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i - il raverta 39


Baffa. Senza dubbio.

Domenichi. Perché adunque non ci fa?

Raverta. Perché vuole che noi ci affatichiamo, operando quegli atti intellettuali ch’egli, accioché pervegniamo alla perfezzione, ci ha concessi, di conseguire quello che potemo aver col mezzo delle nostre opere virtuose, ed adoprando quella virtú che n’ha donato. E però quello affetto suo volontario non è suggetto a passione, come il nostro, non essendo in lui difetto d’alcuna cosa. Anzi, per sua immensa bontá, ama noi e desidera che arriviamo al maggior grado di perfezzione che ci manca; e, quando l’abbiamo conseguita, che di quella eternamente godiamo.

Domenichi. Ora si ch’io comprendo molto bene la cagione per la quale Iddio si muove ad amar noi; prima perché siamo sue fatture; e poi perché lo affetto lo muove di vederci perfetti. Ma l’amor nostro verso lui quale è, e di che sorte?

Raverta. Mi sforzerò, come potrò il meglio, di dirlovi; benché sia impossibile potere a parole esplicare questi divini misteri. Ma, dove cosí a pieno io non potrò supplire, con la mente vostra comprenderete quel che meglio si potrebbe dire. In noi è difetto; cosa che non è in Dio, il quale è supplimento e cagione di farne perfetti. Diversa ancora è la sua divina bellezza dalla nostra, come vi ho dimostrato.

Baffa. Diteci anco qualche cosa di piú della bellezza divina, ché troppo parcamente, a mio giudicio, n’avete ragionato.

Raverta. Imperoché dubbio non è, come giá v’ho detto, che Iddio non sia il sommo bello, e sí come è creatore di tutte le cose, che sia anco prima origine della sua vera bellezza, ed essendo egli il tutto e contenendo in sè tutto il buono ed il bello, che da sè non proceda la vera bellezza, la quale è però sua, né mai da lui si parte, se ben in noi s’infonde; ed è ciò la sua somma sapienza, o intelletto e mente ideale. Sí che, se ben questa da lui deriva e depende, è nondimeno da chiamare la prima e vera bellezza divina. Imperoché Iddio non è bellezza prima, ma piú tosto origine e creatore, senza alcuna dependenzia, della vera sua propria bellezza, ch’è la sua somma