti. [p. 33 modifica]

Domenichi. Chi giudicate che a questa perfezzione sia superiore, l’amato o l’amante?

Baffa. L’amante, il quale di ragione è lo agente.

Raverta. Anzi no, ch’è il contrario, perché dall’amato si genera l’amore nell’animo dell’amante, il quale riceve lo amore dallo amato, di maniera che, essendo lo amante il recipiente, è inferiore all’amato. Né in altro si dice esser superiore, eccetto che nella servitú, percioché lo amante è agente di quella, e l’amato quello che la riceve. E però nell’amore l’amato è padre, e nella servitú lo amante.

Domenichi. Se cosí fosse, restarebbe che Iddio, quando ama noi che siamo sue fatture, per zelo di parteciparne della sua bellezza e della sua sapienza, fosse in tale amore a noi inferiore.

Raverta. Vedete che nella diffinizzion d’amore abbiamo assignata altra differenza all’amor suo ed al nostro. E però differente è anco l’amor nostro verso le cose celesti da quello che avemo verso le inferiori; perché il nostro verso le cose inferiori può tendere a partecipare e ad esser fatti partecipi, sí come diventiamo amanti ed amati, mentre che lo amore è corrispondente, onde ora siamo agenti ed ora inferiori. Ma di quello d’iddio verso noi e del nostro verso quello vi è una altra differenza, perch’egli è sempre prima origine e causa dell’amore, ed il suo amore è sempre per farne partecipi, tanto ch’è sempre lo agente, sí come nel suo luogo piú a pieno forse vi dimostrerò.

Baffa. Viene egli mai a fine questo nostro amore?

Raverta. Giudico che no, perché sempre, s’è corrispondente, si vive amante ed amato. Ed essendo le voglie dell’uno e dell’altro conformi, s’invecchia e legasi con indissolubil nodo, di maniera che neanco per morte si discioglie. Percioché ancora di lá s’ama, ed è opinione che l’anime, uscite de’ corpi, sieno accompagnate da quei medesimi affetti e da quelle cure istesse ch’avere in essi rinchiuse soleano, ma ad un certo modo piú perfetto.

Baffa. Si può amar piú d’uno?

Raverta. Piú d’uno si può avere nel vincolo dell’amicizia, ma non però molti, imperoché quella è una voglia corrispondente [p. 34 modifica] di due o di pochi piú, la cui virtú rende ciascuno desideroso del bene dell’altro e doglioso del male. Né è vero amico quello che comunemente non vien partecipato né partecipa delle prosperitá ed aversitá dell’altro, conciosiaché in diversi corpi vi convenga abitare una sola anima. ...

Baffa. Come dite «sola»?

Raverta. Lasciatemi seguire. Dico «una sola anima», e bene; imperoché tutte s’uniscono insieme e divengono miste ed incorporee, ché altrimenti non potrebbono partorire la conformitá ed uno istesso dolore delle cose adverse e generale allegrezza delle prospere. E quanto piú amore è invecchiato negli amici, tanto è piú fermo. E quanto piú è stato corrispondente ne’ piú teneri anni, tanto piú viene ad essere stabile, santo e vero ne’ piú maturi.

Domenichi. Se cosí è, non dubito che lo amore portato giá tanto tempo al Betussi, e quello ch’egli ha mostrato in me, non sia di maniera cresciuto con gli anni, che l’amicizia nostra sia divenuta ed abbia ad esser tale che né prosperitá né aversitá potrá mai cangiar gli animi nostri.

Raverta. Voi vel sapete. So ben io questo: che ogni difficile impresa per voi gli sarebbe facilissima ed ogni pericolo sicurtá, né temerebbe esporre la vita sua ad ogni manifesta morte, per salvare l’onore e la vostra, piú che facessero Damone ed Entidico, Antifilo e Demetrio greci, e tanti altri, come fu Dandamis ed Amizocco sciti; il quale Amizocco, essendo rimaso in un fatto d’arme l’amico prigione, per liberarlo, non avendo robba, consentí di lasciarsi cavar gli occhi, onde poi Dandamis medesimamente, per non essere superiore a lui, volontariamente si orbò.

Domenichi. Non è da dubitare che egli non abbia il contracambio, ed agli effetti si vedrá, se non è noto quanto finora ho fatto per lui, quello che sarò per fare tutta volta che bisogni.

Raverta. Violareste il santo nome dell’amicizia, facendo altrimenti; ché di quanta potenza sia e quanto saldo un tal legame, si può comprendere dall’amicizia di Pilade ed Oreste, da quella di Teseo e Piritoo, di Niso ed Eurialo, di Damone e Pizia, di Agatocle verso Clinia, di Eudamide, il quale poverissimo, [p. 35 modifica] venendo a morte, testò e lasciò che due suoi amici gli maritassero l’uno una sua unica figliuola e l’altro facesse le spese alla sua madre vecchia;...

Baffa. Per mia fè, che gli lasciò una bella ereditá!

Raverta. ... e che, morendo l’uno inanzi l’altro prima che la figliuola gli fosse maritata, il sopravivente succedesse a mantenere la sua madre e maritar la figlia. ...

Baffa. Utile successione!

Raverta. ... Onde, cinque giorni poi, Carisseno, uno degli eredi, anch’egli se ne morí, senza avere agio di potere esseguire il testamento dell’amico. Ma Areteo, il terzo di loro, mentre visse la madre di Eudamide le fece le spese, e maritò la figliuola; e delle cinque parti della sua facultá due le ne diede, ed altre due ne diede ad una sua figliuola, egualmente trattandole, e la quinta parte per sostentarsi ritenne.

Baffa. Anco al tempo nostro si troverebbero amici tali!

Raverta. E quale piú vera amicizia fu quella d’Achille, il quale sprezzò la vita per vendicar la morte di Patroclo, ucciso da Ettore, come che Teti gli predicesse il suo fine?

Baffa. Sapete che voglio dire? Voi adducete di molti essempi e sète troppo parco in dichiarargli.

Raverta. S’io volessi raccontarvi tutti i successi dell’istorie, non bisognerebbe spendere il ragionamento nostro d’oggi in altro. E poi tanti altri n’hanno scritto cosí a pieno che, desiderando udirgli meglio e piú comodamente, si ponno leggere. Ma, accioché non paia ch’io mi sia levato di strada senza sapervi ritornare, vi dico che in amore non si può amare piú d’uno, percioché non si ha piú che una anima ed una mente, la quale non si estende ad altro che ad un solo oggetto, e, fermandosi in quello, discorre di grado in grado alle perfette contemplazioni. Perché, sí come vi ho detto, gli occhi non si ponno affissare che ad un solo principio, come sarebbe a figurare un sol corpo, il quale vi si rappresenta bello in quanto alla sua forma, che in sè non contiene altro che grazia della sua propria sostanziale, o sia accidentale o artificiale. E questa prima imagine che s’offerisce non si comprende con altro che con [p. 36 modifica] gli occhi corporei. Indi, pervenendo all’udito, molto piú aggrada, per essere l’orecchie piú penetrevoli e ricevendo in sè maggior cognizione. Poi passano alla mente, onde questi sentimenti divengono incorporei ed invisibili e con l’anima si congiungono, la quale, svegliata, cominciando a gustare di quella perfetta bellezza, tosto rimove i sensi interiori dalla bellezza esteriore. Ed accioché non s’affoghino in quella vanitá, non ve gli lascia fermare. Imperoch’ella, sí come piú capace, meglio desidera unirsi in spirito con quella per diventar piú perfetta, né ritrovando impedimento alcuno, passa piú in su e drizza la mente alle cose immortali e celesti.

Baffa. Perché sono piú capaci gli occhi dell’anima e l’intelletto delle bellezze intrinseche?

Raverta. L’anima nostra razionale, per essere imagine dell’anima del mondo, è figurata celatamente in tutte le qualitá della mondana, onde con ragionevole discorso, come simile, piú perfettamente conosce le vere bellezze. Perché ogni simile meglio conosce il suo simile. Gli occhi corporali non sono sufficienti a figurare le bellezze spirituali, e gli intellettuali non degnano le mondane e le corporali, le quali, come vane, non riguarda pure, non che le apprezze. Ma, perché piú saldamente si estende alle bellezze perfette, non declina; anzi s’inalza a quella piú perfetta, per giungere ed unirsi piú perfettamente con quella felicitá perpetua, lá dove piú non si brama, né bramar piú lice.

Baffa. Non si potrebbe giungervi senza passare per tanti mezzi?

