Le Mille ed una Notti/Storia di Agib e di Gharib

Storia di Agib e di Gharib

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NOTTE DCCXXI-DCCXCIII

STORIA

DI AGIB E DI GHARIB1

— Il re Kendemar, che regnava un tempo a Kufah, ebbe in sua vecchiaia un figlio chiamato Agib, cioè Maraviglioso, essendo di straordinaria bellezza. Non [p. 85 modifica] risparmiando il padre cura veruna per dargli un’eccellente educazione, lo fece istruire in tutte le scienze e nel maneggio dell'armi, all’uopo di renderlo un principe saggio e valoroso. Ma Agib dimostrò maggior gusto per le armi che per le scienze; amava appassionatamente la caccia, i tornei, le imprese guerresche, e faceva scorrerie ne’ paesi limitrofi per esercitarvi ogni sorta di depredazioni.

«Il padre di Agib risentiva vivissimo dolore vedendo la condotta del figlio, il quale, in età sì tenera, davasi al saccheggio. Lo fece aspramente battere colle verghe, e quindi gettare in un carcere sì tetro, ch’era impossibile distinguervi il giorno dalla notte, ed inoltre sì basso, che appena poteva starvi in piedi. Alcuni giorni dopo il re, ad istanza della corte, lo fe’ riporre in libertà; ma in capo a qualche tempo, avendo il principe trovata l’occasione di penetrare nella camera del padre mentre dormiva, l’uccise, e s’impadronì del trono. Circondato dalle guardie, costrinse i grandi dell’impero a prestargli omaggio; questi, colti da terrore all’aspetto della sciabola dei carnefici che accompagnavano il tiranno, baciarono la terra a’ suoi piedi, e lo riconobbero per sovrano.

«Distribuironsi allora abiti d’onore e presenti ai capi delle tribù arabe indipendenti, venuti piuttosto coll’idea di ricevere que’ doni che per prestare giuramento di fedeltà al nuovo re. Così erano scorsi tranquillamente cinque mesi, allorchè una notte il re destossi turbato da un sogno spaventoso, essendogli comparso suo padre, il quale aveva lasciato cadere dall’abito alcun che di somigliante ad un sorcio, il qual oggetto, ingrossando a vista d’occhio, mutossi in un animale feroce, di aspetto terribile ed armato di formidabili unghioni, che slanciatosi addosso ad Agib, gli lacerò le viscere. Immantinente furono chiamati gli interpreti de’ sogni. — Questo sogno, » e’ dissero, «si[p. 86 modifica]gnifica che il re deve stare in guardia contro un fratello che lo minaccia de’ maggiori danni. — Siete tanti impostori,» gridò il re; «io non ho fratelli. —

«Poscia, fatto bastonare gl’interpreti, recossi nell’appartamento dove stavano rinchiuse le donne del padre per farvi egli medesimo le più severe indagini, e trovata una schiava incinta di sei mesi: — Si anneghi sul momento! «gridò. Gl’incaricati d’annegarla, la trovarono sì bella, che n’ebbero pietà, e sperando di soddisfare alle ree brame che quella bellezza ispirava loro, la condussero in una folta selva; ma mentre quegli sciagurati stavano per trionfare della loro vittima, furono d’improvviso assaliti da una banda di negri. Durante la mischia, la schiava cacciossi entro la foresta, dove, per l’agitazione e lo spavento, mise alla luce, nel settimo mese della sua gravidanza, un bambino d’avvenenza maravigliosa, ch’essa chiamò Gharib, riguardo al luogo di sua nascita.

«Viveva la sfortunata in quella selva di radici e frutti silvestri, e vi allattava il suo figliuolino. Un giorno fu risvegliata da un gran tumulto di caccia; era l’emiro Mardas, della tribù di Kahtan, il quale veniva a divertirsi nella foresta, accompagnato da cinquecento emiri della sua tribù. Scorta la giovane col suo bambino, ordinò che se ne avesse cura; quindi la condusse seco, la sposò, e n’ebbe un figlio, cui fu dato il nome di Sehmalleil2. Crebbero i due fanciulli insieme, e furono istruiti in tutti gli esercizi ne’ quali devesi segnalare un cavaliere arabo. Ciascuno aveva sotto i propri ordini mille uomini, con cui balestravano ed inquietavano i nemici del padre, avendone esso molti.

«Un giorno, essendosi Mardas recato presso l’emiro Hassan, figlio di Thabet, che celebrava le nozze [p. 87 modifica] di sua figliuola, Gharib restò con quattrocento uomini per vegliare alla custodia del serraglio. Al suo ritorno, Mardas vide con maraviglia molti uccelli di rapina sulle palizzate del campo della sua tribù, ed altri volteggiare per l’aria e contrastarsi brani di cadaveri. Hamb, figlio di Magied, capo della tribù di Bunhan, al quale Mardas aveva negato sua figlia Mahadiyeh, erasi giovato dell’assenza dell’emiro per rapirla, essendosi Gharib e suo fratello assentati per andar a caccia. I cavalieri della tribù di Bunhan, sterminati quelli della tribù di Kahlan, impadronivansi di Mahadiyeh appunto nel momento in cui capitarono Gharib e suo fratello Sehmalleil. Piombano questi come il fulmine sui predoni, tolgono loro di mano la fanciulla, e la testa di Hamb adorna il ferro della lancia di Gharib. Mardas e tutta la tribù lo salutarono liberatore del serraglio, e lo colmarono dei segni della loro riconoscenza. Ma il giovane, dopo che l’aveva liberata da’ suoi rapitori, arse della fiamma più cocente per Mahadiyeh, sì che il rumore dell’amor suo, sparsosi per tutta la tribù, giunse all’orecchio di Mardas, il quale divenne furioso perchè un bastardo come Gharib (poichè l’intera tribù lo considerava come tale) osasse gettare gli occhi su sua figliuola. — È forza ch’io gli dia la morte, » gridò, «poichè son disonorato! —

«Consultati i primari della tribù intorno al partito da prendere, essi, che mettevano, al par di lui, tutta l'importanza nella nascita, furono pure d’avviso che bisognava disfarsi di Gharib. Incaricatisi quindi dell’esecuzione di tale disegno, si posero in agguato con cinquecento ladroni de’ più valenti e meglio armati. Ma d’improvviso comparvero cinquecento cavalieri amaleciti, alla testa de’ quali era il fratello di Hamb che veniva a vendicarne la morte, e piombando su Mardas, lo fecero prigioniero insieme [p. 88 modifica] a tutti quelli che non caddero sotto la sciabola. Il solo Sehmalleil si salvò colla fuga, e tutto grondante di sangue venne arrecare alla sorella Mahadiyeh la nuova del funesto combattimento.

«Aveva Sehmalleil accompagnato il padre senza essere partecipe della trama ordita contro la vita di Gharib, ed allorchè sua sorella, la quale sospettava lo scopo di quella spedizione, gli fece parte delle sue congetture, ne risenti la più violenta indignazione. — Non v’ha che Gharib, il quale salvar possa mio padre!» sclamò egli. Corse da lui, balzarono ambedue a cavallo, e si diressero verso il luogo dove Mardas era stato attaccato: in mezzo alla notte udirono nitriti di cavalli. — Eccoci giunti, » disse Gharib al fratello; «tieni il mio destriero per la briglia; io andrò alla scoperta.» E passando fra i nemici immersi in profondo sonno, giunse felicemente sino a Mardas, legato ad un palo della tenda, ed il quale lo scongiurò, per gli occhi di sua figlia, a fargli ricuperar la libertà. — Ben v’acconsento, » rispose Gharib, «se la mano di Mahadiyeh ne sia il premio.» Mardas glie la promise con solenne giuramento. Allora il giovane, slegato Mardas e cento altri cavalieri in silenzio:

— Prendete i vostri cavalli, » disse loro, «e svegliate i nemici col grido di guerra della tribù di Kahtan.» Fu seguito il consiglio; cominciò la strage, e tutti quelli risparmiati dalla sciabola, caddero prigioni. La tribù intiera, uomini e donne, vennero incontro a Gharib per salutarlo qual vendicatore e liberatore dei loro parenti. Ma quella luminosa azione, lungi dall'ispirare a Mardas sentimenti di benevolenza pel giovane, non fece che maggiormente irritarlo ed accrescerne l’invidia. — Come potremo, » disse a’ suoi consiglieri, «negargli la mano di Mahadiyeh? — Incaricatelo;» risposero essi, «di qualche impresa nella quale non possa che [p. 89 modifica] difficilmente riescire.» Piacque il consiglio, ed allorchè Gharrib presentossi all’assemblea per domandare la mano di Mahadiyeh, Mardas gli disse: — Figliuolo, ho giurato per le immagini di tutti gli Dei3, di non concedere mia figlia se non a chi mi vendicherà de’ miei nemici. — Non avete che a parlare, padre mio,» rispose Gharib; «qual regione debbo devastare? di qual re è d’uopo recarvi il capo? — Aveva un figlio, » riprese Mardas, «il quale, smarritosi un giorno ch’era andato a caccia, fu in una valle incontrato da un nero gigante alto settanta palmi, che lo divorò co’ suoi cento compagni, tranne un solo che venne ad annunziarmi la funesta novella. Giurai allora di non dare mia figlia se non a chi mi vendicasse di quel gigante. — Me ne prendo l’incarico, » sclamò Gharib; «ma giuratemi di concedermi la mano di Mahadiyeh.» Mardas glie lo giurò alla presenza di tutta la tribù, e Gharib si sentì trasportato di gioia.

«Subito la mattina appresso, salì a cavallo, e gli si unirono dugento de’ suoi giovani compagni d’armi, per partecipare alla gloria ed ai rischi della pericolosa impresa. Era da tre giorni in cammino, allorchè la sera del quarto fermaronsi appiè d’un’alta montagna. Durante la notte, Gharib, lasciati i compagni, salì sul monte in cerca di qualche avventura, e vide un lume uscire da una grotta scavata nel fianco della rupe; vi entrò, e trovò un vecchio, dell’età di trecento anni almeno, cogli occhi coperti da folte sopracciglia e la bocca da lunghissima barba. Lo sceik, inoltrandosi verso Gharib, gli volse queste parole: — Non sei tu uno di quegl’infedeli che adorano idoli di pietra, invece del vero Dio, che è il Signore ed il Creatore del giorno e della notte? [p. 90 modifica]

— Dov’è questo Signore, » chiese Gharib, «affinchè io lo adori? — Dovunque ed in nessun luogo, » rispose lo sceik; «ei vede tutto, e niuno lo vede; abbraccia il tempo e lo spazio; creò gli uomini e gli angeli; rivelasi per la voce de’ profeti; riserva le beatitudini del paradiso a quelli che l’obbediscono, ed i tormenti dell’inferno a coloro che mostransi ribelli alla sua voce. — E chi siete voi, padre,» soggiunse Gharib, «voi che conoscete questo Dio unico, vero e sì buono? — Sono,» il vecchio rispose, «un discendente del popolo d’Aad, al quale Iddio mandò il profeta Hund. Avendolo il mio popolo risguardato come un impostore, fu annientato da tremenda bufera; io solo, in premio della mia fede, campai la vita. Il popolo di Themud, che prese per un furbo il profeta Saleh, provò la medesima sorte della mia tribù, al par di Nembrotte che volea ardere il profeta Abramo. Io solo credetti a questo profeta, ed è per suo consiglio che servo Dio in codesta spelonca. — «E cos’è d’uopo fare per privare la sua fede?» domandò Gharib. — Dite, » rispose lo sceik: «Non v'è altro Dio che Dio, ed Abramo è il diletto di Dio.» Pronunziò il giovane le parole, e nel medesimo istante sentissi nel cuore le dolcezze della vera fede, o dell’Islam4. Volle il solitario saperne il nome e la storia; Gharib glie la narrò, e giunto a ciò che concerneva il gigante del quale intendeva purgare la terra: — Siete insensato, o figlio, » gli disse il vecchio, «a volervi misurare con questo gul, che vi divorerebbe quand’anche aveste con voi un esercito di diecimila uomini. Quel gigante è figlio di Hindia, uno dei figliuoli di Ham, il quale fu il primo a popolare l’India. [p. 91 modifica] Scacciato da quel paese in causa de’ suoi misfatti, è venuto a stabilirsi qui, dove esercita il mestiere di ladrone, ritirato nella valle, dove ammassò innumerevoli tesori. Tremo per voi, figliuol mio, ma almeno, quando l’affronterete, abbiate l’attenzione di dire: Allah Akbar, cioè Dio è grande! Quanto a me, m’incaricherò di pregare per voi. Intanto, prendete quest’armi; ecco una clava di ferro guernita d’anelli: quando la s’imbrandisce, gli anelli fanno un rumore simile a quello del tuono; ecco una cintura lunga tre pertiche e larga tre palmi; ecco in fine un elmo, una corazza ed un libro di preghiere. Ora andate a trovare la vostra gente,» soggiunse il vecchio terminando; «annunziate loro l’Islam, e cominciate la vostra impresa invocando il nome di Dio. —

«Gharib, raggiunti felicemente i compagni, li convertì all’Islam, facendo loro fare la professione di fede che il vecchio aveva da lui richiesto. D’improvviso comparve un cavaliero intieramente coperto di ferro, ed armato sino ai denti. Direttosi a Gharib, l’assalì, e pugnarono insieme alcun tempo, allorchè l’incognito, alzatasi a un tratto la visiera, si fe’ riconoscere. Era Sehmalleil, il quale, essendo assente quando Gharib era partito per la sua impresa, veniva a raggiungere il fedele compagno d’armi. Si tennero a lungo abbracciati, e quindi, fatta da questi professare a Sehmalleil la vera fede, si misero insieme in via per andar a cercare nella valle il nero gigante.

