Filocolo (Laterza 1938)/Libro II

Libro secondo

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Libro I Libro III
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LIBRO SECONDO

Adunque cominciarono con dilettevole studio i giovani, ancora ne’ primi anni puerili, ad imprendere gli amorosi versi: nelle quali voci sentendosi la santa dea, madre del volante fanciullo, con tanto affetto nominare, non poco negli alti regni con gli altri iddii se ne gloriava. Ma non sofferse lungamente che invano fossero da’ giovani petti sapute cosí alte cose come i laudevoli versi narrano, ma, involti i candidi membri in una violata porpora, circondata di chiara nuvoletta, discese sopra l’alto monte citereo, la dove ella il suo caro figliuolo trovò temperante nuove saette nelle sante acque, a cui con benigno aspetto cominciò cosi: «O dolce figliuolo, non molto distante agli acuti omeri d’Appennino, nell’antica cittá Marmorina chiamata, secondo che io ho dagli alti nostri regni sentito, sono due giovani, i quali affettuosamente studiano i versi che le tue forze insegnano acquistare, invocando co’ casti cuori il nostro nome, disiderando d’essere del numero de’ nostri soggetti. E certo i loro aspetti, pieni della nostra piacevolezza, molto piú s’apprestano a’ nostri servigi che a coltivare i freddi fuochi di Diana. Lascia dunque la presente opera, e intendi a maggiori cose, e solo nel rimanente di questo giorno in mio servigio ti spoglia le leggieri ale. E sí come giá nella non compiuta Cartagine prendesti forma del giovane Ascanio, cosí ora ti vesti del senile aspetto del vecchio re, padre di Florio; e quando se’ la dove essi sono, come egli quando va a loro li abbraccia e bacia costretto da pura benevolenza, cosí tu, abbracciandoli e baciandoli, metti in loro il tuo segreto [p. 62 modifica]foco, e infiamma sí l’un dell’altro, che mai il tuo nome de’ loro cuori per alcuno accidente non si spenga. E io in alcun atto occuperò sí lo re, che la tua mentita forma per sua venuta non si manifesterá.

Mossesi Amore a’ prieghi della santa madre, poi che spogliati s’ebbe le lievi penne; e pervenuto al dimandato luogo, vestitosi la falsa forma, entrò sotto i reali tetti, passando con lento passo nella secreta camera, ove egli Florio e Biancofiore trovò soletti puerilmente giocare insieme. Essi si levarono verso lui sí come far solevano, ed egli primieramente preso Florio, il si recò nel santo seno, e porgendogli amorosi baci, segretamente gli accese nel cuore un nuovo disio: il quale Florio poi, riguardando ne’ lucenti occhi di Biancofiore con diletto, il vi fermò. Ma poi Cupido, presa Biancofiore, e ispirandole nel viso con piccolo fiato, l’accese non meno che Florio avesse davanti acceso. E dimorato alquanto con loro, rivolti i passi indietro, li lasciò stare; e rivestendosi le lasciate penne, tornò al lasciato lavoro. E i giovani, lasciati pieni di nuovo disio, riguardandosi, cominciarono a maravigliarsi stando muti. E da quell’ora inanzi la maggior parte del loro studio era solamente in riguardar l’un l’altro con timorosi atti; né mai, per alcuno accidente che avvenisse, partir si voleano, tanto il segreto veleno adoperò in loro subitamente.

Sí tosto come Amore dalla sua madre fu partito, cosí ella in una lucida nuvoletta fendendo l’aere pervenne a’ medesimi tetti, e, tacitamente preso il vecchio re, il portò ad una camera sopra un ricco letto, dove d’un soave sonno l’occupò. Nel qual sonno il re vide una mirabile visione: cioè che lui pareva esser sopra un alto monte, e quivi avere presa una cerva bianchissima e bella, la quale a lui era diviso che gli fosse molto cara; e quella tenendo nelle sue braccia, gli pareva che dal suo corpo uscisse un lioncello presto e visto, il quale egli insieme con quella cerva senza alcuna rissa nutricava per alcuno spazio. Ma stando alquanto, vedeva scender giú dal cielo uno spirito di graziosa luce risplendente; il quale apriva con le proprie mani il lioncello nel petto; e quindi traeva una cosa [p. 63 modifica]ardente, la qual la cerva disiderosamente mangiava. E poi gli pareva che questo spirito facesse alla cerva il simigliante, e che fatto questo si partisse. Appresso a questo, egli temendo non il lioncello volesse mangiar la cerva, lo allontanava da sé: e di ciò pareva che l’uno e l’altro si dolesse. Ma poco stando, apparve sopra la montagna un lupo, il quale con ardente fame correva sopra la cerva per distruggerla, e il re gliela parava davanti; ma il lioncello correndo subitamente tornava alla difesa della cerva, e co’ propri unghioni quivi dilacerò sí fattamente il lupo, che egli il privò di vita, lasciando la paurosa cerva a lui che dolente gliela pareva ripigliare, tornandosi all’usato loco. Ma non dopo molto spazio gli pareva vedere uscir da’ vicini mari due girfalchi, i quali portavano a’ piè sonagli lucentissimi senza suono, i quali egli allettava; e venuti ad esso, levava loro da’ piè i detti sonagli, e dava loro la cerva cacciandogli da sé. E questi, presa la cerva, la legavano con una catena d’oro, e tiravansela dietro su per le salate onde insino in Oriente: e quivi ad un grandissimo veltro cosí legata la lasciavano. Ma poi, sappiendo questo, il lioncello mugghiando la ricercava; e presi alquanti animali, seguitando le pedate della cerva, n’andava la dove ell’era; e quivi gli pareva che il lioncello, occultamente, dal cane guardandosi, si congiungesse con la cerva amorosamente. Ma poi avvedendosi il veltro di questo, l’uno e l’altro parea che divorar volesse co’ propri denti. E subitamente cadutagli la rabbia, loro rimandava lá onde partiti s’erano. Ma inanzi che al monte ritornassero, gli pareva che essi si tuffassero in una chiara fontana, dalla quale il lioncello, uscendone, pareva mutato in figura di uno nobilissimo e bel giovane, e la cerva simigliantemente d’una bella giovine: e poi a lui tornando, lietamente li riceveva; ed era tanta la letizia che egli con loro faceva, che il cuore, da troppa passione occupato, ruppe il soave sonno. E stupefatto delle vedute cose si levò, molto maravigliandosi, e lungamente pensò sovr’esse; ma poi non curandosene, venne alla reale sala del suo palagio, in quell’ora che Amore s’era da’ suoi nuovi suggetti partito. [p. 64 modifica]

Taciti e soli lasciò Amore i due novelli amanti, i quali riguardando l’uno l’altro fiso, Florio in prima chiuse il libro, e poi disse: «Deh, che nova bellezza t’è egli cresciuta, o Biancofiore, da poco in qua, che tu mi piaci tanto? Tu giá non mi solevi tanto piacere; e ora gli occhi miei non possono saziarsi di riguardarti!». Biancofiore rispose: «Non so, se non che ti posso io dire che a me sia avvenuto il simigliante. Credo che la virtú de’ santi versi, che noi divotamente leggiamo, abbia acceso le nostre menti di nuovo foco, e adoperato in noi quello che in altri giá veggiamo adoperare». «Veramente» disse Florio, io credo che sí, come tu dí, sia: perciò che tu sola sopra tutte le cose del mondo mi piaci!» «Certo tu non piaci meno a me, che io a te» rispose Biancofiore. E cosí stando in questi ragionamenti co’ libri serrati avanti, Racheo, che per dare a’ cari scolari dottrina andava, giunse nella camera, e ciò veduto, loro gravemente riprendendo, cominciò a dire: «Questa che novita è, che io veggio i vostri libri davanti a voi chiusi? Ov’è fuggita la sollecitudine del vostro studio?». Florio e Biancofiore, divenuti i candidi visí come vermiglie rose per vergogna della non usata riprensione, apersero i libri; ma gli occhi loro piú disiderosi dell’effetto che della cagione, torti si volgevano verso le disiate bellezze, e la loro lingua, che apertamente narrar soleva i mostrati versi, balbuziando andava errando. Ma Racheo pieno di sottile avvedimento, veggendo i loro atti, incontanente conobbe il nuovo fuoco acceso ne’ loro cuori, la qual cosa assai gli dispiacque; ma piú ferma esperienza della veritá volle vedere, prima che alcuna parola ne movesse ad alcuno altro, sovente sé celando in quelle parti nelle quali egli potesse lor vedere senza essere da essi veduto. E manifestamente conoscea che, come da loro partito s’era, incontanente chiusi i libri, si porgevano abbracciandosi semplici baci, e mai piú avanti non procedevano, perciò che la novella etá, in che erano, i nascosi diletti non conosceva. E giá il venereo foco li avea sí accesi, che tardi la freddezza di Diana li avrebbe potuto rattiepidire. Ma poi che piú volte Racheo li ebbe veduti nella sopra [p. 65 modifica]scritta maniera, e alcuna volta gravemente ripresi, egli tra se medesimo disse: Certo quest’opera potrebbe tanto andare avanti, sotto questo tacere ch’io fo, che pervenendo poi agli orecchi del mio signore, forse mi nocerebbe l’averla taciuta. Io manifestamente conosco ne’ sembianti e negli atti di costoro la fiamma di che elli hanno accesi i cuori: adunque perché non li lascio ardere sotto l’altrui protezione, piú tosto che sotto la mia? Io pure ho inf.no a qui fatto l’ufficio mio, riprendendoli piú volte, né m’è giovato: e però per mio scarico il meglio è di dirlo al re». Cosí ragionando tra sé Racheo, Ascalione sopravvenne: il quale, in molte cose peritissimo, quando lo studio rincresceva loro, mostrava loro diversi giochi, e tal volta con essi cantando si sollazzava, avendo giá ciascuno da lui medesimo appresa l’arte del sonare diversi strumenti; e trovò Racheo pensando, cui disse: «Amico, qual pensiero si t’aggrava la fronte, che, occupato in esso, altro che rimirare la terra non fai?» A cui Racheo narrando il suo pensiero rispose. Quando Ascalione intese questo, niente gli piacque: «Ma» disse, «andiamo, e senza alcuno indugio il narriamo al re, acciò che se altro che bene n’avvenisse, noi non possiamo essere ripresi». E dette queste parole, voltati i passi, amenduni n’andarono nella presenza del re; al quale Ascalione parlò cosí:

«Nella vostra presenza, o vittoriosissimo prencipe, ci presenta espressa necessitá a narrarvi cose le quali, se esser potesse suto, disiderato molto avremmo che, dicendole altri, agli orecchi vostri fossero pervenute. Ma perciò che disiderosi del vostro onore, non volendo ancora il nostro contaminare, conosciamo che da tenere occulte non sono, e massimamente a voi, onde acciò che il futuro danno, che seguire ne potrebbe di ciò che vi diremo, non sia a voi noia né mancamento de’ nostri onori, vi facciamo manifesto che novello amore è generato ne’ semplici cuori del vostro figliuolo Florio e Biancofiore; e questo ne’ loro atti piú volte abbiamo conosciuto, sí come l’iddii sanno: essi piú volte affettuosamente abbracciarsi e darsi amorosi baci abbiamo veduto, e appresso sovente, guardandosi nel viso, l’un l’altro gittare sospiri accesi [p. 66 modifica]di gran disio. E ancora piú manifesto segnale n’appare, il quale voi assai tosto potrete provare, che niuna cosa è che l’uno senza l’altro voglia fare, né li possjamo in alcuna maniera partire, e hanno del tutto il loro studio abbandonato: anzi, sí tosto come noi della loro presenza siamo partiti, incontanente chiusi i libri intendono a riguardarsi; e di ciò, come dell’altre cose, gravemente piú volte ripresi li abbiamo, credendo poterli di ciò ritrarre: ma poco giovò la nostra riprensione. E però, acciò che noi per ben servire mal guiderdone non riceviamo, e acciò che subito rimedio ci sia da voi posto, v’abbiamo voluto questo palesare. Voi, sí come savio, anzi che piú s’accenda il foco, provvidamente pensate di stutarlo, ché in quanto a noi il nostro potere ci abbiamo adoperato.»

Niente piacquero al re l’ascoltate parole; ma celando il suo dolore con falso riso, rispose: «Non cessi però il vostro uficio con riprensione castigarli, e con ispaventevoli minacce impaurirli. Essi ancora per la giovane etá sono da potere essere ritratti da ciò che l’uomo vuole; e io, quando per voi dall’incominciata follia rimaner non si volessero, prenderò in questo mezzo altro compenso, acciò che il vostro onore per vile cagione non diventi minore». E detto questo, con l’animo turbato si partí da loro, ed entrossene in una camera; e quivi cacciando da sé ogni compagnia, solo a sedere si pose, e, con la mano alla mascella, cominciò a pensare e a rivolgersi per la mente quanti e quali accidenti pericolosi potevano avvenire del nuovo innamoramento; e di cotale infortunio tra se medesimo incominciò a dolersi. E mentre in tal pensiero il re dimorava occupato, la reina, passando per quella camera, sopravvenendo il vide, e con non poca maraviglia, fermata nel suo cospetto, gli disse: «O valoroso signore, quale accidente o qual pensiero occupa sí l’animo vostro, che io, pensando, nell’aspetto vi veggo turbato? Non vi spiaccia che io il sappia, perciò che niuna felicitá o avversitá ancora dovete senza me sostenere: se voi lo mi dite, forse che consiglio o conforto vi porgerò». Rispose il re allora con voce mescolata di sospiri, e disse: «E’ mi piace bene che a voi non sia la mia [p. 67 modifica] malinconia celata, la cagione della quale è questa: con ciò sia cosa che la Fortuna infino a questo tempo ci abbia con la sua destra tirati nella sommità della sua volubile rota, accrescendo il numero de’ nostri vittoriosi trionfi, ampliando il nostro regno, moltiplicando le nostre ricchezze, e concedendone, insieme con gli altri iddii, cara progenie, a cui la nostra corona è riserbata, ora pensando, dubito che ella, pentuta di queste cose, non s’ingegni con la sua sinistra d’avvallarci. E gl’iddii credo che ciò consentano; e la maniera è questa: niuna allegrezza fu mai maggiore a noi, che quella quando il nostro unico figliuolo dagl’iddii lungamente pregati ricevemmo; e sapete che ne’ nostri regni nella sua natività niuno altare fu senza divoto foco e senza incensi, né niuno degl’iddii fu che con divota voce non fosse per la nostra cittá ringraziato. Ora conoscendo la Fortuna quanto questo figliuolo ne sia caro per le rendute grazie, per porre noi in maggior doglia e tristizia, in vile modo s’ingegna di privarcene, minuendo i nostri onori, essendo egli in vita, dandoci manifesto esempio che, poi che alla piú cara cosa comincia, discenderci senza fallo all’altre minori: e udite com’ella s’è ingegnata di levarci Florio. Essa ha tanto il giovanetto figliuolo di Citerea, non meno mobile di lei, con lusinghe mosso, che egli è entrato nel giovine petto di Florio, e l’ha sì infiammato della bellezza di Biancofiore, che Paris di quella d’Elena non arse più: e non vede piú avanti che Biancofiore, secondo che i loro maestri m’hanno detto poco avanti. E certo non mi dolgo che egli ami, ma duolmi di colei cui egli ama, perché alla sua nobilta è dispàri. Se una giovane di real sangue fosse da lui amata, certo per matrimonio gliela aggiugnerei; ma che è a pensare che egli sia innamorato d’una romana popolaresca femina, non conosciuta e nutricata nelle nostre case come una serva? Adunque che cercherete voi piú avanti della mia malinconia? Non è questa gran cagione da dolermi, pensando che un sì fatto giovane, il quale ancora deve sotto il suo imperio governar questi regni, sia per una feminella perduto? Certo io non n’avrei avuto alcuna malinconia se gl’iddii l’avessero al loro servigio [p. 68 modifica]chiamato nella sua puerizia, sí come di Ganimede fecero. E certo la morte di Grillo non fu da Senofonte suo padre sostenuta con sí forte animo, come io avrei fatto o farei, se gl’iddii avessero consentito ch’io avessi per simile caso perduto Florio che Senofonte perdé Grillo. Né Anassagora ancora ebbe cagione di piangere, perciò che saviamente aspettava cosa naturale del suo figliuolo, sí come io medesimo quello accidente senza lagrime aspetterei. Ma pensando che per vile avvenimento, vivendo il mio figliuolo, io lo possa piú che morto chiamare, il dolore che quinci mi nasce, mi trasporta quasi infino agli ultimi termini della vita. Né so che di questo io mi faccia, ché io dubito, se io di tal fallo il riprendo, o m’ingegno con asprezza di ritrarlo da questa cosa, che io non ve l’accenda piú suso, o forse egli del tutto non m’abbandoni, e vada vagabondo per gli strani regni, fuggendo le mie riprensioni: e cosí avremmo senza alcuno utile accresciuto il danno. E se io taccio questa cosa, il foco ognora piú s’accenderá, e cosí mai da lei partire nol potremo».

Molto fu la reina di quelle parole dolente, e quasi lagrimando il dimostrò; ma dopo breve spazio, con pietoso aspetto disse: «Caro signore, non è per questo accidente da disperarsi, né degl’iddii né della fortuna, perciò che non è mirabile cosa se Florio della bellezza della vaga giovane è inamorato, con ciò sia cosa che egli sia giovanissimo, e continuamente con lei dimori, ed ella sia bellissima giovane e piacevole. E non è dubbio, se questo amor s’avanzasse sí come voi dite che egli ha cominciato, che noi potremmo dire che ’l nostro figliuolo vivendo fosse perduto, pensando alla piccola condizione di Biancofiore. Ma quando le piccole piaghe sono recenti e fresche, allora si sanano con piú agevolezza che le vecchie giá putrefatte non fanno. Secondo le vostre parole, questo amore è molto novello, e senza dubbio egli non può essere altrimenti, e simigliantemente novelli sono gli amanti, né mai altro foco li scaldò; e però questo fia lieve a spegnere, e al parer mio niuna piú leggiera via ci è che dividere l’uno dall’altro: la qual cosa in questa maniera si può fare. Florio, giá ne’ santi [p. 69 modifica]studii indirizzato, è da mettere a piú sottili cose; e voi sapete che noi abbiamo qui vicino Feramonte duca di Montorio, a noi per consanguinita congiuntissimo, e in niuna parte del nostro regno piú solenne studio si fa che in Montorio. Noi possiamo sotto spezie di studio mandar la Florio a lui, e quivi faccendolo per alcuno spazio di tempo dimorare, gli potrá agevolmente della memoria uscir questa giovane, non vedendola egli. E come noi vedremo che egli alquanto dimenticata l’avrá, allora noi gli potremo dare sposa di real sangue senza alcuno indugio, e cosí potremo essere agevolmente fuori di cotale dubbio. E giá per ciò esso non ci sará tanto lontano, che noi nol possiamo ben sovente vedere. Ond’io, caro Signore, vi priego che questa malinconia cacciata sia da voi, prendendo senza indugio questo rimedio».

Piacque al re il consiglio della reina, il quale giovare non dovea ma nuocere, però che quanto il foco piú si stringe, con piú forza cuoce; e poi che egli sopra ciò lungamente ebbe pensato, le rispose che ciò farebbe, però che altra via a tal pericolo fuggire non vedeva. Oh, quanto fu tale imaginazione vana, con ciò sia cosa che durissimo sia resistere alle forze de’ superiori corpi, avvegna che possibile! Venere era nell’auge del suo epiciclo, e nella sommitá del deferente nel celestiale Toro, non molto lontana al sole, quando ella fu donna, senza alcuna resistenza d’opposizione o d’aspetto o di congiunzione corporale o per orbe d’altro pianeta, dell’ascendente della loro nativitá. Il saturnino cielo, non che gli altri, pioveva amore il giorno che elli nacquero. Oimè, che mai acqua lontana non ispense vicino foco! Ove credeva il re poter mandare Florio senza la sua Biancofiore, con ciò fosse cosa che ella era continuamente nel suo animo figurata con piú bellezza che il vero viso non possedeva, e quello che prende e lascia amore era sempre con Biancofiore? I corpi si dovevano allontanare, ma le menti con piú sollecitudine si dovevano far vicine. Niuna cosa è piú disiderata che quella che è impossibile, o molto malagevole ad avere. Per quale altra cagione diventò vermiglio il gelso, se non per l’ardente [p. 70 modifica]fiamma ristretta, la quale prese piú forza ne’ due amanti costretti di non vedersi? Chi fece Biblide divenir fontana se non il sentirsi essere negato il suo disio? Ella fu femina mentre stette in forse con isperanza. O re, tu credi apparecchiare fredde acque all’ardente foco, e tu v’aggiugni legne. Tu t’apparecchi di dare non conosciuti pensieri a’ due amanti senza alcuna utilitá di te o di loro, e t’affretti di pervenire a quel punto il quale tu con disio ti credi piú di fuggire. Oh, quanto piú sanamente adoperresti lasciandoli semplicemente vivere nelle semplici fiamme, che voler loro a forza far sentire quanto sieno amari e dilettevoli i sospiri che da amoroso martire procedono! Elli amano ora tacitamente. Niuno disidera piú avanti che solo il viso, il quale per forza conviene che per troppa copia, se stare li lascia, rincresca, perciò che le cose di che l’uomo abbondevole si trova, infastidiano. Ma che si può qui piú dire, se non che il benigno aspetto, col quale la somma benivolenza riguarda la necessitá degli abbandonati, non volle çhe il nobile sangue, del quale Biancofiore era discesa, sotto nome di vera amica divenisse vile, e, acciò che con matrimoniale nodo il suo onore si servasse, consentí che le pensate cose senza indugio si mettessero ad effetto?

Diede il giorno loco alla sopravegnente notte, e le stelle mostrarono la lor luce. Ma poi che Febo co’ tiepidi raggi recò nuovo splendore, il re fece a sé chiamare Florio, e con lieto viso ricevuto il suo saluto, a sé l’accolse, e cosí gli disse: «Bel figliuolo, e a me sopra tutte le cose caro, ascoltino le tue orecchie pazientemente le mie parole e i miei comandamenti, i quali da te debitamente debbono essere osservati, e per te sieno messi ad effetto. Non essendo alcuna speranza rimasa di gloria alla mia lunga etá, agl’iddii piacque di donarmi te, in cui la mia speme, senza fallo giá secca, ritornò verde; e dissi allora: ‛Omai la fama del nostro antico sangue non perirá, poi che gl’iddii ci hanno conceduto degno erede’; e sopra te tutto il mio intendimento fermai, come unico bastone della mia vecchiezza. E volendo che l’alto uficio a che gl’iddii t’hanno apparecchiato, sí come è adornar la tua [p. 71 modifica]fronte della splendida corona degli occidentali regni, non patisse difetto di savio duca, ancor che io nella tua effigie conoscessi che valoroso uomo dovevi per natura divenire, nondimeno con disaminato animo imaginai che per l’accidentali scienze molto t’avanzeresti. E della imaginazione del dovuto tempo venni all’effetto; e infino a questo giorno, come la tua eta è stata per la gioventú debiletta a sostenere, cosí con picciole scienze t’ho fatto nutricare. Ora che in piú ferma eta se’ pervenuto, disidero che tu a piú alti studii disponga il tuo intelletto, e massimamente a’ santi principii di Pittagora, de’ quali venendo con l’aiuto de’ nostri iddii a perfezione, sí come io stimo, ti seguirá grandissimo onore: con ciò sia cosa che la scienza in niuna altra maniera di gente sia tanto lucida e risplendente quanto ne’ prencipi. E ciò puoi tu medesimo considerare, ricordandoti quanto fosse eccellente la fama del re Salomone, ancor che giudeo e lontano dalla nostra setta fosse. E per imprender questa scienza, certo a te non converrá andare cercando i solleciti studii d’Atene, né alcuno altro paese lontano, perciò che qui a noi molto vicina è una cittá chiamata Montorio, dotata di molti diletti, la quale per noi il valoroso duca Feramonte governa, a noi congiuntissimo parente, non molto men giovane di te, il quale continua compagnia ti fará. Quivi con ordinato stile si leggono le sante scienze. Quivi, secondo ch’io stimo, ne potrai in picciolo termine divenire valoroso giovane: per la qual cosa io voglio che tu senza veruno indugio vi vada. Né ciò ti dee parer grave, considerando primieramente che tu vai a divenire valoroso uomo, per la qual cosa acquistare niuno danno né sconcio se ne deve rifiutare: appresso, che tu non sarai da noi diviso, perciò che ci se’ per picciolo spazio vicino, e sovente potremo noi venire a veder te e tu noi senza sconcio dello studio: il quale noi non intendiamo che tu prenda in maniera che alcun tuo diletto se ne sconci; e, oltre a questo, tu sarai con persona che senza fine t’ama, e che disidera di vederti, cioè col duca. E però ora che il tempo è molto piú atto allo studio che al sollazzo, però che giá vedi [p. 72 modifica]signoreggiare le stelle Pliade, e la terra rivestire di bianco molto sovente, avendo perduto il verde colore, prendi quella compagnia che piú ti diletta e vanne».

Florio, udendo queste parole, in se medesimo si turbò molto, perciò che nemiche le sentia al suo disio, e, lasciato il parlare del padre, lungamente egli guardando la terra, mutolo senza alcuna cosa rispondere stette; e dimandatagli dal padre piú volte risposta, dopo il trar d’un grandissimo sospiro, disse cosi: «A me, o reverendissimo padre, è occulta la cagione perché sí giovane e con tanta fretta da voi dividere mi volete, essendo voi pieno d’etá, sí come io veggo. Voi disiderate che io per studio divenga in scienza valoroso, la qual cosa non è meno disiderata da me. Ma qual dovuto pensiero vi mostra che io debba meglio, da voi lontano, studiare, che nella vostra presenza? Non imaginate che io lontano da voi continuamente sarò pieno di varie sollecitudini? Io non ispesso, ma quasi continuamente crederò che sconcio accidente occupi con infermitá la vostra persona, o dubiterò che voi di me non dubitiate. E ancora mi si volgeranno dubbii per la mente che la vostra vita, da me molto da tener cara, non sia con insidie appostata dagli occulti nemici per la mia assenza. Queste cose non sono impossibili ad essere ogni ora del giorno pensate da me, perciò che io non fui generato dalle querce del monte Appennino, né dalle dure grotte di Peloro, né dalle fiere tigri, ma da voi, cui amo piú che alcun’altra cosa: e di quelle cose che sono amate si deve dubitare. E andandomi queste sollecitudini per lo petto, qual parte di scienza vi potra mai entrare? E ancora manifestamente veggiamo che a niuna persona i futuri casi sono palesi. Chi sa se gl’iddii, non essendo io con voi, vi chiamassero subitamente a’ loro regni? la qual cosa sia lontana per molto tempo da voi. Ma se pure avvenisse, chi vi chiuderebbe con piú pietosa mano gli occhi nell’ultima ora gravati, che io farei? La qual cosa, se io vi sono lontano, come farò? E se a me lontano da voi questo accidente avvenisse, che veggiamo sovente avvenire, ché piú tosto si secca il giovane rampollo che ’l vecchio ramo, chi sará colui che [p. 73 modifica]piú pietoso di voi li miei chiudesse? Certo niuno! E chi porrebbe al mio foco l’acceso tizzone? Certo strana mano, e non la vostra. Adunque guardate a quello che voi avete pensato, e vedete ancora se convenevole cosa è che io, unico figliuolo di cosí fatto re come voi siete, vada studiando per lo mondo attorno. E però piú utile e migliore consiglio mi pare il far qui da Montorio o d’altre parti, ove piú sofficienti fossero, venire maestri in quella scienza la quale piú v’aggrada che io appari, e qui, nella vostra presenza, di miglior cuore, cessando ogni dubbio, apprenderò, e con piú diletto studierò, vedendovi continuamente in prosperevole stato».

Quando il re udi la risposta di Florio, ben conobbe il suo volere occulto, e che le scuse da lui porte, non da pietá che di suo padre avesse, ma dall’astuzia d’amore che a Biancofiore l’astringeva, nascevano; onde egli cosí gli disse: «Figliuolo, siano di lungi da noi gli avversi casi, i quali tu ora in forse metti nel futuro. E se pure avvenissero, ne sarai tanto vicino, che ben potrai al pietoso officio essere chiamato. Ma tu senza dovere ti rammarichi, ponendo inconvenevole cosa che un figliuolo di tal re, quale io sono, vada per le strane scuole studiando. Or dove ti mando io? Se tu riguardi bene, tu vai in casa tua e nel tuo regno a dimorare. E se non fosse che ’l troppo amore de’ padri verso i figliuoli li fa le piú volte pigri alle virtú, certo io m’atterrei al tuo consiglio di farti appresso di me studiare; ma acciò che niuno atto di pigrizia dal grande amore ch’io ti porto ti succedesse, mi fo io alquanto di contro a me medesimo rigido, dilungandoti un poco da me. E certo tu lo devi aver caro, perciò che la tua etá piú tosto richiede affanno che agio. Il sole, poi che Lucina chiamata dalla tua madre mi ti donò, quattordici volte ad un medesimo punto è ritornato nelle braccia di Castore e di Polluce, ed è entrato nel cammino usato per compiere la quintadecima, ed è giá al terzo della via, o piú avanti. Deh, se tu rifiuti, e dubiti d’andar cosí vicino a noi, come poss’io presumere che tu, per divenire valoroso, se accidente avvenisse, prendessi sopra te un grave affanno? Caro figliuolo, non si disdice a’ [p. 74 modifica]giovani disiderosi di pervenir valorosi prencipi, l’andare veggendo i costumi delle varie genti e nazioni del mondo. Giá sappiamo noi che Androgeo, giovane quasi dell’etá tua, solo figliuolo maschio di Minos re della copiosa isola di Creti, andò allo studio d’Atene, lasciando il padre pieno d’etá forse piú che io non sono, perché in Creti non era studio soffidente al suo valoroso intendimento. E Giasone, piú disposto all’arme che a’ filosofici studii, con nuova nave tentò i pericoli del mare per andare all’isola di Colcos a conquistare il Montone con la cara lana, e con esso eterna fama, perciò che ne’ suoi paesi mostrare non poteva la virtuosa forza sua, e giovanissimo abbandonò il vecchio padre senza alcuno erede: né l’onore del mondo, né i celestiali regni s’acquistano senza affanno. Io conosco manifestamente che affettuoso amore ti strigne a essere sempre meco, e che niuna altra cagione ti fa recusar l’andata; ma l’andare a Montorio non sará allontanarti da me. Onde, caro figliuolo, va, e sí sollecitamente con acconcio modo studia, che tu possa meco in breve tempo senza aver piú a studiare ricongiungerti, e venire valoroso giovane».