Domenichi. Considerate di no; perché in qual guisa, per modo di dire, volete passare nel giardino movendovi di qui, se ordinariamente prima di porta in porta e d’uno adito nell’altro non passate, e cosí di mano in mano giungere lá dove desiate? Potreste ben fare senza passarvi, se faceste ruinare quelle cose che vi sono, ma la fabrica non starebbe in questi termini. Così, a volere schifare queste strade che bisognano adoprarsi per passare e giungere alla perfezzione, necessario sarebbe formare di novo la creatura.

Baffa. Io cercava intendere se vi è piú breve modo. [p. 37 modifica]

Raverta. Non vi può essere, essendo la beltá divina di gran lunga superiore all’anima nostra. E però, se prima a poco a poco non s’avezza a sopportare quella divina luce, nel primo impeto restarebbe abbagliata. E perché meglio m’intendiate, non so se a voi sia mai intravenuto, che credo spesse volte a voi ed a tutti sia occorso. Provate a tenere alquanto chiusi gli occhi e poi apritegli, riguardando inverso il sole; vedrete che in quel momento non potrete sostenere quella repentina luce, se prima pian piano non gli andate avezzando. E soviemmi ora ch’io ho la mia camera, nella quale dormo, esposta al nascer del sole. Onde la mattina, quando io mi sveglio e mi s’aprono le fenestre, i raggi di quello penetrano in me con sì vivo lume, che gli occhi miei per modo alcuno non ponno tolerare quello splendore, se lentamente non apprendo la luce; per essere io stato infino allora sepolto nelle tenebre della notte. Così voglio inferire che l’anima nostra, avezza a queste cose mondane, non potrebbe al primo tratto levarsi all’alta cagion prima, e farebbe vero di quello che favolosamente si legge di Fetonte.

Baffa. Poiché abbiamo inteso i gradi per i quali s’ascende alle vere bellezze, mi resta sapere la contentezza delle anime beate, ed onde avviene che quelle non desiderano piú oltra.

Raverta. Ora che cosí leggiermente avete fin qui compreso quale sia la vera bellezza nostra e quella d’iddio e la differenza tra l’uno amore e l’altro, avete da considerare...

Baffa. Perdonatemi, s’io non vi lascio seguire piú oltra. Vero è che me ne avete detto, ed io ne ho anco assai compreso; nondimeno mi sarete cortese di questo di piú. Né vi sará noia, così, brevemente, per salir dove desidero, ripigliare di novo il ragionamento ch’a questo appartiene, e dirmene, se non in tutto, in parte, alcuna cosa di piú. Perché, oltra che forse meglio ne comprenderò qualche cosa che cosí a pieno non mi è passata alla memoria, so che non potrá essere che non gli aggiungiate alcun passo di piú.

Raverta. Io vi prego che non mi diate questo carico, che certo non sarebbe proposito dir piú quello, di che poco dianzi, brevemente però, ma sofficientemente s’è parlato. Oltra che, le [p. 38 modifica] cose replicate sogliono recar noia. E sapete di che sareste ragione?

Baffa. E di che?

Raverta. Di farmi alle volte da per me contradire, perché la memoria, di soverchio travagliata, talora non potendo reggersi, esce dei termini.

Baffa. Di questo non dubito giá io.

Domenichi. Contentatela, signore, poiché non si ha da compiacere altri che lei sola: riditele il tutto, se non basta questa parte, non solo una volta, ma due e tre e quanto vuole.

Raverta. Poiché mi consigliate voi ed a lei cosí piace, sia fatto. E però vi ritorno a dire: che avete da sapere assai differente essere l’amor nostro verso Dio, da quello ch’è il suo verso noi, perché, se Iddio è amante, non si presuppone che in esso sia difetto alcuno, né che ne ami per esser fatto partecipe d’alcuna cosa che sia in noi; anzi si fa di noi amante, per farne parte di quello che a noi manca. Perché non solo egli è perfettissimo, ma l’istesso perfetto, e di nulla ha bisogno. E però in lui non è desiderio, né può essere, essendo desiderio di cosa che non si possiede. Di qui anco nasce che l’amor suo non è simile al nostro, percioché noi siamo mortali, e, sí come uomini che siamo, ci conviene amare tutto che possiamo diventar sapienti. Ma l’origine non solo de’ savi, ma della sapienza è Dio, ed è in lui di maniera che l’amor di Dio verso le creature non può essere simile al nostro, e meno è desiderio. Conciosiaché in noi l’amor nasca di esser fatti partecipi d’alcuna cosa buona che ci manca, e quello d’iddio di parteciparne, essendo in lui tutta la perfezzione.

Domenichi. Credo ben io che cosí sia come dite, ma che ama dunque egli, s’è piú di noi amante?

Raverta. Quello che a noi manca, e non ciò che manca a lui, non avendo egli di cosa alcuna mistiero. E però ama il nostro bene e cerca di veder noi, che siamo sue fatture, ornati di quel buono che in creatura perfetta si può comprendere.

Domenichi. Se questo affetto lo movesse ed avesse caro di vedere in noi ciò che dite, essendo egli creatore di tutte le cose, come è, non potrebbe senz’altro farci tutti perfetti? [p. 39 modifica]

Baffa. Senza dubbio.

Domenichi. Perché adunque non ci fa?

Raverta. Perché vuole che noi ci affatichiamo, operando quegli atti intellettuali ch’egli, accioché pervegniamo alla perfezzione, ci ha concessi, di conseguire quello che potemo aver col mezzo delle nostre opere virtuose, ed adoprando quella virtú che n’ha donato. E però quello affetto suo volontario non è suggetto a passione, come il nostro, non essendo in lui difetto d’alcuna cosa. Anzi, per sua immensa bontá, ama noi e desidera che arriviamo al maggior grado di perfezzione che ci manca; e, quando l’abbiamo conseguita, che di quella eternamente godiamo.

Domenichi. Ora si ch’io comprendo molto bene la cagione per la quale Iddio si muove ad amar noi; prima perché siamo sue fatture; e poi perché lo affetto lo muove di vederci perfetti. Ma l’amor nostro verso lui quale è, e di che sorte?

Raverta. Mi sforzerò, come potrò il meglio, di dirlovi; benché sia impossibile potere a parole esplicare questi divini misteri. Ma, dove cosí a pieno io non potrò supplire, con la mente vostra comprenderete quel che meglio si potrebbe dire. In noi è difetto; cosa che non è in Dio, il quale è supplimento e cagione di farne perfetti. Diversa ancora è la sua divina bellezza dalla nostra, come vi ho dimostrato.

Baffa. Diteci anco qualche cosa di piú della bellezza divina, ché troppo parcamente, a mio giudicio, n’avete ragionato.

Raverta. Imperoché dubbio non è, come giá v’ho detto, che Iddio non sia il sommo bello, e sí come è creatore di tutte le cose, che sia anco prima origine della sua vera bellezza, ed essendo egli il tutto e contenendo in sè tutto il buono ed il bello, che da sè non proceda la vera bellezza, la quale è però sua, né mai da lui si parte, se ben in noi s’infonde; ed è ciò la sua somma sapienza, o intelletto e mente ideale. Sí che, se ben questa da lui deriva e depende, è nondimeno da chiamare la prima e vera bellezza divina. Imperoché Iddio non è bellezza prima, ma piú tosto origine e creatore, senza alcuna dependenzia, della vera sua propria bellezza, ch’è la sua somma [p. 40 modifica] sapienza. E non si dirá solamente Iddio sapiente, perché in lui sia la prima sapienza, ma chiamerassi fontana ed origine di quella e del tutto, senza avere precedenzia alcuna, né origine o principio sopra principio. Perché mai non incominciò né mai avrá fine. Onde la sua sapienza, da sè derivante, rende il tutto bello. E ci sono tre gradi di bellezza: l’autore, quella e il partecipante; e chiamasi «bello bellificante», «bellezza» e «bello bellificato». Bello bellificante è il Padre, cioè il sommo Iddio, autore e produttore di quella ed esso tutto, dal quale ella deriva. Èvvi la bellezza, la quale sua bellezza è la sua somma sapienza, constituita e figurata per il Figliuolo, e pure in sè, ché sono due in uno. Bello bellificato è tutto il mondo applicato allo spirito; le quali tre cose sono tre ed una sola. E questo bello bellificato è Amore, cioè pur lo Spirito santo. E figurate questa dichiarazione nel sole, vicario di Dio; nel quale si comprendono tre cose: prima essa forma sola, secondo lo splendore, terzo il calore. Al primo s’attribuisce la potenzia del Padre, al secondo la sapienza del Figliuolo, i quali due, fatti uno, partoriscono lo Amore, cioè lo Spirito santo; il quale misterio è impossibile dichiararsi da lingua umana, e meglio si comprende nell’anima e nella mente spiritualmente, perché questi sono tre in uno, sí come di ciò parla Dante dicendo:


               Nel su’ profondo vidi che s’interna,
          legato con amore in un volume,
          ciò che per l’universo si squaterna:
               sostanza, ed accidente, e lor costume,
          tutti conflati insieme per tal modo,
          che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.