«Questi, veduto da lungi un nembo di polvere che si avvicinava, comandò a’ suoi figli di condurgli quella preda. Partirono all’istante di gran galoppo cinque cavalieri amaleciti; Gharib chiese loro chi fossero e cosa volessero. Yethun, primogenito del gigante, rispose: — Scendete di cavallo affinchè vi prepariamo per la colazione di nostro padre, allesso, arrosto ed in guazzetto.» Inoltratosi allora Gharib [p. 92 modifica] contro di lui agitando la clava, i cui anelli mandarono uno strepito simile al fragor del tuono, Yethun rimase colpito di terrore, e l’altro menatogli colla clava un colpo sulle spalle, colui cadde al suolo come un dattero maturo; laonde impadronitisi di lui, lo legarono ben bene. Tre de’ suoi compagni ebbero la medesima sorte; ma il quinto scampò, e corse a riferire al gigante la sconfitta e schiavitù de’ fratelli. — Siete tanti poltroni, » sclamò questo, «indegni della mia schiatta.» Sì dicendo, sradicato un albero, avanzossi tranquillamente verso il luogo dove Gharib ed i suoi compagni eransi fermati. Col primo colpo di quell’arme ne uccise cinque: Sehmalleil evitò il secondo che gli era destinato. Furioso d’averlo scagliato indarno, piombò il gigante su di lui come il crudel avvoltoio piomba sui debole passero: ma quando Gharib vide il pericolo dell’amico, imbrandì la clava gridando: Allah Akbar! Allah Akbar!.» e recitò la sua professione di fede, scaricando in pari tempo sì violento colpo sui fianchi del gigante, che lo stese al suolo. Fu l’infedele legato come i cinque suoi figliuoli; poscia li trascinarono, come fasci di riso, nel luogo dove il gigante aveva ammassati i suoi tesori. Mille e cento schiavi vi si trovavano incatenati ad anelli di ferro. Gharih sedette, circondato da tutti i suoi compagni, sul trono del gigante, che chiamavasi Lasussa, figlio di Scedid, figlio di Scedad, figlio d’Aad. — Razza maladetta, come state adesso?» disse Gharib al gigante. — Malissimo, » questo rispose, «poichè siamo legati come balle di mercanzie. — Ebbene, » riprese il giovane, «abbraccia la mia credenza, riconosci il Dio che ha creato la luce e le tenebre, e di’: Non v’ha altro Dio che Dio, ed Abramo è il diletto di Dio!» Pronunziò il gigante le parole, e convertissi con tutti i suoi figli all’islamismo. Voleano poi baciare a Gharib i piedi per ringraziarlo della libertà; ma egli negandolo: [p. 93 modifica] — Amici, » lor disse, indicando gli schiavi, «chi sono que’ mille e cento giovani? — È il prodotto dell’ultima nostra caccia in Persia, » risposero, «e non è tutto. — Che cosa avete di più? — Abbiamo cento giovani bellezze e la principessa Fakhartadj5, figliuola del re Scebur. L’incontrammo nell’ultima nostra partita di caccia, con una scorta di mille cinquecento cavalieri; quattrocento caddero mordendo la polve, gli altri furono fatti prigionieri, e son quelli che vedete attaccati agli anelli di ferro. — Non avete fatto ingiuria alla principessa?» chiese Gharib. — Dio ce ne guardi, » risposero i figli dei gigante; «non le abbiamo nemmen torto un capello, e le usammo tutti i riguardi che devonsi ad una principessa, il cui padre ha un esercito abbastanza poderoso per vendicare gli oltraggi che potessero farsi a sua figlia. Abita essa un palazzo edificato appositamente per lei.» Gharib vi si fece condurre, e trovò la fanciulla immersa nel pianto, simile alla luna oscurata da un nugolo piovoso, la quale peraltro, vedendo un cavaliere sì vezzoso, inoltrossi verso di lui per baciargli la mano, e gli si sarebbe gettata a’ piedi, s’ei non l’avesse impedito. — Signore, » gli diss’ella, «concedetemi la vostra protezione contro questo miserabile ladrone gigante, la cui passione brutale m’ispira tanto terrore. Salvatemi, ve ne scongiuro; sarò lieta d’essere la schiava de’ vostri schiavi.» Avendola Gharib rassicurata, le restituì le sue donne, e la pose in libertà. — Non è, » le disse poi, «la curiosità che mi spinge, ma permettete, o principessa, che vi chiegga per qual motivo correvate le pianure ed i deserti, così esposta a cadere in mano de’ malandrini? — Mio padre, » ella rispose, «e tutti i suoi sudditi professano, come sapete, la religione de’ Magi. Nel nostro [p. 94 modifica] paese v’ha un grande monastero, chiamato il monastero del Fuoco, dove tutte le giovani si recano una volta all’anno per dedicarsi a certi esercizi religiosi per un mese intero. Io era in via per trasferirmi colà accompagnata da una scorta, quando caddi negli artigli di questo gul. — Non temete, principessa, » disse Gharib; io vi ricondurrò a casa vostra.» Quindi ritiratosi per riposare, alla domane l’eroe, il gigante ed i figli di lui fecero la loro preghiera del mattino composta di due rikaat, secondo il precetto di Abramo. Allora Gharib, voltosi al gigante, gli disse: Vorreste mostrarci le maraviglie della Valle dei Fiori? — Volentieri, » rispos’egli. La principessa e le sue schiave, Gharib ed i compagni salirono a cavallo, e durante quel tempo il gigante fece preparare dalla sua gente un superbo banchetto.

«Giunti al luogo ove tendevano i loro passi, stupirono all’aspetto delle seducenti maraviglie di sì bella valle. Uccelli di mille specie deliziavano gli occhi colle brillanti penne, e l’orecchio coi melodiosi gorgheggi. La rosa ascoltava attenta i lamentevoli accenti dell’usignuolo; le colombe e le pernici parea che conversassero insieme. Per tutto l’anno, gli alberi erano carichi di frutta; gli aranci splendeano in mezzo alle foglie come la luce d’una fiaccola, ed i datteri stavano sospesi in ghirlande dorate. Potevasi dire con un poeta:

«Allorchè gli augelli udir fanno i lor canti, ne sono scosse le foglie degl’alberi.

«Respirasi qui l’aere del paradiso; qui si trova tutto ciò che lo compone: frutti olezzanti, ombre fresche, limpide acque.»

«Al vedere tante bellezze, Gharib, trasportato fuor di sè, fece erigere la tenda della principessa, ed ordinò che s’imbandisse il pranzo. — Non avete vino?» chiese al gigante. — Vi domando perdono, » [p. 95 modifica] rispose questi, «ne ho una cisterna piena di squisito.» Se ne fece portare, e si passò il tempo abbandonandosi ad ogni sorta di piaceri. Intanto Gharib, rammentando il proprio amore per Mahadiyeb, improvvisò questi versi:

«Rammento i giorni felici che presso di te passai, ed a tal ricordanza il mio core tutto si accende.

«Mille saluti, mille preci, mille voti per te, o sovrana dell’anima mia! per me, io sospiro, languo e moro!»

«In tal guisa passarono tre giorni in quel sito, gustando piaceri e diletti continui. Il quarto, Gharib disse al fido Sehmalleil: — Prendi teco cento cavalieri, e va ad invitare tuo padre che venga qui, dove ogni giorno lo tratterai splendidamente; nel frattempo, io condurrò la principessa al re suo padre. E voi, »soggiunse, rivolto al gigante, «co’ vostri figliuoli custodirete il palazzo; poichè se il padre di Fakhartadj vi vedesse, voi rapitore di sua figlia, potrebbe venirgli voglia di banchettare della vostra carne e bere nel vostro cranio. Perciò è meglio che restiate a casa.» Sorrise il gigante. — Vengano, » rispose, «tutti i popoli della Persia e del Dilem, e farò loro bere la coppa della morte! — Per evitar dispiaceri, » disse Gharib, «resterete a casa. — Udire è obbedire, » risposo il gigante. Sehmalleil si pose in cammino per tornare alla sua tribù, e Gharib si diresse verso la Persia, per rendere al padre la principessa. Aveva quel re provata vivissima inquietudine non vedendo la figliuola tornare dal monastero del Fuoco, ed avendo quaranta visiri, il più anziano de' quali chiamavasi Vidam: — Presto, mio caro Vidam, » gli disse, «spedite un corriere al monastero del Fuoco per sapere cosa sia avvenuto a mia figlia che le impedisca di tornare.» Partì il corriere sul momento, e giunse al chiostro; ma i [p. 96 modifica] religiosi gli dissero di non avere in quell’anno veduta la real donzella.

«Udita da Scebur la funesta notizia, gettò per terra il diadema, strappossi la barba bianca pegli anni, e cadde privo di sensi. Quando riaprì gli occhi, pronunziò questi versi:

««Invoco le lagrime e la pazienza; ma le sole lagrime rispondono alla mia voce.

««Il destino ed il tempo furono quelli che mi hanno da te diviso: quanto ingiusti sono il tempo ed il destino!»»

«Comandò quindi a dieci suoi generali di mettersi ciascuno alla testa di mille cavalieri, e percorrere il paese in direzioni diverse, per procurar di saper nuove della figliuola.

«Questa erasi posta in viaggio sotto la scorta di Gharib per tornare alla corte del padre, e la carovana camminava da dieci giorni, senza aver incontrata nessuna avventura; ma l’undecimo, fu visto un gran nembo di polvere che avvolgeva una truppa di mille cavalieri. Era la tribù dei Beni Hital, sotto gli ordini di Sansone Ben Algiurab. — Avanti! all’assalto!» gridò Gharib ai suoi; ed immantinente questi scagliaronsi gridando: — Al sacco! al sacco! Allah Akbar! Allah Akbar!» Tutto il giorno durò la pugna, e quando venne la notte a separare i combattenti, cinquecento Arabi dalla parte di Sansone e cento Persiani da quella di Gharib aveano morso la polve. — Per la mia vita,» sclamò Sansone, «io non aveva ancor trovato un cavaliere sì valoroso come quel giovane; ma domani combatteremo assieme in campo chiuso!» Dal canto suo, la principessa venne incontro all’eroe e ne baciò la staffa, esprimendogli tutta l’inquietudine provata per la di lui sorte. Gharib, lavato il sangue e la polvere ond’era coperto, si pose allegramente a cena: ma la mattina appresso, ai primi raggi del sole, ricominciò il conflitto. Un [p. 97 modifica] cavaliere amalecita, discendente di Scedad, figlio d’Aad, ed armato d’una mazza di ferro, corse addosso a Gharib, ch’ebbe d’uopo di tutta la sua destrezza per evitare il colpo che, se l’avesse colto, lo avrebbe atterrato. Egli però rispose all’avversario con altro colpo di clava che gli spezzò il cranio, sorte ch’ei fece subire al secondo, al terzo, in somma a tutti quelli che si presentarono dopo.

«Allora uscì dalle file l’emiro Sansone, e: — Cane d’Arabo, » gli gridò, «chi sei tu che osi misurarti coi miei cavalieri? — Bada a te, » rispese l’eroe; «olà, ritirati!» E combatterono a lungo a piedi ed a cavallo: i colpi succedeansi con incredibile rapidità; ma infine Sansone cadde sotto gli sforzi di Gharib. Nel medesimo istante però tutti gli Arabi precipitaronsi su di lui per vendicare la morte del loro emiro; Gharib non perdette il cervello, chè non cessava di gridare: Abramo! Abramo! e Allah Akbar! — Che cosa significano mai queste parole?» chiedeansi i nemici. «Qual maravigliosa potenza hanno esse perchè ne abbandonino così le forze ed il coraggio? Non avevamo ancor mai udito grido di guerra sì terribile; cessiamo dalla pugna, e consultiamo sul partito da prendere.» Deposte le armi, scelsero dieci di loro per andar da Gharib.

«— Chi adorate voi?» chies’egli ad essi. — Noi discendiamo da Noè, » risposero, «ed adoriamo la Necessità ed il Tempo. — Come!» sclamò Gharib; «non adorate il Dio creatore del cielo e della terra, il Dio che innalzò le montagne, ed ha ornati gli alberi di verzura; che fa scaturire le fonti dal seno delle rupi, che provvede alla sussistenza degli animali in mezzo ai deserti, che è il Dio vendicatore ed unico?» Tali parole toccarono il loro cuore. — Saremo felici, » gridarono, «se vorrete farci abbracciare la sua religione. — Ebbene, dite: Non v’ha altro Dio che [p. 98 modifica] Dio, ed Abramo è il diletto di Dio!» Pronunziata tal formola, tornarono alla loro tribù, alla quale annunziato l’islamismo, convertirono così alla vera fede gli adoratori del fuoco.

«Tornati poscia con tutta la tribù a baciare le mani a Gharib, gettaronsi a’ suoi piedi per riceverne gli ordini e rendergli omaggio.

« — Andate, » loro diss’egli, «andate tutti alla valle de’ Fiori, dove troverete il gigante della montagna, Lasussa, figliuolo di Scedid. S’ei vi facesse ostile accoglienza, proferite la vostra professione di fede, e non avrete più nulla a temere da parte sua.» Fecero essi quello che Gharib aveva loro ingiunto; il gigante della montagna li richiese che cosa cercassero; narrarongli essi la loro avventura, e subito il gigante assegnò per loro dimora un sito amenissimo della valle dei Fiori.

«Nel frattempo, Gharib proseguiva la sua strada colla principessa di Persia. Aveano già viaggiato cinque giorni, allorchè videro un gran turbinio di polvere: erano mille dei cavalieri spediti dal re in cerca della figliuola. Tosto Gharib fece innalzare le tende per ricevere il capo di quella schiera, che venne a render omaggio alla principessa, ed a cui ella raccontò come fosse stata rapita dal gigante, il quale però erasi comportato verso di lei con tutti i riguardi, e liberata in fine da Gharib.

