Filocolo (Laterza 1938)/Libro III

Libro terzo

../Libro II ../Libro IV IncludiIntestazione 27 agosto 2017 75% Da definire

Libro II Libro IV
[p. 165 modifica]

LIBRO TERZO

Ritornato Florio a Montorio, lieto per la campata Biancofiore non meno che per l’avuta vittoria, avendo ancora gli occhi alquanto della lunga sete sbramati, e prendendo riposo del ricevuto affanno, incominciò a menar lieta vita, contentandosi dell’aiuto degl’iddii, al quale si vedeva congiunto. E giá gli pareva che i fati rivolti gli fossero benivoli, and’egli sperava tosto i suoi disiri compiere. Adunque la sua festa era senza comparazione in Montorio: e i cavalli che lungamente per lo suo amoroso dolore avevano negligente riposo avuto, ora inforcati da lui, e le redini tenute con maestrevole mano, correndo a diversi ufficii rimettono le trapassate ore. Egli, vestito di drappi di Siria, tessuti dalle turche mani, rilucenti dell’indiano oro, dimostra la sua bellezza coronata di frondi. Altre volte co’ cani e col forte arco nelle oscure selve caccia i paurosi cervi, e nelle aperte pianure i volanti uccelli gli fanno vedere dilettevoli cacce. E spesse fiate le fresche fontane di Montorio erano da lui con diversi diletti ricercate. Niuna allegrezza gli mancava fuor solamente la sua Biancofiore, la quale gli era troppo piú lontana che la speranza non gli porgeva.

Menando Florio, per la futura speranza che lo ingannava, lieta vita, la non pacificata fortuna, invidiosa del fallace bene, non poté sostenere di tenergli alquanto celato il nebuloso viso, ma affrettandosi di abbreviare il lieto tempo, con questi pensieri un giorno subitamente l’assalí. Era entrato l’innamorato giovane, nell’ora che il sole cerca l’occaso, in un piacevole [p. 166 modifica]giardino, d’erbe e di fiori e di frutti copioso, per lo quale andando con lento passo assai lontano a’ suoi compagni, vide tra molti pruni un bianchissimo fiore e bello, il quale intra le folte spine sua bellezza serbava. Al quale rimirare Florio ristette, e pareagli che ’l fiore in niuna maniera potesse piú crescere in su, senza essere dalle circostanti spine pertugiato e guasto, né similmente dilatarsi, o divenir maggiore. Onde egli cominciò a pensare, e tra se medesimo a ragionare tacitamente cosi: «Oimè, chi e qual cosa mi potrebbe piú apertamente manifestare la vita e lo stato della mia Biancofiore che fa questo bianco fiore? Io veggio ciascuna punta delle circostanti spine rivolta al fresco fiore, e quasi ognuna è presta a guastare la sua bellezza. Queste punte sono le insidie poste dal mio padre e dalla mia madre alla innocente vita della mia Biancofiore, le quali lei alquanto muovere non lasciano senza amara puntura. Deh, misera la vita mia, or di che mi sono io, nel passato tempo, sperando, rallegrato tanto, che le infinite avversitá apparecchiate per me a Biancofiore mi siano uscite di mente? Oimè, perché dopo la disiderata diliberazione ti lasciai al mio padre?». Con queste e con altre parole malinconico molto si ritornò alla sua camera, nella quale tutto solo si rinchiuse. E quivi gittatosi sopra il suo letto, cominciò a piangere con queste voci: «O bellissima giovane, sono ancora cessate le malvage insidie poste alla tua vita da’ miei parenti? Morto è l’iniquo siniscalco, a te crudelissimo nemico: certo cessate dovriano essere. Io non credo che per la morte di colui la malizia del re sia menomata, e la mia fortuna ria penso che ti faccia spesso noia: ond’io credo che piú che mai alla tua vita ne siano poste. Oimè, misero, or dove ti lasciai? Io lasciai la paurosa pecorella intra li rapaci lupi. Deh, ove lasciai io la mia Biancofiore? Tra coloro che sono affamati della sua vita, e disiderano con inestinguibile sete di bere il suo innocente sangue. Certo il comandamento della santa dea ne fu cagione, il quale volesse il sommo Giove che io non avessi osservato. Oimè, Biancofiore, in che mala ora fummo nati! Tu per me se’ con continua sollecitudine cercata [p. 167 modifica]d’offendere perché io t’amo, e io sono costretto di stare lontano da te acciò che io ti dimentichi; ma certo questo è impossibile, ché amore non ci legò con legame da potersi sciogliere. Niuna cosa, altro che morte, non ci potrá partire, però che né noi il consentiamo, né amore vuole: anzi con piú forza continuamente mi cresce nello sventurato petto, tanto che d’ogni cosa mi fa dubitare; ed è cresciuto a tanta quantitá, che quasi dubito che tu non m’ami, o che tu per altri non mi abbandoni. O forse ancora per li conforti della mia madre, e per campare la vita, la quale con le proprie braccia campai, lasci di amarmi. Oimè, che amaro dolore mi sarebbe questo! O graziosa giovane, non dimenticar colui che mai te non dimenticherá: gl’iddii concedano che com’io ti porto nell’animo, tu porti me». In simili ragionamenti e pensieri e pianti consumò lo innamorato giovane quel giorno e la maggior parte della notte, né potea nel suo petto entrar sonno, per la continua battaglia de’ pensieri e degli abbondanti sospiri, i quali i suoi sonni contrastavano. Ma dopo lungo andare, la gravata testa prese temoroso sonno; e infino alla mattina, forse con battaglie non minori nel suo dormire che essendo desto, si riposò. Oimè, quanto è acerba vita quella dell’amante, il quale dubitando vive geloso. Infino a tanto che Procris non dubitò di Cefalo, fu la sua vita senza noia, ma poi che ella udí al male rapportante servidore ricordare Aurora, cui ella non conosceva, fu ella piena d’angosciose sollecitudini, infino che alla non pensata morte pervenne. Venne il chiaro giorno, levossi Florio; il quale per lo lieve sonno dimenticati non aveva gli angosciosi pensieri, e levato, non uscí della trista camera, sí come era l’altre mattine usato; ma in quella stando, si tornò sopra i pensieri del di preterito; e in quelli dimorando, il duca, che per grandissimo srazio atteso l’aveva, entrò nella camera dicendo:«Florio, leva su, non vedi tu il cielo che ride? Andiamo a pigliare gli usati diletti». E quasi ancora di parlare non era ristato, che, rimirandolo nel viso, il vide palido e nell’aspetto malinconico e pieno di pensieri, e i suoi occhi, tornati per le lagrime [p. 168 modifica]rossi, erano d’un purpureo colore intorniati: di che egli si maravigliò molto, e mutata la sua voce in altro suono, . cosí disse: «Florio, e quale subita mutazione è questa? Quali pensieri t’occupano? Quale accidente t’ha potuto si costrignere che tu mostri ne’ sembianti malinconia?». Florio vergognandosi bassò il viso, e non gli rispose; ma crescendogli la pietá di se medesimo, perché da persona che aveva di lui pietá era veduto, cominciò a piangere e a bagnar la terra d’amare lagrime. La qual cosa come il duca vide, tutto stupefatto, ricominciò al piangente a dire: «O Florio, perché queste lagrime?

Ov’è fuggita l’allegrezza de’ passati giorni? Qual cosa nuova ti conduce a questo? Certo se i fati m’avessero conceduto sí graziosa coronazione, quale fu quella della notabile vittoria che tu avesti, a me da altrui che da te palesata, io non credo che mai niuno accidente mi potesse turbare. Dunque lascia il piangere, il quale è atto feminile e di pusillanimo core, e alza il viso verso il cielo, e dimmi qual cagione ti fa dolere. Tu sai ch’io sono a te congiuntissimo parente, e quando questo non fosse, si sai tu che io di perfettissima amistá ti sono congiunto:

e chi sovverra gli uomini negli affanni e nelle avversitá di consiglio e d’aiuto, se i parenti e i cari amici non gli sovvengono? E a cui similmente si fiderá alcuno, se all’amico non si fida? Di sicuramente a me quale sia la cagione della tua doglia, acciò che io in prima ti possa porgere debito consiglio e conforto, e poi operando aiuto. Pensa che infino a tanto che la piaga si nasconde al medico, diviene ella putrida e guasta il corpo, ma palesata, le piú volte lievemente si sana. E però non celare a me quella cosa la quale questo dolore ti porge, però che io disidero darti secondo il mio potere intero conforto, e liberartene».

Dopo alquanto spazio Florio alzò il lagrimoso viso, e cosí all’aspettante duca rispose: «Il dolce addimandar che voi mi fate e ’l dovere mi costringono a rispondervi e a manifestarvi quello che io credeva che manifesto vi fosse. E però che spero che non senza conforto sará il mio manifestarmivi, dal principio comincerò a dirvi la cagione de’ passati dolori e [p. 169 modifica]de’ presenti, posto che alquanto le lagrime, le quali io non posso ritenere, mi impediscano. Ne’ teneri anni della mia puerizia, sí come voi potete sapere, ebb’io continua usanza con la piacevole Biancofiore, nata nella paternale casa meco in un medesimo giorno, la cui bellezza e’ nobili costumi e l’adorno parlare generarono un piacere, il quale sí forte prese il giovinetto core, ch’io niuna cosa vedeva che tanto mi piacesse. E di questo piacere era multiplicatore e ritenitore nella mia mente un chiarissimo e splendidissimo raggio, il quale, come strale, da arco mosso, corre con la aguta punta all’opposito segno, cosí da’ suoi begli occhi movendo termina nel mio cuore, entrando per gli occhi miei: e questo fu il principale posseditore in luogo di lei. E, con ciò sia cosa che questi ogni giorno piú la fiamma di tal disio aumentasse, in tanto l’accrebbe, che convenne che di fuori paresse, e scopersemisi allora ella, non meno che io d’essa, essere innamorata. Né questo fu lungamente occulto pe’ nostri sospiri, di ciò dimostratori al nostro maestro, il quale piú volte con gravi riprensioni s’ingegnò di trarre indietro quello che agl’iddii saria impossibile far tornare; ma fattolo alla notizia del mio padre venire, egli imaginò che, allontanandomi da lei, della mia memoria la caccerebbe: la quale, se per la mia bocca tutto Lete entrasse, non la potria da quella spegnere. Ma non per tanto egli faccendomi allontanare da lei, non fu senza grande dolore dell’anima mia e di quella di Biancofiore. E in questo luogo mi relegò in esilio, sotto colore di volere che io studiassi. Ma qui dimorando, e trovandomi lontano da quella bellezza in cui tutti i miei disiderii si terminano, incominciai a dolermi, né mi lasciava il doloroso cuore mostrare allegro viso: e di questo vi poteste voi molte fiate avvedere. Ora, come la mia doglia fosse manifesta al re m’è ignoto, ma egli, o per questa cagione o per altra iniquitá compresa ingiustamente sopra la innocente Biancofiore, cercò d’uccider lei, e nella sua morte l’anima mia: e voi foste presente al nascoso tradimento, né vi fu occulto lei essere a vilissima morte condannata, né di ciò niente mi palesaste. Ma li pietosi iddii e [p. 170 modifica]il presente anello non soffersero che questo fosse; ma questi mostrandomi con turbato colore lo stato di lei, e gl’iddii ne’ miei sonni manifestandolomi, mi fecero pronto alla salute d’essa, e, porgendomi le loro forze, con vittoria la vita di lei e la mia insiememente campai, e poi ricevetti debita coronazione di tale battaglia, avendo giá rimessa la semplice colombetta intra gli usati artigli de’ dispietati nibbi: di che ora ricordandomene, e parendomi aver mal fatto, mi doglio. E piú doglie mi recano le vere imaginazioni che per lo capo mi vanno, che mi par vedere un’altra volta avvelenare il prezioso uccello, e condannare la mia Biancofiore a torto, ed essere il foco maggiore che mai acceso. E quasi mi pare intorno al core avere uno amarissimo fiume delle sue lagrime, le quali tutte mi gridano mercé. Io non so che mi fare. Io amo, e amore di varie sollecitudini riempie il mio petto, le quali continuamente ogni riposo, ogni diletto e ogni festa mi levano, e leveranno sempre, infino a quell’ora che io nelle mie braccia riceverò Biancofiore per mia, in modo che mai della sua vita io non possa dubitare. Io non vi posso con intera favella esprimere piú del mio dolore, il quale credo che piú vi si manifesti nel mio viso, che nel mio parlare non è fatto. Gl’iddii mi concedano tosto quel conforto che io disidero, però che se troppo penasse a venire, cosí sento la mia vita consumarsi nell’amorosa fiamma come quella del misero Meleagro nel fatato tizzone si consumò. E questo detto, perdendo egli ogni potere, sopra il ricco letto subitamente ricadde supino, tornato nel viso quale è la secca terra o la scolorita cenere.

Non poté il duca, che con dolente animo ascoltava quello che non gli era mica occulto, vedendo Florio supino ricadere sopra il suo letto, ritenere le lagrime con fortezza d’animo; ma pietosamente piangendo, si recò l’innamorato giovane, a cui in vista niuno sentimento era rimaso, nelle sue braccia; e rivocati con preziosi liquori gli smarriti spiriti ne’ loro luoghi, cosí gl’incominciò a dire: «Valoroso giovane, assai compassione porto alla tua miserabile vita, tanto che piú non posso, [p. 171 modifica]e forte mi pare a credere che vero sia che tu da amore cosí compreso sia come tu narri, con ciò sia cosa che amore sia sí nobile accidente, che sí vile vita non consentiria menare a chi lui tiene per signore, come tu meni; e io l’ho giá provato: e massimamente avendo tu cosí vera cagione di doverti rallegrare, come tu hai, se io ho bene le tue parole ascoltate. Tu, secondo il tuo dire, ami piú ch’altra cosa Biancofiore, e similmente di che piú ch’altra cosa ella te ama. Adunque se tu bene riguarderai a quel che io intendo di dirti, niuno uomo maggiore festa deve fare di te, né essere, secondo la mia opinione, piú allegro, però che quello che piú amando si disidera si è d’essere amato; perché, se tutte l’altre cose, che ad amore appartengono, senza questa s’avessero, niuno intero bene né diletto porgere potrieno, però che gli animi sarebbero diseguali. Questo adunque piú che gli altri amorosi beni è da tener caro. A questo acquistare suole essere agli amanti molto affanno e noia, il quale se procacciando l’acquistano, tutta la loro fatica pare loro essere terminata, o la maggior parte: e di questo l’antica etá tutta è piena di esempli. Giá hai tu inteso quello che Melanione sostenne da Ileo per acquistare la benivolenza d’Atalanta: quante volte portò egli sopra i suoi omeri le pesanti reti, e l’altre necessarie cose alle cacce, per acquistare quella, in servizio della cruda giovane? E quanto contentamento giunse nell’animo d’Aconzio, sentendosi con inganno avere acquistato l’amore di Cidippe? E questo amore tu l’hai dirittamente. Per questo niuno affanno ti conviene durare. Niuna turbazione e nulla malinconia dovresti avere nell’animo. E avendo questo, come tu hai, gelosia e ogni spiacevole sollecitudine dovria essere lontana da te: e la ove tu ti contristi, ti dovresti dell’acquistato bene rallegrare. Ancora ho compreso nel tuo parlare te avere gl’iddii e la virtú del tuo anello in aiuto. Or qual cosa pensi tu che contraria ti possa essere, se sí fatto aiuto hai teco, come è quello degl’iddii, alla cui potenza niuna cosa può resistere? Lascia piagnere a’ miseri, alle cui sollecitudini solo il loro ingegno è rimaso aiutatore. Tu devi pensare che avendo gl’iddii cura [p. 172 modifica]de’ tuoi bisogni, se essi non concedono che tu al presente sia con la tua Biancofiore, non è senza gran cagione. L’uomo non sa delle future cose la verità: a loro niuna cosa si nasconde. Tu dei credere ch’eglino pensano alla tua salute, e io credo senza dubbio che questa dimora non sia senza gran bene di te. Il loro piacere si dee pazientemente sostenere. Se essi volessero, tu saresti ora con lei; e il volere contra ’l piacer loro andare, fece alla molta gente di Pompeo perdere il campo di Tessaglia, assaliti dal picciolo popolo di Cesare. Mostra ancora che molto ti dolga l’essere stata Biancofiore voluta dal tuo padre fare morire, la cagione della qual morte dubiti non sia stata il re avere saputo te dolorosa vita menar per lei, e per tanto temi forse non a simile caso ritorni: la qual cosa se ritornasse non saria maraviglia, ma ragione, con ciò sia cosa che tu conosca il tuo padre muoversi adirato contra Biancofiore per te, che tristo per lei vivi; e tu, non come disideroso della vita di Biancofiore, ti rallegri ch’ella viva, ma in pianti e in dolori consumi la tua vita per abbreviare la sua. Certo non è questo atto d’amarla, ma di mortale odio è sembiante. E posto che mai nulla novità seguire le dovesse dal tuo padre per lo tuo attristarti, sì dei tu volere il bene e il conforto e l’allegrezza di lei, se cosí l’ami, e se ella cosí t’ama come tu dì: le quali cose tu cerchi di torle, menando la vita che tu sai; però che tu dei credere che se questo rapportato le sarà di te, ella di dolore si consumerà. Adunque niuna cagione ragionevole vuole che tu questa vita meni. Tu ami e se’ amato, de’ quali il numero è molto piccolo a cui questo avvenga. Tu se’ con l’aiuto degl’iddii, i quali hanno sempre sollecitudine della tua salute, e questo hai tu per opera veduto. Dunque confortati; e se per te non ti vuoi confortare, confortati per amor di lei e di noi, acciò che ella e noi abbiamo ragione di rallegrarci. L’essere lontano a lei credo senza comparazione ti sia noioso; ma non si può sì dolce frutto, com’è quello d’amore, gustare. senza alcuna amaritudine; e le cose disiderate lungamente giungono poi molto piú graziose. A Penelope pareva dolce appressarsi alla morte, sperando che [p. 173 modifica]ogni domane dovesse tornare Ulisse prima da Troia, e poi non sappiendo da che luogo. Pensa che tu non sarai tutto il tempo qui, né senza lei. Se io fossi in tuo luogo, userei per piú savio consiglio il simulare. Io mostrerei, faccendo festa, che piú di Biancofiore non mi calesse né me ne ricordassi, e ristrignerei l’amorose fiamme dentro con potente freno. Forse, cosí faccendo, il tuo padre si crederebbe che dimenticata l’avessi, e concederebbeti piú tosto il tornare a vederla. Quello che t’ho detto hai udito, e io te l’ho detto come colui che in simil caso il vorrei da altrui udire; ma non per tanto se altro consiglio piú savio vedessi, arditamente lo scuopri a me, che io non intendo di contradirti, né di partirmi mai dal tuo piacere. Priegoti, quanto piú posso, come congiunto parente e vero amico, che da te ogni paura e pensiero cacci, perciò che delle tue dubitazioni di lieve accertare ci possiamo; e i pensieri, come di sopra ho detto, non dei avere: e però levati su, e vinca il tuo volere i non dovuti pensieri i quali ti occupano per lo solingo ozio. Piglia alcuni diletti, sí come per adietro abbiamo giá fatto, acciò che in quello né i pensieri t’assaliscano, né la tua vita sí vilmente si consumi. In questo mezzo penso che gl’iddii per la loro benignitá provvederanno graziosamente a porre debito fine a’ tuoi disiderii, forse ora né da te né da alcuno giá mai pensato».

Piacque a Florio assai il fedele consiglio del duca, e cosí, levata la testa, sospirando rispose: «Carissimo parente, questa gentil passione d’amore non può essere che alcuna volta a’ piú savi, non che a me, quando le sono soggetti come io sono, non faccia tenere simile vita: e però di me non vi maravigliate, ma crediate che io sia tanto innamorato quanto mai niuno giovane fosse o potesse essere. E ciò che voi m’avete narrato, conosco apertamente esser vero; e però, disposto a seguire il vostro consiglio in quanto io potrò, mi dirizzo: andiamo, e facciamo ciò che voi credete che vostra e mia consolazione sia». E detto questo, dirizzatisi amenduni, uscirono della camera; e, saliti sopra i portanti cavalli, andarono con gran compagnia ad un’ordinata caccia, ove quel giorno assai festa ebbero e allegrezza. [p. 174 modifica]

Molti giorni in cosí fatta maniera faccendo festa, Florio ricoperse il sue dolore, avvegna che sovente a suo potere s’ingegnava di star solo, acciò ch’egli potesse senza impedimento pensare alla sua Biancofiore. E quando avveniva che egli solo fosse in alcuna parte, incontanente incominciava ad imaginare d’essere col corpo colá dov’egli con l’animo continuamente dimorava. Egli imaginava alcuria volta avere Biancofiore nelle braccia, e porgerle mille baci, e altrettanti riceverne da lei, e parlare con esso lei amorose parole, ed essere con lei sí come altre volte era stato ne’ puerili anni: e mentre che in questo pensiero. stava, sentiva gioia senza fine; ma come egli di questo usciva, e’ ritornava in sé, e trovandosi lontano da essa, allora si mutava la falsa gioia in vero dolore, e piangeva per lungo spazio, ramaricandosi de’ suoi infortunii. Poi ritornando al pensiero, tal fiata si ricordava del tristo pianto che veduto l’aveva fare nella bruna vesta temendo l’acceso foco, quando egli sconosciuto si mise in avventura per campar lei, e poi si doleva d’averla renduta al padre, e di non aversi almeno fatto conoscere a lei, acciò che egli l’avesse alquanto consolata e fattala piú certa dell’amore che egli le portava. E molte volte tra sé si chiamava misero e di vil core, dicendo: «Com’è la mia vita da biasimare, pensando che io amo questa giovane sopra tutte le cose del mondo, e per questo amore vivo in tanta tribulazione lontano da lei, e non sono tanto ardito che io abbia cuore d’andarla a vedere, e lasciola per paura d’un uomo, il quale piú tosto a sé che a me offenderebbe. Perché non vo io, ed entro nelle mie case, e rapiscola, e menolami qua su meco? E avendola io, ogni dolore e ogni gelosia e ogni sospetto fuggira da me. Chi sará colui che ardito sia di biasimare la mia impresa, o di contrariarla? nullo: anzi ne sarò tenuto piú coraggioso, la dove io debbo ora esser vilissimo reputato. Sono io piú vile di Paris, il quale non a casa del padre, ma de’ suoi amici andò per la disiderata donna, e non dubitò d’aspettare a mano a mano Menelao sollecito chieditore di quella. Io non debbo aver paura che questa da alcuno raddimandata mi sia, né con [p. 175 modifica]ferro né con altra maniera. Il peggio che di questo mi possa seguire, sará che al mio padre ne dorrá: e se e’ ne gli duole, che ne gli dolga! Io amo meglio che egli si dolga, che io di dolore muoia. E pur quand’egli vedrá ch’io abbia fatto quel dí che egli si guarda, gli passerá la doglia, se passare gli vorrá, e se non l’uccidera: che giá l’avesse ella ucciso! e poi non ne sará piu. Io il voglio fare: cosa fatta capo ha. E posto che egli per questo si volesse opporre alla vita di Biancofiore, egli s’opporrá ancora alla mia. Niuna cosa opererá contra lei, che io come lei nol senta. Se egli per forza la mi vorrá torre, e io con forza la difenderò. Io non sarò piú debile d’amici e di potenza di lui: e quando egli pure fosse piú forte di me, puommi egli piú che cacciare dal suo regno? Se egli me ne caccia, io starò in un altro. Il mondo è grande assai: l’andare pellegrinando mi fia cagione d’esercizio. Egli fu a Cadmo cagione d’eterna fama l’andar cercando Europa e non trovarla. A Dardano e a Siculo similmente il convenir loro partire del loro regno fu cagione di grandissime cose. Io pure il voglio fare. Peggio ch’io m’abbia non me ne può seguire. E poi ritornava al piangere: e in questi pensieri teneva la maggior parte della sua vita. Ed eravisi giá tanto disposto, che con opera il voleva mettere in effetto, e avrebbe messo, se il raffrenamento del duca e d’Ascalione non fosse stato, i quali il confortavano con migliore speranza, e il suo volere gli biasimavano.

Per questi pensieri, e per molti altri, era tanto l’animo di Florio tribolato, che in niuna maniera poteva il suo dolore coprire, né per alcun diletto rallegrarsi: e giá gli era si la malinconia abituata adosso, che appena avrebbe potuto mostrar sembiante lieto se voluto avesse. Egli aveva sí per questo i suoi spiriti impediti, che quasi poco o niente era il cibo che egli poteva pigliare, e nel suo petto non poteva entrar sonno: per le quali cose il viso gli era tornato palido e afflitto, e’ suoi membri erano per magrezza assottigliati, ed egli era divenuto debole e stanco. E la maggior parte del giorno si giaceva, e stava come coloro i quali, da una lunga infermitá [p. 176 modifica]gravati, vanno cose nuove cercando, e niuna ne piace, e s’egli piace, non ne possono prendere. Della qual cosa al duca e ad Ascalione molto doleva, e similmente non sapeano che via tenere sopra questa cosa. Essi dubitavano di farlo sentire al re, temendo non egli facesse novitá per questo a Biancofiore, e di questo a Florio ne seguisse peggio. E similmente dubitavano di tenerlo in quella maniera senza farglielo sentire, dicendo: «Se egli per altrui il sente, noi n’avremo mal grado, e cruccerassi verso di noi, e avrá ragione». E in questa maniera, senza pigliar partito, stettero piú giorni, pur confortando Florio e dandogli buona speranza. A’ quali Florio rispondeva sé non avere questo per amore, ma che il caldo, che allora faceva, il consumava. Questa scusa non aveva luogo a coloro che i suoi sospiri conoscevano; ma essi, quasi a ciò costretti, la sostenevano.

Stando un giorno il duca e Ascalione insieme ragionando molto efficacemente de’ fatti di Florio, disiderosi della sua salute, Ascalione cominciò cosí a dire: «Senza dubbio niuna cosa è tanto da Florio amata quanto Biancofiore, e di questo il re ci ha colpa a farlo stare lontano ad essa, e noi con parole piú volte ci siamo ingegnati di trarlo indietro, né mai abbiamo potuto; onde fermamente credo che piacere degl’iddii sia, al quale volersi opporre è mattezza. Ma non per tanto a tentare alcun’altra via forse non sarebbe reo, e per avventura ci verrebbe forse il nostro intendimento compiuto«. «E che via vi parrebbe da tenere?», disse il duca. Ascalione rispose: «Io il vi dirò. I giovani, come voi sapete, sono vaghi molto de’ carnali congiungimenti, però che la pronta natura gl’induce a quelli, e per questi sogliano ogn’altra cosa dimenticare. Florio giá mai con Biancofiore carnal diletto non ebbe; e se noi possiamo fare che con alcun’altra bella giovane l’avesse, leggieri sarebbe dimenticar quella ch’egli non ha per quello che possedesse; e posto che del tutto non la dimenticasse, almeno tanto in lei non penserebbe; e in questo mezzo il re o gl’iddii provvederebbero sopra questo, in modo che noi senza vergogna o danno ne riusciremo: e se questa via [p. 177 modifica]non ci è utile, niun’altra utile ne conosco».

Gran pezza pensò il duca sopra questo, e poi disse: «Ascalione, io mi maraviglio molto di voi. Ecco che quello che divisate venisse interamente fatto, che avremmo noi adoperato? Niente: che scioglierlo in un luogo e legarlo in un altro, non so che si rilevi. Ma tanto potrebbe avvenire, che di leggieri peggioreremmo nostra condizione: e il trargli Biancofiore del core non è si leggiera cosa che per questo io creda che fatto dovesse venire, ben che leggieri ci sia il provarlo, se buono vi pare. Ascalione disse: «Certo io l’aveva per buono, però che, se egli avvenisse che per alcun’altra egli dimenticasse Biancofiore, piú lieve sarebbe a trargli di cuore poi quell’altra che volergli ora levar Biancofiore senza alcun mezzo: con ciò sia cosa che le nuove piaghe con meno pericolo e meglio che l’antiche si curino e piú tosto. «Certo» disse il duca, «questo è vero; e poi che vi pare, il provarlo niente ci costa; e però sopra questo pensiamo, e veggiamo se alcuna cosa ci giova, e se giovare la veggiamo, procederemo avanti con l’aiuto degl’iddii.»

Accordandosi costoro a questo, segretamente si misero a cercare di trovare alcuna giovane, la quale, il piú che trovare si potesse, simigliasse Biancofiore, imaginando che quella piú graziosa che alcun’altra gli sarebbe, e piú tosto il potrebbe recare al disiderato fine. E cercando questo, da alcuno, il quale sempre in compagnia di Florio soleva andare, fur loro mostrate due giovanette di maravigliosa bellezza e di leggiadro parlare ornate, e discese di nobili parenti, le quali, secondo il detto di colui che le mostrò, assai delle bellezze di Florio si dilettavano, ma non come innamorate, però che non si sentivano uguali a lui, onde con la ragione raffrenavano la volontá. Le quali come costoro conobbero, assai si contentarono, dicendo: «Prendiamle amendue, poi che Florio piace loro: elle s’ingegneranno bene di recarlo al loro piacere, e la dove l’una fallasse l’altra supplirá». E questo diliberato, sotto spezie d’invitarle ad una festa, le fecero chiamare all’ostiere. Le quali venute davanti al duca e ad Ascalione, il duca cosí [p. 178 modifica]disse loro: «Giovani donzelle, nostro intendimento è di voler Florio di bella mogliera accompagnare; e cercando in questa cittá donna che degnamente a lui sí confacesse, nulla n’abbiamo trovata di tanta bellezza, né di sí belli e laudevoli costumi, come voi due ci siate state lodate: però per voi abbiamo mandato, acciò che voi proviate se lui da uno intendimento che egli ha possiate ritrarre e recarlo al vostro piacere, per donargli poi per moglie quale di voi due piú gli piacera». A cui l’una di queste, chiamata Edea, cosí rispose: «Signor nostro, noi ci maravigliamo non poco delle vostre parole, con ciò sia cosa che noi manifestamente conosciamo non essere giovani di tanta nobiltá dotate, quanto alla grandezza di Florio si richiede: e, d’altra parte, l’altissime ricchezze ci mancano, le quali leggiermente i difetti della gentilezza ricuoprono. E però caramente vi preghiamo che di noi non vi facciate scherno, e ancora vi ricordiamo che, come voi dovete essere del nostro onore guardatore, sí come buono e legittimo signore, che voi non vogliate esser cagione di cotal vergogna: però che pensar dovete che se a voi e a’ vostri siamo picciole, noi siamo a’ nostri grandissime e care». Allora il duca rispose: «Giovani donzelle, non crediate che io mi recassi a tanta viltá, quanta questa sarebbe, se quello fosse che voi dite, per farvi perdere il vostro onore; ma vi giuro per l’anima del mio padre e pe’ nostri iddii che io quello che detto v’ho, lealmente v’atterrò, se alcuna di voi gli piacerá». Disse Edea: «Poi che con giuramento l’affermate, noi faremo il vostro piacere. Ditene come vi piace che noi facciamo, e cos+ sará fatto: poi gl’iddii concedano questa grazia a chi piú n’è degna di noi due». Rispose il duca: «Il modo è questo. Voi si v’adornerete in quella maniera che voi piú crediate piacere, e andretene senza niuna compagnia nel nostro giardino, nel quale egli è costumato di venire ogni giorno; e sí tosto come i raggi del sole incominceranno a essere meno caldi, uscitegli incontro, faccendogli quella festa e mettendolo in quel ragionamento che piú crederete che piacevole gli sia: poi quale egli eleggerá di voi due, quella dico che sará sua». [p. 179 modifica]

Era quel giardino bellissimo, e copioso d’arbori e di frutti e di fresche erbette, le quali da piú fontane per diversi rivi erano bagnate. Nel quale come il sole ebbe passato il meridiano cerchio, le due giovani, vestite di sottilissimi vestimenti sopra le tenere carni, e acconci i capelli con maestrevole mano, con isperanza di piú piacere e d’acquistare cotal marito, se ne entrarono solette, e quivi cercarono le fresche ombre, le quali allato ad una chiara fontana trovate, a seder si posero attendendo Florio.