E poco da poi:


               Ne la profonda e chiara subsistenza
          de l’alto lume, parvemi tre giri
          di tre colori ed una continenza.


E quello che di ciò ne segue.

Baffa. Non passate neanco piú inanzi, perché a sofficienza comprendo il dir vostro meglio con la mente che per le formate [p. 41 modifica] parole. E, nel vero, è impossibile per parole comprenderlo, se l’anima, incomprensibilmente accesa, non rimane astratta in tanta divinitá. Seguite pur dichiarandomi qual sia quello che (passata quella trinitá, la quale in sè contenendo queste tre cose, cioè potenza, sapienza ed amore, che sono in uno istesso, e tripartite nel bello bellificante, bellezza e bello bellificato) che, come piú vicino, abbia maggior parte di bellezza e di sapienza dal sommo Fattore.

Raverta. Io lo ridirò, perché giá parmi averlovi detto. Imaginatevi tre gradi inferiori a Dio; perch’egli non solo è nel piú sublime grado, ma piú su, e nel mezzo, del tutto circondato dagli angeli. Onde, derivando da lui la sua somma sapienza, ch’è la sua istessa bellezza ed amore, come fa proprio a noi il sole, di quella rende risplendentissimo il piú vicino grado, o vogliamo dir cerchio, a lui, nel quale sono gli angeli, che, come piú propinqui, sono fatti piú partecipi della sua sapienza e bellezza, la quale, sí come la fonte, senza avere altro principio nasce, onde in sè ricevono la maggior parte di quella deitá.

Baffa. Tanto che gli angeli sono i primi c’hanno in loro bellezza.

Raverta. Cosí è.

Baffa. Dunque da loro deve anco derivare l’amore, il quale, Iddio essendo somma sapienza ed amore, in loro deve prima, sí come a Dio piú vicini, cadere.

Raverta. Egli è vero, perché quel grado, o vogliam dir cerchio, a lui piú vicino, si figura per il mondo angelico. Onde Iddio, ch’è somma sapienza e dator di quella e di tutte l’altre cose (però si chiama «somma sapienza» e «sommo amore»), avendo gli angeli il grado piú vicino a quello, è acceso di volontario affetto di farne partecipi della sapienza, della bellezza e dell’amore, che da lui deriva. E però, sí come piú propinqui a Dio, tutta la sapienza, la bontá, l’amore e la bellezza, di ch’egli è il tutto e che da quello depende, ricevono; e cosí si fanno belli e savi, essendo il mondo loro pieno di bellezza e di sapienza. E, sí come in Dio per questo non s’intende privazione di sapienza né di bellezza, tutto che nel mondo angelico, sí [p. 42 modifica] come abitacolo piú vicino a lui, la distribuisca; cosí non resta che gli angeli non siano amanti di Dio, e che non conoscano esser fatti partecipi da lui di quella sapienza e bellezza. Onde, benché siano perfetti, non è però che non tengano Iddio per perfettissimo, e non lo amino e lo adorino, ed a lui solo non servano. Onde ben dice l’Alighieri:


               Quelli che vedi qui furon modesti
          a riconoscer sè da la bontate
          che gli avea fatti a tanto intender presti,
               perché le viste lor furo essaltate
          con grazia illuminante, con lor merto,
          sí ch’hanno piena e ferma voluntate.



Ma, seguendo il parlar vostro, dico che, diffusa nel mondo angelico la sua sapienza, gli angeli, risguardando in giú partecipati da Iddio, vengono poi a partecipare le cose create.

Domenichi. Restarebbe a questo modo che gli angeli soli ne fussero superiori, se da loro ricevemo la bellezza.

Raverta. Non volete sanamente intendere quel ch’io vi dico o, per meglio dire, per travagliarmi, fingete. Imperoché, tutto che gli angeli ne partecipino, non resta che la bellezza non abbia la prima origine e dependenzia dal Creatore dell’universo. E fate conto di discendere di grado in grado d’una scala, e ch’egli sia in cima. Perché Iddio dá cosí la bellezza agli angeli quanto a noi; ma, sí come piú vicini a lui, piú la ricevono, perché vengono ad esser piú propinqui a quello e ne’ superiori gradi (intendendosi però ora e sempre delle cose animate); e poi scende nell’anima nostra, indi nel corpo: ed è a guisa del sole, il quale ad ogni cosa dá luce, ma le parti a lui piú vicine e meno impedite piú da quello sono scaldate ed allumate.

Domenichi. Ora io comprendo ciò che volete dire.

Raverta. E però, perché Iddio è il tutto e dator del tutto, avendo gli spiriti angelici piú vicini, manda e sparge diffusamente la bellezza per tutto il suo cerchio, sí come a lui piú propinquo, e viene a girarsi nel mondo angelico; i quali angeli, come v’ho detto, conoscendo il vero sommo bello esser sopra [p. 43 modifica] loro, che è Iddio, lo amano, sí come quegli che solo per lui sono, e ponno essere, perfetti e beati. E però di qui si può chiaramente comprendere quale sia l’amor d’iddio verso noi, che non è per altro, eccetto che per farne parte di quello che ne manca. Cosí noi, amando Iddio, noi medesimi amiamo. E chi veramente ama le cose celesti ed a quelle si drizza, ama la sua salute e cerca di esser fatto partecipe del vero bello. Tale viene ad essere lo amor nostro verso Iddio.

Baffa. Per ascendere dunque a quella contemplazion divina e per aver cognizione di questa beltá celeste, qual via dobbiamo noi tenere?

Raverta. Credo ch’abbiate inteso quale sia il vero nostro amore tra noi, cioè dell’uno verso l’altro, e che, volendo ascendere a piú sublime altezza, è necessario ch’avendo noi cognizione del vero nostro amore, non ci fermiamo solamente in queste bellezze. Ma, avendo formati gli occhi, l’orecchie e la mente nell’anima intellettuale, che dal pensar le bellezze dell’anima dell’amato piú oltra passiamo, e, rivolgendo quelle in noi, piú solleviamo la mente, e, in tale considerazione stando, pensare onde abbiano principio e quale sia la loro origine. E, mentre che in ciò si dimora, di mano in mano vi s’appresenta Iddio, somma sapienza e datore di quella. Onde l’uomo, mosso da quello affetto d’averne cognizione e di esser fatto partecipe di quella, con riverenza ama Iddio, veggendo lui esser la fontana ed origine di tutte le vere bellezze. E, sí come gli occhi intellettuali nel contemplare le vere bellezze dell’anima sono invisibili, così, contemplando e desiderando godere la bellezza celeste, vi s’aggiungono ali e fannosi spirituali. Ed in questa contemplazione l’anima resta astratta, e cosí va errando, fin tanto che l’è concesso uscir fuora di questa prigione. E si come amante del sommo bene e della vera bellezza, in contemplazione avendo sempre conosciuto Iddio vera cagione della perfetta bellezza, e sempre avendo desiderato d’esserne fatta partecipe, volentieri questo misero corpo abbandona, attendendo l’ora e ’l punto che possa unirsi a quel sommo bello e di quella vera contentezza fruire. Onde la contentezza che desiderano [p. 44 modifica] l’anime beate non è altro che cercare di vedersi tornate la onde hanno avuto origine. E però la descrizione, che giá buona pezza fa diceste, signor Lodovico, ch’Amore sia un circolo buono, dal buono nel buono perpetuamente rivolto, è questa. Percioché l’anima va rivolgendosi prima nella contemplazione dell’anima intellettuale, figurando le bellezze di quella; poi si ricongiunge con la spirituale; finché s’unisce al primo principio onde è stata levata. Perché ben dice Dante come si resta e si diventa, quando si giunge dinanzi a quel vero principio, mezzo e fine di tutte le cose, nell’ultima cantica:


               A quella luce cotal si diventa,
          che volgerse da lei per altro aspetto
          è impossibil che mai si consenta.
               Però che ’l ben, ch’è del voler obietto,
          tutto s’accoglie in lei; e fuor di quella
          è defettivo ciò che li è perfetto.