«Toman (così chiamavasi il capo di quella truppa) baciò le mani ed i piedi a Gharib, e lo pregò di permettergli di precederlo ad Isfahan ad annunziare al re la lieta notizia. Partì adunque, e gettatosi a’ piedi di Scebur, questi svenne per la gioia, nè rientrò in sè se non dopo che l’ebbero spruzzato con acqua di rose. Si fece poi narrare minutamente tutti i patimenti di Gloria-della-Corona, e quindi: — Aimè! povera figlia!» sclamò; «è un’eroina! È uscita [p. 99 modifica] veramente dal mio sangue, poichè seppe conservare intatta la sua virtù tra le mani d’un miserabile ladronel» Fece poi dare a Toman una pelliccia d’onore con diecimila zecchini, e lo destinò governatore della città d’Isfahan.

«In breve il rumore della lieta novella si diffuse nel serraglio e per tutta la città, sollecitandosi ciascuno ad annunziarla onde raccoglierne una buona ricompensa. Da per tutto vedevansi persone vestite di kaftani ricevuti in premio della grata notizia. Si ripulirono le strade, ornaronsi le facciate delle case per l’ingresso solenne della principessa, e Scebur venne con tutta la corte incontro alla figlia. Quando Gharib, vide, il monarca, balzò da cavallo, e voleva gettarsegli a’ piedi; ma Scebur lo fece rialzare, e stringendolo tra le braccia, gli diede mille contrassegni della sua gratitudine per aver salvata dalle mani del gigante sua figliuola, comparsa la quale, egli si abbandonò a tutta la sua tenerezza; dopo que’ primi sfoghi dell’amore paterno, le disse: — Quanto riedi a proposito, o figlia! Il re Kharakhah, che ti aveva chiesta in isposa, ha testè mandato centomila zecchini per tua dote; tu sai quant’egli sia grande e potente. — Ma io non lo sposerò, » rispose con accento fermo la principessa; «appartengo a Gharib. — Mia figlia non ha torto, » disse il re, volgendo gli occhi su questi, «mia figlia non ha torto di amare codesto Beduino. Per la mia vita, non vidi mai giovane così compito!» Si diè uno splendido banchetto, finito il quale si fece trionfale ingresso nella città, in cui Gharib marciava a fianco del re, ed andò poi a sedere vicino al trono circondato da tutti i grandi della corte.

«— Tutti quelli che mi amano, » disse il re, «diano un abito d’onore a Gharib!» Appena aveva egli pronunziate quelle parole, che pellicce e kaftani caddero [p. 100 modifica] sul giovane da tutte le parti. Per dieci giorni intieri non furono che feste continue; l’undecimo, Gharib volle accommiatarsi dal re.— Non lo permetterò certo, » rispose il principe; «devi restare alla mia corte almeno un mese. — La maestà vostra si degni di scusarmi, » rispose Gharib, e ma io amo una giovane araba, e volo a’ suoi piedi. — Dimmi, » chiese il re, « la tua amante ha essa maggior merito di mia figliuola? — Qual paragone, gran re!» riprese Gharib. «Tra lo schiavo ed il padrone, la distanza è infinita. — Or bene, » soggiunse il re, «Fakhartadj è tua schiava, tu l’hai tratta dalle mani del gigante, ed ella dev’essere tua moglie. — Ma una principessa esige una dote ragguardevole; perdonate, gran re, io non sono che un povero Beduino. — Parli indarno. Il re Kharakhah mandò per dote di mia figlia centomila zecchini, ma io preferisco darla a te senza dote.» E voltosi in pari tempo ai grandi della corte che lo circondavano: — Vi prendo a testimoni che voglio dare mia figlia Gloria-della-Corona in consorte a Gharib.» Non potendo più oltre ricusare quell’unione, il giovane acconsentì di buona grazia, ed offrì di dare per dote i tesori del gigante della montagna.

«— Non li voglio, » disse il re; «la sola cosa che esigo dallo sposo di mia figlia è la testa di Gemerkan, re del Gran Deserto. — Permettetemi, » riprese Gharib, «di andar a prendere il resto de’ miei compagni, affinchè mi secondino nell’impresa. » Ma Scebur non volle acconsentirvi, per timore che non tornasse più. Il giorno appresso v’ebbe un torneo alla presenza del re, e Gharib chiese il permesso di rompere una lancia coi cavalieri persiani. — M’impegno, » diceva, «di prendere la lancia coi denti, e parare tutti gli assalti.» Fece il re bandire simile disfida, e tosto comparvero nella lizza milledugento cavalieri. [p. 101 modifica]

«Erano essi i primari della corte, e gelosi della gloria e della fortuna di Gharib, cercavano di render pericolosi i colpi che gli menavano. Ma egli, posta ogni fiducia in Dio ed in Abramo diletto di Dio, avanzossi coraggiosamente contro gli avversari, e li fe' votar tutti d’arcione senza difficoltà, benchè non tenesse la lancia se non colla cima dei denti. Al torneo susseguì un banchetto, dove si mangiò bene e si bevve meglio. Il re volle pur trattare lautamente l’ospite la sera che precedette il giorno in cui partir doveva pel Gran Deserto; Gharib, che non era gran bevitore, ubbriacossi un poco, e volendo ritirarsi, si smarrì di stanza in istanza, finchè giunse nell’appartamento della principessa, la quale, non appena l’ebbe veduto, comandò alle schiave d’uscire e lasciarla sola col giovane, e corsa a gettategli al collo: — Mio caro Gharib, » gli disse, «son vostra schiava; mi liberaste dalle mani del gigante, ed il tesoro, che col rischio della vita ho preservato contro gli attentati di quel miserabile, v’appartiene.» Non trovò Gharib nulla da opporre alla conseguenza del discorso della principessa; ma corrispose alle sue carezze, e passò con lei la notte.

«Essendosi il re in quel giorno alzato per tempo, discorreva co’ cortigiani del valore del Beduino, allorchè, guardando dalla finestra, vide.... Gharib uscire dall’appartamento della principessa?... niente affatto: vide da lontano un nembo di polvere ognor crescente. Mandò quindi alla scoperta un suo uffiziale, il quale tornò ad annunziargli essere cento cavalieri arabi condotti dall’emiro Sehmalleil. Gharib, che aveva inteso tutto, era già salito a cavallo per volare incontro al fratello. Dopo che si furono abbracciati, l’eroe gli chiese: — Ebbene, che fa adesso Mardas, quel padre infedele alle sue promesse? — Fu violentemente contrariato, » rispose [p. 102 modifica] Schmalleil, «all’udire il felice successo della tua impresa contro il gigante della montagna; talchè, temendo di vedersi astretto a tenere la promessa e darti sua figlia senza dote, prese la risoluzione di rifuggirsi presso Agib, re di Kufah.» Gharib montò in una furia terribile all’udire simile notizia. — Giuro, » gridò, «per la vera fede, pel Dio unico, pel Creatore del cielo e della terra, e per Abramo suo diletto, di distruggere da capo a fondo la città di Kufah, e devastare tutto il paese dell’Irak. «Nello stesso giorno si mise in marcia, e direttosi primi verso la montagna del gigante, gli partecipò il suo disegno — Non prendetevi tale disturbo,» dissero il gigante ed i suoi figliuoli, «noi c’incarichiamo di questa spedizione: andremo a fare un giro nell’Irak, e ve ne condurremo tutti gli abitanti colle mani avvinte alla schiena. — Bene, » disse Gharib, «andremo assieme!» E si posero in cammino, lasciando alla montagna una guardia sufficiente.

«Intanto, dal suo lato, Mardas era giunto carico di ricchi presenti a Kufah, residenza del re Agib. — Vengo, » gli disse, «a cercare presso di voi un asilo. — Ve lo accordo, » rispose Agib, «foss’anco contro lo stesso re Scebur in persona. — Imploro soltanto la vostra protezione contro un Beduino, figlio d’una schiava, che trovai un dì in mezzo ad una selva, e che poscia mi diede un altro figliuolo chiamato Sehmalleil. Suo fratello bastardo mi mette in mille imbarazzi: ha ucciso Hamb, capo della tribù di Bunhan, attirandomi così una guerra pericolosa. Ho una figlia la quale, posso dirlo, è degna d’un re, e meriterebbe d’essere sposa d’un monarca pari vostro. Costui ebbe la temerità di chiedermela in matrimonio: io, per isbarazzarmene, gli ordinai di andar a combattete il gigante della montagna; ma egli lo ha vinto, liberando la figlia del re [p. 103 modifica] Scebur, ed ora torna più orgoglioso che mai. «Mutò Agib di colore udendo simile nuova. — E la madre di questo bastardo è essa con voi?» gli chiese — Sì. — Come si chiama? — Nassra. — È dessa! Sia qui condotta.» Riconobb’egli la schiava incinta di suo padre, e non sapendo frenar l’ira, sguainata la sciabola, tagliò a pezzi quella sventurata. — Potessi far altrettanto, » sclamò, «di Gharib, figlio d’una prostituta! Prendo vostra figlia in consorte. — È vostra schiava, » rispose Mardas. Gli diè Agib trentamila zecchini di dote, cento pezze di broccato, cento veli ricamati, ed altrettante collane e braccialetti.

«Frattanto Gharib erasi colla sua truppa avanzato verso la prima città d’Algen. Gli abitanti, chiuse le porte, prepararonsi alla resistenza. Il governatore di quella città, chiamato Damigh, vale a dire Beccaio, poichè immolava tutti i bravi che gli cadevano in mano, mandò a riconoscere gli assalitori il suo generale Sebi Kufar, ossia il Leone Selvaggio. Questo parlamentario, fattosi condurre alla tenda di Gharib: — Vengo, » gli disse, «da parte del re di Mesopotamia, fratello del re Kendemar, il più antico de’ sovrani dell’Irak.» Al nome di Kendemar, vennero a Gharib le lagrime agli occhi.— Andate, » rispose poi all’inviato, «andate a dire al vostro padrone che l’uomo che qui vedete è il figlio del re Kendemar, ucciso da Agib, e viene per vendicare la morte di suo padre.» Tornò il messo, e soddisfacendo al suo messaggio: — Che dite?» sclamò Damigh. «Come! Il figlio di mio fratello sarebb’egli veramente alle porte di questa città? — La cosa è quale ho l’onore di riferirla a vostra maestà, » rispose l’inviato; «vi racconto tutto ciò che ho udito. — Mi par di cadere dalle nuvole, » disse Damigh; «in tal caso bisogna che lo vegga. — [p. 104 modifica]

«Montò con tutti i suoi ufficiati a cavallo per trasferirsi al campo di Gharib: questi venne incontro al governatore, e dopo i primi saluti, abbracciaronsi come parenti, non potendo Damigh dubitare più oltre che il giovane non fosse figlio di suo fratello. — Giovane sventurato,» gli disse, «non solo hai da vendicare l’autore de’ tuoi giorni, ma ben anche la stessa tua madre. — Che dite?» ripigliò l’altro. Lo zio gli raccontò allora come Agib avesse uccisa sua madre, sicchè Gharib, udita tale notizia, rimase privo di sentimento. — Orsù,» gridò, appena rinvenuto, «non perdiamo un istante, e balziamo a cavallo! — Aspetta,» disse Damigh, «che io unisca le mie truppe alle tue. — È impossibile! Se volete, venitemi a raggiungere a Kufah; quanto a me; è tale la mia impazienza, che non posso differire un sol momento. —

«Gharib mosse verso Babilonia, dov’era allora governatore il vicerè Giamek, il quale teneva sotto i suoi ordini più di cinquantamila cavalieri, accampati dinanzi alla città; e gli mandò un messaggero incaricato della lettera seguente:

««Lode a Dio, sovrano dei mondi! Egli prende cura di tutte le creature, egli è onnipossente.

«Gharib, figlio di Kendemar, re dell’Irak e di Kufah, a Giamek:

«Appena avrete ricevuto questo scritto, spezzate i vostri idoli ed adorate il Dio onnipotente, unico, che ha creato la luce e le tenebre.

«Se non obbedite all’istante, sarà questo il giorno più terribile della vostra vita. Salute a chi segue la retta via, che a teme il peccato, ed è soggetto a Dio, signore di questo mondo e dell’altro.»

«— Va,» disse Giamek, «ed annunzia a chi t’ha mandato, che scioglieremo la nostra quistione domattina colla sciabola, e la verità sarà provata a colpi di lancia. — [p. 105 modifica]

«La mattina appresso i due eserciti prepararonsi alla pugna, il gigante della montagna, uscito dalle file, sfidò il nemico. — Chi avrebbe il coraggio, » gridò, «di misurarsi col gigante della montagna?» Comparendo nessuno, disse a’ suoi figli: — Accendete un gran fuoco, perchè ho estrema fame.» D’improvviso ecco presentarsi un cavaliere amalecita per accettare la sfida. Tutte l'armi che portava consistevano in un tronco d’albero, col quale sperava d’ammazzare il gigante; ma questi parò il colpo con una giovane palma che gli serviva di mazza, ed atterrò l'Amalecita. — Fatemi arrostire quel miserabile, » disse a’ figliuoli. Questi lo gettarono sul fuoco, ed ei lo divorò. Colti gl’infedeli da terrore, e temendo di partecipare alla sorte dell’Amalecita, si diedero a precipitosa fuga, ma inseguiti da Gharib e dall’esercito suo, i fuggiaschi ebbero neppur il tempo di chiudere le porte della città: il gigante ed i suoi figli vi entrarono insieme, e si diressero verso il palazzo del re, mentre tutto cedeva ai colpi del terribile avversario, e da tutte le parti gridavasi: — Perdono! — Caricate di catene il vostro re, se volete che vi perdoni, » disse il gigante. E quelli a legare il re, ed il gigante a cacciarseli innanzi come un gregge di pecore, conducendoli così davanti a Gharib. — Ecco, » gli disse, «cosa porto da cena per questa sera. Salvatemi, » gridò Giamek, volto al duce, «salvatemi dalle mani di questo terribile gigante! — Abbraccia l’islamismo, » gli disse il giovane, «e sarai preservato non solo dal gigante, ma ben anche dai supplizi e castighi eterni riservati agl’infedeli.» Pronunziò Giamek la sua professione di fede, e divenne buon musulmano.