Venuta l’ora che giá il caldo mancava, Florio malinconico, uscito della sua camera con lento passo, di queste cose niente sappiendo, vestito d’una ricca giubba di zendado, soletto se n’entrò nel giardino, sí come egli era per adietro usato, e verso quella parte dove giá aveva il bianco fiore altra volta tra le spine veduto, dirizzò i suoi passi; e quivi venuto si fermò dimorando per lungo spazio pensoso. Le due giovanette s’avevano ciascuna fatta una ghirlanda delle frondi di Bacco; e aspettando Florio si stavano alla fontana insieme di lui parlando; e non avendolo veduto entrare nel giardino, per piú leggiermente passare il rincrescimento dell’attendere, incominciarono a cantare un’amorosa canzonetta con voce tanto dolce e chiara, che piú tosto d’angelo che d’umana creatura pareva: e di queste voci pareva che tutto il bel giardino risonasse allegro. Le quali udendo, Florio si maravigliò forte, dicendo: «Che novitá è questa? Chi canta qua entro ora cosí dolcemente?». E con gli orecchi intenti al suono, cominciò ad andare in quella parte ove il sentiva; e giunto presso alla fontana, vide le due giovanette. Elle erano nel viso bianchissime, la qual bianchezza quanto si conveniva di rosso colore era mescolata. I loro occhi pareano matutine stelle; e le picciole bocche di color di vermiglia rosa, piú piacevoli diveniano al muovere alle note della loro canzone. E i loro capelli come fila d’oro erano biondissimi, i quali alquanto crespi s’avvolgevano tra le verdi frondi delle loro ghirlande. Vestite per lo gran caldo, sí come è detto di sopra, le tenere e dilicate carni di sottilissimi vestimenti, i quali dalla cintura [p. 180 modifica]in su strettissimi mostravano la forma delle belle poppe, le quali come due ritondi pomi pingevano in fuori il resistente vestimento, e ancora in piú luoghi per leggiadre apriture si manifestavano le candide carni. La loro statura era di convenevole grandezza, e in ciascun membro bene proporzionate. Florio, questo veggendo, tutto smarrito fermò il passo, ed esse, come videro lui, posero silenzio alle dolci canzoni, e liete verso lui si levarono, e con vergognoso atto umilmente lo salutarono. «Gl’iddii vi concedano il vostro disio», rispose Florio. A cui elle risposero: «Gl’iddii ne l’hanno conceduto, se tu nel vorrai concedere». «Deh!» disse Florio, «perché avete voi per la mia venuta il vostro diletto lasciato?». «Niuno diletto possiamo aver maggiore che essere teco e parlarti», risposero quelle. «Certo e’ mi piace bene», rispose Florio. E postosi a sedere con loro sopra la chiara onda della fontana, incominciò a riguardare queste, ora l’una, ora l’altra, e a rallegrarsi nel viso, e a disiderare di poter loro piacere. E dopo alquanto le dimandò: «Giovani donzelle, ditemi che attendevate voi qui cosí solette?». «Certo» rispose Edea, «noi fummo qui maggior compagnia, ma l’altre, disiose d’andar vedendo altre cose, noi qui, quasi stanche, solette lasciarono, e debbono per noi ritornare avanti che ’l sole si celi: e noi ancora volontieri rimanemmo, pensando che per avventura potremmo vedere voi, sí come la fortuna ci ha conceduto». Assai graziosa era a Florio la compagnia di costoro, e molto gli dilettava di mirarle, notando nell’animo ciascuna loro bellezza, fra sé tal volta dicendo: «Beato colui a cui gl’iddii tanta bellezza daranno a possedere!». Egli le metteva in diversi ragionamenti d’amore, ed esse lui. Egli aveva la testa dell’una in grembo, e dell’altra il dilicato braccio sopra il candido collo; e sovente con sottile sguardo metteva l’occhio tra ’l bianco vestimento e le colorite carni, per vedere piú apertamente quel che i sottili drappi non perfettamente coprivano. Egli toccava loro alcuna volta la candida gola con la debile mano, e altra volta s’ingegnava di mettere le dita tra la scollatura del vestimento e le mammelle; e ciascuna parte [p. 181 modifica]del corpo con festevole atto andava tentando, né niuna gliene era negata, di che egli spesse fiate in se medesimo di tanta dimestichezza e di tale avvenimento si maravigliava. Ma non per tanto egli era in se stesso tanto contento, che niente gli pareva star male, e la misera Biancofiore del tutto gli era della mente uscita. E in questa maniera stando non picciolo spazio, questi loro e esse lui s’erano a tanto recato, che altro che vergogna non gli riteneva di pervenire a quell’effetto del quale piú inanzi da femina non si può disiderare. Ma il leale amore, il quale tutte queste cose sentiva, sentendosi offendere, non sofferse che Biancofiore ricevesse questa ingiuria la quale mai verso Florio non l’aveva simigliante pensata; ma tosto con le sue agute saette soccorse al core, che per oblio giá in altra parte stoltamente si piegava. E dico che stando Florio con queste cosí intimamente ristretto, e giá quasi avevano le due giovani il loro intendimento presso che a fine recato senza troppo affanno di parole, l’altra delle due donzelle chiamata Calmena, levata alta la bionda testa, riguardandolo nel viso, disse: «Deh! Florio, dimmi qual è la cagione della tua palidezza? Tu mi pari da poco tempo in qua tutto cambiato. Hai tu sentito alcuna cosa noiosa?». Allora Florio, volendo rispondere a costei, si ricordò della sua Biancofiore, la quale della dimandata palidezza era cagione, e senza rispondere a quella, gittò un grandissimo sospiro, dicendo: «Oimè, che ho io fatto?». E quasi ripentuto di ciò che fatto aveva, alquanto da queste si tirò indietro, cominciando forte a pensare con gli occhi in terra a quello che fatto aveva, e a dire tra se medesimo: «Ahi! villano uomo, non nato di reale progenie, ma di vilissima, che tradimento è quello che tu hai pensato infino a ora? Come avevi tu potuto per costoro o per alcun’altra donna mettere in oblio Biancofiore, tanto che tu disiderassi quello che tu disideravi di costoro? O che tu potessi mostrare amore ad alcuna, sí come tu a costoro toccandole giá mostravi? Ahi! perfidissimo, ogni dolore t’è bene investito, ma certo caro l’accatterá la tua iniquitá. Ora come ti dichinavi tu ad amare queste, la cui [p. 182 modifica]belta è picciolissima parte di quella di Biancofiore? E quando ella fosse pur molto piú, come potresti tu mai trovare chi perfettamente t’amasse come ella t’ama? Deh! se questo le fosse manifesto, non avrebb’ella ragionevole cagione di non volerti mai vedere? Certo sí» . Con molte altre parole si dolse Florio per lunga stagione. E cosí dolendosi tacitamente, Calmena, che la cagione ignorava, gli si appressò, dimandando perché a lei non rispondeva, dicendogli: «Deh, anima mia, rispondimi; dimmi perché ora soprastai cosí amaramente; deh, dimmi la cagione della tua nuova turbazione, né ti dilungare da colei che piú che sé t’ama». Allora Florio con dolente voce disse: «Donne, io vi priego per Dio che non vi sia grave lasciarmi stare, però che altro pensiero che di voi m’occupa la dolorosa mente». E detto questo, levato si sarebbe di quel luogo, se non fosse ch’egli non voleva far loro vergogna. Disse allora Edea: «E qual cosa t’ha cosí occupato la mente? Tu ora inanzi eri con noi dimestico, e parlando ci dimandavi e rispondevi cianciando, e ora malinconico non ci guardi, né ci vuoi parlare: certo tu ci fai senza fine maravigliare». A niuna cosa rispondea Florio, anzi a suo potere, col viso in’altra parte voltato, si scostava da loro; le quali quanto piú Florio da loro si scostava, tanto piú a lui amorosamente s’accostavano. E in tal maniera stando, Calmena, che giá s’era dell’amore di Florio accesa oltre al convenevole, piú pronta che Edea, s’appressò a Florio, e quasi a pena si ritenne che ella nol baciò, ma pure cosí gli disse: «O grazioso giovane, perché non dí tu la cagione della tua subita malinconia? Perché, dilungandoti da noi, mostri di rifiutarci, che ora inanzi eravamo da te sí benignamente accompagnate? Non è la nostra bellezza graziosa agli occhi tuoi? Certo gl’iddii si terrebbono appagati di noi, e non crediamo che Io, tanto perseguitata da Giunone, fosse piú bella di noi quando ella piacque a Giove, né ancora Europa che si lungamente caricò le spalle del grande iddio, né alcuna altra giovane crediamo essere stata piú bella di noi: e sí ne veggiamo il cielo adorno di molte! Adunque, perché tu ne rifiuti?». E con queste parole [p. 183 modifica]e con molte altre, con atti diversi e onesti, sospirando guardavano di ritornare Florio al partito nel quale poco avanti era stato. Alle quali Florio cosí disse: «Ditemi, giovani, se gl’iddii ogni vostro piacere v’adempiano, foste voi mai innamorate?». A cui esse subitamente risposero: «Sí, di voi solamente; né mai d’alcuna altra persona sospirammo, né tale ardore sentimmo se non per voi». «Certo» disse Florio, «di me non siete voi giá innamorate; e che voi non siate state né siate d’altrui si pare manifestamente, però che amore mai ne’ primi conoscimenti degli amanti non sofferse tanta disonestá, quanto voi verso me, con cui voi mai non parlaste, avete dimostrata: anzi fa gli amanti temorosi e adorni di casta vergogna, infin che la lunga consuetudine fa gli animi essere eguali conoscere. E che questo sia vero assai si manifestò nella scellerata Pasife, la quale bestialmente innamorata, con dubitosa mano ingegnandosi di piacere, e temendo di dispiacere, porgeva le tenere erbette al giovane toro. Ora quanto piú avria costei temuto d’uno uomo, in cui piú ragionevole conoscimento fosse stato, poi che d’un bruto animale dubitava? Certo molto piú, perciò che era innamorata. E chi volesse ancora nelle antiche storie cercare, infiniti esempli troverebbe d’uomini e di donne, a cui le forze sono tutte fuggite ne’ primi avvenimenti de’ loro amanti. E però che di me innamorate siete non mi vogliate far credere, ch’io conosco i vostri animi disposti piú ad ingannare che ad amare. Appresso, che voi non siete innamorate d’altrui, come voi dite, m’è manifesto, però che non m’avviso che verso di me, dimenticando il principale amadore, potreste dimostrare quello che dimostrate, ché ’l leale amore nol consentirebbe. Ond’io vi priego, belle giovani, che mi lasciate stare, però che voi con le vostre parole credete i miei sospiri menomare, e voi in grandissima quantitá gli accrescete: e di me in ogni atto, fuori che d’amore, fate quel che d’amico o di servidore fareste.» Udendo questo, Edea, la quale le infinite lagrime non avea guarí lontane, bagnando il candido viso, con lagrimevole voce, messesi le mani nel sottile vestimento, tutta davanti si squarciò, dicendo: «O me misera, maladetta [p. 184 modifica]sia l’ora ch’io nacqui! In cui avrò io mai speranza, poi che voi, in cui io sperava e per cui ora credeva sentir pace, mi rifiutate, né credete che ’l mio core per lo vostro amore si consumi, però che forse troppo pronta a volere adempiere i miei disiri vi sono paruta? Crediate che niuna cosa a questo m’ha mossa altro che soperchio amore, il quale del mio petto ha la debita vergogna cacciata, e me quasi furiosa ha fatto nella vostra presenza tornare. Oimè, misera, sará omai disperata la mia vita! O misera bellezza, partiti dal mio viso, poi che colui per cui io cara ti teneva, e ti guardava diligentemente, ti rifiuta. Deh, Florio, poi che a grado non v’è consentirmi quello che lunga speranza m’ha promesso, piacciavi che io nelle vostre braccia l’ultimo giorno segni. Io sento al misero core mancare le naturali potenze per le vostre parole. Oimè, uccidetemi con le proprie mani, acciò che io piú miseramente non viva. Mandatene la triste anima alle dolenti ombre di Stige, lá dove minor doglia aspetta che quella che ora sostiene. Oimè, quanto degnamente da biasimare sarete, quando si saprá la dolente Edea essersi per la vostra crudeltá partita di questa vita!». Florio, che le lagrime di costei non potea sostenere, per pietá la confortava, dicendo: «O bella giovane, non guastare con l’amaritudine del tuo pianto la tua bellezza; spera che piú grazioso giovane ti concedera quel che io non ti posso donare. Ritrova le tue compagne, e con loro l’usata festa riprendi, e non impedire i miei sospiri con la pietá del tuo pianto: ché io ti giuro per li miei iddii, che se io fossi mio, e potessimi a mia posta donare, niuna m’avrebbe se l’una di voi due non m’avesse. Ma io non posso quello che non è mio, senza congedo donare». Cominciò allora Calmena a dire: «O crudelissimo piú che alcuna fiera, or come puoi tu consentire di negare a noi quel che ti dimandiamo? Certo se tu hai ’l tuo amore ad altra donato, niuno amore è tanto leale, che a’ nostri prieghi non dovesse essere rotto. E pensi tu che se egli avviene che per la tua crudeltá alcuna di noi sofferisca noiosa morte, che quella giovane di cui tu se’, se tu se’ per avventura d’alcuna, te ne ami piú? Certo [p. 185 modifica]no, anzi biasimeni la tua crudeltá! E i nostri prieghi son tanti, che certo il casto Ippolito giá si saria piegato. Or come ci puoi tu almeno negare alcuno bacio, de’ quali poco avanti ci saresti stato cortese, se sí ardite, come tu ci fai, fossimo state? Certo se alcuno ce ne porgessi con quel volere che noi il riceveremmo, egli sarebbe non poco refrigerio de’ nostri affanni. Deh, adunque, concedine alcuno, acciò che gl’iddii piú benivoli s’inchinino a concedere a te quello che tu disii, s’alcuna cosa da te in questo atto è disiata». A cui Florio rispose: «Giovani donzelle, ponete fine a questi ragionamenti, però che quella parte che di me dimandate, piú cara che altra da me è tenuta, con ciò sia cosa che niun’altra ancora ne sia stata conceduta a quella di cui io sono interamente; e piú avanti non mi dimandate, ché da me altro che dolore avere non potreste. E priegovi che me, che piú di sospirare che di parlare con voi ora mi diletto, qui solo lasciate, e andatevene, perché ciò che mi dite è tutto perduto». Questo udendo le due giovani, col viso dipinto di vergogna, dalla sua presenza si levarono senza piú parlare; e perciò che giá il sole cercava l’occaso, tornate nel gran palagio si rivestirono, dicendo l’una all’altra: «Ahi, come giusta cosa sarebbe se mai d’alcuno giovane la grazia non avessimo, pensando al nostro ardire, le quali abbiamo tentato di volere questo giovane levare alla sua donna senza ragione, avvegna che gl’iddii ed egli ce n’hanno bene fatto quell’onore che di ciò meritavamo!». E rivestite, raccontarono al duca la bisogna come era, con non poca vergogna; e da lui, con grandissimi doni, sconsolate si partirono, tornando alle loro case.

Avevano il duca e Ascalione veduto apertamente ciò che Edea e Calmena avevano adoperato, e ora fu che essi credettero che il loro avviso riuscisse al pensato fine; ma poi che videro quello esser fallito, dolenti della amara vita di Florio, si partirono del luogo dove stavano, e se ne vennero al giardino, dove Florio con dolore, pieno di pensieri e soletto era rimaso. E lui trovarono pensando avere la bionda testa posata sopra la sinistra mano; i quali poi che pietosamente alquanto [p. 186 modifica]riguardato l’ebbero, cosí cominciarono a dire: «Florio, amore tosto nella disiata pace ti ponga». Era Florio tanto nello imaginare la sua Biancofiore, che né per la venuta di costoro, né per lo loro saluto si mutò né cambiò aspetto, ma stette come colui che veduti né uditi ancora non gli aveva. Allora Ascalione, distesa la mano, il prese per lo braccio, e lui tirando, disse: «O innamorato giovane, ove se’ tu ora? Dormi tu, o se’, pensando, fuori di te uscito, che tu al nostro saluto niente rispondi?». Riscossesi allora tutto Florio, e quasi stordito, senza alcuna cosa rispondere, si mirava dintorno. Ma dopo molti sospiri, alquanto da’ pensieri sviluppato, alzata la testa, disse: «Oimè, or chi vi mena a vedere la miseria della mia vita, alla quale voi forse credete levar pena con parole confortevoli, e voi piú n’aggiungete? Se può essere, caramente vi priego che me qui solo lasciate, acciò che io possa quel pensiero ritrovare, nel quale io fui, quando scotendomi me ne cacciaste». A cui Ascalione cosí rispose: «Amore e maraviglia ci fanno qui venire, né giá da te intendiamo di partirei, se prima a’ prieghi nostri non dirai quale nuova cagione ti fa tanto pensoso». Disse Florio: «Niuna nuova cagione ci è del mio dolore: amore solamente in questa vita mi tiene». «E come?» disse allora il duca, «io mi credea che tu t’ingegnassi di seguire il mio consiglio, il quale io l’altr’ieri, quando cosí pensoso ti trovai, t’avea donato, e giá mi pareva che quello piacendoti cominciato avessi: e tu pure sopra l’usato modo se’ ritornato! Questa tua vita in niuno atto d’innamorato mi pare, onde forte dubitare ci fai che tu forse non sia del senno uscito, però che gli altri innamorati con varii diletti cercano di mitigare i loro sospiri, ma tu con pene mi pare che vada cercando d’accrescergli. Se volessi dire che come alcun altro non li potessi usare, sai che non diresti vero, però che niuna resistenza ci è: dunque perché pure in sul dolore ti dai? Deh, com’io altra volta ti pregai, ancora ti priego che alcuni ne prenda, i quali usando valicherai il tempo con meno tristizia, e gl’iddii in questo mezzo provvederanno a’ tuoi disii.»

Udite queste cose, Florio sospirando disse: «Amici, ben [p. 187 modifica]conosco voi prontissimi alla mia salute, e veggio apertamente che la mia vita vi dole, né similmente occulti vi sono i diletti che prendere potrei, a’ quali con tanta efficacia v’ingegnate di trarmi, pensando che io forse del senno sia uscito, perché pure in dolore pensando dimoro: ora, acciò che voi conosciate com’io sia a quelli prendere disposto, e ancora come voi del mio dolore non vi dovete maravigliare, io voglio dire qual sia la mia vita. Dico che diverse imaginazioni e pensieri m’occupano continuamente, delle quali alcuna ve ne dirò. Primieramente io sopra tutte le cose disidero di vedere Biancofiore, come quella che piú che alcuna cosa è da me amata. E dicovi che tante volte, quant’ella nella memoria mi viene, tanto questo disio piú focoso in me s’accende e togliemi sí da ogni altro intendimento, che se allora io la vedessi, crederei piú che alcuno essere beato; e sentendomi questo essermi levato, solamente pèrché io l’amo, e non per altro accidente, niuno dolore è al mio simigliante. Appresso questo, io vivo in continua sollecitudine della sua vita, temendo non ella, la quale so che m’ama sí come io lei, sostenga simili dolori a quelli che io sostengo, li quali, però che di piú debile natura è ch’io non sono, dubito non la offendano o di gravosa infermitá o di morte. E troppo piú mi fa della sua vita dubitare l’acerbita del mio padre e della mia madre, li quali io sento contra lei prontissimi, e veder me li pare insidiatori della vita di lei. E niuna cagione falsa è che a lei inducere possa morte, che non me la paia vedere andare cercando al mio padre per fornire il suo falso volere, il quale altra volta gli venne fallato: e non pensa il misero che quella ora ch’ella morrá io non viverò piú avanti. E in gravissimo affanno mi tiene gelosia, e la cagione è questa. Le giovani donzelle sono di poca stabilitá, e per la loro bellezza da molti amanti sogliano essere stimolate: e gl’iddii, non che le femine, si rimuovono per li pietosi prieghi a far la volonta de’ pregatori. Io sono lontano da lei, né vedere la posso, né ella me; molti giovani credo che la stimolano per la sua bellezza, la quale ogni altra passa: or che so io se [p. 188 modifica]ella non potendo aver me, se ne prendeni alcun altro, posto ch’ella non possa migliorare? Egli si suoi dire generalmente che le femine hanno questa natura, ch’elle pigliano sempre il peggio. Con questi pensieri ne ho molti altri, li quali troppo penerei a volergli particolarmente spiegare; ma di loro vi dico che essi impediscono tanto la mia vita, che me l’hanno recata a noia; e per minor pena disidererei la morte, la quale ancora non pena reputerei, se gl’iddii donare la mi volessero, ma graziosa gioia. Veder potete come io mi posso a prendere alcuno diletto trarre: solo mio bene, sola mia gioia è il pensare a Biancofiore, e questo è quello che la poca vita, che rimasa m’è, mi tiene nel corpo. Ond’io vi priego che se la mia vita amate, non mi vogliate torre il poter pensare».

Cominciò allora il duca cosí a parlare: «Ben ci è manifesto te essere da tanti e tali pensieri stimolato, quanti ne conti, e da molti piú. Ma tu non dei però volere con morte dar luogo al pensare piú tosto che con diletto prolungare la tua vita, acciò che piú tempo pensar possa. Onde, se alcun priego deve valere, noi ti preghiamo che tu prenda conforto, e da cotesti pensieri con continui diletti ti levi; e se forse t’è occulta, sí come tu nel tuo parlar dimostri, la cagione per che devi pigliar diletto, noi non ce ne maravigliamo, però che in cosí fatti affanni le piú volte il vero conoscimento si suole smarrire. Ma noi, che di fuori di tal tempesta dimoriamo, conosciamo quali sieno le vie da uscire di quella: e però non ti sieno gravi alquante parole, le quali se ascoltate metterai in effetto, ti vedrai senza periglio venire a grazioso porto. Tu ti duoli del focoso disio che ti stimola di veder Biancofiore, però che vedere non la puoi. Certo ben credo che ti doglia; ma credi tu per questo dolore, che tu te ne dai, piú tosto vederla? Certo no. Dunque sperando confortare ti devi, e dare alquanto sosta al presente disio, conoscendo, come tu fai, che al presente fornire non lo puoi con tuo onore. Pensa che la fortuna non terrá sempre ferma la rota: sí com’ella volvendo dal cospetto di Biancofiore ti tolse, cosí in quello ancora lieto ti riporrá. Similmente ti dico del pensiero che porti, non [p. 189 modifica]Biancofiore, per l’amore che ti porta, sostenga o gravosa infermitá o morte: ciò è vano pensamento e per niente il tieni, però che amore mai non porse morte dove le parti fossero in un volere. Che ella infermasse io il disidererei, solo che per amore fosse, pensando che per quella infermitá potrei conoscere me da lei tanto amato, che si fatto accidente ne le seguisse per lo non potermi vedere. Oimè, quanto piú è da pensare della sanitá, la quale i sonni interi e le malinconie lontane essere dimostra: e però questo del tutto devi lasciare andare. Se dubiti non il tuo padre forse, come giá fece, la voglia offendere, ciò non è da maravigliare, ché noi di niuna cosa abbiamo tanta ammirazione, quanto che egli abbia tanto sofferto la sua vita, sappiendo come sia fatta quella che per lei tu meni. Onde io ti dico che tenendo la maniera che fai, ragione hai di dubitare; ma volendo prendere conforto e seguire la via che io altra volta ti mostrai, niuna dubitazione te ne bisogna avere, che io ti giuro, per l’anima del mio padre, che il re ama Biancofiore quanto figliuola, e niuna cosa ad ira il potrebbe muovere contro ad essa, se non la tua sconcia vita. E se vuoi dire che gelosia ti stimoli, questo è contro a quello che davanti dicesti, cioè che Biancofiore piú che sé t’ama, però che gelosia non suoi capere se non in luoghi sospetti, e tu primieramente affermi niuna sospezione esserci che possa di te esser geloso. Ma certo, sí come tu parli, a me pare che niuna çosa sia tanto amata da Biancofiore quanto se’ tu: onde per questo niuno pensiero di lei avere ti conviene. Appresso chi sarebbe quella sí folle, che avendo l’amore d’un cosí fatto giovane come tu se’, bello, gentile, ricco e figliuolo di re, lasciasse quello per alcuno altro? Se vuoi dire: le femine pigliano sempre il peggio, questo non s’intende per tutte, ma solamente per le poco savie, la qual cosa ancora negli uomini si trova. E veramente Biancofiore è savissima, e ciò nel suo portamento e nelle sue operazioni è manifesto. Or dunque, pensando bene queste cose, chi dovrebbe piú confortarsi di te? Tu bello, tu ricco, tu gentile, tu giovane, tu amato da colei che tu ami, per amore della quale dovresti sempre pensare di vivere [p. 190 modifica]in modo che grazioso e sano le ti potessi presentare. Se simile caso fosse in me, io mi terrei oltra misura caro per piú piacerle, né per niuna cosa disidererei tanto la vita lunga, quanto per lungamente poterla servire. E tu, piú vinto da ira e da malinconia che consigliato dalla ragione, cerchi la morte per conforto, e sempre in pensiero e in dolore dimori, e vai imaginando quelle cose le quali non vedesti né vedrai giá mai, se agl’iddii piace. Folle è colui che pe’ futuri danni senza certezza spande lagrime, e in quelle piú d’impigrire si diletta, che argomentarsi di resistere a’ danni. Deh, se tu se’ uomo come sono gli altri giovani, tanti conforti, quanti noi ti doniamo, vagliano a mostrarti la veritá, come noi mostriamo; e non indugiare pure sopra il tuo non vero parere. Rallegrati, che tanto manca il senno quanto il conforto ne’ savi».

Florio il quale sentiva in sé graziose parole all’animo innamorato, che di quelle aveva bisogno, con men dolente viso cosí rispose: «Amici, a’ subiti accidenti male si puote argomentare. Ma checché ’l mio padre si deggia fare, io pure m’ingegnerò di prendere il vostro consiglio, cacciando da me il dolore delle non presenti cose». E questo detto, si dirizzarono tutti; e uscendo del giardino con le stelle che giá avevano il cielo de’ loro lumi dipinto, tornarono quasi contenti alle loro camere.

Mentre li fati trattavano cosí Florio, Biancofiore lasciata da lui al perfido padre tornò nell’usata grazia, dimorando ne’ reali palagi con non minore quantitá di sospiri che Florio, avvegna che piú saviamente quelli guardasse nell’ardente petto. Ma le trascorrenti avversitá che il loro corso verso Florio avevano volto, con non usato stimolo ancora lui miserabilmente assalirono in questa maniera. Era nella corte del re Felice, in questi tempi, un giovane cavaliere chiamato Fileno, gentile e bello, e di virtuosi costumi ornato, a cui l’ardente amore di Florio e di Biancofiore era occulto, però che di lontane parti era, pochi giorni dopo la crudel sentenza di Biancofiore, venuto. Il quale, sí tosto come la chiara bellezza vide del suo viso, incontanente s’accese del piacere di lei, e senza [p. 191 modifica]misura la cominciò ad amare, e in diversi atti s’ingegnava di piacerle, avvegna che Biancofiore di ciò niente si curava, ma, molto saviamente portandosi, mostrava che queste cose ella non conosceva. L’amore che Fileno portava a Biancofiore non era al re né alla reina occulto; i quali, acciò che il core di Biancofiore di nuovo piacere s’accendesse, e Florio fosse da lei dimenticato, contenti di tale innamoramento, piú volte nella loro presenza chiamavano Fileno, a cui facevano venire davanti Biancofiore, e con lei tal volta sollazzevoli parole usare; ma questo era niente, ché Biancofiore di lui si curava poco, anzi sospirando vergognosa bassava la testa come davanti le veniva, senza giá mai alzarla per rimirare lui, se ciò non fosse stato alcuna fiata in piacere del re e della reina, li quali ella conosceva essere di tale amore allegri, avvegna che Fileno pensasse che que’ sospiri, i quali dal core di Bianccifiore movevano, uscissero fuori essendone egli cagione. Mostrando Biancofiore per conforto della reina d’amare il giovane cavaliere, avvenne che dovendosi ne’ presenti giorni celebrare una grandissima solennitá ad onore di Marte, iddio delle battaglie, e nella detta solennitá si costumava un gioco nel quale la forza e l’ingegno de’ cavalieri del paese tutto si conosceva, Fileno propose di volere in quel gioco per amore di Biancofiore mostrare la sua virtú, ma ciò, se alcuna gioia da Biancofiore non avesse la quale in quel luogo per sopransegna portasse, non volea fare. Ond’egli un giorno si mosse, vedendo Biancofiore stare con la reina, e con dubbioso viso, davanti alla reina, cosí a Biancofiore cominciò a parlare: «O graziosa giovane, la cui bellezza Giove credo che nel suo seno formasse, e a cui io per volere di quel signore, alla forza del cui arco non poterono resistere gl’iddii, sono umilissimo e fedel servidore, se li miei prieghi meritano d’essere dalla tua benignitá uditi, con quello effetto che piú graziosamente gli ti presenti gli mando fuori, e priegoti che, con ciò sia cosa che la festa del nostro iddio Marte, le cui vestigie io come giovane cavaliere seguito, si debba di qui a pochi giorni celebrare, e in quella il gioco de’ potenti giovani, sí come tu sai, [p. 192 modifica]si deggia fare, e io intendo in quello per amore di te mostrare le mie forze, che tu alcuna delle tue gioie mi doni, la quale portando io in quella per sopransegna, mi doni tanto piú ardire, che io non ho, ch’io possa acquistare vittoria. Biancofiore, udendo quelle parole, di vergognosa rossezza dipinse il candido viso, sí tosto come il cavaliere si tacque, e non sappiendo che si fare, si voltò verso la reina riguardandola nel viso con dubitosa luce. A cui la reina disse: «Giovane damigella, alza la testa: e perché hai tu presa vergogna? Dubiti tu che ciò che dice il cavaliere non sia vero? Certo nella nostra grande cittá niuna donna dimora, la cui bellezza si possa adeguare al tuo viso; e perché egli ti dimandi grazia, come quegli che per amore disidera di servirti, ciò non gli deve esser da te negato, ma benignamente alcuna delle tue cose, quella che tu credi che piú gli aggradi, gli dona: ché usanza è degli amanti insieme donarsi tal volta delle loro gioie». Disse Biancofiore allora: «Altissima reina, e che donerò io al cavaliere che il mio onore e la dovuta fede non si contamini?». La reina rispose: «Biancofiore, non dubitare di questo, che quelle giovani a cui li fati ancora non hanno marito conceduto, possono liberamente donare ciò che a loro piace, senza vergogna. E che sai tu se essi ancora costui ti serbano per marito? E però donagli: e acciò che piú grazioso gli sia, prendi il velo col quale tu ora la tua testa copri. Egli è tal cosa, che se pur te ne vergognassi, potresti negare d’averglielo donato, affermando che da altra l’avesse avuto, però che molti se ne trovano simiglianti». Biancofiore, costretta dalle parole della reina, con la dilicata mano si sviluppò il velo della bionda testa, e sospirando il porse a Fileno, il quale in tanta grazia l’ebbe che mai maggiore ricevere non lo credeva. E rendute del dono debite grazie a Biancofiore, con esso da loro allegro si partí. E venuto il tempo del gioco, legatosi questo velo alla testa, niuno fu nel gioco che la sua forza passasse: per la qual cosa sovra quello, in presenza di Biancofiore, meritò d’essere coronato d’alloro.

