Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa)/Storia della rivoluzione piemontese

Storia della rivoluzione piemontese del 1821

../Cenni biografici sopra Santorre di Santarosa ../Ragguaglio del fatto d'armi avvenuto l'otto di aprile IncludiIntestazione 27 gennaio 2012 100% Letteratura

Storia della rivoluzione piemontese del 1821
Cenni biografici sopra Santorre di Santarosa Ragguaglio del fatto d'armi avvenuto l'otto di aprile
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STORIA

della

RIVOLUZIONE PIEMONTESE DEL 1821









Se si potesse comprendere quanto costi ad uomo per malarrivata rivoluzione proscritto, riandare i tristi casi che assoggettarono sua patria allo straniero, e lui stesso strapparono alle domestiche abitudini della vita, forse non mancherebbe al mio libro la simpatia dei lettori! Ma non è già questa lusinga, bensì convinzione di adempiere ad un sacro dovere che mi fu sprone all’opera. Cotante furono le calunnie divolgate, i fatti rozzamente alterati, le circostanze falsate, le intenzioni disconosciute, che un buon Italiano non può più a lungo tacersi. Se non si fosse trattato che della fama di coloro che furono autori della Rivoluzione Piemontese, dessi non avrebbero esitato a farne un nuovo sacrifizio alla patria, ed io a [p. 2 modifica]mantenere un penoso silenzio; chè ben io temo la pubblicazione di questo scritto non sia per nuocere alla cosa pubblica, fornendo ai nemici della libertà lumi dei quali sapranno giovarsi, nella guerra che muovono instancabili agli interessi i più cari e più santi della umana società. Ma non puossi d’altronde permettere che restino arbitri della storia gli opuscoli apparsi sulla nostra rivoluzione1 i quali comunque basti l’animo dei loro autori, onde sono improntati, a far nascere nell’imparziale lettore una giusta diffidenza, lascerebbero pur nondimeno nell’Europa una sinistra impressione, e gl’Italiani potrebbero ricadere nell’abbattimento, immenso danno alla patria che vuolsi ad ogni costo scansare.

Scrivo in lingua straniera, perchè io credo utile al mio paese che lo straniero mi legga: non curo la taccia di scorretto ed inelegante scrittore, orgoglioso che niuno possa coscienziosamente rinfacciarmi quella di aver travisato i fatti. Non è una istoria che io scrivo, poichè non è da tanto mia memoria, e la mancanza di gran parte dei materiali che mi occorrerebbero vi si oppone; ma collocato in una posizione da dove ho dovuto necessariamente veder molto, e potei di leggieri penetrare le vere cause motrici di gran numero di avvenimenti, impavido, e leale abbastanza per nulla tacere, sia per pusillanimità che per amor di partito, [p. 3 modifica]oso lusingarmi che niuno potrà negare a quanto scrivo il carattere della verità. Non vi appongo il mio nome perchè non ne ho il coraggio *, e se le ragioni che potrei addurre in discolpa non varrebbero a giustificarmi agli occhi di un giudice severo, sarebbero però accolte da chiunque ha acquistato la trista esperienza dei mali di un esule.

Per formarsi un’idea giusta delle cause che operarono la rivoluzione piemontese, e per colpirne la vera natura, fa d’uopo rimontare all’epoca in cui la caduta del francese impero, rese al Piemonte la politica esistenza dei suoi principi. Non v’è cuore in Piemonte che non serbi soave memoria del 20 maggio 1814; giammai più commovente spettacolo offrì la città di Torino: quel popolo che si accalcava dattorno al suo principe, avida la gioventù negli sguardi di contemplarne le sembianze, impazienti i vecchi servitori e soldati di raffigurarle; quelle grida di gioia, quel contento spontaneo che brillava sul volto a ciascuno! Nobili, uomini del medio ceto, del popolo, del contado, tutti ne legava un solo pensiero, a tutti sorridevano le stesse speranze. Non più divisioni, non più tristi rimembranze; il Piemonte non dovea essere che una numerosa famiglia, Vittorio Emanuele dovea esserne il padre adorato.

Ma quel buon principe era circondato da consiglieri inetti che giunsero a persuaderlo doversi ristabilire [p. 4 modifica]sulle antiche basi la monarchia dei suoi padri. Vedemmo rialzato un edifizio la cui rovina datava dalla morte di Carlo Emanuele III; indietreggiammo di mezzo secolo. Quelle istituzioni salutari e mallevadrici uscite dal seno dell’assemblea costituente, che furono rispettate dall’assennato dispotismo di Napoleone Buonaparte, sparirono; dell’amministrazione francese non ci restò se non quello che impediva di apprezzarne il valore, avvegnachè ritornando sotto le antiche leggi, e sotto l’antico sistema di governo, non ne furono però egualmente conservati i vantaggi. Ogni sistema vanta i suoi, e quello che ora si voleva, o meglio si credeva ristabilire in Piemonte, due principalmente ne offriva, che avrebbero potuto riuscir di compenso a ciò che si perdeva: severa economia nell’amministrazione, mezzo quindi a modicità d’imposte, l’uno; l’alta polizia affidata ai magistrati, l’altro. Arrogi l’organizzazione dei corpi municipali, aventi un capo uscito dal grembo loro, e rinnovantisi da per sè stessi, i privilegi dei quali godevano molte provincie, e la maggior parte delle città; salvaguardia a quelle stesse che ne erano prive2. Ma doveva il Piemonte sopportare tutti gl’inconvenienti dell’antico reggimento, resi più sensibili, dacchè associati a nuove instituzioni, le quali isolate non fanno che accrescere l’assolutismo della monarchia, e somministrano all’arbitrio i mezzi di spiegare la sua [p. 5 modifica]azione prontamente, senza che vi osti il ritardo delle forme giudiziali. E non fu altrimenti, che noi vedemmo in sulle prime, sotto il nome di reali carabinieri, dei soldati di polizia esercenti un potere inquisitoriale, e poscia un ministero di polizia, che si fea puntello d’un numero sterminato d’inspettori, sotto inspettori, commissarii, formanti nello Stato una possente gerarchia; la quale messa in movimento da un solo capo, disponeva a talento degli agenti della pubblica forza, ed i sindaci dei communi eletti dal governo doveano ben spesso sopportarne i capricci3. Ad accrescere il danno si faceano innanzi in Piemonte uomini usciti dai ranghi dell’amministrazione francese, aventi il vezzo d’introdurne le forme e le usanze nella nostra vecchia macchina di governo. Da qui in ciascun ministero, in ciascun uffizio due partiti che mai intendendosi distruggeano l’un l’altro l’opera loro. In tal guisa le spese dello stato, pel moltiplicarsi degl’impieghi e pell’aumentarsi de’ stipendii, crescevano in modo spaventoso, e nel mentre non si ristava dal parlare del [p. 6 modifica]regno di Carlo Emmanuele III, niuno si dava briga di togliere a modello quella minuziosa e stretta economia, secreto della prosperità di sua amministrazione. Nè si creda tampoco che tanto dispendio ognor maggiore ridondasse a benefizio della massa della nazione. Il solo ramo di pubblica spesa per cui l’interesse della società richiedeva non si badasse a misura, si era quello invece in cui i pregiudizii mantenevano con più tenacità e successo l’antico ordine di cose4. I magistrati rigettavano sdegnosi ogni sorta di progresso. Maggiore pieghevolezza nell’esercizio del diritto d’interinare i regii editti e patenti5 [p. 7 modifica]distinguevali soltanto dai loro antecessori, e per nulla eredi della dottrina ed austerità de’ nostri antichi senatori, venivano meno nella stima del pubblico di giorno in giorno, per rancidume di massime e per ismodata cupidigia, che rese persino famigerato taluno di essi.

Insopportabile oltre ogni dire appalesavasi il sistema del governo nel niun conto in che teneva il diritto di proprietà. Le patenti e le regie delegazioni non verranno così presto obliate in Piemonte, e gli stranieri durano fatica ad intenderci quando loro ne facciamo parola. E come infatti, può egli mai concepirsi, nell’Europa incivilita, e nel decimonono secolo, che un debitore possa ottenere dal principe una dilazione a pagare il suo creditore, senza il costui consenso? Che un venditore con diritto di riscatto possa essere ammesso a prevalersene anche spirato il termine pattuito? Che un proprietario rovinato trovi una protezione palese e legale che chiuda le vie della giustizia ai suoi creditori, sforzandoli loro malgrado ad accettare transazioni che lascino agiato il debitore ed intralciati i loro affari?6

Consimili favori concedevansi a nobiltà di natali, lasciando però aperto l’adito a benevolenza e [p. 8 modifica]protezione di cortigiani di tentarli per altri con abbietto patronato. La nobiltà piemontese ne scapitò nell’opinione universale, e benchè nella maggior parte abborrente da simili concessioni, pur nondimeno il biasimo e la sfiducia del pubblico gliene fece subire amaramente gli effetti. L’indignazione de’ sudditi, malgrado le arti adoperate per nascondergliela, non isfuggì del tutto a Vittorio Emanuele. Il di lui cuore era giusto, e volendo ormai porre un argine a quel torrente d’ingiustizie, emanò reale decreto, con cui interdiceva per lo avvenire, alla sua propria autorità qualunque intervento nelle transazioni dei privati. La nazione se ne mostrò riconoscerne; ma dovrò io dirlo? troverò chi mi presti fede? Certo non l’oserei sperare, se migliaia di miei concittadini non potessero farmene testimonianza; dopo un atto così solenne di regia autorità, nuove private patenti derogarono alla pubblica, ed apportarono nuove ambascie a numerose famiglie: debolezza per parte del re incomprensibile, ove non si aggiungesse, che parecchi vecchi magistrati, ahi troppo sventuratamente ascoltati! aveano disapprovato che il re fissasse dei limiti alla pienezza del suo potere e l’atto il più giusto fu chiamato pericolosa innovazione.

Nel mentre le prerogative reali erano in tal modo intese dai magistrati, il ministro di polizia dal suo canto non lasciava d’intenderle in un modo di sommo aggravio allo stato e di pregiudizio ai cittadini. La possanza del re, egli vedea tutta riposta nei carabinieri, dei quali ne avea formato con grave dispendio la particolare milizia; ma educati ad uno spirito [p. 9 modifica] d’isolamento e d’indipendenza, cessò ogni armonia di loro rapporti con gli ufficiali della reale giustizia, ed un tal corpo non potè mai rendere quei servigi che la società era in diritto d’aspettarsi.

Il re, dotato di eccellente carattere, mancava affatto delle qualità che si richiedono proprie d’un uomo di Stato; nè poteva essere altrimenti, poichè secondogenito di Vittorio Amedeo III, e quindi non educato al trono, avea passato la sua giovinezza nei campi, dividendo con lieto animo le fatiche ed i perigli dei soldati. Distinguevasi per assennatezza ed amore di giustizia, mostrava talvolta dell’attaccamento per le vecchie idee, ma senza ostinarvisi. Buon principe, non era dominato che dal pensiero di render felici i suoi popoli. La sua amicizia avea riposta nel conte di Roburenti, uomo ruvido, onesto, a lui attaccassimo, ma nell’arte di governare del pari inesperto; il cui credito a null’altro giovava, se non se ad impedire che alcun ministro assumesse sull’animo del re un’influenza decisiva e protratta. Ed in tal modo, niuna parte del governo veniva organizzata ed amministrata con quei mezzi che le circostanze dello stato e i bisogni della società richiedevano7. [p. 10 modifica]

E fin qui della giustizia e della polizia. Quanto alle finanze il marchese Brignole ne aveva ristabilito l’ordine materiale, ma con soverchio apparato ed eccessivo numero d’impiegati a lui stesso poco dopo d’impaccio. Appena entrato al ministero avea fatto sentire, ma invano, al re, la necessità di ridurre le spese dello stato a maggior economia8, si erano convocati più e più consigli, create commissioni, formati [p. 11 modifica] progetti sopra progetti, ma in nulla si era progredito. Il re però, per un istinto innato in quei di sua casa, conosceva meglio di ogni altro la situazione politica del suo paese, egli sentiva il bisogno di una forte armata, ed era provido divisamento, effettuabile senz’opprimere i popoli e senza che ne soffrisse il rimanente della pubblica amministrazione. Rigorose riforme sarebbersi dovute adottare negli stati maggiori, ed in altri corpi dispendiosissimi, ma non lo si poteva senza che ne avessero a provare una scossa le potenti e numerose schiere di cortigiani, e che fossero toccati sul vivo gl’interessi di molte famiglie di favoriti; ed il re non era nè perspicace abbastanza per penetrare oltre l’officiosa apparenza, onde certi servitori del trono con arte mascheravano le loro mire personali, nè fermo per rigettare le sollecitazioni di coloro dai quali credeva essere amato.

Egli avea fatto troppo o troppo poco per la sua armata. Il marchese di San Marsano, ministro della guerra, aveva organizzato l’infanteria con lodevole sistema, che criticato, difeso, contrastato, modificato, erasi in ultimo mantenuto, ma senza basarsi su quelle instituzioni atte a diminuirne gl’inconvenienti, che se erano eminentemente nello spirito dei regnanti di Savoia, ora però trovavansi diametralmente opposte alle massime della polizia, la quale, simile in ciò a tutte le polizie dell’universo, s’allarmava, ed infuriava all’idea di tutto, che generoso e popolare appalesavasi. Il metodo della coscrizione copiato fedelmente da quello di Buonaparte, inflessibile ma giusto, offriva grandi risorse. Molto erasi profuso [p. 12 modifica]nell’artiglieria, ma senza discernimento, incomplete quindi le parti più indispensabili del materiale, ed il personale per nulla adattato ai bisogni dell’armata ed alla politica posizione del paese.

E poco stante l’aspettativa degli eruditi militari venne ancora delusa, quando il marchese di San Marsano passò dalla guerra agli esteri; posto lasciato dal conte di Vallesa fra gli applausi del pubblico, commosso alla dignitosa fierezza con cui erasi ritirato dagli affari *. Il nuovo ministro della guerra, uomo onesto e di buonissime intenzioni, neglesse o alterò il più delle utili instituzioni del suo predecessore, attenendosi a massime del tutto opposte. Le riforme e le economie, che il marchese di San Marsano aveva intrapreso o progettato, non essendo attuate, ne seguì, che il Piemonte trovossi aggravatissimo di spese militari senz’avere un’armata; chè io stimo niun paese poter contare su di una armata vera, se non quello, in cui le truppe possono da un momento all’altro, e senza provare la menoma scossa, passare dallo stato di pace a quello di guerra.

Quando un avvenimento sembrò ridestare le speranze della nazione, il conte Balbo fu chiamato al ministero dell’interno9. Uomo dabbene, e versatissimo nelle teorie di economia politica, conosceva lo spirito del secolo ed i bisogni del paese, senza però calcolare, come lo si doveva, la forza della crescente [p. 13 modifica]opinione; uomo in una parola che per le sue tendenze avrebbe appartenuto all’epoca in cui fiorirono Turgot, Malesherbes, ed il granduca Leopoldo, a fianco de’ quali l’avrebbe collocato il suo genio, se nato in una terra più confacente. Lo stato del Piemonte richiedeva una legislazione civile e criminale; l’istruzione pubblica, l’amministrazione comunale, gli stabilimenti di beneficenza, tutto insomma volea esser riordinato; ma a niuno miglioramento essenziale e stabile poteva dar mano il conte Balbo, se prima non assoggettavansi a moltissimi cangiamenti gli altri ministeri; imperocchè, non poteva ottenere i fondi che gli abbisognavano, se prima rifusa tutta l’amministrazione dello stato, non si avviava sopra un piano più semplice ed economico. Ostacoli frapponevansi a sue prime cure, ed ei non volle riconoscere la necessità di abatterli, o ritirarsi; credette possibile con poche ed effimere riforme appagar l’opinione, e farsi strada a maggiori benefizi, pensò eludere, scaltramente transigendo cogl’interessi e pregiudizii che gli si paravano innanzi, le più gravi difficoltà. Strano acciecamento in un uomo di tanto senno, che ne ammaestra come sia facile cadere in errori, anche in fatto di amministrazione, nello stato attuale della società, quando non si apprezzi l’opinione pubblica, e non se ne conosca l’andamento, per regolarlo, il progresso, per secondarlo, e perfino i capricci, per sanarli o prevenirli. E come poteva conoscersi l’opinion pubblica in Piemonte, ove non esisteva alcuna di quelle instituzioni che son atte a far pervenire al governo i voti del popolo? Discorrevasi assai liberamente, egli è [p. 14 modifica]vero, ma il pubblico, straniero agli affari, confondeva censurando il bene col male, criticava acremente gli atti del governo, ma con sì poco discernimento e conoscenza dei fatti, ch’era impossibile ne risultasse una opposizione da meritare di esser presa in qualche considerazione, e tanto meno da imporre ai ministri.

Di un passo importante, verso il bene, credeva di aver avanzato il governo, coll’instituire un consiglio di stato permanente sotto la presidenza del re, membri i ministri con portafoglio. Il conte di Roburenti, grande scudiere del re e suo intimo, vi assisteva ordinariamente, e secretario ne era il cav. Cesare di Saluzzo, uomo chiaro nel paese. Ma non so come potessero lusingarsi, avere con ciò dato al governo dell’unità e dell’armonia nel suo andamento. Sarebbe riuscita la cosa con un principe dotato di una intelligenza degli affari, e di una robustezza di carattere, come quella di un Luigi XIV, o di un Vittorio Amedeo; a Vittorio Emanuele, in mezzo dei suoi consiglieri, crescevano le dubbiezze ed i timori di male operare. Niuno dei ministri potea vantarsi di un’autorità che prevalesse nelle bisogna dello stato, ciascuno ne avea un certo dato in quelle ch’erano della sfera di suo ministero. In generale le cose di qualch’entità dipendevano dalla combinazione di tre voleri: del re, del conte di Roburenti, del ministro che le maneggiava, effetto, come ognun vede, ben spesso di casuali circostanze. Accadeva talvolta che il re, acquistata la convinzione di qualche principio, che l’azzardo, od ottimo zelo aveangli suggerito, teneva fermo, [p. 15 modifica]contro l’opposto consiglio di qualche ministro; allora, se quest’ultimo avea avuto l’accortezza di mettersi d’accordo col favorito, duravano qualche giorno a combattere uniti quella che chiamavano fissazione del re, il quale, buono com’egli era, finiva quasi sempre per arrendersi, credendo di cedere pel bene dello Stato e di sacrificare la propria opinione al sapere altrui.

Due altri moventi concorrevano all’azione del governo. Parlavasi universalmente dell’influenza esercitata sull’animo del re, dalla regina, e fu esagerazione; ma pur troppo codesta principessa che per avvenenza, soavità di modi, vivacità e piacevolezza di spirito, avea attratto a sè gli animi e deliziato la nostra corte prima della rivoluzione, attesa con impazienza, accolta con entusiasmo al suo ritorno, credette tramutato il paese, e ne concepì ben presto una sinistra prevenzione; i pregiudizii, fatalmente riportati dal suo lungo soggiorno in Sardegna, la condussero in una falsa posizione, e resero avversa a’ miglioramenti sociali. E benchè la sua preponderanza, più che sugli atti del governo, agisse sulla scelta delle persone, non può negarsi ch’ella non sia stata ostacolo al bene, impedendo che Vittorio Emanuele si mettesse francamente sulla via delle interne riforme. Non credo ch’ella scialacquasse, come si volle, le rendite dello stato, ma piuttosto che poco le gradisse il desiderio del re di amministrarle con rigorosa economia, nella qual cosa di sovente, e con riuscita, lo contraddicesse.

Resta a parlare del confessore del re, certo abate Botta, mediocrissimo uomo, avente più gusto che [p. 16 modifica]ingegno per l’intrigo. Ignoro sino a qual punto egli possa colla sua autorità aver influito sulle faccende ecclesiastiche del regno; osserverò soltanto, che in nessun ramo d’amministrazione apparvero commessi sbagli irreparabili, e degni di biasimo come in questo. E senz’addentrarmi in questa materia, che di troppo mi svierebbe dal mio proposito, basti il dire, che dei beni ecclesiastici posseduti dallo Stato, e sufficienti senz’altro a dotare convenevolmente i vescovadi e le parrochie, fu fatta una distribuzione sì poco giudiziosa, da risultarne alcuni vescovi opulenti, ed altri privi del necessario; dimodochè il tesoro reale n’andò gravato da considerevoli somme per supplire alle congrue dei curati di Savoia e dello Stato di Genova e Nizza. Venne ripristinato un certo numero di conventi, ed i più lo furono a danno di qualche stabilimento d’istruzion pubblica, o d’industria; spettacolo abborrito agli occhi della nazione, che ne vide cacciati gli allievi e gli operai, per dar luogo ai frati protetti dalla corte, e le persone colte non provarono che un più forte disgusto per istituzioni, le quali ristabilite con maggiore cautela, e dietro un piano meglio combinato, avrebbero potuto esserlo nel doppio interesse della religione e della società.

Il fin qui detto reputo abbastanza a far conoscere lo stato delle cose nostre in allora; ma il primo giorno dell’anno 1821 rivelò in tutta la loro ampiezza i mali che ancora sovrastavano al Piemonte. I progetti di legislazione, e d’ordine giudiziario, formati sotto il ministero del conte Borgarelli, allo scopo più di eludere, che di appagare i desiderii della nazione, resi [p. 17 modifica]ora dal conte Balbo con ben altra mente più vasti e completi, stavano per sortire il loro effetto: quando Borgarelli alla testa del senato di Torino, arringando, quel giorno, secondo l’usanza stabilita, il re fece intendere queste parole: «Sire, degnatevi ricordare che le antiche leggi dello Stato10 sono la salvaguardia di sua sicurezza e splendore. Non permettete che una mano indiscreta vi apporti cangiamento. Le innovazioni traggono ognora seco grandi sciagure...» Tai detti posero il colmo all’indegnazione universale; ed all’inopportuno ardire fu giusta ricompensa il pubblico biasimo. E che, diceasi da ogni parte mentre il re vuol provvedere di savie leggi al suo popolo, [p. 18 modifica]ed un ottimo ministro secondandolo, sta per far sparire gli abusi che rovinano le sostanze dei litiganti, e compromettono la riputazione dei magistrati, sarà il capo di essi il primo ad alzar la voce, per rovesciare le speranze della nazione? L’allocuzione del primo presidente molti ritennero concertata co’ più vecchi senatori: egli è dunque, gridavasi, per conservare un lucro riprovato che i magistrati ritrovano il loro ardire? Quante tutelari instituzioni non furono manomesse dal 1814 in poi! Il senato che finora interinava gli atti del governo, servilmente silenzioso, non si scuote che per produrre uno scandalo? Si sperava veder calmata l’inquietudine del pubblico con la rimozione del conte Borgarelli, ma il re, da niuno illuminato circa la vera situazione delle cose, fidando sino a un certo punto nel conte Balbo, lasciò nelle menti un dubbio disgustoso sull’effetto che potessero aver fatto nell’animo suo le ardite parole del primo presidente. Le persone saggie, ed al fatto delle cause che regolavano l’azione del governo, compresero fin d’allora che la grand’opera cui tanto vivamente s’interessava la nazione, non sarebbe così presto o perfettamente compiuta, cagione l’informe alleanza dell’antico col moderno sistema, sicura via al disordine e che avrebbe rovinato senza risorsa lo Stato.

E mentre il Piemonte gemeva sotto il dispotismo di tal governo, dileguavasi di giorno in giorno la speranza di vederne prevenute o menomate le tristi conseguenze pel freno di un codice solennemente promulgato, e di una magistratura rialzata nell’opinione e nel rispetto dei popoli. Sovrastava una crisi alle [p. 19 modifica]finanze, tanto più da temersi, sotto di assoluta monarchia, in quanto che alternativa di due danni, de’ quali l’uno o l’altro inevitabile; infatti o il governo è forte e opprime di enormi contribuzioni i soggetti, intaccando i proprietari sin ne’ loro capitali, ed adottando altri ruinosi espedienti che mandano a soqquadro le fortune, o è debole, e cade in dissoluzione lo Stato, ed il popolo di sua natura impetuoso nella manifestazione degli allarme, diventa facile strumento al disordine nelle mani di faziosi.

Più si affacciavano alla mente degli avveduti Piemontesi le condizioni del paese, maggior convinzione vi lasciavano che a mettere il governo sulla via di regolare amministrazione a prevenire lo fallimento dello Stato, a fornire di sane leggi il popolo, e a guarentirne l’esecuzione, nulla maggiormente richiedevasi d’un ministero responsabile, e della sorveglianza di un parlamento. Questa verità, del resto riconosciuta da tutti e popolarissima, era soltanto contrastata da una minorità composta di nobili e vecchi magistrati, minorità che debole per numero e molto più per dottrina, cercava afforzarsi dei pregiudizii del re e sopratutto della regina; ma, convien confessarlo, avea disgraziatamente trovato appoggio in qualche uomo di Stato, affetto alla timida e funesta politica esterna di cui in appresso. E pur nondimeno conoscevano impossibile il bene nell’attuale posizione delle cose! Di quale strano amore ardevano dunque codestoro pel paese loro?

Se l’intenzione d’introdurre un governo rappresentativo in un paese potè mai sembrar legittima e [p. 20 modifica]necessaria, certo che fu in Piemonte all’epoca di cui scrivo. Legittima, perchè il Piemonte era retto da un governo assoluto, ove non erano che sudditi ciecamente sommessi al volere di un padrone11, ciò che agli occhi di tutti i pubblicisti costituisce un governo illegale12. Necessaria, perchè quel governo arbitrario in diritto, tale mostravasi pure col fatto, per confusione ed instabilità di leggi, abuso e facilità di derogarvi, perchè quel governo co’ suoi errori precipitava a rovina lo Stato. Ma disgraziatamente la mancanza in Piemonte di qualsiasi instituzione anche imperfetta, pel cui mezzo destare l’assonnato principe, dava ogni giorno maggiormente a temere che non si potesse introdurvi il sistema parlamentario, se non che coll’aiuto di una rivoluzione13, alla quale, per [p. 21 modifica]iscusabile che si ravvisasse, moltissimi, anche mal soffrenti del giogo, non assentivano, temendo di recar afflizione al cuore del re, e straziati tra il disgusto di non poterlo disingannare e la ripugnanza a violentarlo con moti rivoluzionarii, avrebbero ancora penato gran tempo in quella spinosa incertezza, se imponenti considerazioni di politica esterna non avessero rimosso ogni dubbio, e nettamente segnato la via a battersi per adempiere ad un tempo i nostri doveri verso il trono e verso la patria.