«Alla domane, Gharib si rimise in marcia. Agib, informato dei disegni del fratello, radunò un numeroso esercito, col quale venne ad accampare presso Mossul. [p. 106 modifica]

«Allorchè Gharib più non fu che a breve distanza da questa città, mandò Sehmalleil con una lettera pel fratello concepita come segue:

«In nome di Dio clemente e misericordioso! Pace e salute al tuo diletto Abramo!

«Vi facciamo colla presente sapere come bisogna, appena ricevuto il nostro scritto, che riconosciate l’unità di Dio, primo principio di tutte le cose, e rinunciate all’adorazione degl’idoli.

«Se abbracciate l’islamismo, vi considererò come mio signore e fratello, e vi perdonerò la morte de’ miei genitori. In caso contrario, i vostri giorni sono contati ed il vostro regno è perduto.

«Salute a chi segue la retta via, ed è fedele a Dio, re di tutti i re.»

«Appena Agib ebbe letta la lettera, montò in tal furore, che uscivangli gli occhi dalle orbite, e digrignava come rabbioso i denti.

«— Pigliate il messo, fatelo in pezzi! a gridò a quelli che gli stavano intorno. Sehmalleil si difese coraggiosamente, ed apertosi colla sciabola il varco in mezzo a’ nemici, raggiunse, coperto di molte ferite, la tenda di Gharib, il quale, giustamente irritato, fece all’istante avanzare l’esercito. Rimbomba la terra sotto i piedi dei cavalli, i guerrieri si coprono di ferro, scintillano le scimitarre, urtansi le lance, ed i due eserciti vengono alle mani. Scorreva il sangue a torrenti, le teste cadevano da tutte le parti, il bravo ed il vile giacevano insieme nella polve. La perdita, allorchè la notte venne a disgiungere i combattenti, fu eguale da ambe le parti.

«Il giorno appresso, all’alba, scagliaronsi di nuovo l’un sopra l’altra le due armate, come l’onde furenti di due mari sconvolti dalla tempesta. Tremava la terra, i cavalli calpestavano i guerrieri, ed il sangue corse a rivi sino al momento che le tenebre successero al giorno. Il dì dopo, ripigliaronsi l’armi [p. 107 modifica] ai primi albori. Attendevano i credenti che Gharib venisse a mettersi alla loro testa, ma non comparve: entrò Sehmalleil nella di lui tenda, ed era vota; s’informò se non si fosse veduto il fratello, ma niuno seppe dargliene nuova. Era accaduta al giovane un’avventura straordinariissima. Dopo aver combattuto per due giorni indarno, Agib, fatto chiamare un furbo pieno d’astuzie, di nome Sesciar, gli comandò di condurgli suo fratello vivo o morto. Penetrò il ladrone nella tenda di Gharib, favorito dalle tenebre ed attese l’occasione propizia d’eseguire il suo disegno. Svegliatosi l’eroe e chiesto da bere, Sesciar inoltrassi presentandogli una tazza nella quale era mista una dose fortissima d’oppio. Perdette dunque Gharib l’uso de’ sensi, ed allora Sesciar, legatolo ben bene, se lo buttò in ispalla e lo portò nella tenda d’Agib.

«— Benedetti siano gl’idoli!» disse questi. Poi, gettato aceto in volto all’avversario per farlo rinvenire, uscì questi in fatti dal suo letargo, e vedendosi in altra tenda, sclamò: — Non v’ha forza o protezione che in Dio! — Cane, » gli disse Agib, «pretendevi farti vendicatore di tuo padre e di tua madre; or ora li andrai a raggiungere. — Cane tu, » riprese Gharib; «vedrai cosa sia meritare la collera di Dio in questo mondo e nell’altro! Convertiti, mentre n’è ancor tempo, e di’ meco: Non v’ha altro Dio che Dio, ed Abramo è il diletto di Dio!» A tali parole, Agib digrignò per furore i denti, e comandò di chiamare il carnefice. Ma il visir, il quale, in fondo del cuore, era musulmano, benchè esteriormente professasse la religione degl’infedeli, gettatosi a’ piedi del monarca: — Non precipitate nulla, gran re, » gli disse, «lasciateci prima annientare l’esercito nemico, ed allora lo abbandoneremo al braccio della giustizia.» Si arrese Agib al consiglio del visir, e comandò di custodire il prigioniere. [p. 108 modifica]

«Frattanto, lo si cercava nel suo campo, ed una costernazione generale si sparse in tutto l’esercito; ma il gigante della montagna, rianimato il coraggio dei soldati, si avanzò innanzi alle file per isfidare i nemici a singolar tenzone. — Inoltratevi, » gridava, «miserabili adoratori degl’idoli; oggi è il giorno della prova: chi mi conosce non osa accostarsi; venga dunque chi non mi conosce, ed impari a misurarsi meco! —

«Due o tre bravi arrischiarono ad accettare la sfida, ma col primo colpo il gigante li distese privi di vita al suolo, li fece arrostire, e se li mangiò a colazione. Vendichiamo l’ingiuria!» disse Agib al suo esercito, e comandò un assalto generale. Ventimila uomini precipitaronsi sul gigante della montagna, il quale, solo, fece fronte a tutti e ne sostenne l’assalto. Allora, l’esercito de’ credenti si mosse al soccorso, ed il combattimento, che fu sanguinoso, durò sino al tramonto del sole. Il gigante, coperto di ferite e traforato da cento colpi di lancia, fu fatto prigioniero e condotto nella stessa tenda di Gharib, che rassegnavasi al volere di Dio.

«Agib era fuor di sè per la gioia. — Domani, » diceva, «annienteremo affatto i nostri nemici, codesti famosi credenti!» Questi, abbattuti, si sarebbero abbandonati alla disperazione, se Sehmalleif non ne avesse rianimato il coraggio. Scelse pertanto mille uomini, che appostò tra i due campi per esser pronti al primo segnale della pugna, e trovato quindi mezzo di penetrare travestito nella tenda di Agib, dov’erano adunati tutti i generali che bevevano per ristorarsi delle fatiche della giornata, gettò oppio nell’urna del vino, talchè tutti quelli che ne bevvero addormentaronsi all’istante. Legolli Sehmalleil, poscia affrettossi a rendere la libertà ai prigionieri, diede loro armi, e rimise Agib nelle mani di Gharib. [p. 109 modifica]

«L’aceto che gli si spruzzò in volto, lo fece infine uscire dall’assopimento; ma spaventato dal vedersi in potere del fratello, non pronunziò un solo accento. Gharib comandò che gli si facessero subire i più crudeli tormenti. D’improvviso, il campo nemico risuonò delle lodi di Dio e della professione di fede dei veri credenti, — Va, » disse Gharib a Sehmalleil, «corri a vedere cosa significhino que’ cantici.» Era Damigh che veniva a raggiungere l’esercito del nipote, ed in pari tempo conduceva in suo aiuto un corpo di ventimila uomini, i quali, intuonando per canto di guerra: Non v’ha altro Dio che Dio, ed Abramo è il suo diletto! piombati sulle truppe di Agib, ne facevano orribile carnificina.

«Andò Gharib incontro allo zio, e riunendo le loro forze, finirono di sconfiggere gl’infedeli; ma allorchè si volle giustiziare Agib, non lo si rinvenne in verun luogo; chè trovato modo, per mezzo del suo fedel servitore, d’ubbriacare le guardie, erasi dato alla fuga, ma estenuato per le sofferte torture, Sesciar fu costretto a caricarselo in ispalla, portandolo così per due interi giorni sino a Kufah, dove sperava di trovar i mezzi di raccogliere un nuovo esercito. Giunto felicemente colà, fe’ chiamare parecchi medici per guarirlo de’ suoi patimenti, indi consultò il divano intorno ai mezzi di mandare nuove truppe contro il nemico.

«Intanto Gharib, per mezzo delle sue spie, seppe che Agib era giunto alla propria capitale ed occupavasi a radunare nuove forze. L’esercito de’ credenti si mise perciò subito in marcia verso Kuhaf, e venne ad accamparsi in faccia agl’infedeli.

«Alla domane, fatta la preghiera della mattina, Gharib fe’ dare ne’ cimbali: indossarono i cavalieri le corazze, ed i corsieri focosi battevano impazientemente il suolo. Avanzatosi Damigh tra i due eserciti, sfidò a [p. 110 modifica] singolar tenzone i cavalieri nemici, e tosto uscito come un lampo dalle schiere avversarie un guerriero, ebbe però a mordere in breve la polve, poichè la lancia di Damigh trapassollo da parte a parte. Parecchi altri cavalieri, che lo seguirono, ebbero la medesima sorte. — Perchè, » gridò allora Agib, «vi fate uccidere inutilmente ad uno ad uno? Alla pugna di nuovo!» Subito gli squadroni precipitansi sugli squadroni, il sangue scorre a torrenti, i valorosi cadono, dannosi alla fuga i codardi; la notte sola pose un limite ad una strage che doveva rinnovarsi al sorger dell’aurora. Ma impadronitisi i credenti di una porta della città, Gharib fe’ salire sulla cima di una torre vicina un banditore per annunziare ch’egli perdonava a tutti quelli i quali rinunziassero al culto degl’idoli; proclamazione che rapidamente si sparse ovunque, e la città intera abbracciò l’islamismo.

«Tutti gli abitanti deposero le armi e vennero a professare la fede in presenza di Gharib, il quale s’informò di Mardas e di sua figlia Mahadiyeh, e seppe ch’eransi ritirati dietro la montagna Rossa. — Va, o fratello, » disse a Sehmalleil, «va a trovare tuo padre.» Il giovane guerriero, balzato immantinenti in sella, prese una grossa lancia, e si mise in via per andar in traccia della montagna Rossa, ma non potè scoprire nessuna orma della sua famiglia. Però un vecchio dalla lunga barba canuta gli disse che l’emiro, all’avvicinarsi di Gharib a Kufah, era colla sua famiglia fuggito senza che si sapesse dove. Sehmalleil tornò a Kufah per riferire la poco soddisfacente scoperta al fratello, che ne rimase afflittissimo; ma trovandosi allora tranquillo possessore del trono paterno, percorse il paese per iscoprire alcun indizio di Mardas e di sua figlia, e cercare Agib, sparito sin dall’ultima battaglia.

«Un giorno che Gharib era andato a caccia [p. 111 modifica] insieme a circa un centinaio di cavalieri, giunse in una valle deliziosa, ove avevano dimora gli usignuoli e le gazelle. Sedettero tutti al rezzo e sulla molle erbetta per passarvi la giornata; ma d’improvviso si fe’ udire un orribil grido, ed essendosi Sehmalleil alzato per correre alla scoperta, ritrovò cavalli in fuga, un serraglio disperso, fanciulli da una parte, schiavi dall’altra. Presa informazione, gli fu detto ch’era il serraglio dell’emiro Mardas, capo della tribù di Beni Katan, assalito il giorno innanzi dal gran guerriero Gemerkan, il quale aveva ucciso Mardas e rapita la di lui figliuola. Tornò dunque Sehmalleil a Gharib per avvisarlo che quel ladrone avvicinavasi con parte del bottino.

«Il giovane, ardendo di vendicare simile oltraggio, corse incontro alla truppa, che si avanzava, e gridò: — Dov’è Gemerkan? Facciasi innanzi se l’osa; venga a misurarsi meco!» Era costui un Amalecita di statura gigantesca, il quale, per sola arme, »portava una mazza d’acciaio della China, con cui avrebbe potuto ridurre in polvere una montagna, e voleva scaricarne un colpo sul capo a Gharib; ma questi, fatto un movimento di fianco, lo schivò felicemente, talchè la mazza sprofondò vari piedi entro la terra. Colse Gharib il momento in cui l’Amatecita sforzavasi di svellere l’arme dal suolo, e gli scagliò un colpo sì furioso sulle dita, che glie le infranse, e la clava gli sfuggì di mano. Proseguendo poscia a percuoterlo colla propria, gli fracassò i fianchi. Nel frattempo, venuti alle mani i cavalieri di Gemerkan o di Gharib, i primi furono tagliati a pezzi, ed i superstiti fuggirono a briglia sciolta verso il castello del loro signore, per chiamar in soccorso il resto dei compagni.

«Gharib fecesi condurre dinanzi Gemerkan, la cui fierezza non era abbattuta per la disfatta delle sue truppe. — Cane d’Arabo, » gli disse, «tu eserciti il [p. 112 modifica] mestiere di masnadiere, e non temi il Signore dell’universo? — Chi è il Signore dell’universo?» chiese Gemerkan. — Come! non lo conosci nemmeno?» sclamò Gharib; «ed a chi dunque, ricorri nelle disgrazie? — Io?» riprese Gemerkan; «io adoro una focaccia di burro e miele, che mangio di quando in quando, ed allora ne faccio una nuova.» Gharib sorrise, e: — Non devesi adorare che Dio, » gli disse, «Dio che creò quanto trovasi sulla terra pei bisogni delle sue creature, e la cui potenza si estende su tutto ciò che esiste. — E chi è questo Dio, » chiese Germerkan, «affinchè lo adori? come si chiama? — Chiamasi il Dio potente; egli ha distesi i cieli sulla nostra testa, fatto nascere gli alberi, e zampillare le fonti dal seno della terra; creò i quadrupedi, gli uccelli, gli uomini ed i rettili; è dappertutto, vede tutto, e niuno il vede. Lode e gloria a Dio, non essendovi altro Dio fuor di lui! —

«Sentì Gemerkan commoversi a tale discorso il cuore, ed un brivido gli scosse tutto il corpo, tanto quelle parole avevano agito profondamente su di lui. — Cosa si deve fare, signore, » domandò a Gharib, «per diventar credente ed adorare il Dio onnipossente? — Di’: Non v’è altro Dio che Dio, ed Abramo è il diletto di Dio! Queste parole bastano per salvarti l’anima. — Ciò non è difficile, » riprese Gemerkan, e pronunziò la sua professione di fede. — Risenti adesso, » interrogollo Gharib, «risenti nel cuore la dolcezza dell’Islam? — Sì, l’assaporo come il latte ed il miele. Or bene! sciolgansi i suoi lacci!» sclamò il nostro eroe.