Allora Florio, non potendosi quasi piú celare, perciò che ira e amore dentro l’ardevano, rJspose: «Caro padre, né Androgeo né Giasone seguirono l’uno lo studio e l’altro l’arme, se non per avere il glorioso fine disiderato da loro: e questo è manifesto. E veramente a me non sarebbe piú grave il provare le tempestose onde del mare, né i pericoli della terra, andando molto piú lontano da voi, in qualunque parte del mondo, che ciascun di loro non fece, credendomi trovar la cosa da me disiderata e quietare la mia volontá. Ma che andrò io adunque cercando per lo mondo, se quello che amo, e quello che io disidero è meco? Voglio io andare perdendomi, e non sapere in che? Voletemi voi fare usare il contrario degli altri uomini che affannando vanno? Niuno è che affannando vada, se non a fine d’avere alcuna volta riposo: e io, partendomi di qui, fuggirò il riposo per affannare. Io non posso fare che io non mi vi scopra: egli è qui nella vostra real casa [p. 75 modifica]la nobile Biancofiore, la quale io sopra tutte le cose del mondo amo, e certo non senza cagione; e l’ultimo fine de’ miei disii è solamente vedere il suo bel viso, il quale è piú che matutina stella risplendente, ed è quello che disidero di studiare.

Onde io caramente vi priego che voi, come padre di figliuolo, abbiate pietá della mia vita, la quale senza fallo, dividendomi da Biancofiore, si dividerá da me. E acciò che ’l tempo in lungo sermone non s’occupi, vi dico che senza lei non sono disposto d’andare in alcuna parte del mondo, né vicina né lontana di qui. Se lei volete mandar meco, mandatemi ove volete, ché tutto mi parrá leggiero e grazioso l’andare. E dell’amore che io porto a costei vi dovete molto ben contentare, pensando che Amore abbia tanto bene per noi provveduto, che egli non ha consentito che io disiando donna lontana da’ nostri regni faccia sí come giá fece Perseo, il quale scelse tra le nere indiane Andromeda, e similmente Paris che degli altrui regni ne portò Elena insieme col foco che arse poi li suoi, e che cercando io lei non abbandoni voi vecchio. Adunque da poi che Amore in un regno, in una cittá, in una medesima casa m’ha conceduto dilettoso piacere, di sí grazioso dono gli siamo noi molti tenuti. E poi che cosí è, graziosamente vi priego che vi piaccia senza affanno lasciarmi questo singolar bene possedere».

Sí tosto come Florio tacque, il re, che non meno cruccioso era di lui, ben che nel sembiante allegro si mostrasse, alquanto turbato cosí gli rispose: «Ah, caro figliuolo, che è quel che tu dí? Io non avrei mai creduto che sí vile cagione ti ritenesse di volere andare a pervenire a cosí alto effetto, come è quello in che lo studiare nelle filosofiche scienze reca altrui. Solo la pietá di me vecchio credeva ti tenesse: ora hatti giá tanto insegnato Amore, che sotto spezie di veritá porga inganno a me tuo padre? Hai tu questo appreso nel lungo studio che io sotto la correzione di Racheo t’ho fatto fare? Oimè, che ora conosco pur manifestamente quello a che il tuo poco senno ti tira! e bene conosco che la verita da’ tuoi maestri mi fu porta, poi che cosí parli; e senza fine di [p. 76 modifica]te mi maraviglio, volendomi dare a vedere che di quel di che tu ed io piú ci dovremmo dolere, dobbiamo far festa e ringraziare Amore; e non pensi quanta sia la viltá, la quale ha il tuo animo occupato, disponendoti a dover cosí fatta femina, come tu ami, amare; della qual cosa doppiamente se’ da riprendere: principalmente d’avere avuta cosí poca costanza in te, che a sí vile passione, come è amare una serva, oltre misura hai lasciato vincere il tuo virile animo; appresso di non por mente quanti e quali siano i pericoli da questo amor giá proceduti e che procedono. Non udistú mai dire come miserabilmente Narciso per amore si consumò? e con quanta afflizione Biblide per amore divenne fontana? e che ancora gl’iddii sostennero noia di tal passione? e massimamente Apollo, il quale, di tutte le cose grandissimo medico, a sé medicina non poté porgere, poi che ferire s’ebbe lasciato, forse non per viltá ma per provare? e che, in breve, niuno è cui questo amore non dissecchi le midolla dell’ossa? E tu, inconsiderato, il vai seguendo! E ancora di tutto questo, tenendo lo stile della piú gente, ti potresti scusare; ma non consideri di cui ti sia inamorato, e per cui tu cosí faticosa passione sostenga: e ciò è per una serva nata nelle nostre case, la quale a te non si confarebbe in alcuno atto. Se ti fossi d’una valorosa e gran donna simile alla tua nobiltá inamorato, assai mi dorrebbe, ma pur mi sarebbe d’alcuna consolazione. Io non potrei mai sopra queste tanto dire quanto io disidero; ma perciò che so che ancora da te medesimo, senza riprensione alcuna, ti riconoscerai del tuo errore, e rimarra’ tene, mi tacerò. E se io credessi che ciò non avvenisse, certo leggiera cosa mi sarebbe ora con propria mano d’ucciderti. Ma acciò che tu seguiti lo studio, in questa parte, ancora che io conosca che manifesto biasimo ti sia menarti dietro per le strane scuole quella che tu sconciamente ami, ne seguirò il tuo volere; e sí tosto come tua madre, la quale alquanto non sana è stata, sí come tu puoi vedere, avra intera sanitá ricuperata, io la ti manderò a Montorio; e ora teco la manderei, se non fosse che senza lei tua madre in cotale atto non vuoi rimanere».

l [p. 77 modifica]

Turbossi alquanto Florio veggendo il padre turbato, ma non pertanto quasi lagrimando cosí rispose: «Padre mio, sí come voi sapete, né il sommo Giove, né il risplendente Apollo, da voi dianzi ricordato, né alcuno altro iddio ebbe all’amorevole passione resistenza; né tra’ nostri predecessori fu alcuno di viril forza tanto armato, né sí crudo, che da simile passione non fosse oppresso. Adunque, se io giovinetto contro a cosí generale cosa non ho potuto resistere, certo non ne sono cosí gravosamente da riprendere, come voi fate, ma èmmi da rimettere, pensando che il mio spirito non è stato sí villano, che per rigidezza abbia rifiutato quello che ciascun altro gentile ha sostenuto. E la mia forma, la quale mercé gl’iddii è bellissima, richiede tale uficio, piú tosto che alcuno altro. E che si potrá giustamente dire a me s’io amo, poi che ad Ercole e ad Aiace uomini robusti non si disdisse? Appresso dite che gravoso vi sembra pensando la qualitá della femina che io amo, perciò che popolaresca e serva la reputate; e io vi credo in parte ignorante di qual sangue questa giovane, cui amo, sia discesa, sí come quegli che ingiustamente il suo padre valoroso, resistente con picciola schiera alla vostra moltitudine, uccideste, il qual forse non fu di minor qualitá che voi siate, pensando alla grandezza di tanto animo quanto nella sua fine mostrò. E ancora che certamente noi sappiamo, noi pure abbiamo udito che la madre di costei, la quale voi non serva prendeste, discese dell’alto sangue del vittorioso Cesare, giá conquistatore de’ nostri regni. E posto che manifestamente la nazione di questa giovane esser vile si conoscesse, conosciamo lei essere tanto gentile o piú, quanto se d’imperiale progenie nata fosse, se riguardiamo con debito stile che cosa gentilezza sia, la quale troveremo ch’è solo virtú d’animo. E qualunque uomo con animo virtuoso si trova, quegli debitamente si può e deve dir gentile. E in cui si vide giá mai tanta virtú, quanta in costei si trova e vedesi manifestamente? Ella è di tutte generalmente vera fontana. In lei pare la prudentissima evidenza della cumana Sibilla ritornata; né fu la casta Penelope piú temperata di costei, né Porzia, figliuola di [p. 78 modifica]Catone, piú forte negli avversi casi, né con piú egualitá d’animo. Liberalissima la veggiamo. La grazia della sua lingua si potrebbe agguagliare alla dolcissima eloquenza dell’antico Cicerone. A cui mai tante grazie concedettero gl’iddii quante a questa sommamente virtuosa? Adunque senza comparazione è gentile. Non fanno le vili ricchezze, né gli antichi regni, sí come voi forse, essendo in un errore con molti, estimate, gli uomini gentili né degni posseditori de’ grandi oficii: ma solamente quelle virtú che costei tutte in sé racchiude. Deh, ora come mi poteva o potrebbe giá mai Amore di piú nobil cosa far grazia? Questa ha in sé una singolar bellezza, la quale passa quella che Venere teneva, quando ignuda si mostrò nella profonda valle dell’antica selva chiamata Ida a Paris, la quale, ognora che io la veggio, m’accende nel cuore uno ardore virtuoso sí fatto, che, s’io d’un vil ribaldo nato fossi, mi faria subitamente divenir gentile. Niuna volta è che io i suoi lucentissimi occhi riguardi, che da me non fugga ogni vile intendimento, se alcun n’avessi. Adunque, poi che questa a virtuosa vita mi mena, non che è ella gentile, come sopra detto è, ma se fosse la piú vil femina del mondo, si è ella da dovere essere amata da me sopra ogni altra cosa. Ma poi che tanto v’aggrada che io studii, acciò che reputato non mi possa essere in vizio il non obbedirvi, farollo volontieri; ma se mia vergogna vi sembra che costei per le strane scuole mi venga seguendo, levate la cagione acciò che non seguiti l’effetto: non vi mandate me, il quale sono però presto d’andarvi, poi che a voi piace e poi che mi promettete di mandarmi lei. Siano de’ loro amori ripresi la trista Mirra e lo scellerato Tereo e la lussuriosa Semiramis, li quali sconciamente amarono, e me piú non riprendete, se la mia vita v’aggrada». Non rispose piú il re a Florio, però che egli vedeva. largamente che volendo parlare con lui avrebbe di gran lunga perduto, ma lasciandolo solo, si partí da lui, e gli comandò che egli acconciasse il suo arnese, acciò che la seguente mattina s’andasse a Montorio.

Alle parole state tra il re e Florio non era guari lontana [p. 79 modifica]la misera Biancofiore, ma, in alcun luogo celata, con intentivo animo tutte l’avea notate, ascoltando quello che ella non avrebbe voluto udire. E bene aveva con grave doglia inteso l’aspre riprensioni fatte a Florio per l’amore che egli a lei portava, e similmente udito aveva dispregiarsi dal re, dicendo che serva era e di vile nazione discesa; ma di ciò la buona difensione di Florio, fatta in aiuto di lei, le rendé molto il perduto conforto. Ma quando ella dire udí a Florio: ‛poi che mandare mi dovete Biancofiore a Montorio, io v’andrò’, allora dolore intollerabile l’assalí, perciò che manifestamente conobbe l’iniquo intendimento del re, il quale questo imprometteva per piú leggiermente poter Florio allontanare da lei; e cominciò con tacito pianto a lagrimare e a dire tra sé cosí: «Oimè, Florio, solo conforto dell’anima mia, cui io tutta mi donai per mia salute quel giorno che tu in prima mi piacesti, ora cui credi tu e a quali parole t’hai lasciato ingannare? Or non vedi tu ch ’el prometteva di mandarmiti, perché consentissi all’andata, sí come hai fatto? Egli non mi manderá mai dove tu sia. Deh, non conosci tu la falsitá del tuo padre? Certo non che egli mandi me a te, ma egli non lascerá mai venire te lá dove io sia. Tu ti se’ lasciato ingannare con meno arte che non si lasciò Issifile: e quella era femina! Ella credette alle parole, agli atti, alla fede promessa e alle lagrime dello ingannatore; ma tu se’ per la menoma di queste cose stato ingannato, e hai detto sí di quella cosa che laido ti sarebbe a tornare adietro; e non hai conosciuto ch’egli, non disideroso del tuo studio, ma di trarmi dalla tua memoria, t’allontana da me, acciò che per distanza tu mi dimentichi! Oimè, or dove abbandoni tu, o Florio, la tua Biancofiore? Ove n’andrai tu con la mia vita? O me misera, e io senza vita come rimarrò? E se a me vita rimarrá, come sará ella fatta trovandomi senza esser teco continuamente e senza vederti? O luce degli occhi miei, perché ti fuggi tu da me? Oimè, quale speranza mi potrá mai di te riconfortare, che con la bocca hai impromessa la partita? O beata Arianna, che, ingannata dal sonno e da Teseo, dopo alcune lagrime meritò [p. 80 modifica]miglior marito! E piú felice Fedra, che col suocero in nome d’amante finí il disiato cammino! Or mi fosse stata lecita l’una di queste felicitá: o essere stata da te con inganno abbandonata, o averti potuto seguire. Oimè, se quello amore che tu m’hai piú volte con piacevole viso mostrato è vero, perché nel cospetto del crudel tuo padre non piangevi tu, veggendo che i prieghi non ti valeano? E non ti si disdiceva, ché ciascuno sa che niuno può dar legge agli amorevoli atti, però che la forza d’amore tiene l’uomo, piú che alcun altro vincolo, stretto. Io credo che, se le tue lagrime fossero state con soavi prieghi mescolate, egli avrebbe conceduto che tu fossi prima qui rimaso che vedutoti piú lagrimare, perciò che la pietá, che sarebbe stata da avere di te, avrebbe vinto e rimutato il suo nuovo proponimento: ché tutti i padri non hanno gli animi feroci contro a’ figliuoli come ebbe Bruto, primo romano console, il quale giustamente per la sua crudeltá fu da riprendere. Ma, oimè!, se ’l tuo amore non è falso, tu dovevi sofferire aspri tormenti prima che consentir di dovervi andare, o almeno, per consolazione di me misera, farviti quasi per forza menare. E in questo non ti si disdiceva l’essere al tuo padre disubbidiente, perciò che, quando cosa impossibile si dimanda, è lecito disdirla. Come ti sará egli possibile il partirti senza me, se le tue parole a me dette per adietro non sono quali furono quelle del falso Demofoonte a Fillis, il quale la promessa fede e le vele della sua nave diede ad un’ora a’ volanti venti? Oimè, potrai tu in alcuna parte senza core andare? Tu mi solevi dire ch’io l’aveva nelle mie mani, e che io sola era l’anima e la vita tua: ora se tu senza queste cose ti parti, come potrai tu vivere? O me misera, quanto dolore è quello che mi strigne, pensando che tu contro a te medesimo sia incrudelito, né hai avuta alcuna pietá alla tua vita! Or con che viso ti potrò io pregare che della mia t’incresca, alla quale alcuna compassione dovresti avere avuta, pensando che per te la metterei ad ogni pericolo prima che da te allontanarmi? Ma tu avrai, partendoti, guadagnata la tua morte e la mia: e se morte no, vita piú dolorosa che morte non ci falla! [p. 81 modifica]Tu te n’andrai a Montorio col vero corpo, e io misera rimarrò seguendoti sempre con la mente; né mai in alcuna parte senza me sarai, e niun diletto sará da te preso, che io col lamentevole disio non ti seguiti ognora. Né sia per te fatto alcuno studio che io similmente imaginando non istudii, disiderando piú tosto di convertirmi in libro per essere da te veduta, che stare nella mia forma da te lontana. Ma certo la fortuna e gl’iddii hanno ragione d’essere avversi a’ nostri disii, co’ quali abbiamo si lungamente avuto spazio di poter toccare l’ultime possanze d’amore, e mai non le tentammo: la qual cosa forse, se fatta fosse stata, o piú forte vincolo avrebbe me teco e te meco legato, per lo quale partiti non potremmo essere stati di leggieri, sí come ora saremo, o quel che ci strigne sarebbe in tutto o nella maggior parte soluto, e non mi dorrebbe tanto la tua partenza. Certo per le dette ragioni me ne duole, ma per la servata onestá sono contenta che la nostra etá sia stata casta, alla quale ancora ben bene sí fatta cosa non si conveniva. E appresso credo che forse gl’iddii ci serbano a piú lieti congiungimenti, e con migliore cagione: ma, o me dolente, che questo non so io, né giá per tale speranza il mio dolor si scema! Or volessero gl’iddii che, poi che dividere mi debbono da te, che se’ solo mio bene, mia luce e mia speranza, mi fosse lecito il morire! Oimè, Aretusa, quanto miserabilmente, fuggendo il tuo amante, divenisti fontana! e io piú affannata di dolore che tu di paura, non sono da loro udita! Oimè, Ecuba, quanto ti fu felice nel tuo ultimo dolore, poi che morte t’era negata, il convertirti in cane! io ti porto invidia, e similmente alla tua morte! O Meleagro, la cui vita dimorava nel fatato tizzone, io disidererei che i tuoi fati fossero rivolti sopra me. O sommi iddii, se gli afflitti e miseri amanti meritano d’essere uditi, vi priego che di me v’incresca, e che voi al mio dolore o fine o conforto senza indugio mandiate. E tu, o Florio piú che crudele, che te ne vai, in veritá mai nel tuo aspetto non conobbi che crudeltá in te dovesse aver luogo; ma poi che allontanandoti il dimostri, il conosco. Io ti giuro per l’anima della mia madre che mai [p. 82 modifica]senza continua sollecitudine non sarò, sempre pensando com’io a vedere ti possa venire in qualche modo. Io allegra sarò s’a te mi manderanno, e se non sarò mandata, io pur ne verrò».

Florio, che malvolentieri a’ piaceri del padre avea consentito, ricevuto il comandamento di doversi partire la seguente mattina, e partito il re da lui, solo pensando si pose a sedere, e tra se medesimo dicea: «Oimè, che ho io fatto? Ah, che ho io consentito alla mia medesima distruzione, per ubbidire il crudel padre! Or come mi potrò io mai partire senza Biancofiore? Deh, or non poteva io almeno dicendo pur di no, aspettare quello ch’egli avesse fatto? Di che aveva io paura? Ucciso non m’avrebbe egli, ché io uccidere non m’avrei lasciato. Niuna peggior cosa mi poteva fare che cacciarmi da sé: la qual cosa ei non avrebbe mai fatta; ma se pur fatta l’avesse, Biancofiore non sarebbe rimasa, perciò che meco la ove che io fossi andato l’avrei menata: la quale io piú volontieri, senza impedimento d’alcuno, liberamente possederei, che non farei la grande ereditá del reame che m’aspetta. Ma poi che promesso l’ho, io v’andrò, acciò che non paia ch’io voglia ogni cosa fare a mio senno. Egli m’ha impromesso di mandarlami; se non la mi manderá, io avrò legittima cagione a venirmene, dicendo: ‛Voi non m’atteneste l’impromesso dono: io sostenere non posso di stare piú lontano da lei per ubbidire voi’. E da quell’ora in avanti mai piú un tal sí mi trarrá dalla bocca, quale egli ha oggi fatto. S’egli me la manderá, molto piú sarò contento d’esser con lei lontano da lui che in sua presenza stare, e piú beata vita mi reputerò d’avere». E con questo pensiero si levò, e andò in quella parte ov’egli trovò Biancofiore, che tutta di lagrime bagnata ancora miseramente piangeva; cui egli, quasi tutto smarrito guardandola, disse:

«Oimè, dolce anima mia, qual è la cagione del tuo lagrimare?». La quale prestamente levatasi in piè, forte piangendo gli si fece incontro, e disse: «Oimè, signor mio, tu m’hai morta: le tue parole sono sola cagione del mio pianto. O malvagio amante, non degno de’ doni della santa dea, alla quale i nostri cuori sono disposti: oh, come avestú core di dir tu [p. 83 modifica]medesimo sí di dovermi abbandonare? Deh, or non pensi tu dove mi lasci? Io tenera pulcella sono lasciata da te, sí come la timida pecora tra la feritá de’ bramosi lupi. Manifesta cosa è che ogni onore, che io qui riceveva, m’era per lo tuo amore fatto, non perch’io degna ne fossi, sí come a colei che era tua sorella da molti reputata per lo nostro egual nascimento. E molti, invidiosi della mia fortuna, a me, per loro stimazione prospera e benivola tenuta per la tua presenza, ora, partendoti tu, non dubiteranno la loro iniquitá dimostrare con aperto viso, avendola infino a qui per tema di te celata. E ora volessero gl’iddii che questo fosse il maggior male che della tua andata mi seguitasse! ma tu mi lasci l’animo infiammato del tuo amore, per la qual cosa io sempre spero d’avere senza te angosciosa vita! la quale, ancor che da te non abbia meritata, mi fia bene investita, perciò che, quando da prima ne’ tuoi begli occhi vidi quel piacere, che poi a’ tuoi disii mi legò il cuore con amoroso nodo, senza pensare alla mia qualitá vile e popolaresca, e ancora in servitudine, e atta in niuna maniera da potere alla tua magnificenza adequare, mi lasciai con isfrenata volontá pigliare, aggiungendo al tuo viso piacevolezza col mio pensiero. Onde se tu, ora, abbandonandomi come cosa da te debitamente poco cara tenuta, e Amore costringendomi di te, da me stoltamente amato, con grave doglia mi punite, faccendomi riconoscere la mia gran follia, questo non posso io né altri dire che si sconveriga. E se non fosse che io fermamente credo che alcuna parte di quella fiamma amorosa, la qual pare che per me ti consumi, t’accenda il cuore, se vero è che ogni amore acceso da virtú, com’è il mio verso di te, sempre accese la cosa amata, sol che la sua fiamma si manifesti, io avrei sconciamente nociuto alla mia vita, perciò che Cupido da piccolo spazio in qua m’ha piú volte posto in mano quella spada, con la quale la misera Dido nella partita d’Enea si passò il petto, acciò che io quello uficio esercitassi in me: e certo io l’avrei per me volentieri fatto, ma, dubitando d’offendere quella piccola particella d’amore che tu mi porti, mi ritenni, tenendo sol la mia vita cara per piacere a te. Ma [p. 84 modifica]gl’iddii sanno quale ella sará partendoti tu, però che io non credo che mai giorno né notte fia, che io non sofferi molto piú aspri dolori che il morire non è. Ma forse tu ti vuogli scusare che altro non puoi, ma non bisogna scusa al signore verso il vassallo: tanto pure udii io che tu con la tua bocca dicesti d’andare a Montorio! Oimè, or m’avessi tu detto prima: ‛Biancofiore, pensa di morire, perciò che io intendo d’abbandonarti’ , che dire sí, a fidanza delle vane e false parole del tuo padre, il quale promise di mandarmi a te. Certo egli nol fará giammai, perciò che egli guarda di farti tanto da me star lontano, che io possa essere uscita della tua mente». Queste e molte altre parole, piangendo e tal volta porgendogli molti baci amorosi, diceva Biancofiore, quando Florio non potendo le lagrime ritenere, rompendole il parlare, le disse cosí:

«Oimè, dolce anima mia, or che è quello che tu dí? Come potrei io mai consentire se non cosa che ti piacesse? Tu ti duoli della menoma parte de’ nostri danni. Principalmente giá sai tu che mai per me onorata non fosti, ma solo la tua virtú è stata sempre cagione debita agli onoranti di tale onore: la qual virtú per la mia partita non credo che manchi, né similmente l’onore. E chi sarebbe mai quegli che contra te potesse incrudelire, o per invidia o per altra cagione? certo nullo; e se pure alcuno ne fosse, io non sarò sí lontano che tu di leggieri non possa farlomi sentire, acciò che io con subita tornata qui punisca l’iniquitá di quello: e però di questo vivi sicura e senza pensiero. Ma, oimè, di quel foco, del qual tu dí che io ti lascio l’anima accesa, io ardo tutto! E nel vero, mentre che io starò lontano da te, la vita mia non sará meno angosciosa che la tua: e io lo sento giá, perciò che nova fiamma mi sento nel cuore aggiunta. Ma senza fine mi dogliono le parole che tu dí, avvilendoti senza alcuna ragione. E certo di quello ch’io ora ti dirò, non me ne sforza amore né me n’inganna, ma è cosí la veritá come io stimo in te. Niuna virtú né bel costume fecero piú gentilesca creatura nell’aspetto, che i tuoi te senza fallo fanno. La chiaritá del tuo viso passa la luce d’Apollo, né la bellezza di Venere si può adequare alla [p. 85 modifica]tua. E la dolcezza della tua lingua farebbe maggiori cose che non fece la cetra del trazio poeta o del tebano Anfione. Per le quali cose l’eccelso imperador di Roma, gastigatore del mondo, ti terrebbe cara compagna; e ancora più: egli è mia opinione che, se possibil fosse che Giunone morisse, niuna piú degna compagna di te si troverebbe al sommo Giove. E tu ti reputi vile? Or che ha la mia madre piú di valore di te, la quale nacque di ricchissimi re d’Oriente? certo niuna cosa: né di tanto, traendone il nome, ch’è chiamata reina. Adunque per lo tuo valore se’ tu da me degnamente amata, sì com’io poco inanzi dissi a mio padre. E cessino gl’iddii che tu in alcuno atto o per alcuna cagione t’avessi offesa o t’offendessi, perciò che nessuna persona m’avrebbe potuto ritenere, che io subitamente non mi fossi con le proprie mani ucciso. Vera cosa è questa, e ben la conosco, che, consentendo io l’andata mia a Montorio, a te dessi gravoso dolore: ma certo e’ non dolse piú a te che a me. Ma che volevi tu che io facessi piú avanti? Volevi tu che io con mio padre avessi sconce parole per quello che ancora si può ammendare? Se a te tanto dispiace la mia andata, comanda che io non vi vada: ed egli potrà assai urtare il capo al muro, che non ci andrò! E se tu consenti che io vi vada, egli m’ha promesso di mandarmiti: la qual cosa se egli non farà, io volgerò tosto i passi indietro, perciò che io so bene che senza te vivere non potrei lungamente. E non pensare che, per allontanarmi da te, egli mi possa mai trarre te della mente: anzi, quanto piú ti sarò col corpo lontano, tanto piú ti starò con l’animo vicino. E certo impossibile sarebbe che io mai ti dimenticassi, ancor che tutto Lete per la bocca mi passasse; però, anima mia, confortati, e lascia il lagrimare, e fa ragione ch’io sia sempre teco, e non pensare che ’l mio amore sia lascivo come fu quello di Giasone e di molti altri, i quali per nuovo piacere senza niuna costanza si piegavano. Veramente io non amerò mai altra che te, né mai altra donna signoreggerá l’anima mia se non Biancofiore». E dicendo queste parole, piangevano amendui teneramente, spesso guardando l’un l’altro nel viso, [p. 86 modifica]e tal volta asciugando ora col dilicato dito, ora col lembo del vestimento, le lagrime dei chiari visi.