La fortuna non contenta delle tribolazioni di Florio, con [p. 193 modifica]dusse Fileno a Montorio pochi giorni dopo la ricevuta vittoria. Il quale la onorevolmente ricevuto da molti, nella gran sala del duca, incominciò a narrare a’ giovani cavalieri suoi amici quanto fosse stato l’acquistato onore, disegnando con parole e con atti quanta forza e ingegno adoperasse per ricevere in sé tutta quanta la vittoria, come fece. Poi, entrati in altri diversi ragionamenti, venuti a parlare d’amore,. similemente sé propose esser assai piú che altro innamorato, e di piú bella donna, e come da lei niuna grazia era che non gli fosse conceduta se dimandata l’avesse, e dopo molte parole disavvedutamente gli venne ricordata Biancofíore. E Florio, che non era troppo lontano, e aveva udite tutte queste cose, e piangeva sí in se medesimo d’amore, che lui peggio che alcuno altro innamorato trattava, come udí ricordare Biancofiore, e per le precedenti parole conobbe lei essere quella donna di cui Fileno tanto si lodava, incontanente cambiato nel viso si partí da’ compagni tacitamente; e stato per picciolo spazio, ritornò nella sala con l’usato viso, e amichevolmente verso Fileno se n’andò. Il quale come Fileno vide, levatosi in piè con quella riverenza che si conveniva, incontro gli si fece. Allora Florio, per piú accertarsi di ciò che sapere non avria voluto, mostrando di volere d’altre cose parlare con lui, presolo per lo braccio, senza altra compagnia nella sua camera ne lo menò. E quivi amenduni postisi a sedere sopra il suo letto, Florio con infinto viso de’ suoi accidenti e delle maniere de’ lontani paesi dov’egli era stato l’incominciò a dimandare; e poi quando tempo gli parve, gli disse: «Se ’l colore del vostro viso non m’inganna, voi mi parete innamorato». A cui Fileno rispose: «Signor mio, sopra tutti gli altri giovani amo». «Ciò mi piace assai» rispose Florio, «però che nulla cosa m’è tanto a grado, quanto avere compagnia ne’ miei sospiri; ma ditemi, se vi piace: da quella donna, cui voi amate, siete voi amato?» Disse Fileno: «Niuna cosa m’accende tanto amore nel core, quanto il sentire me essere amato da quella cui io piú che me amo». «Certo voi state bene» disse Florio; «ma ditemi, come conoscete che voi siate da quella, cui voi [p. 194 modifica]tanto amate, amato?» «Dirollovi» rispose Fileno: «che io sia amato da quella cui io amo, tre cose me ne fanno certo. La prima si è il timido sguardare con focosi sospiri, nelle quali cose io apertamente conosco intero amore; appresso, me n’accertano le ricevute gioie, le quali senza amore da gentile donna mai donate non sarieno. La terza cosa che questo mi mostra si è l’allegrezza della quale io veggio il bel viso ripieno d’ogni felice caso che m’avvenga.» «Bene sogliano essere le predette cose veri testimoni d’amore» disse Florio; «ma ditemi, se vi piace, che gioia riceveste voi gii mai dalla vostra donna: perciò che alcune sogliano donar gioie, le quali non sarieno degne di mettere in conto.» «Certo disse Fileno, non è di quelle la mia, ma è da tenere carissima; e acciò che voi sappiate quanto io ne deggia tenere cara una che io n’ho qui meco, io vi dirò come io la ricevetti. «Ciò mi piace», rispose Florio. Allora Fileno incominciò cosí a dire: «Dovendo noi giocare nel gioco che si fa nella solennitá di Marte, pochi dí passati celebrata, io nella sua presenza me n’andai, e umilmente la pregai che le piacesse a me, suo fedelissimo servidore, donare una delle sue gioie, la quale io per lo suo amore portassi nel gioco. Essa, al mio priego mossa, benignamente in mia presenza con le dilicate mani questo velo si levò d’in su la sua bionda testa»: e traendo fuori il velo, il mostrò a Florio; e poi seguendo il suo parlare, disse: «E appresso aggiunse che io per amore di lei mi dovessi portare bene. Onde se questo è assai manifesto segnale di vero amore, voi, come me, il potete conoscere». «Ma piú che manifesto» rispose Florio, «e certo ogni altra cosa maggiore è da esser da voi sperata.» Disse allora Fileno: «Sicuramente io molto piú avanti ne spero, né credo con l’aiuto de’ nostri iddii che la mia speranza venga fallita». Florio, ancora di tutto questo non contento, gli disse: «Fileno, se gl’iddii ve ne facciano tosto venire a quel che disiderate, ditemi, se lecito vi è, se questa vostra donna è bella, e chi ella è». Rispose Fileno: «Signor mio, mai ella non mi comandò ch’io dovessi il suo nome celare, né la sua bellezza richiede d’essere tenuta, a chi [p. 195 modifica]disidera di saperlo, occulta, né a voi niuna cosa da nascondere sarebbe; e oltre a questo mi fido tanto nel buono amore che io conosco ch’ella mi porta, che posto che alcuni il sapessero e volesserlami, amandola, torre, non potrieno. Onde, poi che vi piace di saperlo, io vi dirò il nome, il quale udendo conoscerete quanta sia la bellezza. La donna di cui tutto sono, e per cui amorosamente sospiro, si chiama Biancofiore, e dimora ne’ reali palagi del vostro padre in compagnia della reina. Voi la conoscete meglio che io non fo, e sapete bene quanta sia la sua bellezza, e quinci potete vedere se per graziosa donna io sono da amore costretto». Ringuardollo allora nel viso Florio senza mutare aspetto, e disse: «Veramente vi tiene amore per bella donna, e ora mi piace piú ciò che detto m’avete, che prima non faceva. Ma una cosa vi priego che facciate, che saviamente amiate, e guardatevi di non lasciarvi tanto prendere da amore, che a vostra posta partire non vi possiate da lui, però che io, il quale vivo pieno di sospiri, per niuna altra cosa mi dolgo, se non che vorrei da lui partirmi, e non posso; e la cagione è perché io amai giá una donna, e ancora piú che mai l’amo, e per quel che vedere me ne parve, ella amò me sopra tutte le cose, e in luogo di vero amore ella mi donò questo anello, il quale io porto in dito e porterò sempre per amore di lei; e poco tempo appresso lasciò me, e donassi ad un altro di molto minor condizione che io non sono: per la qual cosa ora mi vorrei partire da amore e non posso, e lei ho quasi del tutto perduta. Se a voi il simigliante avvenisse, certo egli sarebbe da dolerne a ciascuna persona che voi amasse». Disse allora Fileno: «Buono è il consiglio che mi date, e se io credessi che mi bisognasse, io il prenderei; ma senza dubbio la conosco tanto costante giovane, che mai dal suo proposito, cioè d’amarmi, non credo ch’ella si muti». «Dunque avete voi vantaggio di tutti gli altri» disse Florio; «e se cosí sará, piú che alcun altro iddio tener vi potete beato.» L’ora di mangiare gli levò da questo ragionamento, il quale non dilettava tanto all’una delle parti, quanto all’altra era gravissimo e noioso; e usciti della camera, lavate le mani, alle apparecchiate tavole s’assettarono. [p. 196 modifica]

Stette Florio alla tavola senza prendere alcun cibo, rivolgendo in sé l’udite parole da Fileno, sostenendo con forte animo la noiosa pena che lo sbigottito core sentiva per quelle. Ma poi che le tavole furono levate, e a ciascuno d’andare fu lecito dove gli piaceva, Florio soletto se n’entrò nella sua camera, e serratosi in quella, sopra il suo letto si gittò disteso, e sopra quello incominciò il piú dirotto pianto che mai a giovane innamorato si vedesse fare; e nel suo pianto incominciò a chiamare la sua Biancofiore, e a dire cosi: «O dolce Biancofiore, speranza della misera anima, quanto è stato l’amore ch’io t’ho portato e porto da quell’ora in qua che prima ne’ nostri giovani anni ci innamorammo! Certo mai alcuna donna sí perfettamente non s’amò, come io ho te amata. Tu sola se’ stata sempre donna del misero core. Niuna cosa fu che per amore di te io non avessi fatto. Niuna gravezza è che lieve non mi fosse paruta. E certo, quando il noioso caso della misera morte, alla quale condannata fosti, niuno dolore fu simile al mio, infino a tanto che con la mia destra mano liberata non t’ebbi. Deh, misera la vita mia, quanti sono stati i miei sospiri, poi che lecito non mi fu di poterti vedere! Quante lagrime hanno bagnato il dolente petto, nel quale io continuamente effigiata ti porto cosí bella, come tu se’! Né mai niuno conforto poté entrare in me senza il tuo nome. Niuno ragionamento m’era caro senza esservi ricordata te, di cui ora la speranza cosí spogliato mi lascia, pensando che tu me per Fileno abbia abbandonato: e la cagione perché vedere non posso? Certo tu non puoi dire che io mai altra donna che te amassi: e da assai sono stato tentato, e niuna poté vantarsi che alquanto al suo piacere io mi voltassi; né in altra cosa conosco me averti giá mai fallato: dunque Fileno perché piú di me t’è piaciuto? Deh, or non sono io figliuolo del re Felice, nipote dell’antico Atalante sostenitore de’ cieli? Certo sí sono: e Fileno è un semplice cavaliere. È il viso suo di piú bellezza che ’l mio? È la sua virtú piú che la mia? Or foss’ella pur tanta. Se forse valoroso giovane ti pare sotto l’armi, quanto il mio valore sia non ti deve essere occulto, a tal [p. 197 modifica]punto in tuo servigio s’adoperò. Doni so bene che a questo non t’hanno tratta; ma io dubito che l’animo tuo, il quale soleva essere grandissimo, sia impicciolito, e dubiti d’amare persona che maggior titolo porti di te, dubitando d’essere da me sdegnata. Certo questa dubitazione non doveva in te capere, però ch’io so te essere degli altissimi imperadori romani discesa; la qual cosa se ancora vera non fosse, non potrebbe tra te e me capere sdegno. Dunque, perché m’hai lasciato? Oimè, misera la vita mia, quando troverai un altro Florio, che sí lealmente t’ami com’io t’ho amata? Tu nol troverai giá mai. Tu m’hai dato materia di sempre piangere, però che mai dal mio core tu non uscirai, né potresti uscire; e sempre ch’io mi ricorderò me essere del tuo core uscito, tante fiate sosterrò pene senza comparazione. E quello che piú in questo mi tormenta, si è ch’io conosco te non poter negare d’essere di Fileno innamorata, però che egli m’ha mostrato quel velo col quale tu coprivi la bionda testa, quando. con pietose parole ti dimandò una delle tue gioie, e tu gli donasti quello. O me misero, ove si vogliono omai voltare i miei sospiri a domandare conforto, poi che tu m’hai lasciato, ch’eri sola mia speranza? O me dolente, erati cosí noioso l’attendere di potermi vedere, che per cosí poco di tempo me per un altro, cui piú sovente veder puoi, hai dimenticato? Io non so che mi fare: io disidero di morire e non posso». E lagrimando per lungo spazio, ricominciava a dire: «O Amore, valoroso figliuolo di Citerea, aiutami. Tu che fosti del mio male cominciatore, non mi abbandonare in sí gran pericolo. Tu sai che io ho sempre i tuoi piaceri seguiti. Vagliami la vera fede che ho io portata alla tua signoria, la quale me a sé sottomettere non doveva senza intendimento d’aiutarmi infino alla fine de’ miei disiri. Volessero gl’iddii che mai la tua saetta non si fosse distesa verso il mio core, né che mai veduta fosse stata da me la luce de’ begli occhi di Biancofiore, dalla quale ora per la tua potenza medesima tradito e ingannato mi trovo! O me misero, quante volte giá per la tua potenza mi giurò ella che mai me per altri non lascerebbe, e io a lei [p. 198 modifica]simile promissione feci! Io l’ho osservata, ma ella m’ha abbandonato. Oimè, dov’è fuggita la promessa fede? E tu dove se’, o Amore, il cui potere è stato schernito da questa giovane: come non vendichi te e me similmente? Se tu cosí notabile fallo lasci impunito, chi avrá in te giá mai fidanza? Tu perseguitasti il misero Ippolito infino alla morte perché egli sdegnava tua signoria: come costei che l’ha ingannata, non punisci? Io non cerco però grave punizione, ma solamente che tu la ritorni nel pristino stato; e se questo conceder non mi vuoi, consenti di chiudere con le tue mani i miei occhi, acciò che piú la mia vita in sí fatta maniera non si dolga. Deh, ascolta i prieghi del misero, o caro signore; rivolgiti verso lui con pietoso viso, acciò ch’egli possa avere alcuna consolazione inanzi la morte, la quale tosto, in dispiacere del mio padre, prendere mi possa, il quale di questo male è cagione; però che se egli non fosse, io non sarei stato lontano, ed essendo stato presente, la mia Biancofiore non avrebbe me per Fileno dimenticato: avvegna che ancora io credo che per paura di lui ella si sia ingegnata d’avere altro amadore. Oimè, che nulla cagione è che a me non sia contraria! A me avviene sí come alla nave la quale è giá mezza inghiottita dalle tempestose onde, e ogni vento l’è contrario. O misera fortuna, i tuoi ingegni s’aguzzano a nuocere a me apparecchiato di ruinare.! Oimè, perché questo sia io non so. Tu fosti giá a me benignissima madre, e ora mi se’ acerba matrigna. Io mi ricordo giá sedere nella sommitá della tua rota, e veder te con lieto viso onorarmi: e questo era quando il lieto viso di Biancofiore m’era presente, mostrandomi quell’amore che parimente insieme ci portavamo; ma tu credo che invidiosa di sí graziosa gioia com’io sentiva, non sofferisti tener ferma la tua volubile rota, anzi voltandola, non senza mio grande dolore, allontanandomi dal bel viso, mi spingesti a Montorio. Qui con grandissimi tormenti stando, imaginava me essere nella piú infima parte della tua rota, né credeva piú potere discendere; ma tosto con maggiore infortunio mi facesti conoscere quella aver piú basso loco: e questo fu quando non [p. 199 modifica]bastandoti me avere allontanato da lei, t’ingegnasti d’apporti alle forze degl’iddii, volendola far morire, per la cui salute, non tua mercé, io fui arditissimo difenditore. E in tale stato, con piú sospiri che per lo passato tempo avuti non aveva, mi tenesti lunga stagione, sperando io di dovere risalire, se si voltasse: però che tanto m’era paruto scendere, che ’l centro dell’universo mi pareva toccare. Ma tutto questo non bastandoti, ancora volesti che niuno loco fosse nella tua rota, che da me non fosse cercato; e ha’mi ora in sí basso loco tirato, che con la tua potenza, ancora che benigna ritornassí come giá fosti, trarre non me ne potresti. Io sono nel profondo de’ dolori e delle miserie, pensando che la mia Biancofiore abbia me per altrui abbandonato. O dolore senza comparazione! O miseria mai non sentita per alcuno amante quanto è la mia! E avvegna che io non sia il primo abbandonato, io son solo colui che senza legittima cagione sono lasciato. La misera Isifile fu da Giasone abbandonata per giovane non meno bella e gentile di lei, e per la salute propria della sua vita, la quale senza Medea avere non poteva. Medea poi per la sua crudeltá fu giustamente da lui lasciata, trovando egli Creusa piú pietosa di lei. Oenone fu abbandonata da Paris per la piú bella donna del mondo. E chi sarebbe colui che prima non volesse una reina discesa del sangue degl’immortali iddii, che una rozza femina usata ne’ boschi? Oh, quanti esempli a questi simili si troverebbero! Ma al mio dolore niuno simile se ne troverebbe, che un figliolo d’un re per un semplice cavaliere sia lasciato, ove la virtú avanza nell’abbandonato. Deh, misera fortuna, se io avessi ad inganno avuto l’amore di Biancofiore, sí come Aconzio ebbe quello di Cidippe, certo alquanto parrebbe giusto che io fossi per piú piacevole giovane dimenticato; ma io non con inganno, non con forza, non con lusinghe ricevetti il grazioso amore, anzi benignamente e con propria volontá di lei, cercando co’ propri occhi s’io era disposto a prenderlo, e trovato di sí, mel donò: il qual ricevuto, a lei del mio feci subitamente dono. Adunque perché questa noia? Perché consentire me per altri essere dimenticato? Oimè, che [p. 200 modifica]le mie voci non vengono alli tuoi orecchi. Ora volessero gl’iddii che mai lieta non mi ti fossi mostrata! Certo io credo che ’l mio dolore sarebbe minore, perché io reputo felicissimo colui che non è uso d’avere alcuna prosperitá, però che da quella sola, perdendola, procede il dolore. E di che si può dolere chi dimora sempre con quello ch’egli ebbe? Tu ora m’hai posto sí basso, che mai piú non credo potere scendere: nel quale loco io, come piú doloroso che alcuno altro, mai senza lagrime non dimorerò. Piaccia agl’iddii che sopravvegnente morte tosto me ne cavi». E poi che queste parole piangendo aveva dette, riguardava l’anello che in dito portava, e diceva: «O bellissimo anello, fine delle mie prosperitá e principio delle miserie, gl’iddii facciano piú contenta colei che mi ti donò, che ella non fa me. Deh, come non muti tu ora il chiaro colore, poi che ha la donna tua mutato il core? Oimè, che perduta è la riverenza che io a te e all’altre cose da lei ricevute ho portata, e ogni mio affanno in picciola ora ho perduto! Ma poi ch’ella a me s’è tolta, tu non ti partirai da me. Tu sarai eterno testimonio del preterito amore, e come io sempre nel core la porterò, tu cosí sempre nella usata mano starai». E poi bagnandolo di lagrime, infinite volte il baciava, chiamando la morte che da tale affanno col suo colpo il levasse, e piú forte piangendo diceva: «Oimè, perché piú si prolunga la mia vita? Maladetta sia l’ora ch’io nacqui e che io in prima Biancofiore amai. Ora fosse quel giorno ancora a venire, né giá mai venisse. Ora fossi io in quell’ora stato morto, acciò ch’io esempio di tanta miseria non fossi nel mondo rimaso. Ma certo la mia vita non si prolungherá piú!». E postosi mano allato, tirò fuori un coltello, il quale da Biancofiore ricevuto aveva, dicendo: «Oggi verrá quello che la dolorosa mente imaginò quando mi fosti donato, cioè che tu dovevi esser quello che la mia vita terminerebbe: tu ti bagnerai nel misero sangue, tenuto vile dalla tua donna, la quale, sapendolo, forse avra piú caro avermiti donato, per quello che avvenuto ne sará, che per adietro». Mentre che Florio piangendo dolorosamente queste parole diceva, disteso sopra [p. 201 modifica]il suo letto, Venere, che il suo pianto aveva udito, avendo di lui pietá, discese del suo cielo nella triste camera, e a Florio mise un soavissimo sonno, nel quale una mirabile visione gli fu manifesta. Poi che Florio, da dolce sonno preso, ebbe lasciato il lagrimare, nuova visione gli apparve. A lui pareva vedere in un bellissimo piano un gran signore coronato di corona d’oro, ricca per molte preziose pietre, le quali in essa risplendevano maravigliosamente, e li suoi vestimenti erano reali. E parevagli che questi tenesse nella sua sinistra mano un arco bellissimo e forte, e nella destra due saette, l’una d’oro, e quella era acutissima e pungente, e l’altra gli pareva di piombo, senza alcuna punta. E questo signore, il quale di mezza eta, né giovane né vecchio, giudicava, gli pareva che sedesse sopra due grandissime aquile, e li piedi tenesse sopra due leoni, e nell’aspetto di grandissima autoritá. E quanto Florio piú costui guardava, tanto piú mirabile gli pareva, ventilando due grandissime ale d’oro, le quali dietro alle spalle aveva. Ma poi che a Florio parve per lungo spazio avere lui riguardato, gli parve vedere dalla destra mano del signore una bellissima donna, la quale inginocchioni davanti al signore umilemente pregava; ma egli non poteva intendere di che: se non che, fiso riguardando la donna, gli parve che fosse la sua Biancofiore. Poi alla sinistra mano del signore rimirando, vide un tempestoso mare, nel quale era una bella nave con l’albero gía rotto, e con le vele le quali piene d’occhi gli parevano tutte spezzate, e con li timoni perduti e senza niuno governo. E in quella nave gli pareva essere tutto ignudo, con una fascia davanti agli occhi, e non sapere che si fare; e dopo lungo affannare in questa nave, gli pareva vedere uscire di mare uno spirito nero e terribile a riguardare, il quale prendeva la proda di questa nave, e tanto forte la tirava in giuso che giá mezza l’aveva nelle tempestose onde tuffata. Allora Florio forte spaventato, sí per lo fiero aspetto dello spirito e sí perché si vedeva la morte vicina per la tempestante nave, con grandissimo pianto verso la poppa gli parea [p. 202 modifica]fuggire, e gridare verso quel signore aiuto. Ma egli non pareva che alle sue parole né a’ suoi prieghi colui si movesse; onde Florio piú temeva, vedendo ciascuna ora piú la nave affondare. Poi dopo alquanto spazio gli pareva che questo signore gli dicesse: «Io sono colui cui tu hai giá tanto chiamato ne’ tuoi sospiri: non credere che io ti lasci perire». Ma per tutto questo niente si moveva. Ma poi che a Florio piangendo con grandissima paura parve avere un grandissimo pezzo aspettato, a lui pareva che la fascia, che davanti agli occhi aveva, alquanto s’aprisse, e fossegli conceduto di vedere dove stava: e com’egli trasse gli occhi a riguardare, vide essere giá quella nave tanto tirata sotto l’onde, che poco o niente se ne pareva. Allora, piangendo forte, gli pareva dimandare mercé e aiuto, e alzando gli occhi al cielo per invocar quello di Giove, parendogli che quello di quel signore gli fallasse, egli vide una bellissima giovane tutta ignuda, fuori che in uno sottile velo involta, e dicevagli: ‛O luce degli occhi miei, confortati’. A cui Florio rispondeva: ‛E che conforto poss’io prendere, che giá mi veggio tutto sotto l’onde?’. La giovane gli rispondeva: ‛Caccia dalla tua nave quello iniquo spirito, il quale con la sua forza s’ingegna d’affondarla’. A cui Florio pareva che rispondesse: ‛E con che il caccerò io, che niuna arma m’è rimasa?’. Allora pareva a Florio che costei traesse del bianco velo una spada, che pareva che tutta ardesse, e dessegliela; la quale Florio poi che presa avea, gli pareva rimirare costei e dire: ‛O graziosa giovane, che ne’ miei affanni tanto aiuto vi ingegnate di porgermi, se vi piace, siami manifesto chi voi siete, perciò che a me conoscere mi vi pare, ma la lunga fatica m’ha si stordito, che il vero conoscimento non è meco’. Questa pareva che cosí gli rispondesse: ‛Io sono la tua Biancofiore, di cui tu oggi, ignorante la verita, ti se’ tanto senza ragione doluto ’; e questo detto, pareva a Florio che ella gli porgesse in mano un ramo di verde olivo e disparisse. Poi pareva a Florio con l’ardente spada leggerissimo andare sopra l’onde, e ferire l’iniquo spirito piú volte, ma dopo molti colpi gli pareva che lo spirito lasciasse il legno, [p. 203 modifica]tornandosi per quella via ond’era venuto. E, partito lui, a Florio pareva che il mare tornasse alquanto piú tranquillo, e il legno nel suo stato, di che in se medesimo si rallegrava molto. E volendo intendere a racconciare i guasti arnesi della sua nave, il lieve sonno subitamente si ruppe. E Florio dirizzatosi in piè, sospirando e quasi stordito per la veduta visione, si trovò in mano un verde ramo d’olivo: per la qual cosa vie piú d’ammirazione prese, e incominciò a pensare sopra le vedute cose e sopra il verde ramo. E poi che egli ebbe lungamente pensato, egli incominciò cosí fra se medesimo a dire: «Veramente avrá Amore le mie preghiere udite, e, forse, in soccorso della mia vita, vorrá tornare Biancofiore in quell’amore verso di me che ella fu mai, però che la voce di colei mi riconfortò nell’affannosa tempesta ov’io mi vidi, e diemmi argomento di campare da quella, e in segno di futura pace mi donò questo ramo delle frondi di Pallade: onde poi che cosí è, io voglio avanti piangendo alquanto aspettare ciò che Biancofiore mi mostrerá di voler fare, che sí subitamente, senza farle sentire ciò che Fileno mi ha detto, uccidermi con le proprie mani». E questo detto, riprese il coltello che sopra il letto ignudo stava, e quello rimise nel suo luogo; e senza piú indugio una lettera scrisse, la quale egli mandò a Biancofiore, in questo tenore:

«Se gli avversarii fati, o graziosa giovane, t’hanno a me con l’altre prosperitá levata, come io credo, non con isperanza di poterti co’ miei prieghi muovere dal novello amore, ma pensando che lieve mi fia perdere queste parole insieme con te, ti scrivo. La qual cosa se non è com’io istimo, se parte alcuna di salute m’è rimasa, io la ti mando per la presente lettera, della quale volessero gl’iddii ch’io fossi inanzi apportatore; e per quell’amore che tu giá mi portasti, ti priego che questa senza gravezza insino alla fine legga. E perciò che pare che sia alcuno sfogamento di dolore a’ miseri, ricordare con lamentevoli voci le preterite prosperitá, a me misero Florio, da te abbandonato, con teco, sí come con persona di tutto consapevole, piace di raccontarle; e forse udendole tu, [p. 204 modifica]che pare che messe l’abbia in oblio, conoscerai te non dovere mai me per alcun altro lasciare. Adunque, sí come sai, o giovane donzella, tu, in uno giorno nata ne’ reali palagi con meco di pellegrino ventre, compagna a’ miei onori divenisti, che sono unico figliuolo del vecchio re: ne’ quali onori tu e io parimente dimorando, Amore cosí l’uno come l’altro, ne’ nostri puerili anni, con la cara saetta ferí. Né piú fu, in sí tenera etá, perfetto l’amore d’Ifis e di Iante che fu il nostro. E quello studio che a noi, costretti da aspro maestro, ne’ libri si richiedeva, cessante Racheo, in rimirarci mettevamo, mostrando l’inestimabile diletto che ciascuno di ciò aveva. Oimè, che ancora niuno ricordo era nella nostra corte di Fileno, il quale di lontana parte dovea venire a donargli tu simile gioia. Ma poi la fortuna, mala sostenitrice dell’altrui prosperitá, invidiosa de’ nostri diletti, i quali con dolci sguardi e semplici baci solamente ci contentavamo, per l’etá che semplice era, verso di noi innocenti volle la sua potenza dimostrare, e, bassando con la sinistra mano la non riposante rota, il nostro occulto amore a sospette persone fece manifesto. Il quale dal mio padre, dopo gravi riprensioni maestrali, saputo, fui costretto di partirmi da te: nella quale partita, tu mia e io sempre tuo, per la somma potenza di Citerea, giurammo di stare, mentre Lachesis, fatale dea, la vita ne nutricasse. E nel mio partire mi vedesti piangere, e tu piangesti; e ciascuno di noi egualmente dolente, mescolammo le nostre lagrime. E come l’abbracciante ellera avviticchia il robusto olmo, cosí le tue braccia il mio collo avvinsero, e le mie il tuo simigliante; e appena ci era lecito ad alcuno di lasciare l’uno l’altro, infino a tanto che tu per troppo dolore costretta nelle mie braccia semiviva cadesti, riprendendo poi vita quando io cercava teco morire, te reputando morta. Ora fosse agl’iddii piaciuto che allora il termine della mia vita fosse compiuto! Ma tu poi levata, e donatomi quell’anello il quale te ancora mi tiene legata nel core e terra sempre, mi pregasti che mai io non ti dovessi dimenticare per alcun’altra. Alle quali parole s’aggiunsero sí tosto le lagrime che appena ne fu possibile [p. 205 modifica]dire addio. E, dopo la mia partita, mi ricorda avere udito che tu con gli occhi pieni di lagrime mi seguitasti infino a tanto che possibile ti fu vedermi, sí com’io similmente stetti sempre con gli occhi all’alta torre, ove te imaginava essere salita per vedere me. Tu rimanesti nelle nostre case visitando i luoghi dove piú fiate stati eravamo insieme, e in quelli con sí fatta ricordanza prendevi alcun diletto imaginando. Ma io misero, poi che i tristi fati m’ebbero da te allontanato, come gl’iddii sanno, niuno diletto si poté al mio animo accostare senza ricordarmi di te; e ciascun giorno i miei sospiri cresceano trovandomi lontano alla tua presenza; e quelle fiamme le quali il mio padre credeva, lontanandomi da te, spegnere, con piú potenza sempre si sono raccese e divenute maggiori. Oimè, ora quante fiate ho io giá pianto amaramente per troppo disio di vedere te, e quante fíate giá nel tenebroso tempo, quando amendui i figliuoli di Latona nascosi celano la loro luce, venni io alle tue porti dubitando di non essere sentito da’ miei minori servidori, e non temendo la morte che nelle mani degli insidianti uomini ne’ notturni tempi dimora, né de’ fieri leoni, né de’ rapaci lupi per lo cammino usati in sí fatte ore! Quante volte giá giovani donne per rattiepidire i miei tormenti, le cui bellezze sariano agl’iddii bene investite, m’hanno del loro amore tentato, né mai alcuna poté vincere il forte cuore, a te tutto disposto di servire! E poi, oltre a tutte l’altre mie tribolazioni, gl’iddii sanno quanto grave mi fosse ciò che di te intesi, quando ingiustamente condannata fosti alla crudele morte: alla quale io con tutte le mie forze, mercé degl’iddii che mi aiutarono, conoscendo la ingiustizia a te fatta, m’opposi in maniera che me con teco trassi di tale pericolo. E poscia ognora in maggiore tribolazione crescendo, dubitando della tua vita, mai non divenni vile a sostenere tormenti per te, né mai per tutte le contate cose una fiata mi pentii d’averti amata, né proposi di non volerti amare, ma ciascuna ora piú t’amai e amo, avvegna che te io abbia tutto il contrario trovata, però che tu non hai potuto la minor parte delle mie miserie sostenere in mio servigio. Tu, mobile giovane, ti se’ piegata come [p. 206 modifica]fanno le frondi al vento, quando l’autunno le ha d’umore private. Tu agl’ingannevoli sguardi di Fileno, il quale non lunga stagione ti ha tentata, se’ dal mio al suo amore voltata. Oimè, ora che hai tu fatto? E se tu questo forse negare volessi, non puoi, con ciò sia cosa che la sua bocca a me abbia tutte queste cose manifestate. E oltre a ciò, volendomi mostrare quanto il tuo amore sia fervente verso di lui, mi mostrò il velo che tu della tua testa levasti e donastilo a lui: il quale quando io vidi, un subito freddo mi corse per le dolenti ossa, e quasi smarrito rimasi nella sua presenza. Oimè, come io volentieri gli avrei con le pronte mani levato il caro velo, e lui, che s’ingegnava da te levarmi, tutto squarciato, cacciandolo da me con grandissima vergogna; ma per non iscoprire quello che nel mio core dimorava, e per udire piú cose, sostenni con forte viso di riguardare quello per amor di te, imaginando che per adietro la tua testa, a me graziosissima a ricordare, avea coperta. Oimè, ora è questa la costanza che ho avuto inverso di te? Deh, or non sai tu quante e quali donne m’hanno per maritale legge al mio padre addimandato? E quante e quali egli me n’ha giá volute dare per volermi levare a te? Or non consideri tu quanti e quali dolori io ho giá per te sostenuti per l’esserti lontano, e sostengo continuamente? Queste cose non si dovrieno mai del tuo animo partire, le quali mostra che assai lontane da esso siano, vedendomi io essere per Fileno abbandonato. Deh, ora qual cagione t’ha potuta a questo muovere? Certo io non so. Forse mi rifiuti per basso legnaggio, sentendo te essere degli altissimi prencipi romani discesa, le cui opere hanno tanto di chiarezza, che ogni reale stirpe abumbrano, e me del re di Spagna figliuolo, onde reputando te piú gentile di me, m’hai per altro dimenticato? Ma tu, stoltissima giovane, non hai riguardato per cui, però che se bene avessi ricercato, tu avresti trovato Fileno non essere di reale progenie, né di romano prencipe disceso, ma essere un semplice cavaliere. E se forse piú bellezza in lui che in me ti move, certo questo è vano movimento, con ciò sia cosa che egli non sia bellissimo né io sia laido, [p. 207 modifica]che per quello dovessi essere lasciato da te. Se forse in lui piú virtú che in me senti, questo non so io, ma certo da alcuno amico m’è stato rapportato segretamente me essere nel nostro regno tra gli altri giovani virtuoso assai. Oimè, ch’io non so perché in queste cose menome io scrivendo dimoro, con ciò sia cosa che ’l piacere faccia parere il laido bellissimo, e colui ch’è senza virtú copioso di tutte, e il villano. gentilissimo reputare. Io mio piango con piú doloroso stile, pensando che quando tutte le ragioni di sopra dette aiutassero Fileno, com’elle debitamente me difendono, perché dovrei io da te essere lasciato giá mai? O ve credi tu mai trovare un altro Florio il quale t’ami sí com’io fo? Quando credi tu avere recato Fileno a tal partito ch’egli per te si disponga alla morte com’io feci? Oimè, dov’è ora la fede promessa a me? Deh, se io fossi molto allontanato da te con quella speranza con la quale io t’era vicino, alcuna scusa ci avrebbe: o dire: ‛Io mai piú vedere non ti credeva’, o porre scusa di rapportata morte: delle quali qui niuna porre ne puoi, però che di me continue novelle sentivi, e ognora potevi sentire me essere a te piú soggetto che mai. Oimè, ch’io non so quale iddio abbia la sua deitá qui adoperata in fare che tu non sia mia come tu solevi, né so qual peccato a questo mi noccia. Fallito verso di te non ho, salvo s’io non avessi peccato in troppo amarti dirittamente: al quale fallo male si confá la dolente pena che m’apparecchi, cioè d’amare altrui e me per altro abbandonare. Ma tanto infine ad ora ti manifesto che, con ciò sia cosa che mai io non possa senza te stare né giorno né notte che tu sempre ne’ miei sospiri non sia, se questo esser vero sentirò, con altra certezza che quella che io ti scrivo, per gli eterni iddii la mia vita in piú lungo spazio non si distendera, ma contento che nella mia sepoltura si possa scrivere: ‛Quivi giace Florio morto per amore di Biancofiore’, mi ucciderò: sempre poi perseguendo la tua anima, se alla mia non sará mutata altra legge che quella alla quale ora è costretta. Io aveva ancora a scriverti molte cose, ma le dolenti lagrime, le quali, ognora che queste cose che scritte [p. 208 modifica]t’ho, mi tornano nella mente, avvegna che dir potrei che mai non n’escano, mi costringono tanto, che piú avanti scrivere non posso. E quasi quel che io ho scritto non ho potuto interamente dalle loro macchie guardare; e la tremante mano, che similmente sente l’angoscia del core che mi richiama all’usato sospirare, non sostiene di potere piú inanzi muovere la volonterosa penna: ond’io nella fine di questa mia lettera, se piú merito da te esser udito sí com’io giá fui, ti priego che alle prescritte cose provegga con intero animo. Nelle quali se forse alcuna cosa scritta fosse la quale a te non piacesse, non malizia, ma fervente amore m’ha a quelle scrivere mosso, e però mi perdona. E se questo che ’l tristo cuor pensa è vero, caramente ti priego che, se possibile è, indietro si torni. E se forse l’amore che tu m’avesti gia, né i miei prieghi, a questo non ti strignesse, stringati la pietá del mio vecchio padre e della mia misera madre, a’ quali tu sarai cagione d’avermi perduto! E se cosí non è, non tardi una tua lettera a certificarmene, perciò che infino a tanto che questo dubbio sani in me, insino allora il tuo coltello non sí partira della mia mano, presto ad uccidere o a perdonare, secondo ch’io te sentirò disposta. Or piú avanti non ti scrivo, se non che tuo son vivuto e tuo morrò: gl’iddii ti concedano quello che onore e grandezza tua sia, e me per la loro pietá non dimentichino»