«Resagli la libertà, baciò la mane ed i piedi del giovane. D’improvviso si vide sollevarsi un gran nembo di polvere; Sehmalleil partì colla leggerezza d'un uccello onde conoscerne la causa, e tornò ad annunziare ch’era la tribù dei Beni Hamir, amici e [p. 113 modifica] parenti di Gemerkan. — Andate ad annunziar loro l'Islam, » gridò Gharib. «Abbraccianlo? tanto meglio per essi! altrimenti, la clava li metterà del nostro partito!» Balzò il neofita a cavallo, ed avanzatosi lor incontro, appena lo videro, messo il piede a terra, vennero a fargli le loro congratulazioni sulla sua liberazione. — Ascoltatemi, » gridò egli; «chi mi obbedirà sarà salvo, ma chiunque disobbedisca, l’uccido con questo ferro! Siete disposti ad obbedirmi? — Sì, » risposero, «non abbiamo mai avuta altra volontà che la vostra. — Sta bene! allora dite: Non v'ha altro Dio che Dio, ed Abramo è il diletto di Dio! — Cosa significano queste parole?» chiesero coloro. Germerkan spiegolle e raccontò come fosse stato convertito al nome di Dio onnipotente e del suo diletto, il che annunziava essere questa religione la vera. Naturalmente il popolo non seppe resistere a sì manifesto argomento, e tutti fecero la professione di fede dell’islamismo, rinnovandola alla presenza di Gharib, il quale: — Andate, » disse, «e convertite il resto della vostra tribù; poi me li condurrete tutti nella città di Kufah. —

«Allorchè Gharib fu tornato alla sua capitale, seppe dalle spie che il fratello erasi rifuggito presso Geland, figlio di Berkar, sovrano della città e del paese di Omman. Ordinò quindi all'esercito di recarvisi in tre giorni di marcia. Pregollo Gemerkan di unirlo alla spedizione con ventimila de’ suoi ed il serraglio dell’emiro Mardas. — Va benissimo, » disse Gharib, «voi rappresenterete l’antiguardo; mettetevi subito in cammino per Omman. —

«Dati i suoi ordini, riconobbe Gharib, fra le donne prose da Gemerkan, la cara Mahadiyeh. Fu per ismarrirne i sensi, abbracciò la sua diletta, se la strinse al seno, e la condusse nell’interno del palazzo. «La domane mattina, montato sul trono, nominò [p. 114 modifica] suo zio governatore dell’Irak, ed incaricollo di aver cura di Mahadiyeh durante la propria assenza; messosi quindi in cammino alla testa di ventimila cavalieri, inoltrossi verso Omman.

«Geland, re di quel paese, aveva accordato ad Agib un asilo presso la sua corte, essendosi lasciato persuadere che il di lui fratello era non solo un usurpatore, ma ben anco un novatore in fatto di religione. Giurò egli pei raggi brillanti del sole (giuramento sacro) di sterminare tutta quella razza d’infedeli. — Va,» disse al suo visir Giovamird, «prendi teco settantamila uomini, marcia verso Kufah, e conducimi prigionieri tutti gli abitanti di quella città. —

«Marciò Giovamird alla testa dell’esercito sette giorni intieri senza fermarsi, e l’ottavo sostò in una bella valle, dove recossi a passeggiare pensando al suo piano di guerra. D’improvviso uscì fuor dagli alberi un cavaliere, armato sino a’ denti, che, inoltrandosi verso Giovamird, gli gridò: — Scendi di cavallo e spogliati degli abiti, o sei morto! —

«A tali parole, scintillarono al visir gli occhi di furore, e si pose in difesa, mentre l’avversario l’assaliva con tutte le forze, continuamente gridando: — Io sono Gemerkan, l’eroe delle battaglie!» Allontanatosi dal suo corpo d’esercito, questo principe erasi smarrito nella valle. Combatterono come due leoni, ed al tramonto la vittoria pendeva ancor incerta. Durante la notte, Gemerkan comandò alle truppe di far un giro intorno al monte per avvolgere i nimici, ed attaccarli ai primi raggi del sole, gridando: — Dio è grande!» Eseguito il qual ordine, al sorger dell’alba, tutta la montagna rimbombò delle grida: — Dio è grande! —

«Gl’infedeli, all’udir da tutte le parti quel grido, rimasero atterriti. I battaglioni de’ credenti [p. 115 modifica] Piombarono su di loro come la folgore: settemila uomini furono fatti prigioni, ed il resto si disperse pel deserto. Si celebrò la vittoria con molte allegrezze, e si mandarono i prigionieri a Kufah sotto la scorta di mille soldati, per annunziarvi la lieta novella di quel primo trionfo. — Andate, » disse allora Gharib al gigante della montagna, «prendete ventimila cavalieri e marciate sulle tracce di Gemerkan verso il paese di Omman. —

— «Intanto, tornati ad Omman i fuggiaschi in uno stato degno di pietà, vi riferirono la disfatta dell’esercito. — Miserabili, » sclamò Geland, «eravate settantamila contro ventimila, e vi lasciaste sconfiggere? Non siete degni di vivere!» Allora si mise egli stesso a farne strage colla scimitarra; i grandi ne seguirono l'esempio, ed i corpi di quegl’infelici furono gettati ai cani. Il re fece poi chiamare suo figlio, detto Korgian, che in tutto l’esercito non avea l’eguale per coraggio. Era un guerriero in grado di misurarsi solo con trecento cavalieri. — Va, » gli, disse Geland. «prendi centomila uomini, e portami la testa di quel ribaldo.» Partì Korgian sul momento, e marciò per dieci giorni senza incontrar nessuno. L’undecimo, scorto un turbinio di polvere sollevarsi nell’arra, Korgian mandò un uffiziale alla scoperta, il quale tornò ad annunziargli esser l’esercito de’ credenti che s’avanzava; era infatti quello di Gemerkan. Sostarono i due eserciti, accampandosi rimpetto l’un dell’altro. Gemerkan si avvisò d’un’astuzia di guerra, che fu coronata dal miglior successo; fece coprire di sonagli e campanelli i muli del suo campo in numero di ventimila, e comandò di cacciarli a lanciate nel campo avversario. L’ordine fu eseguito, e quella moltitudine di muli e camelli destò col suo rumore tutti i nimici, i quali: — Siamo perduti!» gridarono, immaginando già in [p. 116 modifica] mezzo a loro le soldatesche contrarie. Pieni di tal idea ed ingannati dall’oscurità notturna, assalironsi l’un l’altro, facendo orribile strage di sè medesimi, sinchè il giorno venne ad illuminare il loro errore. Nello stesso tempo, videro comparire all’estremità dell'orizzonte un nembo di polvere, e venendo i raggi del sole nascente a percuotere in quella nube, furono riflettuti da ferri di lancia, scudi e corazze lucenti. Erano i due eserciti de' credenti sotto gli ordini del gigante della montagna; salutaronsi reciprocamente il gigante e Gemerkan, e gl’infedeli, al loro avvicinarsi, tremarono. Cominciò la pugna, ne fu oscurato il cielo, e la terra scossa sino alle fondamenta.

«Si combattè così tutto il giorno, e più d’un terzo degl’infedeli morse la polve. — Indeboliamo inutilmente le nostre forze, » disse Korgian; «domani voglio sfidare a singoiar tenzone i più bravi tra’ nimici per liberarcene.» Il primo che accettò la disfida fu il capo della tribù de’ Beni Hamir; preso il campo, piombarono l’un sull’altro come due arieti furiosi. Korgian cacciò dall’arcione l’avversario, e fece provare la medesima sorte a sei altri guerrieri che si presentarono dopo. Dolente di quella disfatta, Gemerkan uscì dalle file per misurarsi con Korgian, il quale, bestemmiando, giurava pel sole e per la luna, e preparossi a riceverlo. Si azzuffarono per un’ora intiera, spezzando le lance e le spade. Finalmente, Gemerkan atterrò l’avversario, che cadde al suolo come palma sradicata dalla tempesta.

«La caduta del capo prostrò il coraggio degl’infedeli e li immerse nella disperazione. I credenti assaltaronli di nuovo, li posero in fuga, e le loro sciabole risuonarono sul dorso delle corazze nemiche. Si dispersero gli avanzi sulla montagna: immenso era il bottino lasciato sul campo di battaglia, e fu posta [p. 117 modifica] sulla cima d’una picca la testa di Korgian, che non aveva voluto abbracciare l’islamismo. Allora l’esercito vittorioso mosse alla volta di Omman.

«I fuggiaschi vi avevano già recata la nuova della sconfitta dell’esercito di Korgian; il re Geland gettò a terra la corona, lacerossi petto e volto, e la disperazione ed il furore lo trassero fuor de’ sensi. Rinvenuto: — Scrivete a tutti i nabab, » disse al visir, «per comandar loro di raccogliere sull’istante tutti quelli che sono in istato di maneggiare la sciabola, di tender l’arco e portare la lancia.» Obbedirono i nabab a’ suoi ordini, e da tutte le parti giunsero alla capitale con numerose truppe, che formavano circa centottantamila uomini.

«Appena quest’esercito fu adunato, che gli avamposti annunziarono l’arrivo dei credenti, comandati da Gemerkan e dal gigante della montagna. Poco mancò che Geland non perdesse la testa a tale notizia, e siccome i re hanno sempre bisogno di qualche pretesto per dar adito all’ira, non mancò di accusare Agib d’essere la cagione di quella disgrazia, e di aver attirata la guerra sulla sua città. — Cane dell’Irak, » gli disse, «ecco l’opera tua! Giuro pel sole lucente, che se non se ne risentisse l’onor mio, e non avessi a vendicare il sangue de’ miei guerrieri, ti farei mozzare il capo!

«Non potè Agib sopportare quegl’insulti. Malcontento del re Geland, e convinto ch’ei più non potrebbe difenderlo contro il fratello, si alzò una notte, e disse a’ suoi: — Andiamo, prepariamoci a partire; qui non v’ha più asilo per noi! Ripariamo presso Yareb, il più potente dei re dell’Arabia!» Piacque l’idea alla sua gente, ed ai primi albori erano già assai lontani.

«Frattanto, d’ordine del re Geland, rimbombarono i timpani, le trombe squillarono, mentre egli stesso [p. 118 modifica] schierava in battaglia i suoi dugentomila uomini. In breve incrociaronsi le scimitarre e le lance si tinsero di sangue; il primo che aprì le porte sanguinose del combattimento fu il gigante della montagna. — Accendete il fuoco!» gridò a’ suoi figliuoli; e quelli, acceso un gran fuoco, vi arrostirono per la colazione del padre il primo cavaliere che avevalo attaccato, gl’infedeli a tal vista giurando, pel sole brillante, che il gigante aveva maraviglioso appetito. Trenta de’ migliori loro cavalieri subirono la medesima sorte; in fine, più non restava alcun valoroso che osasse seco lui misurarsi. Cento guerrieri piombarono tutti in una volta su di lui, ma ei li fracassò come poponi, restandone settantaquattro sul campo; e salvandosi gli altri con grave difficoltà. Allora si comandò un assalto generale: centomila soldati precipitaronsi insieme sul gigante, ne atterrarono il cavallo, e soccombendo egli medesimo al numero, fu carico di catene. I credenti fecero inutili sforzi per liberarlo. Lo si notava appena in mezzo alla moltitudine de’ nemici come un capello bianco in una chioma nera. Intanto i colpi suocedevansi colla rapidità del lampo, e la notte sola giunse a separare i combattenti.

«Gemerkan, al par di tutti i suoi, era vivamente afflitto la perdita del gigante della montagna, sì che nel loro dolore non poterono mangiare, nè trovar sonno, benchè egli facesse ogni sforzo per consolarli. — Domattina, » diceva, «voglio presentarmi alla testa dell’esercito, e sfidare i più bravi tra i nimici per immolarli al nostro amico. —

«Nel frattempo, Geland, assiso sul trono e circondato dalla corte, si fece condurre il gigante. — Cane maledetto! miserabile Arabo!» gli gridè; «non sei tu che uccidesti mio figlio Korgian, il bravo del suo secolo, lo spavento degli eroi? — No, » rispose il [p. 119 modifica] gigante, «tocca a Gemerkan a render conto della sua morte; quanto a me, non ho fatto che arrostirlo e mangiarlo, avendo gran fame.» A simili detti, montò Geland in tal furore, che gli uscirono gli occhi dalle orbite, e comandò al carnefice di fargli balzare la testa. Inoltrossi il manigoldo, ma il gigante, strappatagli di mano la mazza, gli spezzò d’un primo colpo la testa, e slanciossi contro il re, il quale riuscì appena a trovar scampò nella fuga. Poscia, percuotendo a destra ed a sinistra, si aprì in tal guisa il varco non solo attraverso le guardie, ma eziandio per mezzo al campo nemico, e tornò a' suoi che, al rivederlo, risentirono la più viva gioia.