Nel tempo della seconda battaglia stata tra ’l magnifico giovane Scipione Africano e Annibale cartaginese tiranno, essendo giá la fama del valore di Scipione grandissima, avvenne che uscito del campo d’Annibale un cavaliere in fatti d’arme virtuosissimo, chiamato Alchimede, con molti compagni per prender preda nel terreno de’ romani, acciò che ’l campo d’Annibale copioso di vettovaglia fosse, Scipione, uscitogli incontro, dopo gran battaglia tra loro fatta, gli sconfisse, e lui ferí mortalmente abbattendolo al campo. Alchimede vedendosi abbattuto, e sentendosi solo, da’ suoi abbandonato e ferito a morte, alzò il capo, e riguardò il giovane, il quale la sua lancia aveva a sé ritratta, forse per riferirlo, e videlo nel viso piacevole e bello, e niente pareva robusto né forte come i suoi colpi il facevano sentire, a cui egli gridò: «O cavaliere, non ferire, perciò che la mia vita non ha bisogno di piú colpi a essere cacciata di quelli che io ho, né credo che il sole tocchi l’esperie onde che l’anima mia fia a quelle d’Acheronte. Ma dimmi se tu se’ quel valoroso Scipione cui la gente tanto nomina virtuoso». Il quale Scipione, riguardandolo, e udita la voce, il riconobbe, perciò che in altra parte aveva la sua forza sentita, e disse: «O Alchimede, io sono Scipione». Allora Alchimede gli porse la destra mano, e con fievole voce gli disse: «Disarma il giá morto braccio, e quello anello il quale nella mia mano troverai, prendi e guardalo, perciò che in lui questa mirabile virtú troverai: che a qualunque persona tu il donerai, ella, riguardando in esso, conosceni incontanente se noioso accidente avvenuto ti sia, perciò che il colore dell’anello vedrá mutato, e sí tosto come l’avra veduto, la pietra tornerá nel primo colore bella. E a me per tale cagione il donò Asdrubale, fratello del mio signore Annibale, a cui tu tanto se’ avversario, quando di Spagna mi partii da lui, che piú che sé m’amava. Io sento al presente la mia vita fallire, e solo d’alcuno amico; onde, se io qui muoio, con esso meco perderassi, o troverallo alcuno il quale forse la sua virtú non [p. 87 modifica]conoscerli, o forse non sará degno d’averlo: e però io amo meglio che tu, ancor che offeso m’abbi, il tenga in guiderdone della tua virtú, che altri il possegga per alcuno de’ detti modi». E detto questo, la debile testa sopra il destro omero abbassò, e dopo picciolo spazio si morí. Scipione, prestamente disarmata la mano del rilucente ferro, piú disioso della virtú dell’anello che del valore, trovò il detto anello bellissimo, e di fino oro il suo gambo, la pietra del quale era vermiglia, e molto chiara e bella: il quale egli prese, e, mentre che visse, con gran diligenza il guardò. Ma poi, venendo d’uno discendente in altro della casa, pervenne al valoroso Lelio, il quale, essendo consueto d’andare sovente per bene della repubblica, come valoroso cavaliere non tralignante da’ suoi antichi, fuori di Roma contro a’ resistenti, donò questo anello alla misera Giulia, dicendole la virtú, acciò che ella senza cagione di lui non dubitasse. E quando fu l’infortunato caso da non ricordare, l’aveva ella in mano, e per dolore sel trasse e diello a guardare a Glorizia, dicendo: «Omai non ho io di cui viva piú in dubbio, né per cui la virtú del presente anello piú mi bisogni». Ma dopo la morte di Giulia, Glorizia lo donò a Biancofiore, dicendo come primieramente del padre di lei era stato, e appresso della madre, e la virtú di lui: il quale Biancofiore lungo tempo caramente aveva guardato. E ricordandosene allora, andò per esso e portollo la dove Florio era, e cosí cominciò piangendo a parlare:

«Deh, perché s’affannano le nostre mani a rasciugar le lagrime de’ nostri visi nel principio del nostro dolore? Sia di lungi da me che io mai ristea di lagrimare, mentre che tu sarai lontano da me. Oimè, perché tu mi dí: ‛comanda ch’io non vada a Montorio’? Deh, or perché bisogna egli che io tel comandi? Non sai tu come io volontieri vi ti vedrò andare? Tu lo dovresti ben pensare. Io volontieri lo farei, se convenevole mi paresse; ma perciò che io non disidero meno che ’l tuo. dovere s’adempia che ’l mio volere, poi che tu promettesti d’andarvi, fa che tu vi vada, acciò che vituperosa cosa non paia, volendotene rimanere, il disdire quel che tu [p. 88 modifica]hai promesso. E acciò che le tue parole non paiano vento, io concedo, cosí volontieri come amore me ’l consente, che tu vi vada, anzi che tu adempia il piacer del tuo padre. Ma sopra tutte le cose del mondo ti priego che tu nell’assenza non mi dimentichi per alcun’altra giovane. Io so che Montorio è copioso di molti diletti; tutti ti priego che da te siano presi, solamente agli occhi tuoi ponendo freno quando le vaghe giovani scalze vedrai andare per le chiare fontane, coronate delle frondi di Cerere, cantando amorosi versi, perciò che a’ loro canti giá molti giovani furono presi: perché se io sentissi che alcuna con la sua bellezza di nuovo t’infiammasse, come furiosa m’ingegnerei di venir dove tu ed ella foste; e se io la trovassi, con le proprie mani la squarcerei tutta, né nel suo viso lascerei parte che graffiata non fosse dalle mie unghie, né niuno ordine avrebbero i composti capelli che io, tutti tirandoglile di capo, nol rompessi; e dopo questo, per vituperevole ed eterna tua memoria, co’ proprii denti del naso la priverei: e questo fatto, me medesima ucciderei. Questo però non credo, ben che possibile sia, dovere avvenire: ma come leale amante ne dubito, e però lo dico. Tu avrai molti altri diletti, e ciascuno s’ingegnerà di piacerti, acciò che io ti dispiaccia: ma mi fido nella tua lealtá. E perciò che io sono certa che come tu in molti e varii diletti starai, cosí io in molte avversitá, le quali forse non ti potrò far note sí com’io vorrei, ti voglio pregare, poi che gl’iddii adoperano verso noi tanta crudeltá, e la fortuna mostra le sue forze in dipartirci, che ti piaccia, per amore di me, portar questo anello, il quale, mentre che io senza pericolo dimorerò, sempre nella sua bella chiarezza il vedrai, ma, come io avessi alcuna cosa contraria, tu il vedrai turbare. Io ti priego che allora senza alcun indugio mi venga a vedere: e priegoti che tu sovente il riguardi, ogni ora ricordandoti di me che tu lo vedi. Piú non ti dico, se non che sempre il tuo nome sará nella mia bocca, come quello che è nella memoria segnato, e nello inamorato cuore col tuo bel viso figurato. Tu solo sarai i miei iddii, i quali pregar debbo della mia felicitá: a te saranno tutte le mie orazioni diritte, come a colui in cui le mie speranze [p. 89 modifica]e’ miei pensieri tutti si fermano per aver pace. E brevemente una cosa ti ricordo: che s’egli avviene che il tuo padre non mi mandi a te sí come promesso t’ha, che il tornare tosto faccia a tuo potere, perciò che se troppo senza vederti dimorassi, lagrimando del tutto mi consumerei». E dette queste parole, piangendo gli si gittò al collo; né prima abbracciando si giunsero, che i loro cuori, da grieve doglia costretti per la futura partenza, paurosi di morire, a sé rivocarono i tementi spiriti, e ogni vena vi mandò il suo sangue a render caldo, e i membri abbandonati rimasero freddi e vinti, ed essi caddero semivivi, prima che Florio potesse alcuna parola rispondere. E cosí, col natural colore perduto, stettero per lungo spazio, sí che chi veduti gli avesse, piú tosto morti che vivi giudicati gli avrebbe. Ma dopo certo spazio, il core rendé le perdute forze a’ sopiti membri di Florio, il quale tornò in sé tutto debole e rotto, come se un gravissimo affanno avesse sostenuto; e tirando a sé le braccia, gravate dal candido collo di Biancofiore, si dirizzò, e vide ch’ella non si moveva, né alcun segnale di vita mostrava. Allora pieno di smisurato dolore, con gran fatica si ritenne che la seconda volta non cadesse: e disiderato avrebbe d’esser subitamente morto; ma veggendo che ’l dolore nol consentiva, piangendo forte si tolse la semiviva Biancofiore in braccio, e temendo forte che la misera anima non avesse abbandonato il corpo e mutato mondo, con timida mano cominciò a cercare se alcuna parte trovasse nel corpo calda, la quale di vita rendesse speranza. Ma poi che egli dubbioso non consentiva alla veritá, ché forse caldo trovava e parevagli essere ingannato, cominciò piangendo a baciarla, e diceva: «Oimè, Biancofiore, or se’ tu morta? Dov’è ora la tua bella anima? In quali parti va ella senza il suo Florio errando? Oimè, or come poterono gl’iddii essere tanto crudeli che essi abbiano alla tua morte consentito? O Biancofiore, deh, rispondimi! Oimè, ch’io sono il tuo Florio che ti chiama! Deh, tu mi parlavi dianzi con tanto affetto, disiderando di mai da me non ti partire, ed ora non mi rispondi? Se’ tu cosí tosto sazia di essere meco? Oimè, [p. 90 modifica]che gl’iddii manifestano bene che ora di me sono invidiosi, e che m’hanno in odio. Ma di questo male m’è piú cagione il mio crudel padre, il quale ha sí subitamente affrettata la mia partita. O crudele padre, tu l’avrai interamente! Le parole da me dette questa mattina ti saranno dolente augurio e oggi ti faranno dolente apportatore del foco, dove tu miseramente ardere mi vedrai: la tua crudeltá è stata cagione della morte di costei, ed ella e tu sarete cagione della mia. Vivere possa tu sempre dolente dopo la mia morte, e gl’iddii prolunghino gli anni tuoi in lunga miseria! Or ecco, o anima graziosa, ove che tu sia, rallegrati, ch’io m’apparecchio di seguitarti, e quali noi fummo di qua congiunti, tali tra le non conosciute ombre in eterno amandoci staremo insieme. Una medesima ora, un medesimo giorno perderá due amanti, e alle loro pene amare sará principio e fine». E giá aveva posto mano sopra l’aguto coltello, quando egli si chinò prima per baciare il tramortito viso di Biancofiore, e chinandosi il trovò riscaldato, e vide muovere i palpebri degli occhi, che con bieco atto riguardavano verso lui. E giá il tiepido caldo, che dal core rassicurato movea, entrando pe’ freddi membri, recando le perdute forze, addusse un sospiro angoscioso alla bocca di Biancofiore, e disse: «Oimè!». Allora Florio udendo questo, quasi tutto riconfortato, la riprese in braccio, e disse: «O anima mia dolce, or se’ tu viva? Io m’apparecchiava di seguitarti nell’altro mondo». Allora si dirizzò Biancofiore con Florio insieme, e ricominciarono a lagrimare. Ma Florio, veggendola levata, disse: «O sola speranza della vita mia, dove se’ tu infino a quest’ora stata? Qual cagione t’ha tanto occupata? Io stimavo che tu fossi morta! Oimè, perché pigli tu tanto sconforto per la mia partita? Tu la mi concedi in prima con le parole, e poi con gli atti pieni di dolor la mi vieti. Io ti giuro pe’ sommi iddii che, s’io vi vado, o tu verrai tosto a me sí come promesso m’ha il mio padre, o io poco vi dimorerò, che io tornerò a te; e mentre che io la dimorerò, e ancora mentre ch’io starò in vita, mai altra giovane che te non amerò. E però confortati, e lascia [p. 91 modifica]tanto dolore: ché, s’io credessi che questa vita dovessi tenere, io in niuno atto v’andrei; e s’io pur v’andassi, credo che pensando al tuo dolore morrei. E promettoti per la leal fede che io ti porto, come a donna della mia mente, che il presente anello, il quale ora donato m’hai, sempre guarderò, tenendolo sopra tutte le cose caro, e spesso riguardandolo, sempre imagínerò di vederti. E se mai accidente addiviene ch’egli si turbi, che Iddio non lo voglia, niuno accidente mi potrá ritenere ch’io non sia a te senza alcuno indugio: e però ti priego che tu ti conforti». Queste parole, e altre molte, con amorosi baci mescolati di lagrime e di sospiri, furono tra Florio e Biancofiore quanto quel giorno mostrò la sua luce; ma poi che egli chiudendola divenne tenebroso, i due amanti pensosi, teneramente dicendo: ‛A Dio!’si partirono, tornando ciascuno sospirando alla sua camera.

Quella notte fu a’ due amanti molto gravosa, e non fu senza molti sospiri trapassata, ancor che assai breve la reputassero, perciò che piú tosto avrebbero voluto quelle pene sostenere essendo cosí vicini, che doversi il vegnente giorno dipartire. Ma poi che il sole sparse sopra la terra la sua luce, e i cavalli e la compagnia di Florio furono nella gran corte del real palagio apparecchiati aspettando lui, Florio si levò, e con lento passo n’andò davanti al re e alla reina, dove Biancofiore similmente pensosa giá era venuta; e fatta la debita riverenza al padre, e preso congedo dalla madre, la quale, in vista non sana, giaceva sopra un ricco letto, prima si voltò verso il re e verso la madre, e caramente raccomandò loro Biancofiore, pregandoli che tosto gliela mandassero, e poi abbracciata Biancofiore, nella loro presenza la baciò dicendo: «A te sola rimane l’anima mia; chi ononera te onorerá me»; e appena, cosí parlando, costrinse per vergogna le lagrime, che ’l grave dolore che al cuor sentiva si sforzava di mandar per gli occhi fuori, e appena con voce intera poté dire: «Rimanetevi con Dio»; e, discese le scale, salí a cavallo, e senza piú indugio si partí.

Molto dolse a tutti la partita di Florio, posto che il re [p. 92 modifica]e la reina contenti ne fossero, credendo che il loro avviso dovesse per quella partita venir fatto; ma sopra tutti dolse a Biancofiore. Ella l’accompagnò infino a’ piè delle scale, senza far motto l’uno all’altro; e poi che a cavallo il vide, riguardando lui con torto occhio, tacita se ne tornò indietro, e salí sopra la piú alta parte della real casa, e quivi, guardando dietro a Florio, stette tanto, quanto le fu possibile di vederlo. Ma poi che piú veder noi poté, ella, accomandandolo agl’iddii, si tornò alla sua camera, faccendo sí gran pianto, che ne sarebbe preso pietá a chiunque udita l’avesse o veduta, e dicendo cosi: «Oimè, Florio, ora pur te ne vai tu: or pure ho veduto quello che io non credetti mai che gli occhi miei sostenessero di vedere! Deh, or quando sani che io ti rivegga? Io non so come io mi faccia; io non so come senza te possa vivere. Oimè, perché ieri non mori’ io nelle tue braccia, quando fui sí presso alla morte, che tu credesti che morta fossi? Io non sentirei ora questa doglia per la tua partenza, e l’anima mia ne sarebbe ita lieta, in qualunque mondo ne fosse ita, essendo io morta in sí beato loco». Glorizia, la quale allato le sedea, piangendo forte per pietá di lei, la confortava quanto piú poteva, dicendo: «Oh, Biancofiore, pon fine alle tue lagrime: vuoi tu piangendo guastare il tuo bel viso, e consumarti tutta?’Tu ti dovresti ingegnare di rallegrarti, acciò che la tua bellezza conservata moltiplicasse sí, che, qiuando tu andrai a Montorio, tu piacessi a Florio, il quale, se consumata ti vedrá, ti rifiuterá: e io credo che tu vi sarai tosto mandata, sí come io ho udito dire al re. Confortati, che se Florio sapesse che tu questa vita menassi, egli s’ucciderebbe. Or che faresti tu se egli fosse andato piú lontano, dove a te non fosse lecito l’andare? Eh, non si vuoi far cosí! Usanza è che gli uomini e le donne innamorate spesso abbiano per partenza o per altro accidente alcune pene: ma non tali chente tu le prendi; pensa che questa vita tu durare non potresti lungamente, e, se tu morissi, tu faresti morire anche lui: adunque se per amore di te non vuoi prendere conforto, prendilo per amor di lui, acciò che e’ viva». E con cotali parole e con molte altre appena la poté racconsolare. [p. 93 modifica]

Florio partito molto si turbò nel viso, mostrando il dolore che l’angoscioso animo sentiva. Ma alcuni de’ suoi compagni andavano lasciando i volanti uccelli alle gridanti grue, faccendo loro fare in aria diverse battaglie. E altri con gran romore sollecitavano per terra i correnti cani dietro alle paurose bestie. E cosí, chi in un modo e chi in un altro, andavano prendendo diletto, mostrando a Florio alcuna volta queste cose, le quali molta piú noia gli davano che diletto: perciò che egli talora imaginando andava d’essere stretto dalle braccia di Biancofiore, sí come giá fu, e non gli pareva cavalcare; le quali imaginazioni sovente, col mostrarli le cacce, gli erano rotte. Ma egli poco a quelle riguardando, pur verso la cittá, la quale egli mal volontieri abbandonava, si rivolgeva; e cosí rivolgendosi andò infino che lecito gli fu di poterla vedere. E cosí andando con lento passo, s’era molto avvicinato a Montorio, quando il duca Feramonte, che la sua venuta aveva saputa, contento molto di quella, con molti nobili uomini della terra s’apparecchiò di cavalcare e di riceverlo onorevolmente. E coverti sé e i loro cavalli di sottilissimi e belli drappi di seta, rilucenti per molto oro, circondati tutti di risonanti sonagli, con bagordi in mano, accompagnati da molti strumenti e varii, e coronati tutti di diverse frondi, bagordando e con la festa grande gli vennero incontro, faccendo risonare l’aere di molti suoni.

Quando Florio vide questo, sforzatamente si cambiò nel viso, mostrando quella allegrezza e festa, che del tutto era di lungi da lui; e con lieto aspetto il duca e i suoi compagni ricevette, e fu similmente da loro ricevuto. E con questa festa, la quale quanto piú alla terra s’appressavano tanto piú cresceva, n’andarono infino alla cittá, la quale trovarono per tutte le rughe ornata di ricchissimi drappi, e piena di festante popolo: né veruna casa v’era senza canto o allegrezza. Ogni uomo di qualunque etá faceva festa, e similmente le donne cantando versi d’amore e di gioia. Pervenne adunque Florio con costoro al gran palagio del duca, e quivi con quello onore che pensare o fare si potesse a qualunque iddio, se alcuno in [p. 94 modifica]terra ne discendesse, fu Florio da’ piú nobili della terra ricevuto. E, scavalcati, tutti salirono alla gran sala, e quivi per picciolo spazio riposati, presero l’acqua alle mani, e andarono a mangiare. E poi per amore di Florio, molti giorni solennemente per la cittá festeggiarono.

Biancofiore cosí rimasa, alquanto da Glorizia riconfortata, ogni giorno andava molte fiate sopra l’alta casa, in parte donde vedeva Montorio apertamente, e quello riguardava con molti sospiri e aveva alcun diletto, imaginando e dicendo fra se medesima: «Lá è il mio disio e il mio bene». E tal volta avveniva che stando ella sentiva alcun soave e picciolo venticello venir da quella parte, e ferivala per mezzo la fronte, il quale ella con aperte braccia riceveva nel suo petto, dicendo: «Questo toccò il mio Florio, sí come egli fa ora me, inanzi che egli giungesse qui; e poi, quindi partendosi, andava in tutti quelli luoghi della casa dov’ella si ricordava d’avere giá veduto Florio, e tutti gli baciava, e alcuni ne bagnava alcuna volta d’amare lagrime. Questi erano i templi degl’iddii e gli altari, i quali ella piú visitava. E niuna persona veniva da Montorio, che ella o tacitamente o in palese non dimandasse del suo Florio. Ella mai non mangiava che Florio non fosse da lei molte fiate ricordato; e s’ella andava a dormire, non senza ricordare piú volte Florio vi si poneva, e niuna cosa senza il nome di Florio non faceva; e s’ella dormendo alcun sogno faceva, si era di Florio; e per questo sempre avrebbe disiderato di dormire, acciò che spesso in tale inganno dormendo si fosse ritrovata: ben che poi, trovandosi dal sogno ingannata, le fosse assai gravosa noia. E pregava sempre gl’iddii che ’l suo Florio da fortunoso caso guardassero, e che le dessero grazia che tosto potesse andare a lui, o egli tornare a lei. Ella non si curava mai di mettere i suoi biondi capelli con sottile maestria in dilicato ordine, ma quasi tutta rabbuffata sotto misero velo gli lasciava stare. Né mai si curava di lavare lo splendido viso, o di vestir belli e preziosi vestimenti, perciò che non v’era a cui ella disiderasse di piacere. E il cantare e l’allegrezza e la festa del tutto avea lasciato per [p. 95 modifica]intendere a sospirare. Né alcuno strumento era che allora da lei molestato fosse, ma tacitamente sperando di tosto riveder Florio prendeva quel conforto che ella poteva, tenendo sempre l’anima nelle mani di lui.

Florio simigliantemente a niuna cosa, stando in Montorio, aveva tanto l’intendimento fisso quanto alla sua Biancofiore, né era da lei una volta ricordato che egli non ricordasse lei infinite. E cosí come Montorio era da Biancofiore vagheggiato e rimirato spesso, cosí egli riguardava spesso Marmorina. E niuno suo ragionamento era giá mai se non d’amore o della bellezza della sua Biancofiore, la quale sopra tutte le cose disiava di rivedere. Egli da quel dí che Amore occultamente l’accese del suo foco infino a quell’ora, non la baciò mai, né fece alcuno amoroso atto, che cento volte il di tra sé noi ripetesse, dicendo: «Deh, ora mi fosse lecito pur di vederla solamente!»; e tra sé sovente piangeva il tempo il quale indarno gli pareva avere perduto stando con Biancofiore senza baciarla o abbracciarla, dicendo che se mai piú con lei si ritrovasse cosí, come giá s’era trovato, mai piú per ozio o per vergogna non rimarrebbe che egli non ispendesse il tempo in amorosi baci. Egli si portava molto saviamente, prendendo col duca e Ascalione e con molti altri compagni, varii diletti, quali nel iemale tempo prendere si possono, sperando sempre che ’l re di giorno in giorno gli dovesse mandar Biancofiore. E con questi diletti, mescolati di speranza, sempre aspettando, assai leggiermente si passò tutto quel verno senza troppa noia, perciò che alquanto l’amoroso caldo per lo spiacevole tempo era nel core rattiepidito e ristretto. Ma poi che Febo si venne appressando al Montone Frisseo, e la terra cominciò a spogliarsi le triste vestigie del verno, e a rivestirsi di verdi e fresche erbette e di varie maniere di fiori, incominciarono a ritornare l’usate forze all’amorose fiamme, e cominciarono a cuocere piú che usate non erano per adietro nella mente dell’innamorato Florio. Egli per lo nuovo tempo trovandosi lontano da Biancofiore, incominciò a provar nuovo dolore da lui ancora non sentito in alcun tempo, sí ch’egli diceva cosí: [p. 96 modifica]«Ora pur festeggia tutta Marmorina, e la mia Biancofiore, stando all’alte finestre della nostra casa, vede i freschi giovani sopra i correnti cavalli, adorni di bellissimi vestimenti, passarsi davanti, e ciascuno per la bellezza di lei si volge a riguardarla. Or chi sa se alcuno tra gli altri le ne piacerá, e che ella, per lo non poter veder me, avendomi dimenticato, s’innamori di colui? Oimè, che questo m’è forte a pensare che possa essere; ma tuttavia la poca stabilitá la qual nelle donne si trova, e massimamente nelle giovani, me ne fa molto dubitare; e se questo pure avvenisse che fosse, niuna cosa altro che la morte mi sarebbe beata. O sommi iddii, se mai per me o per gli antichi miei si fece o si deve far cosa che alla vostra deitá aggradi, facciate che questo non sia». E questo pensiero piú che altro gli stava nella mente. Egli non vedeva alcuna giovane che il riguardasse, che egli incontanente non dicesse: «Oimè, cosí fa la mia Biancofiore; i non conosciuti giovani ella rimira tutti, come costoro fanno me, cui esse forse mai piú non videro. E qual cagione recò Elena ad innamorarsi dello straniero Paris se non la follia del suo marito, che, andandosene all’isola di Creti, lasciò lei assediata da’ piacevoli occhi dell’innamorato giovane? Né mai Clitennestra si sarebbe innamorata d’Egisto, se Agamennone continuamente appresso stato le fosse: il quale poi lei insieme con la vita per tale innamoramento perdé. Ma di questo non n’ha colpa se non l’empia iniquitá del mio padre, il quale gl’iddii consumino, sí com’egli fa consumare me. Egli m’impromise piú volte di mandarlami senza fallo qua, e in brieve, e mai mandata non me l’ha. Oimè, che ora conosco il manifesto suo inganno, e trovo che vere sono le parole che Biancofiore mi disse, dicendo che mai non ce la manderebbe, e che egli qua non mi mandava se non per far che ella m’uscisse di mente. Oh, come male il suo avviso è venuto al pensato fine, con ciò sia cosa che io mai del suo amore non arsí come io ardo ora». E istando Florio in questi pensieri, tanto gli cominciò a crescere il disio di voler vedere Biancofiore che egli non trovava loco, né ad altro pensar poteva notte e giorno. Egli [p. 97 modifica]aveva per questo ogni studio abbandonato, né di mangiare né di bere pareva che gli calesse: e tanto dubitava di tornare a Marmorina senza la licenza del re, acciò che egli a far peggio non si mettesse, ch’egli voleva avanti sostenere quella vita cosí noiosa; ed era giá tale nel viso divenuto, che di sé faceva ognuno maravigliare. E non avendo ardire di tornare a Marmorina, andava il giorno senza alcun riposo cercando gli alti luoghi, da’ quali egli potesse meglio vedere la sua paternale casa, ove egli sapeva che Biancofiore dimorava. E similmente la notte non dormiva, ma furtivamente e solo se n’andava infino alle porte del palagio del suo padre, non dubitando d’alcun fiero animale, o d’ombra stigia, o d’insidie di ladroni, o d’altra cosa: e quivi giunto, si poneva a sedere e con sospiri e con pianti piú volte le baciava, dicendo: «O ingrate porte, perché mi tenete voi che io non possa appressarmi al mio disio, il quale dentro da voi serrato ritenete?». E certo piú volte egli fu tentato di picchiare acciò che aperto gli fosse, o di romperle per passar dentro, ma per paura della feritá del padre, il cui intendimento giá apertamente conoscere gli pareva, se ne rimaneva, tornandosi a Montorio per l’usata via. E sí lo strigneva amore, che vita ordinata non poteva tenere, ma sí disordinata la teneva, che piú volte il duca e Ascalione avvedendosene il ripresero; ma poco giovava. Egli pure da amore costretto, piú volte mandò a dire al re che omai il caldo era grande, e allo studio piú attendere non poteva, e però egli se ne voleva con sua licenza tornare a Marmorina.

Il re, il quale piú volte aveva inteso che Florio voleva a Marmorina tornare, e similmente aveva udito a molti recitare la dolorosa vita ch’egli in Montorio menava, da grieve dolor costretto, sospirando se n’andò ad una camera dove la reina era, al quale, sí tosto come la reina il vide, dimandò quello che egli aveva, che sí pieno d’ira e di malinconia nell’aspetto si mostrava. Il re rispose: «Noi molto ci rallegrammo dell’andata di Florio a Montorio, credendo che egli incontanente dimenticasse Biancofiore, ma egli m’è stato detto da piú [p. 98 modifica]persone che la sua vita è tanto angosciosa, perché e’ non può venire a vederla, che ciò è maraviglia. E diconmi piú, che egli del tutto lo studio ha lasciato: la qual cosa fosse il maggior danno che mai ce ne potesse venire! Ma egli ancora da grande amore costretto non mangia né dorme, anzi in pianti e in sospiri consuma la sua vita: per la qual cosa egli è nel viso divenuto tale che poco piú fu Erisitone quando in ira venne a Cerere, e non pare Florio, sí è egli impalidito; e non vuole udire d’altrui parlare che di Biancofiore, né prender vuole alcun conforto che porto gli sia. Né a questo vale alcuna riprensione che fatta gli sia. E ancora m’ha mandato piú volte dicendo che venir se ne vuole; ond’io non so che m1 fare, né che mi dire, se non che d’ira e di malinconia mi consumo e ardo».