Fatta la pistola, Florio piangendo la chiuse e suggellò; e, chiamato a sé un suo fedelissimo servidore, il quale era consapevole del suo angoscioso amore, cosí gli disse: «O a me carissimo sopra tutti gli altri servidori, te’ la presente lettera, la quale è segretissima guardia delle mie doglie, e con istudioso passo celatamente a Biancofiore la presenta, e priegala che alla risposta niuno indugio ponga, però che per te l’attendo. Se avviene che la ti doni, niuna cagione ti ritenga, ma sollecitamente a me, quanto piú cheto puoi, fa che la presenti, acciò che degnamente tu possa nella mia grazia dimorare. Va, che molto disio mi coce d’udir quello che a questa si risponderá; e guarda che niuno altro che quella propria a cui ti mando la vedesse». [p. 209 modifica]

Prese il servo la suggellata pistola, e quella, con istudioso passo, pervenuto a Marmorina nelle reali case, presentò a Biancofiore occultamente. La quale come Biancofiore vide, primieramente con dolci parole dimandò come il suo Florio stesse. A cui il servidore rispose: «Graziosa giovane, niuno sospiro è senza lui. Egli si consuma in isconvenevole amaritudine, la cagione della quale è a me nascosa». Udito questo, Biancofiore cominciò a sospirare, dicendo: «Oimè, per quale cagione potrebbe questo essere?». «Per niuna, credo» rispose il servo, «se per amore di voi non è. Egli vi manda caramente pregando che senza alcun indugio alla presente pistola rispondiate; e io, se vi piacerá, attenderò la risposta». Allora Biancofiore la presa pistola si pose sopra la testa, e, avanti che l’aprisse, la baciò forse mille fiate, e, partita dal messaggiero, gli disse che di presente la risposta gli recherebbe, e sola nella sua camera se n ’entrò, dubitando che dir dovesse la presente lettera. E, rotto il tenero legame, aprí quella, né piú tosto la prima parte ne lesse, che i begli occhi si cominciarono a bagnare d’amare lagrime; e cosí, ognora piú forte piangendo come piú avanti leggeva, la finí di leggere. Ma poi che con pianti e con sospiri piú fiate l’ebbe recitata leggendo, angosciosa molto nella mente della falsa imaginazione di Florio, la quale aveva di veritá viso per lo mal donato velo, sopra il suo letto si pose, e a quella cosí al suo Florio nspose:

«Non furono senza molte lagrime gli occhi miei, quando primieramente videro la tua pistola, o nobilissimo giovane, sola speranza della dolente anima mia, la quale con grandissima angoscia molte volte rilessi. E certo ella non fu dal tuo pianto macchiata quasi in alcuna parte, a rispetto che le mie lagrime la macchiarono. E piú volte leggendo quella, tra me pensai aver difetto d’intendimento, alcuna volta dicendo tra me medesima: io non la intendo bene, però che non potrebbe essere che intendimento di Florio fosse di scrivermi le parole che semplicemente guardando pare che questa pistola porga. Altra volta diceva: forse Florio mi tenta, e vuole vedere [p. 210 modifica]se io mi muto per asprezza di parole. Ma poi che ogni intendimento si cessò da me, e lasciommisi credere che tu credevi quello che scrivevi, appena credetti potere a tanto sforzare la debiletta mano che la penna in quella sostenere si potesse per volerti rispondere; ma poi che pure sforzandomi gl’iddii mi concedettero potere a te rispondere, per questa, quella salute che per me disidero, ti mando. E se alcuna fede merita il leale amore ch’io ti porto, ti giuro per gl’immortali iddii che non t’era bisogno distenderti in tanto scrivere per mostrarmi quanto sia stato e sia l’amore che mi porti: però che molto maggiore credo che sia che la tua lettera non mostra, né tu per parole potresti mostrare. E similemente i lunghi affanni e i grandi meriti, a’ quali io mai aggiunger non potrei a remunerare il piú picciolo, per quella conobbi. Ma il sentirti piangere della intera fede la quale mai né ruppi, né disiderai di romperti, m’ha mossa a lagrimare, e costretta a scriverti, disiderosa di farti certo te mai da me non essere dimenticato, né potere possibile mai divenire che io ti dimentichi. Io, o grazioso giovane, non credo me essere nata di ferocissimi leoni barbarici, né delle robuste querce d’Ida, né de’ freddi marmori di Persia, alle quali cose risomigliando io passi di rigidezza i libiani serpenti; ma di pietoso padre e di benigna madre, sí come piú volte m’è stato detto, discesi, e per quella legge che sono gli umani corpi della natura tratti, e io similmente, ma non della fortuna. Né appresi mai, né so essere, né disidero di saperlo, crudele e senza umano conoscimento, sí come tu imagini. Tu mi scrivi che Amore me, come te, ne’ nostri puerili anni, insiememente ferí: della qual cosa io non meno di te mi ricordo. E certo egli mi trovò atta e disposta ad amare come te similmente, né piú durezza credo che trovasse nel mio che nel tuo core, o abbia mai trovato. Per la qual cosa, se tu con affanni infiniti se’ lontano da me dimorato, io non dimorai mai né dimorerò con diletto a te lontana, anzi mi sento da diverse punture molestare per simile cagione che senti tu, né mai infinte lagrime né falsa parola per piú accenderti udisti da me: ma volessero gl’iddii che [p. 211 modifica]possibile fosse te aver potuto vedere e udire le vere, le quali se vedute avessi, forse piú temperatamente avresti scritto, quando dicesti me non essere costante a sostenere per te un affanno né in amarti. Ma però che tutto questo spero con l’aiuto degl’iddii ancora doversi manifestare a te con apertissimo segno, piú non mi stendo a scriverti, essendo non meno da piú grave dolore costretta, sentendo te credere esser da me per Fileno abbandonato, sí come la tua lettera mostra, la quale quando vidi, assalita da non picciola doglia, per poco non morii. Oimè, quanto m’è la fortuna avversa! Tu vai cercando di mostrarmi cagioni per le quali io debba aver te per Fileno lasciato, e quelle tu medesimo annulli: e veramente da annullare sono! E se da te quel senno non s’è partito che aver suoli, dovresti pensare che io non sono del senno uscita, sí che io non conosca manifestamente te di nobiltá avanzare Fileno, semplice cavaliere della tua corte, e me picciolissima serva di te e del tuo padre, a cui tu rimproveri, faccendoti beffe di me, me esser discesa degli antichi imperadori romani, i quali gl’iddii guardino che a sí poco torni la loro potenza, che ad essere serva, sí com’io sono, divenga la loro sementa. Né ancora a me si occulta la tua virtú, né la bellezza piena di graziosa piacevolezza, a me cagione d’intollerabile tormento: per le quali cose saresti piú degno amante dell’alta Citerea che di me. E certo, ben ch’io ti conosca nobilissimo, virtuoso e pieno di bellezza piú che alcun altro, e me senza alcuna di queste cose, non sono però invilita sí ch’io non abbia ardire di perfettamente amarti, come è, o che mi si convenga o no. Ora, dunque, se tutte queste cose sono da me conosciute, com’è è credibile che te per Fileno potessi dimenticare? E non ti ritenesti di dire che io, femina di fragilissima natura, niuna avversitá per amor di te sostenere non aveva potuto, volendo quasi dire che per alleggiare i sospiri, che per te, a me lontano, sento insieme con molte pene, cercai di voler prossimano amadore, il quale piti spesso veggendo, io mi rallegrassi. Oimè, che falsa opinione porti, se questo credi! Ma certo piú per tentarmi, che per [p. 212 modifica]altro, il fai, però che io so che tu conosci che io mai dal mio nascimento, risomigliando a’ miei parenti, senza avversitá non fui, per la qual cosa a forza m’è convenuto divenire maestra di sostener quelle: e se io l’ho sostenute grandissime tu il sai, che gran parte meco insieme n’hai sentite. Pensa certamente che alcuni sospiri mai non furono sí cocenti come sono quelli i quali io per troppo disio di te mando fuori della mia bocca; né lagrime mai con tanta copia bagnarono il petto, quanto hanno le mie il mio bagnato, solo per lo tuo essere lontano. Ma veramente non molto tempo passerá che tu potrai dire ch’io sia fragile a sostenere l’avversita delle quali io sono circuita, però che sento la mia vita fuggire da me con istudioso passo, e l’anima, che il dolor del dolente core non può sostenere, l’ha giá piú volte voluto abbandonare, e solo un conforto, che io ho allora preso sperando di rivederti, l’ha ritenuta. Ma se cosí fatti dolori aggiugni a quelli ch’io ho infino a qui sentito, come hai fatto al presente per la tua pistola, io non aspetterò che l’anima cerchi congedo, anzi glielo darò costringendola del partire, se ella forse volesse dimorare. Io sono entrata in nuova dubitazione, la quale m’è a pensare molto grave, e appena mi si lascia credere. E amore, che ammollisce i duri cuori, mel fa alcuna volta credere, e alcun’altra discredere, che tu, o signor mio, scritto non m’abbia ch’io abbia te per Fileno dimenticato, acciò che io ragionevolmente di te piangere non mi possa, se me per alcuna altra hai costá dimenticata; ma tutta fiata non sono di tanta falsa opinione ch’io lo possa credere, anzi dico, qualunque ora quel pensiero m’assale: niuna cagione fara mai che Biancofiore sia se non di Florio, e Florio se non di Biancofiore. Ma senza fine mi s’attrista il core, qualora in quella parte della tua pistola leggo, dove scrivi me avere donato a Fileno in segno di perfetto amore il velo della mia testa, il quale di che quando il ti mostrò, volentieri avresti levatoglielo, squarciando lui tutto. La qual cosa volessero gl’iddii che tu fatto avessi, perciò che a me sarebbe stata non picciola consolazione nell’animo, e la cagione è questa: io non nego che [p. 213 modifica]quel velo, vilissima cosa, non fosse a lui donato dalle mie mani ma certo il core nol consentí mai, ma cosí costretta dalla tua madre mi convenne fare. Per lo quale egli, forse pigliando ferma speranza di pervenire al suo intendimento per tale segnale, piú volte con gli occhi e con parole mi tentò di trarmi ad amarlo, la qual cosa credo impossibile sarebbe agl’iddii, né mai da me piú avanti poté avere. Né è però da credere che in un velo o in altro gioiello si richiuda perfetto amore: solamente il core serva quello, e io, che, piú che altra giovane, il sento per te, posso con vere parole parlarne. E che io niuna persona ami, se non solo te, ne chiamo testimonii gl’iddii, a’ quali niuna cosa si nasconde: e però ti priego che il velo, non volonterosamente donato, non ti porga nel core quella credenza che da prendere non è. Niuna persona è nel mondo amata da me se non Florio. Lascia ogni malinconia presa per questo, se la mia vita t’è cara, e spera che ancora fermamente conoscerai quello che io ora ti prometto, e la tua vita con la mia insieme caramente riguarda: a luogo e a tempo gl’iddii rimuteranno consiglio, forse concedendoci migliore vita che noi da noi non eleggeremmo. Rifiuta i non dovuti ozii, e seguita i leali diletti; e se tu mi porterai tanto nell’animo quanto io fo te, tu conoscerai me non essere meno affannata da’ pensieri che tu sia. E caramente ti priego che con sí fatte lettere tu non solleciti piú l’anima mia, disposta a cercare nuovo secolo: che posto che tu con forte animo il mio coltello tenga nella mano, a me certo laccio non farebbe sostenere di leggieri la seconda, solo che in quella cosí come in questa mi parlassi. Biancofiore non fu mai se non tua, e tua sará sempre. Adoperino i fati secondo che ella ama, e senza fallo contento viverai.»

Biancofiore piegò la scritta pistola, piena di non poco dolore, e posta in su il legame la distesa cera, avendo la bocca per troppi sospiri asciutta, con le amare lagrime bagnò la cara gemma, e, suggellata quella, con turbato aspetto uscí dalla camera, a sé chiamando il servo, che giá, per troppa lunga dimoranza che far gli pareva, si cominciava a turbare. Al quale [p. 214 modifica]ella disse: «Porterai questa al tuo signore, a cui gl’iddii concedano miglior conforto che egli non s’è ingegnato di donare a me». E detto questo, baciò la lettera, e posela in mano al fedele servo, il quale senza niuno indugio voltò li passi verso Montorio: e lá in picciolo spazio pervenuto, trovò Florio nella sua camera, dove lasciato l’aveva con grandissima copia di lagrime e di sospiri, a cui egli pose la portata pistola in mano, dicendogli ciò che da Biancofiore compreso aveva e le sue parole. E partito da lui, Florio aperse la ricevuta lettera, e quella infinite volte rilesse pensando alle parole di Biancofiore, sopra le quali faccenda diverse imaginazioni, sopra il suo letto con essa lungamente dimorò.

Diana, alla quale niuno sacrifizio era stato porto come agli altri iddii fu, quando Biancofiore dal grandissimo pericolo fu campata, aveva infino a questa ora la concreata ira tenuta nel santo petto celata, la quale non potendosi piú avanti tenere, discesa dagli alti regni, cercò le case della fredda Gelosia, la quale nascosa in una delle altissime rocce d’Apennino, entro a una oscurissima grotta, trovò intorniata tutta di neve, né v’era presso arbore né pianta viva fuori che pruni o ortiche o simile erbe; né vi si sentiva alcuna voce di gaio uccello: il cuculo e ’l gufo aveano i nidi sopra la dolente casa. Alla quale venuta la santa dea, quella trovò serrata con fortissima porta, né alcuna finestra vi si vedeva aperta. Fu dalla immortale mano con soave toccamento toccata l’antica porta, la quale non prima fu tocca, che dentro cominciarono a latrare due grandissimi cani, secondo che le voci lo faceano manifesto, dopo il quale latrare una vecchia con superbissima voce, ponendo l’occhio a uno picciolo spiraglio, mirò di fuori, dicendo: «Chi tocca le nostre porte?». A cui la santa dea disse: «Apri a me sicuramente: io sono colei senza il cui aiuto ogni tua fatica si perderebbe». Conobbe l’antica vecchia la voce della divina donna, e a quella con lento passo andando, con non poca fatica, per gli arruginiti serramenti, aperse la porta, la quale nel suo aprire fece un grandissimo strido, che di leggieri poteva essere sentito infino all’ultime [p. 215 modifica]pendici del monte. E fatta la dea passar dentro, con non minore romore riserrò quella, difendendo appena i bianchi vestimenti della dea dalle agute sanne de’ bramosi cani, a’ quali per magrezza ogni osso si saria potuto contare, cacciando quelli con chioccia voce e con un grande bastone col quale sosteneva i vecchi membri. Era quella casa vecchissima e affumicata, né era in quella alcuna parte ove Aragne non avesse copiosamente. le sue tele composte; e in essa s’udiva una ruina tempestosa, come se i vicini monti, urtandosi insieme, giungessero le loro sommitá, le quali per l’urtare pestilenzioso diroccati caddessero giuso al piano. Niuna cosa atta ad alcuno diletto vi si vedeva. Le mura erano grommose di fastidiosa muffa, e quasi pareva che sudando lagrimassero; né in quella casa mai altro che verno non si sentiva, senza alcuna fiamma da riconfortare il forte tempo: ben v’era in uno de’ canti un poco di cenere, nella quale rilucevano due tizzoni giá mezzi spenti, de’ quali la maggior parte una gattuccia magra covando quella occupava. E la vecchia abitatrice di cotal loco era magrissima e vizza nel viso e scolorita; i suoi occhi erano biechi e rossi, continuamente lagrimando; di molti drappi vestita, e tutti neri, ne’ quali ravviluppata, in terra sedeva, vicino al tristo foco, tutta tremando, e al suo lato aveva una spada, la quale rare volte, se non per ispaventare, traeva fuori. Il suo petto batteva sí forte, che sopra li molti panni apertamente si discerneva, nel quale quasi mai non si crede che entrasse sonno; e il luogo acconcio per lo suo riposo era il limitare della porta, in mezzo de’ due cani. La quale la dea veggendo, molto si maravigliò, e cosí disse: «O antica madre, sollecitissima fugatrice degli scellerati assalti di Cupido, e guardia de’ miei fuochi, a te conviene mettere nel petto d’un giovane a me carissimo le tue sollecitudini, il quale per troppa liberalitá si lascia a feminile ingegno ingannare, amando oltre al dovere una mia nimica: e però niuno indugio vi sia, muoviti! Egli è assai vicino di qui, ed è figliuolo dell’altissimo re di Spagna, chiamato Florio; e senza fine ama Biancofiore, né mai sentí quel che tu suoli agli amanti far sentire. Va e privalo della [p. 216 modifica]pura fede, la quale egli tiene indegnamente, e, aprendogli gli occhi, gli fa conoscere com’egli è ingannato, ammaestrandolo come gl’inganni si debbano fuggire. La vecchia che in terra sedeva, con la mano alla vizza gota, alzò il capo mirando con torto occhio la dea, e con picciola voce tremando rispose: «Partiti, dea, da’ tristi luoghi, che niuno indugio darò al tuo comandamento». Partita la dea, la vecchia si vestí di nuova forma, e abbandonando i molti vestimenti, aggiunse alle sue spalle ali, e, lasciando le serrate case senza alcuno dimoro, pervenne dov’ella trovò Florio stante ancora sopra il suo letto leggendo la ricevuta lettera di Biancofiore. A cui ella occultamente con la tremante mano toccò il sollecito petto, e ritornassi alle triste case, onde s’era per comandamento di Diana partita.

Aveva Florio piú fiate riletta la ricevuta pistola, e giá quasi nell’animo le parole di Biancofiore accettava, credendo fermamente da lei niuna cosa essere amata se non egli, sí come ella gli scriveva. Ma non prima gli fu dalla misera vecchia tocco il petto, che egli incominciò a cambiare i pensieri e a dire fra sé: «Fermamente ella m’inganna, e quel ch’ella mi scrive non per amore, ma per paura lo scrive. Briseida lusingava il grande imperadore de’ Greci, e disiderava Achille. Chi è colui che dalle false lagrime e dalle infinte parole delle femine si sa guardare? Se Agamennone l’avesse conosciute, la sua vita sarebbe stata piú lunga, né Egisto avrebbe avuto il non dovuto piacere. Senza dubio Fileno piace piú a Biancofiore che io non faccio: e chi sará quella che si levi un velo di testa, e donilo ad un suo amante, che possa poi far credere quegli non essere amato da lei? Certo niuna il potrebbe far credere, se non fosse giá semplicissimo l’ascoltatore. E in veritá e’ non è da maravigliare se ella ama Fileno: egli continuamente l’è davanti. e ingegnasi di piacerle, e io le sono lontano, né ella poté, giá è lungo tempo, vedermi. Il foco s’avviva e vive pe’ soavi venti, e amore si nutrica con dolci riguardamenti: e sí come le fiamme perdono forza non essendo da’ venti aiutate, cosí amore diviene tiepidissimo come gli sguardi cessano. Ma costei, se ella non m’ama, [p. 217 modifica]perché con lusinghe s’ingegna d’accendermi il core?». Poi ad altro ragionamento si volgeva, e diceva: «Fermamente Biancofiore m’ama sopra tutte le cose, e questo, se io voglio il vero riguardare, non mi si può celare; ma se ella non mi amasse, Fileno me ne saria cagione, del quale io prenderò senza dubbio vendetta.»

In cotali pensieri istando, Florio tra sé ripeteva tutti i preteriti atti e fatti stati tra lui e Biancofiore, poi che Fileno tornò da’ lontani paesi nella sua corte, e quelli una volta pensava essere stati da Biancofiore fatti maliziosamente, e altra volta tra sé gli difendeva. Egli stette piú giorni senza alcuno riposo, pieno di sollecite cure. Egli alcuna volta imaginava e diceva: «Ora è Fileno davanti alla mia Biancofiore e lusingala: ma perché la lusingherebbe egli, ch’ella lo ama oltra misura?». Poi tra sé altrimenti imaginava. Egli andava vedendo con l’animo tutte quelle vie le quali sono possibili ad uomo di farlo pervenire a un suo intendimento, e niuna credeva che non fosse stata cercata da Fileno, se bisogno gli fu. Egli pensava che niuna persona mai parlasse a Biancofiore che da parte di Fileno non le parlasse, e de’ suoi servidori medesimi dubitava d’essere stato ingannato: e cosí dimora in istimolosa sollecitudine, e non sa che si fare, e pensa che Fileno ordini di portarla via, e che ella il consenta. Egli pensa che Fileno la dimandi al re, e siagli donata per isposa. Egli pensa che i messaggi da Fileno a Biancofiore, e da Biancofiore a Fileno sieno spessissimi. Ma poi che egli diverse cose in sé rivolte ebbe, cosí incominciò a dire: «Non è del tutto a credere ciò ch’io imagino, ché forte mi pare che, se stato fosse, io non ne avessi alcuna cosa sentita: e però la scusa delle passate cose fatta da Biancofiore è da ricevere. Ma chi sa di quelle che devono avvenire: da un’ora a un’altra si volgono gli animi, da diversi intendimenti essendo tentati! Niuno rimedio è qui se non levare ogni cagione per la quale Biancofiore dal mio amore si potesse mutare, acciò che niuno effetto segua. Io tornerò, a dispetto del mio padre, a Marmorina, e solleciterò co’ miei propri occhi il core di Biancofiore, [p. 218 modifica]e quindi la fuggirò in parte ov’io senza paura d’alcuno potrò dimorare con lei. Se il mio padre della mia tornata si mostrasse dolente, e ancora a Fileno farò levare la vita, o egli abbandonerá li nostri paesi. Niuna cosa ci lascerò a fare, acciò che colei sia sola mia, di cui io solo sono e sarò sempre». E con questi pensieri, lasciati gli amorosi, il piú del tempo dimorava, cercando, con amare sollecitudini, parte di quelli fuggire e parte metterne in effetto senza alcuno indugio.

O amore, dolcissima passione a chi felicemente i tuoi beni possiede, cosa paurosa e piena di sollecitudine, chi potrebbe credere o pensare che la tua dolce radice producesse sí amaro frutto com’è gelosia? Certo niuno, se egli nol provasse. Ma essa ferocissima, come l’ellera gli olmi cinge, cosí ogni tua potenza ha circondata, e intorno a quella è si radicata che impossibile sarebbe oramai a sentir te senza lei. O nobilissimo signore, questa è a’ tuoi atti tutta contraria. Tu le tue fiamme mostri nell’altissimo e chiaro monte Citerea, costei sotto i freddi colli d’Apennino impigrisce nelle oscure grotte. Tu levi gli animi all’altissime cose, e costei gli declina e affonda alle piú vili. Tu i cuori che prendi tieni in continua festa e gioia, e costei da quelli ogni allegrezza caccia e con subito furore vi mette malinconia. Essa fa cercare i solinghi luoghi, e con aguto intelletto mai non sa che si sia altro che pensare. Ad essa pare che le spedite vie dell’aere siano piene d’aguati per prendere ciò che essa disidera di ben guardare. Niuno atto è che essa non dubiti che con falso intendimento non sia fatto. Niuna fede è in lei, niuna credenza: ella sempre crede essere tentata. E come tu di pace se’ veracissimo ordinatore, cosí questa con armata mano sempre apparecchia inimicizie e guerre. Ella magrissima e scolorita nel viso, di oscuri vestimenti vestita, egualmente ogni persona con bieco occhio riguarda: e tu, piacevolissimo nell’aspetto, con lieto viso visiti i tuoi soggetti. Ella non sente mai né primavera, né state, né autunno: tutto l’anno egualmente dimora per lei il sole in Capricorno! Ora, quanto è contraria la vostra natura! Ella si diletta essere senza alcuna luce, e tu ne’ [p. 219 modifica]luminosi luoghi adoperi i santi dardi. Ella con teco quasi d’un principio nata, di tutti i tuoi beni è guastatrice. E le piú volte avviene che di quella infermitá onde ella ha maggior paura, è piú spesso assalita e oppressa infino alla morte. Oltre a’ miseri miserissimo si può dire colui che seco l’accoglie in compagnia.

Florio s’apparecchia con diliberato animo di nuocere a Fileno: la qual cosa la santa dea conoscendo dagli alti regni, e mossa a compassione di Fileno, cosí nel segreto petto cominciò a dire: «Che colpa ha Fileno commessa per la quale egli meriti morte o oltraggio da Florio? Niuno non merita morte alcuna, perché egli ami quello che piace agli occhi suoi. Cessi questo, che per cagione di noi il giovane cavaliere sia offeso. E detto questo, la seconda volta discese dal cielo, e cercò le case del Sonno, de’ riposi re, nascose sotto gli oscuri nuvoli, le quali in lontanissime parti stanno rimote, in una spelonca d’un cavato monte, nella quale Febo co’ suoi raggi in niuna maniera sottilmente può passare. Quel luogo non conosce quand’egli sopra l’orizzonte vegnendo ne reca chiaro giorno, né quand’egli, avendo mezzo il suo corso fatto, ci riguarda con piú diritto occhio, né similmente quand’egli cerca l’occaso: quivi solamente la notte puote, e il terreno da sé vi produce nebbie piene d’oscuritá o di dubbiosa luce. E davanti alle porte della casa fioriscono gli umidi papaveri copiosamente, ed erbe senza numero, i sughi delle quali aiutano la potenza del signore di quel luogo. Dintorno alle quali oscure case corre un picciolo fiumicello chiamato Lete, il quale esce d’una dura pietra, che col suo corso accendo commovere le picciole pietre, fa un dolce mormorio, il quale invita i sonni. In quel luogo non s’odono i dolci canti della dolente Filomena, i quali forse potessero mettere ne’ petti acconci al riposo alcuna sollecitudine con la sua dolcezza. Quivi non fiere, non pecore, né altri animali si sentono. Quivi Eolo veruna potenza non ha, e ogni fronda si riposa. Mutola quiete possiede il luogo, al quale niuna porta si trova, non forse serrando e disserrando potesse fare alcuno romore. Alcuno [p. 220 modifica]guardiano non v’è posto, né cane alcuno il quale latrando potesse turbare i quieti riposi. Quivi non è alcun gallo il quale cantando annunzi l’aurora; né alcuna oca vi si trova che i cheti andamenti possa con alta voce far manifesti. E nel mezzo della gran casa dimora un bellissimo letto di piuma, tutto coperto di neri drappi, sopra il quale si riposa il grazioso re co’ dissoluti membri oppressi dalla soavitá del sonno. Appresso del quale un poco, giacciono varii sonni di tante maniere e sí diverse, quante sono l’arene del mare, o le stelle di che il nido di Leda s’adorna. Nella qual casa la dea entrò, continuo le mani menando davanti al viso e cacciando i sonni dagli occhi santi: e il candido vestimento della vergine diede luce nella santa casa. Nella venuta della quale, appena il re levò i pesanti occhi, e piú volte la grave testa inchinando col mento si coperse il petto, e, rivolto piú volte sopra il ricco letto, con ramarichevoli mormorii alquanto sé pure destò. E appena levatosi sopra il gomito, dimandò quel che la dea cercava. A cui ella cosí disse: «O Sonno, piacevolissimo riposo di tutte le cose, pace dell’animo, fugatore delle sollecitudini, mitigatore delle fatiche e sovvenitore degli affanni, egualissimo donatore de’ tuoi beni, se a te è caro che Citerea si possa con gli alti iddii, a te e a me egualmente consorti, di te laudare, comanda che Fileno, innocente giovane, nei suoi sonni conosca l’apparecchiate insidie contra lui, acciò che, conosciutele, di quelle guardare si possa». E questo detto, per quella via ond’era venuta, appena da sé potendo il sonno cacciare, se ne tornò.