«Tornato Geland a sedere sul trono, disse: — Pel sole e per la luna, per le tenebre della notte e le stelle che la rischiarano, fu con estremo stento che uscii di mano a quel divoratore d’uomini! mi avrebbe sicuramente trangugiato se non avessi potuto fuggire! Ma domani, miei bravi, bisogna vendicarci! —

«Da parte sua, Gemerkan animò il coraggio delle sue truppe, disponendole all’assalto che proponeasi di dare la domane all’esercito degl’infedeli. Le due parti si diedero al riposo, ed ai primi albori schieraronsi in battaglia. Stava Gemerkan fuor delle file per aprir la pugna, allorchè un immenso nembo di polve oscurò il sole, e vi si vedevano risplendere in mezzo elmi, lance, sciabole e fornimenti di cavalli. A tal vista fermatesi le schiere, mandarono alla scoperta. Era il re Gharib in persona, il quale, con tutto il suo esercito, veniva in aiuto de’ credenti, che, lieti di rivederlo, lo sollevarono sur un trono, e prosternatisegli a’ piedi, gli raccontarono la vittoria riportata sugl'infedeli e la prigionia del gigante. — Fatevi coraggio, » lor diss’egli, «mettete la vostra fiducia nel Signore, e pregatelo di concedervi la vittoria. — Voi dovete ben [p. 120 modifica] vedere,» gli risposero, «come i nostri bravi comportansi sul campo di battaglia. —

«La mattina appresso, Gharib recitò la sua preghiera mattutina composta di due rikaat, conforme al precetto d’Abramo. Quindi si avanzò contro i nemici con cuore più fermo del marmo. Prima però spedì all’avversario un messaggiero con una lettera pel re Geland, del seguente tenore:

««In nome di Dio clemente e misericordioso, sovrano ed unico; di Noè, di Saleh, di Houd e di Abramo! salute a chi segue la retta via, che teme le conseguenze terribili del male e preferisce la futura alla vita presente! Noi facciamo sapere a Geland che devesi adorare il Dio unico, il Dio vendicatore, creatore del giorno e della notte, che mandò i profeti, fe’ scaturire le fonti, che innalza le montagne e sprofonda le valli, che fe' nascere gli alberi e dà agli uccelli gli splendidi loro manti, che provvede il cibo agli uomini ed agli animali dei deserti; ch’è il Dio potente, il Dio Invisibile agli occhi de’ mortali, e si è rivelato mediante i profeti ed i libri scesi dal ciclo! Sappi, o Geland, che la religione d’Abramo è la sola vera; convertiti ad essa, e sarai al sicuro dalla clava in questo mondo e dal fuoco nell’altro; oppure preparati a veder iscorrere il tuo sangue e devastar il regno tuo. Mandami quel cane di Agib, affinchè vendichi il sangue di mio padre e di mia madre. Ti saluto.»»

— Dite,» rispose Geland a Sehmalleil, che gli aveva portata la lettera, «dite al vostro padrone che non so cosa sia avvenuto di Agib, essendo egli fuggito dal campo; ma per quanto mi concerne, non abiurerò la mia religione, e la prossima aurora deciderà tra noi!

— Alla mattina del giorno dopo adunque, credenti ed infedeli prepararonsi alla pugna. L’aria rimbombò del cozzo dell’armi, del nitrir de’ cavalli, del fragor dei cimbali e delle grida di Allah Akbar!

Uscì Gemerkan dalle file, e spintosi alla testa delle schiere, gridò brandendo la sciabola: — Chi vuoi combattere con me?» I più bravi, colti da terrore, [p. 121 modifica] non osarono accostarsi. «Son io, » aggiunse, «che uccisi il figlio di Geland! Chi avrà il coraggio di vendicare Korgian? —

«Geland potè a stento frenare la rabbia, allorchè intese essere colui l’uccisore del figlio. — Conducetemi, » disse a’ suoi cavalieri, «conducetemi l’assassino di mio figlio; che ne laceri la carne coi denti! che ne beva il sangue nel suo cranio!» A quei detti, cento cavalieri slanciamosi in una volta, e tutti perirono sotto i colpi di Gemerkan. Allora Geland comandò l’assalto, ed il combattimento si fece dalle due parti generale.

«Si spinsero i due eserciti l’un contro l’altro come due mari in furore. Le sciabole faceano maraviglie e le lance adempivano al loro dovere: il re della morte teneva sospesa la bilancia sul capo de’ combattenti; le orecchie n’erano assordate, oscurati gli occhi, le lingue immobili; durò la pugna in tal guisa sino al tramonto. L’incertezza di Gharib sul nuovo rifugio del fratello, lo tormentava assai, e Sehmalleil si propose di penetrare la sera nel campo nemico, onde procurarsi qualche schiarimento. Travestito da soldato, attraversò felicemente i posti degli avversari immersi in profondo sonno sì necessario per rimettersi dalle fatiche, e penetrato sin nella tenda del re, che trovò addormentato, Sehmalleil gli soffiò nelle nari del nepente in polvere, talchè la droga soporifera ebbe in breve prodotto il suo effetto. Allora, l’intrepido giovane avvolse il re in un lenzuolo, e legatolo entro una specie di stuoia, lo caricò sulla sua mula, e felicemente tornò al campo de’ credenti, che gli avrebbero negato l’ingresso come ad uno sconosciuto, se non si fosse fatto riconoscere recitando la sua professione di fede. Annunziò egli a Gharib la fatta cattura, e slegato il prigioniero, gli fe’ recere il nepente dandogli a respirare aceto e certa radice in polvere. — Dove sono?» sclamò Geland, [p. 122 modifica] aprendo gli occhi. — Ti trovi, » rispose Sehmalleil, «in presenza di sua maestà il re dell’Irak, figlio di Kendemar. — Perdonatemi, » soggiunse il prigioniero, «sono innocente! fu vostro fratello che mi trascinò a questa funesta guerra!» Gharib non volle rendergli la libertà e lo trattenne prigione.

«Intanto Gemerkan aveva adunati i generali. — Bisogna, » disse loro, «segnalarci questa notte con un bel colpo, che ci meriti il favore di Gharib. Pigliate l’armi, e marciando tacitamente, introducetevi durante la notte nel campo degl’infedeli. Allorchè mi sentirete gridare: Allah Akbar! rispondete col medesimo grido, percuotendo gli scudi colle sciabole; allora, approfittando del turbamento e della confusione dei nemici, c’impadroniremo delle porte della città. — «Felicissimo esito ebbe tale astuzia di guerra. Gl’infedeli, svegliati a quel rumore, credettero che il nemico fosse già nel campo; talchè, lasciati i posti situati all’ingresso della città per far una sortita, mentre sgozzavansi gli uni cogli altri, Gemerkan si rese padrone della porta.

«Appena giorno, Gharib, dal suo canto, attaccò i nemici. Questi, non essendo in grado di sostenerne l’assalto, cercarono di tornare in città per la porta della quale si era impadronito Gemerkan; ma trovandola occupata, parte degl’infedeli cadde sul campo di battaglia, e gli altri si dispersero per la campagna. Divenuto padrone della città, Gharib si recò al palazzo di Geland, e seduto sul di lui trono, se ne fece recare tutti i tesori. Comandò poi d’impiccarlo sulla porta, e se gli piantarono nel corpo tal moltitudine di frecce, che somigliava ad un istrice. Elesse Gemerkan governatore della città, e fatto aprire il tesoro, ne distribuì per dieci interi giorni le ricchezze ai soldati, alle donne ed ai fanciulli.

«Una notte, Gharih era coricato, secondo il solito, [p. 123 modifica] nella stessa camera del fratello, quando d’improvviso si mise con tutta forza a gridare. — Che cosa avete, fratello?» domandò Sehmalleil. «Svegliatevi; qual sogno spaventoso vi turba? — Ah!» rispose Gharib destandosi, e son pieno di terrore! Sognava di essere in una valle solitaria: due uccelli di rapina, di mostruosa grossezza, tali ch’io non ne ho mai veduti in vita mia, col rostro acuto come una lancia, piombarono su di noi, ed appunto nel difendermi mi son svegliato. — Tenetevi in guardia, » riprese Sehmalleil; «non si può sapere cosa questi sogni spaventevoli presagiscano.» Gharib non potè chiuder occhio per tutta la notte, e la mattina si alzò molle di sudore. — Fratello, » disse a Sehmalleil, «è assolutamente d’uopo che faccia un viaggio di dieci o dodici giorni per iscacciare l'impressione prodotta su me da quel sogno funesto: mi accompagnerai tu? — Sì! ma fatevi anche scortare da una guardia di mille cavalieri. — No, no, » riprese Gharib, «sarebbe per me un vincolo; percorreremo il paese incogniti. —

«Si posero in via, e passando sempre da prato in prato, giunsero in una valle magnifica, dove sostarono per riposare. Alberi popolati da usignuoli e colombe circondavano quella valle come una densa cortina: le più deliziose frutta invitavano a coglierle, ed il mormorio d’una sorgente cristallina pareva chiamar i passeggeri a riposare sulle sue sponde per gustarvi le delizie del sonno. I due nostri viaggiatori non seppero resistere al duplice incanto, e fatto il loro pasto, si addormentarono. Ma, ad un tratto, due geni della specie dei maredi impossessaronsi di loro, sollevandoli in aria. Gharib e Sehmalleil rimasero spaventatissimi, allo svegliarsi, di vedersi tra cielo e terra negli artigli di due demoni, uno de’ quali [p. 124 modifica] aveva tosta di scimia e l’altro di cane, ambedue ugne di leone e crini di cavallo invece di capelli.

«Quanto al motivo di quello strano rapimento, bisogna sapere che un re de’ geni aveva un figlio per nome Saik, perdutamente invaghito d’una fata nominata Nedim o Stella. Era precisamente in quella valle che si trovavano, facendo all’amore sotto forma di due uccelli. Alcuni viandanti, lungi dall’accorgersi che fossero geni, e presoli per canarini, lor tirarono qualche freccia, di modo che Saik, sfinito per la perdita del sangue, potè appena tornare al palazzo del padre, il quale, tostochè lo vide ferito, sclamò: — Chi ti ha trattato in tal modo, o figlio? voglio vendicarti; fosse pure il gran re de’ geni in persona, la mia vendetta nol risparmierà! — Ah padre!» rispose il misero, «sono uomini che mi han dato la morte!» Proferendo tali parole, spirò.

«Il vecchio genio, abbandonatosi allora alla più violenta disperazione, e chiamati i due maredi, comandò loro di condurgli gli uomini che trovassero alla sorgente della valle, e siccome non vi videro che Gharib e Sehmalleil, se ne impadronirono. Vennero dunque a deporli a’ piedi di Merasce, ch’era alto come un monte, ed aveva quattro teste, una di leone, l’altra d’elefante, la terza di tigre e l’ultima di lupo. Al vedere i due viaggiatori, montò in tremenda furia; uscivangli scintille dalle nari, e gli occhi somigliavano a carboni accesi — Cani di mortali!» disse loro; «perchè assassinaste l’unico mio figliuolo? — Siete in errore, sire, » rispose Gharib; «è una falsità; chi pretende essere stato testimonio di quest’assassinio? — Non sei tu, » riprese Merasco, «che vedesti mio figlio sotto la forma d’uccello nella valle delle Fontane? Senza che ti avesse fatta la più lieve offesa, non l’hai tu colpito con [p. 125 modifica] una freccia, per la cui piaga morì? — Io non so chi abbia ucciso vostro figlio,» insistè Gharib, «ma vi giuro pel Dio massimo, unico, eterno, onnipotente, e per Abramo suo diletto, che noi non abbiam veduto niun uccello!» Merasce, da tal giuramento, conobbe che Gharib era musulmano, poichè credeva in Dio ed in Abramo; il re e tutta la sua corte erano adoratori del fuoco, al quale prestavano un culto regolare.

«Essendo l’ora della preghiera, fu portato un tenur d’oro6, nel quale accesero un gran fuoco; su cui sparsero profumi di varie sorta, che sollevaronsi in fiamme azzurrognole, gialle e rosse. Prosternatisi Merasce e tutti i geni, fecero le preci d’uso, ma non avendovi Gharib e Sehmalleil presa nessuna parte, avvistosene il re: — Cani!» gridò loro, «perchè non pregate con me? — Maladetta la tua religione!» rispose Gharib. «Non devesi adorare che il Dio unico, che trasse il mondo dal nulla, fa sgorgare dalle rupi le fresche sorgenti ed i figli degli uomini dal seno della madre; il signore di Noè e di Houd, di Saleh e di Abramo, suoi diletti; il creatore del paradiso e dell’inferno, del cielo e della terra; il Dio unico, vendicatore!» A tal discorso, Merasce, trasportato dalla rabbia: — Si gettino questi due cani sul fuoco!» gridò. Ma nel medesimo punto, [p. 126 modifica] crollando sul tenur parte del soffitto della sala, estinse il fuoco, e riempì di cenere e polvere tutto l'appartamento. Allora Gharib sclamò: — Dio è grande! egli confuse gl’infedeli! Dio è grande! più grande di quelli che, ad onta sua, adorano il fuoco! — Bisogna,» disse Merasce, « che siate maghi per produrre simili avvenimenti: ma non eviterete la mia vendetta, e perirete sul fuoco, lo giuro! —

«Allora comandò di metterli ai ferri, e gettarli in prigione; ingiunse poi a cento maredi di abbattere una selva intiera per innalzare il rogo. Si pose quindi in marcia, seduto sur un trono d'oro portato da un elefante; i geni della sua guardia gli camminavano ai fianchi in due file. Fu dato fuoco al rogo, ma mentre si stava per gettarvi Gharib, ecco d’improvviso alzarsi da ponente una nuvola immensa, scoppiare sulla pira, e torrenti di pioggia estinguere il fuoco. Merasce, colto da terrore, tornò alla reggia, ed adunò i visiri per consultarli intorno a quel fatto. — Che cosa pensate,» chiese loro, «di questi due stranieri? — Crediamo,» risposero, «che la ragione stia dalla loro parte. — Lo pensava anch’io,» riprese il re, «poichè se il fuoco fosse il Dio onnipossente dell’universo, avrebbe potuto difendersi contro le pietre che l’hanno annientato e contro la pioggia che lo spense. Voglio ormai adorare colui che ha creato il fuoco, la luce del giorno e le tenebre della notte: acconsentite? — Noi partecipiamo in tutto,» risposero i visiri, «alla vostra credenza e religione. —

«Merasce si fece condurre dinanzi Gharib e Sehmalleil, li abbracciò colle sue quattro teste, ed invitolli a sedere, Gharib alla destra, Sehmalleil alla sinistra. I geni affollavansi intorno ad essi per baciarne le mani ed i piedi, ed il re e tutta la corte si fecero musulmani, gridando: — Non v’ha altro [p. 127 modifica] Dio che Dio, ed Abramo è il suo profeta!» Gharib li istruì a pregare, e Merasce fu al colmo della gioia. Avendogli poi il giovane narrate le sue avventure, il re dei geni promisegli di farlo ricondurre ne’ suoi stati, e chiamati due maredi, uno dei quali avea nome Koheilan e l’altro Korgian, comandò loro di recarsi all’Yemen per fargli un rapporto esatto sulla condizione di quel paese.