Il modo con cui gli alleati aveano nel congresso di Vienna disposto dell’Italia, ben lungi dall’accrescere realmente la possanza della casa di Savoia, le avea tolto al contrario ogni influenza sugli affari della Penisola, non lasciandole alcun posto nel sistema europeo. Ed infatti, prima della rivoluzione francese, il re di Sardegna, sia per la posizione dei suoi Stati che [p. 22 modifica]pel numero di abitanti, era la prima potenza d’Italia, non possedendovi l’Austria che i ducati di Milano e di Mantova, pressochè fra loro separati da due ricche provincie veneziane, Brescia e Bergamo. Ma dopo il congresso di Vienna, sanzionata la caduta della repubblica di Venezia, l’atto il più perfido della politica di Napoleone Bonaparte, l’impero Austriaco coll’acquisto della florida e popolosa Lombardia, limitrofa in tutti i punti della vasta sua frontiera settentrionale, si estese in Italia d’una maniera spaventevole. Per soprappiù Parma e Piacenza poste sotto l’immediata soggezione di un generale austriaco, carceriere di sventurata principessa; Modena e Toscana restituite a due principi di casa d’Austria; Ferrara infine occupata da guarnigione austriaca, e quindi soggetto all’impero anche lo Stato della Chiesa. E dopo tutto ciò si dirà ancora che il re di Sardegna, con l’unione di Genova ai suoi Stati, potè salire in qualche considerazione in Italia, da bilanciarvi in certo modo il potere dell’Austria? Sarebbe aggiungere ai mali nostri lo scherno! Genova d’altronde non accrebbe forza alla casa di Savoia, quanto si poteva supporre. La città richiede una guarnigione piemontese, maggiore del numero d’uomini che possa fornire il ducato, dovendosi nelle coscrizioni risparmiare gran parte della gioventù dedicata alla navigazione mercantile. La nobiltà genovese umiliata, scontenta e, poche eccezioni fatte, indifferente ai ciondoli ed alle chiavi di ciambellano, sarà per molto tempo ancora un elemento pericoloso allo Stato. I cittadini istruiti e generosi non possono esser paghi di un [p. 23 modifica]governo assoluto, e i montanari non hanno ancora obliato il tempo in cui le terre quasi nulla pagavano per tributo, e si comprava il sale ad un soldo la libbra. E quindi una costituzione liberale soltanto, sarebbe l’unico mezzo di render Genova sorgente di prosperità per lo Stato, e di unire due popoli, per antichi e malaugurati dissidii proclivi a separarsi.

Dopo la divisione fatta dal congresso di Vienna, gli uomini pensanti in Europa, giudicarono non doversi ormai più considerare la casa di Savoia per ciò ch’ella era, ma bensì per quello che potrebbe divenire, secondata dall’opinione italiana. Il suo non era più che uno stato di transizione; ed al re di Sardegna, stretto tra due forze opposte, restava la scelta della corona d’Italia o del vassallaggio dell’Austria. Le geste di tanti principi di Savoia, il risoluto ardire di Vittorio Amedeo II14, la fermezza di Carlo Emanuele III, lasciavano sperare che questa casa avrebbe colto la prima occasione propizia per compiere il sublime di lei destino, e che allora si sarebbe potuto apprezzare, se le fatiche ed i sudori marziali di venti predecessori di Vittorio Emanuele, avessero a fruttare in un col glorioso stabilimento di loro dinastia, l’indipendenza d’Italia e la pace di Europa, turbata sì spesso da guerre aventi sol per iscopo la triste gloria di disputarsi i brani di nostra terra e di [p. 24 modifica]calpestarci spogliati. I Lombardi frattanto erano accuorati di vedersi sudditi all’Austria, che sebbene trattasseli con riguardi, pur mal sapeva celare la mira di rifarsene, cessati che fossero i motivi che l’astringevano ad un tal modo di agire. Ad onta di tali riguardi però, Venezia deserta, migliaia di operai senza pane, gli avanzi di un’armata valorosa ed illustre umiliati e negletti, le convenienze commerciali sacrificate agl’interessi dell’industria austriaca, feano di già provare l’abbominio della dominazione straniera.

Una importante rivoluzione era seguita negli animi de’ Piemontesi. Emanuele Filiberto, col trasportare a Torino la sede del governo, e Carlo Emanuele II co’ suoi costumi, aveano fatto da gran tempo presentire, come la casa ed il regno loro tendessero a diventar italiani, ma codesta verità non rifulse intera agli occhi dei Piemontesi, che sotto il regno di Vittorio Emanuele, quando una gioventù educata sugli scritti di Vittorio Alfieri, una folla di valenti militari usciti dalle file delle armate napoleoniche, erano stimolo all’opinione, cui soccorreva anche quell’odio, che Piemontesi e Genovesi, per istinto com’essi antico e con essi perituro, nutrono dell’Austriaco; sentimento nazionale, per opera di quei stessi che ne sono l’oggetto, ogniqualvolta furono fra noi, mantenuto e cresciuto, per alterigia di modi, estorsioni e durezza di tratti verso il popolo.

Si rimproverava a Vittorio Emanuele di non avere nel 1814 saputo afferrar l’occasione di cingersi le tempia dalla corona lombarda; della giustezza però di un tal rimprovero, come dell’esito in allora [p. 25 modifica]dell’impresa mi sia lecito dubitare. Ma tutti questi discorsi, in Piemonte, come nel rimanente dell’Italia, giovavano a palesare lo stato dell’opinione; al cui rapido propagarsi fra noi, chi asseverasse non aver Vittorio Emanuele co’ suoi sentimenti corrisposto, commetterebbe ingiustizia. Avventurati giorni di sempre cara rimembranza pel mio paese, quando tutti uniti in un solo pensiero, in una sola speranza, gli occhi nostri si volgevano mesti alla Lombardia, che alfine salutavamo terra di fratelli! Non un Piemontese che non trasalisse al suono di loro catene, che non sentisse ribollirsi il sangue all’immagine di un Milanese prostrato sotto il bastone di austriaco caporale. E se discordi ancora sui mezzi di riparare a’ nostri mali interni tutti però nel desiderio di affratellarci consentivano, e nel bisogno di una patria italiana, cui, a formar valido stato e a guarentirne l’indipendenza, la nazione mirava con ogni maniera di sacrifizj. Ansiosi ripetevamci l’un l’altro le risposte del re a’ ministri dell’Austria in Torino; tutti i suoi detti che rivelavano come il suo cuore si schiudesse al patriotismo italiano, erano da noi premurosamente raccolti, e se taluno avesse chiesto in allora chi fosse il capo di quella indeterminata ma universale congiura che si agitava nel seno d’Italia, niuno avrebbe esitato ad additarlo in Vittorio Emanuele.

Ma i freddi ragionatori, squarciato il velo delle illusioni e dell’entusiasmo, lamentavano la ripugnanza dell’eccelso capo di quella italiana cospirazione, per quei mezzi che pur doveano assicurarne la riuscita. Lo dissi altra fiata, Vittorio Emanuele sbigottiva [p. 26 modifica]all’idea di una costituzione, ma tanta era la probità del suo cuore, che tale ostacolo sarebbe stato lieve ad abbattersi, ove leali consiglieri avessero unito loro sforzi a fargli conoscere le esigenze delle condizioni politiche, i bisogni del popolo e i doveri che lui correvano di renderlo felice; a tanto avrebbe piegato il buon principe, nè saria stato rattenuto dall’influenza dell’idolatrata regina. Vittorio Emanuele amava i suoi sudditi, e l’onore nazionale stavagli a cuore più di tutto. Ma non fuvvi chi gli svelasse la verità; e come l’avrebbe egli conosciuta? Qual re può egli mai lusingarsi di conoscerla, in un paese ove per l’assoluto difetto di ogni liberale instituzione, una fitta nebbia s’innalza fra il trono e i cittadini?

Quella nebbia avrebbe dovuto dissiparsi allo scoppio della rivoluzione spagnuola, che come folgore scosse l’Europa e rintronò all’orecchio dei regnanti — essere scorso il tempo delle monarchie assolute. — E fu questa la prima rivolta militare per causa di libertà. I nostri padri furono spettatori di un’armata inglese violatrice della santità di un parlamento; noi a’ giorni nostri lo fummo di granatieri francesi che violarono prima, e poscia abbatterono una assemblea legislativa, ma i soldati spagnuoli non aveano ora levato su’ loro scudi un Oliviero Cromwel, un Buonaparte, ma spiegato in mezzo ai loro stendardi il codice delle patrie leggi.

L’Europa mostravasi generalmente convinta, abbisognare i popoli d’instituzioni che infrenassero l’autorità dei re. Ma un possente monarca avea pronunziato sentenza che molti dopo lui eransi [p. 27 modifica]compiaciuti ripetere — dovere cotali instituzioni procedere dal trono. — Stupendo principio, ma chiederò a mia volta: e se fia che dal trono nulla proceda? Se un re colpisce di morte, inabissa nelle prigioni, caccia in esiglio que’ forti che per riporlo sul trono e per rendere al paese la sua indipendenza e la sua libertà affrontarono mille e mille pericoli, la nazione dovrà aspettare e soffrire? Dovrà silenziosa veder estinguersi ad una ad una le sue speranze, violate le sue leggi, inaridite le fonti di sua felicità? Chiederò a te, cui non valse pur anco a guastare il cuore lo splendore della più possente corona del mondo: dovea l’intrepido spagnuolo, le braccia al petto conserte, ricevere il colpo micidiale da quella mano cui avea ritornato lo scettro e senza mandar lamento spirare, avvolto il capo nel manto ancor fumante di quel sangue sparso in difesa del re-carnefice? Ahi, sonvi pur troppo dei tristi che non arrossirebbero ad affermarlo! Son quei dessi che riguardano i popoli nulla meglio di un gregge in balìa del padrone. Ma tale non è Alessandro.

La rivoluzione di Spagna fu raggio di luce agli occhi delle armate dell’assolutismo. Si commossero i popoli e quella porzione di essi in ispecie, cui più d’ogni altra sta a cuore il mantenimento dell’ordine sociale, perchè dedicato co’ suoi sacrifizj a difenderlo. Conobbe per quella che si poteva dall’abbiezione e miseria sorgere al ben essere ed alla libertà. I Piemontesi ne furono percossi, meno vivamente però dei Napoletani, perchè di non tanto accensibile fantasia, e perchè speravano proficua al re la tremenda lezione che gli si svolgeva dinanzi. [p. 28 modifica]

Tocco finalmente un’epoca di cui l’Italia ricorderà lunga stagione: la rivoluzione di Napoli. Non è mio intendimento rintracciarne le cagioni e tesserne la storia; osserverò soltanto che fu giusta e legittima, perchè estremamente dispotico il governo di Napoli; e non risparmierò una mentita a chiunque volesse dar ad intendere, che un tal governo, comunque arbitrario, reggeva con saviezza lo Stato. Non è già dalla utilità o magnificenza di qualche pubblico stabilimento innalzato nelle capitali che si dee misurare la floridezza di un popolo: sono le provincie, sono i luoghi più discosti dal centro del governo che voglionsi interrogare sull’esecuzione delle leggi, sulla sicurezza individuale, sul comodo, sull’onesta indipendenza dell’agricoltore, dell’artigiano. Per i grandi non vi sono mai mali troppo gravi, quando loro basti il cuore di contemplare a ciglio asciutto le miserie dei concittadini e non rifuggano da viltà di mezzi per alleviare il peso di servitù.

Del resto, se il governo di Ferdinando I si astenne da modi violenti e tirannici, esuberente ricompensa gliene venne dall’indole e dalle circostanze della rivoluzione napoletana. Quegli uomini dalle ardenti immaginazioni, cresciuti alle stragi delle ultime vicende politiche, fecero prova di forte e generoso animo, mostrando di aver obliato l’illustre e prezioso sangue di cui videro rigata Napoli nel 1799; e con cui in quell’epoca quello stesso principe di benedizioni or coperto, perchè giudicato propenso ai voti del popolo, avea segnato il suo ritorno fra loro. Ai plausi, alle acclamazioni dei Napoletani si sarebbe ravvisato [p. 29 modifica]in lui un legislatore, un datore di libertà. Incauto popolo! Dovevi pagare a caro prezzo l’aver deposto la tua diffidenza e le tue funeste rimembranze!

Giusti e moderati devono essere gli atti di una rivoluzione, ma nella giustizia e moderazione vuolsi mantenere animo fermo, chè moderazione non è debolezza nè stupida condiscendenza. Di troppo abbandono e credulità peccò il parlamento napoletano, allorchè accondiscese alla partenza del re Ferdinando per Laybach, nè solo fu eccesso di confidenza, ma bisogna pur dirlo, quel parlamento non comprese allora la dignità nazionale, soffrendo che il re si avesse a presentare in aspetto di supplichevole a quel congresso. Se non che era ben lontano dal sospettare, che vi sarebbe invece apparso in quello di spergiuro.

Ad un più grave rimprovero non possono sfuggire i Napoletani, per non avere provvisto ai bisogni di loro situazione, e per essersi abbandonati alla folle lusinga di riuscire, con un’attitudine pacifica ed inoffensiva, a disarmare l’implacabile nemico. Non mancavano gli uomini previdenti di scorgere come i sovrani riuniti a Laybach non avrebbero trascurato l’occasione di annichilare, in Napoli, ciò che a loro per anco non era riuscito in Ispagna, il principio delle militari rivolte. Nè meno evidente appariva che l’imperator d’Austria non avrebbe mai di buona voglia tollerato che cinque milioni d’Italiani conseguissero una costituzione liberale, foriera per lui di non lontana rivoluzione italiana, che sarebbe per costargli la perdita della Lombardia; per cui gli era forza schiacciar Napoli ad ogni costo, e precorrere, ove [p. 30 modifica]d’uopo, i rischi di una rivoluzione italiana, ma ancor debole perchè immatura. E d’altronde avrebbe egli potuto in altra occasione contare come in questa sull’appoggio dell’imperatore Alessandro? Quindi è, che gettato il dado, dovevano i Napoletani affidare la loro salvezza a questa rivoluzione, e fare appello ai popoli di tutta la Penisola, poichè l’Italia meridionale non avrebbe mai potuto fondare la sua libertà senza chiamarne a parte l’intera nazione.

Fu colpa in terzo luogo, secondo alcuni, a’ Napoletani, la quale merita di essere esaminata per le importanti questioni che vi si riferiscono, la scelta della costituzione spagnuola (Vedi Doc. A in fine.) Non è mio intendimento cribrarne qui l’utilità e i difetti, e molto meno biasimar gli Spagnuoli che la proclamavano nel 1820. Dessi vi si doveano stringere attorno come a prezioso monumento consacrato dal voto di quell’Assemblea Nazionale, che ferma ed imperterrita nel dì del pericolo, seppe non disperare della salute della patria. Ma una, direi quasi lor propria, ne aveano pur anco i Napoletani in quella di Sicilia, che non dovevano, come fecero, lasciar da parte. La costituzione siciliana poco conosciuta in Europa, non è altro che la costituzione inglese scritta; ma la costituzione inglese, toltane l’ineguaglianza nel diritto di elettore e molti altri avanzi di feudalismo, che deturpano i pregi di quest’ultima. In quanto a popolarità si lascia addietro la carta francese, sia perchè l’iniziativa nelle leggi non vi è esclusivamente riservata al re, sia per la creazione dei municipii, organizzata sopra basi larghissime. Nè [p. 31 modifica]sarebbe difficile purgarla da qualche difetto di redazione e farne sparire diverse minute disposizioni poco nell’insieme armonizzanti. Adottandola, Napoli avrebbe conseguito incalcolabile vantaggio, di evitare le sanguinose e fraterne gare colla Sicilia, scandalo d’Europa, dolore italiano. Avrebbe fors’anco, sottoponendosi ad egual sistema costituzionale, acquistato una ragione di più per operare sull’appoggio d’Inghilterra e di Francia; vantaggio di tanto momento che non si sa come vi abbiano così di leggieri potuto rinunziare, a meno che non si tenti spiegarlo con una specie di terrore dell’aristocrazia, sparso in Italia da scritti e discorsi dei liberali francesi. Vano timore nel nostro paese! Era e dev’esser sospetta a’ Francesi la loro aristocrazia, la quale, memore di sua estesa possanza sotto gli antichi monarchi, lascia tuttodì travedere vaste mire ambiziose; aristocrazia che ha molte illustri sciagure a deplorare ed odiose reazioni a rimproverarsi, che forma colà un partito da incutere anche maggior timore per gli uomini di svegliato ingegno e di forte animo che conta fra il numero dei suoi. Ma nulla di tutto questo in Italia, ove la nobiltà non era salita in potere che, o per favore di principi, o per aura di popolo, alla cui causa ed alle idee liberali taluni di essa mostraronsi attaccati. Travolti senz’altro i nobili della prima specie nella caduta dell’assolutismo loro sostegno, era forse de’ secondi che aveano a temer gl’Italiani?

Se la costituzione prescelta da’ Napoletani non venne approvata da tutti i liberali di Piemonte, la [p. 32 modifica]maggior parte di essi però riconobbe nella loro rivoluzione una di quelle grandi occasioni che la Provvidenza offre alle nazioni conculcate, di riprendere luminosamente il lor posto sulla scena del mondo politico. Altri pensavano l’Italia non essere abbastanza matura a guerra d’indipendenza: i lumi, secondo essi, non erano peranco diffusi in tutte le classi della società, una gioventù ardente di patrio amore, cui non poteva per ora consacrare che il braccio, più tardi pervenuta a quelle alte condizioni che le cariche e le fortune dei padri maturavanle, si sarebbe trovata alla testa di una rivoluzione, ed avrebbela signoreggiata. E mal non s’apponevano, ma il primo passo era fatto. I Napoletani aveano rivendicato lor diritti, erano nostri fratelli; dovere, onor nazionale non consentivano si abbandonassero. Se non che frattanto un certo numero d’uomini si appartava dalla grande maggioranza piemontese, tutta, come dissi, animata da vivissima brama di una guerra d’indipendenza: i quali dell’avvenire giudicando colla scorta del passato, niuna fiducia riponevano nei Napoletani, e le armi loro di una resistenza qualunque nel giorno della pugna capaci non speravano. Noi al contrario eravamo più fidenti, chè l’indole nostra non ci permetteva di prevedere il futuro quale avvenne.

La discrepanza delle opinioni sulla costituzione meglio adatta ai bisogni del paese, non rattenne i liberali Piemontesi dall’unire animosi loro sforzi, a far palese lo stato delle cose al governo. Un indirizzo del popolo al re ed altro brevissimo scritto col [p. 33 modifica]titolo: doveri dei Piemontesi divulgaronsi rapidamente e assai mi duole non averli; chè da me pubblicati, mostrerebbero il rispetto e l’affezione con cui vi si parlava del re e sua famiglia, la naturalezza con cui vi erano dipinti i mali interni del paese, l’indignazione con cui respinta l’idea della casa di Savoia fatta strumento ai disegni dell’Austria sull’Italia. Questi libercoli, che stampati a Napoli ed in Ispagna, lasciavano scorgere come l’opinion pubblica si manifestasse fra noi, con non men di saggezza che d’energia, erano inoltre rimarchevoli per la fermezza con cui si esprimeva il desiderio di una costituzione liberale, senza urtare co’ principii ivi svolti, le differenti opinioni che ci teneano divisi.

Agitati fortemente gli spiriti per la rivoluzione di Napoli, un sol desiderio leggevasi negli sguardi di ognuno. I più saggi ravvisavano unico mezzo a salvare il paese dalla guerra civile lo spontaneo promulgarsi di una Costituzione, nè si ristavano dal dirlo, ed i liberali nulla intentato lasciarono per renderne informato il re, il quale era ancora in tempo a mettersi alla testa del movimento piemontese e a guadagnarsi con una sola parola il cuore di tutti: ma il tempo stringeva e questa parola bisognava pronunziarla. Il consiglio fu convocato, la gran questione discussa ed alla voce sparsasi nel popolo avesse il re esternato «che se i suoi sudditi desideravano veramente una costituzione, egli nulla meglio chiedeva che di appagarli» i nostri cuori si apersero alla speme; ma fu momentanea. Ignoro se in quel consesso gl’interessi della patria abbiano trovato una [p. 34 modifica]voce a sostenerli; so pur troppo dalla deliberazione che ne fu risultato che il voto dei Piemontesi fu disconosciuto o sprezzato.

In quell’epoca una delle figlie del re n’andò a sposa del principe di Lucca: nelle feste che per quei sponsali celebraronsi a Torino, le cautele e l’imponente apparato militare di cui circondossi la corte, ne svelarono le inquietudini; i Piemontesi assiduamente attaccati alla persona del re, anche quando ne lamentano il mal governo, se ne adontarono, ed una cupa e silenziosa accoglienza ne fe’ avvisata la corte.

L’animo di Vittorio Emanuele addolorò all’insolito spettacolo di quei volti taciturni, e forse sarebbesi indotto a risoluzioni di salvezza per la patria, se un passo ardito ma necessario non si fosse da canto nostro trascurato. Bisognava distruggere tutte le illusioni delle quali la corte e molti dei ministri aveano accerchiato il principe, era mestieri che mille e mille petizioni recassero da ogni parte a’ piedi del trono le giuste doglianze della nazione. Non v’ha dubbio che i primi si sarebbero colla lor firma dischiusa una prigione di stato, ma col succedersi e moltiplicarsi del numero, il re ne sarebbe rimasto illuminato e la rivoluzione risparmiata. I proprietari piemontesi non ebbero quel coraggio politico, ed ogni giorno crescono loro i motivi di dolersene.

Il tempo incalzava. La guerra preparata dall’Austria, le sue minaccie, il suo disprezzo, l’energia del Parlamento Napoletano, erano incitamento all’opinione, e l’istante era giunto di tracciare all’armata [p. 35 modifica]piemontese la linea dei suoi doveri. Un proclama stampato a tal uopo si sparse in tutte le guarnigioni del Piemonte e con tanta prestezza, che dovette far conoscere al governo gli amici della libertà esser molti ed attivi.

Frattanto il Parlamento Napoletano avendo con calore respinto il messaggio del re che accennava a nuova costituzione sulle basi della carta Francese e mantenuta quasi intatta la costituzione spagnuola, i liberali piemontesi videro la necessità di rannodarsi in gran numero sotto quella stessa costituzione cui giuravan difendere 5 milioni d’Italiani e l’Imperatore d’Austria giurava di abbattere15. Avrebbero temuto di tradire uno de’ più sacri doveri verso la patria, se per soverchia tenacità di lor politiche teorie, le avessero offerto il miserando esempio di liberali italiani divisi in partiti, nel supremo bisogno di concordia e d’unione a salvarla.

Ve n’erano però alcuni che non aveano abbandonato la speranza d’introdurre in Piemonte una costituzione più monarchica, ma alla notizia che gli Austriaci aveano passato il Po, deposto ogni altro pensiero accorsero tutti sotto la stessa bandiera. [p. 36 modifica]Quanti di patrio amore palpitavano, quanti a quella crudele inazione, nell’istante in cui stava per decidersi la vitale questione di libertà interna, d’indipendenza del paese, fremevano, tutti si riconobbero, s’intesero. Giammai la santità del giuramento fu meno necessaria a rassodare il patto dei cospiranti.

Eranvi tuttavia due sorta di liberali, i quali si astenevano dal prender parte alla federazione; e primi coloro che credevano nel giuramento del soldato un ostacolo al dovere imperscrittibile di cittadino e chiudean gli occhi per non iscorgere che l’onore del principe e la dignità di sua corona, reclamavano dall’armata una straordinaria risoluzione. Vi sono circostanze uniche, le quali non potrebbero esser naturalmente comprese se non che ad una certa distanza di tempo, cui l’uomo talvolta deve trascorrere colla potenza del genio o coll’anima inspirata al santo affetto di patria. Un bivio stava dinanzi alla casa di Savoia: gloria immortale, ampliato dominio da una parte, l’indiretto servaggio dell’Austria, da cui non avrebbe più avuto mezzo di rilevarsi, dall’altra: e già acquistavamo la dolorosa certezza che la corte di Torino ingannata o atterrita lasciavasi andare a questo ultimo partito; dal che era nostro dovere rattenerla e suo malgrado salvarla. Fedeltà maggiore dell’ordinaria, sacrifizio di un onore feudale al vero onore!

Gli altri liberali adducevano che se l’onore e i doveri verso la patria autorizzavano l’impresa, la ragione sconsigliavala, perchè temeraria, e perchè non offriva speranza alcuna di successo. [p. 37 modifica]Io devo abbattere vittoriosamente quest’ultima obbiezione. Addimostrata la giustizia dei nostri disegni dalle interne condizioni del paese e dalla ragione di Stato, mi resta a far conoscere che arditi sì, ma temerari non erano.

Comincierò dall’osservare che una impresa vuol essere tentata anche con minima probabilità di successo, ogni qualvolta l’esitare possa arrecar grave perdita. Ciò posto, non è egli evidente, che standosi il Piemonte ad osservare inoperoso la disfatta dei Napoletani per parte degli Austriaci, anzichè tentar d’impedirla, la casa di Savoia avrebbe perduto ogni influenza in Italia, e sarebbe rimasta, come già dissi, nè mi stancherò di ripeterlo, schiava dell’imperatore? E non sarebbe in tal modo svanita per noi la speranza di migliorare le nostre istituzioni politiche?