Ella partita, svegliò l’antico iddio gl’infiniti figliuoli, de’ quali alcuni in uomini, altri in fiere, e quali in serpenti, e chi in terra, e tali in acqua, e alcuni in travi e in sassi, e in tutte quelle forme le quali negli umani animi possono vaneggiare, v’aveva che si trasformavano: tra’ quali poi ch’egli ebbe eletti quelli che a tal bisogno gli parevano sofficienti, appena destati, gli ammaestrò che essi dovessero li comandamenti della santa dea adempiere senza alcuno indugio. A’ quali essi disposti, senza piú stare, del luogo si partirono per adempierlo. [p. 221 modifica]

Mentre che i fati le cose sinistre cosí per Fileno trattavano, Fileno di tutte ignorante si stava pensando alla bellezza di Biancofiore, con sommo disio disiderando quella, quando subito sonno l’assalí, e, gli occhi gravati, sopra il suo letto riposandosi s’addormentò. Al quale senza alcun dimoro furono presenti i ministri del pregato iddio adoperando ciascuno i suoi ufici: e parvegli nel sonno subitamente essere in un bellissimo prato tutto saletto, e rimirar lo cielo, le sue bellezze lodando, e adeguando quelle di Biancofiore alla chiaritá delle stelle che in quello vedeva. E cosí stando, subitamente uno di quelli uficiali in forma d’un caro suo amico gli parve che gli apparisse piangendo, e correndo verso lui, e dicessegli: «O Fileno, che fai tu qui? Fuggi, ch’io ti so dire che l’amore che tu hai portato a Biancofiore t’ha acquistato morte. Tu non potrai essere fuori di questo prato, che Florio armato con molti compagni ti saranno adosso, cercando di levarti la vita. Fuggi di qui, o caro amico, senza niuno indugio. Non volere ch’io di tal compagno, quale io ti tengo, rimanga orbato». E ancora non parve che questi avesse compiuto di parlare, che giá dall’una delle parti del prato si sentiva il romore delle sonanti armi degli armati, i quali a Fileno parve, come detto gli era stato, che venissero. Allora pareva a Fileno levarsi tutto smarrito, e non sapeva qual via per la sua salute si dovesse tenere; anzi gli pareva che le gambe gli fossero fallite, né di quel luogo potesse partirsi. Dove stando, in piedolo spazio gli pareva vedersi dintorno Florio con molti altri armati, e con grandissimo romore gridare: «Muoia, muoia il traditore», dirizzando verso lui gli acuti ferri senza alcuna pietá ingegnandosi di ferirlo. A’ quali pareva che dicesse: «O giovani, s’alcuna pietá è in voi rimasa, piacciavi che Fileno possa fuggendo la vita campare. Voi sapete che per amore io non merito morte». Non erano le sue parole udite, ma piú aspramente e con maggiore romore gli pareva ognora essere assalito, e parevagli essere in tante parti del corpo forato che potere campare non gli pareva. Ma quelli ancora di ciò non contenti, uscendo uno di loro gli pareva che la testa gli [p. 222 modifica]volesse levare dal busto e presentarla a Florio. Allora sí grande dolore e paura gli strinse il core, che per forza convenne che il sonno si rompesse, e quasi tutto spaventato si dirizzò in piè, rimirando dov’egli era, e con le mani cercando de’ colpi che gli pareva aver ricevuti, e rimirando il suo letto, il quale imaginava dovere essere tutto tinto del suo sangue, e quello vide bagnato di vere lagrime. Ma poi ch’egli si vide essere stato ingannato dal sonno, partita la paura, pieno di maraviglia rimase, non sappiendo che ciò si volesse dire, e dubitando forte si mise a cercare del caro amico che nel sonno aveva veduto. Il quale trovato, a lui brievemente ciò che dormendo aveva veduto, narrò; di che l’amico maravigliandosi, cosí gli disse:

«Caro amico e compagno, ora non dubito io che gl’iddii con molta sollecitudine intendano a’ beni dell’umana gente. Certo tu mi fai senza fine maravigliare di ciò che tu mi racconti, però che poco avanti io tornai da Montorio, e ivi da cara persona e degna di fede udii essere da Florio la tua morte disiderata, e ordinata in qualunque maniera piú brievemente potesse. E dimandando io della cagione, mi rispose che ciò avviene per lo velo il quale da Biancofiore tu ricevesti, la quale Biancofiore egli piú che alcuna cosa del mondo ama; e per questo è di te in tanta gelosia entrato, che se egli vedesse che Biancofiore con le proprie mani ti traesse il core, forte gli sarebbe a credere che ella ti potesse se non amare. E adunque, acciò che questo amore cessi, egli cerca d’ucciderti: però per lo mio consiglio tu al presente lascerai il paese, e pellegrinando per le strane parti, della tua salute sarai guardiano. Tu puoi manifestamente conoscere te non essere possente a resistere al suo furore: dunque anzi tempo non volere perire, ma la tua giovane etá ti conforti di poter pervenire a miglior fine che il principio non ti mostra. La fortuna ha subiti mutamenti, e avviene alcuna volta che quando l’uomo crede bene essere nella profonditá delle miserie, allora subito si ritrova nelle maggiori prosperitá». A cui Fileno piangendo cosí rispose: «Oimè, or che fará Florio ad uno che l’abbia [p. 223 modifica]in odio, se a me che l’amo ha pensata la morte?». A cui quegli rispose: «Amerallo! Le leggi d’amore sono variate da quelle della natura in molte cose, e in tale atto niuno vuole volentieri compagno. Né per te fa di cercare gli altrui pensieri, ma pensare del tuo bene. Posto che Florio similmente volesse uccidere uno che odiasse Biancofiore, se’ tu però fuori del pericolo? Certo no: adunque pensa alla tua salute». «Oimè!» disse Fileno, «dunque lascerò io Marmorina e la vista di Biancofiore?». «Sí» gli rispose quegli, «per lo tuo migliore». Disse Fileno: «Certo io non conosco che vantaggio qui eleggere si possa se solo una volta si muore. Buono è il vivere, ma meglio è tosto morire che vivendo languire, e cercare la morte e non poterla avere». «Non è» disse l’amico, «a chi vive sperando nella potenza degl’iddii, sí come dianzi ti dissi, però che le future cose ci sono occulte. E in qualunque modo si vive è meglio che il morire. Ogni cosa perduta, volendo l’uomo valorosamente operare, si può ricuperare, ma la vita no: però ciascuno dee essere di quella buono guardiano.» «Certo» disse Fileno, «a chi può prendere speranza, e sperando aspettare, non dubito che di guardare la sua vita egli non faccia il meglio, che volere per un subito dolore morire. Ma come poss’io cosí fare, che non tanto partendomi, ma solamente pensando ch’io mi deggia partire dalla vista del bel viso di Biancofiore, mi sento ogni spirito combattere nel core e dimandare la morte, e l’anima, che sente questa doglia e questa tempesta, si vuoi partire?» A cui colui rispose: «Non sono cotesti pensieri necessarii a te, però che a coloro che in simile caso sono che se’ tu, conviene che facciano della necessitá diletto. Tu vedi che tu se’ costretto di partire: non imaginare di prendere eterno esilio, ma imagina che per comandamento di Biancofiore, per cui non ti sarebbe grave il morire, s’avvenisse ch’ella tel comandasse, tu sia mandato in parte onde tu tosto tornerai. Questa imaginazione t’aiuterá, e faratti piú possente a sostenere gli affanni della partita, infine a tanto che tu poi ausato la saprai sostenere senza tanta noia». A cui Fileno disse: «Questo che tu mi dí [p. 224 modifica]m’è impossibile, però che il sollecito amore non mi lascia durare tale pensiero nel core; ma qualora piú mi vi dispongo, allora co’ suoi piú m’assalisce: e chi è colui che possa la sua coscienza ingannare?». Disse quegli: «I pensieri d’amore non ti assaliranno, quando alcuna volta resistendo cacciati gli avrai da te, e la coscienza, posto che interamente ingannare non si possa, almeno l’uomo la può fare agevole sostenitrice di quello ch’e’ vuole, con un lungo e continuo perserverare sopra un pensiero». «Certo questo vorrei io bene», disse Fileno. «Dunque potrai tu», gli fu risposto. Allora disse Fileno: «Ecco, ch’io mi dispongo a pellegrinare per lo tuo consiglio». E quello disse: «E io in tua compagnia, se a te piace». A cui Fileno disse: «No, io amo meglio dolermi solo, che menar te senza consolazione». A cui quegli rispose: «Caro amico, ove che tu vada, le tue lagrime mi bagneranno sempre il core, il quale mai senza compassione di te non sani: però lasciami avanti venire, acciò che tu, avendo la mia compagnia, abbia cagione di meno dolerti». Disse Fileno: «Amico, a me piace piú che tu rimanga, perché almeno veggendoti Biancofiore si ricordi di me e dell’esilio ch’io ho per lei. E se accidente avvenisse per lo quale mi fosse lecito il tornare, voglio che tu sollecito rimanga a mandare per me, dove che i fortunosi casi m’abbiano menato». A cui quegli disse: «Cosí, come a te piace, sará fatto». Fileno allora si partí da lui, e, ritornato alla sua casa, cosí cominciò piangendo a dolersi tra se medesimo: «O misero Fileno, piangi, poi che la fortuna t’è piú avversa che ad alcun altro. Sogliono gli altri, per odiare o per male adoperare, lasciare li loro paesi, e tal volta morire; ma a te per amore conviene che tu vada in esilio. O che vita sará la tua? Sará dolente; ma certo io non la voglio lieta. Io conosco Biancofiore turbata, e scoprirmi il falso amore, mostrando nel viso d’avermi per adietro ingannato. Io mi fuggirò dal suo cospetto, e fuggendomi piacerò a Florio e a lei, l’amore de’ quali m’era occulto quando m’innamorai. Il velo da lei ricevuto sará sola mia consolazione della mia [p. 225 modifica]miseria». E, questo in se medesimo diliberato, volontario esilio, seguendo il consiglio del suo amico, prese occultamente. Quando Apollo ebbe i suoi raggi nascosi, e l’ottava spera fu d’infiniti lumi ripiena, Fileno con sollecito passo piglia la sconsolata fuga. Egli nella dubbiosa mente, uscito di Marmorina, non sa esaminare qual cammino sia piú sicuro alla sua salute; ma, del tutto abbandonato a’ fati, piangendo pone le redini sopra il collo del portante cavallo, e piangendo abbandona le mura di Marmorina, con gli occhi rimirando quella infino che lecito gli è. Ma poi che l’andante cavallo lui carico di pensieri ebbe tanto avanti traportato, che piú non gli fu lecito di vedere la sua cittá, egli con piú lagrime incominciò ad intendere al suo cammino. E primieramente veduto l’uno e l’altro lito di Bacchiglione, pervenne alle mura costrutte per adietro dall’antico Antenore, e in quelle vide il loco ove il vecchio corpo con giusto epitafio si riposava. Ma di quindi passando avanti, in poche ore pervenne alle sedie del giá detto Antenore, poste nelle salate onde, nell’ultimo seno del mare Adriano: e in quel loco non sicuro, salito in picciol legno ricercò la terra. E pervenuto all’antichissima cittá di Ravenna, su per lo Po con le dorate arene se ne venne alla cittá posta per adietro da Manto ne’ solinghi paduli. Ma quivi sentendosi piú vicino a quelli che egli piú fuggiva, dimorò poco, e salito su pe’ colli del monte Appennino, e di quelli declinando, scese al piano, pigliando il cammino verso le montagne, tra le quali il Mugnone rubesto discende. E quivi pervenuto, vide l’antico monte onde Dardano e Siculo primamente da Italo loro fratello si partirono pellegrinando; e poco avanti da sé vide le ceneri rimase d’Attila flagello di Dio, dopo lo scellerato scempio fatto de’ pochi nobili cittadini della cittá edificata sopra le reliquie del valoroso consolo Fiorino, quivi dagli aguati di Catelina miserabilmente ucciso. Alle quali avuta compassione, si partí, e senza tenere diritto cammino errando pervenne a Chiusi, ove giá Porsenna, secondo che gli fu detto, aveva il suo regno con forza costretto ad ubbidir sé. Né troppo lungamente andò avanti ch’egli vide [p. 226 modifica]il cavato monte Aventino, nel quale Caco nascose le ’mbolate vacche ad Ercole, strascinate nelle cave di quello per la coda. Ma dopo lungo affanno pervenne nell’eccellentissima cittá di Roma, ov’egli d’ammirazione piú volte ripieno fu, veggendo le magnifiche cose, inestimabili da ogni alto intelletto senza vederle: e in quella vide il Tevere, a cui gl’iddii concedettero innumerabili grazie. Egli vide l’antiche mura d’Alba, e ciò che era notabile nel paese. Ma quivi non fermandosi, volgendo i suoi passi a mezzogiorno, si lasciò dietro le grandissime Alpi e i monti i quali aspettavano l’oscurissima distruzione del nobile sangue d’Aquilone, e pervenne a Gaeta, eterna memoria della cara balia d’Enea. E da quella pervenne per le salate onde a Pozzuolo, avendo in prima vedute l’antiche Baie e le sue tiepide onde, quivi per sostenimento degli umani corpi poste dagl’iddii. E in quel luogo veduta l’abitazione della cumana Sibilla, se ne venne a Partenope; né quivi ancora fermato, cercò li campi de’ Sanniti, e vide la loro cittá. Donde partitosi, volgendo i passi suoi, vide l’antica terra di Capo di Campagna posta da Capis, e, quindi partendosi, pervenne tra li salvatichi e freddi monti d’Abruzzi, tra’ quali trovò Sulmona, riposta patria del nobilissimo poeta Ovidio. Nella quale entrando, cosí cominciò a dire: «O cittá graziosa a ciascuna nazione per lo tuo cittadino, come poté in te nascere e nutricarsi uomo, in cui tanta amorosa fiamma vivesse quanta visse in Ovidio, con ciò sia cosa che tu freddissima e circondata da fredde montagne sia?»; e questo detto, reverente per lo mezzo di quella trapassò. E continuando i lamentevoli passi, si trovò a Perugia, dalla quale partitosi, de’ cammini ignorante, pervenne alle vene Adoncie, onde le chiarissime onde dell’Elsa vide uscire. Dopo le quali discendendo, venne infino a quel loco dove l’Agliena, nata nelle grotte di Simifonte, in quella mescola le sue acque e perde nome. E quindi guardandosi dattorno, vide un bellissimo piano, per lo quale volto a man destra, faccenda dell’onde dell’Agliena sua guida, non molto lontano al fiume andò, ch’egli vide un picciolo monticello levato sopra il piano, nel quale uno [p. 227 modifica]altissimo e vecchio cerreto era. In quello mai alcuna scure era stata adoperata, né da’ circustanti per alcun tempo cercato, fuori che da’ loro antichi nell’antico errore de’ non conosciuti iddii, i quali in sí fatti luoghi si solevano adorare. In quello entrò Fileno, e non trovandovi via né sentiero, ma tutto da vecchie radici o da grandissimi rovi occupato, con grandissimo affanno infino alla sommitá del picciolo monticello salí. Quivi trovò un tempio antichissimo, nel quale salvatiche piante erano cresciute, e le mura tutte rivestite di verde ellera. Né giá per antichitá erano guaste le imagini de’ bugiardi iddii, rimasi in quello quando il figliuolo di Giove recò da cielo in terra le novelle armi, con le quali il vivere eterno s’acquista. Era davanti a quello un picciolo prato di giovanetta erba coperto, assai piacevole a rispetto dell’altro luogo. E quivi fermato Fileno stette per lungo spazio; e rimiratosi dintorno, e pensato lungamente, s’imaginò di volere quivi finire la sua fuga, e in quello luogo senza tema d’essere udito piangere i suoi infortuni, e se altro accidente non gli avvenisse, quivi propose di volere l’ultimo di segnare. E dopo lunga esaminazione, vedendo il luogo molto solitario, si pose a sedere davanti al tempio, e quivi nutricandosi di radici e d’erbe, e bevendo de’ liquori di quelle, stette tanto che agl’iddii prese pietá della sua miseria, sempre piangendo, e ne’ suoi pianti con lamentosa voce le piú volte cosí dicendo:

«O impiissima acerbitá dell’umane menti, che commisi io ch’eterno esilio meritassi della piacevole Marmorina? Nullo fallo commisi: amai e amo. Se questo merita esilio o morte, torca il cielo il suo corso in contrario moto, acciò che gli odii meritino guiderdone. E se io forse amando ad alcuno dispiaceva, non con morte mi doveva seguitare, ma con riprensione ammaestrare. Ora che riceverá da Florio chi odierá Biancofiore? Non so ch’egli gli si possa fare, se a quello che a me ha fatto vorrá con eguale animo pensare. Ahi, Pisistrato, degno d’eterna memoria per la tua benignitá, il quale, udendo con pianti narrare la tua figliuola essere baciata, e di ciò dimandarti vendetta, non dubitasti rispondere: ‛Che faremo noi a’ [p. 228 modifica]nostri nimici, se colui che ci ama è per noi tormentato?’: tu il picciolo fallo con grandissima temperanza mitigasti, conoscendo il movimento del fallitore. Dimorar possa tu con pietosa fama sempre ne’ cuori umani! Ma certo egli non è men giusta cosa che io pianga li miei amori, che fosse il pianto del crudele artefice Perillo, che a Falaris presentò il bue di rame, al quale primo convenne mostrare del suo artificio esperienza. Io medesimo accesi il foco in che io ardo. Io, misero, fui il tenditore de’ lacci ne’ quali son caduto. Chi mi costringeva di narrare a Florio i miei accidenti, e di mostrargli il caro velo? Niuna persona. Ignoranza mi fece fallire: e però niuno savio piange, perché il senno leva le cagioni. Ma posto pur ch’io per ignoranza fallassi, eragli cosí gravoso a vietarmi che io piú avanti non amassi? Certo io non mi sarei poi potuto tenere di non amare, ma nondimeno per la disubbidienza a lui, cui io singulare signore teneva, avrei meritato esilio o grieve tormento; ma egli mai non mi comandò che io non amassi, anzi lá ov’io non mi guardava cercava la mia morte. O ragionevole giustizia partita dagli umani animi, perché dal cielo non provvedi tu alle iniquitá? Deh, misero me!, non ho io per la sfrenata crudeltá di Florio perduta la debita pietá del vecchio padre e della benigna madre? Certo sí. Ora io gli ho lasciati per lo mio esilio pieni d’eterne lagrime. Non ho io perduta la graziosa fama del mio valore? Sí ho. Quanti uomini, ignoranti qual sia la cagione del mio esilio, penseranno me dovere avere commesso alcuna cosa iniqua, e, per paura di non ricevere merito di ciò, mi sia partito? I nemici creano le sconce novelle dov’elle non sono, e le male lingue non le sanno tacere. La iniquitá da se medesima si spande piú che la gramigna pe’ grassi prati. Non sono io per lo mio tristo esilio divenuto povero pellegrino? Non ho io perduto gioia e festa? Non è per quello la mia cavalleria perduta? Certo sí. Oimè, quante altre cose sinistre con queste insieme mi sono avvenute per lo mio sbandeggiamento! Ma certo, per tutto questo, alcuna cosa del vero amore che io porto a Biancofiore, non è mancato. Piú che mai l’amo. Niuna pena, niuno affanno, [p. 229 modifica]né alcuno accidente me la potrá mai trarre del core. E certo se egli mi fosse conceduto di poterla solamente vedere, com’io vidi giá, tutte queste cose mi parrebbero leggiere a sostenere. Il non poterla vedere m’è sola gravezza. Questo mi fa sopra ogni altra cosa tormentare. Ella co’ suoi begli occhi, avvegna che falsi siano, mi potrebbe rendere la perduta consolazione. Io vo fuggendo per lei. Se l’amor di lei avessi, non che ’l fuggire ma il morire mi sarebbe soave! Ma poi che l’amore di lei non puoi avere, e il poterla vedere t’è tolto, piangi, misero Fileno, e dá pena agli occhi tuoi, i quali stoltamente nella forza di tanto amore, quanto tu senti, ti legarono. O me misero, non so da che parte io mi cominci piú a dolere, tanti e tali cose m’offendono! Ma, tra l’altre, tu, o crudelissimo signore, non figliuolo di Citerea, ma piú tosto nemico, mi dai infinite cagioni di dolermi di te e di biasimarti. Tu, piacevolissimo fanciullo, pigli con piacevole dolcezza gli stolti animi degl’ignoranti, e in quelli poi con solingo ozio rechi disiderati pensieri, e in quelli pensieri fabrichi le tue catene, con le quali gli animi de’ miseri, che tua signoria seguitano, sono legati. Ahi, quanto è cieca la mente di coloro che ti credono, e che del loro folle disio ti fanno e chiamano iddio, con ciò sia cosa che niuna tua operazione si vegga con discrezione fatta! Tu gli altissimi animi de’ valorosi signori declini a sottomettersi alle volontá d’una picciola feminella. Tu la bellezza d’un giovane, maestrevole adornamento della natura, con fallace disiderio leghi al volere d’un turpissimo viso, con díverse macule adornato oltre al dovere, d’una meretrice. E, brievemente, niuna tua operazione è con eguale animo fatta, anzi sogliano i miseri, ne’ tuo’ lacci avviluppati, prendere per te questa scusa: che la tua natura è tale che né i doni di Pallade, né quelli di Giunone, né gentilezza d’animo riguarda, ma solamente il libidinoso piacere; e in questo credono alle tue opere aggiungere grandissime laudi, ma con degno vituperio te ed essi vituperano. Ma che giova tanto parlare? Tu se’ d’etá giovane: come possono le tue operazioni essere mature? Tu, ignudo, non devi poter porgere speranza [p. 230 modifica]di rivestire. Le tue ale mostrano la tua volubilitá, né m’è della memoria uscito d’averti in alcune parti veduto privato della vista: dunque come di dietro alla guida d’un cieco si può fare diritto cammino? Ahi, tristi coloro che in te sperano! Tu levi loro il pensiero de’ necessarii beni, ed empili di sollecitudine e di vana speranza. Tu gli fai divenire cagione delle schernevoli risa del popolo che li vede, ed essi, miseri e di questo ignoranti, assai volte di se stessi con gli altri insieme fanno beffe, né sanno quello che fanno: e tardi conoscono i tuoi effetti. Ma certo, mentre ignorante di quelli fui, niuno soggetto avesti che piú fede di me ti portasse, né che piú la tua potenza esaltasse: e ancora in quella semplicitá ritornerei, se benigno mi volessi essere, come giá fosti a molti. O me misero, che io non so che io mai contra te adoperassi, per la qual cosa cosí incrudelire in me dovessi, come fai! Io mai non ti rimproverai la tua giovanezza, né biasimai la forza del tuo arco, come fece Febo, né alla tua madre levai il caro Adone, né iscopersi i suoi diletti i quali con Marte prendeva, come tutto il cielo vide. Io mai non adoperai contra te, perché tu mi dovessi nuocere; ma tu di mobile natura, e nescio di quello che fai, mi tormenti oltre al dovere. Solo in uno atto si conosce te avere alcun sentimento, in quanto mai non cerchi d’essere se non in luogo a te simigliante, avvegna che questa discrezione piú tosto alla natura che a te si dovrebbe attribuire. Il tuo diletto è di dimorare ne’ vani occhi delle scimunite femine, le quali a te costrigni con meno dolore che i miseri che in tale laccio incappano; e poi con esse di quelli ti diletti di ridere, consentendo loro il potersi far beffe de’ tristi senza alcun affanno d’esse: delle quali, schiera di perfidissima iniquitá piena, non posso tenermi ch’io non ne dica ciò che dentro ne sento.

Voi, o sfrenata moltitudine di femine, siete dell’umana generazione naturale fatica, e dell’uomo inespugnabile sollecitudine e molestia. Niuna cosa vi può contentare, destatrici de’ pericoli, commettitrici de’ mali. In voi niuna fermezza si trova: e, brievemente, voi e il diavolo credo che siate una [p. 231 modifica]cosa! E che questo sia vero, davanti a noi infiniti esempli a fortificare il mio parlare se ne trovano. E volendo dalla origine del mondo incominciare, si troverá la prima nostra madre per lo suo ardito gusto essere stata cagione a sé e a’ discendenti d’eterno esilio da’ superiori reami. E questo malvagio principio in tanto male crebbe, che la prima eta nello allagato mondo tutta peri, fuori che Deucalione e Pirra, a cui rimase la fatica di ristaurare le perdute creature. Ma posto che la quantitá delle femine mancasse, la vostra malvagitá nella poca quantitá non mancò. E non era ancora reintegrato il numero degli annegati, quando colei che l’antica Babillonia cinse di fortissime e alte mura, presa dalla libidinosa volontá col figliuolo si giacque, faccendo poi per ammenda del suo fallo la scellerata legge che il bene placito fosse licito a ciascuno. O cuore di ferro che fu quello di costei! Quale altra creatura, fuori che femina, avrebbe potuto sí scellerata cosa ordinare, che, conoscendo il suo male, non s’ingegnasse di pentere, ma s’argomentasse d’inducervi i soggetti? E ancora che questo fosse grandissimo fallo, quanto fu piú vituperevole quello che Pasife commise, la quale il vittorioso marito, re di cento cittá, non sostenne d’aspettare, ma con furiosa libidine essere da un toro ingravidata sostenne? Fu ciascuno dei detti falli scelleratissimo, ma nullo fu sí crudelmente fatto, come quello che Clitennestra miseramente commise: la quale, non guardando alla debita pietá del marito, il quale in terra era stato vincitore di Marte, per mare di Nettunno, ma presa dal piacere d’un sacerdote, rimaso ozioso ne’ suoi paesi, consentí che egli portasse ad Agamennone il non perfetto vestimento, e, in quello vedendolo avviluppato, Egisto miserabilmente l’uccise, acciò che poi senza alcuna molestia i loro piaceri potessero mettere in effetto. Quanto fu ancora la lascivia d’Elena, la quale, abbandonando il proprio marito, e conoscendo ciò che doveva della sua fuga seguire, anzi volle che il mondo perisse sotto le armi ch’ella non fosse nelle braccia di Paris, contenta che per lei si possa eternalmente dire Troia essere distrutta e i Greci morti crudelmente! Quanta [p. 232 modifica]acerbitá e quanta ira si puote ancora discernere essere stata in Progne, ucciditrice del proprio figliuolo per far dispetto al marito? E in Medea simigliantemente? E in cui si trovò mai tanto tracotato amore quanto in Mirra, la quale con sottile ingegno adoperò tanto che col proprio padre piú volte si giacque? E la dolente Biblis non si vergognò di richiedere il fratello a tanto fallo, e la lussuriosa Cleopatra d’adoperarlo. Non è ancora tra queste la madre d’Almeone, che per picciolo dono consentí il mortale pericolo d’Anfiarao suo marito? E qual diabolico spirito avrebbe potuto pensare quel che fece Fedra, la quale non potendo avere recato lppolito suo figliastro a giacere con lei, con altissima voce gridando e stracciandosi i vestimenti e’ capelli e ’l viso, disse sé essere voluta isforzare, e, lui preso, consentí che dal proprio padre fosse fatto squartare? Quanto ardire e quanta crudeltá fu quella delle femine di Lenno, che, essendo degnamente soggette degli uomini, per divenir donne, quelli nella tacita notte con armata mano tutti dierono alla morte? E simile crudeltá nelle figliuole di Belo si trovò, le quali tutti li novelli sposi la prima notte uccisero, fuori che Ipermestra. Oimè, ch’io non sono possente a dire ciò che io sento di voi! Ma senza dir piú avanti, quanti e quali esempli son questi della vostra malvagitá? O femine, innumerabile popolo di pessime creature, in voi non virtú, in voi ogni vizio: voi principio e mezzo e fine d’ogni male. Mirabil cosa si vede di voi, tra tanta moltitudine una sola buona non trovarsene. Niuna fede, niuna veritá è in voi. Le vostre parole sono piene di false lusinghe. Voi ornate i vostri visi con diverse arti ad irretire i miseri, acciò che poi, liete d’avere ingannato, cioè fatto quello a che la vostra natura è pronta, ve ne ridiate. Voi siete armadura dell’eterno nemico dell’umana generazione: láov’egli non può vincere co’ suoi assalti, incontanente a’ pensati mali pone una di voi, acciò che ’l suo intendimento non gli venga fallito. Guai eterni puote dire colui, che nelle vostre mani incappa, non gli fallano. Misera la mia vita, che incappato ci sono! Niuna consolazione sará mai a me di tal fallo, pensando che una giovane, la [p. 233 modifica]quale io piú tosto angelica figura che umana creatura reputava, con falso ragguardamento m’abbia legato il core con indissolubile catena, e ora di me si ride, contenta de’ miei mali. Ma certo la miserabile fortuna, che abbassato per li vostri inganni mi vede, assai mi nuoce, e niuno aiuto mi porge, anzi s’ingegna con continua sollecitudine di mandarmi piú giu che la piú infima parte della sua rota, se far lo potesse, e qui vi col calcio sopra la gola mi tiene, né possibile m’è lasciare il doloroso luogo.»

Era il pianto e la voce di Fileno sí grande, però che in loco molto rimoto gli pareva essere da non dovere potere essere udito, che un giovane il quale al piè del salvatico monticello passava, sentí quello, e avendogli grandissima compassione, per grande spazio stette ad ascoltare, notando le vere parole di Fileno; ma poi volonteroso di vedere chi si dolorosamente piangesse, seguendo la dolente voce si mise per l’inviluppato bosco, e con grandissimo affanno pervenne al loco dove Fileno piangendo dimorava. Il quale egli nel primo avvento rimirando, appena credette che uomo fosse; ma poi ch’egli l’ebbe raffigurato, il vide nel viso divenuto bruno, e gli occhi, rientrati in dentro, appena si vedevano. Ciascuno osso pingeva in fuori la raggrinzata pelle, e i capelli con disordinato rabbuffamento occupavano parte del dolente viso, e similmente la barba grande era divenuta rigida e attorta, e i vestimenti suoi sordidi e brutti, ed egli era divenuto qual divenne il misero Erisitone, quando sé, per sé nutricare, cominciò a mangiare. Nullo che veduto l’avesse ne’ tempi della sua prosperitá, l’avrebbe per Fileno riconosciuto. Ma poi che ’l giovane l’ebbe assai riguardato, cosí gli disse: «O dolente uomo, gl’iddii ti rendano il perduto conforto. Certo il tuo abito e le tue lagrime e le tue voci m’hanno mosso ad a vere compassione di te; ma se gl’iddii i tuoi disideri adempiano, dimmi la cagione del tuo dolore: forse non senza tuo bene la mi dirai; e ancora mi dí, se ti piace, perché sí solingo luogo hai per poterti dolere eletto». Maravigliossi Fileno del giovane quando parlare l’udí, e voltatosi verso lui, non [p. 234 modifica]dimenticata la preterita cortesia, cosí gli rispose: «Io non ispero giá che gl’iddii mi rendano quello ch’essi m’hanno tolto, perché io li tuoi prieghi adempia: ma però che la dolcezza delle tue parole mi spronano, mi moverò a contentarti del tuo disio. E primieramente ti sia manifesto che per amore io sono concio come tu vedi»: e, appresso questo, tutto ciò che avvenuto gli era particolarmente gli narrò. Dopo le quali parole, ancora gli disse: «La cagione per che in sí fatto luogo io sono venuto, è perché io voglio senza impedimento potere piangere. E, appresso, io non voglio essere a’ viventi esempio d’infinito dolore, ma voglio che in fra questi arbori la mia doglia meco si rimanga». Udito questo, il giovane non poté ritenere le lagrime, ma con lui incominciò dirottamente a piangere, e disse: «Certo la tua effigie e le tue voci mostrano bene che cosí ti dolga, come tu parli; ma, al mio parere, questa doglia non dovria essere senza conforto, con ciò sia cosa che persone, che molto l’hanno avuta maggiore che tu non hai, si sono confortate e confortansi». Disse allora Fileno: «Questo non potrebbe essere: chi è colui che maggior dolore abbia sentito di me?». «Certo disse il giovane, «io sono.» «E come?», disse Fileno. A cui il giovane disse: «Io il ti dirò. Non molto lontano di qui, avvegna che vicina sia piú assai quella parte alla cittá di colui i cui amaestramenti io seguii, e dove tu non è molto tempo ci fosti sí come tu dí, era una gentil donna, la quale sopra tutte le cose del mondo amai e amo: e di lei mi concedette Amore, per lo mio ben servire, ciò che l’amoroso disio cercava. E in questo diletto stetti non lungo tempo, che la fortuna mi volse in veleno la passata dolcezza, che quando io mi credeva avere piú la sua benivolenza, e avere acquistato con diverse maniere il suo amore, e io con li miei occhi vidi questa me per un altro avere abbandonato, e conobbi manifestamente che lungamente e con false parole m’avea ingannato, faccendomi vedere che io era solo colui che il suo amore aveva. La qual cosa sí mi fu molesta, che niuno credo mai simile doglia sentisse a quella ch’io sentii: e veramente per quella credetti morire; ma l’utile [p. 235 modifica]consiglio della ragione mi rendé alcun conforto, per lo quale io ancora vivo in quello essere che tu mi vedi, ricoprendo il mio dolore con infinta allegrezza. Le cose sono da amare ciascuna secondo la sua natura. Quale sará colui sí poco savio che ami la velenosa cicuta per trarne dolce sugo? Molto meno savio fia colui che una femina amerá con isperanza d’essere solo amato da lei lunga stagione. La loro natura è mobile. Qual uomo sará che possa ammendare ciò che gl’iddii o li superiori corpi hanno fatto? E però come cosa mobile sono da amare, acciò che de’ loro movimenti gli amanti, sí come esse, si possano ridere: e se elle mutano uno per un altro, quegli possa un’altra in loco di quella mutare. Niuno si dorrá seguendo questo consiglio. Tu, non avendolo seguito, ora per niente piangi. Con ciò sia cosa che tu niente abbia perduto, di che ti duoli tu, sí come tu dí? Niente possedesti: e chi non possiede non può perdere; e chi non perde, di che si lamenta? Credesti alcuna volta, per alcuno sguardo fatto a te da quella giovane cui tu ami, che ella t’amasse: hai conosciuto che quello era bugiardo, e che ella non t’ama. Certo di questo ti dovresti tu rallegrare, e rendere infinite grazie agl’iddii, che t’hanno aperti gli occhi prima che tu in maggiore inganno cadessi. Se forse dell’esilio che hai piangi, non fai il meglio: ché, pensando il vero, niuno esilio si può avere, con ciò sia cosa che il mondo sia una sola cittá a tutti. Ove che la fortuna ponga altrui, ella nol può cacciare di quello. In ciascun loco giunge altrui la morte con finale morso. A’ virtuosi ogni paese è il loro. Lascia questi pianti e leva su: viene con meco, e virtuosamente pensa di vivere, e metti in oblio la malvagitá di quella giovane che a questo partito t’ha condotto: che da’ cieli possa foco discendere che egualmente tutte le levi di terra!». A cui Fileno disse: «Giovane, ben credo che ’l tuo dolore fu grande, e similmente il tuo animo, poi che con pazienza lo potesti sostenere; ma io mi sento troppo minore l’animo che la doglia, e però invano ci si balestrano confortevoli parole. Io sono disposto a piangere mentre che io viverò: gl’iddii per me del tuo buono volere [p. 236 modifica]ti meritino. Io ti priego per quello amore che tu giá piú fervente portasti alla tua donna, che non ti sia noia il partirti e ’l lasciarmi con continue lagrime sfogare il mio dolor»e. «Gl’iddii ti traggano tosto di tale vita», disse il giovane. E partitosi da lui, se ne tornò per quella via onde venuto era.