«Ma vediamo che cosa era accaduto dopo la partenza di Gharib col fratello. Si seguirono le loro orme, e scopertine i cavalli nella valle delle Fontane, invano per tre giorni e tre notti vi si cercarono i principi. Allora Gemerkan mandò corrieri da tutte le parti, e sino ne’ paesi più rimoti, per aver notizie di Gharib e di Sebmalleil. Intanto, la nuova della scomparsa dei due fratelli giunse all’orecchio di Agib, che trovavasi allora presso Yareb, figlio di Kahtan, e volendo approfittare dell’occasione per rientrare ne’ suoi stati, lo stesso re Yareb gli diede dugentomila uomini per accompagnarlo nell’impresa. Simile esercito, molto più numeroso delle truppe di Gemerkan, le assediava nella capitale di Omman, nè avrebbero esse senza dubbio potuto reggere a lungo, se i due maredi, mandati dal re Merasce per vedere in qual situazione si trovasse il paese d’Omman, non fossero giunti a proposito in aiuto dei credenti; nel momento in cui versavano in estremo pericolo. Subito cominciarono la zuffa colle loro sciabole, lunghe venticinque piedi e larghe cinque. Vortici di fuoco uscivan loro dalla bocca e dagli orecchi, e colle grida scuotevano le montagne, dicendo: Dio è grande! deprime gl’infedeli per mano del suo diletto Abramo e quella di noi, che siamo i servi di Merasce, re dei geni.» Fecero un’orribile strage, e gl’infedeli, credendo che tutte le montagne all’intorno fossero piene di geni, si diedero alla fuga. I maredi li [p. 128 modifica] inseguirono sin nel deserto, e di dugentomifa avversari, cinquantamila Amaleciti appena salvarono la vita.

«I due maredi, riportata la vittoria in tal guisa, dissero ai credenti: — Il re Gharib e suo fratello Sebmalleil vi salutano; essi stanno bene, e trovansi appo Merasce, re de’ geni. — Dio vi ricompensi di tal felice nuova,» dissero i credenti; «siete spiriti benefici.» I maredi tornarono al loro re, e gli resero conto della riportata vittoria, di cui Merasce e gli ospiti provarono grande allegrezza. — Bisogna,» disse il re ai due fratelli, «che vi faccia conoscere i miei stati, e vi mostri la città di Yafet, figlio di Noè.» Fatti condurre due corsieri per Gharib e Sehmalleil, montò a cavallo anch’egli, seguito dalla sua guardia consueta composta di mille maredi, e giunsero in breve alla città di Yafet, i cui abitanti d’ogni età vennero loro incontro per accrescere la solennità dell’ingresso. Smontati al palazzo di Yafet, Merasce salì sur un trono d’avorio, sostenuto da colonne d’oro coperte di tappeti di seta, e disse: — Popolo di Yafet, figlio di Noè! che cos’hanno adorato i padri e gli avi vostri? — Noi sappiamo,» risposero; «siamo adoratori del fuoco, e vogliamo conservarne il culto, a meno che non ce ne facciate conoscere uno migliore. — Popolo,» riprese Merasce, «ho riconosciuto che il fuoco è una creatura ed opera del Dio unico che ha tutto creato, del Dio vendicatore, creatore del dolo e della terra, del giorno e della notte, che vede tutto, e cui nessuno vede. Ho abbracciato la vera fede, e vi consiglio di seguire il mio esempio, per evitare le pene in questo mondo ed i supplizi eterni nell’altro.» Allora professarono tutti di cuore e di bocca l’islamismo. Merasce prese poi Gharib per mano, onde mostrargli gli appartamenti del palazzo. Avendo il giovane scorta in una sala una sciabola coll’impugnatura d’oro, chiese a chi [p. 129 modifica] appartenesse, e Merasce: — È,» rispose, «la sciabola di Yafet, figliuolo di Noè, colla quale combatteva contro gli uomini ed i geni. È opera del savio Gerdun, il quale incise sulla lama talismani e parole sì potenti, che nulla le resiste, nemmeno le montagne. Chiamasi questa sciabola il polverizzatore, poichè riduce in polvere tutto ciò che tocca. — Voglio vederla davvicino,» disse Gharib, e non aveva finite quelle parole, che già impugnava la scimitarra. Era lunga dodici piedi e larga tre, e vedeansi sulla lama gli emblemi della morte. — Vediamo,» disse Merasce, «se potrete maneggiarla.» Gharib la prese e la brandì come una canna. — Siete degno,» sclamò il genio, «di possedere quella sciabola unica, che sarà eterno oggetto d’invidia agli eroi ed ai re. —

«Durante il resto del giorno, Merasce percorse cogli ospiti le piazze e le vie della città, non meno dei giardini magnifici de’ quali era circondata. La sera tornarono al palazzo di Yafet dove si cenò. Mentre erano a tavola, Gharib mostrò il desiderio di tornar a casa a rivedere il suo popolo. — Oh!» gli disse Merasce, «bisogna che restiate alla mia corte ancora un mese almeno; mi è impossibile rinunziare al diletto della vostra società.» Sarebbe stato sconveniente ricusare quell’invito, e Gharib e Sehmalleil rimasero quindi un altro mese nella città di Yafet, colmati dai re de’ geni di regali in oro, argento, rubini, smeraldi, diamanti, musco, ambra e ricche stoffe di seta. Inoltre fece fare due abiti di stoffa di Vekha, ricamati d’oro, e vi aggiunse un magnifico diadema per Gharib. Chiamati poscia cinquecento maredi, loro comandò di prepararsi per la domane onde ricondurre gli ospiti nel paese natio. Tutto era pronto per la partenza la mattina appresso allo spuntar dell’aurora, allorchè fu improvvisamente udito uno strepito spaventevole di cavalli, d’armi, di trombe e di [p. 130 modifica] cimballi. Era un esercito di settanlamila geni, sotto la forma di uccelli, e condotto dal re Berkan. Ora bisogna sapore che cosa conducesse colà codesto! Berkan.

«Era costui un re potente, sovrano della città d’Onice e del paese d’Oro; regnava su cinquecentomila maredi: zio di Merasce, era fanatico adoratore del fuoco. Un maredo apostata, abbandonate per una picola promozione le truppe del nipote, era venuto ad annunziargli che questi aveva cambiato di religione. A tal nuova, Berkan si abbandonò a tutti i furori del fanatismo. — Pel fuoco!» sclamò, «bisogna che uccida quel reprobo, ed annienti i perfidi suoi sudditi!» E radunati sessantamila geni, marciò con essi, come si disse, sopra la città di Yafet.

«Merasce, non volendo trascurare i contrassegni consueti di rispetto, mandò un maredo per chiedergli la cagione della sua venuta. Condotto davanti al re, il genio prosternossi ed adempì al suo messaggio. — Di’ al tuo padrone,» rispose Berkan, «ch’io non sono qui venuto se non per farmi musulmano. — «Era un’astuzia per impossessarsi del nipote, senza ferir colpo, avendo dato l’ordine alle guardie di prenderlo nel momento in cui si abbraccerebbero. Venne dunque Merasce senza sospetto, ma vedendosi assalito, gridò: — Cosa significa questa condotta? — Come, cane!» gli disse lo zio; «abiuri la credenza de’ tuoi padri per abbracciare una religione che non conosci? — Siete in errore; ho abbracciato la religione d’Abramo, che è la sola vera; tutte le altre sono false. — Chi te lo disse? — Un re dell’Irak, pel quale ho la maggior venerazione. — Pel fuoco e per la luce, «sclamò Berkan, «v’immolerò amendue in una volta! —

«Per fortuna, uno schiavo di Merasce, trovato il mezzo di fuggire nel momento stesso in cui erasi [p. 131 modifica] arrestato il suo padrone, accorse a spargere l’allarme nella città. — All’armi, fratello,» disse Gharib a Sehmalleil, «per liberare Merasce; montiamo a cavallo, — Come!» riprese Sehmalleil; «vuoi combattere coi geni? — Sì, certo,» rispose l’altro, «colla sciabola di Yafet ed in nome d’Abramo, amico di Dio.» Schieraronsi i due eserciti in battaglia. Il primo ad aprire il combattimento, fu Gharib, che spinse il cavallo in mezzo alle file contrarie; la sua sciabola, che brillava d’uno splendore soprannaturale, abbagliò gli occhi ai nemici e ne turbò la ragione. Quindi gridò: — Dio è grande! io sono Gharib, re dell’Irak: non v’ha altra vera religione che quella di Abramo, il diletto di Dio! — Oh!» sdamò Berkan, «ecco l’insensato che traviò mio nipote; giuro di non sedere sul mio trono se prima non abbia veduto rotolare a’ miei piedi la testa di colui.» Salito sur un elefante bianco che conduceva alla pugna con isproni di ferro: — Cane,» gridò, volgendosi a Gharib, «sei tu che rendesti mio nipote spergiuro alla religione de’ suoi padri; or sappi che l’ultima tua ora è giunta.» Sì dicendo, alzò la terribile arme per atterrarlo d’un sol colpo; ma il giovane schivollo felicemente, e per vendicarsi, trapassò col primo fendente da parte a parte l’elefante; l’animale cadde, trascinando nella sua caduta Berkan, che fu sul momento avvinto di catene da’ geni dell’esercito di Merasce. Vedendo il loro re prigione, le milizie di Berkan diedero un assalto generale per liberarlo; ma Gharib ricorse alla sciabola incantata. I geni fedeli accorsero in suo aiuto, e cangiandosi in vortici di fuoco, riempirono l’aria di fiamme e di fumo. L’eroe penetrò nella tenda di Berkan, in cui Merasce era prigioniero. — Sciogliete il vostro padrone,» gridò ai geni fedeli Koheilan e Kordian.» sciolsero quelli, e Merasce comandò gli si conducessero due cavalli alati: ne prese uno, Gharib [p. 132 modifica] slanciossi sull’altro, e scorrendo di fila in fila, gridando ad alta voce: — Dio è grande!» fecero una spaventosa carneficina. Più di trentamila maredi rimasero su campo, ed il resto cercò salvezza nella fuga.

«Per fortuna di Berkan, uno de suoi fedeli lo sciolse da’ ceppi, talchè pervenne a salvarsi coi rimasugli dell’esercito durante il tumulto. Di ritorno nella città d’Onice, adunò i capi delle truppe, che lo felicitarono della sua salute. — Che salute è mai cotesta?» disse; «vinto, prigioniero, e disonorato per sempre innanzi agli altri sovrani de’ geni! — È destino dei re,» risposero i cortigiani, «d’essere ora vincitori ed ora vinti. — No, no!» gridò egli, «bisogna che mi vendichi, o voglio cessare di essere contato tra i re dei geni.» E immantinenti diresse circolari a tutte le tribù di geni a lui sommesse od alleate: trecentomila de’ suoi sudditi, geni, maredi, folletti, demoni d’ogni specie, accorsero per riceverne gli ordini. Ei comandò loro di tenersi pronti a mettersi fra tre giorni in marcia.

«Intanto, accortosi Merasce della fuga di Berkan, deliberava con Gharib sul partito da prendere, e risolsero di prevenire il nemico. — Torna a casa, fratello,» disse Merasce a Gharib, «e lasciami combattere i nemici. — Pel Dio vendicatore, nol farò!» riprese il giovane. «Non partirò di qui prima d’avere sterminato i geni infedeli dannati al fuoco eterno, ed essere giunto a farvi riconoscere dovunque pel vero re! Ma Sehmalleil soffre, ed io voglio mandarlo ad Omman.» Fu questi confidato a due maredi, che dovevano averne cura perla strada, e partì colmo di presenti.