Ed anco la contentezza dell’anime beate può somigliarsi all’acque, le quali disperse vanno vagando, tanto che si congiungono col mare, sí come loro capo. Cosí l’anima, non veggendosi altro appoggio fido, per trovar vero riposo, che tornare al suo primo principio, tutta s’infiamma di Dio e niente piú apprezza le miserie umane.

Baffa. A che piú proprio si può somigliare la contentezza delle anime beate? Chè questo vostro paragone non mi sodisfa a pieno.

Raverta. Non saprei che piú propria similitudine darvi; perché l’anima, fatta beata, non può avere contentezza maggiore ch’essere unita a quella beatitudine che deriva da Dio. E prima che a quella felicitá s’avicini, è simile ad una gocciola d’acqua tolta dal mare, la quale, cosí stando, è niente; ma di nuovo votata in quello, s’estende con quell’altra abondanza d’acque, né piú si vede partita, ma con tutto il mare esser divenuta quello istesso, godendo della medesima ampiezza, né piú è gocciola d’acqua, ma è fatta mare. Tale è una anima beata, la quale in sè è niente, ma, pervenuta a quella felicitá, si diffonde e [p. 45 modifica] viene a partecipare di quella eccelsa beatitudine ed è divenuta congiunta a Dio, sua prima origine, e da cui era stata levata. Sí che il perfetto amore non consiste in queste bellezze terrene, ma bisogna che, levata da un capo del cerchio, vada girando senza punto fermarsi, fin ch’aggiunga onde era stata tolta.

Baffa. Tutta mi sento infiammata di divino zelo.

Raverta. Perché molto piú alto bisogna penetrare che lasciarsi superare da queste vane delizie, con gli occhi dell’intelletto contemplando sí rara e sola beatitudine; alla quale quando si sale, si conosce la imperfezzion degli altri. Perché allora l’anima fatta d’intelligibile, spirituale e capace della beltá divina, dalla perfezzione sua conosce l’altrui perfezzione ed imperfezzione, e gode di quel sommo bene da lei tanto desiato.

Baffa. Dunque da noi abbiamo da levarci a tanta perfezzione?

Raverta. Anzi no, se Iddio non ci fa grazia, illuminandoci l’intelletto di questo splendor divino, che dall’amor suo procede. È ben vero che in noi può essere la cognizione, ma da sè non è atta ad estendersi tanto oltra. Fu ben questa negli antichi padri nostri, ma piú vi fu la grazia, quando meritarono piú volte, a faccia a faccia, di essere fatti partecipi di quel vero lume e di quella somma bellezza d’Iddio, onde poi parlavano per celeste inspirazione. Perché, di lui solo infiammati, conobbero piú in su collo spirito, mentre erano in questo velo, non poter penetrare. Onde, in Dio fermati, desideravano esser seco assunti a tanta beatitudine. Perché, essendo in noi l’anima spirituale ed intellettiva, la intellettiva s’estende a questo mondo inferiore corrottibile, il quale Iddio in tutto non ha voluto privare d’ogni vera perfezzione. Perché di qui si può contemplare con l’anima spirituale la celeste bellezza. E, sí come in noi sono gli occhi corporali, i quali men veggono assai che quei dell’anima intellettuale, cosí anco vi è l’anima spirituale, la quale meglio può estendersi alla contemplazion divina. Perché, sí come gli occhi visibili solamente figurano le bellezze fragili corporali, cosí gli occhi della mente meglio veggono le bellezze dell’anima intellettuale. Onde quella poi può diventare spirituale e precedere la felicitá e bellezza celeste, e di quella in parte [p. 46 modifica] partecipare invisibilmente, dilungandosi da tutte le vanitá. E cosí in tutto questo mondo non si può restare senza qualche contentezza, la quale intieramente non si può fruire, finché, dopo la separazion del corpo, quella non viene a unirsi col sommo Iddio. Onde rettamente gode poi dell’amor divino. E questa è la sua ultima contentezza e felicitá, e l’amor nostro verso Iddio.

Baffa. Se la creatura rettamente con l’intellettuale anima solamente ama, ma non però si rettamente che con la spirituale si faccia consideratrice dell’eterna, può ella, poi che lascia questo corpo, giungere subito a quella prima bellezza e fruire di quella eternitá?

Raverta. Non; perché, s’era in questo velo in tale amministrazione, né leva l’anima spirituale al principio del sommo bene, di quello, poi la sua separazione, non può intieramente esser fatta partecipe. E però manca di questo amore e di questa union divina, laonde patisce grave e dura pena. E la doglia si fa maggiore, perché allora considera come malamente si sia fermata in questo modo, né mai abbia cercato di levarsi all’alta cagion prima del primo vero amore. Onde ora si vede priva di quello che la può rendere beata, e che in questo modo la potrá far felice; essendole mostrata la via di potere, col suo dritto governo nel corpo, salire, dapoi la separazione, col mezzo però della grazia di Dio, nell’altissimo paradiso. Onde, per il poco veder suo, resta nell’inferno in eterno, priva di quella somma bellezza, per essersi per troppo in queste miserie umane fermata. Perché la pena infernale non è altro che vedersi privo della vera ed eterna luce: onde tale e tanto è il dolore, che supplicio maggiore a quella non si può agguagliare. Però dice Dante nel Purgatorio , parlando dell’inferno:


               Loco è lá giú non tristo da martiri,
          ma di tenebre solo; ove i lamenti
          non sonan come guai, ma son sospiri.


Benché la misericordia d’iddio può moversi e renderla felice e beata. Ma perciò sempre si deve oprare di sorte che Iddio abbia d’amarci. [p. 47 modifica]

Baffa. Assai ho compreso fin qui: pur mi restano ancora molte cose non bene da me conosciute. Nondimeno io vorrei...

Raverta. Non passate piú oltra, perché pur ora in me ritorno; ché m’aveggo come, senza avedermi, sono stato ardito, e la mia lingua ha usato ragionare di cosí sublimi cose, ch’a pena la mente nostra è atta a considerarle. Onde ne chieggio perdono, non del non avervi, come so, a pieno, ma pur in minima parte sodisfatto; ma dell’ardire avuto di entrare in sì alti misteri.

Baffa. Voi mi lasciate a pena incominciare quel ch’io voleva finire; perché la mia opinione è conforme alla vostra. Imperoché di tal maniera per le parole ed i misteri compresi mi sento l’anima infiammata, che quasi, ascesa a quella sublimitá senza avervi avuto i primi principi, dubito di non mi vi poter fermare. E però voglio che non vi sia noia lo scendere piú basso: e fatemi dono di spendere tutto il restante del dì d’oggi meco, ch’io ve ne resterò per sempre tenuta; tanto maggiormente ch’io verrò ad essere raguagliata di quanto, come io v’ho detto, mi fu promesso dal Campesano. E giá della migliore e piú nobile parte siamo spediti.

Raverta. Questo non dirò io; ché di quanto v’ho detto poco o nulla vi è stato di buono: non perché le cose delle quali abbiamo ragionato non siano utili, buone e sante; ma perché male io mi conosco avervene saputo render ragione, imperoché d’intorno ciò meglio si poteva discorrere. Mi recherò dunque a pazienzia, veggendo sí come troppo arditamente ho cercato, con piume cerate e frali, giungere e scorrere per lo cielo.

Baffa. Quanto a me, mi chiamo per ora paga e contenta: un altro giorno forse, a migliore agio, potrete intieramente di ciò ragionare. Ma quello ch’io voglio dir è, poich’avete fatto il piú, facciate anco il meno. E cosí pian piano, circa alcuni dubbi d’amore proposti pure da messer Alessandro in un nostro ragionamento, mi darete assoluzione, la qual cosa, in questo estremo caldo, a noi sará di piacevole diporto onorata cagione. E so che il Domenichi non rifiutará di farvi compagnia in dire anch’egli il parer suo: non ho detto d’«aiutarvi», perché poco d’altrui soccorso nelle vostre azzioni a voi fa mistiero. [p. 48 modifica]

Domenichi. Voi potete disporre di me, quale io mi sia, secondo il voler vostro.

Raverta. Questa sí difficile impresa non piglierò io, per essere stata promessa dal virtuoso messer Alessandro. Parmi ch’abbiate d’aspettare di esserne raguagliata da lui, ché tuttavia temo e mi s’appresenta il folle ardire d’Icaro, il quale volse volare piú alto che non se gli conveniva con piume cerate e frali, onde gliene seguí morte. Ben so che il medesimo interverrebbe a me, conciosiaché impossibil sarebbe ch’io potessi giungerne a fine. Ma, sia come si voglia, per niente non ardirò por bocca né ragionare di quello ch’è impresa del Campesano, perché troppo differenti siamo; e però senza dubbio so che punto non rimarreste da me sodisfatta, come sareste da lui. E duoimi ora di avere detto quanto fin qui ne ho, per essere stato ciò prima di suo assunto. Togliasi pure questo onore il Domenichi, il quale, oltra ch’è seco in amore quasi uno istesso spirito in due corpi, è anco di sí elevato e chiaro ingegno, che a pieno saprá e potrá, se ben finge il contrario, rispondere a quanto gli saprete domandare.