Partito il giovane, Fileno ricominciò il doloroso pianto, e increscendogli della sua vita, con dolenti voci incominciò a chiamare la morte cosi: «O ultimo termine de’ dolori, infallibile avvenimento di ciascuna creatura, tristizia de’ felici e disiderio de’ miseri, o angosciosa morte, vieni a me. Vieni a colui a cui il vivere è piú noioso che il tuo colpo, vieni a colui che graziosa ti riputerá. Deh, vieni, che il tristo core ti chiede. Oimè, ch’io non posso con la debite voce esprimere quant’io ti disidero. Poi che un solo colpo dei tuoi debbo ricevere, piacciati di concederlo senza piú indugio. Non sia l’arco tuo piú cortese a me che al valoroso Ettore o ad Achille. Io tengo in villania il lungo perdono che da lui ho ricevuto. I doni disiderati, tosto donati, doppiamente sono graditi. Concedi questo a me che tanto disiderato t’ho, e che con sí dolente voce ti chiamo. Oimè, come son radi coloro che sí con volonteroso animo ti ricevono, come ti riceverò io! Dunque perché non vieni? Non consentire che disiderandoti, sí come io fo, io languisca piú. Io non ricuserò in niuna maniera la tua venuta. Vieni come tu vuoi, pur ch’io muoia. Io non fuggirei ora gli aguti ferri, né le taglienti spade com’io feci giá; l’agute sanne de’ fieri leoni non mi dorrebbono, né di qualunque altra fiera dilacerante il mio corpo: dunque vieni. O rapaci lupi e ferocissimi orsi, se alcuni nel dolente bosco, bramosi di preda, dimorate, venite a me, facciasi il mio corpo vostro pasto. Adempiete quel disio che altri adempiere non mi vuole. Oimè, perisca il tristo corpo, poi che perita è la speranza. Cerchi la dolente anima i regni atti al suo dolore, e vada con la sua pena alle misere ombre di Dite, ove forte sarei che maggior pena che ella al presente sostiene, vi trovi. O iddii abitatori de’ celestiali regni, se alcuno mai in questo loco ricevette onore di sacrificio, dolgavi [p. 237 modifica]di me. O deitá abitatrici di questi luoghi, fate che la misera vita mi fugga. O infernali iddii, rapite del mio misero corpo la vostra anima. Cessi che io piú me e voi stimoli con le mie voci». E cosí piangendo e gridando, tutto delle proprie lagrime si bagnava, baciando sovente il candido velo, sopra il quale per debolezza sovente cader si lasciava. Ma Florio, rimaso a Montorio, presto a mettere in esecuzione le triste insidie sopra Fileno, udito che il misero per paura di quelle avea preso volontario esilio, lasciò stare le cominciate cose, e incominciassi alquanto a riconfortare, imaginando che poi che quello era cessato, di che egli piú dubitava, niuna altra cosa, fuori che prolungamento di tempo, al suo disio gli poteva noiare.

La santa dea, che due volte era discesa de’ suoi regni per impedire il ferventissimo amore tra Florio e Biancofiore cresciuto per lungo tempo, sentendo Florio rallegrarsi, e il misero Fileno avere per l’operazioni di lui preso dolente esilio, parendole niente avere fatto, propose del tutto di volere la sua imaginazione compiere. E discesa del cielo la terza volta, sopra un’alta montagna in forma di cacciatrice si pose ad aspettare il re Felice, che quivi cacciando su per quella doveva quel giorno venire. Ell’aveva i biondi capelli ravvolti alla sua testa con leggiadro avvolgimento, e il turcasso cinto con molte saette, e nella sinistra il forte arco portava. E quivi per picciolo spazio dimorando, di lontano vide il re Felice saletto correre dietro ad un grandissimo cervo, il quale verso quella parte dov’ella era fuggiva: al quale ella si parò davanti, e con soavissima voce salutatolo, abbandonato il cervo, il ritenne a parlar seco. A cui il re, non conoscendola, disse: «Giovane donna, come in questo luogo sí sola dimorate?». «Di qui non sono guari lontane le compagne» rispose Diana; «ma tu come a questi diletti intendi, con ciò sia cosa che il tuo figliuolo, per amor di colei cui tu tieni in casa, guadagnata ne’ sanguinosi campi, si muore? Io conosco il sopravvegnente pericolo, e dicoti che se tosto rimedio a questa cosa non prendi, ella il ti torrá.» E questo detto, subitamente [p. 238 modifica]sparve. Rimase il re tutto stupefatto e pieno di pensieri, quando, volendo consiglio dimandare, vide la dea sparita, e cosí tra sé, voltando i suoi passi, disse: «Veramente divina voce m’ha i miei danni annunziati». E di grieve dolore oppresso, lasciata la caccia, si tornò a Marmorina.

Ritornato il re a Marmorina, dentro al suo real palagio, in una camera, soletto, con bassa fronte, si pose a sedere, pensando e ripetendo in sé l’udite parole dalla santa dea, e in sé rivolgendo che rimedio alle cose udite potesse prendere. E in tali pensieri dimorando, la reina sopravvenne; e vedendo il re turbato, si maravigliò, e timidamente cosí gli disse: «O caro signore, se lecito è ch’io possa sapere la cagione della vostra turbazione, io vi priego che la non mi si celi». A cui il re rispose: «Ella non ti si può né deve celare, e però io la ti dirò: oggi nel piú forte cacciare ch’io facea, correndo dietro a un cervo, non so che si fosse, o dea o altra creatura, ma in abito d’una cacciatrice, m’apparve una bella donna, la quale, dopo alquante parole, mi disse che se con subito provvedimento noi non soccorressimo, che Florio per Biancofiore perderemmo: e questo detto, sparve subitamente, né piú la potei vedere. Onde io da quell’ora in qua con grave doglia sono dimorato. Io conosco manifestamente che la fortuna, dei nostri beni invidiosa, si oppone a quelli, e vuolcene in miserabile modo privare. Io mi consumo pensando che per una serva io debba perdere il caro figliuolo acquistato con tanti prieghi. O maladetto giorno, o perfidissima ora della sua nativitá, perché mai venisti? Egli non per nostra consolazione, ma per dolorosa distruzione di noi nacque: ma certo la cagione di tanta e di tal tristizia converrá che prima di me perisca. Questi mali e queste angosciose fatiche solo per una vi!issima serva procedono. Io le leverò con le proprie mani la vita. La mia spada trapasserá il suo sollecito petto: e di questo segua che puote! E certo se i fati altra volta la trassero delle cocenti fiamme, essi non la trarranno ora dal mio colpo. Oimè, che mi pareva incredibile per adietro, quand’io udiva che sola Biancofiore era ancora da lui dimandata! E diceva: [p. 239 modifica]se ciò fosse vero, giá il duca e Ascalione me l’avrebbero fatto sentire. Ma io credo fermamente che la puttana l’abbia con virtuose erbe, o con parole, o con alcuna magica arte costretto, però che mai non si udí che femina con tanto amore durasse in memoria d’uomo, quanto costei è durata in lui. Ma certo a mio potere l’erbe e le incantagioni le varranno altresí poco: come a Medea valessono!».

Poi che il re ebbe narrate queste cose, si tacque. La reina, dopo alcuno sospiro, cosí disse: «Oimè, ha egli ancora nella memoria Biancofiore? Certo, se questo è, negare non possiamo che in contrario non ci si volga la prosperevole fortuna passata. Io imaginava che egli piú non se ne ricordasse; ma poi che ancora gli è a mente, soccorriamo con pronto argomento». «Niun rimedio è sí presto come ucciderla» disse il re; «e acciò che infallibile sia il colpo, io la ucciderò con la propria mano». A cui la reina disse: «Cessino questo gl’iddii, che un re si possa dire che colpevole nella morte d’una semplice giovane sia, e che le mani vostre di sí vile sangue siano contaminate. Se noi la sua morte disideriamo, noi abbiamo mille servi presti a maggiori cose, non che a questa; ma noi, senza esser nocenti contra l’innocente sangue di lei, possiamo in buona maniera riparare: e ciò v’aveva giá piú volte voluto dire, ma ora, venuto il caso, vel dirò. Io intesi, pochi dí sono passati, che venuta era ne’ nostri porti, lá dove il Po le sue dolci acque mescola con le salse, una ricchissima nave, da che parte si venga non so, la quale, secondo che m’è stato porto, spacciato il suo carico, si vogliono partire: mandate per li padroni, e a loro sia Biancofiore venduta. Essi la porteranno in alcuna parte strana e molto lontana di qui, e di essa mai niuna novella si saprá: e a Florio date ad intendere che ella morta sia, faccendole fare nobilissima sepoltura e bella, acciò che piú la nostra bugia simigli il vero. Egli, credendo questo, poi s’ausera a disamarla».

Niente rispose il re a’ detti della reina, ma in se medesimo alquanto rattemperato pensò di volere tal consiglio seguire, e seguendolo imaginò che senza fallo gli verrebbe il suo avviso [p. 240 modifica]fornito. E uscito della sua camera, a sé chiamò Asmenio e Proteo, giovani cavalieri e valorosi, e disse cosí a loro: «Senza alcuno indugio cercate i nostri porti la dove il Po s’insala: quivi n’è detto che una ricchissima nave è venuta; fate che voi la vediate, e conosciate di quella i padroni, e sappiate di qual paese viene, e di che è carica, e quando si dee partire, e ordinatamente tutto mi raccontate nella vostra tornata, la quale senza niuno indugio fate che sia».

Mossersi i due giovani con quella compagnia che piacque loro, e, pervenuti a’ dimandati porti, montarono sopra la bella nave, ove elli onorevolmente ricevuti furono da Antonio e da Menone, signori e padroni di quella. E poi che Asmenio alquanto dimorato con loro fu, egli disse: «Belli signori, noi siamo cavalieri e messaggi dell’alto re di Spagna, ne’ cui porti voi dimorate; e siamo qui a voi venuti per essere di vostra condizione certi, e per sapere qual sia il vostro carico, e da quali liti vi siate con esso partiti, e che intendete di fare. Piacciavi adunque che di tutte queste cose noi al nostro signore possiamo rendere vera risposta». A cui Antonio, per etá e per senno piú da onorare, cosí rispose: «Amici, voi siate i ben venuti. Noi, brievemente, siamo ad ogni vostro piacere disposti, e però alla vostra dimanda cosí vi rispondiamo, e cosí a chi vi manda risponderete: il presente legno è di questo mio compagno e mio, i quali, egli Menone ed io Antonio siamo chiamati, e nascemmo quasi nelle ultime parti dell’Ausonico corno, vicino alla gran Pompea, vera testimonia delle vittorie ricevute da Ercole ne’ nostri paesi, e da lui edificata; e vegnamo dalli lontani liti d’Alessandria in questi luoghi, non volonterosi venuti, ma da fortunale tempo portati, nel quale gl’iddii, la mercé loro, ci hanno tanto di grazia fatta, che quasi tutto il carico della nostra nave abbiamo spacciato, il quale fu in maggior parte speziere, perle, oro, e drappi per le indiane mani tessuti; e intendiamo, ove piacere de’ nostri iddii sia, di cercare le sedie di Antenore, poste nell’ultimo seno di questo mare, quando avremo tempo; e quivi di quelle cose che per noi saranno, intendiamo di [p. 241 modifica]caricare la nostra nave, e di ritornare agli abbandonati liti. Se per noi si può far cosa che al vostro signore e a voi piaccia, come umilissimi servidori a’ vostri piaceri ci disponiamo». Assai gli ringraziarono i due cavalieri e ultimamente gli pregarono che non fosse loro noia alquanti giorni attendergli, però che con loro credevano dovere avere a fare. A cui essi risposero che uno anno, se tanto lor piacesse, gli attenderebbono.

Tornarono i due cavalieri al re, e chiaramente ogni cosa udita da’ padroni gli narrarono. A’ quali il re disse: «Tornate ad essi, e dimandate loro se essi volessero una bellissima giovane comperare, la quale innumerabile tesoro ho cara, e con la risposta tacitamente tornate». Ripresero i cavalieri il cammino, e, ricevuti con amorosi accoglimenti, a’ mercatanti la loro ambasciata contarono, aggiugnendo che dalla bella giovane contro la real maestá grandissimo fallo era stato commesso, per lo quale morte meritava, ma il signore, pietoso della sua bellezza, non ha voluta privarla di vita: ma, acciò che il fallo non rimanga impunito, la vuoi vendere, sí come contato v’abbiamo. A cui i mercatanti risposero ciò molto piacere loro: e se bella era come contavano, nullo migliore comperatore d’essi se ne troverebbe. «Adunque» disse Asmenio, «recate i vostri tesori e venite con noi, acciò che voi veggiate che quello che vi diciamo è vero.»

Caricati i mercatanti i loro tesori, e presi molti loro cari gioielli, coi due cavalieri se ne vennero a Marmorina, ove dal re furono onorevolmente ricevuti. E quando tempo parve al re di volere che essi vedessero Biancofiore, egli disse alla reina: «Va e fa venire la giovane». Al cui comandamento la reina andata in una camera dove Biancofiore era, disse: «O bella giovane, rallegrati, che picciolo spazio di tempo è a passare che il tuo Fiorio sará qui, e però adornati, acciò che tu gli possa andare davanti e fargli festa, e che egli non gli paia che le tue bellezze siena mancate. Corse al core di Biancofiore una subita letizia, udendo le false parole, e per poco non il core, abbandonato dalle interiori forze corse di [p. 242 modifica]fuori a mostrar festa, per debolezza perí. Ma poi che quelle tornate ciascuna nel suo luogo furono, Biancofiore s’andò ad ornare. Ella i dorati capelli con sottile artificio mise nel dovuto stile, e, sé di nobilissimi vestimenti vestita, sopra la testa si mise una bella e leggiadra coronetta, e con lieti sembianti cominciò ad attendere, disiderosa d’udire: ‛Ecco Florio!’.

Il re fece chiamare i due mercatanti, e con loro senza altra compagnia se n’entrò in una camera, e disse loro: «Voi vedrete di presente venire una creatura di paradiso in questo luogo, la quale sará al vostro piacere, se assai tesori avete recati». E questo detto, comandò che Biancofiore venisse. Allora la reina disse a Biancofiore: «Andiamo nella gran sala, non dimoriamo qui, acciò che di lontano possiamo vedere il caro figliuolo». Mossesi Biancofiore soletta dietro alla reina, e venne nel luogo ove i due mercatanti dimoravano. E come l’aria, di nuvoli piena, porge alla terra alcuna oscuritá, la quale poi, partendosi i nuvoli, dai solari raggi con lieta luce è cacciata, cosí pareva che dove Biancofiore giungeva, nuovo splendore crescesse. Videro i mercatanti la bella giovane, e, ripieni d’ammirazione, appena credettero che cosa mondana fosse, dicendo tra loro che mai si mirabile cosa piú era stata veduta. Elli comandarono che di presente tutti i loro tesori fossero portati davanti al re, i quali venuti in grandissima quantitá, cosí dissero: «Signore, senz’altro mercatare, de’ nostri tesori prendete quella quantitá che a voi piace, ché noi non sapremmo a cosí nobile e preziosa cosa porre prezzo alcuno». «Assai mi piace», rispose il re. E di quelli prese quella quantitá che a lui parve e l’altra rendé loro. Ed essi, contenti di ciò che fatto aveva il re, sopra tutto ciò che preso aveva, gli donarono una ricchissima coppa d’oro, nel gambo e nel piè della quale con sottilissimo artificio tutta la troiana ruina era smaltata, cara e per magisterio e per bellezza molto. Dopo i ricevuti tesori, il re con sommessa voce cosí parlò a’ mercatanti: «A voi conviene, poi che comperata avete costei, senza niuno indugio dare le vele a’ venti, né piú in questi paesi dimorare, non forse nuovo [p. 243 modifica]accidente venisse per lo quale il vostro e mio intendimento si sturbasse». Dissero i mercatanti: «Signore, comandate alla giovane, poi che nostra è, che con noi ne venga, che noi non l’avremo prima sopra la nostra nave, che essendo il tempo ben disposto, sí come ci pare che sia, che noi prenderemo nostro cammino e sgombreremo i vostri porti, perché per noi non fa il dimorare».

Voltassi allora il re a Biancofiore, e disse: «Bella giovane, a me ricorda che quando mi recasti nella festa della mia nativitá il velenato paone, io giurai per lo sommo Iddio e per l’anima di mio padre, e promisi al paone che in brieve tempo io ti mariterei a uno de’ grandi baroni del mio regno: e però, volendo il mio voto osservare, t’ho maritata, e il tuo marito si chiama Sardano, signore della antichissima Cartagine, a noi carissimo amico e parente. Egli con grandissima festa t’aspetta, sí come i presenti gentiluomini da sua parte a noi per te venuti ne dicono: però rallegrati. E poi che piacere è di lui, a cui oramai sarai cara sposa, con costoro n’andrai, e noi sempre per padre terrai, la ove bisogno ti fosse tale paternitá». Le cui parole come Biancofiore udí, tutta si cambiò nel viso e disse: «Oimè, dolce signore, e come m’avete voi maritata, che io nel gran pericolo in che fui, quando ingiustamente al foco fui condannata, per paura della morte, a Diana votai eterna virginitá, se dallo ingiusto pericolo mi campava?». «Come disse il re, «richiede la tua bellezza eterna virginitá, la quale a’ venerei atti è tutta disposta? Giunone, dea de’ santi matrimonii, ti rimetterá questo voto, poi che il suo numero accresci.» «Oimè!» disse Biancofiore, «io dubito che la vendicatrice dea giustamente meco non si crucci». «Non fará» disse il re, «e posto che ciò avvenisse, questo è fatto omai, non può indietro tornare. Tu dovevi dirlo avanti se cosí avevi promesso. Imeneo lieto e inghirlandato tenga nella vostra camera le sante facelline.» E questo detto, comandò che Glorizia sua maestra le fosse per servigiale donata, sí come della misera Giulia era stata, e che ella fosse da’ mercatanti tacitamente menata via, e i tesori riposti. [p. 244 modifica]Biancofiore, che i segreti ragionamenti e l’abito de’ mercatanti e i ricevuti tesori tutti avea veduti, e il tacito stile che il re nella sua partenza teneva, e similmente l’unica servitrice a lei donata, e le ingannevoli parole della reina che detto l’aveva: ‛Vieni, che il tuo Florio viene’, nella mente ogni cosa notata, tra sé dolendosi incominciò a dire: «Oimè, ch’è questo? In sí fatta maniera non sogliono andare le giovani a’ loro sposi, anzi si sogliono fare grandissime feste, e io con taciturnitá sono cercata di menar via. Né ancora si sogliono per le mie pari da’ mariti mandare tesori, anzi ne sogliono ricevere. Né ancora costoro paiono uomini atti a portare ambascerie di sí fatte bisogne, ma mi sembrano mercatanti; e i segreti mormorii mi danno cagione di dubitare. E ove s’usa ancora una giovane andare a sí fatto sposo, quale egli dice che m’ha donato, con una sola servitrice? Oimè, che tutte queste cose mi manifestano che sono ingannata! Io misera, nata per aver male, non maritata ma venduta credo ch’io sono, come schiava da’ pirati in corso presa. Oimè, che farò? Come io mi sia, o venduta o maritata, come potrò io abbandonare il bel paese ove il mio Florio dimora?». E questo dicendo, incominciò sí forte a piangere, che a forza mise pietá ne’ crudeli cuori del re e della reina. Ma il re ciò non sofferse di stare a vedere, anzi si partí per paura di non pentersi, e la seconda volta comandò che portata ne fosse.

Giá lasciava Febo veder la sua cornuta sorella disiosa di tornare alquanto con la sua madre, quando i mercatanti, apparecchiati i cavalli, levarono Biancofiore di braccio alla reina semiviva, e con Glorizia insieme, di quindi partendosi, la ne portarono. E pervenuti alla loro nave, contenti di tale mercatanzia, lei sopra quella posero, apparecchiando la piú onorevole parte d’essa, e pregando gl’iddii che prospero viaggio loro concedessero. E date le vele ai venti, si partirono con Biancofiore da’ vietati porti, comandando che ricercati fossero i lasciati liti di Soria.

Zefiro ancora non era stato da Eolo richiuso nella cavata pietra, anzi soffiando correva sopra le salate onde con le sue [p. 245 modifica]forze, per la qual cosa i mercatanti prosperamente con la loro nave andavano a’ disiderati liti. Ma Biancofiore, che ora conosceva manifestamente il tradimento dello iniquo re, quivi venuta, con continuo pianto e con piú grave doglia, veggendosi dalli occidentali liti allontanare, incominciò a piagnere, e a dire cosí: «Oimè, dolorosa la vita mia, ove sono portata? Chi mi toglie da’ dolci paesi o v’io lascio l’anima mia? O Amore, solo signore della dolorosa mente, quanti e quali sono i mali, che io, per essere fedelissima soggetta alla tua signoria, sostegno! Ma tra gli altri notabili, come tu sai, io per te ebbi a morire di vituperevole morte, avvegna che per te simigliantemente da quella campassi, e ora, come vilissima serva venduta, per te, non so dove io mi sia portata. Se queste cose fossero manifeste, chi s’arrischierebbe mai a seguire tua signoria? Deh, perché non mi uccidesti tu avanti, quando ne’ begli occhi di Florio m’apparisti, che ferirmi, acciò che io per la tua ferita tanto male dovessi sostenere? Oimè, ch’io non so quali liti saranno da me cercati, né alle cui mani io misera debbo venire. Ma a niuno ne verrò che uguale tristizia non sia la mia, poi ch’io lascio il mio Florio. Dove, o misera fortuna, ricorrerò per conforto, con ciò sia cosa che ogni speranza fuggita mi sia di potere mai lui rivedere? Io sono portata lontana da lui ed egli nol sa: dunque dove sarò da lui ricercata? E io come potrò lui ricercare, ché la mia liberta è stata venduta a costoro infiniti tesori? Ahi misera vita, maledetta sia tu, che si lungamente in tante tribolazioni mi se’ durata! O dolcissimo Florio, cagione del mio dolore, gl’iddii volessero che io veduto mai non ti avessi, poi che per amarti tante tribolazioni e tante avversitá sostener mi conviene. Ma certo se io mai rivedere ti credessi, ancora mi sarebbe lieve il sostenerle. Oimè, or che colpa ho io se tu m’ami? Io mi reputai giá grandissimo dono degl’iddii avere avuto da te soccorso, quando per te credetti morire nelle cocenti fiamme: ma certo io ora avrei molto piú caro l’essere stata morta. Io non so che mi fare. Io disidero di morire, e intanto mi veggio miserissima, in quanto io veggio alla morte rifiutarmi. Ora [p. 246 modifica]facciano gl’iddii di me ciò che piace loro: niuno uomo fu mai amato da me se non Florio, e Florio amo e lui amerò sempre. Nulla cosa mi duole tanto, quanto il perduto tempo, nel quale giá potemmo i disiderati diletti prendere e non li prendemmo, ma quello ozioso lasciammo trascorrere, pensando che mai fallare non ci dovesse: ora conosco che chi tempo ha e quello attende, quello si perde. O misero Fileno, in qualunque parte tu vagabondo dimori, rallegrati, che io, cagione del tuo esilio, ti sono fatta compagna con piú misera sorte. A te è lecito di tornare, ma a me è negato. Tu ancora la tua libertá possiedi, ma la mia è venduta. Gl’iddii e la fortuna ora mi puniscono de’ mali che tu per me sostieni: ma certo a torto ricevo per quelli ingiuria, ché, come essi sanno, mai io non dimostrai lieto sembiante se non costretta dalla iniquissima madre di colui di cui io sono. Oimè, quanto m’è la fortuna contraria! Ma certo ciò non è maraviglia, con ciò sia cosa che i figliuoli debbano succedere a’ parenti ne’ loro atti: chi piú infortunato fu che il mio padre e la mia misera madre, avvegna che di tutto io fossi cagione? E se io di ciò fui cagione, dunque maggiormente conviene che io infortunata sia, anzi posso dire che io sia esso infortunio. Rallegrinsi le loro anime ove che esse sieno: io porto pena del commesso male. O iddii, provvedete alla mia miseria, poneteci fine. O Nettunno, inghiottisci la presente nave, acciò che la misera perisca. Racchiudi sotto le tue onde in un corpo tutte le miserie, acciò che il mondo riposi: esse sono tutte adunate in me; se tu me nelle tue acque raccogli, tutte l’avrai in tua balia, e potrai poi di quelle dare a chi ti piacerá. E tu, o Eolo, leva co’ tuoi venti le triste vele, che al mio disio mi fanno lontana. Ov’è ora la rabbia de’ tuoi suggetti, che a’ troiani levò gli alberi e i timoni, e parte de’ loro uomini e delle navi? Risurga, acciò che piú non sia portata avanti. Io disidero di morire ne’ mari vicini al mio Florio, acciò che il misero corpo, portato dalle salate acque sopra i nostri liti, muova a pietá colui di cui egli è, e da capo con le proprie lagrime il bagni. Almeno abbassa la potenza del fresco vento che ci pinge alla [p. 247 modifica]disiderata parte da costoro. Apri la via agli orientali e agli austri, acciò che negli abbandonati porti un’altra volta sieno gittate le tegnenti ancore, e quivi forse da Florio, che giá la mia partita dee aver sentita, sarò dimandata con maggiore quantitá di tesori a costoro. Niuna altra speranza m’è rimasa. In niuna altra maniera mai rivedere non credo colui che è sommò mio bene. Oimè, i miei prieghi non sono uditi! E chi ascoltò mai priego di misero? Io mi allungo ciascun’ora piú da te, o Florio, in cui l’anima mia rimane. E però rimanti con la grazia degl’iddii, li quali io priego che da sí fatta doglia com’io sento, ti levino. Pensa d’un’altra Biancofiore, e me abbi per perduta: li fati e gl’iddii mi ti tolgono. Io non credo mai piú rivederti, però che veggendomiti ciascun’ora piú fare lontana, disperata mi dispongo alla morte, la quale gl’iddii non lascino impunita in coloro che colpa me n’hanno». E piangendo, con travolti occhi e con le pugna chiuse, palida come busso, risupina cadde in grembo a Glorizia, che con lei miseramente piangeva.

I due mercatanti vedendo questo, dolenti oltra misura, lasciando ogni altro affare, corsero in quella parte, e di grembo a Glorizia la levarono, e lei non come comperata serva, ma come cara sorella si recarono nelle braccia, e con preziose acque rivocarono gli spaventati spiriti a’ loro luoghi, e cosí cominciarono a parlare a Biancofiore: «O bellissima giovane, perché ti sconforti? Perché piangendo e con ismisurato dolore vuoi te e noi insieme consumare? Deh, qual cagione ti conduce a questo? Piangi tu l’avere abbandonato il vecchio re, il quale, pieno d’iniquitá e di mal talento, piú la tua morte che la tua vita disiderava? Tu di questo ti dovresti rallegrare. E forse ti pare che la fortuna miseramente ti tratti, però che tu a noi costi la maggior parte dei nostri tesori, parendoti avere preso nome di comperata serva, sotto la qual voce non pare che lieta vita si debba poter menare: ma certo da tale pensiero ti puoi levare, però che noi non guarderemo mai a’ donati tesori per te, ma, conoscendo la tua magnificenza, in ogni atto come donna t’onoreremo. E se forse ti [p. 248 modifica]duole il dover cercare nuovi liti, imaginando quelli dovere essere strani e voti di varii diletti, de’ quali forse ti pareva la tua Marmorina piena, certo tu se’ ingannata, però che cola ove noi ti portiamo è luogo abbondevole di graziosi beni, pieno di valorosa gente, nel quale forse la fortuna ti concedera piú tosto il tuo disio che fatto non ti avrebbe onde ti partisti: però che noi spesso veggiamo che quelli luoghi che paiono piú atti a uno intendimento d’un uomo o d’una donna, quelli sono di quelli ne’ quali mai tale intendimento fornire non si può; e cosí ne’ luoghi non pensati avviene che l’uomo ha quello che ne’ pensati disiderava. I futuri avvenimenti ci sono nascosi. Il primo aspetto delle cose porge speranza di quello che dee seguire: tu ricca, tu graziosa, tu bellissima! Le quali cose pensando, manifestamente si dee credere che gl’iddii a grandissime cose t’apparecchiano, e che in te non dee potere lunga miseria durare. Piangano coloro a’ quali niuna speranza è rimasa. Noi ti preghiamo che ti conforti, con ciò sia cosa che noi manifestamente conosciamo che con aperte braccia felicitá non pensata t’aspetta, alla quale gl’iddii tosto te e noi con prosperevole tempo, come cominciato hanno, ci portino».

