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libro secondo 125

alla difensione di Biancofiore se’ fermo, che, se ti piace, lasci a me questo peso, perché tu non sai chi dinanzi ti de’ uscire a resistere al tuo intendimento. E nella corte del tuo padre senza fallo ha molti valorosi cavalieri espertissimi e usati in fatti d’arme lungamente, a’ quali tu ora, novello in questo mestiero, non sapresti forse cosí resistere come si converrebbe. E non ti voler fidare solo nella forza della tua giovanezza, ché non solamente le forti braccia vincono le battaglie, ma i buoni e savi provvedimenti dánno vittoria le piú volte. E posto che io giá vecchio non ho forse guari i membri piú poderosi di te, almeno so meglio di te qual colpo è da fuggire e quale è da aspettare, e quando è da ferire e quando è da sostenere, come colui che dalla mia puerizia in qua mai altra cosa non feci. E, d’altra parte, se io soperchiato fossi, a te non manca allora il potere combattere, e combattendo provarti, e soccorrere me e Biancofiore». A cui Florio rispose brevemente: «Maestro, io ora novellamente porterò arme; ma come detto v’ho, io sono giovane, e amore mi sospigne, e la buona speranza: io voglio senza alcun fallo essere il difenditore di quella cosa che io piú amo; ché a me non è avviso che alcun cavaliere non tanto fosse valoroso e dotto in opera d’arme che potesse quivi adoperare quanto io potrò. E se io consentissi che voi andaste a combattere, e foste vinto, a me non si converrebbe d’andare a volere racconciar quello che voi aveste guasto, né potrei né mi sarebbe sofferto. Io voglio cominciare a provare quell’affanno che l’armi porgono. Io ho tanto sofferto amore, che ben credo poter sofferire l’armi ad una picciola battaglia. E nella giovinezza si debbono i grandi affanni sostenere, acciò che famoso vecchio si possa divenire. E se pure addivenisse che la speranza della vittoria mi fallasse, farò si che la vita e la battaglia perderò ad un’ora, la qual cosa mi fia molto piú cara che se io, dopo la morte di Biancofiore, rimanessi in vita; del vostro aiuto so che poi Biancofiore non si curerebbe, sí che piú ch’uno non bisogna che combatta». Disse Ascalione: «Poi che ti piace che sia cosí, io ne sono contento, ma veramente non t’abbandonerò mai; e se io vedessi