Il successo dipendeva, egli è vero, da un futuro avvenimento che non era in nostro arbitrio, la resistenza cioè dei Napoletani agli Austriaci. Non parlerò di vittorie, illusione lo sperarlo! ma dovea dunque sembrar così strano che un’armata regolare di 50 mila uomini, sostenuta da 60 mila di milizie cittadine, armati, equipaggiati ed instrutti, potesse far fronte per qualche mese soltanto ad un’armata austriaca, sostenere dei sanguinosi combattimenti, presentare insomma all’Italia lo spettacolo d’una guerra e non quello di una improvvisa disparizione?

La nostra salvezza era riposta in quella resistenza. Al più tardi otto giorni dopo la rivoluzione avrebbe potuto l’armata piemontese, forte di 20 a 25 mila uomini, entrare in Lombardia, ove l’avrebbe poco [p. 38 modifica]stante raggiunta il rimanente, che non sarebbe riuscito difficile portare sino a 70 mila, coll’aggiungervi qualche battaglione di guardie nazionali. La Lombardia era guernita da scarso numero di Austriaci, e noi saremmo giunti in tempo a guadagnare la linea dell’Adige, e a far impeto su Mantova, prima che arrivassero nuovi rinforzi di truppe imperiali. Popoli di Romagna, di Parma, di Modena, intrepidi Bresciani, uomini di Salò, di Verona, Milanesi dalle cui mura scendevano altre fiate possenti schiere di armati, veggendo muovere a vostra volta un esercito piemontese col sacro vessillo spiegato, e sentendo Napoli validamente difesa dal suo libero esercito, non avreste voi pure brandito le armi, e salutato con noi il giorno della liberazione di nostra grande ed infelice patria? Farò noto in appresso, per quale funesto avvicendarsi di sventure, ogni cosa volse a nostro danno, e ci vedemmo rapire ad una ad una le speranze di vincere e resistere. Quanta forza non dovrò fare all’animo mio per richiamare alla mente così crudeli rimembranze!

L’avvenimento del 12 gennaio 1821, estraneo alla rivoluzione, ne fu nondimeno un presagio, e serve a mettere in luce la lotta di due partiti che si contendevano l’un l’altro la direzione del governo, e quale dei due di forze sovrastasse, quantunque da questo fosse alieno l’animo del re, benigno ed umano per istinto.

Gli studenti dell’Università di Torino, soliti ad intervenire al teatro d’Angennes, eransi dati da qualche tempo a schiamazzare ogni sera; turbolenza [p. 39 modifica]giovanile facile a contenersi co’ modi ordinarii. La sera dell’11 gennaio parecchi di essi comparvero al teatro, coperto il capo di un berretto rosso alla foggia di quelli onde s’adornano nelle provincie piemontesi più vicine alla Lombardia, e benchè un tal berretto in nulla ricordasse quelli del 1793, pure allarmossene la polizia, ed ordinò l’arresto di quei sconsigliati; tosto son loro d’attorno i compagni, smaniosi di liberarli, ma riescono vani gli sforzi; gli agenti della polizia prevalgono, e traggono seco le loro vittime.

La cosa non avrebbe avuto altro seguito, se si fosse ricorso alle leggi vigenti a tal riguardo. L’università godeva di privilegi, dei quali però una parte soltanto degli studenti potea valersi, ma se non tutti, taluno degli arrestati avrebbe senz’altro avuto il diritto d’invocarli. Piacque invece alla polizia di cosa tanto frivola menar gran rumore, e siccome ai governi assoluti fu sempre gradito il mezzo di punire, senza o prima del giudizio, ed espediente opportuno a sbrigarsi degli affari ritrovano il fondo di una torre, così il giorno 12 gli studenti arrestati alla vigilia, furono trasportati in due fortezze distanti dalla capitale, e per dare un aspetto più imponente alla cosa, si avvisò farli traversare la città di Torino in mezzo a numerosa scorta. A tal vista s’infiammano i compagni, reclamano i loro privilegi, ed il rispetto dovuto alle leggi che tutelano l’università. S’intromettono i professori a calmarli; ma come non consentire nella giustizia e legalità di loro querele? Dopo il mezzogiorno una moltitudine di studenti ingombrava i portici della strada del Po in vicinanza [p. 40 modifica]dell’università. Un distaccamento di carabinieri reali impedì di uscire dal loro stabilimento agli alunni del collegio delle provincie che numerosi e gagliardi in età da 20 a 25 anni, accorsi, avrebbero fatto maggiore il disastro. Altro distaccamento di carabinieri, sboccato nella via del Po, vi fu accolto con urli e fischi; ma i carabinieri, per lodevole fedeltà alla loro consegna, si mostrarono impassibili, e tirarono oltre. Se non che quel loro contegno illuse quelli animosi giovani, si credettero temuti, imbaldanzirono. Occupata l’università, in un attimo ne è sossopra il pavimento, e sbarrate coi panchi le porte, giurano non separarsi se prima non sanno liberi i loro amici. Accorre il conte Balbo, ministro, e preside dell’università, nell’intento di racchetarli; presentatosi appena, viene applaudito, ma tosto gli si chiede giustizia. Egli dirige loro paterne parole, miste di tenerezza e rigore; insistono quelli chiedendo i loro compagni con grida ognor più crescenti e più tremende. Il conte Balbo non lasciossi sfuggir promessa alcuna, ma neanco un detto che potesse interpretarsi minaccia di ricorrere alla forza; eran quindi ben lontani quei giovani dall’aspettarsi che fra poco i loro richiami sarebbero stati accolti a colpi di sciabola, tanto più che una risposta era stata loro promessa fra due ore. Ma, scorso un quarto d’ora, 4 compagnie di granatieri recavanla.

Il partito del rigore avea trionfato, e si vedrà tra poco, se coloro che lo consigliarono ebbero soltanto lo scopo di ristabilire la quiete, e non piuttosto quello di atterrire l’opinion pubblica con una sanguinosa [p. 41 modifica]catastrofe. Giustizia vuole se ne escluda il conte Balbo, che per la dolcezza opinava, e fu solo per l’alta sua fama di probità, superiore ad ogni accusa, ad ogni sospetto, se durò illeso il suo nome dopo sì fatale avvenimento.

Giova ritenere che quell’attruppamento componevasi tutto al più di due o tre centinaia di studenti che toccavano invero l’estremo grado di esaltazione. Aggiravansi forsennati sotto le interne volte dell’università, gridando: «vogliamo i nostri compagni, li vogliamo ad ogni costo» stringevansi convulsi le mani, s’abbracciavano, giuravansi l’un l’altro di vivere e di morire insieme; ma fra tanto delirare, non un grido di rivoluzione fu alzato, e la parola costituzione già da gran tempo così universalmente ripetuta, non fu neppur pronunciata. Erano fanciulli esacerbati per una ingiustizia e nulla più.

I granatieri arrivarono a 7 ore di sera; aveano alla testa il cav. Ignazio Thaon di Revel, conte di Pratolongo, governator di Torino. Parecchi ufficiali di differenti reggimenti e qualcheduno delle guardie del corpo aveano seguito il governatore per un moto spontaneo, che si sarebbe potuto meritare il nome di zelo, se la posteriore condotta della maggior parte di essi non l’avesse ben altrimenti caratterizzato. Il conte di Castelborgo, comandante della provincia, si fece ad arringar gli studenti. Questi scagliarono, egli è vero, qualche pietra contro i soldati, ma egli è vero altresì che non fu loro dato neanco il tempo d’intendere l’intimazione di sciogliersi, e se molti fremevano prevedendo la sanguinosa scena che stava [p. 42 modifica]per aver luogo, moltissimi, ben alieni dall’aspettarsela, non iscorgevano che una vana formalità nelle parole dirette dal governatore ai granatieri, nell’atto che uscivano dalla caserma: «ricordatevi che abbiamo a far con dei ragazzi.» Parole che il governatore, trovatosi sul luogo, avrebbe dovuto meglio provare che gli erano uscite dal cuore. Ne giudichi il lettore: atterrate le porte, si assalgono colle baionette gli studenti che, inermi, sono dispersi all’istante, e solo qualche sasso lanciato dalle sovrastanti gallerie annunzia debolmente un’ultima resistenza impossibile. In quel momento nulla di più facile che impedire lo spargimento di sangue e far rientrare nell’ordine ogni cosa. Ma questo non era il conto di certo partito. Quei miseri sono incalzati, inseguiti su per le scale, nelle scuole, sotto le cattedre dei professori, e dovrò dirlo? fin nella chiesa appiè dell’altare barbaramente trucidati. In mezzo agli orrori di così infame macello è pur dolce il poter citare dei nomi senz’arrossirne. Il colonnello Ciravegna rattenne i suoi granatieri, ed avvolto nel suo mantello, favorito dall’alta statura salvò più d’una vittima. Il conte Cesare Balbo figlio del ministro, il cav. Angelino Olivieri, si precipitarono nel più folto della mischia ad arrestare il furor dei soldati *.

Venticinque studenti feriti vennero trasportati all’ospedale, a molti altri che meno gravemente lo furono riuscì sottrarsi alle unghie dei cavalli, alle [p. 43 modifica]sciabole dei carabinieri e condursi alle lor case. Si seppe ben tosto che dei feriti, pochi eran quelli che nol fossero di più colpi di spada, ve ne furono di malconci in molte parti della persona, di quelli orribilmente mutilati16. Non furono dunque le baionette, ma le spade che mostraronsi più sitibonde di sangue! una tal voce ripetevasi in mezzo all’universale spavento; un grido di maledizione, come di un sol uomo, erasi levato da tutte le classi della società. Giammai l’opinione pubblica erasi con maggior veemenza manifestata, le donne ne furono organo principale e temuto, ed a un certo numero di uffiziali restò l’esecrato epiteto di sciabolatori* potrei nominarli; ma me ne astengo. Son conosciuti abbastanza.

L’università non venne chiusa; ma molti studenti furono rimandati nelle loro provincie, ed i rimanenti dispersi in più scuole aperte nei differenti quartieri della città. Pattuglie di cavalleria percorrevano incessantemente la città di Torino che presentava l’aspetto di una piazza forte in istato d’assedio.

Il governo travide, o finse travedere nella giornata del 12 gennaio 1821 un esperimento, o un preludio di rivoluzione. Ma s’ingannava: gli amici della libertà non avevan preso parte a quel fanciullesco [p. 44 modifica] parapiglia; ne avevan sospirato e pianto alle funeste conseguenze, sebbene in certo modo giovevoli alla causa di libertà le presentissero. Ed invero l’opinion pubblica avea sentenziato che segno all’odio del popolo sarebbero quei soldati che si fossero intrisi nel sangue dei fratelli, ed i fatti, solo linguaggio inteso dal volgo, l’avean fatto accorto come dall’inosservanza delle leggi, e dalla capricciosa azione della polizia possano derivargli gravi sciagure. Ma l’interesse della patria reclamava altamente che la più santa delle cause non fosse macchiata da particolari vendette, ed a questo noi rivolgemmo ogni nostro pensiero, ogni cura. Trovavansi fra gli studenti dei cuori profondamente addolorati, dei caratteri di un’estrema violenza: visitavano ogni giorno i loro compagni all’ospedale, i loro sguardi erano continuamente colpiti dalla vista di quel sangue, ne ascoltavano i gemiti, erano testimoni di quelle angoscie che son peggiori di morte... uscivano di là colla rabbia, colla disperazione nel petto. Molti liberali promisero loro di provocare una legale vendetta contro gli assassini del 12 gennaio, inaugurato che fosse il regno delle leggi: scongiuravanli ad attendere quel giorno solenne, a consacrare lor vita ad affrettarlo, a lasciare che i soli nemici della libertà n’andassero aspersi di sangue cittadino. E qui potrei entrare in dettagli che proverebbero, quanto i liberali abborrissero da quella via di sangue, che uomini devoti all’assolutismo aveano or ora dischiuso al Piemonte17. [p. 45 modifica]

Dall’accaduto del 12 gennaio alla nostra rivoluzione scorsero due mesi, silenziosi come la calma che precede la buffera. I Piemontesi si guatavano l’un l’altro, cercando di leggersi negli sguardi, coi quali più che colla voce s’interrogavano. Si ritenga che le parole pronunziate il 1° di gennaio dal presidente del senato, aveano inasprito gli animi e che la carnificina del giorno 12 ne avea poscia sensibilmente aumentato l’inquietudine ed il disgusto. Una polizia perspicace ed attiva avrebbe forse potuto discoprire la cospirazione; ma le polizie riescono meglio a far odiare, di quello che a salvare i governi che in loro si affidano.

Prova ne sieno i casi dei primi giorni di marzo, vo’ dire gli arresti del principe della Cisterna, del marchese Prierio e del cav. Ettore Perrone, seguíti, il primo alle frontiere di Francia, e gli altri due a Torino, coi quali credettero aver sventato una [p. 46 modifica]congiura, mentre trovossi invece che niuno degli arrestati avea preso parte a quella che realmente stava per iscoppiare. Ed infatti, la corrispondenza del principe della Cisterna, di cui s’impadronirono, non fece palese che la liberalità de’ suoi principii, ed il caldo di lui patriotismo, ma non vi si scorse parola che alludesse a complotto. Unico torto del marchese Prierio, agli occhi del governo poteva sembrare, l’essersi da molto tempo mostrato nei suoi discorsi liberalissimo. In quanto al cav. Ettore Perrone, forse gli si ascriveva a delitto l’ardente e mal celato affetto alla gran patria italiana.

Ma la corte e gran parte dei ministri erano stizziti contro del principe della Cisterna e suoi amici18 per l’aperta opposizione che professava al governo. Egli erasi costantemente tenuto lontano dagl’impieghi, ed una sol volta, vivente ancora suo padre, ed a di lui nome avea sollecitato una esenzione dalla legge, non già per defraudare, come usarono molti nobili, i creditori di sua famiglia de’ lor diritti, ma al contrario, onde soddisfarli più prontamente, col mezzo [p. 47 modifica]di certi suoi beni vincolati ad una sostituzione. La sua posizione sociale, la nobiltà dell’animo e le altre doti personali suggerivanlo per capo partito, da meritare tanto più la confidenza dei liberali italiani, in quanto che spoglio affatto da qualunque vestigio di quello spirito aristocratico, cagione di tanta apprensione. Ma sventuratamente non potè esserlo, ed io ho sempre considerato gran danno della patria la sua assenza dal Piemonte durante l’inverno del 1821, e l’essere stato imprigionato al momento in cui vi si restituiva.

Cotali arresti furono per i liberali il segnale di raccorre lor forze e di pensare ad adoperarle senza ritardo. L’armata Austriaca procedeva nella marcia, nè poteva tornando addietro esserci sopra prima che noi fossimo pronti a riceverla. Era d’altronde di mestieri incoraggiare i Napoletani, dopo i primi loro combattimenti, facendo loro conoscere che aveano acquistato degli alleati all’altra estremità d’Italia. Certuni opinavano, è vero, che noi avremmo dovuto attender l’esito di quei combattimenti, ma dissentivano i capi della cospirazione, temendo non si potessero raffreddar gli animi dei Piemontesi, qualora quei scontri, benchè di poca importanza, riuscissero sfavorevoli ai Napoletani.

Ma se la congiura avea diversi capi, d’un supremo però mancava: ricercando pertanto di un uomo che all’alto incarico valesse, i nostri sguardi s’arrestarono naturalmente sul luogo-tenente generale Gifflenga ispettore di cavalleria, noto all’armata piemontese ed all’ex-armata italiana per le luminose prove [p. 48 modifica]intrepidezza nella campagna del 1812 e di perspicace condotta militare in quella invernale sotto il vicerè d’Italia nel 1814; ardito e di mente fredda ad un tempo, profondo conoscitore degli uomini, sapea dirigerli. Tale era colui cui la sorte poteva aver serbato gli allori di un Washington dell’Italia settentrionale, se propizia, od il non meno glorioso destino di un Kosciusko, se avversa; ma fatalmente educato alla scuola di Buonaparte, titoli e ricchezze anzitutto ossequiava, e la gloria non era per lui che un accessorio della vita. E per maggior danno, dotato di straordinaria acutezza di mente, ambiva l’occasion di spiegarla; nel trattar le faccende, l’aiuto di fortuna sprezzava, il suo ingegno a tutto bastante riteneva. Ma a’ giorni nostri la soverchia avvedutezza, ed i disegni troppo complicati della mente, sono lo scoglio cui vanno ad infrangersi i grandi nomi. Le passioni sovente di per sè stesse a più diritta e sicura via ne conducono.

È da sapersi che Gifflenga niuna fiducia aveva nei Napoletani, e conoscendo, accorto qual era, come l’esito di nostra rivoluzione dipendesse totalmente dai loro successi, non è da stupirsi se poco a grado gli andasse di porvisi alla testa: quindi è che i miei rimproveri non si riferiscono che al suo contegno dopo che venne consumata la rivoluzione, quando cioè il dovere di piemontese e d’italiano splendeva di tanta luce, da non lasciar via di mezzo ad uomo amante della patria e di sua fama geloso.

Ma se i cospiratori non trovarono un capo, potevano però, e non senza fondamento, calcolare su di [p. 49 modifica]un giovine principe che avea da gran tempo destata l’attenzione di tutta Italia. Il lettore ben comprende di chi io mi voglia parlare. Egli è pervenuto a questo punto che avrei amato meglio tacermi e che ho lungamente esitato, prima di stendere la mano al velo del secreto; ma a che gli gioverebbe il mio silenzio, mentre s’innalza da ogni parte terribile una voce contro di lui? Non val meglio si conosca la verità tutta intiera? Io non cercherò d’aggravare i suoi torti; così fosse dato a me di scusarli, a lui di ripararli!

Carlo Alberto di Savoia principe di Carignano era ritornato alla vita principesca in età di diecisette anni; fosse vaghezza di moderne opinioni, fosse ambizione secreta, o che realmente serbasse nel fondo del cuore una lodevole attrazione per la gloria, mostrossi acceso ben presto a quello spirito d’italianismo e di libertà, di cui ho narrato l’esistenza ed il progresso, e non pago a seguirlo si fece anche ad incoraggiarlo. Il suo carattere però veniva sotto diverso aspetto giudicato; e d’altronde si ebbero da lui tratti di umanità e di fierezza; fu assai soddisfacente conoscerlo, in uno scontro occorsogli, capace di affrontare a sangue freddo un pericolo e di restarsi imperturbato al dolore; ma frattanto non si poteva ignorare come a tutti non tenesse lo stesso linguaggio e quelli che volevano trovare ad ogni costo in lui il germe di un futuro eroismo, a sagace circospezione ascrivevanlo; i meno facili ad ingannarsi vi scorgevano l’indizio di un animo simulatore e di principii deboli e tentennanti. Quello poi che dava [p. 50 modifica]maggior inquietudine a coloro che pure tanto interesse aveano a stimarlo, si era la sua condotta verso il conte Grimaldi, primo precettore assegnatogli da Vittorio Emanuele, alla scelta del quale aveano applaudito tutti i buoni, ma che dopo tre anni d’inutili cure dovette abbandonare la corte19.

Dopo la rivoluzione di Napoli, sembrava che il principe di Carignano non fosse vissuto un istante senz’essere tormentato dalla sublime idea di diventare il grand’uomo dell’Italia moderna. Nè a caso dissi tormentato, imperocchè se quel pensiero allettava la sua fantasia, la pochezza dell’animo gli toglieva di potersi estollere all’importanza di quella parte che, legittima per le circostanze del paese, era a lui riserbata e non sapea rinvenire il coraggio necessario ad abbracciarla ed a sostenerla fermamente a traverso gli avvenimenti e gli ostacoli. Ed ecco spiegata la sua maniera di agire, spiegati quei subiti slanci d’italianismo che sbigottivano coll’apparente smodata energia gli uomini più devoti alla patria; e poscia quei momenti di profondo scoraggiamento [p. 51 modifica]nei quali più non vedeva probabilità, più speranza. Scudiere e depositario delle politiche confidenze del principe, era il cav. Provana di Collegno, giovine uffiziale d’artiglieria, sincero amante della patria, caldo amico di libertà, ma di una indole troppo franca e vivace per seguire le orme di Carlo Alberto.

Non pertanto, a misura che la cospirazione progrediva, il principe sembrava maggiormente affezionarsi alla causa italiana. Quante volte non ci siam domandati se la nostra fiducia era ben riposta in quel giovine principe? Non v’ha dubbio che molte cose stavano contro lui e più di tutte un sinistro presentimento del cuore, rare volte fallace; ma non doveano badarvi gran fatto uomini determinati di tentare a qualunque costo quell’occasione del risorgimento italiano. Non già che noi ci ripromettessimo in Carlo Alberto un conte Verde od un principe Eugenio, ma in allora noi avremmo respinto, come un sogno funesto, il vaticinio dell’avvenire.

Assai popolarità affettava il principe di Carignano: inviò de’ sussidii ai feriti nella sera del 12 gennaio e mostrò sdegno contro di un uffiziale accusato dalla pubblica voce di aver preso a colpi di sciabola uno studente, del quale avea avuto a lagnarsi. Creato gran mastro d’artiglieria, lo si vide assiduamente intento a promuoverne l’istruzione ed a migliorare l’ordinamento dell’arsenale; la qual cosa, se tornava gradita ai cittadini, destava anche maggior interesse nei militari.

Ma l’istante di appigliarsi ad una risoluzione era giunto; il cav. di Collegno aveaglielo annunziato, ed [p. 52 modifica]il colonnello marchese Carlo di San Marsano, primogenito del ministro degli esteri, già gli avea e caldamente parlato delle condizioni d’Italia, senza nascondergli la necessità della rivoluzione piemontese20.

Carlo di San Marsano era nato ad accelerare una impresa. Questo giovine che i suoi concittadini non apprezzavano abbastanza, da molti calunniato appunto perchè spregiatore di calunnia, accoppiava ad una affezione personale per Vittorio Emanuele, di cui era aiutante di campo, un alto sentimento di devozione alla patria ed un possente desiderio di gloria, obbietto perenne dei suoi pensieri. Abituato ad osservare le cose da un alto punto di vista, comprese d’un tratto la situazione della patria e si persuase esservi circostanze, nelle quali fa d’uopo servire i principi loro malgrado. Impresso nell’anima codesto principio, l’ardita sua mente ed il focoso carattere operarono il rimanente.

Giammai fu visto brillare cotanto quel nobile ardire, come nel sesto giorno di marzo. Le nostre disposizioni eran date: gli uomini che non avrebbero paventato di correre primi al segnale della rivoluzione ci erano noti: conoscevamo pur quelli che mai avrebbero rivolte le loro armi contro i nostri petti e quelli che ci avrebbero debolmente combattuto e seguito dopo un primo successo. Non restava se [p. 53 modifica]non che combinare il movimento col principe di Carignano.

Quattro persone n’andarono a lui sul cader del giorno; erano: Carlo di San Marsano, il conte di Santarosa, il cav. di Collegno ed il conte Lisio, capitano nei cavalleggieri del re. Introdotti per una scala secreta nella biblioteca del principe, vi trovarono una quinta persona che mi asterrò dal nominare. Carlo di San Marsano prese primo la parola; i suoi detti furono quelli di un uomo profondamente convinto. Non vi fu ostacolo, non difficoltà che quell’ardente immaginazione non ispianasse; accennavali quali erano da lui preveduti, ma tutti all’ascendente di fermo e risoluto volere impotenti. Fecero sentire al principe che dessi avevano in cospetto l’Italia e la posterità, che la rivoluzion piemontese avrebbe segnato l’epoca più gloriosa della casa di Savoia. Aggiunsero, e l’avvenire giustificò loro parole, che nel moto preparato nulla di sinistro era a temersi pel re e sua famiglia, cui i nostri petti sarebbero stati scudo in ogni occasione. Il conte di Santarosa svolse ad uno ad uno i modi a tenersi appena seguita la rivoluzione, onde assicurarne il risultato per l’interna libertà e l’indipendenza della patria. Nulla gli fu nascosto e queste memorande parole gli vennero indirizzate: «Principe, ogni cosa è presta, manca solo il vostro consenso: i nostri amici raunati attendono col nostro ritorno o il segnale di salvare il paese, o il funesto annunzio che son vane le loro speranze.» E il consenso fu da Carlo Alberto accordato; allora il conte di Santarosa [p. 54 modifica]gli strinse la mano con la franchezza di un libero cittadino. Questo accanito nemico dell’Austria, cupo entusiasta dell’italiana indipendenza, uscì da quel palazzo pieno la mente del pensiero, che quel giorno sospirato in ogni istante di sua vita stava finalmente per ispuntare.

L’indomani, primo giorno di quaresima, tutto taceva e quel silenzio ricopriva i nostri preparativi. La rivoluzione doveva scoppiare a Torino; il re era a Moncalieri quattro miglia italiane distante. Trovo inutile dare qui i particolari di un progetto che non ebbe esecuzione; dirò solo che tutto era concertato in modo che il voto del popolo e dell’esercito apparisse in tutta la sua evidenza al re, non si lasciasse tempo di procrastinare al titubante ministero e l’azione del governo mutata, potesse sul momento dirigersi contro il nemico d’Italia. Infinite precauzioni eransi adottate, non solo a prevenire i disastri, ma ben anco ad impedire tutta sorta di disordine che potesse compromettere la sicurezza delle persone e delle proprietà. Gli albori del giorno otto di marzo doveano essere l’istante di dar principio alla rivoluzione. Erasi stabilito che il conte di Santarosa ed il cav. di Collegno avrebbero passato la notte presso del principe per essere pronti a recarsi con lui all’arsenale sulle ore cinque del vegnente mattino. Il giorno 7 sembrò lento ai congiurati; ma che dirò della sera che chiuse quel malaugurato giorno? Una improvvisa voce si sparge fra loro: «il movimento non può più aver luogo perchè il principe ha ritirato la sua parola.» Pur troppo era vero! [p. 55 modifica]Carlo Alberto avealo dichiarato a San Marsano e a Collegno. All’appressarsi del momento decisivo quel pusillanime giovane erasi sgomentato, ogni suo detto spirava confusione e spavento, voleva e non voleva.