Domenichi. Questo potrebbe essere ch’io facessi, ma giá non lo credo; perché, s’a voi s’appresenta il vano ardire di Fetonte, o, per meglio dire, del figliuolo di Dedalo, a me occorre nella mente l’essempio di Marsia, che si persuase essere bastante a concorrere con Apollo. Onde vedete che bello onore ed utile gliene segui! Perché io non ardirò giá contender seco, né a voi aguagliarmi, ché di gran lunga mi sète superiore.

Baffa. Né l’uno né l’altro di voi debbe iscusarsi, perché ingiuria non si fa al Campesano, ripigliando i suoi tralasciati ragionamenti; ch’egli, per essere forse a maggiori imprese intento, avrá caro quando risaprá che duo sí cari amici suoi si saranno volontariamente degnati pagare un suo debito. Ad ogni modo, come v’ho detto, avete fatto il piú.

Domenichi. Anzi se lo avrá a male, ché parrá quasi non egli sia sofficiente di sodisfare quanto promette; ed avrá voi per persona di poca fede, non avendo tanto voluto sopportare che sia venuto. [p. 49 modifica]

Baffa. Abbiami come vuole; che io creda ch’egli non sia atto a mantenermi quanto m’ha promesso, questo non dirò giá, perché so che il suo divino ingegno riuscirebbe in maggiori imprese. Ma che io mi dia a credere ch’egli venga piú oggi, secondo che pure avea promesso, questo meno ho in animo. Onde, avendo voi due, cosí rari e virtuosi spiriti, quasi tutti infiammati d’amore, per averne quasi tutto oggi favellato; non resterò di pregarvi che vogliate, brevemente però, a cosí piacevoli domande rispondere secondo il giudicio vostro. In ogni modo questo ragionamento rimarrá fra noi, ed io apparerò di molte cose.

Domenichi. Indugiate, ché domani io vi prometto guidarvi alla presenza messer Alessandro, che sará sforzato uscir d’obligo.

Baffa. A questo non m’acqueterò giá, ché anco egli mi promise, e non è venuto. Poi sapete che mai non si deve lasciare il presente per quel c’ha da venire né il certo per l’incerto. Sí che non vi fate piú pregare, perché molto meno cara è la cosa che si riceve quando la voglia cessa.

Raverta. Non vi si può contradire, e però è il dovere a contentarvi.

Baffa. Cominciate, di grazia, voi, signor Ottaviano, ché ben so che il signor Domenichi seguirá poi arditamente.

Raverta. Lo farò; ma con patto, sí come avete detto dianzi, che questo nostro ragionamento non sia divulgato. Perché so che, se il Betussi lo sapesse, lo scriverebbe. Onde, per essere una ciancia, egli e noi, senza speranza di lode alcuna, inciamperemmo in infinito biasimo.

Baffa. Perché cosí in infinito biasimo? Non sète ancora voi atti a dire delle cose utili e non piú dette d’altri?

Raverta. Ci sforzaremo, benché cosa dir non si possa, che detta non sia prima. Ma, non se ne parlando piú oltra, e stando questo nostro ragionamento tra noi, arditamente entrerò in campo.

Baffa. Or cominciate, ché, se ben fosse udito d’altri, non n’avete da curare, e dirovvi perché. Se saranno dotti e virtuosi spiriti quegli che tasseranno mai questo nostro ragionamento, piú tosto ne gioverá che sia per nuocerne. Chè, conoscendo [p. 50 modifica] i nostri errori, un’altra volta gli schiveremo ed apprenderemo le cose utili, lasciando le dannose; di maniera che, se bene si scrivessero e publicassero questi discorsi, avremo da ringraziar loro che s’abbiano degnato leggerli e dirne il loro parere. Se anco saranno ignoranti, poca stima si dee fare del loro dire, né s’hanno da curare i loro abbaiamenti, perché con altro modo non sanno palesare la loro ignoranzia se non con tassare questo e quello.

Domenichi. Voi dite il vero, ma si vorrebbe potere conoscergli l’un dall’altro.

Baffa. Che volete meglior conoscimento? Perché i goffi, se dicon male, se ne stanno al buio per non essere conosciuti né veduti. Ma, se comparissero alle frontiere, vi so dire che ragionarebbono meno. E ben so che il Betussi ha in animo di fare immortali alcuni di questi invidiosi ed ignoranti, che per mostrarsi da qualche cosa, essendo da niente, hanno avuto ardire di mordere alcune sue composizioni, fatte da lui per giuoco e per compiacere agli amici. Ma ciò gli è intravenuto per il poco giudicio c’hanno avuto. Il male è che non possono essere stati uomini di qualitá; ché per un zero ch’egli stimava i suoi componimenti, gli arebbono fatto credere che fossero di gran momento, trovando chi ne dicesse male. Ma con tutto ciò faccino essi tanto che sia di suo, e poi favellino, ché, benché abbiano dell’opere alla stampa, le hanno rubate dai loro padroni. Intendami chi può, ché m’intendo io. Almeno io, se dico di loro, ogniun m’ode, ché punto non me n’ascondo.

Domenichi. Lasciategli tanto dire che si secchino, perché talora danno reputazione alle cose che i propri autori non stimano.

Baffa. Quetatevi pure, ch’egli in una sua lettera, la quale scrive al gentilissimo Doni, mostra di lodare uno di questi tali, onde ha grandissimo sospetto; nondimeno tanto coperto gli dice parte dell’esser suo, che meglio sarebbe che non l’avesse nominato, benché rari di ciò s’avederebbono, con sì bel modo lo fa conoscere.

Domenichi. Faccino tanto essi e poi favellino.

Baffa. A che pensate voi? Volete ora incominciare o, per meglio dire, continuare il nostro ragionamento? [p. 51 modifica]

Raverta. Certo ch’io voglio; ma pensava ora a questa lettera che avete detto: non è ella quella nella quale lo consiglia a non andarsene a Roma e lo conforta a venirsene a Vinegia per alcun giorno a piacere? Onde poi gli nomina molti uomini virtuosí che ci sono, da lui tenuti in somma riverenza e molto apprezzati.

Baffa. Ella è dessa.

Domenichi. Maravigliomi che dall’uno o dall’altro di loro non l’abbia veduto.

Baffa. Egli la fece appunto in quel tempo che voi eravate in viaggio per venire a Vinegia, tanto che voi per alcun modo non ne avete potuto aver notizia.

Domenichi. M’avete posto un desiderio incredibile di vederla.

Baffa. Mostrerovela ben io quando vorrete, perché io n’ho copia.

Domenichi. Vorrei ora.

Baffa. Ora non voglio io, ché pure troppo tempo abbiamo perduto, e tanto ch’io temo non potere a pieno essere raguagliata di quanto desidero sapere d’intorno Amore.

Domenichi. Poiché tanto siamo riposati, per grazia, non vi sia noia lo aspettare fin che io la vegga e subito la legga.

Raverta. Compiacetelo, signora, in cosa di sí poco momento.

Baffa. Eccola, poiché pur cosí volete.

Raverta. Leggete, signor Lodovico, che anch’io v’oda.