Grave parve molto alla reina l’udire queste cose, e, accesa d’ira nel viso, subitamente rispose: «Ahi, come gl’iddii giustamente vi pagano! Or che avevate a fare co’ romani pellegrinanti, quando tanti n’uccideste? E poi che tanti n’aveste uccisi, perché la vita ad una sola femina, che di grazia dimandava la morte, lasciaste? Certo o la morte di coloro o la vita di quella spiacque loro: per la qual cosa essi nel ventre di quella occulto foco vi mandarono a casa. Or chi dubita che mentre Biancofiore viverá, Florio mai non la dimenticherá? certo niuno: questo è manifesto. E cosí per la vita di costei perderemo Florio; e cosí per una vil feminella potremo dire che perduto abbiamo il nostro figliuolo. Adunque pensisí come costei moia». Rispose il re: «Prima oggi che domani, ché certo mi pare che è come voi dite, che, mentre che ella sará in vita, non sará dimenticata da Florio». Allora disse la reina: «E come faremola noi subitamente morire senza avere cagione che legittima paia? Se noi lo facciamo, ce ne potra gran biasimo seguire. E certo se Florio lo risapesse, e’ sarebbe un dargli materia di disperarsi e d’uccidere se medesimo, o di partirsi da noi, in maniera che mai nol rivedremmo. Ma, quando a voi paresse, qui sarebbe da procedere con lento passo, e, quando luogo e tempo fosse, trovarle [p. 99 modifica]alcuna cagione adosso, per la quale faccendola morire, ogni uomo giudicasse ch’ella giustamente morisse; e cosí saremo di mala fama e della vita di Biancofiore insieme disgravati». E, senza guari pensare, la reina piú avanti disse: «La cagione potra essere questa. Voi sapete che il giorno, nel quale per tutto il vostro regno si fa la gran festa della vostra nativitá, s’appressa; e dove ch’ella si faccia grandissima, sí si fa ella qui in Marmorina. E niuno gran barone è nel vostro regno che con voi non sia a questa festa: e però quando essi saranno nella vostra gran sala assettati alle ricche tavole, ciascuno secondo il grado suo, allora ordinate col siniscalco vostro che o pollo o altra cosa in presenza di tutti vi sia da parte di Biancofiore presentato, o che Biancofiore medesima da sua parte il vi rechi davanti, acciò che paia che ella con la bellezza del suo viso venendovi davanti voglia rallegrar la festa; ma veramente abbiate ordinato col siniscalco che qualunque si sia quella cosa ch’ella apporterá, che celatamente di veleno sia piena. E come il presente davanti a voi sará posato, ed ella partita dal vostro cospetto, fate che in alcun modo o cane o altra bestia faccia la credenza, acciò che altra persona non ne morisse: della qual cosa chiunque sará il primo mangiatore, o subitamente morrá, o enfierá, per la potenza del veleno, e cosí a tutti fia manifesto che ella abbia voluto avvelenarvi; e come voi avrete questo veduto, fate che vi turbiate molto, e, faccendo il romor grande, la facciate prendere, e subitamente giudicare per tale offesa al fuoco. E chi sará colui che non dica che tale morte non sia ragionevole? O che, veggendovi turbato, vi prieghi per la sua salute? E certo questo non vi sará malagevole a fare molto, però che il siniscalco vostro l’ha in odio: e la cagione è questa, ch’egli piú volte ha voluto il suo amore, ed ella sempre l’ha rifiutato faccendosi di lui beffe». «Certo» disse il re, voi avete ben parlato, e cosí si fará, né giá pietá che la sua bellezza porga mi vincerá.» Partissi il re dalla reina, e fece chiamare a sé incontanente Massamutino, suo siniscalco, uomo iniquo e feroce, al quale egli disse cosí: «Tu sai che ai tuoi orecchi niuno mio [p. 100 modifica]segreto fu mai celato, né mai alcuna cosa senza il tuo fedel consiglio feci: e questo solamente è avvenuto per la gran leanza la quale io ho in te trovata. Ora poi che gl’iddii hanno te eletto per mio secretario, piú che alcuno altro, io ti voglio manifestare alcuna cosa del mio intendimento, del tutto necessaria di mettere ad effetto, la quale senza mai manifestare ad alcuno, fa che tu tenga occulta; però che se per alcun tempo fosse rivelata ad altri, senza fallo gran vergogna ce ne seguirebbe, e forse danno. Ciascuno, il quale vuole saviamente menar sua vita seguendo le virtú, deve i suoi vizi abbandonare, acciò che fine onorevole ne gli segua; ma quando avvenisse che viziosa via per venire a porto di salute tenere gli convenisse, non si disdice il saviamente passare per quella acciò che maggior pericolo si fugga: e fra gli altri mondani prencipi che nelle virtuose opere si sono dilettati, sono stato io uno di quelli, e tu lo sai. Ma ora nuovo accidente mi conduce a forza a cessarmi alquanto da virtuosa vita, temendo di piú grave pericolo che non sarebbe il fallo che fare intendo; e dicoti cosí, che a me ha mandato la fortuna tra le mani due malvagi partiti, i quali sono questi: o voglio io ingiustamente far morire Biancofiore, la quale io in veritá ho amata molto e amo ancora, o voglio che Florio mio figliuolo per lei vilmente si perda; e sopra le due cose avendo lungamente pensato, ho preveduto che meno danno sará la morte di Biancofiore che la perdenza di Florio, e piú mio onore e di coloro che dopo la mia morte debbono suoi sudditi rimanere: e ascolta il perché. Tu sai manifestamente quanto Florio ami Biancofiore; e certo se egli, giovanissimo d’eta e di senno, è di lei innamorato, ciò non è maraviglia, ché mai natura non adornò creatura di tanta bellezza, quanta è quella che nel viso a Biancofiore risplende; ma però che di picciola e popolaresca condizione, sí come io stimo, è discesa, in niuno atto è a lui, di reale progenie nato, convenevole per isposa; e io dubitando che tanto amore della sua bellezza l’accendesse, che egli la si facesse sposa, per fargliela dimenticare il mandai a Montorio, sotto spezie di volerlo fare studiare. Ma egli giá [p. 101 modifica]per questo non la dimentica, ma, secondo che a me è stato porto, egli per amor di costei si consuma, e, rimossa ogni cagione, ne vuole qua venire: onde io dubito che, tornando egli, dargliela non mi convenga per isposa, e, s’io non gliela do, che egli niuna altra ne voglia prendere. E se egli avvenisse che io gliela donassi, o che egli occultamente la prendesse, primieramente a me e a’ miei grande vergogna ne seguirebbe, pensando al nostro onore, tanto abbassato per isposa discesa di sí vile nazione, come stimiamo che costei sia. Appresso, voi non lui dovreste reputare in onore, considerando che, dopo costui, signore vi rimarrebbe nato di sí picciola condizione, sí come sarebbe nascendo di lei. E s’io non gliela do per isposa, egli niun’altra ne vorrá, e non prendendone alcuna, senza alcuno erede seguirá l’ultimo giorno: e cosí la nostra signoria mancherá, e converravvi andar cercando signore strano. Adunque, acciò che queste cose dette si cessino, il meglio è a fare che Biancofíore muoia, come detto ho, imaginando che com’ella sará morta, egli per forza se la caccerá dal core, dandogli noi subitamente novella sposa tale, quale noi crederemo che a lui si confaccia. Ma però che del fare subitamente morire Biancofiore ci potrebbe anzi vergogna che onore seguire, ho pensato che con sottile inganno possiamo aver cagione, che parrá giusta e convenevole alla sua morte: e odi come. E’ non passeranno molti giorni che la gran festa della mia nativitá si fara, alla quale tutti i gran baroni del mio reame saranno ad onorarmi: in quel giorno ti conviene ordinare che tu abbi fatto apparecchiare un pavone bello e grasso, pieno di velenosi sughi, il quale fa che Biancofíore il presenti da sua parte, quando io e’ miei baroni saremo alle tavole. E acciò che niuno non prendesse di questa opera men che buona presunzione, veggendolo piú tosto recare a Biancofiore che ad alcuno altro scudiere o donzello, sí le dirai che a me e a tutti coloro i quali alla mia tavola meco sederanno, col pavone in mano vada dimandando le ragioni del pavone, le quali se non da gentili pulcelle possono essere addimandate. E sí tosto come questo fatto avrai, ed ella avrá [p. 102 modifica]lasciato davanti da me il pavone, io, faccendone prendere alcuna estremitá, e gittatola a terra, so che alcun cane la ricoglierá, la quale mangiando subitamente morrá. E quinci sembrerá a tutti quegli che nella sala saranno, che Biancofiore m’abbia voluto avvelenare, e imagineranno che ella abbia voluto far questo, perché io la doveva mandare a Montorio, e non ve l’ho mandata. E io, mostrandomi allora di questo forte turbato, so che, secondo il giudizio di qualunque vi sará, ella sará giudicata a morte: la qual cosa io comanderò che senza indugio sia messa ad esecuzione, e cosí saremo fuori del dubbio nel quale io al presente dimoro». Poi che il re ebbe cosí detto, egli si tacque aspettando la risposta del siniscalea; la quale fu in questo tenore:

«Signor mio, senza dubbio conosco la gran fede, la quale in me continuamente avuta avete, la quale sempre con quella debita lealtá che buon servidore deve a naturale signore servare, ho guardata e guarderò mentre che in vita dimorerò. E l’avviso, il quale fatto avete, a niuno, in cui conoscimento fosse, potrebbe altro che piacere: ond’io il lodo, e dicovi che saviamente preveduto avete. Con ciò sia cosa che non solamente il giudicare le preterite cose e le presenti con diritto stile è da riputar sapienza, quanto le future con perspicace intendimento riguardare. E senza dubbio, se molto durasse la vita di Biancofiore, quello che narrato avete, n’avverrebbe; ma inanzi mandando cautamente le predette cose, credo sí fare che il vostro intendimento sareiá fornito senza che alcuno mai niente ne senta». E questo detto, senza piú parlare, partirono il maladetto consiglio.

Oimè, misera fortuna! O Biancofiore, or dove se’ tu ora? perché non ti fu lecito d’udire queste parole, come quelle della partenza del tuo Florio? Tu forse stai a riguardar que’ luoghi ove tu continuamente con l’animo corri e dimori, disiderando d’esservi corporalmente. O tu forse con isperanza o d’andare a Montorio a veder Florio, o che egli ritorni a veder te, nutrichi l’amorose fiamme che ti consumano, e non pensi alle gravi cose che la fortuna t’apparecchia a sostenere. [p. 103 modifica]A te pare ora stare nell’infima parte della sua rota, né puoi credere che maggior dolore ti potesse assalire, che quel che tu hai per l’assenza di Florio a Montorio; ma tu dimori nel piú alto loco, a rispetto di quello che tu sarai. Oimè, che tu, lontana al consiglio iniquo, spandi amare lagrime per amore, le quali piú tosto per pietá di te medesima spandere dovresti, avvegna che a coloro che semplicemente vivono, gl’iddii provveggano a’ bisogni loro, e molte volte è da sperare meglio quando la fortuna si mostra molto turbata, che quando ella falsamente ride ad alcuno.

La real sala era di marmoree colonne di diversi colori ornata, le quali sostenevano l’alte lamie che la coprivano, fatte con non picciolo lavoro e gravi per molto oro; e le finestre divise da colonnelli di cristallo vi si vedevano, i cui capitelli e d’oro e d’argento erano, per le quali la luce entrava dentro. E nelle notturne tenebre non si chiudeano con legno, ma l’ossa degl’indiani liofanti, commesse maestrevolmente, con sottili intagli lavorate, v’erano per porte; e in quella sala si vedevano ne’ rilucenti marmi intagliate l’antiche storie da ottimo maestro. Quivi si poteva vedere la dispietata rovina di Tebe, e la fiamma dei due figliuoli di Giocasta, e l’altre crudeli battaglie fatte per le loro divisioni, insiememente con l’una e con l’altra distruzione della superba Troia. Né vi mancava alcuna delle vittorie del grande Alessandro. Con queste ancora vi si mostrava Farsaglia tutta sanguinosa del romano sangue, e’ prencipi corrucciati, l’uno in fuga e l’altro spogliare il ricco campo degli orientali tesori. E sopra tutte queste cose v’era intagliata l’imagine di Giove, vestito di piú ricca roba che quella che Dionisio fiero giá gli spogliò, intorniato d’arbori d’oro, le cui frondi non temevano l’autunno, e i loro pomi erano pietre lucentissime e di gran valore. In questa sala, quando il giorno della gran festa venne, furono messe le tavole, sopra le quali risplendevano grandissima quantitá di vasella d’oro e d’argento; né fu alcuno strumento che la entro quel giorno non risonasse, accompagnati da dolcissimi e diversi canti. Né in tutta Marmorina fu alcun tempio che [p. 104 modifica]visitato non fosse, né alcuno altare di qualunque iddio vi fu senza divoto foco e debito sacrificio, da’ quali il re e gli altri gran baroni tornando si raunarono nella detta sala, tutti lodando la bellezza di essa. E appressandosi l’ora del mangiare, presa l’acqua alle mani, andarono a sedere. Il re s’assettò ad una tavola, la quale per altezza sopragiudicava l’altre, e con seco chiamò sei de’ maggiori e de’ piú nobili baroni che seco avesse, faccendone dalla sua destra sedere tre e altrettanti dalla sinistra, stando di reali vestimenti vestito in mezzo di loro. E quelli che dalla sua dritta mano sedeva, fu un giovane chiamato Parmenione, disceso dall’antico Borea re di Trazia; appresso del quale sedeva Ascalione, nobilissimo cavaliere e antico per etá e per senno, degno d’ogni onore; e poi sedeva un altro giovane chiamato Messalino, figliuolo del gran re di Granata, piacevolissimo giovane e valoroso. Ma dalla sua sinistra Feramonte duca di Montorio piú presso gli sedeva, il quale aveva Florio quel giorno lasciato soletto per venire a tanta festa; al quale appresso uno chiamato Sara, ferocissimo nell’aspetto, signore di monte di Barca, sedeva con un giovane grazioso molto, chiamato Menedon, disceso dall’antico Iarba re de’ getuli. Appresso, nelle piú basse tavole, ciascuno secondo il grado suo fu onorato, serviti tutti da nobilissimi giovani e di gran pregio.

Massamutino, al quale non eta giá il comandamento del re uscito di mente, fece occultamente e con molta sollecitudine apparecchiare un bello pavone, il quale egli di sugo d’una velenosa erba tutto bagnò, pensando che quel giorno per tale operazione si vedrebbe vendicato di Biancofiore, che per amadore l’avea rifiutato. E fatto questo, avendo giá la reale mensa e tutte l’altre di piú vivande servite, né quasi altro v’era rimaso a fare che mandare il pavone, accompagnato con piú scudieri andò per Biancofiore, la quale la reina, acciò che ella non potesse alcuna cosa di male pensare, aveva fatta quel giorno vestire nobilmente d’un vermiglio sciamito, e mettere i biondi capelli in dovuto ordine con bella treccia avvolti al capo, sopra li quali una piccola coronetta ricca di preziose [p. 105 modifica]pietre risplendeva, e ’l chiaro viso, giá lungamente di lagrime bagnato, s’aveva quel giorno lavato per volontá della reina, il quale dava piacevole luce a chi la vedeva: posto che questo Biancofiore aveva mal volontieri fatto, pensando che ’l suo Fiorio non v’era. Ma perché bisognava alla reina tanto ingegno ad ingannare la semplice giovane? Ella non avrebbe mai saputo pensare quello che ella non avrebbe saputo né ardito di fare ad alcuno. Ma venuto il siniscalco davanti alla reina, e salutata lei e la sua compagnia, disse cosí: «Madonna, oggi si celebra, sí come voi sapete, la gran festa della nativitá del nostro re, per la qual cosa volendo noi la vostra festa fare maggiore e piú bella, provedemmo di fare apparecchiare un pavone, il quale noi vogliamo fare davanti al re presentare e a’ suoi baroni, acciò che ciascuno, faccendo quello che a tale uccello si richiede, si vanti di far cosa per la qual la festa divenga maggiore e piú bella; né si fatto uccello è convenevole d’esser portato alla reale tavola se non da gentilissima e bella pulcella; e io non ne conosco alcuna, né qua entro né in tutta la nostra cittá, che a Biancofiore si possa appareggiare in alcuno atto. E però caramente vi priego che a sí fatto servigio vi piaccia di concederle licenza, che con esso noi venga incontanente, perciò che l’ora del portarlo è venuta, né si può piú avanti indugiare. La reina, che ben sapeva come l’opera doveva andare, sí come quella che ordinata l’aveva, stette alquanto senza rispondere; ma poi che la crudele volonta vinse la pietá che di Biancofiore le venne, udendo ch’ell’era richiesta d’andare a quella cosa per la quale a morte doveva essere giudicata, ella disse: «Questo ci piace molto»; e voltata verso Biancofiore, le disse: «Vavvi», ammaestrandola che i debiti del pavone addimandasse a tutti i baroni che alla reale tavola dimoravano, senza andare ad alcuno altro, e poi davanti al re posasse il pavone, e tornassesene, tenendo bene a mente quello in che ciascuno si vantasse. Biancofiore, disiderosa di piacere e di servire a tutti, senza aspettare piú comandamento se n’andò col siniscalco; il quale, poi che presso furono all’entrare della sala, le pose in mano un grande [p. 106 modifica]piattello d’argento, sopra il quale l’avvelenato pavone dimorava, dicendo: «Portato avanti, però che piú non c’è da stare». Biancofiore, preso quello senza farsene alcuna credenza, non avvedendosi dello inganno, con esso passò nella sala, nella quale, sí tosto com’ella entrò dentro, parve che nuova e maravigliosa luce vi crescesse per la chiarezza del suo bel viso; e fatta la debita reverenza al re, e con dolce saluto tutti gli altri che mangiavano salutati, s’appressò alla reale mensa, e con vergognoso atto, dipinta nel viso di quel colore che il gran pianeto, partendosi l’aurora, in cielo in diverse parti dipigne, cosí disse: «Poi che gl’iddii si mostrano verso me graziosi e benigni, avendo conceduto che io a questo onore fossi, piú tosto che alcun’altra giovane, eletta a portare davanti alla vostra real presenza il santo uccello di Giunone, il quale per quella dea, al cui servizio giá fu disposto, merita che qualunque alla sua mensa il dimanda si doni alcun vanto, il quale poi ad onore di lei con sollecitudine adempia: onde io per questo prendo ardire a dimandarlovi, e caramente vi priego che voi e i vostri compagni a ciò rendere non mi siate ingrati, ma con benigno aspetto continuiate la valorosa usanza. E voi, altissimo signore, sí come piú degno per la real dignitá, per senno e per etá, in prima, se vi piace, comincerete, acciò che gli altri per esempio di voi debitamente procedano». E qui si tacque.

Al nuovo e mirabile splendore si maravigliarono tutti i dimoranti della gran sala, non meno che alla chiara voce di Biancofiore, piena di soavissima melodia; e a lei graziosamente rendero il suo saluto. E il re, il quale allegro era nell’animo, perciò che giá vedeva per la pensata via appressarsi al disiderato fine, con lieto viso, poi che tutta la sala tacque, disse: «Certo, Biancofiore, la tua bellezza adorna di virtuosi costumi, e la degnitá del santo uccello insieme, meritano degnamente ricchissimi vanti; né a questo alcun di noi può debitamente disdirsi: ond’io, sí come principale capo del nostro regno, comincerò, poi che la ragione con il tuo volere il domanda». E voltatosi verso l’antica imagine di Giove, nella [p. 107 modifica]sua sala riccamente effigiato, disse: «Io giuro per la deita del sommo Giove, la cui figura dimora davanti a noi, e per qualunque altro iddio che insieme con lui possiede i celestiali regni, e per lo mio antico avolo Atalante, sostenitore d’essi regni, e per l’anima del mio padre, che avanti che ’l sole ricerchi un’altra volta quel grado nel quale ora dimorando ci porge lieta luce, se essi mi concedono lieta vita, d’averti donato per marito uno de’ maggiori baroni del mio reame: e questo per amore del presente pavone ti sia ora donato». Assai coperse il re con queste parole il suo malvagio inganno, ignorando quello che i fati gli apparecchiavano; ed ella sospirando tacitamente al suono di queste parole, in prima notò in se medesima i detti del re pigliandoli in buono augurio, tra se stessa dicendo: «Adunque avrò per marito Florio, il quale io solo per marito disidero, però che nullo barone c’è maggiore di lui in questo regno»; e poi ringraziato il re onestamente e con sommessa voce, con picciolo passo procedette avanti, fermandosi nel cospetto di Parmenione, il quale incontanente cosí disse: «Io imprometto al pavone che, se gl’iddii mi concedono che io vi vegga per matrimoniale patto dare ad alcuno, quel giorno che voi al palagio del novello sposo andrete, io con alquanti compagni, nobilissimi e valorosi giovani, vestiti di nobilissimi drappi e di molto oro rilucenti, addestreremo il vostro cavallo e voi sempre con debita reverenza e onore, infino a tanto che voi ricevuta sarete nella nuova casa». «Adunque» disse Biancofiore, «piú che Giunone mi potrò io di conducitori gloriare»; e passò avanti ad Ascalione, che in ordine seguiva alla reale mensa, dicendo: «O caro maestro, e voi che vantate al pavone?». Rispose Ascalione: «Bella giovine, ben che io sia pieno d’etá e che la mia destra mano giá tremante possa male balire la spada, sí mi vanto io per amor di voi al pavone, che quel giorno che voi sposa novella sarete, la qual cosa gl’iddii inanzi la mia morte mi facciano vedere, io con qualunque cavaliere sará nella vostra corte disideroso di combattere meco, con la tagliente spada senza paura combatterò, obbligandomi di sí [p. 108 modifica]saviamente combattere, che senza offendere io lui o egli me, o voglia egli o no, gli trarrò la spada di mano, e davanti a voi la presenterò». Ciascuno che questo udí si maravigliò molto, dicendo che veramente sarebbe da riputare valoroso chi tal vanto adempiesse. Ma Biancofiore andando avanti venne in presenza di Messalino, il quale veggendola, quasi della sua bellezza preso, disse: «Giovane graziosa, per amore di voi io vanto al pavone che quel giorno che voi prima sederete alla mensa del novello sposo, io vi presenterò dieci piantoni di datteri coperti di frondi e di frutti, non d’una natura con gli altri, però che quelli, dei quali la mia terra è copiosa, a ciascuna radice hanno appiccato un bisante d’oro». Inchinandosigli Biancofiore, il ringraziò molto; e volti i passi suoi verso il duca Feramonte, che alla sinistra del re sedeva, e davanti da lui posato il pavone, richiese quello che avanti agli altri aveva richiesto. A cui il duca rispondendo, disse: «E io prometto al pavone che per la piacevolezza vostra, il giorno che sposa novella sarete, e appresso tanto quanto la vostra festa durerá, di mia mano della coppa vi servirò quando vi piacerá». «Certo» disse Biancofiore, «di tal servidore Giove, non che io, si glorierebbe»; e passò avanti a Sara, il quale come davanti se la vide, disse: «Io vanto al pavone che quel giorno che gl’iddii vi concederanno onore di matrimoniale compagno, io vi donerò una corona ricchissima di molte preziose pietre e di risplendente oro bellissima; e ove che io sia, se saprò avanti la vostra festa, verrò a presentarlavi con le mie mani». Il quale tacendo, subitamente Menedon soggiunse: «E io prometto al pavone che se gl’iddii mi concedono che io maritata vi vegga, tanto quanto la festa delle vostre nozze durerá, io con molti compagni, vestiti ciascuno giorno di novelli vestimenti di seta, sopra i correnti cavalli, con aste in mano e con bandiere bagordando ed armeggiando a mio potere esalterò la vostra festa». Ringraziollo Biancofiore, e tornata indietro, davanti al re posò il pavone, e cosí disse: «Principalmente voi, o caro signore e singolare mio benefattore, e appresso questi altri baroni, quanto io posso, tutti de’ [p. 109 modifica]promessi doni vi ringrazio, e priego gl’immortali iddii che la dove la mia possa al debito guiderdone mancasse, essi con la loro benignitá di ciò vi meritino»; e questo detto, onestamente fatta la debita reverenza, si partí, e con lieto viso tornò alla reina, narrandole gl’impromessi doni. A cui la reina disse: «Ben ti puoi oMai gloriare, pensando che uno sí fatto prencipe qual è il nostro re, e sei cotali baroni quali sono coloro che con lui sedeano, si sono tutti in tuo onore e piacere obbligati».

Rimase sopra alla real mensa il velenoso uccello, il quale il re, come Biancofiore si fu partita, comandò che tagliato fosse; per la qual cosa un nobilissimo giovane chiamato Salpadino, al re per consanguinitá congiunto, il quale quel giorno davanti il serviva del coltello, prese con presta mano il pavone, e, gittata a terra alcuna stremitá, cominciò a volerlo ismembrare; ma non prima caddero a terra le gittate membra, che un cane piccioletto, al re molto caro, le prese, e, mangiandole, incontanente gl’incominciò a surgere una tumorositá dal ventre, e venirgli alla testa, la quale tanto gli ingrossò subitamente che quasi piú era la testa grossa fatta che esser non soleva tutto il corpo; e similmente discorsa per tutti gli altri membri, oltre a’ loro termini grossi ed enfiati gli fece divenire; e i suoi occhi, infiammati di laida rossezza pareva che della testa schizzare gH dovessero, ed esso con doloroso mormorio, mutandosi di piú colori, disteso tal volta in terra e tal volta in cerchio volgendosi, in picciolo spazio quivi morí. La qual cosa da molti veduta, la gran sala fu tutta a romore levata, e i soavissimi strumenti tacquero, ostrandosi questo al re, il quale incontanente gridò: «Che può essere questo?». E voltato a Salpadino, il quale giá voleva fare la credenza, disse: «Non tagliare; io dubito che noi siamo villanamente traditi; prendasi un altro membro del presente pavone, e gittisi ad un altro cane, però che questo qui presente morto mostra che per veleno morisse, onde che egli il prendesse, o dalle stremita da te gittate in terra, o d’altra parte». Salpadino senza alcun dimoro gittò la seconda volta a terra un maggiore [p. 110 modifica]membro ad un altro cane, il quale non prima l’ebbe mangiato, che, con simile modo voltandosi che ’l primo, e del mortale dolore affannato, cadde, e quivi in presenza di tutti morí. Onde il re con furioso atto gridò: «Chi ha la nostra vita con veleno voluta abbreviare?». E gittata in terra la tavola che dinanzi a lui era, si dirizzò, e comandò che subitamente Biancofiore, il siniscalco e Salpadino fossero presi, però che dubitava che alcuno d’essi tre avvelenare l’avesse voluto co’ suoi compagni. O sommo Giove, or non potevi tu sostenere che quel cibo avesse ingannato lo ingannatore, prima che la innocente giovane tanta persecuzione ingiustamente ricevesse? Or tu sostenesti che i tuoi compagni fossero co’ membri umani tentati alla tavola di Tantalo, quando l’omero a Pelope fu rifatto con uno d’avorio; e similemente sostenesti che il misero Tereo sepoltura fosse dell’unico suo figliuolo! Erati dunque cosí grave per giusta vendetta abbagliare l’iniquo senso del re Felice? Ma tu forse per fare con gli avversi casi conoscere le prosperitá, provi le forze degli umani animi, poi con maggior merito guiderdonandoli.

Furono presi i tre senza dimora con rabbiosa furia, e messi in diverse prigioni. Ma poi che Biancofiore fu subitamente presa, niuno fu che mai parlare le potesse, né ella ad altri. Del siniscalco e di Salpadino furono le scuse diligentemente intese, e per innocenti in brieve lasciati, mostrando il siniscalco davanti a tutta gente con false menzogne Biancofiore e non altri quel fallo avere commesso. Di questo’ i circustanti si maravigliarono non poco, non potendo questo credere né pensare; ma pure il manifesto presentare del pavone faceva che tutti non potevano disdire quello che essi medesimi non avrebbono voluto credere. Ma poi che il gran romore fu alquanto racchetato, e il siniscalco e Salpadino per le loro scuse sprigionati, il re fece chiamare a consiglio molta gente, e principalmente coloro che con lui erano quella mattina stati a tavola, e adunato con molti in una camera, disse cosí: «Senza dubbio credo che a voi sia manifesto che io oggi sono stato in vostra presenza voluto avvelenare; e [p. 111 modifica]chi questo abbia voluto fare, ancora è apertissimo per molte ragioni che Biancofiore è stata; la qual cosa molto mi pare iniqua a sostenere che senza debita punizione si trapassi, pensando al grande onore che io nella mia corte le ho fatto, sí come di recarla da serva a libertade, e farla ammaestrare in iscienza, e continuamente vestirla con vestimenti reali col mio figliuolo, e darla in compagnia alla mia sposa, credendo di lei non nemica ma cara figliuola avere. E sí come avete potuto questa mattina vedere e udire, non si finiva questo anno che io intendeva di maritarla altamente, perciò che giá vedeva la sua eta richiedere ciò. E di tutto questo a me è avvenuto come avviene a chi riscalda la serpe nel suo seno, quando i freddi Aquiloni soffiano, che egli è il primo da lei morso. Vedete che similmente ella in guiderdone del ricevuto onore m’ha voluto uccidere: e sí avrebbe ella fatto, se ’l vostro avvedimento non fosse suto. Laonde io intendo, sí come detto v’ho, di volerla di ciò gravemente punire, acciò che mai alcun’altra a sí fatto inganno fare non si metta. Ma però che di ciò dubito che non mi seguisse piú vergogna che onore, se subitamente il facessi, perciò che parra a molti impossibile a credere per la sua falsa piacevolezza, la quale ha a molti gli animi presi, io voglio primieramente il vostro consiglio, e ciò tutti fedelmente porgere mi dovete, disiderando il mio onore e la mia vita, come membri e vero corpo di me vostro capo».

Lungamente si tacque ciascuno, poi che il re ebbe parlato; e bene avrebbono risposto volentieri il duca e Ascalione, però che a loro pareva manifestamente conoscere chi questo veleno aveva mandato e ordinato; ma perciò che la volontá del re conobbero, ciascuno si tacque, dubitando di non dispiacergli. E similmente fero tutti quelli che presenti erano, fuori che Massamutino, il quale dopo lungo spazio, dimorando tutti gli altri taciti, si levò e disse: «Caro signore, io so che ’l mio consiglio sará forse a questi gentili uomini, qui presenti, sospetto per la presura che di me subita fare faceste senza colpa, e so che diranno che ciò che io consiglio, io il faccia [p. 112 modifica]a fine di scaricar me e di levare voi di sospezione; ma io non guarderò giá a quello che ciascheduno possa dire o dica, ch’io non vi dia consiglio in quello che dimandato avete, sí come a legittimo e vero signore dar si debba, e in tutto ciò che per me conosciuto sará, sempre riserbandomi all’ammendamento di voi, dov’io fallassi. E cosí m’aiutino gl’immortali iddii, come io sono quello che con diritta coscienza giudicherò; e cosí dico: ‛Il fallo, il quale Biancofiore ha fatto, è tanto manifesto, che in alcuno atto ricoprire non si pote, né simigliantemente si pote occultare il grande onore fattole da voi: per la qual cosa ella avendo cosí fatto fallo voluto fare, merita maggiore pena. E certo, se quello che in effetto s’ingegnò di mettere, avesse solamente pensato, merita di morire; onde per mio consiglio e giudicio dico che misurando giustamente la pena col fallo, che ella muoia: e sí come ella voleva che la vostra vita per la focosa forza del veleno si consumasse, cosí la sua con ardente foco consumata sia’. E certo tale giudicio assai pare a me medesimo crudele; e non volontieri il dono per consiglio che si dea, perciò che per la sua piacevole bellezza assai l’amava; ma nella giustizia, né amore, né pieta, né parentado, né amistá deve alcuno piegare della diritta via della veritá. Non per tanto, voi siete savio, e appresso di molti piú savii uomini che io non sono avete, e come signore potete ogni mio detto indietro rivolgere, o mettere in esecuzione. Però lá dove nel mio consiglio, il quale giusto al mio arbitrio donato v’ho, si contenesse fallo, saviamente l’ammendate». E piú non disse.