Carlo di San Marsano e Collegno dopo essersi inutilmente affaticati ad infonder calma e coraggio nel cuore del principe, videro impossibile la riuscita di un moto, già concertato sul di lui consenso e coll’indiretta sua cooperazione preparato. Il tempo volava: fu loro forza assumersi la responsabilità di rivocare le disposizioni ch’eransi date per l’indomani.

Nella mattina degli 8 ci fu riferito aver il principe mosso lagnanze dei nostri timori, e noi biasimato di essersi troppo presto smarriti d’animo e d’aver abbandonato l’impresa. I capi della congiura si radunarono: si unì con loro per subitanea ma franca risoluzione il conte di San Michele, colonnello dei cavalleggieri di Piemonte. Senza perdere un istante di tempo un nuovo piano fu tracciato, l’esecuzione fissata pel 10 marzo a giorno fatto.

La sera dell’8 San Marsano e Santarosa, accompagnati da San Michele, alla stessa ora dei due giorni addietro, furono nuovamente dal principe di Carignano. L’avvertirono che la rivoluzione sarebbesi fatta, tacquero il giorno, ommisero i dettagli sulle misure prese, temendo che in altro accesso di debolezza non mandasse nuovamente a vuoto i loro progetti. Il principe scelse per sè una parte più riservata, non somministrò più tutti i mezzi ch’erano in sua mano; diede bensì, come il giorno 6, il suo consenso alla rivoluzione piemontese. [p. 56 modifica]

La sera dello stesso giorno in una generale adunanza dei congiurati ch’ebbe luogo, e cui intervenne il cavaliere Ansaldi, tenente colonnello della brigata Savoia, si presero nuovi concerti, le cautele, specialmente ad impedire il disordine, si addoppiarono.

Il giorno appresso assai di buon’ora, il principe di Carignano, fatto venire a sè il Conte di Santarosa, parlò dapprima della necessità che restasse nell’arsenale un certo numero di truppa d’artiglieria, e venne quindi alle precauzioni, secondo lui da adottarsi, per guarentire il re da qualsivoglia pericolo. Era facile provvedere al primo obbietto; quanto al secondo Santarosa, come seppi da lui, diede risentita risposta: non cospirarsi se non che contro l’Austria e suoi fautori, essere fra’ congiurati i migliori e più fedeli amici di Vittorio Emanuele. — Ma Santarosa travide in quei detti un artifizio del principe per discoprire qual fosse il giorno stabilito, seppe schermirsi dalle scaltre di lui domande, e disse solo non essere quel giorno lontano. Ciò che resta ad aggiungere si è quello che più di tutto mi accuora. Nel punto in cui Carlo Alberto sembrava rassicurare i federati di sua adesione, avea già emanato ordini e disposto le cose in modo da rendere ineseguibile a Torino qualunque movimento, e probabilmente da far cader vittima di loro affetto alla patria Santarosa e Collegno; fatale contraddizione, che solo potrebbe spiegarsi con lanciare sul principe un’accusa di perfida simulazione; ma mi riesce meno acerbo ripetere di lui: Carlo Alberto voleva e non voleva. [p. 57 modifica]

Il cav. Collegno ed il conte Santarosa furono i primi ad aver sentore dei secreti maneggi del principe. Santarosa volle conoscere ciò che restava a farsi, indagò egli stesso le cose e non tardò a chiarirsi, ogni tentativo esser fatto impossibile nella capitale. Corre ove era atteso dagli amici. Orrendo giorno! l’affanno della sera del 7 si rinnovava! Non più speranza: i mezzi dei quali ancor poteasi disporre non offrivano probabilità di successo, tentare una rivoluzione il di cui esito si rimanesse incerto per soli cinque o sei giorni, sarebbe stato lo stesso che consegnare la patria agli Austriaci. Dovremo noi dunque, esclamavano, rinunziare al frutto di tante fatiche e rassegnarci ad essere testimoni inerti dell’oppressione d’Italia? Collegno nella sua disperazione non fea che rimproverare sè stesso di aver creduto al principe la sera del 7 marzo.

Era pur forza decidersi: i congiurati credettero necessario il sacrifizio di loro progetti agli interessi della patria. Messi fidi e solleciti furono spediti ad Alessandria, Fossano e Vercelli a renderne instrutti gli altri capi.

Se non che era nei fati del Piemonte, dover dividere le sventure di Napoli, di quel paese che si bramava far salvo, e di assaporare per pochi giorni la libertà. Mi sarebbe difficile investigare le cause dei fatti che addussero lo scoppio di una rivoluzione cui s’era per allora rinunziato. — Sul mattino del giorno 10 un’improvisa novella si spande a Torino; la guarnigione di Fossano s’è messa in marcia, quella di Torino ebbe l’ordine di prender l’armi. E frattanto [p. 58 modifica] nulla si sa di Alessandria. Santarosa, San Marsano, Lisio e Collegno erano assieme: uno fu il loro pensiero: — Partiamo. — Fra venti minuti San Marsano e Lisio si trovavano l’uno sulla strada di Vercelli e l’altro su quella di Pinerolo; Santarosa tenea dietro a quest’ultimo.

M’accingo a seguire nel mio racconto i movimenti della rivoluzione. Riferirò soltanto ciò che so esser vero; non tutto però, ove le mie parole presentissi dannose a qualche amico di libertà in potere tuttavia dei nostri persecutori. Ma le circostanze, a tacersi od a toccarsi di volo, non saran tali che, così facendo, ne abbia a soffrire il carattere della istoria; quanto importa alla stessa posso francamente narrare; altrimenti non avrei dato mano allo scrivere.

I moti di Alessandria ebbero principio col giorno 10 marzo alle ore due del mattino, allorchè il capitano conte Palma, fatte prender le armi al reggimento Genova aquartierato in cittadella, proclamò la costituzione al grido di Viva il re! I dragoni del re, guidati dal cav. Baronis e dal conte Bianco21 capitano il primo e tenente l’altro, muovono in silenzio dai loro diversi quartieri, e riunitisi sul ponte del Tanaro, s’introducono nella cittadella per la porta ivi lasciata aperta per cura dell’uffiziale capo-posto. Vi penetra con esso loro un numero di cittadini già federati per la causa italiana, della forza di circa un battaglione; [p. 59 modifica] Ansaldi, tenente colonnello di Savoja, assume il comando della fortezza, compone una giunta provvisoria dei cittadini Urbano Ratazzi, Appiano, Dossena, Luzzi, e degli ufficiali Palma, Baronis e Bianco *, e [p. 60 modifica] ne dà avviso al cav. De-Varax governatore di Alessandria, imponendogli militarmente, di somministrare i viveri necessarii alle sue truppe. [p. 61 modifica]

Il cav. Collegno, ed il capitano d’artiglieria Radice arrivarono nella cittadella il mattino dell’11, e la stessa sera vi giunse il marchese Carlo di San Marsano. Il costui disegno di indurre fin d’allora i dragoni della regina, dei quali era colonnello in secondo, a dichiararsi per la causa della patria, era stato attraversato dal colonnello di quel corpo conte Sambuy, che avealo di qualche ora preceduto a Vercelli22.

Lisio ebbe miglior ventura. San Marsano, che da due mesi appena facea parte del corpo, non vi si era lasciato vedere che pochi istanti, e quindi non era conosciuto, Lisio al contrario era l’idolo del suo reggimento.

Arrivato il giorno 10 dopo mezzogiorno a Pinerolo raduna Ghini, Pecorara, Conti, Calosso, Bruno, [p. 62 modifica]Capponi ed altri uffiziali devoti alla patria, e non ha che a dir loro: È tempo di marciare. Vola alla caserma; sotto ufficiali e soldati attendevano riuniti a governare i cavalli. Il giovine capitano grida loro: sù compagni, a cavallo, corriamo ove la salvezza d’Italia, l’onore del sovrano ne appellano. Le trombe squillano, il segnale d’insellare è già dato. Sopraggiunge il cav. Tana, maggiore ed unico ufficial superiore che fosse al corpo, e Lisio a lui: — Maggiore, alla testa. — Quegli cerca temporeggiare; ma: no, risponde Lisio, bisogna partire al momento; e rivolto ai cavalleggieri: a cavallo, amici, a cavallo, in nome del re e della patria. Non erano scorsi cinque minuti, e 300 cavalleggieri partivano alla corsa; giungeva in quel mentre Santarosa, prorompendo nel grido di: guerra agli Austriaci, e: guerra agli Austriaci ripetevano quei giovani d’ardore e di speranze infiammati.

Giunti a Carmagnola durante la notte, profittarono di breve riposo concesso al reggimento per far stampare una dichiarazione23 che venne distribuita ai [p. 63 modifica]soldati e spedita a Torino. Santarosa e Lisio non conobbero il successo di Alessandria che partiti da Carmagnola; pervenuti alle porte di Asti il giorno 11 a mezzodì, furono quivi raggiunti da San Marsano che recavasi in Alessandria. Entrarono uniti nella città in mezzo ad una immensa folla, che attonita in sulle prime, non tardò molto a confondere il suo col giubilo dei soldati; questi raccolsero in quell’amica accoglienza dei cittadini il primo guiderdone di loro coraggiosa intrapresa. Asti è patria di Vittorio Alfieri. Il reggimento passò dinanzi alla casa in cui vide il giorno quel grande: i capi costituzionali con acclamazioni la salutarono, e già vedeano, nel loro entusiasmo, dischiudersi all’Italia quell’era di gloria, che il poeta cittadino le avea vaticinato.

Lisio e Santarosa entrarono nella cittadella di Alessandria, la mattina del 12 in un coi cavalleggieri del re. Pare che al loro arrivo il governatore si decidesse a sgombrare dalla città, locchè fece a seguito di una convenzione militare tra lui ed Ansaldi, accompagnato dal reggimento Savoia, dagli ufficiali superiori [p. 64 modifica]del reggimento Genova e dai dragoni del re: si diresse prima, torcendo cammino ad Oviglio, e ripiegò poscia sulla gran strada da Asti a Torino *.

Sul mezzogiorno fecero loro ingresso nella città di Alessandria le truppe costituzionali. Tosto venne proclamata la costituzione sulla gran piazza, ed inalberato il tricolore vessillo. Il popolo diè libero sfogo alla gioia, e la felicità che tacita traspariva da tutti i volti, più che gli applausi della moltitudine, offriva un tenero spettacolo: ma quel popolo saggio non fece insulto al dolore di qualche famiglia ligia alla monarchia.

Ansaldi prese il comando della divisione, Santarosa quello della città e della guardia nazionale, Collegno s’incaricò della cittadella, e San Marsano con duecento dragoni, duecento soldati del reggimento Genova, ed un forte distaccamento di guardia nazionale marciò sopra Casale. Ma egli è ormai tempo di rivolgere nostra attenzione alla capitale, ove si condusse a termine la rivoluzione.

I Torinesi, in preda alla più viva inquietudine, s’aspettavano da un momento all’altro a strepitosi avvenimenti. Già aveano inteso come il conte di San Michele a Fossano avesse fatto salire in sella e poscia rientrare a quartiere i cavalleggieri24. Qualche ora dopo aveano conosciuto i moti di Alessandria, e la partenza della guarnigione di Pinerolo. Venne fuori un proclama del re (Vedi Doc. B.) tendente a [p. 65 modifica]calmare l’effervescenza dell’armata; prometteva illimitato perdono alle truppe che rientrassero nell’obbedienza. Seguiva in pari tempo un forte aumento nelle paghe dei bassi-ufficiali e soldati di ogni arma.

Il re era tornato a Torino. La sua autorità non era punto manomessa, ma non istava più a lui dominare gli eventi, se posta da banda ogni esitanza, non s’innoltrava in una via più consentanea all’opinion nazionale ed allo spirito dell’armata. Quando, l’undici di marzo, Ferrero capitano della legion reale leggera, partito la vigilia colla sua compagnia, per una città a mezzogiorno del Piemonte, ritorna ad un tratto su’ suoi passi, ed arrivato alla chiesa di S. Salvario posta sulla strada di Cuneo a mezzo tiro di cannone da Torino, fa alto, e quivi circondato da soli 80 soldati e da un centinaio di studenti guidati da un Pietro Fechini, Carta, ed altri capi liberali di loro confidenza, proclama la costituzione spagnuola. La storia delle rivoluzioni serba pochi esempi di azione cotanto arrischiata. Durerà immortale il nome di Ferrero, e sarà pronunziato con ossequio, finchè arda sulla terra il sacro fuoco di libertà.

Ferrero contava su di una sommossa popolare, ma fu deluso. Gli abitanti della capitale agognavano a libera costituzione, ma i loro petti di ghiaccio non erano in quel momento accessibili che al desiderio ed alla sorpresa. Una moltitudine immensa erasi affollata fuori di Porta Nuova, e di là affissava inquieti gli sguardi su quel pugno d’intrepidi cittadini. Il cavaliere Raimondi colonnello della legione reale leggera, volle presentarsi a’ soldati ed arringarli, ma [p. 66 modifica]sprezzatore dei bravi veterani, non amato, gli venne scaricata contro una pistola e leggermente ferito nel volto, dovè la vita a Ferrero che in sua difesa levossi. Furono spedite truppe contro gli animosi di S. Salvario. Forsechè l’ordine di assalirli non venne dato, o gli uffiziali lessero negli occhi de’ soldati che un tal cenno non sarebbe stato eseguito? Difficile a sapersi. Passarono gran parte del giorno gli uni in faccia degli altri. Il re ondeggiava irresoluto, e da quanto asserivasi, disparate pur erano le opinioni del suo consiglio. Ma in sulla sera la truppa di S. Salvario abbandonò quella posizione25 e si pose in marcia verso Chieri, per recarsi in Alessandria, dove giunse il posdomane26.

Una quiete sepolcrale regnava la mattina del 12 marzo, quando sul mezzogiorno la scossero [p. 67 modifica]improvvisamente tre colpi di cannone: che avvenne? La bandiera italiana27 era stata inalberata sui bastioni della fortezza dalla truppa di guarnigione. Enrico ufficiale d’artiglieria, giovane patriotta dotato di fredda audacia, avea concertato col suo compagno Gambini28, con Rossi uffiziale nel genio, Reciocchi, Viglini e Cassana della brigata Aosta, quell’ardito movimento, in cui il maggiore di artiglieria cav. Desgeneys fu il solo che, trafitto colla baionetta da un soldato, perdesse la vita.

Quei colpi di cannone aveano destato il popolo torinese. Una folla di cittadini ricopre in un istante gli spalti della cittadella; le grida di «Viva la Costituzione» risuonano intorno. Ben presto la parola costituzione spagnuola pronunziata da uno, vien ripetuta da tutto il popolo che da gran tempo aveala scolpita in mente. Un uffiziale seguito da un dragone vuole ad ogni costo inoltrarsi, per riconoscere la cosa, e mentre sordo alle voci: abbasso le sciabole, continua a spingere il cavallo nel mezzo della calca rotando attorno la spada, partono due colpi di [p. 68 modifica]pistola, ed una palla coglie quello sciagurato, che cade vittima di sua attitudine ostile e temeraria.

Si presenta poco stante il principe di Carignano e chiede ai nuovi capi della cittadella quali fossero i loro disegni. «I nostri cuori sono fidi al re, ma bisogna strapparlo ai perfidi consigli. La guerra all’Austria e la costituzione spagnuola, ecco il voto della Patria, la domanda del popolo.» Tale fu la risposta dei costituzionali. Uditala il principe ritorna addietro. Pietro Muschietti ardente giovane di 25 anni, amantissimo della patria ed eccellente cittadino, lo arresta e spiegandogli dinanzi un tricolore vessillo, gli rammenta con fuoco ciò che il paese attende da lui. A tal vista crescono le grida, l’entusiasmo è al colmo, la rivoluzione di Torino è scoppiata. La bandiera italiana sventolò accanto al principe durante il suo tragitto dalla cittadella al palazzo reale, ove sarebbe seco lui entrata, se un reggimento di cavalleria schierato in battaglia sulla piazza reale vedendo la folla appressarsi al palazzo, non l’avesse caricata. Orrenda poteva essere la strage, ma gli animi dei soldati in generale propensi pel popolo, nol consentirono; non v’ebbero che parecchi calpestati dai cavalli, un solo rimase estinto.

Ma era tempo che la corte prendesse una determinazione. I comandanti dei corpi, interpellati se potessero contare sui loro soldati, avean risposto: «dessi verseranno fin l’ultima stilla di sangue in difesa del re; noi non osiamo pretender altro da loro.» Credo che il cav. Vialardi, colonnello dei granatieri guardie fosse il solo che mostrasse maggior fiducia nei suoi e ne rassicurasse il governo. [p. 69 modifica]

Si volle accreditare una voce sparsasi, fosse venuto in mente al re di percorrere le file dei soldati e di porsi alla lor testa per reprimere quei moti. Non v’ha dubbio che se il re fosse apparso in mezzo alla truppa ed al popolo, re italiano e costituzionale, ne avrebbe sperimentato la devozione e l’affetto; che se egli avesse poi comandato ai soldati di rispondere all’opinion pubblica colla sciabola e colla baionetta, egli si sarebbe avveduto al corrugarsi di lor fronti, che cuori di cittadino battevan sotto le assise del soldato. Ma Vittorio Emanuele non avrebbe mai pronunziato tal cenno; lo giuro per la bontà di suo cuore, per quella bontà che avrebbe fatto salva la patria, se un ostacolo non si fosse frapposto in quella coscienza di re, da niuno rischiarata su’ politici suoi doveri. E questo ostacolo istesso fia la più solenne giustificazione degli autori della Rivoluzion Piemontese agli occhi dell’Europa e della posterità. Il re di Sardegna avea impegnato sua fede con l’Austria, di non concedere mai al suo popolo liberali instituzioni: aveva dunque promesso di vedere i bisogni dei suoi sudditi e di non provvedervi, di ascoltare i loro voti, e non appagarli! Ed era un re codesto? No che non è re quel principe sul cui fronte sta impresso un tale marchio di servitù!

Il ministro degli esteri, marchese di San Marsano, era ritornato il giorno innanzi da Laybach. Sarà egli vero che abbia adoperato l’ascendente che avea sull’animo del re a distoglierlo dalle concessioni che stava per accordare al suo popolo? Non so se debba crederlo: so bene che l’onta di un tal procedere [p. 70 modifica]oscurerebbe in quell’esperto diplomatico il merito dei servigi resi alla patria e che d’ora innanzi il suo nome suonerebbe assai tristo all’orecchio dei concittadini e degli amici. Ma comunque andasse la cosa, Vittorio Emanuele, sia da malvagi consigli, o da sua propria coscienza traviato, segnò l’atto di abdicazione (Vedi Doc. C.) nominando a reggente del regno il principe di Carignano. O notte del 13 marzo 1821! Notte fatale al mio paese, che tutti ne immergesti nello squallore, che tanti brandi levati in difesa della libertà e della patria hai spezzato e tante care speranze come un sogno hai dileguato! La patria col re non cadeva, ma questa patria era per noi nel re, anzi in Vittorio Emanuele incarnata. Gloria, successi, trionfi, tutto per noi compendiavasi in quel nome, in quella persona. Ed i giovani promotori di quella militare rivolta aveano più d’una volta esclamato: «Forse un giorno ci perdonerà d’averlo fatto re di 6 milioni di Italiani!»

Maggior sciagura non poteva colpire il Piemonte. Carlo Felice duca del Genevese, fratello del re, era assente dal regno, e Carlo Alberto... ognun sa quanta fiducia dovesse inspirarci. Sotto ben altro aspetto sarebbersi presentate le cose, regnante Vittorio Emanuele: lieta e baldanzosa l’armata non avrebbe avuto che un solo spirito; noi, affidati nella giustizia del re e nella lealtà di sua parola, avremmo veduto dileguarsi il timore di quelli affannosi giorni che succedonsi per i popoli quando sieda a capo di costituzionale reggimento re del quale sconfidino. Quella infausta abdicazione mutò lo stato nostro. La penna [p. 71 modifica]mi cade di mano, nè mi basta il cuore a dipingere il mesto addio di Vittorio Emanuele ai suoi vecchi servitori: quei soldati addolorati per l’abbandono del loro capo, quel popolo oppresso dal presentimento dei suoi mali vicini, gli sguardi inquieti che gli amici della libertà volgevano al principe di Carignano. Vittorio Emanuele partì per Nizza accompagnato sino alle Alpi dal generale Gifflenga.

Il reggente, in luogo di promulgare (Vedi Doc. D.) senza frappor indugio la costituzione di Spagna, sembrò volesse attender ordini di Carlo Felice. Bisognava esser ciechi sullo stato delle cose per isperare che la rivoluzione, dopo aver abbattuto ostacoli maggiori, si arrestasse ad un tratto. Non ignorava il principe che i fautori di una costituzione si erano dichiarati tutti per quella di Spagna29; che tale costituzione, gradevole a tutta Italia, era quella in cui la maggior parte dei cittadini ravvisasse più salde guarentigie de’ comuni interessi, che infine se esistevano ancora partigiani di altre costituzioni, n’era sì scarso il numero da non trovare nè appoggio presso l’opinion pubblica, nè forza ad agire.

Appena a Vittorio Emanuele il giorno 11 marzo sarebbe rimasta la scelta della costituzione, ma lo sperarla il 13 era un ingannarsi a partito. Il popolo si attruppava nelle strade, sulle piazze; ogni ritardo, ogni esitazione faceva stupire. E fu allora che Ciravegna, colonnello della brigata Aosta, fece intendere [p. 72 modifica]per la prima volta schiette e calde parole, promettendo a tutti con aria di sicurezza, che la costituzione spagnuola verrebbe la sera stessa proclamata dal principe. La folla si ridusse sulla piazza del palazzo Carignano; univansi a’ Torinesi moltissimi accorsi dalle vicine provincie, e da quella in ispecie d’Ivrea, per patriottismo ed energia in ogni tempo celebrata30. In uno di quei momenti, riuscì al medico Crivelli d’introdursi presso del reggente, ad esprimergli con infiammate parole il desiderio, il bisogno del popolo31. Le autorità municipali eziandio presentaronsi, manifestando la necessità di una risoluzione che appagasse l’impazienza del pubblico. Il reggente volle sentire il parere degli antichi ministri del re, che convocati a consiglio32 deliberarono si promulgasse la costituzione spagnuola33. Alle ore otto della [p. 73 modifica]sera il principe stesso lo annunziò al popolo dal balcone del suo palazzo (Vedi Doc. E.)

Brillò all’istante la pubblica gioia, e prolungossi sino a notte avanzata; indicibile ne fu l’entusiasmo, ma niun disordine l’attristò, niuno di quei sciagurati eccessi, compagni inseparabili delle popolari commozioni, tanto più ad ora così tarda, e cogli animi esasperati per le ritardate concessioni. Irrecusabile prova della saggezza dei cittadini e dell’onestà dei liberali.

Il reggente nel giorno 14 marzo giurò solennemente la costituzione: (Vedi Doc. F.) e compiuta così la rivoluzione, non restava che sostenerla e difenderla. Carlo Alberto era ancora in tempo a far dimenticare suoi falli, ed a coprir di gloria suo nome. Vedremo invece come in quella reggenza di soli otto giorni, per una fatale inazione e più fallaci provvedimenti, apprestasse alla patria le ultime sventure.

I ministri di Vittorio Emanuale avendo data tutti lor dimissione, dovette il reggente comporre un nuovo ministero. Il cav. Ferdinando Dalpozzo fu chiamato a quello dell’interno unitavi la polizia di cui creossi direttor generale il conte Cristiani. Il cav. Villamarina a quello di guerra. Per le finanze fu designato l’avvocato Gubernatis; ed avendo il marchese Arborio di Breme ricusato il portafoglio degli [p. 74 modifica]esteri, questo venne lasciato al cav. Ludovico Sauli che lo ritenne in qualità di primo ufficiale.

La scelta del cav. Dalpozzo34 fece nascere di grandi speranze, e n’eran pegno la vastità di sua dottrina, e dell’ingegno non solo, ma la fermezza dell’animo, e l’illibato affetto alla libertà della patria. Soggetto di tristi riflessioni fu il rifiuto del marchese di Breme: recò meraviglia lo scorgere pusillanimità nel nobile capo di famiglia benemerita della patria italiana. Il cav. Villamarina esperto militare, e liberale moderato, sarebbe anche riuscito eccellente ministro di guerra, se la cagionevolezza di sua salute non fosse stata d’inciampo alla naturale sua attività. Meglio affidate non poteano essere le finanze, di quello che all’avv. Gubernatis, il quale agli stupendi principii di economia assai esperienza accoppiava.

Ma come ognun vede, un gabinetto senza ministro degli esteri, e con quello di guerra mal fermo in salute, era insufficiente agli urgenti bisogni del paese.

La giunta, formata dapprima di quattordici membri, fu poscia aumentata sino a ventotto: (Vedi Doc. G, H, I, K.) ragguardevole per le ottime qualità di coloro che la componevano, avrebbe potuto, [p. 75 modifica]meglio di qualunque altra, procurare il bene in momenti di pace, e quando il paese fosse stato al sicuro da ogni attentato di vicino nemico; ma nelle straordinarie circostanze del Piemonte, quando solo potevamo sperare salvezza da una forte commozione italiana, e ne era forza avventurare la nave dello Stato in alto mar tempestoso, per allontanarla dagli scogli che minacciavano d’infrangerla sul lido, era necessaria una maggioranza d’uomini disposti a tutto sacrificare alla patria, e risoluti tanto ad affrontare la guerra dell’indipendenza, quanto a soffocare qualunque fazione attentasse alla pace interna, sotto qualsivoglia bandiera si fosse presentata. Ma che siffatta maggioranza non esistesse nella giunta piemontese, lo insegnarono gli avvenimenti.

Un ministero incompleto, una giunta timida, e Carlo Alberto, ecco quanto poteva il Piemonte libero opporre ai suoi nemici.