Domenichi. «Al riverito messer Antonfrancesco Doni». «Chi vi consiglia, fratello onorando, a lasciar Piacenza, per andare in corte e poi a Roma, dove la virtú non è stimata, i buoni costumi sono cacciati ed il ben vivere è odiato, non credo che vi sia punto amico. Né penso che voi siate di sí corrotto giudicio; perché sapete ben che, oltra il farvi di libero servo, vi bisognerebbe anco di sincero diventar simulatore, di buon tristo, di dotto ignorante e di gentil villano. E, volendovi mantenere in grazia del clero, vi sarebbe di mistiero far tutto il contrario di ciò che si conviene a un virtuoso vostro pari. Imperoché da loro non sono amati né avuti cari altri che gli apportatori dei propri diletti, non s’apprezzano se non [p. 52 modifica] gli adulatori, non si stimano se non buffoni, né ad altre persone si dona. I poveri virtuosi vi muoion di fame e, in capo delle fini, logorano la pelle sullo spedale». Raverta. Cosi non fosse vero ciò ch’egli scrive com’è il Vangelo. Domeniche «Vedete pure quanto n’è stato detto di male da ogniuno. Leggete il Petrarca in quei tre sonetti:

          Fiamma dal ciel su le tue trecce piova;

ed in quell’altro;

          L’avara Babilonia ha colmo il sacco;

e nel terzo ch’incomincia:

          Fontana di dolore, albergo d’ira;

ed in mille altri luoghi; e medesimamente nell’opre sue latine. Onde è maraviglia come la bontà d’Iddio tanto sopporti. Ed a quest’una si conosce quanto sia vera la nostra santa fede e la pietà d’iddio; come dimostra anco il Boccaccio nella novella d’Abraam giudeo, nella quale in poche parole assai ben vi mostra la malvagità della corte. E perché mi potreste dire: — Io t’ho pure udito, e di continuo odo, che in voce ed in iscritti molto commendi la cortesia, la bontà e la magnanimità del signor Vicino Orsino; — vi dico che meritamente, non da simulata affezzion costretto, ma per non tôrre il suo privilegio al vero, lo faccio, e farollo fin che mai mi sarà concesso di poter fare. E mi duole che il picciolo mio potere non sia conforme alla gran voglia mia ed agli eccelsi meriti suoi, per potere far gir di pari i mortali scritti miei con gli immortali onori suoi. Del quale è tale e sì fatta la bellezza, che ancora non è difinita la tenzone nata tra l’anima e ’l corpo per lui: se siano maggiori o le sue virtù e bellezze interiori, giunte a tal grado di perfezzione che più crescer non ponno; o le proporzioni, colori e linee esteriori, delle quali l’invidia ancor ne gode, né può dargli menda. Onde egli né gli altri pari suoi non s’intendono in questo numero, perch’è vero e non mendicato signore. E, quando che trovaste uno di questi tali, sì, che sareste ben consigliato, non solo [p. 53 modifica] a disporvi di servirlo un tempo, ma di consumar seco tutto il viver vostro. Sì come fa l’onorato messer Pompeo Zazzo, il quale molto ben conosce quanto vaglia l’illustrissimo signor Vicino, e però gode nell’assidua servitú, che gli fa molto piú, che non farebbe alcuno a comandare altrui. Ma siate certo che son rari. Sapete in qual modo vi consiglierei a provar la corte? Quando vi trovaste in termine di poter fare senza le mercedi loro, e, mantenendovi di vostro, corteggiare chi piú vi paresse degno dell’amicizia vostra. Allora sì, che potreste sperare qualche cosa, perché, qualora i reverendissimi non spendono di suo, amano e, comeché suo malgrado, s’obligano a chi si degna onorargli. Chè bene hanno a caro le servitú, ma non a spese loro. E cosí potreste aver commodo ed agio di conversare a piacer vostro con molti virtuosi ch’ivi sono; come sarebbe un pari del reverendissimo monsignor Leone Orsino, prelato dignissimo e signor senza difetto; il signor Maerbale Orsino, carissimo fratello del mio signor Vicino, veramente degno d’imperio. Potreste allora godere della dolcissima conversazione del divin Molza, del magnifico Capello, del dottissimo Claudio Tolomei e del mirabile Annibal Caro, e d’altri infiniti. Altrimenti è da fuggirla chi può. Perché, come dice l’Aretino, la corte ebbe prima il nome di ‛morte’ ma, perché il vocabolo era troppo orrido, cangiarono, per farla meno spaventevole, la prima lettera in un ‛c’. Ed è purtroppo vera la invenzione, ché con la speranza che vi si va, per lo piú si ritorna, o vi si muore».

Raverta. Sì, per Dio.

Domenichi. «Ma chi ben considera ciò che vi si contiene a dir ‛corte’ conoscerá che il meglio ch’abbia in sè è il rendere corta la felicitá dell’uomo e lunga la miseria. Onde io vi do quel consiglio che per me toglio, ed osserverollo piú che mai potrò. Lasciatela provare ad altri; perché si può assomigliare al giuoco: che se uno vince, quattro perdono; e se uno per mezzo di quello si vede esser fatto ricco, mille ne sono ruinati ed impoveriti. Mi potreste dire: — Che posso perdere io? Quello, che nemica fortuna m’ha tolto, non giá. — Assai, e non poco, avete da perdere; ché, essendo ora dotato di rare qualitá, usando [p. 54 modifica] con uomini malvagi, vi converrá farvi altr’uom da quel che sète. Considerate la perdita certissima e ’l guadagno dubbio. Statevi a Piacenza, dove io odo dire che meritamente sète intrattenuto, accarezzato e ben visto, come si conviene a un raro e virtuoso spirito. Che, per Dio, mille volte ho avuto da invidiarvi sí felice e lieta conversazione. Che piú alti soggetti volete per inalzare l’ingegno e stil vostro, che celebrare le infinite virtú della signora Isabella Sforza, donna religiosa e divina? della signora Ippolita Borromea, albergo di bellezza e d’onestá? della signora Camilla Valente, donna non meno dotta che onesta e bellissima? e di tante altre onorate gentildonne? Che piú volete, che godere la grata amorevolezza e nobil generositá dei molti illustri signori conte Giulio e conte Agostino Landi? la reale splendidezza del vostro e mio affezzionatissimo signor conte Girolamo Angosciuola? la nobilissima pratica del magnanimo signor conte Teodosio Angosciuola? Come potreste allontanarvi mai dalla dolce e virtuosa compagnia del magnifico cavalier signor Luigi Cassola? Della casa del quale fanno i poeti, come d’una chiesa i falliti...»

Raverta. Perché vi sète restato?

Domenichi. lo voglio trapassare una gran bugia, nella quale, per l’afTezzione che mi porta, egli è incorso.

Raverta. Qual è?

Domenichi. Non vo’ che la veggiate.

Raverta. So ben che ragiona di voi; e dunque dice il falso?

Domenichi. Certo che s’inganna.

Raverta. Può ben essere che dica poco, lodandovi parcamente; ma dice egli però il vero.

Domenichi. Anch’io passerò per buono in compagnia e sotto l’ombra di persone ottime, benché io sia dinaro di bassa lega. — «Vi potrete dunque partire dal virtuoso ed onesto consorzio del signor Lodovico Domenichi, del signor Ottavio Landi, del signor Antonmaria Braccioforte, di messer Bartolomeo Gottifredi, di messer Girolamo Mentovato, giovane singolarissimo e degno di quelle lode che la eloquente e sincera lingua del signor Domenichi gli dá cosí spesso; di messer Gian Battista [p. 55 modifica] Bosello, persona tanto piena di bontá e fede quanto ornata di lettere e di gran giudicio? Vivete, carissimo amico, quanto piú potete, lontano dalle loro corti. Lasciate che l’ignoranzia e l’invidia ivi ministri e serva, e voi godetevi lieta e tranquilla pace d’animo».

Baffa. Buoni e santi consigli.

Domenichi. «Piú vi direi, se non fosse che in breve vi aspetto, secondo mi scrivete. E, perché avete caro di sapere come questa inclita cittá, regina della libertá e madre della giustizia, governata da cosí savi signori, sia ornata di pellegrini ingegni e di splendidi signori, non resterò di nominarvi alcuni, dei quali parte ho domestichezza ed amicizia o, per meglio dire, servitú, e parte riverisco, per meritare d’essere onorati da qualunque desidera onore. Molti onorati personaggi vi sono: vi è tra gli altri il signor Gian Iacopo Lionardi, conte di Monte Abbate ed ambasciatore dell’eccellentissimo signor duca d’Urbino appresso questa illustrissima republica, del quale facilmente, per mezzo del divinissimo Aretino, potrete avere cognizione; amatore di virtuosi non meno che giá fosse la felice memoria del duca Alessandro de’ Medici, vostro singolarissimo padrone e benefattore. Vi è il mio onoratissimo conte Lodovico Rangone, chiara lampa di liberalitá, del quale s’io volessi pure un poco scoprirvi il grande e generoso animo, non converrebbe ch’io m’estendessi piú oltra che a ragionare degli eccelsi meriti suoi. Medesimamente, quasi di continuo, potrete godere la dolce conversazione del cortese e veramente gentile ed onorato conte Guido di Porzia, il quale, con la gentilezza e cortesia sua, lega di tal maniera ogni virtuoso ingegno ch’è sforzato ad amarlo e riverirlo, sí come simulacro ed essempio di bontá. Non passerò con silenzio il nobilissimo conte Collaltino da Collalto, il quale non è meno dotato di perfettissime bellezze interiori di quello che sia d’esteriori. E ben si può dir di lui che, sí come è ben formato di viso e di corpo, che men bella ancora non sia la sua anima, percioché effettualmente l’uno e l’altro si conosce».