Non fu alcuno degli altri nobili uomini, che nel consiglio del re sedevano, che si levasse a parlare contro a Biancofiore, ma tacendo tutti, di questa opera stupefatti, dierono segno di consentire al detto del siniscalco, ben che a molti senza comparazione dispiacesse, sentendo che Biancofiore era in prigione, in maniera che sue ragioni scusandosi non poteva usare: e volontieri per difender lei avrebbono parlato, ma quasi ognuno s’era avveduto che al re piacevano queste cose e con sua volontá eran fatte, onde per non dispiacergli ciascuno [p. 113 modifica]taceva. Perché vedendo questo il re, che oltre al detto del siniscalco niuno diceva, né a quello era alcuno che opponesse, disse: «Adunque, signori, per mio avviso pare che consigliate che Biancofiore debba di fuoco morire, e certo in tal parere era io medesimo; e però vengano immantinente i giudici, i quali di presente la giudichino, che senza giudiciale sentenza io non intendo di fatto farla morire, acciò che alcuno non possa dire che io in ciò i termini della ragione trapassi, né similmente voglio far dare alla giustizia troppo indugio, perciò che le troppo indugiate giustizie molte volte sono da pietá impedite, né hanno poi il compimento loro». Furono di presente i giudici nel cospetto del re, a’ quali egli comandò che senza dimora la crudele sentenza dessero contro a Biancofiore. Al quale i giudici risposero: «Signore, le leggi vietano di dare in dí solenni mortale sentenza contro ad alcuna persona, e oggi è giorno di tanta solennitá, quanta voi sapete; ma noi scriveremo il processo ordinatamente, e al nuovo giorno la daremo senza fallo, e la faremo mettere ad esecuzione». A’ quali il re disse: «Poi che oggi le leggi il vietano, domattina per tempo senza dimora si faccia». E questo detto, si partí lo iniquo consiglio. E il duca e Ascalione senza prendere alcun congedo si partirono, non volendo udire l’iniqua sentenza; e avanti che il sole le sue luci messe avesse sotto l’onde occidentali, giunsero a Montorio, dove smontarono, faccendo a Florio gran festa, il quale solo e con molti pensieri trovarono.

Era con la reina ancor Biancofiore i vanti de’ gran baroni recitando, quando i furiosi sergenti vennero impetuosamente senza alcun ordine a prenderla, e lei piangendo, senza dire per che presa l’avessero, ne la menarono. O misera fortuna, subita rivolgitrice de’ mondani onori e beni, poco avanti niuno barone era nella real corte, ch’avesse avuto l’ardire di porre la mano adosso a Biancofiore, o di farne sembiante, ma ciascuno s’ingegnava di piacerle, e ora a vilissimi ribaldi si dispregiare consentisti la sua grandezza, che, senza narrare il perché, presala oltraggiosamente ne la menarono via. Certo [p. 114 modifica]con poco senno si regge chi in te ferma alcuna speranza. Di questo mostrò la reina grandissimo dolore, e molto ne pianse, ricoprendo con quelle lagrime il suo tradimento davanti ordinato. E veramente ne le pur dolse, ancor che assai tosto di tal doglia prendesse conforto e consolazione, imaginando che per la morte di lei, giá messa in ordine da non poter fallire al suo parere, l’ardente amore si partirebbe dal petto di Florio. Ma i fati non serbavano a sí fatto amore, quale era quello che è ne’ due amanti, sí fatta fine né sí corta, come costoro volevano senza cagione apparecchiare.

Quel giorno, nel quale la gran festa si faceva in Marmorina, era Florio rimáso tutto soletto di quella compagnia che piú gli piaceva, cioè del duca e d’Ascalione, in Montorio; e molto pensoso e carico di malinconia, ricordandosi che in cosí fatto giorno egli con la sua Biancofiore, vestiti di una medesima roba, solevano servire alla reale tavola, e avere insieme molta festa e allegrezza di canti e d’altri sollazzi. Onde sospirando, cosí incominciò a dire: «O anima mia, o dolce Biancofiore, che fai tu ora? Deh, ricorditi tu di me, sí come io fo di te! Io dubito molto che altro piacere non ti pigli per la mia assenza. Oimè, perché non m’è egli lecito solamente di poterti vedere? Io mi ricordo che in sí fatto giorno piú volte t’ho abbracciata, porgendoti puerili e onesti baci. Ove sono ora fuggiti i verdi prati, ne’ quali Priapo piú volte ci coronò di diversi fiori, cogliendoli noi con le nostre mani? E ove sono le ricche camere, le quali de’ nostri dimoramenti si rallegravano? Deh, perché non sono io teco, sí come io soleva, continuamente? O almeno di quanti giorni volge l’anno uno solo? O perché non mi se’ tu mandata come tu mi fosti promessa? Io credo che ’l mio padre m’inganna, sí come tu mi dicesti. E tu ora dimori nella gran sala, e ivi col tuo bel viso nuova luce porgi a molti, di tal grazia indegni, e a me misero, che piú che altra cosa ti disidero, è tolto il vederti. Maladetta sia quella deitá che si m’ha fatto vile, che io per paura del mio padre dubito di venirti a vedere, e ora ch’io possa o vederti o da te esser veduto. Oimè, quanto [p. 115 modifica]m’offende quella piccola quantitá di via che ci divide! Deh, maladetto sia quel giorno ch’io da te mi dipartii, che mai alcuno diletto non sentii, ben che alcuna volta dormendo io ed essendomi tu con benigno aspetto apparita, m’abbia alquanto consolato: la qual consolazione in gravoso tormento si volta, sí tosto com’io mi sveglio dall’ingannevole sonno, pensando che veder non ti possa con gli occhi della fronte. O sola sollecitudine della mia mente, gl’iddii mi concedano che io alcuna volta inanzi la mia morte veder ti possa; la qual cosa converrá che sia, se io devessi muovere aspre battaglie contro al vecchio padre, o furtivamente rapirti dalle sue case. E a questo, se egli non mi ti manda, o non mi fa dove tu se’ tornare, non porrò lungo indugio, perciò che piú sostenere non posso l’esserti lontano». E mentre Florio queste parole e molte altre sospirando diceva, continuamente al caro anello porgeva amorosi baci, sempre riguardandolo per amor di quella che donato glielo aveva. E in tal maniera dimorando pensoso, soave sonno gli gravò la testa, e, chiusi gli occhi, s’addormentò; e dormendo, nuova e mirabile visione gli apparve.

A Florio parve subitamente vedere l’aere pieno di turbamento, e i popoli d’Eolo usciti dal cavato sasso senza alcun ordine furiosi recare d’ogni parte nuvoli, e commuovere con sottili entramenti le lievi arene sopra la faccia della terra, mandandole piú alte che la loro ragione, faccendo sconci e spaventevoli soffiamenti, ingegnandosi ciascuno di possedere il loco dell’altro e cacciar quello; e appresso mirabili corruscazioni e diversi tuoni per le squarciate nuvole, le quali pareva che accender volessero la tenebrosa terra e le stelle parevagli che avessero mutato legge e loco, e parevagli che il freddo Arturo si volesse attuffare nelle salate onde, e la corona dell’abbandonata Adriana fosse del suo loco fuggita, e lo spaventevole Orione avesse gittata la sua spada nelle parti di ponente; e dopo questo gli parve vedere i regni di Giove pieni di sconforto, e gl’iddii piangendo visitar le sedie l’uno dell’altro; e parevagli che gli oscuri fiumi di Stige si fossero posti nella [p. 116 modifica]figura del sole, perciò che piú non porgeva luce; e la luna impalidita aveva perduti i suoi raggi, e similmente tutti gli altari di Marmorina gli parevano ripieni d’innocente sangue umano, e tutti i cittadini piangere con altissimi guai sopr’essi. I paurosi animali e’ feroci insiememente gli parevano per paura fuggir nelle caverne della terra, e gli uccelli ad ora ad ora cader morti, né pareva che arbore ne potesse alcuno sostenere. E poi che queste cose a Florio, che di paura piangeva, si mostrarono, gli pareva veder davanti a sé la santa dea Venus, in abito senza comparazione dolente, e vestita di neri e vilissimi vestimenti, tutta stracciata piangendo, alla quale Florio disse: «O santa dea, qual è la cagione della tua tristizia, la quale movendomi a pietá mi costringe a piangere, come tu fai? E dimmi perché i subiti mutamenti de’ cieli e della terra avvenuti sono? Intende Giove di fare l’universo tornare in caos come giá fu? Non mel celare, io te ne priego, per la virtú del potente arco del tuo figliuolo». «O me misera rispose Venere, ora ètti occulta la cagione del pianto degli uomini e degl’iddii? Levati su, che io la ti mostrerò»; e preso Florio, involto seco in una oscura nuvola, sopra Marmorina il portò, e quivi gli fece vedere l’avvelenato pavone posto in mano a Biancofiore dal siniscalco, e ’l pensato inganno, e la subita presura, e ’l crudele rinchiudimento, e la malvagia e iniqua sentenza della morte ordinata di dare contro a Biancofiore: le quali cose mostrategli e riportatolo piangendo di vere lagrime nella sua camera, gli disse: «Ora t’è manifesta la cagione del nostro _pianto». «Oimè!» rispose Florio, «quando ti vidi, santa dea, madre del mio signore, senza la risplendente luce degli occhi tuoi e senza gli adorni vestimenti, privata della bella corona delle amate frondi da Febo, incontanente mi corse all’animo la cagione la quale tu hai ora fatta visibile agli occhi miei: ond’io ti priego che mi dica qual morte piú crudele io possa eleggere, poi che Biancofiore muore. Insegnalami, ché io non voglio piú vivere appresso la sua morte. Io sono disposto a volere seguire la sua anima graziosa dovunque ella andrá, ed essere cosí congiunto a lei nella seconda [p. 117 modifica]vita come nella prima sono stato: o tu mi mostra qual via c’è alla difensione della sua vita, se alcuna ce n’è, però che nullo sí grande né sí alto pericolo fia, al quale io non mi sottometta per amor di lei, e che tutto non mi paia leggerissimo». A cui Citerea cosí rispose: «Florio, non credere che il pianto mio e degli altri iddii sia perché noi crediamo che Biancofiore debba morire, ché noi abbiamo giá la sua morte cacciata con deliberato consiglio, e provveduto al suo scampo, sí come appresso udirai; ma noi piangiamo perciò che la natura, veggendosi sopra sí bella creatura, com’è Biancofiore, offendere dalla crudelta del tuo padre, quando egli ordinò che a morte sentenziata fosse, si mostrò, salendo a’ nostri scanni, tanto mesta e sí dolorosa, che a lagrimare ci mosse tutti, e fececi intenti alla sua liberazione. E similmente l’aire, la terra e le stelle a mostrar dolore con diversi atti costrinse. E perciò che tu per lei verrai a maggiori fatti, che tu medesimo non istimi, dopo molte avversitá, vogliamo che in questa maniera al suo scampo t’eserciti. Tu sí tosto, come il sole compiendo l’usato cammino avni i suoi raggi nascosi, occultamente di questo palagio ti partirai, e andranne a quello d’Ascalione, a te fedelissimo amico e maestro, e fidandoti del tutto a lui di tutto tuo intendimento, ti farai armare di fortissime armi e buone, e fara’ti prestare un corrente cavallo e forte; e quando questo fatto avrai, senza alcuna compagnia fuori che la sua, se egli la ti profferirá, celatamente prendi il cammino verso la Braa, perciò che a quel loco sará la tua Biancofiore menata da coloro che d’ucciderla intendono. La sorella di colui che mena i poderosi cavalli portanti l’eterna luce, la quale, ancora pochi dí sono vi si mostrò senza alcuno corno tutta nella figura del celestiale Ganimede, m’ha promesso di porgerti sicuro cammino con la sua fredda luce; quivi con questa spada la quale io ti dono, fatta per mano del mio marito Vulcano, quando bisognò alla battaglia degli ingrati figliuoli della terra, e a me prestata da Marte mio carissimo amante, aspetterai chetamente insino a tanto che la tua Biancofiore vedrai menare per esserle data l’ultima ora. E allora, [p. 118 modifica]senza alcuno indugio, cacciata da te ogni paura, con ardito core ti trarrai inanzi senza farti conoscere ad alcuno, e contradirai a tutto il presente popolo che Biancofiore ragionevolmente non è stata condannata a morte, né deve morire, e ciò tu se’ acconcio di provare con qualunque cavaliere o con altra persona che di questo volesse dire altro; e non dubitare d’assalire tutto il piano pieno del marmorino popolazzo, se bisogno ti pare che ti faccia, però che contro a questa spada che io ti dono, niuna arme potrá durare, e il mio Marte m’ha promesso e giurato per le palude Stige di mai non abbandonarti. Né v’è alcuno iddio che al tuo aiuto non sia prontissimo e volonteroso, e io mai non ti abbandonerò: però sicuramente ti metti al suo scampo, che la fortuna t’apparecchia graziosamente onorevole vittoria. La quale quando avrai avuta, e levata Biancofiore dal mortal pericolo, prendera’ la per mano e rendera’la al tuo padre, raccomandandogliela tutt’ora senza farti conoscere; e, ritornando a Montorio, fa che sopra gli altari di Marte e sopra i miei accenda luminosi fuochi con graziosi sacrificii; e quivi mi vedrai essere venuta dal mio antico monte, della mia nativitá glorioso, con gli usati vestimenti, significanti letizia, circondata di mortine e coronata delle liete frondi di Penea; e starò sopra li miei altari a te manifestamente visibile, e incoronerotti dell’acquistata vittoria; e di queste cose dette, fa che in alcuna non falli per alcuno accidente; né, per parole che Ascalione ti dicesse, da questa impresa ti rimanga». E dette queste parole, lasciata nella destra mano di Florio la sopradetta spada, si partí subitamente tornando al cielo.

Tanto fu a Florio piú il dolore delle vedute cose che l’allegrezza della futura vittoria a lui promessa da Venere, che piangendo forte, e veggendo partire la santa dea, rompendosi il debile sonno, si destò, e subitamente si dirizzò in piedi, trovandosi il petto e ’l viso tutto d’amare lagrime bagnato, e nella destra mano la celestiale spada: di che quasi tutto stupefatto, conobbe essere vero ciò che veduto aveva nella preterita visione. E tornandogli a mente la sua Biancofiore, e la cagione per che da lei aveva ricevuto il bello anello, e [p. 119 modifica]la virtú di esso, piangendo il riguardò dicendo: «Questo fia infallibile testimonio della veritá»; e riguardandolo, il vide turbatissimo e senza alcuna chiarezza. Allora cominciò Florio il piú doloroso pianto che mai udito o veduto fosse, mescolato con molte angosciose voci, dicendo: «O dolce speranza mia, per la quale infino a qui mi sono contentato di vivere in doglia e in tormento, sperando di rivederti in quella allegrezza e festa che io giá molte volte ti vidi, quale avversitá ti si volge ora al presente sopra? Or non bastava alla invidiosa fortuna d’averci dati tanti affannosi sospiri allontanandoci, se ella ancora con mortal sentenza non ci vuole dividere, e porgerei maggiore angoscia? Oimè, or chi è colui che cerca falsamente di volerti levare la vita, e a me insiememente? E chi è quegli che ti fa ingiustamente nocente il mio vecchio padre? Oimè, or cred’egli far morire te senza me? Vano pensiero l’inganna. Oimè, è questa la festa ch’io soleva in tal giorno avere teco? Ahi, dolorosa la vita mia, da quante tribolazioni è circondata! Certo, cara giovane, niuno a mio potere ti torrá la vita: o questa spada la racquisterá a te e a me come promesso m’è stato, tenendola io nelle mie mani combattendo, o ella si bagnerá nel mio core cacciandovela io, o io diverrò cenere teco in uno medesimo foco, sí come Capaneo con la sua amante donna divenne a piè di Tebe». E dicendo Florio queste parole piangendo, il duca, che dalla dolente festa tornava, venne; il quale come Florio il sentí, celando il nuovo dolore, nel viso allegrezza mostrando, e andandogli incontro lietamente nelle sue braccia il ricevette, faccendosi festa insieme, però che di perfetto amore s’amavano; e come essi insieme furono nella sala montati, Florio dimandò il duca se la festa era stata bella e se egli aveva veduto Biancofiore. E duca rispose che la festa era stata bella e grande, e che niuna cosa v’era fallata, fuor solamente che la sua presenza; e tutto per ordine gli narrò ciò che fatto vi s’era, e de’ vanti che dati s’avevano al pavone che Biancofiore avea portato. Ma ben si guardò di non dire l’ultima cosa che avvenuta v’era, cioè dell’avvelenato pavone, per lo quale Biancofiore doveva morire, per tema che [p. 120 modifica]Florio non se ne desse troppa malinconia; e di ciò ben s’avvide Florio, che ’l duca si guardava di dirgli quel che egli avrebbe voluto che avvenuto non fosse: però, senza piú addimandare, disse che bene gli piaceva che la festa era stata bella e grande, e che volontieri vi sarebbe stato se agl’iddii fosse piaciuto.

Giá aveva Febo nascosi i suoi raggi nelle marine onde, quando, preso il cibo, il duca insiememente con Florio cercarono i notturni riposi. Ma Florio porta nell’animo maggiore sollecitudine che di dormire, e senza addormentarsi aspetta che gli altri s’addormentino della casa; i quali non cosí tosto come Florio avrebbe voluto s’andarono a letto, ma ridendo e gabbando con diversi ragionamenti gran parte della notte passarono, la quale Florio tutta divise per ore, con angosciosa cura dubitando non s’appressasse l’ora che andare di necessitá gli convenisse, e fosse veduto. Ma poi che ciascuno pose silenzio, e la casa fu d’ogni parte ripiena d’oscuritá, Florio con cheto passo, aperte le porte del grande palagio con sottile ingegno, senza farsi sentire passò di fuori, e tutto saletto pervenne all’ostiere d’Ascalione, ove piú voci chiamò, acciò che aperto gli fosse. E ’l primo che alla sua voce svegliato si levò fu Ascalione, il quale senza alcuno indugio corse ad aprirgli, maravigliandosi forte della sua venuta, e del modo e dell’ora non meno. E poi che essi furono dentro alla fidata camera senza altra compagnia, Ascalione disse: «Dimmi qual è stata la cagione della tua venuta a sí fatta ora, e perché se’ venuto solo». E mentre che queste parole diceva, dubitava molto non il duca gli avesse detto l’infortunio di Biancofiore. Ma Florio rispose: «La cagione della mia venuta è questa. A me fa mestiere d’essere tutto armato, e d’avere un buon cavallo. Ond’io non sappiendo ove di tale bisogna fossi piú fedelmente e meglio servito che qui, qui m’indirizzai piú tosto che in altra parte: priegovi adunque che vi piaccia di questo tacitamente servirmi incontanente». E mentre che diceva queste parole, con gran fatica riteneva le lagrime, le quali dal premuto core, ricordandosi perché queste cose [p. 121 modifica]voleva, si movevano. Disse Ascalione: «Niuna cosa ho né potrei fare che al tuo piacere non sia; ma qual è la cagione di sí subita volontá d’armarti? Perché non aspetti tu il nuovo giorno? Armandosi l’uomo a questa ora, non veggendosi alcuna necessitá espressa, parrebbe un matto e subito volere, come sogliono essere quelli degli uomini poco savi e che hanno il natura senno perduto; ma se tu mi dí perché a questo se’ mosso, la cagione potrebbe essere tale che io loderei che la tua impresa si mettesse avanti. Giá sai tu bene che di me tu ti puoi interamente fidare, con ciò sia cosa ch’io lungamente in diverse cose ti sia stato maestro fedelissimo, e amoti come se caro figliuolo mi fossi: dunque non ti guardar da me». Florio rispose: «Caro maestro, veramente se alcuna virtu è in me, dagl’iddii e da voi la riconosco; e senza dubbio, s’io non avessi avuto in voi ferma fede, niuno accidente mai per tal cosa mi ci avrebbe potuto tirare; ma poi che vi piace sapere il perché a quest’ora per l’armi sia venuto, vel dirò. A voi non è stato occulto l’ardente amore che io a Biancofiore ho portato e porto, della quale, oggi, dormendo io, mi furon mostrate dalla santa dea Venus di lei dolorose cose: però che stando io con lei sopra a Marmorina in una oscura nuvola, vidi chiamare la mia semplice giovane, e porle uno avvelenato pavone in mano, e vidiglielo portare per comandamento altrui alla reale mensa dove voi sedevate; e dopo questo vidi e udii il grande romore che si fece, avveggendosi la gente dell’avvelenato pavone, e lei vidi furiosamente mettere in una cieca carcere; e ancora dopo lungo consiglio vidi scrivere il processo della iniqua sentenza, che dare si deve domattina contra lei. E queste cose tutte vedeste voi, e a me non ne diciavate cosa alcuna. Ma io ne ringrazio gl’iddii che mostrate me l’hanno, e datomi vero aiuto e buono argomento a resistere alla crudel sentenza e ad annullarla, sí come credo fare con questa spada in mano, la quale Venere mi donò per la difensione di Biancofiore. E se il potere mi fallisse, intendo di volere anzi con esso lei in un medesimo fuoco morire, che dopo la sua morte dolorosamente vivendo stentare». [p. 122 modifica]«Oimè, dolce figliuol mio» disse Ascalione, «che è questo che di tu di voler fare? Per cui vuoi tu mettere la tua vita in avventura? Deh, pensa che la tua giovane etá ancora è impossibile a queste cose, e massimamente a sostenere l’affanno delle gravanti armi. Deh, riguarda la tua vita in servigio di noi, che per signore t’aspettiamo, e lascia andare i popolareschi uomini a’ fati. Tu vuogli combattere per Biancofiore, la quale è femina di piccola condizione, figliuola d’una romana giovane, la quale, essendole stato ucciso il suo marito, per serva fu donata alla tua madre. Ma tu forse guardi al grande onore che ’l tuo padre l’ha fatto per adietro, e quinci credi forse ch’ella sia nobilissima giovane: tu se’ ingannato, però che questo non le fu fatto se non per essere ella stata tua compagna nel nascimento. Non è convenevole a te amare femina di sí piccola condizione; e però la lascia andare e compiere i doveri della giustizia, e poi che ella ha fatta l’offesa, lasciala punire. Non ti recare nella mente sí fatte cose, né dar fidanza a’ sogni, i quali o per poco o per soverchio mangiare, o per imaginazione avuta davanti d’una cosa, sogliono le piú volte avvenire, né mai però se ne vide uno vero; e se pur fai quello che proposto t’hai, nullo fia che non te ne tenga poco savio, e al tuo padre darai materia di corrucciarsi e d’infiammarsi piú contra lei: onde lascia stare questa impresa, io te ne priego». Allora Florio con turbato viso riguardandolo nella faccia, disse: «Ah, villano cavaliere, e isconoscente e malvagio, qual cagione lecita o ancora verisimile vi muove a biasimar Biancofiore, e chiamarla figliuola di serva? Non v’ho io piú volte udito raccontare che il padre di Biancofiore fu nobilissimo uomo di Roma, e d’altissimo sangue disceso? Certo sí. E quando questo non fosse vero, natura non formò mai sí nobile creatura com’ella: e però che non le ricchezze, o il nascere de’ possenti e valorosi uomini, fanno l’uomo e la femina gentile, ma l’animo virtuoso con le operazioni buone, essa per la sua virtú si confarebbe a maggior prencipe che io non sarò mai. E posto che di quello che io intendo di fare, la vil gente ne parli men che bene, i valorosi [p. 123 modifica]me ne loderanno, avvegna che io sí segretamente l’intenda fare, che alcuno nol saprá giá mai. E se pur si sapesse e parlassesene, il robusto cerro cura poco i sottili zeffiri, e il giovane pioppo non può resistere a’ veloci aquiloni. Faccia l’uomo in prima suo dovere, e poi parli chi voglia. E senza dubbio del corruccio del mio padre io mi curo poco, ché d’uomo di cosí vile animo come il sento, che si è posto a volere con falsitá vendicare le sue ire sopra una giovane donzella innocente, sua benivolenza e amistá si deve poco curare, e in grande grazia mi terrei dagl’iddii che egli mi uscisse davanti a contradire la salute di Biancofiore, però che io con quel braccio, col quale ancora, se e’ fosse quell’uomo ch’esser dovrebbe, il dovrei sostenere, gli lievi la vita mandandolo ai fiumi d’Acheronte, ove la sua crudeltá avrebbe luogo: vecchio iniquissimo ch’egli è, che nell’ultima parte de’ suoi giorni, alla quale quando gli altri che sono stati in giovinezza malvagi pervengono, si sogliano con bene operare riconciliare agl’iddii, incomincia a divenire crudele e a fare opere ingiuste. E di ciò che piacere o dispiacer io gliene faccia, mai della mia mente non si partirá Biancofiore, né altra donna avrò giá mai: né mi parra grave il peso dell’armi in servigio di lei. E certo Achille non aveva molto piú tempo ch’io abbia ora, quando egli abbandonando i veli insieme con Deidamia, venne armato a sostenere i gravi colpi d’Ettore fortissimo combattitore. Né Eurialo era di tanto tempo di quanto io sono, quando sotto l’armi incominciò a seguire gli ammaestramenti di Niso. Io sono giovane di buona etá, volonteroso alle nuove cose, e innamorato e difenditore della ragione, ed èmmi stato promesso vittoria dagl’iddii, e veggio la fortuna disposta a recarmi a grandi cose, la quale noi preghiamo tutto tempo che nel piú alto loco della sua rota ci ponga. Ora poi che ella con benigno viso mi porge gli addimandati doni, follia sarebbe a rifiutarli, ché l’uomo non sa quando piú a tal punto ritorni. Io m’abbandonerò a prendergli ora che mi par tempo, e salirò sopra la sua rota, e quivi, senza insuperbire, quanto mi potrò in alto mantenere, [p. 124 modifica]mi manterrò. E se avviene che alcuna volta scenderne mi convenga, con quella pazienza che io potrò, sosterrò l’affanno. Né mi vogliate far discredere quello che la vera visione mi ha mostrato, dicendo che i sogni sieno fallaci e voti d’ogni veritá: poi che voi non lo mi voleste dire, tacete almeno di farlomi discredere, però che io ho piú testimoni di questa veritá: e principalmente il mio anello con la perduta chiarezza mi mostrò l’affanno di Biancofiore, e appresso la celestiale spada, ritrovandolami nella destra mano quando mi svegliai, mi affermò la credenza delle vedute cose e la speranza della futura vittoria. Ma forse voi dubitate di farmi il servigio, e però con tante contrarietá v’andate al mio intendimento opponendo. Ond’io vi priego, senza piú andare con tante circostanze faccendomi perder tempo, che mi rispondiate se fare lo volete o no: ché io vi prometto che mai non sarò lieto, né dalla mia impresa mi partirò, infino a tanto che io con la mano destra non avrò diliberata Biancofiore dal foco, e da qualunque altro pericolo le soprastesse».

