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I - IL RAVERTA

IOI

che la gelosia sia cattiva: la qual cosa non ha dubbio. Ma io cerco sapere se Amore può esserne senza.

Raverta. Dicovi che si; imperoché, oltra che il non esser geloso nasce da nobiltá d’animo, nell’uomo non è mai gelosia quando si reputa tale, ch’essendo stato eletto dalla donna, operi di maniera che conosca non avere da restare inferiore ad alcuno altro. Ed egli allora vive senza rancori e senza quegli smisurati ardori. Dico bene questo: Ch’Amore non può né deve essere senza timore.

Baffa. Non è gelosia e timore il medesimo?

Raverta. Non giá, e sono di gran lunga differenti, perché gelosia è una infirmitá simile alla peste, che dall’aere corrotto procede, e però è mortale. Ma il timore è una specie d’ardore, generato d’Amore; né può, come ben vi dimostra il dottissimo Sperone, amare chi non teme.

Baffa. Ditemi: il Petrarca non dice egli in certo loco:

Amor e gelosia m’hanno il cor tolto?

Amava pur ferventemente, ed era vero il suo amore; nondimeno se stesso chiama «geloso».

Raverta. Intende di quel vero timore del quale leggiermente io v’ho parlato di sopra; ed in molti luoghi lo replica, come quando dice:

Che temere e sperar mi fará sempre,

ed infinite altre volte. Poi vi farò conoscere che neanco il Petrarca amò perfettamente, né piu oltra s’estese, in quanto che facesse, che alle bellezze dell’animo, come chiaramente in molti luoghi dell’opere sue egli medesimo afferma. Perché dal nostro amor sensuale s’ascende al contemplativo ed al celeste; e questo terreno, chi bene vi s’appiglia, è scala a noi per investigar quello. Ma, per ora, non vuo’ che tanto inanzi passiamo.

Baffa. Concludetemi, almeno, se si può amar senza gelosia.

Raverta. Pur v’ho detto che si; ma non senza timore, perché il timore causa la riverenza, e la riverenza rende perfetto l’amore. E sempre, amando, dico spiritualmente, ancora il timore