Dichiarare la guerra all’Austria dovea essere il primo atto del governo costituzionale. La condotta dell’imperatore con Napoli, la solidarietà degli interessi di tutti gli stati italiani sul punto di garantire la loro politica indipendenza, d’assicurarsi la libertà e migliorare le proprie istituzioni; la dichiarazione del gabinetto austriaco sulla rivoluzione di Napoli, che era un attentato alla sovranità dei principi d’Italia, così nel contesto come nella sostanza insolente, e che, oso dire, palesava con impudente alterigia i disegni dell’imperatore su l’intera Penisola, davano tutto il diritto di dichiararla non solo, ma di moverla all’istante. Tutto d’altronde svelava la necessità di tal [p. 76 modifica]guerra, e quando favella questa prima ragione di Stato, è superfluo ricercarne di ulteriori.

Ma il reggente non che non risolversi a tanto, permise invece che il barone Binder, ministro dell’Austria in Torino, vi rimanesse tranquillamente. Il popolo erasi accorto delle arti di costui per gettare i semi di una guerra civile; di lui ad ogni poco narravansi nuovi tentativi, or per corrompere i soldati, or per preparare le trame di una contro-rivoluzione. L’apprensione era grande, s’infiammavano gli animi; un gran numero di cittadini chiesero al principe che lo congedasse, altri a lui stesso n’andarono consigliandolo a partire. Il ministro austriaco non ebbe a dolersi di alcun insulto, ed il popolo adunatosi sulla piazza del palazzo Carignano, non trascorse a disordine di sorta. Binder lasciò Torino. Ma anche in questo notossi l’imprudenza del reggente. Niuno ignora di quanto momento sia a consolidare vera libertà in uno Stato, togliere qualunque forza o preponderanza ai moti popolari; quindi da biasimarsi fu il principe, che conoscendo come il legato dell’Austria fosse oggetto di pubblica agitazione, non seppe rinviarlo a tempo con apparente spontaneità.

E non altrimenti della guerra all’Austria, la convocazione dei collegi per eleggere un parlamento avrebbe dovuto seguire immediatamente la promulgata costituzione. Ma neanco di questo curossi Carlo Alberto, sebbene il ministro dell’interno si fosse affrettato a presentarne il progetto alla giunta.

Si vide soltanto qualche preparativo di guerra; ma però, chiamati sotto le armi i contingenti [p. 77 modifica]provinciali delle brigate, ordinato l’armamento della guardia nazionale, e l’organizzazione di diversi nuovi battaglioni di cacciatori, si recavano lentamente ad effetto tali misure; ed altre essenzialissime disposizioni, quali sarebbero l’acquisto di armi e cavalli, l’ordinamento del treno di artiglieria, e la celere confezione degli oggetti tuttora mancanti di equipaggio, venivano ritardate o neglette. Non è così che poteva prepararsi una guerra in otto giorni; eppure nulla maggiormente interessava che l’intraprendere una guerra subitanea, per cui prendendo noi l’offensiva, avremmo colto gli Austriaci alla sprovvista senza dar loro il tempo di fortificarsi in Milano35, l’ardore marziale di nostre truppe si sarebbe trasportato coll’ebbrezza di un primo successo al sommo grado, ed un generoso furore nel popolo lombardo sarebbe succeduto all’estasi in cui la sorpresa e la gioia di nostra rivoluzione avealo rapito.

Nelle guerre politiche sonvi di preziosi momenti che, trascorsi, si perdono per sempre; e Carlo Alberto sembrò guardarsi ben bene dall’afferrar quello che si presentava al suo coraggio. Diversi milanesi, nei primi giorni di sua reggenza, vennero ad offrirgli braccio, sostanze e quanto era in potere de’ loro concittadini, ma il capo di un governo costituzionale, la cui caduta era certa senza una insurrezione italiana che lo appoggiasse, accolse freddamente quelle esibizioni.

Dov’era dunque andata, o principe, l’antica vostra smania di liberare l’Italia dallo straniero? Donde [p. 78 modifica]avvenne in voi quel mutamento? Forse in voi l’ardire soltanto destavasi, quando l’occasione di adoperarlo non esisteva, oppur era remota?

Il principe di Carignano si attenne in ogni cosa ad un sistema del tutto in armonia colla paurosa fiacchezza dell’animo. Il personale dell’armata e delle amministrazioni non fu da lui menomamente cangiato. Mi guardi il cielo, dal farmi qui a consigliare una generale rimozione negli impieghi dopo una rivoluzione che come la nostra basavasi sulla pubblica opinione, ma non vi sarà nemmeno chi voglia sostenermi, dovesse un governo costituzionale lasciare il comando delle divisioni territoriali delle provincie, dei reggimenti, delle fortezze ad uomini conosciuti per una illimitata devozione all’assolutismo, i quali, sia per proprio livore contro le instituzioni liberali, sia per brama d’innalzarsi, niun mezzo avrebbero risparmiato a procurare il trionfo di loro causa. E questo errore commise Carlo Alberto, tollerato malgrado lor dai ministri, non disapprovato apertamente per timidezza dalla giunta.

Ma non devo passar sotto silenzio altra gravissima circostanza che serve a spiegare quell’andamento del governo costituzionale, singolare ammasso d’imbecillità e simulazione. Il reggente aveva informato il Duca del Genevese degli avvenimenti e di quanto erasi per lui operato. Non avea tardato la risposta. Il duca, senza assumere peranco il titolo di re, assumeva però l’esercizio del potere, dichiarando di non acconsentire a qualsivoglia cambiamento si fosse praticato, o volesse praticarsi in sua assenza nella [p. 79 modifica]forma di governo (Vedi Doc. L.) Egli è ben vero che, come fa rimarcare a questo proposito M. de Beauchamp, il duca del Genevese avea osato mirare in faccia la rivoluzion piemontese e non erasi mostrato lento ad impugnare quell’arma che sola erasi trovata fra sue mani, il soccorso dell’Austria. Questo mezzo, sebben molto togliesse alla dignità di sua corona, o la limitasse per lo meno ad uno stato assai precario, ei preferse, anzichè piegarsi a concessioni verso la nazione, di cui più che capo ambiva farsi padrone. Tale fu lo spirito d’ogni suo atto, e benchè posteriore esperienza lo dimostrasse in relazione coi suoi principii, pur fermamente io credo che il duca del Genevese, ove non fosse stato tratto in errore sulle condizioni del Piemonte, dalla forza di circostanze nelle quali trovavasi, avrebbe anteposto altra via meno funesta alla quiete ed alla felicità dei suoi Stati. Del resto mai, come allora, occorse ad una nazione di provvedere ella stessa all’onore della corona, a dispetto di colui che la cingeva. Poco importava sfidare il risentimento personale del re, per meritarsi dalla voce imparziale dell’istoria la lode di aver impedito un vitupero alla casa di Savoia, non obliando che trovandosi il duca del Genevese alla corte di principe austriaco, e circondato da truppe austriache, avevamo il diritto di considerare i suoi atti, come figli della soggezione e della violenza del nostro eterno nemico. Forsechè aveano errato gli Spagnuoli a non dare ascolto agli ordini del loro re Ferdinando, allorchè trovavasi a Baiona od a Valenza. [p. 80 modifica]

Il governo costituzionale piemontese non ebbe il coraggio, e forse neanco il volere di sanzionare tale principio, salvaguardia dell’onore nazionale presso i popoli. Epperò il reggente, giudicando pericoloso pubblicare la dichiarazione del duca del Genevese, richiese l’avviso di un consiglio cui presero parte tutti gli antichi ministri, e che di comune accordo deliberava si tenesse celata la dichiarazione, e frattanto esposto al re lo stato del paese e i desiderii del popolo, di nuovi ordini si scongiurasse: (Vedi Doc. M.) palliativa misura quale poteva aspettarsi da quella unione di uomini di così diverse opinioni, per cui cercando di combinare gl’interessi di due opposti partiti, si secondava l’indolenza di un governo già di per sè stesso inetto, irresoluto ed inclinato alla rea politica del guadagnar tempo, tanto fatale in momenti di rivoluzione che perde i popoli e chiama loro maledizioni sul capo di chi n’è autore o seguace.

Ma che stavano intanto facendo quei capi costituzionali, ardenti fautori della rivoluzione, che ora mostravano darsi poco o niun pensiero di tutelarne gli effetti? Trovavansi quasi tutti in Alessandria, intenti a preparativi di guerra, a provocar ordini dal governo, e talvolta, ove necessario credevanlo e possibile loro riusciva, a prevenirli. Ansaldi presidente della Giunta provvisoria, prodigava instancabile sue cure alla cosa pubblica. Niuno di essi erasi invogliato di correre a Torino nel momento in cui si componeva ed installava il nuovo regime, perocchè spogli di ogni ambizione di potere e di governo, non [p. 81 modifica]anelavano che a togliere ai loro nemici persino il pretesto di calunniarli, e non aspiravano che all’onore di difendere col braccio il proprio paese da quel posto che al governo sarebbe piaciuto assegnar loro. Inoltre con Dalpozzo e Villamarina ministri, La Cisterna e Marentini36 membri della Giunta, nonchè con moltissimi altri amici di libertà rimasti a Torino, reputavano abbastanza securi gl’interessi della patria. Senonchè un proclama del reggente (Vedi Doc. N.), con cui si accordava perdono ai soldati che avean preso parte alla rivoluzione, spiacque loro, e contro tale disposizione, apertamente opposta ai principii di libertà, inviarono a Torino latori di loro proteste al principe, Lisio, Luzzi e Baronis i quali vennero pure incaricati nello stesso mentre dalla Giunta provvisoria di Alessandria, lasciata senza instruzioni dal governo, di richiedere al reggente ordini positivi ai quali attenersi.

Al loro ritorno in Alessandria vi ritrovarono Carlo di San Marsano, reduce egli pure dalla sua spedizione di Novara che era stata coronata da un esito felice. Poichè, accolto con entusiasmo a Casale e Vercelli, era di là marciato con 300 uomini di fanteria, e 200 cavalli su Novara, ove il governatore della divisione conte Della-Torre erasi assieme a 1500 [p. 82 modifica]uomini rinchiuso; convenuto poscia fra i due capi un armistizio, erasi spedito un uffiziale a Torino, che poco stante ne riportava l’abdicazione del re e la nomina del reggente: s’unirono allora i due partiti, e San Marsano entrò in Novara fra il giubilo della festante popolazione37. Parteggiavano per lui il popolo, e la maggior parte dei soldati, e quindi non gli sarebbe stato difficile impadronirsi del comandante; ma credendo più conveniente ammaestrare coll’esempio della disciplina militare l’armata, si sottomise egli stesso agli ordini del governatore, e vi si uniformò francamente. In tal modo Novara restò in potere del conte Della-Torre che dovea farla nido della reazione e varco allo straniero, ma Carlo di San Marsano avealo giudicato al suo aspetto, pronto a difendere lealmente il governo costituzionale, e non gli cadde in mente che più tardi potessero arrivare da Modena ordini tali, da sedurre la fedeltà del generale cui era commessa la custodia di nostre frontiere.

I liberali raccolti in Alessandria cominciarono a provare di tristi inquietudini sulle sorti della patria, quando Lisio, Luzzi e Baronis riferirono loro lo stato della capitale, la peritanza, l’incertezza del ministero, lo scoraggiamento dei buoni, la mal repressa gioia dei nemici della costituzione, lo sconcerto della opinion pubblica, ed il principe in tal frangente impicciatissimo sprecare prezioso tempo in vane udienze [p. 83 modifica]e sol fermo mostrarsi nel contrariare gli utili progetti dei ministri dell’interno e della guerra. E fu allora che Santarosa cedendo alle vive istanze degli amici e più ancora alla speranza di far risolvere il reggente e la giunta alla guerra contro l’Austria, partì per Torino in compagnia di Lisio e Collegno. Arrivati appena colà corsero al palazzo del principe, ma non fu loro dato vederlo, perchè, allegando malattia, erasi ritirato ne’ suoi privati appartamenti. Forse gli stava già fisso in mente il disegno di tradire la causa della patria e non ardiva sostenere i liberi sguardi dei tre coraggiosi cittadini. Si presentarono questi alla giunta, e Santarosa franchi, austeri detti le rivolse. Fu la prima volta che i suoi membri ascoltarono un linguaggio pari all’urgenza dei tempi, e ne parvero commossi.

Nello stesso giorno Carlo Alberto nominò il conte di Santarosa a reggente del ministero della guerra, da cui si era dimesso Villamarina, per malattie, e per fatiche soverchiamente affralito e più di tutto della condotta del principe disgustato. Era naturalmente destinato a succedergli il cav. Bussolino, maggior generale, aggiunto al ministero; ma colla scelta dell’uomo che godesse tutta la confidenza del partito costituzionale, lusingavasi il principe di meglio mascherare i suoi progetti.

Il nuovo ministero fu posto immediatamente alla direzione degli affari. Già la sera del 21 di marzo si andava bisbigliando fra il popolo la partenza del principe, ed il ministero dell’interno avealo su di ciò destramente e con schiettezza interpellato. Carlo [p. 84 modifica]Alberto ne rise come di vulgare diceria, più, fissò un’ora del giorno vegnente ai due ministri per occuparsi assieme, e partì invece nella notte, conducendo seco le guardie del corpo, l’artiglieria leggiera, i cavalleggieri di Savoia ed il reggimento Piemonte Reale cavalleria.

Qui comincia il secondo periodo del governo costituzionale: abbandonato da un capo spergiuro, la sua caduta sembrava inevitabile e già ne erano lieti, e vi si fondavano i suoi nemici.

Conosciutasi appena la partenza del principe, il popolo mostrossene abbattuto e scorato. Due vive sensazioni provarono tutti i cuori: ira contro il colpevole, dolore per la causa della piemontese libertà irremissibilmente perduta. Stette per disciogliersi la giunta; la maggior parte dei membri chiesero lor dimissione. Senonchè, minacciati dall’anarchia, il cav. Dalpozzo ad essi ne espose così vivamente i pericoli che osarono ancora tenere una seduta il giorno 22 di marzo, alla quale furono chiamati ad assistere i consiglieri privati del re, ed una deputazione del corpo decurionale della città di Torino38. Dichiararono i primi non aver avuto preventivamente contezza della partenza del principe, ignorarne i motivi, e rifiutatisi di prender parte alle deliberazioni [p. 85 modifica]della giunta, si ritirarono; rimasero i decurioni ed applaudirono alla presa determinazione di ritenere le redini del governo finchè nuovi ordini del re o del reggente non pervenissero (Vedi. Doc. O.)

A siffatta anticostituzionale deliberazione sarebbesi con ogni sua forza opposto il conte di Santarosa, se non avesse fin d’allora conosciuta l’impossibilità di reggere in Torino, ove, se si eccettui la cittadella, il governo non avea forza su cui potesse contare. Ed infatti, erangli avversi i carabinieri ed il reggimento Savoia; dubbia l’artiglieria, nel cui personale molti elementi eterogenei contenevansi: smarriti gli animi dei migliori cittadini. Per le quali cose tutte avea risolto il ministro della guerra ritirarsi in Alessandria con la guarnigione della cittadella di Torino e consegnar questa alla guardia nazionale dipendente dagli ordini del corpo decurionale, e già le opportune disposizioni avea dato. Egli è in quel momento che il principe della Cisterna ed il marchese Prierio, credendosi alla vigilia della restaurazione di quell’assoluta monarchia, che tanta guerra avea lor fatto e giurato, si partirono alla volta di Ginevra.

Ma alle ore otto della sera il ministro mutava pensiero all’annunzio che i dragoni della regina, alzato il grido di viva la costituzione, eransi staccati dall’armata di Novara. Ravvivate sue speranze da questo spontaneo movimento, presentossi alla giunta non già per sottoporre quell’importante divisamento alla discussione di un corpo che aveva momentaneamente deviato dai modi costituzionali, ma per prevenirla della sospesa partenza e delle ragioni che mosso l’aveano. [p. 86 modifica]

Il giorno appresso Santarosa pubblicò il seguente ordine del giorno:

« Carlo Alberto di Savoia, principe di Carignano, rivestito da S. M. Vittorio Emanuele dell’autorità di Reggente, mi nominò con suo decreto del 21 di questo mese di marzo a reggente del ministero della guerra e marina.

« Io sono un’autorità legittimamente costituita e in queste terribili circostanze della patria io deggio far sentire ai miei compagni d’armi la voce di un suddito affezionato al re e di un leale piemontese.

« Il principe reggente nella notte dal 21 al 22 marzo corrente abbandonò la capitale senza informarne nè la giunta nazionale nè i suoi ministri.

« Nessun piemontese deve incolpare le intenzioni di un principe, il cui liberale animo, la cui devozione alla causa italiana furono sino ad ora la speranza di tutti i buoni. Alcuni pochi uomini disertori della patria e ligi dell’Austria, ingannarono con le calunnie e con ogni maniera di frodi un giovine principe cui mancava l’esperienza dei tempi procellosi.

« Si è veduta in Piemonte una dichiarazione sottoscritta dal re nostro, Carlo Felice: ma un re piemontese in mezzo agli Austriaci nostri necessarii nemici, è un re prigioniero; tutto quanto egli dice, non si può, non si deve tenere come suo. Parli in terra libera, e noi gli proveremo di essere i suoi figli.

« Soldati piemontesi! Guardie nazionali! volete la guerra civile? volete l’invasione dei forestieri? i vostri campi devastati, le vostre città, le vostre ville arse e saccheggiate? volete perdere la vostra fama, [p. 87 modifica]contaminare le vostre insegne? Proseguite; sorgano armi piemontesi contro armi piemontesi, petti di fratelli incontrino petti di fratelli!

« Comandanti dei corpi, uffiziali, sotto-uffiziali e soldati! Qui non v’è scampo, se non questo solo. Annodatevi tutti intorno alle vostre insegne, afferratele, correte a piantarle sulle sponde del Ticino, del Po; la terra lombarda vi aspetta; la terra lombarda che divorerà i suoi nemici all’apparire della nostra vanguardia. Guai a colui che una diversa opinione sulle cose interne dello Stato allontanasse da questa necessaria deliberazione. Egli non meriterebbe nè di guidar soldati piemontesi, nè di portarne l’onorato nome.

« Compagni d’armi! questa è un’epoca Europea. Noi non siamo abbandonati. La Francia anch’essa solleva il suo capo umiliato abbastanza dal gabinetto austriaco, e sta per porgerci possente aiuto39.

« Soldati e Guardie nazionali! le circostanze straordinarie vogliono risoluzioni straordinarie. La vostra esitazione comprometterà tutta la patria, tutto l’onore. Pensateci! Fate il vostro dovere. La giunta nazionale, [p. 88 modifica]i ministri fanno il loro. Carlo Alberto sarà rinfrancato dalla vostra animosa concordia, e il re Carlo Felice vi ringrazierà un giorno d’avergli conservato il trono. »

Questo ordine del giorno venne da lui comunicato alla giunta, che, trovandolo ne’ suoi termini in opposizione collo spirito di quanto avea deliberato nel giorno innanzi, ricusò di approvarlo. «E voi disapprovatemi, rispose Santarosa, non tralascerò per questo di fare il mio dovere.»

Da quella pubblicazione ebbe a sentire il Piemonte che il governo costituzionale non era ancora sparito. Giammai atto di ministro produsse maggior effetto sugli animi40, nè richiedevasi di meno a rinvigorirli, dopo la tremenda scossa che aveano provato per la fuga di Carlo Alberto.

Nè a sterili parole soltanto limitandosi il ministro, spedì all’istante corrieri per tutte le parti del regno, a mettervi in movimento le truppe. Cinque battaglioni della guarnigione di Genova, tre di quella di Nizza e di Savona, e tre di quella di Savoia ricevettero l’ordine di portarsi in Alessandria a marcie sforzate. Fu rimesso al generale Bellotti il comando della divisione di Novara, in rimpiazzo del generale Della Torre di cui si era appresa la diserzione. Si affidò al generale Ciravegna il comando dei corpi di Novara, commettendogli di appoggiare colle sue forze e colla sua autorità il [p. 89 modifica]generale Bellotti. Fu spedito a Vercelli il general Bussolino per concertarvi disposizioni d’accordo con quelle di Ansaldi, designato dal ministro al comando di Alessandria. E nello stesso mentre fu ordinato al generale d’Json, comandante le truppe di Genova, di assumere il comando di quella divisione in luogo del conte Desgeneys41.

Dall’insieme di codeste misure abbastanza rilevasi l’animo del ministro, di radunare cioè quante più forze poteva sul confine lombardo, e quinci romper senza indugio la guerra, come l’unico mezzo di riuscire a qualche prospero successo, e di operare una diversione a vantaggio dei Napoletani, dei quali, benchè già fossero noti i primi rovesci, pur tuttavia risoluti credevansi a lunga puranco e valida difesa. Ma frattanto, per l’esecuzione di tali disposizioni, sguernivasi quasi interamente di truppe la Savoia, ed il partito liberale di quel paese coll’allontanarsi del reggimento Alessandria in cui erano molto possenti l’onore e la gloria nazionale, perdeva suo migliore sostegno, considerazione importante senza dubbio, ma che Santarosa credette doversi posporre all’imperiosa necessità di agire sull’altra frontiera italiana. Se fosse savio divisamento il suo non saprei affermare, quello però su di cui dubbio non restami, nè sembra restar possa a chiunque di buona fede vi ponga mente, è che niuna intelligenza corresse fra i capi costituzionali piemontesi ed i nemici al governo dei Borboni, e che al moto di Grenoble, [p. 90 modifica]come a qualunque altro moto rivoltoso di Francia, estranei essi fossero. E valga il vero, ove fosse stato loro pensiero associare la rivoluzione di Piemonte alle turbolenze di Francia, avrebbero abbandonato la Savoia in potere di un conte d’Andezeno? Sfido chiunque a trovar una risposta, un fatto da oppormi42.

Del resto il ministro della guerra non lusingavasi punto di veder eseguiti fedelmente in ogni parte suoi ordini, per quanto precisi e non soggetti a dubbiezza si fosse studiato di darli; sapea pur troppo come l’esecuzione ne potesse venir impedita, stravolta e ritardata da quei molti governatori e comandanti dei corpi lasciati in carica dal reggente, malgrado la manifesta loro avversione pel regime costituzionale. Non avrebbe però mai sospettato che primi ad avverare i suoi timori sarebbero stati Bellotti, Ciravegna e Bussolino; e che codesti tre uffiziali generali potessero abbandonare o tradire la patria nel momento appunto in cui alla fede ed al coraggio de’ suoi figli n’erano affidati i destini43. Bellotti, piemontese, antico generale di brigata nell’armata del regno d’Italia, proscritto dall’Austria, andava debitore al governo costituzionale d’essere stato riposto in attività col grado di maggior generale; la sua diserzione fu l’effetto di quella del reggente. [p. 91 modifica]

Bellotti non rispose al ministro, stette in forse per qualche giorno, e finì con sottomettersi al conte Della Torre. Ciravegna, il cui spirito costituzionale erasi spiegato nella sera del 13 marzo e che continuava a menarne gran chiasso nei suoi discorsi, trasgredì gli ordini reiterati del ministro, rispose evasivamente, e combattuto per poco tra il dovere di cittadino e l’interesse privato, cedè come il primo, accompagnato soltanto da maggiori rimorsi. Bussolino non fece caso di sua missione e scomparve. Non è difficile l’immaginarsi il sinistro effetto di simile condotta sullo spirito pubblico, e quindi sugli avvenimenti nel tempo stesso che agevolava al conte Della Torre l’esecuzione de’ suoi progetti.

Il principe di Carignano non si mise alla testa della reazione; e perchè non farlo? Perchè non compiere un tradimento così bene intrapreso e non disperdere di un colpo ciò ch’era stato ordito sotto suoi auspicii ed eseguito ad un suo cenno? I rinforzi che guidava al conte Della Torre eran tali che lo mettevano in grado di farsi cedere il comando; e sarebbe bastato un risoluto contegno a dileguare dal cuore dei fidi servi del dispotismo, riuniti a Novara, ogni sospetto, ogni rancore. Ma quell’imbelle e sciagurato principe non seppe nemmeno appigliarsi all’unico partito che potesse sottrarlo a quello stato di prostrazione morale e politica. Ei passò il Ticino, quel fiume che tante volte avea promesso varcare duce di esercito liberatore a guerra d’italiana indipendenza, lo varcò come un profugo per gettarsi a’ piedi di un governatore dell’Austria! Il conte Bubna, sotto l’apparenza [p. 92 modifica]di quei svariati e cerimoniosi tratti, dei quali è sagace maestro, lo fe’ bersaglio a’ suoi pungenti sarcasmi44. Non erano che un primo saggio di quanto gli era riservato a Modena, ove giunto, il re che già aveane congedato la corte, ricusò di ammetterlo a sua presenza, ed allora Carlo Alberto di là pure partissi, pensando rifugiarsi a Firenze.

Nel suo lento tragitto da Torino a Novara, eragli stato consegnato un dispaccio della Giunta, nel quale lagnavasi questa del suo abbandono, ed a lui come reggente dello Stato, ordini richiedeva: cui egli rispose aver rinunziato alla reggenza, essersi pienamente sottomesso ai voleri di re Carlo Felice, consigliare la Giunta a fare altrettanto45.

Riabbracciato così il principio di una cieca obbedienza, sperava trovar mitigato a Modena il vivo risentimento di sua anteriore condotta. Erangli dunque così poco noti il nuovo re e la sua corte?

Nel frattempo in cui Carlo Alberto annunziava alla Giunta la sua rinunzia alla carica di reggente, il conte Della Torre, per mezzo di un ufficiale espressamente spedito, notificava al conte di Santarosa [p. 93 modifica]la dichiarazione di Carlo Felice, e gl’imponeva, in nome del re, di cedere il portafoglio di guerra e marina al cav. D’Escarena aiutante generale e primo uffiziale sotto l’ultimo ministero di Vittorio Emanuele. Santarosa seccamente rispose, lui avrebbe obbedito agli ordini del re, e lasciato sollecitamente il ministero, quando la volontà di questo libera e non costretta sapesse. Rimise intanto a quel messo copia dell’ordine del giorno del 23 marzo, e lui diè contezza della rivoluzione di Genova.