Con pietose lagrime ascoltava Biancofiore le parole de’ confortanti, e avvegna che niuno conforto di quelle prendesse, nondimeno con rotta voce prometteva di confortarsi. Ma poi che i due mercatanti, parendola loro quasi avere riconfortata, la lasciarono con Glorizia, essa soletta in una camera della nave, donata a lei dai signori, si rinchiuse, e in quella con tacite lagrime sopra il suo letto cosí cominciò a dire: «O graziosissima Citerea, ov’è la tua pietá fuggita? Oimè, come tante lagrime di me, tua fedelissima suggetta, non ti muovono ad aiutarmi? Chi spererá in te, se io, che piú fede t’ho portata, per te perisco? E quando verra il tuo soccorso, se nelle miserie non viene? Io non posso peggio stare che io sto. O misera me, che feci io che meritassi d’essere venduta? Ora m’avesse il re avanti uccisa con le proprie mani: almeno il termine de’ miei dolori sarebbe finito! Deh, pietosa dea, quand’io altra volta [p. 249 modifica]temetti di morire, tu da quel pericolo mi campasti: perché ora piú grave t’è in questo bisogno aiutarmi? Io mi diparto dal mio Florio, né so quali paesi fieno cercati da me: e se io credessi propriamente ne’ tuoi regni venire ad abitare, e’ mi sarebbero noiosi senza Florio. Dunque comanda che come la saetta del tuo figliuolo con dolcezza mi passò il core per la piacevolezza di Florio, a me tornata in grave amaritudine, che ella mi si converta in mortal piaga, e tosto. Non consentire che io piú viva languendo. Muovanti tante lagrime, quant’io mando nel tuo cospetto, a questa sola grazia concedermi: e se a te forse la mia morte non piace, riconfortami la seconda volta col tuo santo raggio, il quale nell’oscura prigione, ov’io per adietro a torto fui messa, mi consolò faccendomi sicura compagnia. Io vo senza alcuna speranza, se da te non m’è porta. Deh, non mi lasciare in tanta avversitá disperata, ma come il tuo pietoso Enea negli africani liti, a’ quali io, piú ch’io non disidero, giá m’appresso, confortasti con trasformata imagine, cosí di me ti dolga, e fammi degna del tuo soccorso. A te niuna cosa s’occulta. Il mio bisogno tu il sai: provvedimi senza indugio, acciò che il numero delle mie miserie non multiplichi. E tu, o vendicatrice Diana, nel cui coro io per difetto di virginitá non avrei minor loco, aiutami: io sono ancora del tuo numero, e disidero d’essere infino a quel tempo che l’inghirlandato Imeneo mi penerá a concedere liete nozze. Concedi che io possa i tuoi beneficii interi servare al mio Florio, al quale se i miei fati non concedono che essi pervengano, prima la morte m’uccida, che quelli tolti mi sieno». E mentre che Biancofiore queste parole tra sé tacita pregando dicea, soave sonno sopravvenutole, le parole e le lagrime insieme finirono.

Diana, che dagli alti regni conosceva la miseria in che Biancofiore era venuta per le operazioni di lei, in sé medesima si reputò essere vendicata del non ricevuto sacrificio, e temperò le sue ire con giusto freno, e le sante orecchie piegò a’ di voti prieghi di Biancofiore; e li suoi scanni lasciati, a quelli di Venere se n’andò, e cosí le disse: «O Venere, sono [p. 250 modifica]alle tue orecchie pervenuti i pietosi prieghi della tua Biancofiore, come alle mie?». «Certo sí» rispose Citerea, «e giá di qui mi voleva muovere per andare a porgerle il dimandato conforto; ma tu, che niuna tua ira vuoi senza vendetta da te cacciare, lascia omai le soperchievoli offese, e perdona il disavveduto fallo alla innocente giovane, acciò che io non abbia cagione di contaminare i tuoi cori con piú asprezza. Tu non meno di me se’ tenuta di aiutare costei, però che, ben che essa aggia me col core servita e serva, nondimeno ella t’ha sempre con le operazioni servita, e ora a te, come a me, soccorso nella presente avversitá domanda.» «Adunque» disse Diana, «andiamo: le mie ire sono passate, e vera compassione de’ suoi mali porto nel petto; porgiamle il dimandato conforto.» A cui Venere disse: «Io la veggio sopra le salate onde vinta da angosciosi pianti soavemente dormire, ed esserne portata verso il mio monte, al quale luogo spero che il suo disio ancora farò con letizia terminare, avvegna che senza indugio essere non può per quello che per adietro hai adoperato».

Senza piú parlare si partí il divino consiglio, e amendue le dee, lasciati i luoghi, con lieto aspetto nel sonno si mostrarono alla dormente giovane. E Diana, che in quell’abito proprio era che portar soleva alla caccia, inghirlandata delle frondi di Pallade, l’apparve, e cosí disse: «O sconsolata giovane, l’avermi ne’ sacrificii, renduti agli altri iddii per lo tuo scampo, dimenticata, giustamente verso di te mi fece turbare: per la qual turbazione, essendone io stata cagione, hai sostenute gravose avversitá; ma ora i tuoi prieghi hanno addolcita la mia ira, e divenuta sono verso te pietosa: per la qual cosa ti prometto che la dimandata grazia infino alla disiderata ora ti sará da me conceduta, né niuno sará ardito di levarti ciò che tu nel core hai proposto di guardare». Ma Venere, che tutta nel cospetto di Biancofiore di focosa luce sfavillava, involte le nude carni in un sottilissimo drappo porporino, e coronata dell’amate frondi di Febo, cosí le disse: «Giovane, a me divota e fedelissima suggetta, lascia il lagrimare, e nelle [p. 251 modifica]presenti avversitá e nelle future con eguale animo ti conforta. Tu hai, co’ tuoi prieghi, mosse a pietá le nostre menti, e spera che tu sarai da Florio ricercata: in quella parte nella quale piú ti parra impossibile di doverlo potere avere o vedere, tel troverai nelle tue braccia ignudo». E, queste cose dette, sparvero, e Biancofiore si svegliò: e lungamente pensando alle vedute cose, molto conforto riprese, e con lieto viso a Glorizia queste cose tutte raccontò, di che insieme prendendo buona speranza dí futura salute, fecero maravigliosa festa.

Nettunno teneva i suoi regni in pace, ed Eolo prosperosamente pingeva l’ausonica nave a’ disiati liti, sí che, avanti che Febea, nel loro partimento cornuta, avesse i suoi corni rifatti eguali, essi pervennero all’isola che preme l’orgogliosa testa di Tifeo. E quivi, di rinfrescarsi bisognosi, la ove Anchise la lunga etá finí, presero porto, e, onorevolmente ricevuti in casa d’una nobilissima donna chiamata Sisife, a’ mercantanti di stretto parentado ’congiunta, piú giorni quivi si riposarono. Con la quale Sisife dimorando Biancofiore, e nella mente tornandole alcuna volta Florio e la dolente vita, la quale egli doveva sentire poi che saputo avesse la partita di lei, pietosamente piangeva, e con tutto che la sua speranza fosse buona e ferma, non cessava però di dubitare, né per quella poteva in niuno modo porre freno alle sue lagrime. La qual cosa Sisife vedendo un giorno cosí le disse: «Dimmi Biancofiore, se gl’iddii ogni tuo disio adempiano, qual è la cagione del tuo pianto? Io ti priego, s’egli è lecito che io la sappia, che non la mi celi, però che la grandissima pietá, che di te sento nel core, mi muove a questo voler sapere: la qual cosa, se tu mi dirai, tale potra essere che conforto o utile consiglio vi ti porgerò». A cui Biancofiore disse: «Nobile donna, niuna cosa vi celerei che dimandata mi fosse da voi, solo ch’io la sapessi: e però di ciò che dimandato m’avete, volontieri la vostra volontá sodisfarò, avvegna che invano consiglio o conforto mi porgerete. Io, dal mio nascimento sfortunata, non saprei da qual capo incominciare a narrarvi i miei infortunii, tanti sono e tali. Ma posto che sieno stati e sieno al presente molti, solamente [p. 252 modifica]amore mi fa ora lagrimare, con ciò sia cosa ch’io, piú che alcuna giovane fosse mai, mi ritrovo nella sua potenza costretta, per la bellezza d’un valoroso giovane chiamato Florio, figliuolo dell’alto re di Spagna, il quale è rimaso la ond’io misera mi partii con questi signori della nave, i quali me comperata schiava portano, e non so dove. E ben che l’essere io di costoro mi sia grave, leggerissima riputerei questa e ogni altra maggiore avversitá, se con meco fosse il signore dell’anima mia, o in parte che io solamente una volta il giorno vedere lo potessi. Ma non che alcuna di queste cose m’abbia la fortuna voluto concedere, ma ella solamente non sofferse che io vedere lo potessi nella mia partita, o udire di lui alcuna cosa: anzi ingannata e semiviva, e tutta delle mie lagrime bagnata, fui da Marmorina tratta fuori, ov’io l’anima e ogni intendimento ho lasciato con colui di cui io sono tutta. E senza fine mi maraviglio come dopo la mia partenza, considerando allo intollerabile dolore che io ho sostenuto, m’è tanto la vita durata: ma la morte perdona a’ miseri le piú volte!». E quindi lagrimando, bassò la testa, e tacquesi. E Sisife cosí le cominciò a parlare: «Bella giovane, non ti sconfortare: senza dubbio conosco il tuo infortunio essere grande e il dolore non minore che quello; ma per tutto questo, posto ch’hai tu perduto il luogo ove meno dolore che qui sentivi, non dee però essere da te a speranza fuggita. E, appresso, nella presente vita si conviene le impossibili cose rifiutare, e l’avverse con forte animo sostenere. Niuno fu mai in tanta miseria che possibile non gli fosse l’essere in brieve piú che altro felice. I movimenti della fortuna sono varii, e disusati i modi ne’ quali ella i miseri rileva a maggiori cose. Se a te pare impossibile di dover mai ritornare lá dove dí che Florio lasciasti, né mai speri di rivederlo, fa che tu ti sforzi d’imaginare di mai non averlo veduto, e ogni pensiero di lui caccia da te. E quando riposata sarai la ove costoro ti porteranno, tu ne vedrai molti de’ quali non potrá essere che alcuno non te ne piaccia, e niuno sará a cui tu non piaccia. Colui che ti piacerá, colui sará il tuo Florio. Non conviensi che la tua bellezza perisca per amore d’un [p. 253 modifica]giovane, il quale avere non si può oramai». Quando Biancofiore ebbe per lungo spazio ascoltato ciò che Sisife le parlava, alzò la testa e disse: «Oimè, quanto mal conoscete le leggi d’amore! Certo elle non sono cosí dissolubili come voi nel parlare le mostrate. Chi è colui che possa sciogliersi e legarsi a sua volonta in sí fatto atto? Certo colui che ’l fa, o che far lo può, non ama, ma impone a se medesimo falso nome d’amante: però che chi bene ama, non può mai obliare. E come per alcun altro potrò io dimenticare il mio Florio, il quale di bellezza, di virtú e di gentilezza ciascuno altro giovane avanza? E quando alcuna di queste cose in sé non avesse, n’è in lui una sola, per la quale mai per alcun altro cambiare nol dovrei: che esso ama me sopra tutte le cose del mondo». «Fermamente conosco» disse Sisife, «che tu ami, e che le tue lagrime da giusta pietá procedono; ma piacciati confortarti, ché impossibile mi pare che sí leale amore gl’iddii rechino ad altro fine, che a quello che tu ed esso disiderate.»

Poi che i mercatanti furono alcuni giorni riposati, e il tempo parve al loro cammino salutevole, risaliti con Biancofiore sopra l’usato legno, a’ venti renderono le vele, e con tranquillo mare infino all’isola di Rodi se n’andarono. Quivi il tempo mostrando di turbarsi, scesero in terra, e con Bellisano, nobilissimo uomo del luogo, per piú giorni dimorarono. E Biancofiore, dalle paesane ricevuta non come serva, ma come nobilissima donna, da tutte fu onorata, e, mentre quivi dimorarono, da tutte confortata fu, dandole speranza di futuro bene. Ma ritornato la terza volta il tempo da’ padroni dimandato, in su la nave risalirono. E giá la nuova luna cornuta di sé gran parte mostrava, quando essi allegri pervennero a’ dimandati porti, ove il cammino e la fatica insieme finirono.

Quivi pervenuti, a’ venti tolsero le vele e dierono gli acuti ferri a’ tegnenti scogli, e con fido legame fermarono la loro nave. E da quella con grandissima festa discesi, ringraziando i loro iddii, cercarono la cittá, e in quella con la bella giovane entrati, da Dario alessandrino furono graziosamente non senza grandissimo onore ricevuti, e massimamente Biancofiore. [p. 254 modifica]E in questo luogo per alquanti giorni dimorati, vi venne un signore nobilissimo e grande, il quale era amiraglio del possente re di Babillonia, e per lui tutto quel paese sotto pacifico stato si possedeva. Il quale, come la bella nave vide, fece a sé di quella venire i padroni, e dimandolli qual fosse la loro mercatanzia, e onde venissero. A cui i mercatanti risposero: «Signore, noi lasciammo i liti quasi all’ultimo Occidente vicini, e quindi abbiamo, senza altra cosa piú, recata una nobilissima giovane, in cui è piú di bellezza che mai in alcuna altra si vedesse, la quale un grandissimo re, in quelle parti signoreggiante, ci donò per una grandissima parte de’ nostri tesori che noi a lui donammo». Disse allora l’amiraglio: «Venga adunque la giovane, la cui bellezza voi fate cotanta, e se sí bella è come la vantate, e di nobili parenti discesa, e ancora casta virginitá tiene, de’ nostri tesori quelli che vorrete prenderete e donereteci lei». Piacque a’ mercatanti, e per lei incontanente mandarono, la quale, di nobilissimi vestimenti vestita e ornata, insieme con Glorizia davanti all’amiraglio si presentò. Il quale graziosamente la ricevette, e non sí tosto la vide, come a lui parve la piú mirabile bellezza vedere che mai per alcuno veduta fosse, e comandò che a’ mercatanti fosse donato a loro piacere dei suoi tesori. E poi ch’egli ebbe di lei da loro ogni condizione udita, pietoso de’ suoi affanni cosí disse: «Io giuro per li miei iddii che omai piú la fortuna non potra esserle avversa: alle sue tribolazioni io con grandissima felicitámi voglio opporre, e voglio provare se la fortuna la potrá fare piú misera che io felice. E’ non passerá lungo tempo che il mio signore dee qui venire, al quale io intendo, in loco di riconoscenza di ciò ch’io tengo da lui, donare questa bellissima cosa, né conosco che gioia piú cara donar gli potessi. E sí prometto per l’anima del mio padre che tra le sue mogliere io farò che questa sará la principale, e sí farò la sua testa ornare della corona di Semiramis; e infino a quel tempo che questo sará tra molte altre giovani, le quali a simil fine si tengono, la farò come donna di tutte onorare, e sotto diligente guardia servare, con tutti que’ diletti e beni che alcuna [p. 255 modifica]giovane dee potere disiderare». E questo detto, comandò che onorevolmente alla gran torre dell’Arabo, insieme con Glorizia, fosse menata Biancofiore, e quivi con l’altre giovani donzelle dimorasse faccendo festa. Di questo furono assai contenti i mercatanti, sí per lo loro avere, il quale avevano forse nel doppio moltiplicato, e sí per la giovane a cui prosperevole stato vedevano promesso dal signore, che ben lo poteva attenere. E a lei rivolti, con pietose parole la confortarono, e da essa piangendo partirono, e pensarono d’altro viaggio fare con la loro nave. E quella, posta con l’altre pulcelle molte nella gran torre, non senza molto dolore, infino a quel tempo che agl’iddii piacque la promessa di Venere fornire, dimorò.

Giá all’iniquo re di Spagna, partita Biancofíore, pareva avere il suo disio fornito; ma ancora pensando che necessitá gli era la sua malvagitá con falso colore coprire, imaginò di far credere che Biancofiore fosse morta, acciò che Florio, sentendo quella morta essere, dopo alcuna lagrima la dimenticasse. E, preso questo consiglio, per molti maestri mandò segretamente, a’ quali senza niuno indugio comandò che fosse fatta una bellissima sepoltura d’intagliati marmi, allato a quella di Giulia. La quale compiuta, preso un corpo morto d’una giovane quella notte sepellita, la mattina, co’ vestimenti di Biancofíore e con molte lagrime, la fece sepellire, dicendo che Biancofíore era: e questo con tanto ingegno fece, che niuno era nella cittá che fermamente non credesse che Biancofiore fosse morta, da coloro in fuori a cui di tale inganno il re fidato s’era. E, questo fatto, mandò a Montorio a Florio un messaggiere, il quale cosí gli disse: «Giovane, il tuo padre ti manda a dire che se a te piace di volere Biancofiore vedere avanti ch’ella di questa vita passi, che tu sia incontanente a Marmorina, però che subitamente un’asprissima infermitá l’ha presa, per la qual cosa appena credo che ora viva sia». Non udí sí tosto Florio questo, com’egli tutto si cambiò nel viso, e senza rispondere parola, ristretto tutto in sé si turbò e quivi semivivo cadde, e dimorò tanto spazio di tempo in tale stato, che alcuno non era che morto nol reputasse. Il vermiglio colore [p. 256 modifica]s’era fuggito del bel viso, e la vita appena in alcun polso si ritrovava; ma poi ch’egli pure fu per alcuni in vita ancora essere conosciuto, con preziosi unguenti e acque, dopo molto spazio, con molta sollecitudine furono i suoi spiriti rivocati: e tornato in sé aperse gli occhi, e intorno a sé vide il duca e Ascalione piangendo, i quali con pietose parole il riconfortavano, e altri molti con loro. A’ quali egli dopo un grandissimo sospiro disse: «Oimè, perché m’avete voi, credendo piacere, disservito? L’anima mia giá contenta andava per li non conosciuti secoli vagando senza alcuna pena, ma voi ora a dolersi l’avete richiamata. Oimè, ora sento che la lunga paura, che i’ ho avuta della vita di Biancofiore, m’è nell’avvisato modo con pericoloso accidente venuta adosso. Quale infermitá potrebbe sí subita sopravvenire a una fresca giovane, che a morte in un momento la inducesse? Fermamente che a forza è da’ miei parenti stata la mia Biancofiore a questa morte recata, se morta è, o se ora morra». E levatosi, comandò che i cavalli venissero, e preso il cammino con molta compagnia, cercando giá il sole l’occaso, sempre piangendo se n’andò verso Marmorina, cosí nel suo pianto dicendo:

«O gloriosi iddii, della cui pietá l’universo è ripieno, porgete le sante orecchie alquanto a’ prieghi miei, e non mi sia da voi negata l’usata benignita tornando crudeli: discenda da’ cieli il vostro aiuto in questo espressissimo bisogno. Venga la vostra grazia, d’ogni noioso accidente cacciatrice, sopra la innocente giovane Biancofiore, la quale ora per noiosa infermitá pare che si disponga a rendervi la graziosa anima. Sostengasi per vostra pietá la sua vita, e siale renduta la perduta sanitá, e la giovane etá, nella quale essa dimora, prima di lei si consumi. Non muoiano in una morte due amanti. O buono Apollo, o luminoso Febo per cui ogni cosa ha vita, ascolta i miei prieghi! Non consentire che tanta bellezza alla tua simigliante per mortal colpo al presente perisca. O Citerea, o Diana, aiutate la vostra giovane. O qualunque iddio dimora nel celestiale coro, sturbate da costei morte, acciò che io, a voi fedelissimo servidore, viva. O Lachesis, tieni [p. 257 modifica]ferma l’ordita conocchia, composta da Cloto tua fatale sorella, non lasciare ancora il dilettevole uficio, dove sí corto affanno infino a qui hai sostenuto. E tu, o morte, generale e infallibile fine di tutte le cose, in cui la maggior parte della mia speranza dimora, quasi imaginando che in te stia quella salute la quale io cerco, non mi consumare ferendo la mia Biancofiore: dilungati da lei per li miei prieghi. In te sta il donarlami e il torlami. Deh, non essere tuttavia crudele! Vincasi questa volta la tua fierezza, e pietosa ti volgi a riguardare con quanta umiltá i miei prieghi ti sono porti, e riguarda quanta sia la noia che ricevo, se contra la bella giovane incrudelisci. Oimè, che io nol posso dire, ma il mio aspetto te lo deve manifestare. Oimè, perdona, risparmiando un solo colpo, allo infinito valore che dal mondo si partirebbe morendo questa. Perdona a tanta bellezza quant’ella possiede. Non si fugga per te tanta leggiadria quanta in costei si vede, né si diparta per lo tuo operare il fedele amore che insieme lungamente ci ha tenuti legati con pura fede, il quale a mano a mano se la ferissi, per lo tuo medesimo colpo si ricongiungerebbe. Aimè, raffrena per Dio il tuo volere: leva la pungente saetta che giá in sul tuo arco mi pare veder posta, per uccidere colei in cui gl’iddii piú di grazia che in alcuna altra posero. Sostieni che nel mondo si veggia costei per mirabile esempio delle celestiali bellezze. Se alcuni prieghi ti deono far pietosa, faccianti i miei, e questo sia senza indugio alcuno. Io non temo niuna cosa se non te. Riguarda le mie lagrime, e il palido aspetto giá dipinto della tua sembianza: solo questa grazia mi concedi, la quale se dura t’è a concederlami, concedi che quella saetta che il tuo arco dee nel dilicato petto di lei gittare, prima il mio trapassi, acciò che dopo il trapassare della mia Biancofiore io non rimanga per doverti biasimare, e piú la tua crudeltá far manifesta nella poca vita che mi lascerai».

Mostravasi giá il cielo d’infiniti lumi acceso, quando cosí piangendo e parlando Florio entrò in Marmorina: per la quale tacito e senza niuna festa, maravigliandosi e dubitando, passò [p. 258 modifica]insino che alle reali case pervenne. Nelle quali entrato con la sua compagnia, e da cavallo smontato, e salendo su per le scale, la perfida madre gli si fè incontro con dolente aspetto. A cui Florio, come la vide, dimandò che di Biancofiore fosse, se migliorata era, e come stava, ché egli avanti venire non la vedeva. Alla cui domanda la madre niente rispose, ma abbracciandolo cominciò a lagrimare, e lui menò davanti al padre che nella gran sala sedeva, vestito di vestimenti significanti tristizia, tenendo crucciato aspetto, con molta compagnia.

Levossi l’iniquo re alla venuta del figliuolo, e fattoglisi incontro, lui teneramente abbracciò e baciò, dicendo: «Caro figliuolo, assai mi sarebbe stato caro che ad altra festa la tua tornata fosse stata, o almeno piú sollecita, acciò che lecito ti fosse stato d’aver veduta la vita in colei, la cui morte ora con pazienza ti conviene sostenere: e però come savio, con forte animo ascolta le mie parole. E siati manifesto che la bellissima Biancofiore è stata chiamata al glorioso regno, lá ove le sante opere sono guiderdonate. E in quello Giove e gli altri beati della sua andata si rallegrano, i quali, invidiosi forse di tanto bene quanto noi per la sua presenza sentivamo, l’hanno a loro fatta salire. E ben che ella lietamente viva ne’ nuovi secoli, a noi grandissima noia ne’ cuori di tale partita è rimasa, però che infinito amore le portavamo, sí per la virtú e per la piacevolezza di lei, e sí per I’ amore che sentivamo che tu le portavi. Ma però che né nuova cosa né inusitata è stata la sua partita, ma cosa la quale ogni giorno avvenire veggiamo, e a noi similmente con forte animo aspettarla conviene senza speranza di poterla fuggire, ci conviene con pazienza tale accidente sostenere, e prendere conforto: però che sapere dobbiamo che per grieve doglia da noi sostenuta non sarebbe a noi renduta la cara giovane. Adunque, caro figliuolo, confortati, ché se gl’iddii ci hanno costei tolta, elli non ci hanno levato il poterne una piú bella cercare e averla. Noi te ne troveremo una la quale piú bella e di reale prosapia sará discesa, e a te in loco di Biancofiore per cara sposa la congiungeremo. Certo ella nella sua vita affannata da mortale [p. 259 modifica]infermitá e giá presso al suo passare, ebbe tanta memoria di te, che, chiamati me e la tua madre, con lagrime sopra le nostre anime impose che noi con ogni sollecitudine ti dovessimo del suo trapassare rendere conforto, e pregarti che per quello amore che tra te e lei era nella presente vita stato, che tu ti dovessi confortare, e niente ti dolessi, però che ella sí vedeva grazioso luogo apparecchiato ne’ beati regni, ne’ quali essendo, se le tue lagrime sentisse, molto la sua beatitudine mancherebbe. E questo detto, con pietoso viso, e col tuo nome in bocca, rendé l’anima agl’immortali iddii: e però noi cosí te ne preghiamo, e per parte di lei e per la nostra. Ella ha lasciati i mondani affanni: non le volere porgere nuova pena, ché doppiamente offende chi contro a coloro opera, che dopo la loro morte sono beatificati. Confortati, e della sua morte inanzi gioia che tristizia prendi, imaginando ch’ella in cielo, ove ora dimora, di te e dell’amore, che mentre fu di qua ti portò, si ricorderá, per merito del quale ragionando con gl’iddii delle tue virtú, li fará verso di te benivoli: la qual cosa senza grandissimo bene di te non potra essere».

Con grandissima pena sostenne Florio le parole dell’iniquo re, ma poi ch’egli si tacque, Florio, gittata una grandissima voce, disse: «Ahi, malvagio re, di me non padre ma perfidissimo ucciditore, tu m’hai ingannato e tradito!». E messesi le mani al petto, dal capo al piè tutto si stracciò la bella roba, e cadde di terra con le pugna serrate, e con gli occhi torti nel viso senza alcun colore rimase, risomigliando piú persona morta che viva. Ma dopo picciolo spazio ritornato in sé, e alzata la testa di grembo alla madre, comiciò a dire: «O iniquo re, perché l’hai uccisa? Che aveva la giovane commesso ch’ella meritasse morte? Tu se’ stato cagione della morte di lei, e ora credi con lusinghevoli parole sanare la piaga che il tuo coltello m’ha fatta, la quale mai altro che morte non sanerá. Ora se’ contento, iniquo re! Omai hai quello che tu lungamente hai disiderato: ma io ti farò tosto di tal festa tornare dolente!». E poi ricadde in grembo alla madre tramortito. E cosí piangendo e battendosi, senza volere udire alcun conforto da [p. 260 modifica]nullo che vi fosse, tutta la notte stette, faccendo piangere chiunque il vedeva, tanto era pietoso il suo parlare, che col doloroso pianto mescolato faceva.

Era la misera madre insieme con Florio piangendo, quando il nuovo giorno apparve, e con alcune parole lui confortare non poteva. A cui egli disse: «Siemi mostrato il luogo ove la mia Biancofiore giace senza anima». A cui la madre rispose: «Come vuoi tu andare in tal maniera a visitare la sepoltura di Biancofiore? Vuoi tu far fare beffe di te? Rattempera il tuo dolore in prima, e poi temperato quello v’andremo, ché certo niuna persona è che ora vi ti vedesse, che non credesse che tu fossi del senno uscito: e io similmente senza fine di te mi maraviglio, non sappiendo onde questo si muova. Oimè misera, ora hai tu perduto ogni sentimento in Montorio, che tu voglia, per una giovane di sí piccola condizione come fu Biancofiore, consumarti e privarmi di te, di cosí nobile figliuolo? Hai tu paura che un’altra giovane non si trovi piú bella di Biancofiore? Ci sará! A’ nostri regni non è guari lontano il nobilissimo re di Granata, il quale si può gloriare della piú bella figliuola che mai niuno uomo del mondo avesse: ella ti sará sposa, se ti vorrai confortare». A cui Florio disse: «Reina, non volere ora porgere con lusinghevoli parole conforto colá dove con inganno hai messo tristizia: folle è colui che per medico prende il nemico da cui avanti è stata ferito a morte. Fammi mostrare dove giace colei che voi uccisa avete, e a cui l’anima mia si dee oggi accompagnare». Piangendo allora la reina, con lui, al quale niuno colore era nel viso rimaso, e i cui occhi aveano per lo molto piangere intorno a sé un purpureo giro, ed essi rossi erano rientrati nella testa, e con molti altri si misero in via, lui menando al tempio. Al quale andando Florio, ovunque egli giungeva vedeva genti piene di dolore, e nuovo pianto faceva cominciare, tanta era la pietá che ’l suo aspetto porgeva a chi ’l vedeva. E dopo alquanto pervennero al tempio dove Giulia sepolta stava, e dove le non vere scritte lettere significavano che quivi Biancofiore morta giacesse. [p. 261 modifica]

Nel qual tempio entrati, la reina mostrò a Florio la sepoltura nuova, e disse: «Qui giace la tua Biancofíore». La quale come Florio vide, e le non vere lettere ebbe lette, incontanente perduto ogni conoscimento, quivi tra le braccia della madre cadde, e in quelle semivivo per lungo spazio dimorò. Quivi corsa quasi tutta la cittá, di doppio dolore compunti, facevano sí gran pianto e sí gran romore, che se Giove allora gli spaventatori de’ Giganti avesse mandati, non si sariano uditi. Ciascuno era tutto stracciato e di lugubre veste vestito, e gli uomini e le donne, e quasi tutti credevano Florio morto giacere nelle braccia della reina: per la qual cosa il piangere Biancofiore aveano lasciato, e tutti Florio miseramente piangevano. Ma poi che Florio fu per lungo spazio cosí dimorato, il core rallargò le sue forze, e ritornate tutte per gli smarriti membri, Florio si dirizzò in piè, e cominciò a piagnere fortissimamente, e a gridare e a dire: «Oimè, anima trista, ove se’ tu tornata? Tu ti cominciavi giá a rallegrare, parendoti essere da me disciolta e cercare nuovi regni. Oimè, perché hai tornato il diletto che tu sentivi, parendoti che io fossi morto, in grieve noia, rendendomi la vita? Ora di nuovo sento i dolori che la trista memoria aveva messi in oblio, mentre che tu in forse fuori di me dimorasti» . E, appresso questo, gittatosi sopra la nuova sepoltura, incominciò a dire: «O bellissima Biancofíore, ove se’ tu? Quali parti cerca ora la tua bella anima? Deh, tu solevi giá con lo splendore del tuo bel viso tutto il nostro palagio dilettevole di luce far chiaro: come ora in picciolo loco, tra freddi marmi, se’ costretta di patire noiosa oscuritá? Misera la mia vita, che tanto senza te dura! O dilicati marmi, cui mi celate voi? Perché colei che piú che altro piacque agli occhi miei, mi nascondete? Voi forse insieme col mio nimico padre, invidiosi de’ miei beni, mi celate quello di che piú mi dilettai di vedere, serbando la natura d’Aglauro, con voi insieme d’una qualitá tornata. Ma se gl’iddii ancora vi concedano d’esser lieti ornamenti de’ loro altari, apritevi, e concedetemi che io veggia quel viso che giá assai fiate vedendolo mi consolò, il quale veduto, possa contento prendere [p. 262 modifica]spontanea morte. Sostenete che gli occhi miei nel picciolo termine della vita loro servata abbiano questa sola consolazione, poi che lecito non fu a loro, anzi ch’ella mutasse vita, rivederla. O inanimato corpo, come non t’è egli possibile una sola volta richiamare la partita anima, e levarti a rivedermi? Io l’ho dalla passata sera in qua richiamata a me tante volte: richiamala tu una sola, e solamente la tieni tanto che tu mi possa morendo vedere seguirti. Oimè, Biancofiore, quale doloroso caso mi t’ha tolta? Deh, rispondimi, non t’odi tu nominare al tuo Florio? Deh, qual nuova durezza è ora in te, che ’l mio nome che ti solea cotanto piacere non è da te ascoltato, né alle mie voci risposto? Come ha potuto la morte tanto adoperare che ’l vero e lungo amore tra noi stato si sia in poco di tempo partito? Oimè, giorno maladetto sia tu! Tu perderai insieme due amanti. O Biancofiore, io, misero, fui della tua morte cagione! Io, o misera Biancofiore, t’ho uccisa per la mia non dovuta partenza, per ubbidire al mio nemico! I’ ho perduta te, dolcissima amica. Oimè, che troppo amore t’è stato cagione di morte. Io ti lasciai paurosa pecora intra rapaci lupi. Ma, certo, amore mi conducerá a simigliante effetto, e com’io ti sono stato cagione di morte, cosí mi credo ti sarò compagno. Io solo ti poteva dare salute, la quale omai dare né avere io posso. Gl’iddii e la fortuna e il mio padre e la morte hanno avuto invidia a’ nostri amori. Io, o morte perfidissima, s’io credessi che mi giovasse, il tuo aiuto dimanderei con benigna voce. Certo tu se’ stata in parte che essere dovresti pietosa e ascoltare i miseri; ma però che i miseri e quelli che piú ti chiamano sono piú da te rifiutati, io con aspra mano ti costrignerò di farti venire a me». E posta la destra mano sopra l’aguto coltello, incominciò a dire: «O Biancofiore, leva su e guatami: apri gli occhi avanti ch’io muoia, e di me prendi quella consolazione ch’io di te avere non potei. Io ti farò fida compagnia. Io per seguirti userò l’uficio della dolente Tisbe, avvegna ch’ella piú felicemente l’usasse ch’io non farò, in quanto ella fu dal suo amante veduta. Ma io non farò cosí. Io vengo: riceva la tua anima la mia [p. 263 modifica]graziosamente, e quell’amore che tra noi nel mortale mondo è stato, sia nell’eterno». E questo detto, si levò di sopra la sepoltura, la quale dalle sue lagrime era tutta bagnata, e tirato fuori l’aguto ferro, dicendo: «Il misero titolo della tua sepoltura, o Biancofiore, sará accompagnato da quello del tuo Florio», si volle ferire con esso nell’angoscioso petto. Ma la dolente madre con fortissimo grido prese il giovane braccio e disse: «Non fare Florio, non fare, rattempera la tua ira, e non voler morire per colei che ancora vive». Il romore si levò grandissimo nel tempio, e il pianto e le grida non lasciavano udire niuna cosa. Ma poi che Florio da molti fu preso, e trattogli della crudele mano l’aguto coltello, egli piangendo disse: «Perché non mi lasciate morire, poi che la cagione m’avete porta? Questa morte potrá indugiare alquanto ma non fallire. Consentite inanzi ch’io muoia ora, ch’io viva con piú dolore infino a quel termine che, senza essere tenuto, mi fia lecito d’uccidermi». «O caro figliuolo, perché il tuo padre e me, e tutto il nostro regno tanto vuoi far miseri? Confortati, che la tua Biancofiore vive.» A cui Florio rivolto disse: «Le vostre parole non mi inganneranno piú; con niuna falsitá piú potrete la mia vita prolungare». «Certo» disse la reina, «ciò che della sua morte t’abbiamo parlato, senza dubbio è stato falsamente detto: ma al presente noi non ti mentiamo.» «E come poss’io credere» disse Florio, «che voi ora diciate il vero, se per adietro usati siete di mentire?» Disse la reina: «Di questo veramente mi puoi credere al presente; e se ciò forse credere non volessi, i tuoi occhi te ne possono rendere testimonianza, che questa che qui giace è un’altra giovane, e non Biancofiore». «E come questo esser può» disse Florio, «che tutta Marmorina piange la morte sua, e ciascheduno rende testimonianza d’averla veduta mettere in questo luogo?» «Di ciò non mi maraviglio» disse la reina, «che certo quelli che qui la misero credono che ella sia. Ma noi per darti questo a credere, acciò che tu la dimenticassi, demmo la voce che morta era Biancofiore, e una giovane morta in quell’ora che tal voce demmo, tratta dalla sua sepoltura occultamente, ornata de’ [p. 264 modifica]vestimenti di Biancofiore, qui a sepellire la mandammo: e che questa sia un’altra, com’io ti dico, tu il puoi vedere.» E fatta aprire la sepoltura, a tutti si manifestò che quella non era Biancofiore, ma un’altra giovane. «Adunque disse Florio, «Biancofiore dov’è?» «Ella non è qui al presente», disse la reina; «ov’ella sia, andianne al nostro palagio, e tel dirò.» «Certo, io dubito ancora de’ vostri inganni», disse Florio; «voi avete in alcun altro luogo sotterrata la giovane, e ora col darmi ad intendere che viva sia, e che in altra parte mandata l’avete, volete la mia vita prolungare: ma ciò niente è a pensare.» «Fermamente» disse la reina, «Biancofiore è viva. Partiamci di qui, che tutto ti dirò nel nostro palagio come la cosa è andata senza parola mentire.»