Raverta. Tutto il mondo è di questo parere. [p. 56 modifica]

Domenichi. «Ma dove lascio il mio valoroso capitan Camillo Caula, le cui vive virtú e reale animo rende ogni cuore ad onorarlo astretto? Ben dirò io esser non poco dell’alto suo valore acceso e di quelle rare e perfette qualitá ch’oggidi sí vedono in pochi, ed in lui talmente abondano, che chi brama specchiarsi in un vero folgore di battaglia, si specchi nel coraggioso ed ardito animo suo. Né mai tempo o destino potrá fare che il mio volere dal suo si disgiunga. E di ciò non dubito che l’affezzion m’inganni, ma voglio che mi scorga il commuti giudicio».

Raverta. Per mia fè, che questa è una lunga lettera.

Domenichi. Per certo sí; ed abbiamo ora poco di piú passato il mezzo.

Baffa. Lasciatela ora, ch’un’altra volta la fornirete.

Domenichi. Per Dio, ch’io non farò; poich’io veggo pure ora, ch’ella incomincia a nominare i virtuosi.

Baffa. Dico ciò, perché non v’incresca; poiché le cose lunghe sogliono recar noia.

Domenichi. A me non reca noia alcuna il leggerla, perché non meno sono io scioperato ora di quello ch’egli era forse quando la scrisse.

Baffa. Mi par che abbiate ragione, e però seguite.

Domenichi. Dov’era? Ho trovato. «Vi sono anco degli altri assai, i quali lascerò adietro per non fastidirvi. Infiniti, rari, belli e pellegrini ingegni ci sono, de’ quali in parte ho non poca domestichezza e molti riverisco per i meriti loro, tra i quali voglio dare il principato a una gentildonna, la quale non solo è virtuosissima e dottissima, ma è scuola ed albergo di dotti e virtuosi, da me a voi tante volte sentita ricordare: madonna Giulia Ferretta. Vi è il rarissimo ed unico messer Trifon Gabriele, tanto degnamente da tutto il mondo e celebrato ed avuto in pregio. Il mio divinissimo signor Pietro Aretino, del quale è tanto noto il valore, che soverchio sarebbe il parlarne con esso voi, il quale molto ben sapete come egli è riverito da tutti i virtuosi e temuto da ogni principe. L’eccellentissimo filosofo ed oratore messer Speron Sperone [p. 57 modifica] assai dimora in questa cittá, l’opere del quale fanno fede quale egli si sia. Se vorrete conoscere un lume di tutte le scienze, avrete messer Fortunio Spira, da ogni bello intelletto amato molto e da me senza fine riverito. Ècci il clarissimo messer Daniel Barbaro, l’unico messer Federico Badoaro, il perfetto messer Domenico Veniero, rarissimi ingegni e singolarissimi intelletti. Medesimamente qui dimora di continuo messer Bernardino Daniello da Lucca, di cui, se volete sapere la dottrina, leggete le dottissime opere sue. Che dirò del gentile e veramente dolce messer Lodovico Dolce? che dell’ingegnosissimo messer Francesco Coccio, non mai abbastanza lodati? che del gentil signor Alessandro Sansedonio, cosí raro intelletto? che del mio magnifico Ottavian Raverta, veramente in ogni scienza consumatissimo?».

Raverta. Se io avessi mai biasimato alcuna cosa del Betussi, direi, senza dubbio, ch’io fossi quel desso, il quale egli vuole che sia conosciuto il contrario di quello che dice, lodandolo con false lode.

Baffa. Anzi egli ha detto poco, ragionando di voi, perché da molto piú sète di quello ch’egli dimostra. Ma, per amor di Dio, finite oggimai di leggere cotesta lettera sì lunga: accioché il nostro amoroso ragionamento possa avere fine.

Domenichi. «So che non accade dirvi quale si sia il nostro eccellente messer Francesco Sansovino, di molte rare virtú dotato. R meglio di me conoscete se vale o no, perché i frutti, che di lui si colgono e si gustano, chiaramente mostrano la sua perfezzione. Non lascerò di ricordarvi messer Alessandro Citolini, le cui rare fatiche contengono in sè quella medesima eccellenza, c’hanno l’opre immortali del grandissimo Giulio Camillo, perché difficilmente si conosce differenza tra loro; di maniera che paiono ristesse, onde dimostrano la conformitá della conversazione lungo tempo insieme avuta. Di messer Gottardo Morello e di messer Baldassare Stampa poco son per parlarvi, perché i componimenti suoi, piú volte da me mandati al signor Domenielli ed a voi, fanno chiarissimo testimonio quanto essi siano virtuosi. Ma dove lascio il signor Cosimo Pallavicino, genovese, [p. 58 modifica] in tutte le scienze ed azzioni del mondo universale? Taccio le onorate qualitá del nobilissimo messer Rinaldo Ghinucci, il quale non minor gloria riporta in seguitar Febo, dell’onore ch’egli have essercitandosi con Marte. Perché, se molto non mi estendo in dirvi le rare condizioni di tanti elevati e sublimi ingegni, il signor Domenichi, che in buona parte ha praticato molti di loro, vi dica per me quali si siano».

Baffa. So che glielo direte, se voi sete a Vinegia ed egli a Piacenza.

Domenichi. «Perché aspetto che con gli occhi del corpo v’abbiate a render certo di piú, che nella mente vostra per mie parole dovete imaginarvi, e vi deve con l’animo parer di vedere e contemplare. E, per non ispender piú parole, avendo fatto oltra il dovere lunga diceria, farò fine; aspettandovi, con infinito desiderio, lutto di diverso parere di quello che per l’ultima vostra m’avete mostrato, dico di lasciar provare la corte ad altri. E, per mio consiglio, seguirete i pochi e non la volgar gente; dandovi tutto agli studi, non per vendere poi la vostra scienza a minuto, come molti fanno, ma per sapere la ragione delle cose e la cagione d’esse».

Raverta. M’avrei maravigliato che si potesse fare una lettera o un sonetto senza rubare il Boccaccio e ’l Petrarca.

Baffa. Se non gridano, il danno sia loro.

Domenichi. Lasciatemi finire. — «Chè queste son le fatiche per le quali si giunge a quei gradi, alla sublimitá dei quali i bassi e volgari intelletti non ponno pervenire. Ma sovratutto, perché so il vostro viaggio avere ad essere da Bologna, quando voi sarete giunto in Modana, madre de’ virtuosi cosí in lettere come in armi, non vi si scordi, vi priego, far riverenza, in mio nome, all’onorata madonna Pellegrina, dignissima moglie del mio capitan Camillo Caula. Chè io so che mi confessarete mai non esservi stato imposto carico che maggior diletto v’abbia recato di questo. Perché conoscerete una gentildonna tra le rare rarissima, alla quale di tutte le virtú si deve il principato e la corona. Resta che vi conserviate sano e mi raccomandiate agli amici. Di Vinegia». [p. 59 modifica]

Raverta. So che avete avuto che fare per un poco.

Domenichi. Ma ciò che importa? Chi non vuol leggere le cose, nessuno lo sforza.

Raverta. È ben vero, e chi ha faccende deve attendere agli affari e non a leggere simili cose.

Baffa. Se questa lettera fosse traposta insieme con alcune altre o in qualche ragionamento, come si farebbe a non leggerla?

Domenichi. Lasciarla stare, trapassando due o tre carte, perché, ad ogni modo, questa non interromperebbe niente, essendo fatta da per sè. Ma perché mi dimandate ciò?

Baffa. Dirovvi: conosco ch’è una cosa lunga, onde vorrei sapere, quando ciò occorresse, che poter rispondere a que’ tali che la biasimassero.

Domenichi. Ditegli che, quando ch’ei la fece, era scioperato e che non avea da scrivere lettera alcuna per suo padrone, e che voi, prima di loro, vi sète accorta ch’era lunghissima; nondimeno avete voluto che sia lasciata così, perché, se quei tali saranno affaccendati, si troveranno degli spensierati ancora. Così non potranno dire né accorgersi di cosa che noi abbiamo detto né ci siamo accorti prima di loro; e vadano ad apparare; ch’egli ha saputo far buona scelta di molti uomini virtuosi.

Baffa. Così farò. Ma ditemi: vi sète accorto come tra gli uomini virtuosi ha dato certe lode ad uno, onde copertamente non poco lo biasima?

Domenichi. Sì, sono.

Raverta. Anch’io me ne sono aveduto.

