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libro secondo 81

Tu te n’andrai a Montorio col vero corpo, e io misera rimarrò seguendoti sempre con la mente; né mai in alcuna parte senza me sarai, e niun diletto sará da te preso, che io col lamentevole disio non ti seguiti ognora. Né sia per te fatto alcuno studio che io similmente imaginando non istudii, disiderando piú tosto di convertirmi in libro per essere da te veduta, che stare nella mia forma da te lontana. Ma certo la fortuna e gl’iddii hanno ragione d’essere avversi a’ nostri disii, co’ quali abbiamo si lungamente avuto spazio di poter toccare l’ultime possanze d’amore, e mai non le tentammo: la qual cosa forse, se fatta fosse stata, o piú forte vincolo avrebbe me teco e te meco legato, per lo quale partiti non potremmo essere stati di leggieri, sí come ora saremo, o quel che ci strigne sarebbe in tutto o nella maggior parte soluto, e non mi dorrebbe tanto la tua partenza. Certo per le dette ragioni me ne duole, ma per la servata onestá sono contenta che la nostra etá sia stata casta, alla quale ancora ben bene sí fatta cosa non si conveniva. E appresso credo che forse gl’iddii ci serbano a piú lieti congiungimenti, e con migliore cagione: ma, o me dolente, che questo non so io, né giá per tale speranza il mio dolor si scema! Or volessero gl’iddii che, poi che dividere mi debbono da te, che se’ solo mio bene, mia luce e mia speranza, mi fosse lecito il morire! Oimè, Aretusa, quanto miserabilmente, fuggendo il tuo amante, divenisti fontana! e io piú affannata di dolore che tu di paura, non sono da loro udita! Oimè, Ecuba, quanto ti fu felice nel tuo ultimo dolore, poi che morte t’era negata, il convertirti in cane! io ti porto invidia, e similmente alla tua morte! O Meleagro, la cui vita dimorava nel fatato tizzone, io disidererei che i tuoi fati fossero rivolti sopra me. O sommi iddii, se gli afflitti e miseri amanti meritano d’essere uditi, vi priego che di me v’incresca, e che voi al mio dolore o fine o conforto senza indugio mandiate. E tu, o Florio piú che crudele, che te ne vai, in veritá mai nel tuo aspetto non conobbi che crudeltá in te dovesse aver luogo; ma poi che allontanandoti il dimostri, il conosco. Io ti giuro per l’anima della mia madre che mai