Allora si levò in piè Florio, e con la reina, e altra compagnia assai, tornarono nel loro palagio, dove il re doloroso a morte di queste cose, le quali tutte avea sapute, trovarono. E quivi pervenuti, e trattisi tacitamente in una camera, la reina cominciò cosí a dire a Florio: «Noi, il tuo padre e io, sentendo che in niuna maniera Biancofiore dal core ti poteva uscire, ben che lontano le dimorassi, proponemmo di pur volere ch’ella di mente t’uscisse, e tra noi dicemmo: ‛Giá mai questa giovane del core non uscirá a Florio mentre vivrá, ma s’ella morisse, a forza dimenticargliela converrá, vedendo che impossibile sia ad averla’. E quasi deliberammo d’ucciderla: poi per non volere essere nocenti sopra il giusto sangue di lei, mutammo consiglio, e a ricchissimi mercatanti, venuti ne’ nostri mari per fortuna, fattigli qua venire, infinito tesoro la vendemmo loro, ed essi ci promisero di portarla in parte sí di qui lontana, che mai alcuna novella per noi se ne sentirebbe. E come essi l’ebbero portata via, noi comandammo che la nuova sepoltura fosse fatta, nella quale dando voce che Biancofiore era morta, con occulto ingegno quella giovane che dentro vedesti vi facemmo mettere, credendo fermamente che dopo alquante lagrime il tuo dolore insieme con lei dimenticassi. E però a te, come a savio, senza fare queste pazzie, le quali hai da questa sera in qua fatte, ti conviene [p. 265 modifica]confortare, e fare ragione che mai veduta non l’avessi, e lasciarla andare. Noi ti daremo la piú bella giovane del mondo e la piú gentile per compagnia, e quella t’imagina che sia la tua Biancofiore».

Quando Florio ebbe queste cose dalla madre udite, teneramente cominciò a piagnere, e cosí alla madre disse: «O dispietata madre, ov’è fuggito quell’amore che a me, tuo unico figliuolo, portare solevi? Qual tigre, qual leone, qual altro animale irrazionale ebbe mai di tanta crudeltá, che piú benigno verso li suoi nati non fosse che tu non se’ verso di me? Come, poi che tu conoscevi l’amore ch’io portava a Biancofiore, potesti tu mai consentire o pensare che sí vile cosa di lei si facesse come fu venderla? Deh, ora ella t’era come figliuola, e tu come figliuola la solevi trattare quando io c’era: or che ti fece ella che tu cosí subitamente incrudelire verso di lei dovessi? L’altre madri sogliono francare le serve amate da’ figliuoli, ma tu la libera hai fatta serva perché io l’amo. Oimè, che ’l tuo core con quello del mio padre è divenuto di ferro! Da voi ogni pietá è fuggita. In voi niuna umanitá si trova. A voi che faceva s’io amava Biancofiore, o se ella amava me? Perché ne dovevate voi entrare in tanta sollecitudine? Io credo che in te è entrato lo spirito di Progne o di Medea. Ma la fortuna mi fará ancora vedere che il crudele vecchio e tu, vinti da focosa ira di voi medesimi, con dolente laccio caricherete le triste travi del nostro palagio, con peggiore agurio che Aragne non fece quelle del suo. E io ne farò mio potere, rallegrandomi se la fortuna mi concederá di vederlo, e dirò allora che mai gl’iddii niuna ingiusta cosa lasciano senza vendetta trapassare. Voi in prima con ardente foco la morte della innocente giovane cercaste, la quale io con l’aiuto degl’iddii e col mio braccio campai, punendo degnamente colui che di tale torto, in servigio del mio padre, si faceva difenditore: cosí avessi io con la mia spada voi due puniti, quando in questo palagio lei paurosa vi rendei! Ma certo, se allora ella fosse morta, io con lei moriva. Ora l’avete venduta e mandata in lontane parti, acciò che io pellegrinando vada per lo mondo. Ma [p. 266 modifica]volessero i fati ch’ella fosse ora qui, che io giuro, per quegl’iddii che mi sostengono, che io piú miseramente di qui partire vi farei che Saturno, da Giove cacciato, non si partí da Creti! E allora provereste qual fosse l’andare tapini per lo mondo, come a me converrei provare, infino a tanto ch’io ritroverò colei la quale con tutti ingegni vi siete di tòrmi ingegnati. E certo se non fosse che io non ho il core di pietra, sí come voi avete, io non vi lascerei di dietro a me con la vita, ma non voglio che di tale infamia, pellegrinando, la coscienza mi rimorda. Voi avete disiderata la mia morte, della quale poi che gl’iddii non ve n’hanno voluti far lieti, né io altresí ve ne voglio rallegrare, ma inanzi voglio lontano a voi vivere che presenzialmente della morte rallegrarvi».

Faceva la reina grandissimo pianto, mentre che Florio diceva queste parole, dicendo: «Oimè, caro figliuolo, che parole son queste che tu di? Cessino gl’iddii che tu possa vedere di noi ciò che tu ne disideri di vedere, avvegna che niuna maraviglia sia del tuo parlare, imperciò che, sí come adirato, parli senza consiglio. Niuna creatura t’amò mai tanto, né potrebbe amare, quanto tuo padre e io t’abbiamo amato e amiamo: e ciò che noi abbiamo fatto, solamente perché la tua vita piú gloriosa si consumi, che oramai non fará, l’abbiamo adoperato. Adunque perché ci chiami crudeli, e disideri la nostra morte? Maladetta sia l’ora che il tuo padre gl’innocenti pellegrini assalí. Ora avesse egli almeno tra tanta gente uccisa colei che nel suo ventre la nostra distruzione in casa ci recò! Ella niuna cosa disiderava tanto quanto la morte, e intra mille lance stette e niuna l’offese. I suoi iddii, piú giusti che’ nostri, non vollero che tale ingiuria rimanesse impunita. Ora mi veggio venire adosso quello che detto mi venne ignorantemente, quando la maladetta giovane per noi nacque, la quale recandolami in braccio, dissi lei dovere essere sempre compagna e parente di te. Ora il veggio venire a esecuzione».

Il re in un’altra camera dimorava dolente, in sé tutti i casi ripetendo dall’ora che il misero Lelio aveva ucciso infino a quest’ora, maladicendo sé e la sua fortuna; e, ricordandosi di [p. 267 modifica]ciò che di Marmorina gli era stato contato, e del morto cavaliere nel suo cospetto, le cui parole ritrovò mendaci, si pensò tutto quello essere piacere degl’iddii, al volere de’ quali niuno è possente a resistere. E però in sé propose di volere per inanzi con piú fermezza d’animo lasciare a’ fati muovere queste cose, che per adietro non aveva fatto. Ma Florio, cambiato viso e mostrandolo meno dolente, lasciò la madre piangendo nella camera, e, rivestito d’altre robe, pervenne nella gran sala, la dov’egli molti di tale accidente trovò che parlavano. Egli si fece quivi chiamare il vecchio Ascalione e Parmenione e Menedon e Massalino, a’ quali e’ disse cosií: «Cari amici e compagni, quanta forza sia quella d’amore a niuno di voi credo che occulta sia, però che ciascuno, si com’io penso, le sue forze ha provate. E la dove questo non fosse, manifestare vi si puote, se mai di Elena, o della dolente Dido, o dello sventurato Leandro o d’altri molti avete udito parlare: de’ quali chi l’eterno onore con vituperevole infamia non curava d’occupare, chi di perdere la propria vita si metteva in avventura per pervenire a’ disiati effetti, e chi una cosa e chi un’altra faceva per pervenire al disiato fine. E, ultimamente, ove a tutti gli esempli detti di sopra mancasse per lungo trapassamento di tempo degna fede, in me misero si puote la sua inestimabile potenza conoscere, per la quale dagli anni della mia puerizia in qua ho tanto amato e amo Biancofiore, che ogni esempio ci sarebbe scarso. E certo in alcuno amore i fati non furono mai tanto traversi quanto nel mio sono stati, però che senza alcuno diletto infinite avversitá me ne sono seguite, e ora in quelle piú che mai sono. E che l’amore di Biancofiore abbia sopra me grandissima forza e muovami a grandi cose, potrete appresso per le mie parole comprendere. Com’io v’ho detto, dalla mia puerizia fu Biancofiore piú che ogni altra cosa amata da me: del quale amore non prima il mio padre s’avvide, che sotto scusa di mandarmi a studiare, mandandomi a Montorio, da lei mi dilungò, pensando che per lontanarmi ella mi si partisse dal core, dove con catena da non potere mai sciogliere la legò amore in quell’ora ch’ella da prima mi piacque. E [p. 268 modifica]questo non bastandogli, acciò che piú intero il suo iniquo volere si fornisse, lei a morte falsamente fece condannare: ma gl’iddii che le malfatte cose non sostengono, prestandomi il loro aiuto, fecero sí ch’io di tal pericolo la liberai. Della qual cosa il mio padre dolente, dopo lungo indugio vedete quello che egli ha fatto: che egli lei, sí come vilissima serva, a’ mercatanti ha venduta, e mandatala non so in che parte. E perché questo non pervenisse a’ miei orecchi, falsamente mostrò che Biancofiore di subita infermitá morta fosse, un’altra giovane morta in forma di lei sotterrando: della qual cosa io sono senza fine turbato. E certo, se lecito fosse di mostrare la mia ira contra al mio padre e alla mia madre, io non credo che mai di tale accidente tale vendetta fosse presa qual io prenderei! Ma non m’è lecito, e dubito che gl’iddii ver me non se ne crucciassero. Ora è mio intendimento di giá mai posare, infino a tanto che colei cui io piú che altra cosa amo, ritrovata avrò. Ciascun clima sará da me cercato, e niuna nazione rimarrá sotto le stelle la quale io non cerchi. Io sono certo, in qual parte ella sia, se noi vi perverremo, la fama della sua gran bellezza ce lo manifesterá, né ci si potrá occultare. Quivi, o per amore o per ingegno o per denari o per forza intendo di riaverla. E però ho fatto chiamare voi, sí come a me piú cari, per caramente pregarvi che della vostra compagnia mi sovvegnate, e meco insieme volontario esilio prendiate: e massimamente te, Ascalione, le cui tempie giá per molti anni bianchissime, piú riposo che affanno domandano, acciò che sí come padre e duca e maestro ci sii, perché tutti siamo giovani, e niuno mai fuori de’ nostri paesi uscí. E il ricercare i non conosciuti luoghi senza guida ci saria duro, né ti dispiaccia la nostra giovane compagnia, però che come figliuoli i tuoi passi divotamente seguiremo. E in veritá questo, di che io te e gli altri priego, e il mio partire di qui, credo che degl’iddii sia piacere, acciò che i miei giovani anni non si perdano in accidiose dimoranze: con ciò sia cosa che noi non ci nascemmo per vivere come bruti, ma per seguire virtú, la quale ha potenza di fare con volante fama le memorie degli [p. 269 modifica]uomini eterne, cosí come le nostre anime sono. Adunque voi ancora come me giovani, non vi sia grave, ma al mio priego vi piegate, e qualunque di voi in ciò come fedele amico mi vuole servire liberamente di sí risponda, senza volermi mostrare che la mia impresa sia meno che ben fatta: ché quello ch’io fo, io ’l conosco, e invano ci balestrerebbe parola chi s’ingegnasse di farmene rimanere».

Tacque Florio, e Ascalione cosí gli rispose: «O caro a me piú che figliuolo, tu mostri nella fine delle tue parole di me avere poca fidanza, e simile nel pregare che fai, di che io mi maraviglio. Certo non che a’ tuoi prieghi ma a’ tuoi comandamenti, se la mia vecchiezza fosse tanta che il bastone per terzo piede mi bisognasse, mai dalla tua signorevole compagnia né da’ tuoi piaceri mi partirei infino alla morte. Ben conosco come amore strigne: e però muovati qual cagione vuole, che me per duca e per vassallo mi t’affero a seguirti infino alle dorate arene dell’indiano Gange e infino alle veloci acque del Tanai, e per li bianchi regni del possente Borea, e nelle velenose regioni di Libia, e, se necessario sia, ancora nell’altro emisperio verrò con teco. Le quali parti tutte cercate, di dietro a te negli oscuri regni di Dite discenderò, e se via ci sani d’andare alle case de’ celestiali iddii, con te insieme le cercherò, né mai da me sarai lasciato mentre lo spirito sará con meco». Cosí appresso ciascuno degli altri giovani risposero, e si proffersero lieti sempre al suo servigio, dicendo di mai da lui non partirsi per alcuno accidente, e che piú piaceva loro per l’universo con lui affannare, che nel suo regno, senza lui, in riposo vivere. Allora li ringraziò Florio tutti, e pregolli che senza indugio ciascuno s’apprestasse di ciò che a fare avesse, ch’egli intendeva con loro insieme di partirsi al nuovo giorno vegnente appresso a quello.

Queste cose dette, se n’andò davanti al re, che dolente dimorava e pensoso, e cosí gli disse: «Poi che voi avete gl’infiniti tesori, presi della vendita di Biancofiore, piú cari che la mia vita o che la mia presenza, assai mi spiace, però che da voi partire mi conviene, e andare pellegrinando infine a tanto [p. 270 modifica]ch’io trovi colei cui voi con inganno m’avete levata, né mai nella vostra presenza credo di ritornare se lei non ritrovo, la quale ritrovata, forse a voi con essa ritornerò: priegovi che vi piaccia ch’io vada con la vostra volontá». Udendo il re queste cose, il suo dolore raddoppiò, e, non potendo le lagrime ritenere, alzò il viso verso il cielo, dicendo: «O iddii, levimi per la vostra pietá la morte da tante tribolazioni! Non si distendano piú i giorni miei: troppo son vivuto! Chi avrebbe creduto ch’io fossi venuto nell’ultima etá ad affannare?». Poi rivolto a Florio cosí gli disse: «O caro figliuolo, che mi domandi tu? Tu sai ch’io non ho, né ebbi mai altro figliuolo che te, e in te ogni mia speranza è fermata. Tu devi il mio grande regno possedere, e la tua testa si dee coronare della mia corona. Tu vedi che la mia vita è poca oramai, e i miei vecchi membri ciascuno cerca di riposarsi sopra la madre terra: la quale vita se forse troppo ti pare che duri, prendi al presente la corona. Oimè, or che cerchi tu, poi che a tanto onore se’ apparecchiato? Dove ne vuo’ tu ire? Che vuo’ tu cercare? E chi sará colui, mentre che tu vivi, che nell’ultimo mio di degnamente mi chiuda gli occhi? Oimè, caro figliuolo, dalla nativitá del quale in qua i’ ho sempre per te tribolazioni intollerabili sostenute, concedi questa sola grazia a me vecchio. Fammi questa sola consolazione, che io sopra la mia morte ti possa vedere. Statti meco que’ pochi giorni che rimasi mi sono della presente vita. A te non si conviene d’andare cercando quello che cercare vuoi: e se pure cercare vuoi colei, falla cercare ad altri, o indugiati dopo la mia morte a ricercarla, però che male sarebbe, se io in quel termine che tu fuori del reame stessi, passassi ad altra vita, e convenisse che tu fossi cercato».

Florio allora cosí rispose: «Padre, impossibile è che io rimanga, e veramente io non rimarrò: io in persona sarò colui che la cercherò; e se voi mi concedete ch’io vada, io v’andrò, e se voi non lo mi concedete, ancora andrò. Dunque piacciavi ch’io vada con la vostra licenza, acciò ch’io, della vostra grazia avendo buona speranza, se mai avviene che io [p. 271 modifica]colei cui vo cercando ritrovi, possa con piú sollecitudine e con maggiore sicurta tornare a voi. Né crediate che niuna grande impromessa che mi facciate qui ritenere mi potesse, ché certo tutti i reami del mondo alla mia volonta sommessi mi sarebbero nulla senza Biancofiore. Se forse la mia partita quanto dite vi grava, ciò, inanzi che voi la vedeste, dovevate pensare, acciò che, vedendola, cagione non mi donaste di pellegrinare: però che conoscere dovevate me tanto amarla, che, ove che voi la mandaste, la seguirei. Gli avvenimenti di dietro poco vagliono o niente».

Vedendo il re Florio disposto pure ad andare, né poterlo con parole rivolgere da tale intendimento, cosí gli disse: «Caro figliuolo, assai mi duole il non poterti da questa andata levare, e però essa ti sará conceduta, e con la mia grazia andrai; ma concedi a me e alla tua madre, co’ quali tu giá è tanto tempo non se’ stato, che alquanti giorni della tua dimoranza ci possiamo consolare, e poi con l’aiuto degl’iddii prendi il cammino». A cui Florio rispose a ciò non essere disposto, ché troppo gli pareva aver perduto tempo, e però senza indugio aveva proposto di partirsi. A cui il re disse: «Figliuolo, a te, dunque, omai stia il partire, fermato ho nell’animo d’abbandonarti a’ fati, e di sostenere questo accidente, e ogni altro che di te per inanzi m’avvenisse, con forte animo: però che quanto io per adietro a quelli ho voluto con diversi modi resistere, tanto mi sono trovato assai piú adietro del mio intendimento, e veduto ho le cose di male in peggio seguire. Ma poi che disposto se’ all’andare, fa primieramente prendere tutti i tesori che della tua Biancofiore ricevemmo, e degli altri nostri assai, e quelli porta con teco, e in ogni parte ove la fortuna ti conduce fa che cortesemente e con virtú la tua magnificenza dimostri: e appresso prendi de’ cavalieri della nostra corte quelli che a te piace, sí che tu sia bene accompagnato. E poi che rimanere non vuoi, va in quell’ora che li nostri iddii in bene prosperino i passi tuoi, a’ quali acciò che piú breve affanno s’apparecchi, primieramente cercherai le calde regioni d’Alessandria, però che a quelli liti i [p. 272 modifica]mercatanti, che Biancofiore ne portarono, mi dissero di dovere andare. La quale se mai avviene che tu ritrovi, e che il tuo disio di lei s’adempia, o caro figliuolo, senza rimanere in niuna parte ti priego che tosto a me ritorni, però che mai lieto non sarò se te non riveggo. E se prima che tu torni si dividerá l’anima mia dal vecchio corpo, dolente se n’andrá agl’infernali fiumi: la qual cosa gl’iddii priego che non consentano».

Fece allora Florio prendere i molti tesori e fare l’apprestamento grande per montare sopra una nave, posta nel corrente Adice, vicino alle sue case. La qual cosa vedendo la reina uscí della sua camera, e bagnata tutta di lagrime venne a Florio nella sala dove con li compagni dimorava, e disse: «O caro figliuolo, che è quello ch’io veggio? Hai tu proposto d’abbandonarci cosí tosto? Ove ne vuoi tu ire? Che vuoi andare cercando? Oimè, come cosí subitamente ti parti da me? Non pensi tu quanto tempo egli è passato che io non ti vidi, se non ora? E con tanta tristizia t’ho veduto, che se veduto non t’avessi, mi sarebbe piú caro! Deh, per amor di me, non ti partire al presente. Non vedi tu le stelle Pliadi, le quali pure ora cominciano a signoreggiare? Aspetta il dolce tempo nel quale Aldebaran col gran pianeta insieme surge sopra l’orizzonte: allora Zefiro levandosi fresco aiuterá il tuo cammino, e il mare, lasciato il suo orgoglio, pacifico si lascerá navigare. Deh, non vedi tu tempo ch’egli è? Tu puoi vedere ad ora ad ora il cielo chiudersi con oscuro nuvolato, e, levandoci la vista de’ luminosi raggi di Febo, di mezzogiorno ne minaccia notte: e poi di quello puoi udire sol versi terribilissimi tuoni e spaventevoli corruscazioni e infinite acque. E tu ora vuoi i non conosciuti regni cercare, ne’ quali se tu fossi, non saria tempo di partirsene per tornare qui? Deh, or non ti muove a rimanere la pietá del tuo vecchio padre, il quale tu vedi che del dolore che sente di questa partita si consuma tutto? Non ti muove la pietá di me, tua misera madre, la quale ho de’ miei occhi per te fatte due fontane d’amare lagrime? Oimè, caro figliuolo, rimani. Ove vuoi tu ire? Tu [p. 273 modifica]vuoi, per cercare quello che tu non hai, lasciare quello che possiedi, né forse avrai giá mai? Tu vuoi cercare Biancofiore, la quale non sai ove si sia: e se pure avvenisse che la trovassi, chi credi tu che sia colui che a te forestiere e strano la rendesse? Non credi tu che le belle cose piacciano altrui come a te? Chiunque l’avrá, la terrá forse non meno cara che faresti tu. Lasciala andare, e diventa pietoso a istanza de’ miei prieghi. E se non vuoi avere di noi pietá, increscati di te medesimo e de’ tuoi compagni, e non volere in questo tempo abbandonarti alle marine onde, le quali niuna fede servano, avvegna che esse con li loro bianchi rompimenti mostrano le tempeste ch’elle nascondono, e i venti similmente senza alcuno ordine trascorrono, ora l’uno ora l’altro, e fanno strani e pericolosi ravvolgimenti di loro in mare, e sogliono in questi tempi con tanta furia assalire i legni opposti alle loro vie, che essi rapiscono loro le vele e gli alberi con dannoso rompimento, e talora loro percuotono a’ duri scogli, o li tuffano sotto le pericolose onde. Témperati e rimanti di questa andata al presente: la qual cosa se tu non farai, piú tosto delle dure pietre e delle salvatiche querce sarai da dire figliuolo, che di noi. E se a te e a’ tuoi compagni, i quali paurosi ti seguitano conoscendo questi pericoli, farai questo servigio di rimanere, io m’auserò di sostenere la futura noia, pensando continuamente che da me ti debbi partire, né mi sará poi la tua andata sí noiosa come al presente sará, se subitamente m’abbandoni». A cui Florio rispose: «Cara madre, per niente prieghi, e dell’audacia che di pregarmi hai mi maraviglio. Fermamente, se io giá col capo in quelli pericoli che tu m’annunzi mi vedessi, io piú tosto consentirei d’andare giuso e di morire in quelli, che di tornare suso per dovere con voi rimanere, però che sí fattamente avete l’anima mia offesa, che mai da me perdonato non vi sará, infino a tanto che io colei cui tolta m’avete, non riavrò. E però voi rimarrete, e io co’ miei compagni, come la rosseggiante aurora mostrerá domattina le sue vermiglie guance, ci partiremo sopra la nostra nave, la quale forse ancora qui carica tornerá del mio disio». [p. 274 modifica]

Piangendo allora la reina, che pure Florio fermo a tale andata vedeva, cosí disse: «Figliuolo, poi che né priego né pietá ti può ritenere, prendi questo anello, e teco il porta, e ognora che ’l vedi della tua misera madre ti ricorda. Egli fu dell’antichissimo Iarba re de’ Getuli, mio antico avolo: e acciò che tu piú caro il tenga, siati manifesto ch’egli ha in sé mirabile virtú. Egli ha potenza di fare grazioso a tutte genti colui che seco il porta, e le cocenti fiamme di Vulcano fuggono e non cuocono nella sua presenza, né è ricevuto negli ondosi regni di Nettunno chi seco il porta. Il mio padre, pacificato col tuo, quando a lui per isposa mi congiunse, il mi donò acciò che graziosa fossi nel suo cospetto. Egli ti potrá forse assai valere se ’l guardi bene. Priegoti, se vuoi, che il tornare sia presto: e priego quegl’iddii, li quali, vinti da’ molti prieghi, graziosamente ti ci donarono, che essi ti guardino e conservino sempre, e a noi tosto con allegrezza ti rendano» . Prese Florio l’anello, e quello per caro dono ritenne; e lei lasciata, a’ suoi compagni si ritornò.

Sentí Feramonte, duca di Montorio, di presente, l’inganno fatto a Florio, e la partenza che far doveva de’ suoi regni; onde egli chiamato Fineo, valoroso giovane e suo nipote, la signoria di Montorio infino alla sua tornata gli assegnò, e senza alcuno dimoro a Marmorina se ne venne a Florio. Il quale, lui e i compagni trovati, narrata la cagione della sua venuta, pregò Florio che in compagnia gli piacesse di riceverlo in tale affare. Il quale Florio ringraziò assai, e lui per compagno benignamente ricolse, pregandolo ch’egli s’apprestasse per venire il seguente giorno.

Acconci i molti arnesi e i gran tesori nella bella nave, e Florio e’ suoi compagni e’ servidori tutti di violate veste vestiti, e i corredi della ricca nave e i marinari similmente, la notte sopravvenne, e i suoi compagni per riposarsi in una camera insieme se n’andarono, nella quale del loro futuro cammino entrati in diversi ragionamenti, Florio cosí cominciò a parlare: «Cari amici, quanto la potenza del mio padre sia grande a tutto il mondo è manifesto, e similmente ch’io gli sia figliuolo, [p. 275 modifica]e il grande amore che ho portato e porto a Biancofiore è da molti saputo: per la qual cosa nuovo dubbio m’è nell’animo novamente nato. Noi non sappiamo certamente in che parte Biancofiore sia stata portata, né alle cui mani ella sia venuta, onde io cosí dico: se egli avvenisse che noi forse portati dalla fortuna pervenissimo lá ove Biancofiore fosse, tale persona la potrebbe avere, che sentendo il mio nome, di noi dubiterebbe, e lei occultamente terrebbe infino che nel loco dimorassimo, e massimamente i mercatanti, che di qua la portarono. E se forse lei possente persona tenesse, sentendomi nel suo paese, ragionevolmente m’avrebbe a sospetto, e di quello mi caccerebbe, o in quello forse occultamente m’offenderebbe, o lei guardando da’ nostri aguati, con maggiore guardia serverebbe: per la qual cosa, acciò che ’l mio nome non possa porgere ad alcuni temenza, o insidie a noi, mi pare che piú non si deggia ricordare, ma che in altra maniera mi deggiate chiamare, e il nome il quale io ho a me eletto è questo: Filocolo. E certo tal nome assai meglio che alcun altro mi si confá, e la ragione per che io la vi dirò. Filocolo è da due greci nomi composto, da e ‛philos’e da e ‛colon’; e ‛philos’in greco tanto viene a dire in nostra lingua quanto ‛amore’ e ‛colon’in greco similmente tanto in nostra lingua resulta quanto ‛fatica’: onde congiunti insieme, si può dire, trasponendo le parti, Fatica d’Amore. E in cui piú che in me fatiche d’amore sieno state e siano al presente non so: voi l’avete potuto e potete conoscere quante e quali esse sieno state, sicché, chiamandomi questo nome, l’effetto suo s’adempierá bene nella cosa chiamata, e la fama del mio nome cosí s’occulterá, né alcuno per quello spaventeremo: e se necessario forse in alcuna parte ci fia il nominarmi dirittamente, non c’è però tolto. Piacque a tutti l’avviso di Florio e il mutato nome, e cosí dissero da quell’ora inanzi chiamarlo, infino a tanto che la loro fatica terminata fosse con grazioso adempimento del loro disio.

Mentre la notte con le sue tenebre occupò la terra, i giovani si riposarono, e la mattina levati, accesero sopra gli altari di Marmorina accettevoli sacrificii al sommo Giove, a [p. 276 modifica]Venere, a Giunone, a Nettunno e ad Eolo e a ciascheduno altro iddio, pregandoli divotamente che per la loro pietá porgessero ad essi grazioso aiuto nel futuro cammino. E, fatti con divozione i detti sacrificii, s’apparecchiarono a montare sopra l’adorno legno con la loro compagnia nobile e grande. Ma venuti alla riva del fiume, videro quello con torbide onde piú corrente che la passata sera non era: per la qual cosa mutato consiglio, comandarono a’ marinari che la nave menassero nel porto d’Alfea, e quivi li attendessero. Ed essi, fatti venire i cavalli, e montati, con molte lagrime dal re e dalla reina, e dagli amici e da’ parenti, dando le destre mani, dicendo addio, si partirono: e lasciata Marmorina, al loro viaggio presero il meno dubbioso cammino.