Quando Ascalione sentí cosí parlare Florio, e videlo pur fermo in voler difendere Biancofiore, assai si maravigliò del gran core che in lui sentiva, e piú della nuova visione e della spada a lui donata, la quale non gli parea opera fatta per mano d’uomo, e in prima tra sé disse: «Veramente la fortuna ti vuole recar a grandissime cose, delle quali forse questa fia il principio, e gl’iddii mostra che ’l consentano». E poi rispose a lui: «Florio, senza ragione mi chiami villano e malvagio, però che quel ch’io ti diceva, io non lo ti diceva che io non conoscessi bene ch’io non diceva il vero, ma io il diceva acciò che da questa impresa ti ritraessi, se io avessi potuto ritrartene. E se io avessi dal principio conosciuto che cosí fermamente t’avessi posto in core di far questo, certo senza alcun’altra parola t’avrei detto: ‛andiamo’; ma io volea provare altresí con che animo c’eri disposto. E non dir ch’io dubiti di servirti, ch’io voglio che manifesto ti sia che alcuno disio non è in me tanto quanto è quello di servire te. Onde io ti priego caramente, poi che del tutto [p. 125 modifica]alla difensione di Biancofiore se’ fermo, che, se ti piace, lasci a me questo peso, perché tu non sai chi dinanzi ti de’ uscire a resistere al tuo intendimento. E nella corte del tuo padre senza fallo ha molti valorosi cavalieri espertissimi e usati in fatti d’arme lungamente, a’ quali tu ora, novello in questo mestiero, non sapresti forse cosí resistere come si converrebbe. E non ti voler fidare solo nella forza della tua giovanezza, ché non solamente le forti braccia vincono le battaglie, ma i buoni e savi provvedimenti dánno vittoria le piú volte. E posto che io giá vecchio non ho forse guari i membri piú poderosi di te, almeno so meglio di te qual colpo è da fuggire e quale è da aspettare, e quando è da ferire e quando è da sostenere, come colui che dalla mia puerizia in qua mai altra cosa non feci. E, d’altra parte, se io soperchiato fossi, a te non manca allora il potere combattere, e combattendo provarti, e soccorrere me e Biancofiore». A cui Florio rispose brevemente: «Maestro, io ora novellamente porterò arme; ma come detto v’ho, io sono giovane, e amore mi sospigne, e la buona speranza: io voglio senza alcun fallo essere il difenditore di quella cosa che io piú amo; ché a me non è avviso che alcun cavaliere non tanto fosse valoroso e dotto in opera d’arme che potesse quivi adoperare quanto io potrò. E se io consentissi che voi andaste a combattere, e foste vinto, a me non si converrebbe d’andare a volere racconciar quello che voi aveste guasto, né potrei né mi sarebbe sofferto. Io voglio cominciare a provare quell’affanno che l’armi porgono. Io ho tanto sofferto amore, che ben credo poter sofferire l’armi ad una picciola battaglia. E nella giovinezza si debbono i grandi affanni sostenere, acciò che famoso vecchio si possa divenire. E se pure addivenisse che la speranza della vittoria mi fallasse, farò si che la vita e la battaglia perderò ad un’ora, la qual cosa mi fia molto piú cara che se io, dopo la morte di Biancofiore, rimanessi in vita; del vostro aiuto so che poi Biancofiore non si curerebbe, sí che piú ch’uno non bisogna che combatta». Disse Ascalione: «Poi che ti piace che sia cosí, io ne sono contento, ma veramente non t’abbandonerò mai; e se io vedessi [p. 126 modifica]

che il peggio della battaglia avessi mai, chiunque ucciderà te, ucciderà me altresì, prima che la tua morte vedere voglia. Ma io priego gl’iddii, se mai alcuna cosa appo loro meritai, ch’essi ti donino la disiderata vittoria, sí come promesso t’hanno, acciò che io teco insieme, riprovata la iniquità del tuo padre e iscampata Biancofiore, mi possa di sì prospero principio rallegrare».

Veduta Ascalione la ferma volontà di Florio, senza piú parlare, lo ’ncominciò ad armare di belle e buone arme; e poi che gli ebbe fatto vestire una grossa giubba di zendado vermiglio, primieramente gli fece calzare due bellissime calze di maglia, e appresso i pungenti sproni; e sopra le calze gli mise un paio di gambiere lucenti, come se fossero di bianco argento, e un paio di cosciali; e similemente fattogli mettere le maniche e cignere le falde, gli mise la gorgiera; e appresso gli vestì un paio di leggierissime piatte, coperte d’un vermiglio sciamito, guarniti di quanto bisognava nobilmente e fini ad ogni prova. E poi che gli ebbe armato le braccia di be’ bracciali e musacchini, gli fece cignere la celestiale spada, dandogli poi un bacinetto a camaglio bello e forte, sopra il quale un fortissimo elmo rilucente e leggiero, ornato di ricchissime pietre preziose, sopra il quale un’aquila con l’ale aperte di fino oro risplendeva, gli mise, dandogli un paio di guanti quali a tanta e tale armatura si richiedevano; e appresso il sinistro omero gli armò d’un bello e forte scudetto e ben fatto, tutto risplendente di fino oro, nel quale sei rosette vermiglie campeggiavano. E come il tenero padre i suoi figliuoli ammonisce e insegna, cosí Ascalione diceva a Florio: «Caro figliuolo mio, non ischifare gli ammaestramenti di me vecchio, ma sí come nell’altre cose gli hai avuti cari e osservatigli, così fa che in questa maggiormente gli abbia, perciò che è cosa, non osservandola, che porta piú pericolo. Quando tu verrai sopra il campo contro al disiderato nemico, quanto piú puoi prendi la piú alta parte del campo, acciò che andando verso lui, prima il sopragiudichi che tu sia da lui sopragiudicato: però che gran danno tornò a’ greci la poca altezza, che’ [p. 127 modifica]troiani avevano, vantaggio al cominciar la battaglia. E guarda non t’opporre a’ solari raggi, però che essi dando altrui negli occhi nocciono molto. Annibale in Puglia per tale ingegno ebbe sopra i romani vittoria, volgendo le reni al sole, al quale costrinse i romani di tenere il viso. Né contro al polveroso vento devi metterti, però che dandoti esso negli occhi t’occuperebbe la vista. Né moverai il corrente cavallo con veloce corso lontano al tuo nemico, ma il principio del suo movimento sia a picciolo passo, però che quando sarai presso al nemico, spronandolo forte, esso il suo corso impetuosamente incominci: perciò che le forze del volonteroso cavallo sono molto maggiori dal cominciare dell’aringa che nel mezzo, quando col disteso capo corre alla distesa. Né ancora gli darai tutto il freno, però che con meno forza dilungando il collo andrebbe. Allora sono le cose disposte ad andar forte, quando elle trovano alcun ritegno e lo trapassano. E chi fece Protesilao piú volenteroso che ’l dovere, se non l’essere ritenuto contro alla calda volontá? Se Aulide non avesse ritenute le sue navi, egli andava piú temperatamente. Né non abbasserai la lancia nel principio dell’aringo, però che il savio nemico prenderebbe riparo al tuo avvisato colpo, e il tuo braccio dal peso sarebbe stanco avanti che a lui giugnessi; ma ponendo mente in prima a lui, t’ingegna, se puoi, di prendere al suo colpo riparo, e appressandoti a lui prestamente con forte braccio abbassa la tua lancia, e fa che avanti nella gola ti ponga che nella sommitá dell’elmo: i bassi colpi nocciono, posto che gli alti siano piú belli. E se egli avviene che con lui urtare ti convenga col petto del tuo cavallo, guarda bene che col petto del suo non si scontri, se giá non fossi molto meglio a cavallo di lui, però che il danno potrebbe essere comune, ma faccendo con maestrevole mano un poco di cerchio, fa che il petto del tuo cavallo alla spalla sinistra del suo si dirizzi, e quivi fieri se puoi, ché tal ferire sará senza danno di te. Ma poi che le lance piú non si adopereranno, non esser lento a trar fuori la spada; ma non voglio che tu però meni molti colpi, ma maestrevolmente, quando [p. 128 modifica]luogo e tempo ti parrá di ferire allo scoperto, copertamente fieri, sempre intendendo bene a coprire te, piú che al ferire molto l’avversario, infino a tanto che tu vegga lui stanco e fievole, e al di sotto di te, ché allora non si vogliono i colpi risparmiare. E guardera’ti bene che per tutto questo niente del campo ti lasci torre, perciò che con vergogna sarebbe e con danno. Né ti lasciare abbracciare, se forte non ti senti sopra le gambe: la qual cosa se avviene, non volere troppo tosto sforzarti d’abbatterlo in terra, ma tenendoti ben forte lascia affannar lui, il quale quando alquanto affannato vedrai, piú leggiermente potrai allora mettere le tue forze e abbattere lui. E sopra tutte le cose ti guarda degli occulti inganni: i tuoi occhi e il buono avviso continuamente te ne ammaestrino. E niuno romore o di lui o del circustante popolo ti sgomenti, ma senza alcuna paura ti mostra vigoroso; e sovente la tua parte sia aiutata dal grido: e il nemico vedendoti ognora piú vigoroso, dubiterá della tua vittoria, però che ben ti seggiano l’armi indosso e bellissimo e ardito ti mostrano, piú ch’altro cavaliere giá è gran tempo vedessi». Florio con disiderio ascoltava queste parole, notandole tutte, e volontieri vorrebbe allora essere stato a’ fatti, e molto gli noiava il picciolo spazio di tempo che a volgere era, e molto in se medesimo si gloriava veggendosi armato; e disse ad Ascalione: «Caro maestro, niuna vostra parola è caduta, ma da me debitamente ritenute, le credo, ove il bisogno sani, mettere in effetto; ma caramente vi priego che v’armiate, e vengano i cavalli, e andiamo, però che giá mi pare che le stelle, che sopra l’orizzonte orientale salivano nel coricare del sole, abbiano passato il cerchio della mezza notte».

Cominciassi ad armare Ascalione, e mentre ch’e’ s’armava, Florio andava per l’ostiere ora correndo ora saltando d’una parte in altra, e tal volta con la celestiale spada faccenda diversi assalti. Alcuna volta prendeva la lancia per vedere com’egli la potesse alzare e abbassare al bisogno, lanciandola talora; e queste cose cosí destramente faceva, come se alcuna arme impedito non l’avesse, avvegna che Amore la maggior [p. 129 modifica]parte gli dava della sua forza. Di che Ascalione, lodando la sua leggerezza, si maravigliò molto; ed essendo giá egli medesimo armato, tutto solo se ne andò alla stalla, e messe le selle e’ freni a due forti cavalli, li menò nella sua corte; e quivi vestito Florio e sé di due sopravveste verdi, e prese due grosse lance con due pennoncelli ad oro lavorati e seminati di vermiglie rose, ciascuno la sua, montarono i cavalli e senza piú dimorare presero il cammino verso la Braa.

Giá Febea con iscema ritonditá teneva mezzo il cielo, quando Florio e Ascalione, lasciando la cittá, cominciarono a cavalcare pe’ solinghi campi. Ella porgeva loro col freddo raggio grande aiuto, però ch’ella mitigava il caldo che le gravi armi porgevano, e massimamente a Florio, il quale di tal peso non era usato, e poi faceva loro la via aperta e manifesta: di che Florio molto si rallegrava, perché giá gli pareva avere incominciato a ricevere l’impromesso aiuto degl’iddii. E piú si rallegrava imaginando che egli s’appressava al luogo dove egli vedrebbe la sua Biancofiore in pericolo, e iscampata da quello per la sua virtú. Ma non volendosi tanto alle sue forze rifidare, quanto all’aiuto degl’iddii, volto verso la figlia di Latona, cosí cominciò a dire: «O graziosa dea, i cui beneficii io sento continuamente, laudata sia; tu alleviando la mia madre di me, piegandoti a’ suoi prieghi, le mi donasti, degna allegrezza dopo il ricevuto affanno. Adunque, poi che per te nel tempestoso mondo venni, aiutami nelle sue avversitá, e priegoti pe’ tuoi casti fuochi, i quali giá ne’ miei teneri anni debitamente coltivai, che come tu hai nel mio aiuto incominciato, cosí perseveri. Oh! ricordati quando tu giá ferita di quello strale di che ora io sono, ardesti di quel foco del quale io ardo; e priegoti per le oscure potenze de’ tuoi regni, ne’ quali mezzi tempi dimori, che tu domani, dopo la mia vittoria, prieghi il tuo fratello che col suo luminoso e fervente raggio mi renda alle abbandonate case, onde tu ora col tuo freddo mi togli. Tu m’hai porta speranza del futuro soccorso degl’iddii col tuo principio, ond’io con piú ardita fronte il dimando. E te, o sommo prencipe delle celestiali armi, priego [p. 130 modifica]per quella vittoria che tu giá sopra i figliuoli della terra avesti, e per tutte l’altre, che tu sia a me favorevole aiutatore, però che io non cerco, sí come vedi, di volere per la presente battaglia possedere né acquistare la vostra celestiale casa, né intendo di levare a Giove la santa Iunone; né similmente è mio intendimento d’occupare la fama delle tue grandi opere, ma col tuo medesimo aiuto d’accrescerla, e solamente cerco di difendere la vita di Biancofiore ingiustamente condannata a morte. E tu, o santa Venus, nel cui servigio io sono, aiutami. Io vo piú ardito per la promessa che con la tua santa bocca mi facesti. Non mi dimenticare: mostrisi qui quanto la tua forza possa adoperare. E similemente tu, o santa Giunone, donandomi il tuo aiuto, consenti che io vincendo faccia manifesto il malvagio inganno, il quale questi iniqui, contro a’ quali ora vo, copersero col tuo santo uccello, non serbandoti la debita reverenza. E voi, qualunque deitá abitate ne’ celestiali regni, siate al mio soccorso intente; e massimamente tu, Astrea, la cui giusta spada il mio padre intende di sozzare con innocente sangue, aiutami». E cosí dicendo e tutt’ora cavalcando, pervennero al dolente luogo per lungo spazio avanti dí: e quivi il nuovo giorno aspettarono.

La misera Biancofiore, non sappiendo perché con tanto furore né perché sí subitamente presa fosse, quasi tutta stupefatta, senza alcuna parola, sostenne la grave ingiuria, entrando nell’oscurissima e tenebrosa carcere; la quale serrata, acciò che nulla persona materia avesse di poterle in alcun modo parlare, a cui ella scusandosi poi la sua scusa ad altri porgesse, il re prese a sé la chiave. E dimorando lá entro Biancofiore, niuno sí picciolo movimento v’era che forte non la spaventasse, e le varie imaginazioni, che la fantasia le recava inanzi, le porgevano molta paura, e ’l suo viso impalidito, anzi smorto, non dava alcuna luce nella cieca prigione; onde ella per grave doglia incominciò a piangere e a dire: «O me misera, quale può essere la cagione di tanta ingiuria? Di che ho io offeso? Certo in niuna cosa, che io sappia. Io mai né con parole né con operazioni offesi la reale maestá, e la reina mia cara donna [p. 131 modifica]sempre onorai, né mai rubando né spogliando i santi templi né gli altari degl’iddii commisi sacrilegio, né mai si tinsero le mie mani né l’altrui per me d’alcun sangue: dunque perché questo m’è fatto? Oimè, iniqua fortuna, maladetta sia tu! Or non ti potevi chiamare sazia delle mie avversitá, pensando che divisa m’avevi da quella cosa nella quale ogni mia prosperitá e allegrezza dimorava, senza volermi ancora fare questa vergogna d’essere ora messa in prigione senza averlo io meritato? Deh, se tu avevi volontá di nuocermi, perché avanti non mi uccidevi? Ma credo che conoscevi che la morte mi sarebbe stata somma felicitá, però che ella i miei sospiri avrebbe terminati. Stiano adunque i miseri sicuri contro a’ tagli delle spade, e contro alle punte delle acute lance, infino a tanto che il cielo avrá volto il loro tempo, però che fortunoso caso di vita non li priverebbe. Oimè, or tu mi ti mostrasti poco avanti cosí lieta, faccendomi piú degna che alcun’altra giovane della real casa di portare il santo pavone alla mensa, dove il re sedeva, accompagnato da quelli baroni, i quali tutti in mio onore e servigio si vantarono! È questa la fine che tu vuoi a’ loro vanti porre? Oimè, com’è laida e vituperevole! Oimè, come tosto hai mutato viso a mio dannaggio! Maladetto sia il giorno del mio nascimento! Io fui cagione di forzata morte al mio padre e alla mia madre, i quali io giá mai non vidi, e ora non so come la mi pare avere a me meritata. Oimè, che gl’iddii e ’l mondo m’hanno abbandonata, e massimamente tu, o Florio, in cui solo io portava speranza! Deh, dove se’ tu ora, o che fai tu? Forse pensi che il tuo padre m’acconci per mandarmiti a te, però che dimandata me gli hai, e io sto in prigione piena di varie sollecitudini, e non so per che né a che fine, né se il tuo padre intende di farmi morire! Deh, or non t’è egli la mia avversitá palese? Non riguardi tu il caro anello da me ricevuto, il quale apertamente la ti significherebbe? Oimè, ch’io dubito che tu piú nol riguardi, come cosa la qual credo che poco cara ti sia! Immantanente imagino che tu m’abbia dimenticata! E chi sarebbe quel giovane sí costante e tanto innamorato, che veggendo [p. 132 modifica]tante belle giovani, quante ho inteso che costá sono, scalze dintorno alle fresche fontane, e talora sopra i verdi prati, coronate di diverse frondi cantare e fare maravigliose feste, non lasciasse il primo obbietto pigliandone un secondo? E se tu non m’hai dimenticata, perché non mi soccorri? Chissá s’io dopo questa prigione avrò peggio? Chissá se io di fame ci sarò lasciata morire dentro, o se di me fia fatta altra cosa? Oimè, se ora io morissi, come faresti tu? Io per me mi curerei poco di morire, se io solamente una volta veder ti potessi avanti, e se io non credessi che a te fosse il mio morire gravoso a sostenere. Oimè, che io credo che se tu sapessi che io fossi qui, la mia liberazione sarebbe incontanente. E se io potessi questo in alcun modo farti sentire, ben lo farei; ma io non posso. Oimè, dove sono ora tanti amici tuoi, a’ quali soleva di me per amor di te calere, quando tu c’eri? Non ce n’ha egli alcuno che tel venisse a dire? Io credo di no: però che gli amici della prosperitá, insieme con essa sono fuggiti. Ma l’anello ch’io ti donai ha egli perduta la virtú? Io credo di sí, però che alle mie avversitá niuna speranza è lasciata. O santa Venere, al cui servigio l’animo mio è tutto disposto, per la tua somma deita non mi abbandonare, e per quello amore che tu portasti al tuo dolce Adone, aiutami. Io sono giovane, usata nelle reali case, dove io nacqui, con molte compagne continuamente stata: ora non so perché io sia sí vilmente rinchiusa sola. La paura mi confonde. A me pare che quante ombre vanno per la nera cittá di Dite, tutte si parino davanti agli occhi miei, con terribili e spaventevoli atti. Mandami alcuno de’ tuoi santi raggi in compagnia; e, in brieve, della mia vita adopera quello che tu meglio di me conosci che bisogna, ché tu vedi bene che io aiutar non mi posso». Non aveva ancora Biancofiore compiuto di dire queste parole, che nella prigione subitamente apparve una gran luce e maravigliosa, dentro alla quale Venere ignuda, fuor solamente involta in uno porporino velo, coronata d’alloro, con un ramo delle frondi di Pallade in mano, dimorava. La quale, quivi giunta, subitamente disse: «O bella giovane, non ti [p. 133 modifica]sconfortare. Noi giá mai non ti abbandoneremo: confortati. Credi tu che la nostra deitá abbandoni cosí di leggieri i suoi suggetti? Le voci tue percossero le orecchie insino nel nostro cielo, al pietoso suono delle quali subitamente a te sono discesa, e mai non ti lascerò sola. E non dubitare per cosa che ti sia stata fatta infino a qui, che da questa ora inanzi niuna cosa ti sará fatta, per la quale altra offesa che solo un poco di paura te ne seguisca». Quando Biancofiore vide questo lume e la bella donna dentro la prigione, tutta riconfortata, si gittò ginocchioni in terra davanti a lei, dicendo: «O misericordiosa dea, laudata sia la tua potenza. Niuno conforto era a me misera rimaso, se tu venendo non m’avessi riconfortata. Oh, quanto ti debbo esser tenuta, pensando alla tua benignitá, la quale non isdegnò di venire da’ gloriosi regni in questa oscuritá e solitudine a darmi conforto, non avendo io tanta grazia giá mai meritata. Ma dimmi, o pietosa dea, poi che con le tue parole m’hai renduto alquanto del perduto conforto, se lecito m’è a saperlo, qual è la cagione per la quale fatta m’è questa ingiuria». A cui la dea rispose: «Niun’altra cagione ci è, se non che tu e Florio siete al mio servigio disposti; ma non sotto questa spezie s’ingegna il re di nuocerti, ma il modo trovato da lui, col quale egli si ricuopre, è falso e malvagio: ma egli è ben conosciuto tanto avanti, che alla tua fama non può nuocere, e ancora sará piú manifesto. E, d’altra parte, io poco avanti discesa giú dal cielo, ordinai la tua diliberazione, in maniera che, avanti che il sole venga domani al meridiano cerchio, tu sarai renduta al re e tornata in quella grazia che solevi. Piú avanti non te ne dirò ora, però che tutto vedrai e saprai domani». Con questi ragionamenti, e con molti altri, si rimase Biancofiore con la santa dea infino al seguente giorno, quasi rassicurata, senza prendere alcun cibo, infino che tratta fu di prigione per menare alla morte.

Cominciassi per la corte un gran mormorio, poi che il re fu partito dal gran consiglio che tenuto aveva del fallo che doveva aver fatto Biancofiore: e tutti i baroni e l’altre genti, [p. 134 modifica]chi in una parte e chi in un’altra ne ragionavano; e a tutti pareva impossibile a credere che Biancofiore avesse giá mai tanta malvagitá pensata, con ciò sia cosa che semplice e pura e di diritta fede la sentivano. E altri dicevano che Biancofiore non avrebbe mai tal fallo commesso né pensato, ma che questo era fattura del re, il quale ordinato avea ciò per farla morire, però che Florio piú ch’altra femina l’amava, e il re temeva che egli non la prendesse per isposa, o a vita di lei non ne volesse prendere alcun’altra. Alcuni dicevano ciò non potere essere, ché, se il re l’avesse avuto animo adesso, per altro modo l’avrebbe fatta morire, né mai si sarebbe vantato di maritarla, sí come la mattina aveva fatto, affermando d’attenere il suo vanto con tanti saramenti: aggiungendo a questo che essi credevano che ciò fosse fattura del siniscalco, però che l’aveva in odio, perché rifiutato l’aveva per marito. E altri ne ragionavano in altra maniera: chi difendeva il re, e chi Biancofiore; ma a tutti generalmente ne doleva, e niuno poteva credere che difetto di Biancofiore fosse mai stato. E molti ve n’aveva che, se non fosse stato per tema di dispiacere al re, avrebbono parlato molto avanti in difesa di Biancofiore, e ancora prese l’arme, se bisognato fosse, chi per amor di lei, e chi per amore di Florio. E cosí d’uno ragionamento in un altro il giorno passò, e sopravvennero le stelle, mostrandosi tutto quel giorno, quanto durò, il re e la reina molto turbati nel viso, avvegna che contenti e allegri fossero nell’animo, sperando che il seguente giorno per la morte di Biancofiore terminerebbono il loro disio.

Il re dormí poco quella notte, tanto il costringeva l’ardente disio che il nuovo giorno venisse; e sollecitando le maladette cure il suo petto, e piú volte svegliandolo, egli alfine disse: «O notte, come sono lunghe le tue dimoranze piú che essere non sogliano! O il sole è contra il suo corso ritornato, poi che egli si celò in Capricorno, allora che tu la maggior parte del tempo del nostro emisferio possiedi, o Biancofiore credo che con le sue orazioni prieghi gl’iddii che rallungare ti facciano, quasi indovina al suo futuro danno. Ma [p. 135 modifica]folle è quello iddio che per lei di niente s’inframette, ché a lui non fia mai per lei acceso fuoco sopra ad altare né visitato tempio. Di se medesima gli può ben promettere sacrificio, perciò che quando tu ti partirai dal nostro emisferio, io la farò ardere nelle cocenti fiamme, né di ciò alcuno pregato iddio la potra aiutare, né trarla dalle mie mani: adunque partiti, e lasciami tosto veder l’apparecchiato fine al mio disire. E tu, o dolcissimo Apollo, il quale disideroso sí prestamente suoli tornare nelle braccia della rosseggiante Aurora, che fai? Perché dimori tanto? Vienne, non dubitar di venire sopra l’orizzonte, perché io debba fare per la tua venuta ardere la non colpevole giovane. Questo non è l’acerbissimo peccato del comune figliuolo de’ due fratelli, mangiato da essi e porto dalla crudel madre, per lo quale tu tirasti i carri dello splendore indietro, e non volesti dare quel giorno luce alla terra, perché sopra sé sí fatta crudeltá avea sostenuta. Tu desti piú volte luce a Licaone operatore di maggior crudeltá che questa non è; e sofferisti che Progne, dopo l’ucciso figliuolo, dandole tu lume, si fuggisse della giusta vendetta di Tereo; né si celò la tua luce nella morte dei due tebani fratelli. Adunque, poi che ad Atreo e a Tieste, a Licaone, a Progne, ad Eteocle e a Polinice ne’ loro falli il tuo splendore concedesti, è cosí mirabile cosa se tu a me ora ne porgi? Questa non è la prima femina che muore ingiustamente, né sará l’ultima, né è a te piú che un’altra cara. Dunque vieni. Deh, non dimorare piú! Fuggano omai le stelle per la tua luce. Non mi fare piú disiderare quello che tu naturalmente suoli a tutti donare». Cosí parlava il re, ora vegghiando e ora non fermamente dormendo: e in tale maniera passò tutta quella notte. Ma poi che il giorno apparí, subito si levò, e fece chiamare i giudici, e loro comandò che Biancofiore senza indugio fosse giudicata.

Quella mattina il sole coperto d’oscure nuvole non mostrò il suo viso, e l’aria da noiosa nebbia impedita pareva che piangesse, quasi pietosa degli affanni di Biancofiore. Ma poi che i chiamati giudici furono davanti al re, ed ebbero il comandamento ricevuto, stettero stupefatti al cospetto reale. [p. 136 modifica]E conoscendo quasi il volere degl’iddii, e la ingiusta sentenza che dar dovevano, temendo, e mossi a pietá, s’ingegnarono d’aiutar Biancofiore, e dissero: «Altissimo signore, niuna persona può da noi essere giudicata, se quella, cui giudicar dobbiamo, in prima a’ nostri orecchi non confessa con la propria bocca il fallo, per lo quale al nostro giudicio è tratta. Noi non abbiamo ancora udito da Biancofiore alcuna cosa, o s’è vero o non vero quello di che voi volete che a morte la sentenziamo. E voi volendo fare quest’opera secondo il giudiciale ordine, come dite, e non di fatto, conviene che ce la facciate udire sé aver commesso questo fallo, però che noi dubitiamo che, senza fare il debito modo, la sentenza non torni sopra i nostri capi». Assai si turbò il re di queste parole, e temendo forte che Biancofiore ascoltata non fosse, e per quello il suo inganno si manifestasse, o che per indugiare non pervenisse agli orecchi a Florio, rispose: «Questo fallo fatto da costei non ha bisogno di confessione alcuna, perciò che è sí manifesto, che, se negare lo volesse, non potrebbe, e però sopra l’anima mia e de’ miei figliuoli la giudicate incontanente». Comandarono adunque i giudici che Biancofiore fosse di presente tratta di prigione, e menata davanti da loro, veggendo essi la volontà del re essere disposta pure a volere che senza indugio alcuno giudicata fosse.

Adunque Biancofiore, tratta fuori di prigione quella mattina, e la chiara luce che accompagnata l’aveva subito partita da lei, ed essa vestita di neri drappi, i quali la reina mandati le aveva, acciò che come nobile femina andasse a morire, venne tacitamente davanti a’ giudici, quasi perdendo ogni speranza che ricevuta avea dalla santa dea il preterito giorno; e quivi fermata, uno de’ giudici levato in piè con empia voce cosí disse: «Sia manifesto a tutti che la presente iniqua giovane Biancofiore per suo inganno e tradimento volle, il giorno passato, il nostro e suo signor re Felice avvelenare con un pavone, sotto spezie d’onorarlo; e però, acciò che nullo uomo o altra femina a sì fatto fallo mai s’ausi, noi condanniamo lei, ch’ella sia arsa e fatta divenire cenere trita, [p. 137 modifica]e poi al vento gittata». E questo detto, comandò che al foco senza indugio menata fosse.