Questa rivoluzione, o per meglio dire questo energico movimento popolare, per cui i Genovesi apparirono degni di libertà e dei felici tempi di loro repubblica, scoppiò il giorno 23 di marzo.

Il governo di Genova avea ricevuto ordini diretti di Carlo Felice, e conosceva le intenzioni del principe di Carignano; quindi il governatore, conte Desgeneys, ingannato anche, quantunque uomo di non comune perspicacia, dalla calma che avean serbato i Genovesi alle notizie dei moti di Alessandria e Torino, credette possibile una controrivoluzione. A tale effetto nel giorno 21 di marzo affisse per la città la dichiarazione in data di Modena, annunziò con suo proclama (Vedi Doc. Q) agli abitanti, che il principe di Carignano vi si era pienamente uniformato. Benchè coi schietti e popolari suoi modi, e più di tutto coll’amore della giustizia si fosse cattivato la benevolenza dei Genovesi, non era per certo in mezzo a loro che potesse riuscire nel tentativo di spegnere la costituzionale libertà, in mezzo a loro che i re non amano, e i re assoluti detestano. Nel giorno 21, [p. 94 modifica]tenuta in soggezione la gioventù coll’apparato della forza *, sembrò arridere al governatore un prospero successo. Ma nel giorno seguente i due partiti trovavansi a fronte l’uno dell’altro. Nel 23 si sollevava il popolo46, parte della guarnigione ** con esso lui [p. 95 modifica]fraternizzava, il rimanente non voleva, o non osava opporsi. Lo spirito moderno delle italiane rivoluzioni fu ben presto palese. Un’immensa folla di popolo assale, invade il palazzo del governatore, il quale sperando calmarlo colla sua presenza, discende le scale e si fa vedere; ma la sua vista rende quella moltitudine frenetica, furibonda, lo afferrano, lo percuotono, lo trascinano. Orrido scempio gli sovrastava e forse, dopo il suo, altro sangue sarebbe corso a torrenti; se non che l’ardore di libertà ne’ liguri giovani non andava da civili virtù scompagnato: dessi non paventarono affrontare quel popolare furore, fecero di lor petti un baluardo allo sciagurato vecchio, e se non a tutta sorta d’ingiurie e villanie, a certa morte lo sottrassero; un privato cittadino lo ricettò in sua casa *, gli studenti diventarono sua guardia. [p. 96 modifica]

Una commissione di governo, creata di consenso dello stesso Desgeneys, e presieduta dal conte d’Json (Vedi Doc. S) si mise tosto in relazione colla giunta di Torino. Venne prontamente organizzata la guardia nazionale numerosa, e tale da non lasciar luogo a dubitare dell’utilità dei suoi servigi. Giammai popolo meritossi colla sua attitudine maggior confidenza.

Un tale successo rianimò alquanto la giunta, e ridestò qualche lieve speranza ne’ cuori (Vedi Doc. T). La nostra situazione sembrava avvantaggiarsi; a seguito degli ordinati movimenti di truppa il campo di Alessandria venia di giorno in giorno rinforzato47. I soldati dei contingenti provinciali arrivavano in folla ai rispettivi depositi, le provincie, avvilite da principio per la partenza di Carlo Alberto, si rinfrancavano e faceano a gara di attestare la loro devozione al governo costituzionale. Ma frattanto i paesi a mezzogiorno del Piemonte comprimeva il cav. Rovero di San Severino governatore di Cuneo, nemico dichiarato del sistema costituzionale; i carabinieri reali, docili allo spirito controrivoluzionario di loro capi, secondavano comechè loro riusciva i nemici della libertà, ed osavano minacciare persino nelle persone i membri della giunta, i ministri.

Eppure il governo costituzionale che avea perdurato pel fermo volere di pochi alla diserzione di suo capo, circondato da tanti pericoli, attraversato da [p. 97 modifica]tanti ostacoli, avrebbe fatto salva la patria, se più da lunge non gli fosse venuto il colpo micidiale.

Misera Italia! nel momento in cui una di tue famose città aveva innalzato la tua santa bandiera, quel popolo che primo dischiuse il sentiero della libertà, il di cui parlamento diede tante ed ammirate prove di coraggio, quel popolo ch’ebbe nove mesi per prepararsi alla guerra, che avea giurato seppellirsi sotto le rovine di sua patria, quel popolo cadde, non è più! * Forse l’istoria riuscirà del tutto a squarciare l’orrido velo in cui si avvolgono i deplorabili casi. Nei momenti di estreme sventure la voce del popolo gridò ognora al tradimento, ma nella nostra non sono occulti i traditori: sono dessi al contrario che non arrossiscono palesarsi, sono dessi che menan vanto di aver apprestato alla patria l’obbrobrio, le catene. L’uno contempla tranquillo l’effetto di sua profonda ipocrisia, e vagheggia il momento di goderne a sua posta, all’altro fu già numerato il prezzo di aver trascinato nel fango un bel nome. Ma vivon dunque securi che il Vesuvio non rinchiuda più fiamme nel grembo?

Giunte a Torino le tristi nuove di Napoli, non trovarono chi fede loro prestasse; ma poscia, quando di così immensa ed incredibile sciagura non fu più lecito dubitare, e si vide sparita per la causa italiana fin l’ultima speranza, subentrò un generale sbalordimento. [p. 98 modifica]

Si fu allora che il conte di Mocenigo, ministro di Russia a Torino, si proferse al cav. Dalpozzo, ed all’ab. Marentini per trattare di pace, e sebbene non mostrasse di adoperarsi in tale faccenda a nome del sovrano da lui rappresentato, ma di suo spontaneo arbitrio, pure non lasciava di assicurare le persone alle quali si era diretto, del vivo interesse e della sollecitudine dell’imperatore Alessandro per una prospera pacificazione del Piemonte. Le condizioni da lui proposte consistevano: nella promessa che gli Austriaci non avrebbero posto il piede sul nostro suolo, nella concessione di piena ed assoluta amnistia, facendo nel tempo stesso travedere la speranza di poter ottenere uno statuto che garantisse gl’interessi della società.

Un tal progetto fu sottoposto alla giunta, che dopo averlo maturamente esaminato e discusso, dichiarò accettare la mediazione del ministro russo, approvò le basi della pace da lui presentate, ma credette dover insistere caldamente sulla necessità di uno statuto, come l’unico mezzo di stabilire la pace, la felicità del Piemonte. E questa dichiarazione firmata da tutti i membri48 e dal ministro dell’interno, si spedì in Alessandria l’abate Marentini incaricato di comunicarla ai capi costituzionali e di sollecitarne l’assenso.

Il ministro di guerra non si oppose: caduto il governo costituzionale di Napoli, a’ suoi occhi erano [p. 99 modifica]affatto mutate le condizioni nostre; egli pure desiderava sinceramente pel suo paese una pace che lo preservasse dalla schifosa presenza dell’austriaco e che ne migliorasse l’interno con politiche e durevoli instituzioni. Credeva anzi che a tal prezzo dovessero i capi costituzionali di buona voglia rinunziare anche alla promessa amnistia, lieti di poter contribuire col volontario esiglio alla felicità della patria. Si astenne però dal soscrivere la dichiarazione della Giunta, volendo che sua sorte non fosse diversa da quella dei suoi amici politici. Tanto a questi come al conte di Mocenigo fè aperto liberamente l’animo suo, dichiarando nei modi più espliciti a questo ultimo, che fino a tanto non sapesse ultimate le trattative, avrebbe con ogni sforzo difeso il governo costituzionale da’ suoi nemici49.

L’arrivo di Marentini destò in Alessandria una viva agitazione negli animi. Il popolo e le truppe non comprendevano tutta la durezza di nostra posizione; qualunque aggiustamento non avesse per oggetto l’intatta conservazione in Piemonte della costituzione spagnuola, come abbietto e vergognoso disprezzavano.

Ansaldi e gli altri capi, non rattenuti dal timore di perdere il favor popolare, ascoltarono pacatamente Marentini e a lui rimisero per iscritto loro [p. 100 modifica]risposta, con la quale, se non isdegnavano cedere ad onorevoli patti, pure non appagavano menomamente le viste del conte Mocenigo. Le trattative però continuarono, e non era difficile lo scorgere, come a benevole e rette intenzioni del ministro di Russia fossero d’impaccio quelle ben diverse di Carlo Felice, che gittatosi nelle braccia dell’Austria, sembrava più disposto a vendicare, di quello che a render mite l’assoluta monarchia.

Frattanto, se la caduta del governo di Napoli avea disperso le speranze degli autori della rivoluzione, non avea reso meno attoniti e desolati i cittadini. Le minacciose proteste di Carlo Felice, l’abbandono di Carlo Alberto, l’infortunio de’ Napoletani in una volta, aveano ingagliardito d’un modo meraviglioso la debole minoranza piemontese ansiosa dell’assolutismo; la quale, dai timori della maggioranza liberale e dal costei disperare di poter resistere all’esterno nemico della costituzione, attingeva ognor nuove forze. Ma noi ci faremo a vedere se il partito antirivoluzionario abbia avuto mezzo od ingegno di giovarsi di sue favorevoli circostanze, ed apprenderemo, da’ suoi mal riusciti sforzi in Piemonte, come un governo anche tradito, minacciato, travagliato da tutte parti, sia difficile ad abbattersi, quando per liberalità di principii, ed intemerata condotta sia forte della stima dei popoli.

In Savoia dopo la partenza del reggimento Alessandria, riuscì agevole al conte di Andezeno effettuare la controrivoluzione. I cacciatori di Savoia sotto il comando del cav. De-la-Flechère, unica [p. 101 modifica]truppa rimasta a Chambery, erano a lui fidi intieramente, ed i Savoiardi, benchè tutti, ad eccezione dei nobili, di libertà amantissimi, non aveano creduto il momento abbastanza opportuno a dichiararsi per una causa che vedeano ridotta a sì mal partito in Piemonte, persuasi d’altronde che appena risorta oltre Alpe la libertà, i Piemontesi non avrebbero tardato a tender loro nuovamente le braccia50.

Il cav. Annibale da Saluzzo, governatore di Nizza, fu più cauto a spiegarsi contro il sistema costituzionale, e ben lungi dall’imitare la foga del governatore di Genova nel render pubblica la dichiarazione di Carlo Felice, egli aspettò a farlo quando l’opinion pubblica seppe depressa dalle sciagure di Napoli; licenziata allora la guardia nazionale di cui era venuto in sospetto, teneasi sempre in pronto il reggimento cacciatori-guardie che formavano l’unica sua forza, e quando il conte Della-Torre lo richiese di far marciare quel reggimento in Piemonte a sostegno di sue operazioni, egli vi si rifiutò adducendo in iscusa la sicurezza del re Vittorio Emanuele51. Il cav. di Saluzzo d’altronde, conoscendo perfettamente le condizioni e lo spirito del Piemonte, ben ravvisava come l’unico mezzo di troncare la rivoluzione fosse il soccorso dello straniero; ogni altro sforzo riputava inutile, e non mancò di scriverlo allo stesso [p. 102 modifica]conte Della-Torre in un suo dispaccio, che intercettato, cadde in mano delle autorità costituzionali.

Il cav. di San Severino governatore di Cuneo grandi cose ravvolgeva in mente; egli meditava farsi centro alla congiunzione di Nizza con Novara, spedire al conte Della-Torre il contingente della brigata Cuneo che si allestiva in Mondovì, e disporsi colle sue forze ad agire di concerto con esso lui nel moto che l’armata di Novara volea tentare sopra Torino. Secondavalo con ogni mezzo il cav. Morra, comandante dei carabinieri reali, ardentissimo partigiano dell’assoluta monarchia: ma tutti i loro successi si limitarono a poter pubblicare in quasi tutte le città della divisione la protesta di Carlo Felice. Imperocchè il deposito de’ cavalleggieri di Savoia, in guarnigione a Savigliano, mise a sua testa un ardentissimo patriotta, il giovine conte Pavia; i soldati della brigata Cuneo in gran parte si ritirarono a loro case, ed i rimasti ubbidirono agli ordini del ministro della guerra, e quindi il cav. di San Severino vedendo la sua autorità destituita d’ogni appoggio si ridusse da solo a Novara.

Ed in tal modo, per la mancata cooperazione dei governatori di Nizza e Cuneo, fallirono al conte Della-Torre le speranze di bastare colle sole sue forze alla controrivoluzione, e gli si palesarono invece tutte le difficoltà alle quali andava incontro, ma a scompigliare interamente il suo piano furono l’arrivo in Torino della brigata Alessandria, e l’avvenimento del 1° di aprile in ispecie che gli tolse ogni via di trar partito da sue secrete intelligenze colla cittadella. [p. 103 modifica]

Già mi venne fatto di accennare come la situazione del governo costituzionale fosse malferma e perigliosa in seno della stessa capitale. Il ministro di guerra era informato che i carabinieri, inosservanti della parola per essi data dal capo loro, di non immischiarsi se non se dell’interno servizio di polizia52, agivano continuamente in senso reazionario e mantenevansi in corrispondenza col conte Della-Torre. Niuno impediva che, spingendo più oltre loro tracotanza, non s’impadronissero dei ministri, dei più cospicui membri della giunta e del tesoro53. Ardire, ed una sola notte, a loro bastavano. Il ministro di guerra, costretto a soffrire assai tempo un tale stato di cose, s’avvisò di porvi finalmente riparo col giungere del reggimento Alessandria54, ed inviò incontanente la dimissione al colonnello dei carabinieri e a due altri ufficiali superiori. Il reggimento [p. 104 modifica] Alessandria ebbe nel tempo stesso ordine di occupare la piazza di S. Carlo, per potervi di quivi sorvegliare nei loro movimenti i carabinieri, de’ quali si trovava non a molta distanza la caserma. Questi ultimi si allarmarono di tali misure e due compagnie a cavallo partirono al momento dirigendosi verso porta Po, mentre alcuni rimasti addietro scorrevano le strade colla sciabola sguainata. In quel momento di crisi il reggimento Alessandria, per meglio garantire la pubblica tranquillità, si recò sulla piazza del Castello e vi si dispose in quadrato. La piazza era gremita di popolo, il sole volgeva al tramonto: e fu allora che un distaccamento di carabinieri gridando: viva la costituzione, e correndo a briglia sciolta sul reggimento Alessandria fu respinto a mezzo da colpi di fucile. L’intenzione di quei carabinieri rimase equivoca, ma che quel loro grido altro non fosse se non se uno stratagemma, da cui ben fece il reggimento Alessandria a non lasciarsi gabbare55, lo dimostra l’essersi i carabinieri del partito costituzionale, in numero di cento venti all’incirca rimasti tranquilli alle loro stanze mentre coloro che sfuggirono al fuoco del quadrato raggiunsero a Porta Po le compagnie antirivoluzionarie, colle quali presero a precipizio la strada di Novara. Codesto sgraziato accidente costò la vita a parecchi militari ed a più cittadini; una palla colse una femmina alla finestra di un quarto piano, vittima della premura che si diedero gli uffiziali di levare in alto colle loro spade [p. 105 modifica] le canne dei fucili nel momento che partivano i colpi, per salvare la vita de’ circostanti affollati.

Col fatto del primo giorno di aprile, si accrebbe di circa 150 a 200 cavalli l’armata del conte Della-Torre, ma non minore vantaggio ne ritrasse il governo costituzionale, non essendogli ormai più impedito di organizzare il corpo dei carabinieri in modo di assicurarsene l’obbedienza e di reprimere legalmente i moti del partito reazionario.

Questo partito, che come già si è osservato, non avea nemmeno avuto la forza di opporsi al semplice ascendente del governo liberale, sprovvisto di ogni mezzo di azione, avea nondimeno di soppiatto arrecato gran danno alla causa costituzionale, collo spargere la costernazione nel popolo e col cercar di sedurre e demoralizzare i giovani contingenti delle brigate, che in numero di circa trentamila e quasi tutti ammaestrati, formavano il nerbo dell’armata piemontese. E mentre già raccolti ai depositi, venivano per sollecita cura del ministro ordinati in battaglioni provvisorii, ed affidatone il comando ad esperti e fidi ufficiali, spediti in Alessandria, moltissimi sbandandosi durante la marcia, armati com’erano ritornarono a’ loro paesi. Fu quello un istante fatale in cui i nostri nemici dovettero applaudirsi dell’opera loro, favorita d’altronde dalla dolorosa circostanza in cui trovavansi quei disgraziati giovani di dover accorrere sotto la bandiera della guerra civile, mentre l’armata in due fazioni divisa, l’una in Novara e l’altra in Alessandria sapevano. Bastava tale idea a farli inorridire. [p. 106 modifica]

La giunta mostrossi infaticabilmente operosa del bene del governo, e sue principali cure rivolse a preservarci dai mali dell’anarchia, che già appariva alle porte di ciascuna città del Piemonte56, nè di ciò abbiamo a far le meraviglie dopo le narrate vicissitudini. Il suo decreto del 28 marzo con cui regolavansi le attribuzioni ed il potere straordinario dei capi-politici produsse ottimi effetti57. Ammirabile si è sopratutto il proemio per l’esattezza e la dignità [p. 107 modifica] colle quali vi sono compendiati gli avvenimenti della rivoluzione ed esposte le condizioni dello Stato. Soggetto di profonda ed animata discussione riuscì per così dire lo specchio de’ principii e dello spirito ond’era animata la maggioranza della giunta *.

La giunta preparava di notabili miglioramenti nelle leggi e nell’interna amministrazione. Dalpozzo, la cui attività erasi in quei procellosi giorni prodigiosamente spiegata, avea presentato importanti progetti, n’era stata riconosciuta la utilità, ma sebbene la giunta fosse bramosa di riformare o migliorare gli ordinamenti dello Stato in senso dei principii di costituzionale libertà, pur volle astenersi da qualunque mutamento che, rapido troppo, potesse originare disordini.

Ma a porla in assai scabrosa posizione sopraggiunsero gli atti della commissione di governo formata in Genova dopo la giornata del 23 marzo, la quale, costretta dalle concitate damande del popolo, avea dovuto diminuire d’una metà il prezzo del sale e qualche altro dazio d’entrata, di cospicuo emolumento per lo Stato. La giunta di Torino non poteva sanzionare quei provvedimenti senza causare un vuoto considerevole nelle finanze; imperocchè la diminuzione del prezzo del sale fatta per Genova bisognava di necessità estenderla a tutto il Piemonte; quindi ella adottò l’espediente di decretare la diminuzione d’un quarto sulla vendita generale del sale [p. 108 modifica]e di rivocare nelle altre parti gli atti della commissione. Nè con minore saggezza diportossi verso la giunta provvisoria di Alessandria, cui essendo pur forza disciogliere onde concentrare in un solo governo le diverse provincie del Piemonte, ne riconobbe e consacrò il diritto alla riconoscenza nazionale.

Non frappose ritardo alla libertà della stampa, ma gli autori, editori e stampatori furono con suo decreto del 29 marzo dichiarati responsabili.

L’esercizio della religione dello Stato e suoi ministri furono oggetto di costante protezione della giunta, ma lo richiedevano gli stessi principii degli autori della rivoluzione, l’amore del popolo e la condotta del clero piemontese, che non solo a libertà non avverso, ma immedesimato cogl’interessi della nazione, mostrò dividerne i desiderii e le speranze58. [p. 109 modifica]

Tanto senno di governo nella giunta però non fece obliare agli accorti cittadini com’ella dopo la partenza del reggente più non si fosse mantenuta sul retto sentiero costituzionale, mentre non v’era stato luogo starsi dubbiosi su ciò che restava ad operare: dichiarando sforzata l’apparente volontà del re Carlo Felice, creare nuova reggenza, radunare le assemblee elettorali, ecco quanto spettava alla giunta; ma la maggior parte de’ suoi membri, impauriti in sulle prime dalle angustie nelle quali eransi trovati, sedotti poscia dalla lusinga di ottenere una pace, non aveano osato decidersi a coraggiose misure. Una così falsa posizione era osservata con rammarico dal ministro della guerra, il quale credeva non fosse conveniente perseverarvi sino all’esito delle trattative che procedevano intanto senza speranza alcuna di successo. Il pensiero di trarnela con un colpo di Stato gli balenò in mente e dopo l’arrivo del reggimento Alessandria trovandosi in certo modo dittatore di Torino59 non gli sarebbe stato [p. 110 modifica] difficile costringere la giunta alle suaccennate determinazioni costituzionali. Nè Santarosa era uomo da trasandare per umani rispetti ciò che giusto ed utile al suo paese ravvisasse; ma credo che si astenesse dal farlo, sia pel timore di scemare con atti violenti al governo costituzionale l’opinion pubblica la quale scorgeva nella giunta un’autorità legalmente costituita, sia per la fiducia di ricondurre, prosperando gli eventi, la giunta stessa in sulla diritta via.

L’unico mezzo che a noi restava di migliorar nostre sorti, era un tentativo contro Novara; ma prima di parlarne credo indispensabile un breve ragguaglio sulle forze d’entrambe le parti.

Il conte Della-Torre avea sotto ai suoi ordini in Novara 10 battaglioni e 16 squadroni, senza contarvi 120 guardie del corpo, un numeroso distaccamento di carabinieri a cavallo, diverse batterie d’artiglieria e qualche centinaia di contingenti del reggimento Monferrato, le quali forze tutte si potrebbero far ascendere dai 7 ad 8 mila uomini.

Egli poteva anche valersi in caso di bisogno delle forze che erano in Savoia sotto il conte di Andezeno. [p. 111 modifica]

I forti di Fenestrelle erano governati da un ufficiale del partito contro rivoluzionario, sicuro della guarnigione.

Le forze del governo costituzionale consistevano di 9 battaglioni, 20 squadroni e due batterie d’artiglieria ad Alessandria e Voghera, formanti a un dipresso 6 mila uomini; 4 battaglioni in isquadroni di cavalleggieri, 150 carabinieri, un reggimento d’artiglieria a Torino che fra tutti si potrebbero valutare tre mila seicento uomini. E due mila era la guarnigione di Genova.

Stavano inoltre a sua disposizione due battaglioni di cacciatori dipendenti dall’armata di Novara, dei quali l’uno a Novi e l’altro a Voghera; ma non peranco del tutto organizzati nel personale, non vi si poteva contare gran fatto.

Avevamo inoltre ai differenti depositi, tranne a quello di Savoia, una certa quantità di soldati non trascinati dall’esempio generale alla diserzione, o ritornati a’ loro posti; e di questi ultimi cresceva ogni giorno il numero per la felice influenza esercitata dai capi politici delle provincie60.

Un tal cenno, benchè rapido, basta a far conoscere come noi ci trovassimo in effetto inferiori di forze, avendo due cittadelle e la piazza di Genova a presidiare, la frontiera di Piacenza ad osservare, e le guarnigioni di Nizza e Savoia nemiche. [p. 112 modifica]Cionondimeno credette il governo dever tentare la fortuna avventurando una marcia su Novara. Ed invero la nostra posizione era penosa, violenta, e bisognava anzi tutto sortirne, se si voleva ottenere una pace onorevole. Che dov’anco questa ci fosse stata negata, fra tante disavventure un ultimo raggio di speranza spuntava: le truppe di Novara e di Alessandria avrebbero potuto fraternamente abbracciarsi, e strette sotto di una sola bandiera varcare il Ticino, piombar sul nemico. Ad ogni passo avrebbero incontrato un alleato, ed una novella armata si sarebbe ingrossata a lor spalle. Forse chi sa che Napoli, a nostra audace mossa, non avesse mostrato a ricordarsi del 1282; forse l’Italia avrebbe stordito l’universo col sublime attentato di una invitta guerra nazionale.

Che se a taluno sembrasse sconveniente la nostra spedizione di Novara, avuto riguardo alle trattative di pace intavolate col conte di Mocenigo, osserverò primieramente che appunto da un successo dell’una potea dipendere la miglior riuscita delle altre, perchè così facendo soltanto n’era dato aspirare a condizioni le quali ci mettessero al coperto dalle vendette dell’inasprita monarchia; risponderò in secondo luogo che la giunta non erasi altrimenti obbligata ad arrestare sue operazioni militari, e finalmente, ciò che non ammette replica, essere stato il conte Della Torre primo a riprendere sue ostili viste contro la capitale. Infatti, passata la Sesia, fissato il quartier generale a Vercelli61 spingeva di là sue colonne sulla [p. 113 modifica]gran strada di Torino, e già la sua avanguardia non era distante da noi che sole otto leghe. Ecco come egli si disponeva da canto suo ad appoggiare le trattative del conte Mocenigo, ed ecco anche in qual modo si resero necessarii i movimenti dei costituzionali.

Il colonnello Regis62 militare coperto di gloriose cicatrici, risplendente per valore, e più schivo che cupido mostratosi fin allora dei gradi supremi, ebbe ordine di assumere il comando del corpo costituzionale che si metteva in marcia. In quel punto così a lui scriveva il ministro della guerra: «presentatevi ai soldati di Novara colle armi al braccio: subite senza rispondervi il primo lor fuoco. Dessi possono dimenticare per un istante che siete loro fratelli, ma se ne avvedranno ben tosto al vostro atteggiamento; ad ogni modo però, il segnale della guerra fraterna non sarà stato dato dai soldati della libertà.»