Baffa. Basta, non ne diciamo altro, perché gran fatto non sará che molti se n’aveggano. Ma quel che importa è che questi tali, come è staio detto dianzi, sono della buccia di Cencio Dini, contadino del luogo di Santa Croce, diocese di Lucca, indegnamente cancelliere del reverendissimo Cardinal Gambara, legato di Lombardia; il quale gaglioffo, offra l’essere infame da nativitá, villano e furbo, è il piú arrogante, ignorante e furfante che calchi terra.

Raverta. Conoscete voi, signora, questo vituperio degli uomini e vergogna del mondo? [p. 60 modifica]6o


Baffa. La fama delle sue ribalderie m’ha riempiuto gli orecchi da Piacenza fin qua; oltra ch’io n’ho vera notizia per le scritture famose e degne di fede, nelle quali il virtuoso Doni ha fatto immortale sì vile e disonorata persona.

Raverta. A fè, signora, che sofficientemente ne dite male.

Domenichi. Sarebbe peccato a tacere il vero.

Baffa. Resta che, avendo contentati voi in mostrarvi questa lettera, che debbiate anche contentar me, ritornando all’incominciato nostro ragionamento.

Raverta. È bene onesto.

Baffa. Incominciate dunque voi, signor Ottaviano, perché il signor Lodovico deve essere presso che stanco, avendo tanto letto.

Domenichi. Si, per Dio.

Raverta. Così sia. Ma a voi sta il dar principio. E state di buon animo, ch’io son disposto di spendere tutto il rimanente del di d’oggi in servizio vostro, ché meglio non posso fare.

Baffa. Parecchi sono i dubbi e molti i quesiti dei quali ricerco essere rissoluta. E, perché a ciascuno da per sè si può dar fine, non mi curerò piú dall’uno che dall’altro dar principio. Ed ora che questo mi occorre nella mente, voglio ch’egli sia il primo; e però vi piacerá risolvermi e con alcuna ragione mostrarmi: Qual sia maggior difficultá: fingere amore non amando, o amando dissimulare di non amare?

Raverta. Dirovvi, rispondendo, in questa ed altre simili cose, naturalmente, non però senza ragione. L’uno e l’altro ho per difficilissimo: perché, a volere mostrare quello che non è in noi, bisogna grandissimo artificio usare. E prima: se si vorrá fingere amante non essendo, se sará uomo, potrá ben col passeggiare; se donna, col far copia di sè, nel lasciarsi spesso vedere; e l’uno e l’altro col mandar lettere, ambasciate, col mover sospiri, se gli sará concesso d’essere alla presenza della donna, non rimanersi dallo spendere, continuare l’impresa, per giungere non al desiato, ma all’ostinato fine. Ma sará impossibile, impossibile dico (percioché ciò non è di nostro volere, anzi viene dai movimenti dell’animo) che al conspetto dell’amata, se non è vero [p. 61 modifica] amante, si possa a voglia sua arrossare, impallidire, restare attoniti, fisar gli occhi nella cosa amata, con quella pietá ch’amore imprime in noi.

Baffa. Non dite cosi, perché, a’ miei giorni, ho conosciuto di quei che fingevano, onde si ha poi conosciuto la loro simulazione far cose sopra l’uso naturale: piangere, sospirare, impallidire ed arrossare di maniera che non ogni semplice, ma ciascuna donna, per accorta che fosse, sarebbe rimasta ingannata.

Raverta. Appunto il vedere uno estremo da un altro estremo è quello che, a chi ha punto di considerazione, scuopre il vero dal falso ed il falso dal vero. Il pianto ed i sospiri son meglio in nostro potere che non è l’arrossare ed impallidire, il quale non è sempre presto alle nostre voglie. E, se arrossavano ed impallidivano, dovea procedere piú tosto da vergogna o da téma di non inciampar poi nell’insidie, che da altro. Ma troppo ben si conosce quando gli effetti sono veri o falsi.

Baffa. Seguite dunque.

Raverta. Perché mi pare difficilissimo. Nondimeno, come avete detto, si ha trovato alcuno c’ha saputo fingere o, per meglio dire, ingannare l’amante, il quale, amando, crede di piú assai che non opra l’amato. Perché, se lo vede movere un sospiro, benché sia finto, quello gli passa per gli occhi e gli scende al core; onde, mosso a pietá, non può patire di lasciarlo piangere e languire, benché di nascoso poi sen rida e goda. E di qui i miserelli amanti restano poi ingannati. Onde, conoscendo alla fine, come che tardi, gli occulti inganni, muoiono bene spesso disperati.

Baffa. Infiniti veramente ingannati son giunti a mal termine.

Raverta. Ma però non resta che difficilissimo non sia il poter fingere d’amare; perché, non essendo amore, non so come si possa perseverare, cercando d’ottenere l’intento di cosa che non gli sia grata e che non ami. Ma che diremo di quelli che sono innamorati e vogliono fingere di non esserci? Questo dico io non solamente esser difficile, ma impossibile: perché, essendo amanti, non siamo in nostro potere. E, se bene abbiamo in animo di non andare a vedere la cosa amata, Amore, a cui [p. 62 modifica] soggetti siamo, ne ci guida. Amore ne incita a cangiare stile e ne muove da tutti i nostri atti primieri. E, se saremo in compagnia d’altrui, ragionandosi d’una cosa, entreremo in un’altra. Alle volte le nostre parole s’arrestano nel mezzo; e ciò procede che l’amato obietto sempre dinanzi agli occhi invisibile e nel cuore ne dimora, talché, dormendo, vegghiando e in tutte le nostre operazioni, commove tutti gli spiriti. Ma come sará possibile che, se avremo comoditá di vedere la cosa amata, che non impallidiamo ed arrossiamo, e che, malgrado nostro, non sospiriamo e restiamo attoniti ed insensati?

Baffa. E perché non si può restare? Quando altro non si potesse, non sa ramante, se l’amata è nella cittá, starsene in villa? Se abita in un luogo, non vi passare? Se ha per usanza andare accompagnato, starsene solo; e cosí passarsela con quel miglior modo che sia possibile? Benché malagevole sia, credo però che si possa fare.

Raverta. Questo non sarebbe amare e dissimulare, perché chi vuole contendere col nemico ed a lui mostrarsi eguale, non ha per costume volgergli le spalle, ma, di sè rendendogli buon testimonio, cerca di vincerlo. E questo è quel ch’ora trattiamo. Ma neanco ciò che dite si può fare, perché, come parmi avervi giá detto, acqua lontana mai non spense foco vicino, ed Amore, malgrado di noi, ci guida a vedere l’amata vista. Né si può star lontano, perché c’impiaga cosí da lunge come d’appresso, e ci fa cangiare abito tutto diverso dal primo. Onde, s’eravamo usati andar soli, siamo constretti di trovar compagnia; se accompagnati, la lasciamo, acciò ne sia dato agio di sfogare gli ardenti sospiri Ma chi potrá mai celare amore ed amando fingere di non amare? Se per caso, giunto al cospetto della sua amata, vegga quella fisar gli occhi in lui, quale amante è che non impallidisca ed arrossisca e non rimanga trafitto ed insensato; e, se gli parla, sappia a proposito risponderle? Nessuno veramente. Sí che, signora Francesca, non è diffícile solamente, ma impossibile, amando, voler dissimulare; perché, tutto che si sforzi talora di mostrare il contrario, il volto e ’l colore bene spesso scuopre ciò che l’anima desia, né si può anco celare; [p. 63 modifica]Pagina:Trattati d'amore del Cinquecento, 1912 – BEIC 1945064.djvu/69 [p. 64 modifica]Pagina:Trattati d'amore del Cinquecento, 1912 – BEIC 1945064.djvu/70 [p. 65 modifica]Pagina:Trattati d'amore del Cinquecento, 1912 – BEIC 1945064.djvu/71 [p. 66 modifica]Pagina:Trattati d'amore del Cinquecento, 1912 – BEIC 1945064.djvu/72 [p. 67 modifica]Pagina:Trattati d'amore del Cinquecento, 1912 – BEIC 1945064.djvu/73 [p. 68 modifica]Pagina:Trattati d'amore del Cinquecento, 1912 – BEIC 1945064.djvu/74 [p. 69 modifica]Pagina:Trattati d'amore del Cinquecento, 1912 – BEIC 1945064.djvu/75 [p. 70 modifica]Pagina:Trattati d'amore del Cinquecento, 1912 – BEIC 1945064.djvu/76 [p. 71 modifica]Pagina:Trattati d'amore del Cinquecento, 1912 – BEIC 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