Biancofiore aveva perduto il naturale colore e per la paura e per lo digiuno; e il suo bel viso era divenuto palido e ismorto come secca terra; ma ancora il nero vestimento le dava alle non guaste bellezze gran vista. E udendo ella il miserabile giudicio contro a lei dato senza ragione, forte cominciò a piangere, e a dire tra se medesima: «O me misera, or conviemmi egli morire? Or che ho io fatto?». E se non fosse che le sue dilicate mani erano con istretto legame congiunte, ella s’avrebbe i suoi biondi capelli dilaniati e guasti, e ’l bel viso senza alcuna pietá lacerato con crudeli unghie, stracciando i neri drappi significanti la futura morte, e avrebbe riempito l’aere di dolorose e alte grida; ma vedendosi impedita, e circondata da innumerabile quantitá di popolo, costretta da savio proponimento, raffrenò le sue voci, e senza alcun romore fra sé tacitamente rincominciò a dire: «Ahi, sfortunato giorno e noiosa ora del mio nascimento, maladetti siate voi! Oimè, morte, quanto mi saresti tu stata piú graziosa nelle braccia di Florio, sí com’io mi credetti giá che tu mi venissi! Deh, ora mi fossi tu venuta almeno in quell’ora ch’io chiamata fui a portare il male avventuroso uccello per me, perciò che allora sarei morta onestamente e senza vergogna d’alcuna infamia. O anime del mio misero padre e de’ suoi compagni e della mia dolente madre, i quali per me acerba morte sosteneste, rallegratevi, che io, stata di sí crudel cosa cagione, sono punita degnamente. Niuna altra cosa credo che noccia a me misera, se non questa insieme con l’aver portata troppa lealtá e onore a colui che ora mi fa morire. O crudelissimo re, perché mi rechi a sí vile fine? Che t’ho fatto io? Certo niuna colpa ho commessa, se non ch’io ho troppo amore portato al tuo figliuolo. Deh, or che mi faresti tu, o piú crudele che Pisistrato, s’io l’avessi odiato? Quale tormento m’avresti tu trovato maggiore? Io, misera, mai nol ti dimandai, né lui pregai ch’egli di me s’innamorasse. Se gl’iddii concedettero al mio viso tanto di piacevolezza che ’l suo gentile [p. 138 modifica]core fosse per quella preso, ho io però meritata la morte? Se io avessi creduto che la mia bellezza mi fosse stata augurio di sí dolorosa fine, io con le mie mani l’avrei deturpata, seguendo l’esempio di Spurino, giovane romano. Ma fuggano omai gli uomini i doni degl’iddii, poi che essi sono cagione di vituperevole fine. Io, misera, avrei giá potuto con le mie parole tirare Florio in qualunque parte la volonta piú m’avesse guidata, o congiugnerlo meco per matrimonial nodo, se io avessi voluto, se non fosse stata la pietá che il mio leale core ti portava. O vecchio re, per l’onore che io da te riceveva non ti volli mai del tuo unico figliuolo privare, e io del bene operare sono cosí meritata. A questo fine possano venire i servidori de’ crudeli, che io veggio venir me! O sommo Giove, il quale io conosco per mio creatore, aiutami. Tu sai la veritá di questo fatto, e conosci che io non fallai mai: non consentire adunque che le pietose opere abbiano cotal guiderdone. La mia speranza chiede solo il tuo aiuto, fermandosi nella tua misericordia. Non sostenere che oggi con l’effetto del nome, il tuo cielo ricuopra l’iniquitá del re Felice contra di me; manifestamente fa nota la veritá. E tu, o Giunone santissima, nel cui uccello tanta falsitá fu nascosa per conducermi a questo fine, vendica la tua onta, fa che questa cosa non rimanga inulta, ma sia letta ancora intra l’altre vendette da te fatte, acciò che la tebana Semele o la misera Eco non si possano di te giustamente dolere. E tu, o pietosissima Venere, soccorri tosto col promesso aiuto; non indugiar piú, perciò che, non veggendolo, a me fugge la speranza delle tue parole da tutte parti, però che io al foco mi sento condannare, e veggiomi i feroci sergenti dattorno armati, come se io fierissima nemica delle leggi mi dovessi torre loro per forza, e veggio il siniscalco, a me crudelissimo nemico, sollecitare i miei danni con altissime voci e con furiosi andamenti, né piú né meno che se egli della mia salute dubitasse. Né veggio che per pietá di me cangi aspetto. Tutte queste cose mi danno paura e tolgonmi speranza. Dunque soccorri tosto, ch’io dubito che se troppo indugi, che io non muoia di contraria morte di quella [p. 139 modifica]che apparecchiata m’hanno costoro, perciò che la molta paura m’ha giá si raffreddato il core, che egli gli è poco sentimento rimaso».

Mentre che Biancofiore, ascoltando la crudele sentenza, tacitamente fra sé si ramaricava piangendo, il re insieme con la reina e con molta altra compagnia vennero a vederla, giá volendola i sergenti menare via. Ma Biancofiore col viso pieno di lagrime voltata al reale palagio, il quale ella mai riveder non credeva, vide ad un’alta finestra il re e la reina riguardanti lei: allora piú la costrinse il dolore, e con piú amare lagrime s’incominciò a bagnare il petto. Ma non per tanto cosí, com’ella poté, si sforzò di parlare, e con debile voce, rotta da molti singhiozzi di pianto, disse: «O carissimo padre, re Felice, da cui conosco l’onore e ’l bene che io per a dietro ho ricevuto in casa tua e quello che ricevette la mia misera madre, essendo noi stranieri romani, tu e la tua compagnia rimanete con la grazia degl’iddii, li quali io priego che ti perdonino la ingiusta morte alla quale tu mi mandi senza ragione. E certo piú onore vi tornava a tutti l’essere degnamente stati pietosi, che ingiustamente crudeli contra me, che mai a’ vostri onori non ruppi fede; e ancora li priego che essi a voi siano piú prosperevoli che a me non sono stati». E dicendo Biancofiore queste parole, il siniscalco in su un alto cavallo, con un bastone in mano, sopravvenne, e dando su per le spalle a’ sergenti che la menavano, a lei disse: «Via avanti, qui non bisognano al presente queste parole: priega per te, e non per loro». Onde Biancofiore piangendo bassò la testa, andando oltre senza piú parlare. Il re e la reina, che quelle parole avevano udite, alquanto piú che l’usato modo costretti da pietà, cominciarono a lagrimare: e tanto ne dolse alla reina, che molto si pentì del malvagio consiglio che al re donato aveva, e volontieri avrebbe tutto tornato adietro, se con onore del re e di lei fare l’avessero potuto. I sergenti forte e molto vituperosamente tiravano Biancofiore verso la Braa, dove il fuoco apparecchiato giá era; ed ella che dal cospetto dell’iniquo re s’era piangendo dipartita, andava col capo basso, pianamente dicendo: «Oimè, [p. 140 modifica]Florio, dove se’ tu ora? Deh, se tu cosí m’amassí come giá tu m’amasti e come io amo te, e sapessi che la mia vituperevole morte mi fosse sí vicina, che faresti tu? Certo io credo che tu porteresti grandissimo dolore: ma tu non m’ami piú. Io conosco veramente il tuo amore essere stato fallace e falso; che se perfetto e buono fosse stato, sí come è il mio verso di te, niun legame t’avrebbe potuto tenere a Montorio, o che almeno non avessi al mio soccorso cercato alcuno rimedio, volendo sapere la cagione della mia morte, se lecita è o no; o solamente saresti venuto a vedermi prima ch’io morissi, mostrando che della mia morte portassi gravissimo dolore. Oimè, che tu forse aspetti che io lo ti mandi a dire, ma tu non pensí come io possa, che non che mandarloti a dire mi fosse lecito, ma una picciola scusa non ha voluto il re ascoltare da me, né consentire che ascoltata sia; avvegna che tu il sai, non ti potresti scusare che tu non lo sapessi, però che, poi che io misera fui tratta di prigione, io ho tacitamente udito ragionare a molti che ’l duca e Ascalione per non vedere la mia morte se ne sono venuti costá, e so che essi t’hanno contato tutto il mio disavventurato caso, come coloro che lo sanno interamente. Dunque perché non mi vieni ad aiutare? Chi aspetti tu che si lievi in mio aiuto, se tu non vi ti lievi? Tu forse dubiti d’aiutarmi, dicendo: ‛S’ella muore giustamente, leverommi io a volere difendere la giustizia?’Certo tu se’ ingannato, che non che gli uomini ma i bruti animali pare che ne parlino che la morte ch’io vo a prendere m’è ingiustamente data, e tu me ne se’ principale cagione. E se pur giustamente la ricevessi, pensando al grande amore che t’ho sempre portato, non mi dovresti ragionevolmente aiutare, e difendere da sí sozza morte, acciò che la gente non dicesse: ‛Colei cui Florio amava cotanto, fu arsa’? E ancora ho udito affermare ad alcuni che per niun’altra cosa si partí Ascalione di qua, se non per venirloti a dire. Ma quando egli mai non te l’avesse detto, il mio anello, il quale ti donai quando da me ti partisti, non telo deve aver celato. Manifestamente col suo turbare ti deve aver mostrato le mie avversitá; e credo che [p. 141 modifica]egli, del mio aiuto piú sollecito di te, giá te l’abbia mostrato. Ma dubito che tu negligente al mio soccorso ti stai costá, forse contento d’abbracciare o di vedere alcun’altra giovane, e, dimenticata me, hai de’ miei impedimenti poca cura. Ond’io, dolorosa, senza conforto per te mi muoio, avvegna che uno solo ne porterá l’anima mia agl’infernali iddii, o altrove che ella vada, che io veggio manifestamente ad ogni persona doler della mia morte, e dire che io muoio per te, e per altra cosa no. Ma se gl’iddii mi volessero tanta grazia concedere, ch’io ti potessi solamente un poco vedere anzi la mia morte, molto mi sarebbe a grado, e il morire meno noioso. Dunque, o dispietato, che fai? Deh, vieni solamente a porgermi quest’ultima consolazione, se l’aiutarmi in altro t’è noia». Queste e molte altre parole andava fra sé dicendo Biancofiore, menata continuamente con istudioso passo alla sua fine. Niuno era in Marmorina tanto crudele che di tale accidente non piangesse, e l’aere era ripieno di dolenti voci. Ma ciascuno, non potendo, piú oltre che ’l piangere, mostrare che di lei gli dolesse, diceva: «Gl’iddii ti mandino utile e tostano soccorso, o dopo la tua morte alloghino la tua anima graziosa nella pace de’ loro regni». E giunti i sergenti al misero luogo dov’era acceso il fuoco, e ragunato infinito popolo per vedere, il siniscalco fece fare grandissimo cerchio, acciò che senza impedimento i sergenti potessero il loro uficio fare. Ma a Biancofiore corsero agli occhi molto di lontano i due cavalieri, che giá a lei s’avvicinavano per la sua difesa: e senza sapere piú avanti del loro essere che gli altri che quivi erano, imaginò che l’uno di costoro fosse Florio, il quale quivi alla diliberazione di lei fosse venuto. Per la qual cosa, ricordandosi della promessa della santa dea, alquanto il naturale colore le ritornò nel viso, e cacciando da sé alquanto di paura, si cominciò a riconfortare, e a prendere speranza della sua salute.

Florio e Ascalione, pervenuti al tristo luogo per grande spazio prima che il giorno apparisse, affannati per lo perduto sonno, vaghi di riposarsi, Florio perché era giovane e non [p. 142 modifica]uso d’alcuna asprezza, e Ascalione per lunga etá giá tutto bianco, smontato ciascuno dal suo cavallo, e legatolo a un arbore, dissero: «Qui alquanto ci riposiamo, infino a tanto che il nuovo giorno appaia». E cavati gli elmi e messisi gli scudi sotto il capo, cominciarono soavemente a dormire.

O Florio, che fai tu? Tu fai contra all’amorose leggi. Niuno sonno si conviene a sollecito amadore. Deh, or non pensi tu che cosa è il sonno, e come egli sottilmente sottentra ne’ disiderosi occhi e negli affannati petti? Ora dove sono fuggite le sollecite cure, che strignevano il tuo animo poco avanti? E’ ti soleva essere impossibile il dormire sopra i dilicati letti: ora come con l’arme indosso sopra la dura terra ti se’ addormentato? Credi tu forse Biancofiore aver tratta di pericolo perché tu ti sia armato? Ell’è ancora in quel pericolo che ella si fu avanti che tu t’armassi. Ma tu forse credi il sonno a tua posta cacciare da te: ma pensa che tu dormendo niuna signoria hai: adunque porre non gli puoi termine, ma egli a sua posta si partirá. E se egli alquanto ti ritiene piú che a Biancofiore non bisogna, a che sará ella? Certo alla morte! Forse tu ti fidi che gl’iddii ogni volta ti deggiano con nuovi segni destare? Forse non ti desteranno: e se ti destano, che grado alla tua sollecitudine, piú tosto da dire pigrizia? Venere infino a qui ha fatto il suo dovere: se tu a quello ch’ella t’ha detto sarai pigro, ella si riderá di te, e terratti vile, e scherniratti con dovute beffe. Deh, come male, se tu soverchio dormi, avrai adoperata la ricevuta spada? Ora non ti strigne amore? Or non t’è a mente Biancofiore? Ogni sollecitudine è testé da te lontana! Ma la misera Biancofiore, forse giá fuori della cieca prigione e della non giusta sentenza data contro di lei, forse è vilmente menata all’acceso foco; e ripetendo tutte quelle parole che a lei si convengono verso di te dire, va piangendo. Or s’ella muore, che varrá la tua vita? Ella si potrá piú tosto dire ombra di morte. Ora se Biancofiore sapesse che un poco di sonno, sopravvenuto ne’ tuoi occhi, t’avesse fatto dimenticare li suoi affanni, non avrebb’ella ragione di non amarti giá mai, ma degnamente [p. 143 modifica]odiarti? E s’ella morisse, potendola tu aiutare, gran vergogna ti sarebbe, e veramente mai piú viver lieto non dovresti. Dunque levati su, non vinca il sonno la debita sollecitudine, però che mai nullo pigro guadagnerá graziosi doni.

Nel piccolo spazio che Florio quivi addormentato stette, gli fu la fortuna molto graziosa, perché a lui pareva, cosí dormendo, con le sue forze avere giá liberata Biancofiore d’ogni pericolo, e con lei essere in un piacevole giardino, pieno d’erbe e di fiori e di varii frutti copioso, allato a una chiara fontana coperta e circuita di giovanetti arbuscelli, in maniera che appena i chiari raggi del sole vi potevano trapassare. E quivi gli pareva con lei sedere con due strumenti in mano sonando e cantando amorosi versi, e insieme fare allegra festa, talora recitando i loro fortunosi casi, e talora disiderosamente gli pareva abbracciar lei, e che ella abbracciasse lui, e dessersi amorosi baci. E giá non lo allegrava tanto la gioiosa festa, quanto il parergli d’averla tratta di tanto pericolo, in quanto ella medesima nel sogno gli aveva narrato ch’era stata. E cosí Florio, che dormendo disiderava di non dormire, si stava, quando il giorno cominciò alquanto a rischiarare. Allora l’altissimo prencipe delle battaglie, sollecitato dalla sua amica, discese dal suo cielo, e sopra un rosso cavallo, armato quanto alcun cavaliere fosse mai, sopraggiunse a costoro; e ismontato da cavallo, prese per lo braccio Florio, che ancora dormiva, e disse: «Ah, cavaliere, leva su, non dormire: non vedi colui, il cui figliuolo seppe si mal guidare l’ardente carro della luce, che ancora si pare nelle nostre regioni, che giá co’ suoi raggi ha cacciate le stelle?». Allora Florio, tutto stupefatto, subitamente si dirizzò in piè guardando dattorno, e forte si maravigliò, quando vide il cavaliere, che chiamato l’avea, che della rossa luce di che era coperto tutto pareva che ardesse, e disse: «Cavaliere, chi siete voi che queste parole mi dite e che m’avete il dolce sonno rotto?». «Io sono guidatore e maestro delle celestiali armi» rispose Marte, «e insieme sono in cielo iddio con gli altri, e sono qui venuto al tuo soccorso, però che novello cavaliere se’ tu entrato sotto [p. 144 modifica]la mia guida. Non dubitare, fatti sicuro, e te’ questo arco con questa saetta: niuno tuo nemico ti sará si lontano, che con questa non l’aggiunga, solamente che tu il vegga: folle è chi l’aspetta, ardito chi la saetta, e iddio è chi la fabbrica; però tieni caro l’uno e l’altra, acciò che donandoli non te n’avvenisse come alla misera Procris, la quale molto piú lunga vita aspettava, se guardata avesse la saetta che donò a Cefalo. E quella spada, che la mia carissima amica ti recò, non dispregiare, perché niuna arma è, fuori che le nostre, che a’ suoi colpi possa resistere. L’ora si appressa che noi dobbiamo cavalcare; chiama il tuo compagno, e andiamo.»

Di questo cavaliere si maravigliò molto Florio, però che oltre alla misura degli uomini grandissimo il vedea, ferocissimo nel viso, e tutto rosso, con una grandissima barba, e sí lucente, che appena poteva sostener di mirarlo. Ma udite le sue parole, rallegratosi molto di tale aiuto, quale era il suo, bassatosi in terra, gli s’inginocchiò davanti, dicendo: «O sommo iddio, sempre sia il tuo valore esaltato, sí come è degno; quanto per me si può, tanto piú ti ringrazio del caro e buono arco che donato m’hai, e della tua compagnia, la quale a me indegno t’è piaciuto di fare in questa necessitá. Perché io ti priego che tu, come promesso hai, cosí al mio aiuto sia avvisato in non abbandonarmi, acciò che io, tornando a Montorio con l’acquistata vittoria, le mie armi nel tuo santissimo tempio divotamente doni. E questo detto, si dirizzò in piè, e chiamato Ascalione, disse: «Cavalchiamo, che tempo è, e a me pare giá vedere empiere il tristo luogo di molta gente, e parmi vedere l’accese fiamme risplendere in mezzo di loro». Ascalione senza indugio si levò, e vide che egli dicea il vero. Allora messisi gli elmi, e presi gli scudi e le lance, montarono a cavallo seguendo Marte, che avanti a loro cavalcava, verso quella parte dove Biancofiore doveva essere menata. Ascalione, che a Florio vedeva portare il forte arco, disse: «O Florio, chi t’ha donato quest’arco, poi che noi venimmo qui?». «Certo» rispose Florio, «l’alto duca delle battaglie, che qui davanti a noi cavalca; poco fa, dormendo io, mi chiamò, [p. 145 modifica]e donommi quest’arco e questa saetta, e dissemi che noi cavalcassimo, allora ch’io ti chiamai. Disse Ascalione: «Dove è quel duca che tu di che tel donò? Io non veggio davanti a noi se non uno splendore molto vermiglio, del quale io t’ho voluto piú volte dimandare se tu lo vedevi». Disse allora Florio: «Quegli è desso; io veggio lo splendore e l’iddio che dentro vi dimora». Allora disse Ascalione: «Ben ti dico che ora veggio che gl’iddii t’amano, e che tu devi pervenire a grandissimi fatti. Quale vuo’ tu della tua futura vittoria piú manifesto segnale? Certo quella fiamma che apparve a Lucio Marzio sopra la testa, aringando a’ disolati cavalieri in Ispagna per la morte di Publio Gneo Scipione, non fu piú manifesto segno del futuro trionfo. Né quello ancora, che apparve a Tullio, ancora picciolo fanciullo, dormendo, nel cospetto di Tanaquilla, fu piú manifesto segnale del futuro imperio, che questo sia della diliberazione di Biancofiore. Adunque confortati, e prendi vigoroso ardire, seguendo le vestigie del forte iddio. E ora ciò che stanotte mi dicesti, senza dubbio ti credo, ben che insino a qui molto dubitato abbia che vere non fossero le tue parole».

Cosí parlando e seguendo il celestiale cavaliere, pervennero al luogo dove le calde fiamme erano accese; e passati nel gran cerchio che il siniscalco aveva giá fatto fare dintorno al foco, si fermarono per vedere se alcuno dicesse loro alcuna cosa. Ciascuno che nel piano era, veduta questa rossezza nel piano subitamente venuta, e non sappiendo che si fosse, dubitava, e niuno ardiva d’appressarsi; e chi nel piano entrava, non sappiendo di che, aveva paura. Ma il siniscalco, che con rivolta redina aveva ripreso il secondo cerchio maggiore, per dare maggiore spazio a’ sergenti, veduta la nuova luce, cominciò ad aver paura, molto in sé maravigliandosi e dubitando non questo fosse alcun segnale che gl’iddii avessero mandato in significanza della salute di Biancofiore. Ma pure per non parere men che ardito, e per meno sgomentare gli altri, passò avanti, con non piú sicuro animo che Cassio in Macedonia contro a Ottaviano, veduta la figura di Cesare [p. 146 modifica]vestito di porpora venire contro a lui, tanto che pervenne ad esso senza far motto, e a’ due cavalieri che appresso gli stavano, i quali Biancofiore molto di lontano aveva veduti, con rabbiosa voce disse: «Signori, tiratevi a dietro». Allora Marte ristette, e a Florio disse: «O giovane coperto delle nuove armi, ecco colui che tu devi oggi recare a villana fine; questi fia campione contro alla veritá: e veramente ha meritato ciò che da te riceverá, però che egli è colui che mise in effetto l’ordinato male de’ tuoi parenti: rispondigli, né per lui da questo luogo ti muovere». Allora Florio si trasse avanti con tanta forza e fierezza, quanta se quivi uccidere senza indugio l’avesse voluto, e disse: «Cavalier traditore, né tu né altri mi fara di qui mutare, piú che mi piaccia». Il siniscalco crucciato, e impaurito per la compagnia che con lui vedeva, si tirò indietro con intendimento di tornargli adosso con piú compagni; ma Florio, alzata la testa, e rimirando il piano, vide Biancofiore assai presso del foco, giá da alcuno sergente presa per volerlavi gittare; e veggendo Florio vestita di nero colei che soleva essere perfetta luce del suo core, e veggendo i begli occhi pieni di lagrime, e i biondi capelli senza alcun maestrevole legamento attorti e avviluppati al capo, e le dilicate mani legate con forte legame, e lei in mezzo di vile e disutile gente, incominciò per pietá sotto il rilucente elmo il piú dirotto pianto del mondo, dicendo: «Oimè, dolcissima Biancofiore, mai non fu mio intendimento che nel mio padre tanta crudeltá regnasse, che verso di te potesse men che bene adoperare, né mai credetti vederti a tal partito. Ma unque gli iddii non mi aiutino, se tu non se’ da me aiutata, o io insieme teco prenderò la morte, o tu e io insieme lietamente viveremo». E queste parole fra sé dette, ferí il cavallo degli sproni fieramente, rompendo la calcata gente, la quale per la partita del siniscalco aveva riempiuta l’ampiezza del fatto cerchio da lui; e rifatto col poderoso cavallo nuovo e maggiore spazio, comandò a’ sergenti, che giá Biancofiore volevano gittare nel foco, che incontanente sciogliendo a lei le mani la dovessero lasciare, né piú avanti toccarla, per quanto il [p. 147 modifica]vivere fosse loro a grado. Egli fu obbedito senza dimoro; e i sergenti per tema tutti indietro si ritirarono. Allora Florio rivolto a lei, con alta voce disse: «Giovane damigella, fugga da te ogni paura, che gl’iddii, pietosi di te, vogliono che io ti difenda: dimmi qual sia la cagione che il re t’ha fatto giudicare a sí crudele morte, come è questa che apparecchiata ti veggio, ché io ti protnetto, che o ragione o no che il re abbia, infin che i miei compagni ed io avremo della vita, per amore di Florio, cui io amo quanto me medesimo, e per amor della tua piacevolezza, ti difenderemo». Vedendosi Biancofiore confortare dal cavaliere, lasciata da’ sergenti, alzò il viso con gli occhi pieni di lagrime, e dopo un amaro sospiro cosí disse: «O cavaliere, chi che tu sia, o mandato dagl’iddii in mio aiuto o no, come può egli essere che occulto ti sia il torto che fatto m’è? E’ pare che le insensibili pietre, non che gli uomini ne ragionino, per quello che io misera n’ho potuto comprendere venendo qua; ma poi che a voi è occulto, e piacevi di saperlo, io il vi dirò. Ieri si celebrò in Marmorina la gran festa della nativitá del re Felice, al quale, con alquanti baroni sedendo a una tavola, io fui mandata dal siniscalco con un pavone, il quale era avvelenato; e io di ciò non sappiendo cosa alcuna, fatto quello di esso che comandato mi fu, il lasciai davanti al re, e tornaimene alla camera della reina: ove essendo ancora un poco dimorata, fui presa e messa in prigione con grandissimo furore. E senza volere essere in alcuno atto ascoltata, fui poco inanzi sentenziata a questa morte. Ma se a’ giuramenti de’ miseri si deve alcuna fede prestare, io vi giuro per la potenza de’ sommi iddii che questo peccato io non commisi, e senza colpa mi conviene patire la pena. Ma io vi priego, se voi siete amico di Florio, per amore del quale credo che io sia fatta morire, che voi m’aiutiate e difendiate, acciò che io sí vilmente non muoia». Florio, il quale insieme riguardava e ascoltava intentivamente Biancofiore, piangendo continuamente sotto l’elmo, e guardandosi bene che del suo pianto niuno s’avvedesse, molto disiderava di farlesi conoscere; poi per lo [p. 148 modifica]ammaestramento della santa dea ne dubitava, ma alla fine così le rispose: «Bella giovane, confortati, che io ti prometto che tu non morrai, mentre che gl’iddii mi presteranno vita». E alzata la visiera dell’elmo, voltato verso il gran popolo che a vedere era venuto, disse così:

«Signori, i quali qui adunati siete per vedere lo strazio disonesto e ingiusto che di questa giovane alcuni vogliono fare, il quale, se spirito di pietá alcuno fosse in voi rimaso, dovreste fuggire di vedere, a me chiaramente pare, per le parole che io ho da lei intese, le quali credo, e manifestamente appare quelle essere vere, che la sentenza, data contro a lei, sia, nella presenza degl’iddii e degli uomini, falsa e iniquamente data, però che ella semplicemente portò quello che comandato le fu; ma il siniscalco, il quale glielo comandò, è colui che del male è stato cagione; per la qual cagione sopra lui, e non sopra costei, cade questa sentenza. E chi altro che questo volesse dire, o il siniscalco o altri per lui, sono io presto e apparecchiato di difendere quello ch’io ho detto sia la verita, e in ciò arrischierò la persona e la vita. Perciò che la manifesta ragione mi strigne ad essere pietoso della ingiusta ingiuria fatta a costei; e, d’altra parte, io sono distrettissimo e caro amico di Florio, ed ella per amore di lui mi priega ch’io l’aiuti e difenda nella ragione: e io cosí son presto di fare, e in ragione e in torto, contro a qualunque la vuoi far morire, però che s’altro ne facessi, molto alla cara amistà mi parrebbe fallare, e ogni uomo mi potrebbe di ciò giustamente riprendere».

Assai nobili uomini erano ivi presenti, e massimamente v’era la maggior parte di quelli che vantati s’erano al pavone, a’ quali molto di Biancofiore doleva: i quali queste parole udendo, tutti dissero che il çavaliere dicea bene, e che convenevole cosa era che ’l siniscalco, o altri per lui, sua ragione, contro a quel che la contradiceva, difendesse. E di ciò mandarono al re sofficienti messaggeri subitamente, contenti tutti senza fine di tale accidente, favoreggiando Biancofiore in quanto potevano. E alcuni di quelli giudici, che [p. 149 modifica]tenziata l’aveano, trovandosi ivi presenti, udite le parole di Florio, comandarono che piú avanti non si procedesse, infino a tanto che ’l cavaliere non avesse il suo intendimento provato. Ma il siniscalco, che dentro di rabbiosa ira tutto si rodea, veggendo che Biancofiore aveva aiuto, e che di consentimento di tutti all’opera si dava indugio, e che il cavaliere si vituperose parole aveva dette di lui, incominciò a bestemmiare quella deitá che avuto aveva potere d’indugiare tanto la morte di Biancofiore, e che per inanzi se ne inframettesse in non lasciarla morire; e cosí bestemmiando si trasse avanti, e disse: «Il cavaliere mente per la gola di tutto ciò che ha detto; ché Biancofiore deve ragionevolmente morire, e cosí morrá ella in dispetto di lui e di Florio, per cui richiamata s’è, e di qualunque iddio la volesse aiutare». E detto questo, comandò a’ sergenti che incontanente la mettessero nel foco, e lasciassero dire al cavaliere: che, se difender la voleva, fosse venuto avanti che la sentenza fosse data, ché omai non si puote ella tornare indietro per cosa che alcuno dica. Florio si volse subito a’ sergenti, dicendo: «Niuno di voi la tocchi per quanto la vita gli è cara: lasciate abbaiare questo cane quanto egli vuole; e se egli disidera di farla morire, venga avanti a toccarla». Allora Massamutino, enfiato e pieno di mal talento, spronò il cavallo adosso a Florio, e disse: «Villan cavaliere, chi se’ tu che si contrari’ la nostra potenza con sí oltraggiose parole? Poco che tu parli piú avanti, io ti farò prendere e ardere con lei insieme. Via, levati di qua incontanente». Florio, non potendo piú sostenere, alzò la mano, e diegli sí gran pugno in su la testa, che quasi cadere lo fece sopra l’arcione della sella tutto stordito; e questo fatto, dirizzatosi sopra il destriere, e accostatosi a lui, preso l’avea sotto le braccia per gittarlo dentro l’acceso foco; ma molti furono gli aiutatori, quasi piú per iscusa di loro che per buona volontá, i quali se stati non fossero, finita era quivi la rabbia del siniscalco. Ma trovandosi egli da Florio libero, voltate le redini del corrente destriere, avacciandosi, n’andò al real palagio; e venuto nella presenza del re, vi trovò alcuni, mandati da’ nobili uomini [p. 150 modifica]che udite aveano le parole di Florio, li quali da parte loro gli recitavano l’accidente. A costoro ruppe il siniscalco il parlamento loro, giungendo furioso, e cosí disse: «Ahi, signor mio, ascolta le mie parole. Lá alla Braa è venuto il piú villano cavaliere che unque portasse arme, insieme con un compagno, tutti armati, e dice che provare mi vole per forza d’arme che la sentenza, da’ nostri giudici data contro a Biancofiore, sia falsa, e ch’ella non deve morire: intendi che a me, che disarmato a’ suoi intendimenti resisteva, ha fatto villania e oltraggio; e certo ivi era presente Parmenione, e Sata, e altri uomini a voi suggetti, sí com’io a voi, che piú tosto disaiuto che soccorso mi porsero, svergognando voi e la vostra potenza, e favoreggiando Biancofiore. E il cavaliere ha detto ch’è fedelissimo e stretto amico di Florio; onde Biancofiore per parte di lui gli s’è richiamata: per la qual cosa è del tutto fermo di mai senza battaglia non partirsi, e di scampar lei, o di morire egli. Ond’io vi priego carissimamente che a me concediate questo dono della battaglia, rinnovandomi arme e cavallo, acciò ch’io possa principalmente con la mia spada il vostro onore e intendimento servare, e appresso vendicare la ricevuta onta. Io porto speranza negl’iddii e nelle mie forze che senza dubbio con vittoria vi menerò preso il villan cavaliere, che tanto ha oggi vostra potenza dispregiata».