Arrivo alfine alla funesta giornata di Novara! giornata che ogni piemontese vorrebbe cancellata dai patrii annali, giornata in cui fu sommo cordoglio alla patria e il panico terrore dei giovani soldati della costituzione e la rea esitanza di que’ di Novara. [p. 114 modifica]

La condotta di questi ultimi, e le irreparabili conseguenze che ne derivarono, furono nuova conferma di antico assioma dei nostri padri: — dovere ogni ottimo cittadino, nelle civili discordie, abbracciare ad ogni costo ed animosamente un partito. —

S’era intenzione dell’armata di Novara non scostarsi da principii di una passiva ubbidienza e soggiogare al potere regio una fazione colpevole a’ suoi sguardi, essa doveva coraggiosamente attaccarla e prevenire in certo modo con manifestarne il desiderio, la risoluzione del capo. Soldati di Novara! una fazione, come la si dipingeva a voi, condannata dal senno della nazione, abbandonata dal popolo, qual riguardo poteva ella meritare? Qual timore incutervi? Egli è calpestandola che vi sareste acquistata una specie di gloria agli occhi dell’uno dei partiti che dividevano l’Europa, egli è in tal modo che avreste restituito la pace al vostro paese. Ma voi rabbrividiste alla idea di guerra civile? Oh sì! lagrimevole caso è senza dubbio la guerra civile, ma assai men duro dello intromettersi lo straniero nelle cose nostre, di quello intervento che sfiora il carattere nazionale, minaccia se pure non istermina l’indipendenza di un paese, colpisce, in un detto, la vita della nazione ne’ suoi primi elementi, la forza e l’onore. Soldati di Novara, che avete a rispondere? Parlate voi loro generale, ve l’impongo, parlate: dite perchè con forze superiori di gran lunga d’artiglieria, maggiori di fanti, eguali all’incirca di cavalleria, all’avvicinarsi della truppa costituzionale, di questa truppa da voi riguardata come banda di ribelli, riprovata dall’opinione [p. 115 modifica]nazionale, avvece di sgombrare Vercelli * non siete piombato come folgore su di essa? Eppure vi si teneva abile generale, ed era a fianco vostro Gifflenga: perchè titubare, perchè, lo ripeto, abbandonare Vercelli all’appressarsi di quei faziosi, correre a rinchiudervi in Novara, e poscia .... Conte Della-Torre, i Piemontesi vi stimavano, vi amavano fors’anco; ma foste voi che ci avete menato in casa gli Austriaci, voi! Conte Della-Torre, noi e i figli nostri non l’oblieremo giammai **!

Ma il conte Della-Torre potrebbe oppormi ch’egli non era abbastanza sicuro delle sue truppe, che gli animi dei cittadini mal disposti a suo riguardo non gli permettevano di allontanarsi da Novara senza lasciarvi una forte guarnigione, che si trovava avere sul fianco di sua base d’operazione la Lomellina, questo paese ardente e generoso .... Basta, generale, non proseguite, vostra sola base d’operazione era un corpo di Austriaci, noi lo sappiamo, ce l’avete provato.

Egli è ben vero che l’armata di Novara avea mostrato ribrezzo a battersi con noi, ella non poteva ignorare che i soldati della patria erano quelli che combattevano per la sua libertà, che le speranze [p. 116 modifica]della casa di Savoia stavano sospese alle nostre insegne: ben lo sapeva la sua maggioranza. Ma come dunque avrebbe potuto con franchezza ed ardore sostenere la causa dell’assolutismo? Ma perchè non attenersi allora ad altro partito? Non era necessario venire a noi, sarebbe bastato protestare altamente che dessa riguardava il soccorso dell’Austria come una calamità nazionale; quei comandanti, quella folla d’uffiziali che nutrivano in petto sensi di patrio onore avrebbero dovuto, interpreti fedeli del cuore dei soldati, dire al capo loro: — Generale, uniamoci a’ nostri camerata di Alessandria; poscia difenderemo o passeremo insieme il Ticino. — Dessi avrebbero trovato i costituzionali pronti a tutti quei maggiori sacrifizii che volessero impor loro dei leali concittadini, degli amati fratelli. Uniti, i Piemontesi, o avrebbero ottenuto una pace onorevole, o si sarebbero fra 24 ore trovati a Milano; Carlo Felice non sarebbe ora il più schiavo dei principi, ed il Piemontese il più infelice dei popoli!

Io mi figuro l’avvilimento di tanti prodi Piemontesi trovatisi in Novara all’arrivo degli Austriaci, mi sembra vederli a strapparsi gli spallini, infrangere le spade, li sento a maledire cento volte la propria debolezza che li tenne in quel tristo partito di mezzo tanto facile ad abbracciarsi e tanto difficile ad abbandonare. Ma che dico? Gli stessi ufficiali, fanatici nemici della costituzione, non fu senza amaro disgusto che si videro a lato gli Austriaci. Avrebbero preferito esser soli a combatterci, ed io ne so loro buon grado. [p. 117 modifica]

Ei fu a colpi di cannone che venne accolta l’armata costituzionale, dalle mura di Novara, mentre disponevasi a sfilarvi sotto tranquillamente, collo scopo soltanto di offrire a’ suoi compagni d’arme l’occasione di un ravvicinamento morale e politico63. Quali scene commoventi a questo punto non offre l’istoria! Un’epoca di gloria immortale sorgeva allor per Novara, ma coloro che aveano invitato il barbaro a calpestare la nostra terra non potevano gustare le dolcezze di una nazionale riconciliazione.

Farò a meno di raccontare gli avvenimenti di quella giornata: un esatto e fedele ragguaglio ne venne pubblicato sugli ultimi giorni di aprile, ed io lo trascriverò qui per intiero, aggiungendovi soltanto quelle note necessarie a maggiore schiarimento, ed a stabilire fatti che i nostri nemici descrissero alterandone la sostanza. Quanto alle ingiurie che dessi ci avventano contro, io non degno rispondervi, e lascio a loro esclusivamente questo mezzo di persuasione.

Note

  1. Tre ne conosco: Trente jours de révolution en Piémont, par un témoin oculaire, stampato a Lione. — Précis historique sur les révolutions des royaumes de Naples et de Piémont en 1820-21, par M. le comte D***;Histoire de la révolution de Piémont par M. Alphonse de Beauchamp, stampati a Parigi.
  2. Egli è fuor di dubbio, se mal non mi appongo, che il governo si studia sempre di trattare con maggior discrezione quelle città o provincie che son prive di privilegi, nell’animo di prevenire odiose comparazioni.
  3. È da ritenersi che qualunque ufficiale di polizia poteva far arbitrariamente arrestare chicchessia; e le vittime venivano sottratte alla giustizia ordinaria, con decreto del re che dichiarava si sarebbe proceduto e statuito sulla lor sorte in via economica. Fummo testimonii di cotali atti di autorità, o meglio di violenza che non ci regge l’animo a raccontarli, ed il governo o li tollerava, o puniva con scandalosa leggerezza. La città di Nizza ne ricorderà lungo tempo. Del resto fa d’uopo confessare che gli arresti non erano tanto frequenti, quanto si poteva temere da un tale sistema, e ciò si deve primieramente alla bontà naturale del re, ed in secondo luogo all’animo non abbastanza cattivo del favorito e del ministro di polizia. Ma non è per questo men vero che qualunque piemontese era soggetto a vedersi rinchiudere in una prigione o fortezza, senza formalità di giudizio per rimanervi a capriccio del governo.
  4. E qui sarebbe caduto in acconcio, delineare un quadro dell’amministrazione della giustizia civile e criminale in Piemonte: far vedere le contestazioni giudicate da un solo nei tribunali di molte Provincie; i magistrati che ritraggono il lucro dagli emolumenti delle cause, soggetti sempre alla tentazione di prolungarle e complicarle; un povero giudice di ultima categoria costretto a coltivare un processo non altrimenti di un podere per ricavarne di che far bollire la sua pentola: il senato di Torino, oppresso dagli affari, abbandonare all’arbitrio ed alle mire del relatore l’ammessione degli appelli; le pratiche criminali perchè d’incerto o niun profitto, scandalosamente neglette o proseguite con imperdonabile leggerezza dai primi giudici che ne aveano formato l’instruttoria; quindi le prigioni zeppe, gli interessi dell’innocenza tuttodì minacciati, lo sventurato prevenuto di un delitto capitale, passare dall’oscurità del carcere al patibolo, senza aver potuto far sentire sua voce in dibattimento pubblico e solenne... Ma si richiederebbe la penna di scrittore più esperto in simili materie per tutti sviluppare gli esecrabili abusi che avvelenano ogni sorgente di morale e pubblica felicità in Piemonte.
  5. Questo diritto d’interinazione era un freno senz’altro alla pericolosa attività di un governo arbitrario; ma non si creda che offrisse, come nei parlamenti di Francia, una specie di garanzia costituzionale, che sebben difettosa e censurata, manteneva nello stato un’abitudine di legale resistenza agli abusi dell’autorità regia. I nostri senati, composti di membri nominati dal re, ed amovibili a suo piacimento, erano ben lontani dall’avere quella fermezza, e quello spirito d’indipendenza dei magistrati dell’antica monarchia francese.
  6. Accadeva pure che il Governo privava un cittadino dell’amministrazione de’ suoi beni, senza far precedere formalità alcuna di giudizio. E per citare un esempio dei più conosciuti, il cav. Prierio di padrone assoluto di un asse a niuna sostituzione soggetto, si vide ad un tratto interdetto in forza di un regio rescritto. Egli ebbe un bel dire e provare che non avea debiti, invano chiese gli fosse instruito un processo, tutto fu inutile, e pel semplice volere del principe dovette rimanersene privo dei diritti civili.
  7. Lunga e dolorosa fatica sarebbe annoverare ad uno ad uno gli atti del governo che distruggevano la prosperità dello Stato ed il ben essere dei cittadini. Ma non si può passare sotto silenzio l’editto regio che circoscrisse in limiti così angusti l’affittamento dei terreni. Il proprietario si vide per tal misura impedito l’esercizio del suo diritto di disporre come più gli conveniva de’ suoi beni, i capitali furono ritirati dall’agricoltura, ed il Piemonte si risentirà per molto tempo ancora di questo strano regolamento di pubblica amministrazione. E che dovrà dirsi dell’inverno del 1817, quando i grani del Piemonte erano trattenuti alla frontiera della Savoia, mentre quel popolo si moriva di fame? Vani furono i richiami, vane le preghiere, a muovere l’invincibile e barbara ostinazione del ministro dell’interno conte Borgarelli. Ma si cacci una sì straziante rimembranza, e non si tardi a dire che il re era stato ingannato, e che gli tenevano gelosamente occulta la vera situazione della infelice e derelitta Savoia. Non sarò io quello che accusi il suo cuore, ma mi sarà dolce al contrario, far conoscere che dalla bontà di questo cuore inspirato ben spesso, Vittorio Emanuele ebbe dei tratti di incomparabile saviezza: tale fu, a mo’ d’esempio, quello d’indennizzare gli ufficiali savoiardi e nizzardi che, invase nel 1792 quelle Provincie da’ Francesi, non vollero abbandonnare le loro bandiere, e prescelsero di perdere emigrando i loro beni. Ma chiederò a queste nobili vittime della fedeltà e del dovere, se la legge che ha regolato queste indennità, e l’esecuzione della stessa, abbia corrisposto alla saggia intenzione del principe? Lo stesso accadde della liquidazione del debito pubblico: il governo promise di tutto liquidare, e pagare perfino quei crediti che erano in certo modo obliati da chi li possedeva. Le domande si presentarono in tanta folla, che non sapevano più da qual parte rivolgersi, e si prese il partito di scartarne una quantità, adducendo dei motivi d’inammissibilità, che spesso si contraddicevano fra loro; e così una legge basata sopra un principio della più alta equità finì per essere applicata con patente ingiustizia.
  8. Vi sarebbe stato un altro mezzo, cui ricorrere per evitare una troppo austera riforma, l’aumento delle contribuzioni: ma quest’espediente, del resto impraticabile, dispiaceva al re. Le imposte sulle terre spolpavano i proprietarii, e quindi era d’uopo diminuirle; quelle indirette malissimo stabilite, in molti rami essenziali erano più suscettibili di essere migliorate nell’organizzazione che accresciute.
  9. Nell’agosto o settembre del 1819.
  10. Occorre qui una spiegazione sopra queste antiche leggi dello Stato, tanto più che raccolte in volume collo specioso titolo “Costituzioni del Piemonte” potrebbero dar campo ad illusioni, ma è nostro debito l’appurarne l’esatto valore. Non solo queste costituzioni non contenevano alcuna legge politica, ma non rispondevano tampoco al bisogno di una compiuta legislazione. Vi si scorgeva l’organizzazione della magistratura, il regolamento di procedura criminale, civile e commerciale, diverse leggi penali, scarso numero di civili, e qualche regolamento di pubblica amministrazione. Questo imperfettissimo lavoro, che non regge a paragone coi codici attuali di Francia, sparso qua e là di qualche avanzo di barbarie, ove però si ponga mente allo stato della società, e della legislazione dei vicini paesi colle diverse epoche nelle quali le nostre costituzioni furono prolungate, e successivamente accresciute, non cessa di essere un attestato della saviezza e sollecitudine de’ nostri principi d’allora. L’ultima riforma la subì verso la fine del regno di Carlo Emanuele III. Ma in appresso una folla di regii editti, a tanti articoli ha derogato, e tanti altri ne ha modificato, che da tale ammasso risulta un informe caos, da non potere in guisa alcuna servire di base ad un sistema di legislazione, a meno che non si conti per nulla il progresso delle scienze e i bisogni della società. E non dovea dire l’Europa, che Vittorio Emanuele si mostrava l’ultimo su quel sentiero, che i suoi avi aveano ambito percorrere alla testa dei principi loro contemporanei?
  11. Si brama una definizione netta e precisa della natura della Monarchia piemontese? Eccola; e non ne sia sospetto l’autore. Un magistrato genovese presentava al cav. Di-Revel, conte di Pratolongo, governatore del Ducato, lo stesso che ora è luogotenente di S. M. a Torino, un negoziante di Genova distinto per integrità, per cognizioni e dottrina, rare doti che quella classe di uomini non ha il tempo di acquistare: or bene, agli encomii che compiacevasi farne il Magistrato, il cav. Di-Revel rispose: “Qui non v’è, o Signore, che un re che comanda, una nobiltà che lo circonda, una plebe che ubbidisce.” E credendo l’altro dover insistere sul bene che un uomo per virtù eminente, in qualunque condizione egli siasi, può fare alla patria, il governatore gli ripetè freddamente la stessa frase.
  12. Eccettuato però Hobbes in primo luogo, nemico di Dio e della libertà, Bonald o qualche altro scrittore francese de’ nostri giorni, dannosi alla Religione ed alla Chiesa, appunto perchè si studiano di accomunare la causa di queste a quella del dispotismo.
  13. Vi sono, in Piemonte, uomini in buona fede, che amano sinceramente il lor paese, e sanno come nella vita non vi sia sicurezza e decoro di bene, se non che all’ombra di liberali instituzioni; i quali però, non riuscendo ad unire assieme l’idea di rivoluzione e legittimità, si arretrano al pensiero d’impiegare la forza per strappare al principe leggi costituzionali. Ma, di grazia, o meticolosi cittadini, di qual mezzo i nostri principi si sono eglino serviti per imporre tasse, invece di chieder de’ sussidii agli stati generali di Savoja; con qual mezzo hanno rovesciato di un colpo, o distrutto brano a brano tutti i privilegi delle principali città del Piemonte? Queste città non li riconoscevano altrimenti dalla benevolenza, o dalla politica della casa regnante; elleno si erano spontaneamente date ai principi di Savoia a condizioni da loro formalmente accettate e giurate; scorse poche generazioni, la spada del nipote stracciò la carta segnata dall’avo. E se qualche città ha osato reclamare i suoi diritti, si ebbe in risposta baionette e patiboli. Mondovì ne offrì un tristo esempio al cominciare del 18° secolo. Ebbene, queste carte annientate, e questi stati generali aboliti, noi li abbiamo ridimandati nel 1821. La forza li ha rapiti a’ nostri padri, la forza ne esige oggigiorno l’equivalente nelle instituzioni più confacienti allo stato attuale della società e meglio guarentite contro l’abuso del potere.
  14. Gli storici si sono scatenati contro Vittorio Amedeo II, perchè abbandonata bruscamente, nella guerra della successione di Spagna, l’alleanza della Francia, passò dalla parte nemica; ma questi storici, quasi tutti francesi, tacquero la condotta di Luigi XIV col duca di Savoia, condotta talmente ingiusta ed irritante, che ragione di stato e decoro costrinsero il conculcato principe a quell’estremo partito.
  15. Coloro che scrissero sulla nostra rivoluzione studiaronsi ripetere, avervi la nobiltà piemontese preso parte, adescata dalla dignità ereditaria di pari. Questa trivialissima accusa poggia interamente sul falso; avvegnacchè tutti i membri della nobiltà che alla rivoluzione cooperarono, appartenevano piuttosto al partito della costituzione spagnuola. Che se taluni, come già dissi, non staccaronsi che per ubbidire alle circostanze dal sistema di parlamento inglese, costoro erano appunto quelli ai quali la loro posizione sociale toglieva di aspirare a suddetta carica; e fra questi potrebbe annoverarsi a mo’ d’esempio il conte di Santa Rosa cui, a divenir pari, mancavano natali e fortune.
  16. Corse cupa una voce in Torino, vi restassero morti più studenti, dei quali nella notte, si tolsero via i corpi, e seppellironsi, secondo dicevasi, col favor delle tenebre. Di questo fatto mi mancaron le prove, e benchè ne avessi diversi indizii, pure l’accenno appena come vago romor popolare.
  17. Dopo il 12 gennaio il governatore per più giorni consecutivi si fe’ vedere sul far della notte a passeggiar solo sotto i portici della strada del Po. Un cittadino torinese amico vero di libertà, lo seguiva in distanza, col fermo proposito di gettarsi fra lui ed il primo studente che lo avesse aggredito. Una sera mentre s’incammina al suo posto, s’imbatte sulla piazza del castello in un giovine studente a lui conosciuto. Al mirarlo pallido in volto, stravolti gli occhi, sente trasalirsi l’onesto cittadino, e «che fai qui? gli dice, che cerchi?» Lo studente non risponde, e cerca di evitarne gli sguardi; «che tieni lì sotto?» ripiglia l’altro, ed aprendogli il mantello, «un pugnale! sciagurato, e che vuoi tu farne? «Vendicare i miei compagni» esclama allora il giovane, con voce cupa e vibrata. A tali accenti, lo serra l’amico fra le sue braccia, lo tragge seco, e tante adopera virtuose e commoventi parole, che lo studente rientrato in sè stesso promette di abbandonare il suo funesto progetto. Oh perchè non poss’io palesare il nome di quell’uomo stimabile! Con tanto amore di libertà, tanto candore e dolcezza di costumi, quale ottimo cittadino non sarebbe questi in uno stato libero?
  18. Dopo quanto mi occorse dire sul carattere del re, non riescirà difficile persuadersi, com’egli non dividesse il risentimento dei ministri, ed anzi son propenso a credere che non aderisse a questi arresti se non se con grande rammarico. Del resto è falso che una lettera del principe della Cisterna a sua sorella, sequestrata assieme ad altre sue carte, sia stata rimessa al suo indirizzo senz’essere stata disigillata. L’autore dei: Trente jours de révolution che racconta questo fatto, venne male informato. La lettera fu restituita al principe della Cisterna quando uscì di prigione, aperta. Mi piace credere che Vittorio Emanuele rispettasse i secreti delle famiglie, ma o egli non avea imposto di rispettarli del pari ai suoi ministri, od i suoi ordini non furono osservati.
  19. Il conte Grimaldi, sfogando una volta l’animo suo con un amico, gli disse: «Guai al Piemonte se il Principe di Carignano sale un giorno al trono con un potere illimitato.» Grimaldi amava Carlo Alberto, ma molto più la sua patria. Egli sperava di procurare il bene di entrambi, se riusciva, come diceva egli, a scolpire nel cuore del suo allievo qualche grande verità. Niun principe, io credo, dopo il duca di Borgogna, ebbe un precettore di maggiore sapienza e virtù. Candidamente cristiano, cittadino zelante, di costumi severi, ma di maniere amabili, ravvivate dai sali di uno spirito tutto suo particolare. Immatura morte lo rapi, ahi troppo presto! alla famiglia, agli amici. Buon Grimaldi, l’ingrato che amareggiò gli ultimi giorni di tua vita, non era degno di divenire il liberatore del suo paese!!
  20. Fu il principe di Carignano primo ad introdurre tali discorsi col marchese Carlo di San Marsano: fu lui che nel primo di gennaio a corte, tratto in disparte il giovine colonnello, lo intertenne a lungo degli affari d’Italia, coll’interesse e coll’ardore di taluno che agogna sostenervi una parte importante.
  21. Vuol giustizia sia fatta speciale menzione del conte Bianco al cui zelo patriotico ed alla stima dei soldati, che un nobile carattere gli avea conciliato, si dovette in gran parte il moto costituzionale di quei dragoni.
  22. Diversi giornali hanno su tal fatto tessuto un racconto, in cui non v’ha motto di vero. Carlo di San Marsano non vide allora nè il suo reggimento, nè il colonello Sambuy: i suoi amici si fecero ad incontrarlo a qualche distanza da Vercelli, lo avvertirono di ogni cosa, sforzandolo a tornarsene addietro.

    M. de Beauchamp racconta in modo diverso la cosa. Secondo lui fu il capo-squadrone Lisio che tentò levare a tumulto la guarnigion di Novara, ma questo colpo gli andò fallito per la vigilanza del conte Della-Torre. Si vede che M. de Beauchamp è molto geloso sull’esattezza dei suoi dettagli, e che nelle particolari informazioni, delle quali si vanta nella sua prefazione, fu servito a meraviglia.

  23. La dichiarazione fu questa:

    « L’armata piemontese, nella gravità dell’attuali condizioni d’Italia e del Piemonte, non può abbandonare il re alla influenza dell’Austria. Questa influenza impedisce al migliore dei principi di appagare i voti del suo popolo, che brama vivere sotto il regno delle leggi, e di veder i proprii diritti ed i proprii interessi garantiti da una costituzione liberale; questa influenza funesta fa sì che Vittorio Emanuele se ne stia spettatore, ed approvi in certo modo la guerra mossa ai Napoletani dall’Austria, contro il sacro diritto delle genti, affine di poter dominare a sua voglia su tutta la Penisola, avvilire e spogliare il Piemonte, segno all’odio suo, perchè non ancora da essa assoggettato.

    « Due sono i nostri fini: mettere il re in grado di poter seguire gli impulsi del suo cuore schiettamente italiano, e rivendicare al popolo la giusta e decorosa libertà di svelare i suoi desiderii al re, come figli ad un padre.

    « Se noi ci allontaniamo per poco dalle leggi di militare disciplina, vi siam trascinati dal supremo bisogno della patria, e n’è guida l’esempio dell’armata prussiana, che fe’ salva nel 1813 l’Alemagna con la spontanea guerra intrapresa contro l’oppressore. Ma noi giuriamo ad un tempo di difendere la persona del re, e l’onore di sua corona contro qualsiasi nemico, seppure Vittorio Emanuele può avere altri nemici che quelli d’Italia.

    A Carmagnola li 10 marzo 1821.

    Firmati
    Santorre Santarosa.
    Guglielmo di Lisio.