Niente piacquero al re tali novelle, anzi con dolente animo l’ascoltava, e fra sé diceva: «Deh! ora chi ha sí tosto queste cose a Florio rivelate, che egli si subito soccorso mandato le ha? E chi potrebbe essere stato amico di Florio tanto stretto, che per lui a tal pericolo si mettesse? Io non so. O iddii, maladetta sia la vostra potenza, la quale non ha potuto sostenere ch’io rechi a perfezione un mio intendimento!». E poi che egli ebbe per lungo spazio rivolte per la mente le non piacevoli cose, sospirando rispose: «Non so chi sia questi che ’l mio intendimento s’ingegna d’impedire; ma sia chi vuole, che forse egli morrá, e Biancofiore non camperá». E poi soggiunse al siniscalco: «A me par l’ora molto alta a volere combattere, e te sento oggi molto affannato, e però rimangasi [p. 151 modifica]per questo giorno la battaglia. Va, e fa convitare il cavaliere, e onorario infino al mattino; e poi, quando il sole con piú tiepido lume ritorneni, combatterete, poi che negare non gli possiamo la battaglia». «Sire» rispose il siniscalco, «in niuna maniera può oggi rimanere la battaglia, però che il cavaliere che la dimora è di sí fiero coraggio e ardimento, che qualunque persona volesse Biancofiore toccare, converrebbe che con lui combattesse, o la lasciasse stare; né la alcuno v’è a cui della morte di Biancofiore non incresca, né che piú tosto in aiuto di lei non mettesse la persona, che in suo danno dicesse una sola parola, fuori solamente io, che da’ vostri comandamenti e piaceri mai non mi partii né partirò; e però se voi mi concedete che io oggi combatta, io combatterò, e se no, se ne vorrò far venire Biancofiore alla prigione, io so che combattere mi converrá. Priegovi adunque che voi la mi concediate ora, poi che io sopra lui sono animoso». Rispose allora il re: «Poi che egli è come tu dí, e che oggi la battaglia non si può cessare, va e prendi l’arme, e qualunque de’ nostri cavalli piú ti piace, e fa che onori acquisti con vittoria: pensa che nelle tue mani deve stare oggi la perfezione del nostro avviso, e la veritá della nostra bocca si deve con la forza del tuo braccio osservare. Ma acciò che la fortuna con non pensato infortunio il nostro intendimento non recida, se ti parrá di poterlo fare, comanderai a’ tuoi sergenti che mentre che la gente attenta dimora a vedere la vostra battaglia, che essi subitamente gittino Biancofiore nell’acceso foco; poi questo fatto, della tua vittoria non ti curare». «Questo sará a mio potere fornito», rispose il siniscalco, e partissi da lui.

Prese adunque il siniscalco quelle armi e quel cavallo che migliore si credette che fosse per tornare al campo; ma la dolente Biancofiore, né campata, né del tutto rimasa dannata, quivi si stava intra’ due continuamente piangendo; e poco valeva che Florio, il quale dal suo lato mai non si partiva, la confortasse, ben che se saputo avesse che colui che si pietosamente la confortava fosse stato Florio, ella avrebbe tosto [p. 152 modifica]mutato il doloroso pianto in amoroso riso, non curandosi del pericolo nel quale essere le pareva. Ella dimandava sovente: «O cavaliere, che è di Florio? Quando è che voi lo vedeste?». E ogni volta al nominar Florio, piú forte piangeva. E Florio le rispondeva: «Giovane donzella, in veritá, che la passata sera il vidi, e con lui dimorai per grande spazio di tempo in Montorio, lá ove io poi il lasciai faccendo sí grandissimo pianto e duolo di ciò che addivenuto t’è, che niuna persona il poteva né può racconsolare. Egli chiaramente mi pregò che io dovessi qui senza dimoro venire a liberarti da questo pericolo; ed egli sdenza fallo ci sarebbe venuto, se non che io nol lasciai, però che io credo fermamente che se egli ti vedesse in tale maniera, forza sarebbe che egli o per grave doglia morisse, o per quella il natural senno perdesse. Ma molto ti manda pregando che tu ti conforti per amore di lui, e che tu il tenga a mente, sí come egli fa te, ché mai per bellezza d’alcuna altra giovane non ti poté né crede poter dimenticare». Assai piacevano a Biancofiore queste parole, e molto in se stessa se ne confortava, e poi fra sé diceva: ‛Deh, chi è questo sí caro amico di Florio, che qui al mio soccorso è venuto? Or nol conosco io? Io soglio conoscere tutti coloro che amano Florio’. E mentre questo tra sé ragionava, sempre guardava l’armato cavaliere nel viso, e quasi alcuna ricordanza le tornava d’averlo altre volte veduto; ma l’angoscia e la paura che per lo petto le si volgevano e per la mente, non lasciavano all’estimativa comprendere niuna vera fazione di Florio: e, d’altra parte, egli per l’armi e per le lagrime aveva nel dilicato viso perduto il bel colore, il quale mai, avanti che a Montorio andasse, non s’era nel cospetto di Biancofiore cambiato. E volendo ella dimandare del nome Massamutino apparve al campo tutto armato con due compagni, ciascuno a cavallo sopra altissimo destriere, l’uno de’ quali un forte scudo avanti gli portava, nel quale un lione rampante d’oro in uno azzurro campo risplendeva, e l’altro una corta lancia e grossa, con un pennoncello a simigliante arme: per la qual cosa la gente cominciò tutta a gridare e a dare luogo, dicendo: «Ora [p. 153 modifica]

vedremo che fine avrà l’orgoglio del siniscalco»; e questo a Biancofiore tolse con subito tremore il non potere piú parlare al cavaliere. Ma Florio sì tosto come questo vide, bassata la visiera dell’elmo, disse: «O giovane, fatti sicura che il tempo della tua libertà è venuto»; e voltato al forte iddio e ad Ascalione, disse: «O somma deità ascosa nella vermiglia luce, e tu, o caro compagno, ecco l’avversario mio: alla battaglia non può essere piú indugio. Io vi priego che questa giovane vi sia raccomandata, sì che, mentre combatterò, alcuna ingiuria fatta non le fosse». E dette queste parole, ripresa la sua lancia, si fermò, quivi aspettando Massamutino con sicuro core.

Massamutino non fu prima in sul campo, che egli si fece chiamare alquanti de’ sergenti, quelli in cui piú si fidava, e così pianamente disse loro: «Sì tosto come voi vedrete che la gente starà tutta attenta a vedermi combattere col cavaliere, che difender vuole questa falsa femina, e voi allora prestamente la prenderete e gitteretela nel foco, acciò che, se io ho vittoria, noi ce ne siamo piú tosto ispediti, e se io non avessi vittoria, che per la mia poca forza non perisca la giustizia». I sergenti risposero che ciò senza alcuno fallo sarebbe fatto. Allora il siniscalco prese lo scudo e la lancia, e cavalcò tanto che davanti a Florio pervenne, a cui egli disse così: «O villan cavaliere, ecco chi abbasserà la tua superbia; e se tu contro alla vera sentenza, data giustamente sopra la persona di questa iniqua e vil femina qui presente, vuoi dire alcuna cosa, io sono venuto per farti con la mia spada riconoscere il tuo errore». A cui Florio rispose: «Iniquo traditore, la mia spada non taglia peggio che la tua, e quella gola per la quale tu menti, oggi il provera, sí come io credo; e in ciò gl’iddii m’aiutino, sí come campione e difenditore della verità, e però tra’ti adietro, e, quanto vuoi, del campo prendi, ché se’ armato, e l’offenderti non mi si disdirà».

Senza piú parole ciascuno si trasse adietro quanto a lui piacque, acconciandosi ciascuno per offendere l’altro. Ma certo la paura del misero Icaro, volante piú alto che il mezzo termine imposto dal maestro padre, non fu tale quando sentì la scaldata [p. 154 modifica]cera lasciare le commesse penne, quale fu quella di Biancofiore, quando il grande grido si levò: «Ecco il siniscalco!» Ella non morí, e non rimase viva, e s’alcuno colore l’era nel viso ritornato, o rimaso, tutto si fuggí, e quasi ogni sentimento del corpo abbandonò le sue parti, e l’anima si ristrinse nelle ultime parti del core, e quasi la volle abbandonare; ma poi che la vita tornò egualmente per tutti i membri, ella, inginocchiata in terra, incominciò a dire, alzato il viso inver lo cielo: «O sommo Giove, il quale con le tue mani formasti i cieli con tutte l’altre creature, e in cui ogni potenza ha fermamento, se tu ad alcuni prieghi ti pieghi, riguarda in me misera, e se io alcuna pietá merito, porgimi il tuo aiuto, sí come facesti al vecchio Anchise, quando sano senza alcun impedimento da’ crudeli fuochi dell’antica Troia il traesti. Deh, non volger li tuoi pietosi occhi in altra parte; riguarda a me: io sono tua creatura, e nella tua misericordia spero. A te niuna cosa è nascosa. Tu sai se io ho avuta colpa in ciò che costoro ingiustamente m’appongono. O signor mio, aiuta me e aiuta chi per me s’affanna. Non si tinga oggi la spada d’Astrea nell’innocente sangue. Dá vigore al mio cavaliere, il quale forse piú per lei, che per amore di me o d’altrui, s’ingegna di avere vittoria; e non abbandonare me misera posta in tanta tribolazione».

Quando i due cavalieri si furono allungati l’uno dall’altro, quando le teste de’ cavalli con presta mano l’uno verso l’altro voltarono, allora s’accostò Marte a Florio, e disse: «Giovane cavaliere, qui si parráquanto sia il valore del tuo ardito cuore: fa che tu seguiti nelle battaglie gli ammaestramenti del tuo compagno». E questo detto, con la sua mano gli alzò la visiera dell’elmo, e alitogli nel viso, e poi gliela richiuse; e acconciandogli in mano la forte lancia, disse: «Muovi, che giá il tuo nemico è mosso». Florio sospirando riguardò verso quella parte dove Biancofiore dimorava, e appresso ferí il corrente destriere co’ pungenti sproni, dirizzandosi verso Massamutino, che inverso lui correndo veniva con la lancia abbassata. Ma giá non parve alla circostante gente che un cavaliere [p. 155 modifica]si movesse, ma una celestiale folgore. Egli nella sua mossa fece tutto il campo risonare e fremire, e giungendo sopra il siniscalco, sí forte con la sua lancia il ferí nella gola, che quella ruppe, e lui miseramente abbatté nel campo sopra la nuova erbetta, passando avanti. E appena aveva ancora il colpo fornito, quando i sergenti, veggendo la gente attenta piú a riguardar loro che Biancofiore, s’accostarono per voler prendere lei, e farne quello che il siniscalco avea comandato. Ma Marte, che di ciò si accorse, sfavillando corse in quella parte, e lei nella sua luce nascose, faccendo loro impauriti tutti di quindi fuggire. Il romore fu sí grande nel campo per la caduta del siniscalco, che lui stordito fece risentire: il quale ritrovandosi in terra ancora con la sua lancia in mano, senza avere ferito, e riguardandosi intorno, e vedendo il nemico suo a cavallo tornare verso di lui, tutto isbigottí, dicendo: «Oimè, or con chi combatto io? Quegli non mi pare uomo: voglio io provare le forze mie con gl’iddii? Giá mi manifestò il core stamani, incontanente ch’io vidi la vermiglia luce, che quello era segno di soccorso divino a Biancofiore. Io veggio costui che d’iniquitá o d’altro arde tutto nel primo aringo: or che fará egli quando piú sará riscaldato nella battaglia? Se egli è iddio, non gli potrò resistere; s’egli è uomo, troppo mi sará duro alla sua fierezza contrastare. Volentieri vorrei di tale impresa esser digiuno; ma piú non posso». E cosí dicendo, prestamente si dirizzò, e volontieri si saria partito se potuto avesse; e, traendo fuori la spada, disse: «Facciano di me gl’iddii quello che loro piace: io pur proverò se egli è cosí fiero con la spada in mano come con la pungente lancia, avanti che io, senza aver bagnata la terra del mio sangue, mi voglia vituperosamente chiamare vinto». In quella Florio si appressò a lui e disse: «Cavaliere, certo mala prova ci fa il tuo orgoglio, e giá del primo assalto stai male. Disse il siniscalco: «Niente starei peggio di te s’io fossi a cavallo; ma giá questo vantaggio non avrai tu da me». E questo dicendo, subitamente alzò la spada per ferir Florio sopra la testa, ma il colpo fu corto, e discese sopra il collo del buon cavallo, al [p. 156 modifica]quale niuna resistenza valse che non partisse la testa dal busto, e cadde morto. Florio, vedendo il colpo, saltò tantosto a terra dal cavallo, e acceso d’ira, tratta fuori la celestiale spada, andò verso lui, e sí forte col petto l’urtò, che e’ credette di averlo fatto cadere; ma egli forte si ritenne pettoreggiando lui, non lasciandolo da quella volta in lá piú accostare, ma ferendolo continuamente di grandi e spessi colpi. Florio riceveva sopra il rilucente scudo le molte percosse, quasi lui poco o niente ferendo; ma, stando sempre in riguardo, intendea di volere tutti i suoi colpi in uno recare, acciò che per molto ferire la celestiale spada non fosse avvilita. E quando loco e tempo gli parve, avvisandolo in quella parte della gola la ove la lancia avea le armi guaste, alzato il braccio, si forte il ferí, che alcuna arme non gli giovò che egli non gli ficcasse la spada assai nelle gnude carni: e se il colpo fosse stato traverso, sí come fu diritto, opinione fu di tutti che tagliata gli avrebbe la testa. Per quel colpo cadde il siniscalco, e tutti credettero fermamente che egli fosse morto: per la qual cosa il romore si levò grande: «Morto è il siniscalco, e liberata è Biancofiore»; e di ciò tutti rendevano grazie agl’iddii e facevano festa. Mentre il gran romore si faceva, il siniscalco, che per quel colpo morto non era, ma stordito, si dirizzò tacitamente, e salito sopra un cavallo, il quale apparecchiato gli fu, incominciò a fuggire. Ma Florio, che verso Biancofiore se n’era andato, voltato per lo romore che la gente gli facea dietro vedendolo fuggire, quasi niente gli parea aver fatto, però che morto il credeva avere lasciato: allora mise mano al suo arco, un poco in se medesimo turbato, e postavi la saetta, l’aperse, saettandogli appresso, e disse: «Senza mio affanno questa ti giungerá piú tosto che tu non credi». E lui fuggente ferí dietro nelle reni, nulla arme faccendo alcuna resistenza a quel colpo, ma, passando dentro, mortalmente il piagò. Onde il siniscalco, sentendo il duolo, quivi si fermò, dove Florio tutto appiè venuto il prese per la irsuta barba, e tirandolo villanamente a terra del cavallo, infino all’acceso foco, nel cospetto di Biancofiore, cui Marte aveva [p. 157 modifica]giá della sua luce tratta, lo trascinò, insanguinando il piano con le sue piaghe; al quale, quivi giunto, disse: «Malvagio e iniquo traditore, se tu vuoi a noi di te porgere alcuna pietá, narra davanti a tutto questo popolo in che maniera il veleno, del quale questa innocente giovane fu accagionata, fu mandato davanti al re». A cui il siniscalco cosí rispose: «Poscia che gl’iddii v’hanno questa vittoria conceduta, e piace loro che la veritá sia manifesta, io, la cui vita è nelle vostre mani, avvegna che poca rimasa me ne sia, il vi dirò sí come potrò. Fatemi dirizzare in piè e sostenere, acciò che io stando alquanto alto possa essere da tutti udito e veduto». Fecelo Florio sostenere a’ suoi sergenti medesimi, ed egli cosí incominciò a dire:

«Egli è vero, o signori, che ancora non è gran tempo, io amai sopra tutte le cose del mondo Biancofiore, e amandola molto, pregai il re, mio naturale signore, che gli piacesse di congiugnerla meco per matrimonial legge, il quale liberamente mi promise di farlo; ma poi dicendo ad essa che me per marito dar le voleva, ella rispose che sí vile uomo com’io era mai in suo potere non l’avrebbe, e che da ciò la dilungassero gl’iddii; e poi piangendo, gittandoglisi a’ piedi, il pregò che gli piacesse che non la mi desse: onde egli mosso a pietá di lei, che l’amava come figliuola, disse: «Non piangere, che io nol ti donerò». Io, risapendo queste cose, molto mi turbai, e quello amore ch’io le portava si convertí in odio, e sempre pensai com’io vituperosamente la potessi o far morire o fare che cacciata fosse; onde iermattina celebrandosi la gran festa della nativitá del re, io feci cuocere e segretamente avvelenare quel pavone, il quale io poi a lei feci portare alla real mensa; e questo feci acciò che ella venisse a questa morte, dalla quale questo cavaliere vincendomi l’ha campata».

Guardossi assai il siniscalco di non dire alcuna cosa del re, perciò che campare credeva e non voleva rimanere nella disgrazia sua; e di ciò fu bene contento Florio, che la iniquitá del suo padre non fosse si manifestamente saputa. Ma [p. 158 modifica]sí tosto come Massamutino tacque, ogni gente cominciò a gridare: Muoia, muoia!». E Marte, che udite aveva queste cose, con alta voce, non essendo da alcuno veduto se non da Florio, disse: «Sia questa l’ultima ora della sua vita; gittalo in quel foco dov’egli fatto avea giudicare Biancofiore, acciò che la giustizia per noi non patisca difetto. Di cosí fatti uomini niuna pietá si vole avere». Florio, udita questa voce, ripreselo per la barba e gittollo nel presente fuoco. Quivi con grandissime grida e con grave doglia finí il siniscalco miseramente la sua vita ardendo.

Fu da molti la novella portata con lieto viso al re Felice della morte del siniscalco e della liberazione di Biancofiore: e chi la vi portò credendolo rallegrare, e chi per lo contrario, narrandogli molti per ordine ciò che stato era nel campo tra’ due cavalieri, e ancora il miracolo della vermiglia luce, e ciò che confessato aveva il siniscalco inanzi la sua morte. Il re in atto fece vista di maravigliarsene molto, ma gravosa e noiosa senza comparazione gli era all’animo tal novella; ma per non iscoprire ciò che infino a quell’ora aveva con fermo viso tenuto celato, con atto lieto si mostrò contento di ciò che avvenuto era, e cosí disse: «In veritá, che a me molto è a grado che Biancofiore sia da tal pericolo scampata, poi che colpevole non era; però che io l’amo quanto cara figliuola, avvegna che assai mi duole della morte del mio siniscalco, il quale io infino a qui per leale uomo e valoroso aveva tenuto; ma poi che tanta malvagitá occultamente in lui regnava, alquanto mi contento che a tal fine sia pervenuto. E s’io voglio ben considerare tutto ciò che da voi m’è stato detto, io veggo manifestamente me essere molto tenuto a’ nostri iddii; e similmente conosco me da loro molto essere amato, veggendo che essi inver di me tanta benevolenza dimostrano, che essi non soffrano che nella mia corte alcuna iniqua cosa senza punizione si faccia, per la quale la mia eterna fama potesse da alcuno ragionevolmente essere contaminata».

Avendo Florio gittato il siniscalco nell’ardenti fiamme, [p. 159 modifica]fece egli Biancofiore montare sopra un bel palafreno; e l’accompagnarO il grande iddio ed egli e Ascalione, con molti altri compagni, verso il reale palagio. Ella quasi paurosa, che appena potea credere d’essere ancora fuori del tristo pericolo, si voltò tutta tremante a Florio, e disse: «O signor mio, or dove mi menate voi? Voi m’avete tratta d’un pericolo, e riportatemi in luogo che è pieno di molti. Deh, perché volete voi avere perduta la vostra fatica? Io non sarò prima lá, che come voi vi sarete partiti, io mi sarò a quel pericolo che io m’era quando molto di lontano vi vidi, avvisando che in mio aiuto foste venuto. Deh, se voi siete cosí amico di Florio come voi dite, e come l’operazioni dimostrano, perché non me ne menate voi a lui a Montorio? Io non dubito di venir con voi ovunque mi menerete, solo che io creda trovar lui. Egli sará piú contento che voi mi rendiate a lui, che se voi mi rendete al suo padre». A cui Florio rispose: «Piacevole donzella, non dubitare: gl’iddii e Florio vogliono che tu sia renduta ora al re, acciò che del suo fallo egli si riconosca; ma renditi sicura che piú da lui non avrai altro che bene e onore. E io, quando tornerò a Montorio, farò si che Florio verrá tosto a vederti, o che egli manderá per te». E mentre che cosí ragionando andavano, pervennero al reale palagio. Quivi smontati nella gran corte, Florio prese Biancofiore per mano, e cosí la menò nella sala davanti all’iniquissimo re, che ancora parlava con coloro che rapportate gli avevano le novelle della morte del siniscalco. Il quale, vedendogli venire, si fece loro incontro, a cui Florio disse: «Sire, io vi raccomando questa giovane donzella, la quale io, con la forza dell’iddii e con la mia, della iniqua sentenza ho liberata per parte di Florio, per amore di cui io a questo pericolo, aiutando la ragione, mi sono messo: ve la raccomando, e vi priego che piú sopra di lei non troviate cagioni che facciano ingiustamente la morte parere giusta, sí come ora faceste; però che la veritá pur si conosce infine, e degna infamia ve ne cresce: e appresso, quando la morte di costei, la quale innocente e giusta da tutti è conosciuta, è da voi piú che da alcuno altro cercata, insieme quella di [p. 160 modifica]Florio dimandate: tenetela omai piú cara che infino a qui fatto non avete»; e datala in sua mano si tirò adietro.

Con lieto viso la prese il re, e abbracciatala, come cara figliuola la baciò in fronte, ed ella savissima incontanente piangendo si gittò in terra, e baciogli i piedi, e poi in ginocchi levata disse: «Padre e signor mio, io ti priego che se mai in alcuna cosa ti offesi, che tu mi perdoni, che semplicitá e non malizia m’ha fatto in ciò peccare; e priegoti che del tutto dall’animo ti fugga che io in quel fallo, per lo quale condannata fui, avessi colpa: e prima che mai tal pensiero mi venisse, mi mandino gl’iddii subitamente morte. Chi fu quello che in ciò falli, a tutto il tuo popolo è manifesto, è però, caro padre e signore, rivestimi della tua grazia, della quale ingiustamente fui spogliata». Il re la prese per la mano e fecela dirizzare in piè, e la seconda volta con segno di molto amore l’abbracciò, dicendo: «Mai a me non fosti graziosa e cara quanto ora se’, e però ti conforta». E rivolto a Florio, disse: «Cavaliere, ignoto m’è chi tu sia, ma però che di che amico se’ di Florio nostro figliuolo, e ciò per le tue opere è ben manifesto, e per amore che n’hai con la tua spada illuminato e fattoci conoscere la veritá, la quale a’ nostri occhi senza dubbio era occulta, e hai per questa chiarezza levata da tanto e tale pericolo costei, la quale quanto figliuola l’amo, tu mi se’ molto caro, e senza fine disidererei di conoscerti, quando noia non ti fosse; e dicoti che a me tu hai troppo piaciuto, avendo chi il peccato ha commesso cosí debitamente punito, dando acerba pena all’iniquo fallo, per la qual cosa sempre tenuto ti sarò. E promettoti per quella fede che dobbiamo agl’iddii avere, che per amore di Florio e di te la giovane sempre mi fia raccomandata. E non voglio che nell’animo ti cappia che io della giudicata morte non fossi dolente molto; e certo a tutti costoro poté essere manifesto il mio viso e il petto pieno di lagrime, quando sentenziare la udii: e se la pietá si dovesse antiporre alla giustizia, certo ella non sarebbe mai di qua entro per sí fatta cagione uscita».

«A me» rispose Florio, «non è al presente lecito di dirvi [p. 161 modifica]chi io sia, e però perdonatemi; e quando vostro piacer fosse, io volontieri mi partirei co’ miei compagni». «Poi che saper non posso chi tu se’, va, che gl’iddii ognora in meglio ti prosperino», disse il re. Allora Florio piangendo guardò Biancofiore, che ancora piangeva, e disse: «Bella giovane, io ti priego per amor di Florio, che tu ti conforti, e rimanti con la grazia degl’iddii». E detto questo, e preso commiato dal re, smontate le scale, e risaliti sopra i loro cavalli, Marte, egli e Ascalione, de’ quali nullo era stato conosciuto, si misero in cammino. E pervenuti che furono a quel luogo dove Marte aveva destato Florio, Marte volto verso lui si fermò, e disse: «O cavaliere, omai tu hai fatto quello per che io discesi ad aiutarti; però io intendo di tornare ond’io discesi, e tu e il tuo compagno ve n’andrete a Montorio». Fiorio e Ascalione, udite queste parole, incontanente smontarono da cavallo e gli si gittarono a’ piedi, ringraziandolo quanto a tanto servigio si convenia; e, porgendogli divote orazioni, egli subitamente loro sparve davanti. Rimontarono adunque costoro a cavallo, e porgendo loro il sole chiara luce, in brieve ritornarono a Montorio.

Poi che pervenuti furono a Montorio i due cavalieri, senza alcuno romore o pompa, quanto piú poterono celatamente al tempio di Marte smontarono, e passati dentro a quello fecero accendere fuochi sopra de’ suoi altari, ne’ quali divotamente misero graziosi incensi: e fattisi disarmare, le loro armi offersero a’ santi altari in riverenza e perpetuo onore del valoroso iddio. E appresso rivestiti di bianchissimi vestimenti se n’andarono al tempio di Venere, ivi molto vicino, tutti soletti; e quello fatto aprire, Florio uccise con sua mano un giovane vitello, le cui interiora con divota mano ad onor di Venere mise negli accesi fuochi. Le quali cose faccendo Florio, per tutto il tempio si sentí un tacito mormorio, dopo il quale fu sopra i santi altari veduta la santa dea coronata d’alloro, e tanto lieta nel suo aspetto quanto mai per alcuno accidente fosse veduta, e con sommessa voce cosí cominciò a dire: «O tu giovane, sollecito difenditore delle nostre ragioni, [p. 162 modifica]agl’iddii è piaciuto che io ti debba porgere la corona del tuo trionfo, acciò che tu per inanzi ne’ nostri servigi e nelle virtuose opere prenda migliore speranza, e piú ferma fede nelle nostre parole»; e detto questo, con le proprie mani prese la corona dal suo capo e ne coronò Florio. Allora Florio, in sé di tanta grazia molto allegro, cosí cominciò a dire: «O santa dea, per la cui pietá tutti coloro che a’ loro cuori sentono i dardi del tuo figliuolo, sí com’io fo, sono mitigati, quanto il mio potere si stende, tanto ti ringrazio di questo onore, il quale tu con la divina tua mano porto m’hai. Ma perciò che piú la tua potenza che il mio valore adoperò nella odierna battaglia, io di questa corona al tuo onore ornerò i tuoi altari. E questo detto, trattasi la corona dalla testa, in su li santi altari con grandissima reverenza la pose, e dirizzossi; e uscito dal santo tempio, niuno altro in Montorio ne rimase che da lui visitato non fosse, e onorato di degni sacrificii. La qual cosa fatta, egli e Ascalione, tornati al palagio del duca, cosí freschi come se mai arme portate non avessero, montarono nella sala, ove trovarono il duca con molti altri, i quali tutti si maravigliarono, e giá ragionavano quello che di Florio potesse essere, che veduto non l’avevano quel giorno. E quando il duca il vide, lietamente andandogli incontro l’accolse, dicendo: «Dolce amico, e dove è oggi vostra dimora stata, che veduto non v’abbiamo? Certo noi eravamo tutti in pensiero di voi». A cui Florio faccendo grandissima festa disse: «In veritá io sono stato, e Ascalione meco, in un bellissimo giardino, con donne e con piacevoli donzelle in amorosa festa tutto questo giorno». «Ciò mi piace» disse il duca, «e questa è la vita che i valorosi giovani innamorati debbono menare, e non darsi in su gli accidiosi pensieri, consumandosi e perdendo il tempo senza utilitá alcuna.» E detto questo, essendo l’ora tarda, apprestata la cena, e le tavole apparecchiate, a mangiar s’assettarono. Ma il re Felice, che con altro core aveva Biancofiore da Florio ricevuta che il viso non mostrava, la menò alla reina, e disse: «Donna, ecco la tua Biancofiore, la cui morte [p. 163 modifica]agl’iddii non è piaciuta. Guardala e sieti cara, poi che i fati l’aiutano: forse che essi serbano costei a maggior fatti che noi non veggiamo». La reina con lieto viso e con buono animo la prese, contenta molto che diliberata era da quella morte; e fattole grandissimo onore e festa, e rivestitala di reali vestimenti, con lei insieme visitò tutti li templi di Marmorina, rendendo debite grazie e faccendo divoti sacrificii a ciascuno iddio e dea, che da tal pericolo campata l’aveano. E cosi, prima che al real palagio ritornassero, niuno iddio senza sacrificio rimase, se non Diana, la quale ignorantemente dimenticata aveano. Ma ritornati al palagio, Biancofiore in quella benivolenza e grazia ritornò del re e della reina, e di tutti, che mai era stata, ognora in meglio accrescendo, con loro non mostrando che di ciò che ricevuto avea ingiustamente, si curasse, né che portasse animo ad alcuno, ma ancora, senza farne alcuna menzione o ricordanza, pianamente e benignamente si passava con tutti. [p. 164 modifica]