  24. Ed era seguito dell’avviso da lui ricevuto la sera del 9 marzo.
  25. L’autore del libro Trente jours, ecc., accusa questa truppa di aver commesso ogni sorta di rappresaglie sugli infelici abitanti delle campagne. È pur trista cosa, pensare come il desiderio di render odiosa questa gioventù che sacrificavasi alla libertà della patria, l’abbia trascinato alla calunnia! I soldati di Ferrero non commisero il menomo disordine, e pagarono puntualmente, nelle differenti comuni per dove passarono, quanto venne loro somministrato.
  26. Non occorre dire come vi fosse ricevuta fra le più alte dimostrazioni di gioia. Il popolo non poteva saziarsi di ammirare l’entusiasmo con cui quella gioventù si consacrava alla causa della patria. Pochi giorni dopo si vide arrivare una truppa di studenti da Pavia, che, sfuggiti alla vigilanza della guarnigione austriaca, venivano a combattere sotto lo stendardo italiano. Gli studenti piemontesi e lombardi uniti recaronsi a Torino, dove vennero sotto il nome di veliti italiani organizzati per ordine del ministro della guerra, ed affidati al comando di un prode dell’antica armata italiana. Ed è questo quel battaglione della Minerva di cui parla M. de Beauchamp, narrando si trovasse ai fatti di Novara, mentre invece non era partito da Torino che l’indomani della funesta giornata.
  27. Era nera, rossa ed azzurra; quella invece alzata da Ansaldi in Alessandria, era rossa, verde, azzurra. La prima era simile alla bandiera napoletana: l’altra ricordava quel colore dell’ultimo regno d’Italia, così caro ai Lombardi. Del resto sparvero entrambe pochi giorni dopo la rivoluzione, e furono rimpiazzate dall’antica bandiera dello Stato per ordine del reggente (Vedi Doc. N.)
  28. Questi due capitani di artiglieria si trovavano far parte della guarnigione nella cittadella, per ordine del principe di Carignano; ad esso aveali suggeriti il capitano Radice, l’uno dei patriotti più ardenti dell’armata, cui Carlo Alberto avea dato molti contrassegni di sua confidenza. Ma ad ogni modo il principe conosceva assai bene le loro opinioni.
  29. Non solo lo sapeva, ma egli stesso avea più volte esternato opinione favorevole alla costituzione spagnuola, dicendola l’unica che meglio d’ogni altra convenisse al paese. «Il Piemonte, anzi aggiunse sovente, manca dei necessarii elementi per una camera di pari»
  30. Ivrea precedette Torino nella rivoluzione. Fino dalla mattina del 13 il conte Palma, ed il marchese Prierio uscito allora di prigione, secondati da coraggiosi cittadini, proclamarono la costituzione spagnuola in mezzo a vivissimo entusiasmo del popolo.
  31. Questo atto isolato di patriottismo è tanto più ragguardevole, in quanto che non era stato in modo alcuno concertato. Il medico Crivelli non avea avuto parte alla cospirazione piemontese.
  32. Il cav. Di Revel governatore di Torino, nella sua qualità di ministro di Stato doveva egli pure intervenire al consiglio. Pietro Muschietti ebbe l’incarico di recarsi a prenderlo e di accompagnarlo al palazzo del principe. Ed in tal modo alla cura di questo ardente giovane, amato da tutti i liberali, si affidava la sicurezza di una persona che ridestava la tetra ricordanza del 12 gennaio. La carrozza del governatore traversò la folla. Al suo passaggio, la più viva indegnazione si pingeva sui volti; ma lo spirito di saggezza e moderazione prevalse, e non un grido di vendetta, non un insulto sfuggì a quei giovani, de’ quali per così dire, ancor sanguinavano le ferite.
  33. M. de Beauchamp e l’autore de’ Trente jours, ecc. combinano nel dire che i Piemontesi non aveano alcuna idea della costituzione spagnuola. Ma questa è, come tante altre, una loro gratuita asserzione: dopo la rivoluzione di Napoli ciascuno avea procurato di leggere la costituzione spagnuola, ed i librai non ne aveano esemplari bastanti a soddisfar le richieste. In Piemonte non vi era un uomo di mediocre coltura, che non la conoscesse, ed i principii se ne erano già diffusi persino nelle classi meno educate della società.
  34. Ferdinando Dalpozzo avea sostenuto cospicue cariche sotto il governo imperiale, ma ciò che agli occhi dei Piemontesi lo rendeva maggiormente stimabile era il coraggio con cui aveva alzato sua voce nell’interesse della giustizia e della verità, dopo il ritorno del re ne’ suoi Stati. I di lui opuscoli sopra diverse ed importanti questioni di giurisprudenza contribuirono moltissimo allo sviluppo dell’opinione nelle classi più istruite della società. Del resto il cav. Dalpozzo non ebbe parte alcuna alla cospirazione piemontese, ma appena la patria reclamò l’opera sua, lo trovò pronto. Le difficoltà, i pericoli, le angustie di nostra posizione non alterarono la sua condotta, egli rimase fedele al suo dovere sino all’ultimo momento.
  35. Le disposizioni per la ritirata erano già state date.
  36. I lumi, le virtù, l’animo elevato dell’abate Marentini inspiravano fiducia nei Liberali. Ma M. de Beauchamp cui van molto a versi les comités directeurs fa nel suo scritto Marentini e Santarosa membri di quello di Torino al momento che scoppiò la rivoluzione. Peccato per lui, che queste due persone avessero parlato assieme la prima volta nel giorno 20 marzo, alla seduta della giunta cioè dieci giorni dopo la rivoluzione.
  37. Fu cantato un solenne Te Deum coll’assistenza del vescovo di Novara card. Morozzo nella cattedrale, cui intervenne il conte Della-Torre col suo stato maggiore, ed il marchese Carlo di San Marsano.
  38. Amministrano la città di Torino 60 magistrati col titolo di decurioni sotto la presidenza di due sindaci che si rinnovano ogni anno. Codesto corpo organizzato su di antiche forme, anche imperfetto, era tuttavia da preferirsi a certe instituzioni che riducono l’autorità municipale ad esser cieco strumento del governo, ed aveva ognora e con fermezza sostenuto i suoi diritti in faccia a diversi ministri di Vittorio Emanuele.
  39. Mi toccò ad essere più volte testimonio dell’indegnazione del conte di Santarosa, al sentire come le sue parole venissero interpretate in senso ostile al governo costituzionale della casa dei Borboni. Santarosa non avea inteso di fare che un’allusione ad un nuovo ministero, che si mostrasse più esatto osservatore della Carta, più consentaneo all’opinione francese, e forse capace di rendere alla monarchia quella preponderanza politica dei bei giorni di Enrico IV e di Luigi XIV i quali non avrebbero mai sofferto in pace che l’Austria dettasse legge all’Italia. La notizia di un cambiamento di ministero era giunta a Torino, ed ognuno la riteneva ed annunziava per sicurissima. Santarosa credette doversene immediatamente valere, ma poscia più d’una volta si dolse di non essersi espresso in modo da non lasciar dubbio nel vero significato di sue parole.
  40. M. Alfonso de Beauchamp cita invece, comme l’atto il più ardito che uscisse da penna di ministro, l’altro ordine del giorno del 27 marzo (Vedi Doc. P), ma queste sue espressioni si addicono meglio a quello del 23, come al solo che abbia avuto dell’influenza sugli avvenimenti.
  41. Questo ultimo ordine arrivò a Genova, lo stesso giorno (23 marzo) del movimento, o l’indomani.
  42. L’alleanza di un partito rivoluzionario francese, cogli autori della rivoluzione del Piemonte, riferita da M. Beauchamp non è che un romanzo di sua invenzione: egli abbonda nelle sue asserzioni, ma non tardano a smentirle i fatti costanti.
  43. Gifflenga erasi ritirato ad una sua campagna non lungi da Vercelli, da dove poscia si trasferì a Novara, presso a poco nell’epoca della partenza di Carlo Alberto da Torino.
  44. «Vi presento il re d’Italia!» disse il conte Bubna ai suoi ufficiali, additando loro Carlo Alberto, che dovette ascoltarlo, e tacersi. Così almeno mi venne assicurato, ed era cosa divulgatissima a Milano.
  45. Come mai può M. de Beauchamp asserire, che Carlo Alberto promettesse nel suo dispaccio alla Giunta, a condizione che si sottomettesse, una amnistia ed una Carta simile a quella di Francia? Sono sue precise parole. Ma dove pesca cotali informazioni? Ciò è falso sotto di ogni rapporto; il principe di Carignano non solo nulla promise alla giunta, ma non fece nemmeno parola nè di Costituzione nè di Carta. Questo non può essere che un parto dell’immaginazione di M. Beauchamp. Si giudichi della fede che merita.
  46. Un corriere, partito il giorno 21 da Torino, il quale assicurava come la capitale continuasse a godere tranquillamente della costituzione sotto la reggenza del principe di Carignano, accese di sdegno gli animi dei Genovesi. Non videro più nel governatore che il perfido capo della contro rivoluzione. Il conte Desgeneys che pur troppo avea annunziato la verità relativamente a Carlo Alberto, ma che non poteva somministrare alcuna prova a scolparsi dalle accuse di menzognero e d’impostore, non avendo avuto dal reggente che comunicazioni verbali, poco mancò non restasse vittima dalle false misure, e della leggerezza del principe.
  47. Non vi furono che i cacciatori-guardie, reggimento che si recluta interamente in Sardegna, i quali si rifiutassero d’obbedire, protestando di non voler prender parte agl’interni movimenti del Piemonte. Il governatore di Nizza spedì al ministro della guerra la dichiarazione degli ufficiali di quel corpo.
  48. Luzzi, segretario della giunta provvisoria di Alessandria, ed eletto recentemente membro di quella di Torino, non si era ancora recato in questa città e quindi non fu presente a quella seduta.
  49. L’autore dei Trente jours ha, bisogna dirlo, una immaginazione molto fertile, e non altrove, certamente ba ricavato la storiella dei soldati vestiti, d’ordine del ministro di guerra, alla foggia de’ francesi, ai quali, secondo lui, si fece traversare la città di Pinerolo per farsi giuoco della credulità del popolo. In fede mia che quando uno scrittore di storia non si fa scrupolo d’inventare tuttociò che torna acconcio a sue mire bisognerebbe almeno che non si scostasse da verosimiglianza.
  50. Il ministro di guerra calcolava talmente sulle disposizioni della nazione savoiarda a dichiararsi per la libertà in un momento propizio, che non esitò a rimandare in Savoia il reggimento di quel nome, ridotto a 300 uomini (Vedi Doc. U.)
  51. Vittorio Emanuele, in mezzo ai suoi sudditi, era sicuro dovunque, ma bisognava pur trovare una ragione che non ammettesse replica.
  52. Il colonello Cavasanti avea di ciò impegnato sua parola col marchese di Roddi cav. dell’Ordine dell’Annunziata, comandante in capo la guardia nazionale di Torino, per far cessare le inquietudini che la guarnigione della cittadella aveva, a ragione, concepito sul conto dei carabinieri.
  53. M. de Beauchamp parla di un tentativo fatto per rapire il tesoro reale nella notte dal 30 al 31 marzo. Ma da chi partiva questo tentativo? È ciò appunto che M. de Beauchamp non dice. Ecco il fatto: si sparge improvvisamente la voce che i carabinieri reali voleano sottrarre il pubblico tesoro. La guardia nazionale accorre, i cittadini s’armano in folla, e circondano la tesoreria delle finanze. Infatti un forte distaccamento di carabinieri non tardò molto ad arrivare; non so quali fossero loro intenzioni, ma egli è certo che se cattive, furono sventate dalla vigilanza e dalla attività degli abitanti della capitale.
  54. Questo reggimento era partito da Chambery sotto gli ordini del colonello Righini. In marcia avendo costui destato gravi sospetti, il reggimento prese le armi e lo arrestò ponendo a sua testa Paccherotti e Ceppi, due intrepidi ufficiali, e leali patriotti.
  55. Il reggimento Alessandria doveva però astenersi da far fuoco, bastava incrociare le baionette.
  56. L’anarchia battè alle porte ma non le furono aperte. Il pericolo era grave certamente, ma gli amici di libertà seppero scansarlo colla loro condotta. Quei circoli di forsennati adunque, quelle dichiarazioni incendiarie, quella plebe feroce di cui parla M. de Beauchamp, e l’autore dei Trente jours dov’erano? che facevano? Ove sono gli arresti, i saccheggi, i disordini, le vessazioni commesse, e tollerate dal governo costituzionale? Ad un governo che si vedeva alla vigilia di sua caduta, ove non fosse stato un governo sinceramente liberale, sarebbe bastato un giorno solo di forza per consumare sue vendette. Un disordine soltanto ebbe luogo in Torino: furono sforzate di notte tempo le porte di una casa di correzione poco distante dalla città per cui potè fuggire una parte delle femmine che vi stavano rinchiuse. — L’autore dei Trente jours aggiunge che sessanta di esse furono condotte e trattenute in cittadella pour les plaisirs de ses défenseurs. Mi spiace dover chiamare l’attenzione del lettore su di tale argomento, ma quando vien raccontato un fatto odioso che non sussiste, bisogna pure che mi sia lecito rispondere: Voi l’avete inventato.
  57. La maggior parte dei capi politici spiegò molta attività ed una saggia energia. Le loro funzioni non durarono che pochi giorni, e la pubblica cosa già si risentiva di loro vantaggiosa influenza: e sono questi quelli uomini che M. de Beauchamp assomiglia aux proconsuls conventionnels, infame calunnia, che non ha fondamento alcuno, e di cui non si può trovar la ragione se non se in quel cieco livore per la libertà, e pei suoi partigiani nudrito dall’autore. Duolmi non poter far menzione di tutti i capi politici che si resero benemeriti della patria; mi è però lecito di citare i nomi di Ratazzi, Trompeo, Marochetti, Prina, Cagnardi, Vismara, ed il compagno dell’intrepido Ferrero, Pietro Fechini.
  58. Mi rincresce non poter trascrivere qui le pastorali dei Vescovi di Asti * e Vigevano, che ricordano le avventurate epoche della storia d’Italia, quando i capi della Chiesa erano i primi difensori delle franchigie dei popoli.
  59. M. de Beauchamp pretende che la restaurazione dell’autorità reale fosse accompagnata in Torino da diversi sintomi, e che la maggior parte del popolo non si trattenesse dall’esternare la sua avversione alle autorità rivoluzionarie; ed in qual epoca? Precisamente a’ primi giorni di aprile, in quel momento appunto in cui il governo costituzionale erasi maggiormente afforzato nella capitale, in quel momento in cui avea acquistato tanto potere di far pesare sui cittadini quel giogo di piombo di cui parla M. de Beauchamp in altro passo di sua storia. Bisogna convenire che la condotta da questo attribuita al governo costituzionale sarebbe assai bizarra: quando questo partito non era quasi sicuro nella città ove risiedeva, allora secondo lui spargeva il terrore, minacciava la vita di chiunque osasse esternare opinioni realiste (pag. 117 dell’opera di M. Beauchamp), divenuto poi forte, lasciava invece che questa opinione si manifestasse (pag. 129).

    M. de Beauchamp riporta anche, in aria di trionfo, un fatto che, a suo credere, prova ad evidenza come il popolo di Torino si dimostrasse realista in onta del governo costituzionale: «il 6 aprile, dic’egli, gli abitanti illuminarono le loro case per festeggiare l’anniversario della nascita del re Carlo Felice. La giunta non solo non ne avea dato l’ordine, ma non avea nemmeno potuto prevedere questo spontaneo sfogo di veri sentimenti nazionali.» E tutto questo sta molto bene, M. de Beauchamp, ma v’ha una semplicissima osservazione a farvi, ed è che la giunta con suo proclama del 9 aprile, segnato Marentini, e controsegnato Dalpozzo, invitò i cittadini a celebrare l’anniversario del re (Vedi Doc. Y.)

  60. Bisogna ritenere che il governo costituzionale non era riuscito ad assicurare ed estendere l’esercizio di suo potere e la sua influenza che dopo il 1 di aprile, quando cioè ebbe sottomessi e ridotti all’ubbidienza i reali carabinieri.
  61. Fu quivi ch’ebbe luogo una conferenza fra San Michele, Lisio e il conte Della-Torre: l’esito fu quale poteva attendersi nullo. Il conte Della-Torre esigeva che il partito costituzionale si sottomettesse a discrezione, e questa conferenza non servì ad altro se non se a far svanire del tutto la speranza che restava ancora di poter conchiudere la pace, col mezzo del conte di Mocenigo.
  62. Regis era colonnello del reggimento Savoia, e non raggiunse il suo fratello d’armi, Ansaldi, nella cittadella di Alessandria che dopo la partenza del governatore da quella città. I militari tutti apprezzarono in Regis l’uffiziale più esperto dell’armata, ed i liberali non conobbero mai il miglior cittadino.
  63. Era questa l’unica speranza che restasse al Piemonte, ed è in tal modo spiegata la marcia su Novara intrapresa dal governo costituzionale, il quale tentava di togliere ogni ostacolo alla ricongiunzione dei due partiti, e sopratutto non lasciare ai capi controrivoluzionarii ragioni, o meglio pretesti di aizzare contro noi l’armata di Novara. Ed ecco infatti costretti questi capi ad implorare soccorso dallo straniero ed a dichiarare solennemente la loro impotenza.


Note aggiunte

* Così il testo: je n’en ai pas eu le courage; ciò sembrerebbe una confessione di pusillanimità, se non si potesse comprendere che l’A. credè probabilmente inopportuno di provocare nuove persecuzioni poliziesche.

* Le cause per cui si decise il conte di Vallesa a dimettersi sono esposte nel 1° vol., pag. 109 della Storia del Piemonte dell’avv. Brofferio.

* Il Brofferio, nella sua Storia del Piemonte (pag. 136) annovera anche, fra i pochi ufficiali che degnamente si comportarono, il cav. di Colobiano.

* Ad un marchese, ufficiale dalla brigata Guardie, genovese, restò anzi il bizzarro sopranome di mangia-fanciulli. Accertavasi che avesse di propria mano scannato un ragazzo, nascosto sotto di una panca. Taciamo il nome di colui, lieti invece di poter nominare gli altri che operarono generosamente.

* Carlo Bianco, è uno di quegli illustri che più meritarono della patria italiana; perciò crediamo a proposito di riportare qui la biografia di esso, quale si legge nell’Apostolato Popolare (N. 11, 31 agosto 1843).

« L’emigrazione italiana ha perduto un de’ migliori cittadini che gli ultimi cinquant’anni abbian dato all’Italia. Il 4 maggio di quest’anno, Carlo Bianco, nato in una terra piemontese non lontana da Torino, morì in Bruxelles, suicida. Fu l’unica colpa della sua vita; e da quanti dolori, da quante delusioni e amarezze senza conforto ei vi fosse trascinato, Dio solo lo sa: l’indole dell’anima ch’egli avea posto in lui era di non comune fortezza, affinata da lunghe sciagure, e il peso d’angoscia che la prostrò deve essere stato insolitamente grave.

« Carlo Bianco, nato di famiglia patrizia ed agiata, entrò giovine nella milizia. S’accostava il 1821, e gli animi in fermento s’affratellavano nella vasta Associazione de’ Carbonari in cerca d’un intento mal definito e procacciato con mezzi timidi, inefficaci, ma nazionali. Bianco entrò nelle file e con idee che per istinto di cuore e logica di mente erano innanzi d’assai a quelle dei capi: nè allora egli, nuovo d’anni e d’influenza, potè fare che prevalessero, ma le rappresentò con onore nei lavori e nei tentativi che vennero dopo. L’insurrezione lo trovò tenente nei dragoni del re. Stimato e amato dai soldati, primo fra quelli che iniziarono il moto in Alessandria, Bianco meritò menzione specialmente onorevole dallo storico della Rivoluzione Piemontese, Santarosa, e l’avrebbe meritata dalla nazione, se i vizj ch’erano alla base dell’edifizio non l’avessero rovinato nel giro di poche settimane. Bianco, condannato a morte, partì cogli altri per la Spagna, dove la costituzione durava: vi combattè valorosamente per la libertà contro le bande che infestavano, in nome del re assoluto, la Catalogna, e crebbe onore a quel pugno d’Italiani che guidati da Pachiarotti e da Ollini cacciarono fra la Spagna e l’Italia germi di simpatia e di fiducia che un dì frutteranno: poi, quando i tradimenti e l’armi francesi spensero anche quella favilla d’indipendenza, sostenne in Malaga i tormenti di una lunga prigionia che gli rovinò la salute. Appena libero trapassò in Grecia, d’onde, finita la guerra, si ridusse in Malta, e vi soggiornò fino al 1830, quando le speranze ravvivate d’Italia richiamarono dall’attività del pensiero a tentare quella del braccio. Nel 1831 egli era in Lione, dove si preparava una spedizione italiana; e perchè i capi non dichiaravano apertamente intenzioni repubblicane, ei ricusava ogni grado e solamente disegnava seguirla come soldato. Impedito il tentativo dal governo francese, s’affrettò in Corsica d’onde la verificazione d’alcune promesse avrebbe potuto aprirgli un varco all’Italia; ed anche quelle promesse fallirono; e caduta ogni speranza, egli prese soggiorno in Marsiglia, dove venuto a frequente contatto coi capi della Giovine Italia e convinto che quell’Associazione rappresentava meglio d’ogni altra il pensiero nazionale, le diede il suo nome nel 1832. D’allora in poi la vita del Bianco si confuse con quella dell’Associazione, nella quale egli occupò il posto che meritava.

« Membro della Congrega Centrale, Bianco cooperò attivamente ai progressi della Giovine Italia: riesaminò e migliorò i suoi lavori sulla Guerra per Bande, lavori importanti che additano la sola via per la quale l’insurrezione italiana può prepararsi una vittoria infallibile: promosse e firmò gli atti più importanti, nazionali e inter-nazionali dell'Associazione: partecipò nell’impresa tentata sulla Savoia; diede il suo nome al patto di fratellanza che sotto il nome di Giovine Europa fu stretto non molto dopo in Berna fra gli esuli dei tre popoli iniziatori nell’avvenire, Germanico, Polacco, Italiano; e cacciato dalla persecuzione, si ritrasse nei Belgio, a Bruxelles. Tornato, dopo alcuni anni d’inerzia, all’attività coll’Associazione, ei riviveva con tutti noi alla speranza, quando, affiacchito nel fisico, stretto dai debiti incontrati per altri, assalito da cure domestiche, minacciato, com’egli credea, nell’onore per gli obblighi contratti e ch’ei prevedea doversi rimanere insoddisfatti, si tolse di vita. Il suo corpo, trovato a due leghe da Bruxelles, nel canale presso Ruisbroek, ebbe sepoltura il 19 maggio nel cimitero fuori della porta di Ninove. Esuli e non esuli, Italiani e stranieri, segnatamente Polacchi, s’affollarono muti, gravi, compresi da solenne dolore alle esequie. Era l’ultimo tristissimo addio a un uomo che poteva avere, per le opinioni, avversarj, ma non ebbe mai, tanto era buono, un nemico: l’ultima fraterna testimonianza data, qui sulla terra, da anime generose ad un cuore che dopo avere anelato per tutta una vita all’Italia, dovea spezzarsi in paese straniero.

« E questo basti per ora. Bianco lasciò, raccomandato agli amici, perchè anche morendo ei non dimenticava la patria, un volume manoscritto intitolato: «Manuale del rivoluzionario Italiano.» L’Associazione lo pubblicherà, e alcuni più diffusi cenni sulla vita dell’autore verranno prefissi al volume: cenni del resto giovevoli, anzi che a noi, agli stranieri. Fra noi, chi non conobbe Bianco? chi non l’amò? Ben possa l’amore essere operoso: il tributo che noi fratelli suoi paghiamo alla sua memoria, tributo non di sterile compianto, ma d’insistenza costante, irremovibile, sulla via ch’ei seguiva. Il culto dei morti per noi non deve essere che il compimento religioso del pensiero che governò la loro esistenza terrestre.»

* Probabilmente per evitare una scontro con le truppe costituzionali. V. Brofferio, Storia del Piemonte pag. 149.

* Due pezzi di cannone dalle mura sovrastanti al ponte reale vennero rivolti verso la strada di Banchi ove trovavasi il palazzo abitato in allora dal governatore; la truppa era schierata nei dintorni e quando in sul cadere del giorno un attruppamento si era formato sotto il palazzo anzidetto, due colpi di cannone, caricato a sola polvere, lo dispersero. Ma la sera successiva accorso nuovamente il popolo, due scariche di mitraglia seminarono di morti e feriti la strada. Si dissero quei colpi effetto di un malinteso, e die’ luogo a crederlo l’essersi con tal fuoco tirato anche sulla truppa che stava collocata di fronte sotto la Loggia; dimodochè più i soldati che i cittadini ne furono offesi. Cionondimeno questo fatto, coll'esacerbare gli animi, contribuì non poco agli avvenimenti del giorno seguente.

** Nel giorno 23 di marzo quattro bassi uffiziali della legion reale leggera: Michele Sismondi, Giuseppe Faraut, Pietro Robioglio e Leone Rolla, uscirono dal quartiere delle Grazie alla testa di tre compagnie armate, gridando Viva la Costituzione. Nello stradone di sant’Agostino s’imbatterono nel capitano Arnaud il quale voleva coll’autorità del grado, e colle parole sforzarli a tornare addietro, ma colto esso da due archibugiate, proseguirono sino al palazzo Ducale, ove unitisi con altra compagnia ch’era ivi di guardia, trassero con immenso popolo ad assalire il palazzo del governatore. Quei quattro vennero nel maggio del successivo anno 1822 condannati a morte, in effigie, dal senato di Genova, che nella sua sentenza (Vedi Doc. R.) li dichiarò traditori del re, nemici della patria, perchè autori e promotori di sconvolgimento del legittimo governo, ad onta della dichiarazione del re pubblicata il giorno 24 dal governatore. — Ma nel mentre il governatore pubblicava questa dichiarazione, aggiungendo nel suo proclama, come il reggente vi si fosse uniformato, un corriere giunto da Torino, narrando quella città tranquillamente costituzionale sotto la reggenza del principe di Carignano, smentiva il proclama, spargeva grave dubbio sulla dichiarazione. Più, il governatore richiesto delle prove non seppe darle. Avea dunque mentito? Era dunque il suo un attentato alla costituzione? Tale dimostravalo una fatale apparenza, tale avealo giudicato un popolo intero. Era dunque il conte Desgeneys che dovette sembrare agli occhi di quei militari traditore del re, sovvertitore di quel governo legittimo, cui dessi non faceano che difendere, sostenendo la costituzione giurata da Carlo Alberto, Autorità legittimamente costituita dal re Vittorio Emanuele. Ma che monta? Guai se la legge per comandata severità, o per brama di gradire al potere si fa ministra di regali vendette!

* Sottratto a morte imminente, spaventosa, lo conducevano in custodia al palazzo Ducale, ma il terrore del corso pericolo, gl’improperii, gl’insulti che d’ogni parte piovevano su lui, gli tolsero le forze, e giunto appena sulla piazza Campetto, svenne, e fu trasportato in casa di Giacomo Sciaccaluga da dove emanò poco dopo il decreto che formava la commissione di governo.

* «......e nel 1820 il popolo con mirabile rivolgimento fece a sè stesso leggi migliori. Ingannato e tradito, non le difese; la sua caduta era inevitabile, gli fu colpa cader vilmente.» Colletta, ultima pagina della Storia del reame di Napoli.

* Ci spiace assaissimo non poter inserire, assieme agli altri decreti, relativi alla instituzione dei capi politici, questo che molto ci stava a cuore; ma le ricerche per averla furono vane (Vedi Doc. V. X.).

* Parlando di questo Vescovo l’esimio deputato Brofferio nel suo rapporto sulla scandalosa pratica dell’odierno vescovo d'Asti, presentato alla Camera nella seduta del 7 settembre 1849 (volendo recare un esempio del come il governo d’allora avesse saputo percuoterlo senza darsi tanta soggezione di Roma perchè contrario a sue mire) ne fa sapere:

“Nel 1821 era in Asti un santo vescovo, Antonino Faa, il quale, promulgata in Piemonte la costituzione, dettava una pastorale per invitare i fedeli della sua diocesi all’osservanza delle leggi costituzionali, e di città in città, di villaggio in villaggio le parole del buon vescovo suonarono su tutti i labbri, vibrarono in tutti i cuori.

Tornava il governo assoluto e non si aveva ribrezzo di far arrestare il vescovo d’Asti e chiuderlo per tre mesi in un convento di cappuccini, d’onde non potè ricuperare la libertà, che a condizione di fare una pubblica ritrattazione; e la fece: ma tanto n’ebbe il cuore angosciato che poco stante venne in fin di vita.”

* «... Nel dì 6 corrente (aprile) il quartier generale dell’armata reale ch’erasi due giorni prima trasferito in Vercelli, ritornò a Novara, e Vercelli fu occupata dai rivoltosi verso le ore 3 pomeridiane dello stesso giorno.» Relazione officiale del conte Della-Torre inserita nella Gazzetta Piemontese.

** Valgano a compensarlo, la gran croce dell’ordine di S. Leopoldo, e l’ordine di S. Alessandro Newsky in diamanti, che gli spedirono da Laybach l’imperatore d'Austria, e l’altro di Russia, accompagnate dai rispettivi ed affettuosi autografi!!