«Centocinquantamila geni fedeli avendo prese le armi, si marciò verso la città d’Onice e la terra d’Oro. I due eserciti incontraronsi a metà strada, e vennero alle mani con accanimento eguale d’ambe le parti. [p. 133 modifica] Tutta gremita di teste era la terra, e settantamila infedeli morsero prima di notte la polve. Allora le trombe suonarono la ritirata, ed il cimento non costò ai credenti se non diecimila guerrieri circa. Molto pentivasi Berkan d’avere intrapresa quella guerra. — Se dura altri tre giorni,» diceva, «siamo perduti. Non ci resta altro partito se non di dare un assalto notturno, e togliere i nemici dalle braccia del sonno per ispingerli in quelle della morte.» Tale sentimento fu adottato; ma un genio, chiamato Gindel, che esteriormente professava la religione degl’idolatri, benchè in fondo al cuore fosse musulmano, affrettossi d’andar a recarne la notizia a Merasce e Gharib. — Qual partito prendere?» chiese il re dei geni al re dell’Irak. — Ciò che v’ha di meglio, secondo il mio parere,» rispose questi, è di far uscire le nostre truppe, e spingerle sull’istante nelle gole vicine fin che i nemici abbiano lasciato il campo. Allora piomberemmo loro addosso da tutte le parti, e li stermineremo intieramente coll’aiuto di Dio! —

«Quell’astuzia di guerra fu coronata dal più felice esito. Appena gl’infedeli furono padroni del campo, i musulmani attaccarono, gridando: — O Dio misericordioso! Dio onnipossente, creatore di tutte le cose!»

L’aurora sorse testimone della vittoria de’ credenti. Salvatosi Berkan, venne a cercar rifugio, con parte del suo seguito, nella città di Onice, dove convocò in fretta un consiglio di guerra. — Amici,» disse, «il nemico c’insegue: altra via di scampo non ci resta se non di ritirarci dietro la montagna di Kaf, ed implorarvi il soccorso del re Azzurro, sovrano del castello Bianco; egli solo può vendicarci. » Partirono infatti, conducendo le donne ed i fanciulli. Merasce e Gharib trovarono aperte le porte della città e le case vote, e recaronsi al palazzo del re che posava su fondamenti di fino smeraldo; d’onice erano le porte coi cardini [p. 134 modifica] d’argento, gli ornamenti di legno d’aloè e di sandalo; le pareti, di lucido marmo, riflettevano gli oggetti come uno specchio. Ammirarono essi con maraviglia la magnificenza dell’edifizio. Attraversati sette cortili, trovarono una sala dorata, in mezzo alla quale era un bacino circondato da animali di varie specie, che spruzzavano e vomitavano acqua da mille parti. Era il suolo coperto d’un tappeto di seta, e vi si vedevano due seggi d’oro, adorni di diamanti e di pietre d’inestimabil pregio. Merasce e Gharib collocaronsi su que’ due troni. — Quali sono adesso i vostri disegni?» chiese Gharib. — Credo,» rispose Merasce, «che dobbiamo attendere qui il ritorno dei cento maredi, a’ quali ho comandato di percorrere il paese, per cercar discoprire Berkan.» Tornarono quei maredi in capo a tre giorni, riferendo che Berkan aveva cercato asilo sulla montagna di Kaf. — Andiamo,» disse il re, «bisogna marciare incontro al nimico; saremo da esso assaliti, se esitiamo d’attaccarlo pei primi. —

«Nello stesso istante si videro arrivare i maredi che avevano accompagnato Sehmlleil nella città di Omman, e riferirono come Agib avesse trovato asilo presso Yareb, figlio di Kathan, il quale, con possente esercito, minacciava di devastare l’Irak. — Pel Dio vivente!» disse Merasce a Gharib, «vi accompagnerò a casa, e vi renderò i vostri stati, ne potete esser certo; ma prima, marciamo alla montagna di Kaf.» Gharib ringraziò l’alleato per le benevole di lui intenzioni, e subito la mattina dopo si misero in via per assaltare il castello Bianco e la città di Marmo. Questa città era fabbricata da Burik, figlio di Faki, padre dei geni. Aveva egli fatto costruire un palazzo tutto d’argento, onde gli venne il nome di castello Bianco. Allorchè non ne furono più lontani d’una mezza giornata, mandarono esploratori innanzi, e questi tornarono a riferire che i geni, i maredi, gli [p. 135 modifica] spiriti ed i demoni formicolavano nella città di Marmo, numerosi quanto le foglie degli alberi e l'onde del mare. — Che cosa si deve fare, re degli uomini?» chiese Merasce a Gharib. — Se volete seguire il mio parere, re dei geni,» rispose questo, «dividerete l'armata in quattro corpi, i quali si accosteranno da quattro parti diverse alla città col favore delle tenebre, ed a mezzanotte faranno tutti insieme udire il grido: Allah Akbar! Vedrete cosa allora sarà de’ geni infedeli. —

«Fu tal consiglio esattamente seguito, ed appena si fecero udire le grida: Allah Akbar! gl'infedeli svegliaronsi colpiti da terrore, ed immaginando che già fosse in città il nemico, assalironsi l’un l’altro, e si uccisero tra loro sino al levar del sole. Allora, Gharib si pose alla testa dei geni fedeli, e sguainata la sciabola folgoreggiante, precipitossi sugli avversari, de’ quali fece orribile macello, restando Berkan ed il re Azzurro sul campo di battaglia, ed in alcune ore l’esercito degl’infedeli fu intieramente distrutto. Recaronsi Gharib e Merasce al castello Bianco, le cui mura erano di diamanti e smeraldi alternati, e vi trovarono immensi tesori.

«Non si fermò Gharib a considerare quelle innumerevoli ricchezze, ma entrato nel serraglio del re Azzurro, vide una giovane di beltà seducente, vestita d’un abito che valeva almeno centomila zecchini. Circondavanla cento giovani schiave, in abito di broccato d’oro, ed in mezzo alle quali essa brillava come la luna tra le stelle. Gharib, a cui la vista di tale bellezza aveva tolto la ragione, domandò ad una schiava chi fosse. — È la principessa Stella-del-Mattino,» rispose la schiava, «figlia del re Azzurro. — Re de’ geni,» disse Gharib, volgendosi a Merasce, «è d’uopo ch’io sposi quella giovane. — Ne siete padrone,» rispose questi, «essa vi appartiene, come anche tutti i suoi tesori ed il suo palazzo, [p. 136 modifica] poichè, senza il vostro strattagemma, non avremmo vinto Berkan ed il re Azzurro, e saremmo perduti senza rimedio.» Gharib lo ringraziò della sua cortesia ed accostassi a Stella-del-Mattino, della quale s’invaghì sì perdutamente da dimenticare non solo la principessa di Persia, ma anche Mahadiyeb, oggetto de’ suoi primi amori.

«Stella-del-Mattino era figlia d’una principessa della China rapita altre volte dal re Azzurro, la quale avevalo reso padre di questa fanciulla. Morì la donna quaranta giorni dopo la nascita della figliuola, allora in età di diciassette anni. Nella sera stessa vennero celebrate le nozze, e Gharib fu al colmo della felicità, rinvenendo nella sposa una verginella che possedeva ancora intatto il tesoro della sua innocenza. Fece poi adeguare al suolo il palazzo dopo averne ricavato, senza contare gli altri tesori, mille piastre d’argento; Merasce confiscò il resto delle ricchezze di Berkan e tornò nella sua capitale. Chiesegli Gharib il permesso di riedere ne' suoi stati. — Per Dio e per Abramo suo diletto,» disse Merasce, «voglio accompagnarvi io stesso!» Il giovane ringraziollo di sì gran favore e lo pregò di dargli per unica scorta i due fedeli geni Koheilan e Kordian. Merasce comandò loro d’assoggettarsi agli ordini del mortale, e questi si preparò alla partenza. — Prendete,» disse Gharib ai due maredi, «la mia sposa Stella-del-Mattino ed i miei tesori, mentr’io salirò sul cavallo alato. — No, fratello, quel cavallo alato non può vivere se non nel paese dei geni, e toccando la terra degli uomini morrebbe. Ma ve ne darò un altro che scorre sulla terra come un lampo.» Fu confidato ai due maredi il fardello, e Gharib prese congedo dal re non senza versare molte lagrime. — Son desolato,» gli disse Merasce, «di lasciarvi partir solo: vi darei con piacere almeno centomila maredi coi quali [p. 137 modifica] potreste saccheggiare gli stati del vostro nemico. — Siete troppo generoso»» riprese Gharib, «e sento la più viva gratitudine, ma non credo d’aver bisogno dell'aiuto dei geni. —

«Fecero i due maredi in due giorni una strada di cinque anni, e per riposare discesero nella capitale di Omman, dove Gharib mandò uno de’ maredi alla scoperta; il genio gli riferì che tutto il paese era inondato da infedeli, e nell’istante medesimo si dava una battaglia sanguinosa. — Orsù, all’armi!» sclamò Gharib, balzando in sella e sguainando la sciabola di Yafet figlio di Noè. Voleano i due maredi accompagnarlo per battersi ai suoi fianchi, ma ei dichiarò loro, in nome di Dio e d’Abramo, di voler combattere da solo, e solo riportare l’onore della giornata.

«Per conoscere quali nemici combatteva allora Gharib, bisogna sapere che Agib, non osando tornar più da Yareb dopo la perdita del di lui esercito nel paese di Omman, erasi ridotto nell’India per implorar il soccorso del re Tartekan, fanatico adoratore del fuoco, che giurò di sterminare tutti coloro i quali non professassero la sua religione. Mandò questi il figlio con cinquantamila cavalieri, altrettanti pedoni e centomila elefanti, ciascuno dei quali portava una torre di legno d’aloè e di sandalo, coperta di piastre d’oro e d’argento. Quest’era l’esercito che assediava le truppe di Gemerkan e del gigante della montagna rimasti alla custodia della città di Omman.

«Aveva un eroe dell’esercito indiano, chiamato Batascial Akran, nipote di Tartekan, disfidato a singolar tenzone il gigante della montagna e fattolo prigioniero. Gemerkan avendo voluto vendicare il fratello d’armi, provò la medesima sorte, al pari di quaranta altri tra’ più bravi cavalieri. Fu appunto allora che Gharib sopraggiunse tanto a proposito, e precipitandosi nel campo di battaglia gridava: — Dio [p. 138 modifica] è grande, la vittoria viene da lui!» Si dicendo attaccò l’eroe indiano, ed al primo colpo lo stese al suolo. In pari tempo, disse a Sehmalleil, che per caso trovavasi colà, di legare il prigione. Siccome non erasi alzata la visiera, niuno dei credenti nè degli infedeli il riconobbe. Ma fatti cinquantadue prigionieri in singolar tenzone, ed accostandosi la notte, si levò l’elmo e si fece conoscere. Chi potrebbe descrivere la gioia di quei fedeli guerrieri allorchè rividero il loro re sano e salvo? Tutto l’esercito gli si affollò intorno per baciargli piedi e mani, talchè fu quasi soffocato dalla moltitudine. Sbarazzatosene per tornare al suo palazzo, chiamò i due maredi, e: — Desidero,» disse loro, «che mi trasportiate a Kufah per rivedere il mio serraglio; ma voglio essere di ritorno prima dell’alba. — Nulla di più facile,» risposero i maredi; «v’hanno da qui a Kufah sessanta giorni di cammino, ma per noi ne occorre tutt’al più una mezzoretta.» Ve lo trasportarono infatti, e colà non fu minore la gioia. Damigh, zio di Gharìb, e tutto l’harem erano fuor di sè per l’allegrezza del ritorno inatteso del loro sovrano. Gharib, contate allo zio tutte le sue avventure nel paese dei geni, gli presentò la nuova sposa Stella-del-Mattino, indi andò a riposo. Un’ora innanzi l’aurora alzossi, tornò ad Omman, ed ivi, riprese le armi, diede gli ordini necessari per assicurarsi la vittoria.

«Fu Gharìb in persona che aprì la mischia, chè, inoltratosi sul suo cavallo in mezzo ai due eserciti, sclamò: — Vi sfido io solo: chi non mi conosce, venga ad imparar a conoscermi!» Il figlio del re delle Indie disse ad Agib, che trovavasi nel suo esercito: — Siete voi che ci trascinaste in questa guerra; andate a combattere vostro fratello, e conducetelo prigione. — Rivolgetevi ad altri, ve ne supplico, «rispose Agib; «ho fatto stanotte un sogno orribile, [p. 139 modifica] che mi gettò nella perturbazione e nello spavento, nè mi lascia riposo. » A quei detti il principe perdette la pazienza. — Pel fuoco e la luce! per la notte e le tenebre!» sclamò; «se non me lo traete qui prigioniero, vi faccio mozzare il capo.» Agib così costretto a combattere contro voglia, si volse al fratello con tanta arroganza, quanta viltà aveva dimostrata dinanzi al principe indiano. — Vendetta per mia madre! » gridò Gharib, precipitandosi su di lui, e senza valersi della fulminea scimitarra rimessa ai geni, atterrò Agib con un colpo di clava e lo fece prigione. Il principe dell’Indie allora, vedendo la costui sorte, domandò le armi, e si spinse innanzi per combattere Gharib, ingiuriandolo così: — Miserabile Arabo! marrano! ora t’insegnerò io a vivere, a te che osi far la guerra ai monarchi! Scendi subito da quel cavallo, vieni a baciarmi la staffa, e ponti da te medesimo le catene, acciò ti conduca nel mio paese dove vivrai di pane ed acqua.» Allorchè Gharib udì quelle parole, non potè trattenersi dal ridere. — O cane!» sclamò, «più cane di tutti coloro che ho incontrati in mia vita, sguaina la sciabola, e bada alla maniera con cui sono per farti passare il tempo! Ma frattanto,» soggiunse, volgendosi a Sehmalleil, «fa tagliare la testa ai prigionieri. » Assalì quindi il principe delle Indie con istupenda vigoria; ma trovato in lui un degno competitore, pugnarono con esito incerto per tutto il giorno: la notte pose fine al conflitto. — Combatteste a lungo quest’oggi,» dissero a Gharib i suoi guerrieri, «come se ne aveste avuto d’uopo per riportar la vittoria. — È vero,» rispose, « ma aveva da fare col più valoroso cavaliere, e siccome era mio disegno di farlo prigione, buttandolo di sella, non mi valsi della sciabola di Yafet. —

«Dal canto suo, il principe delle Indie, tornato [p. 140 modifica] nella sua tenda, sedè sul trono, e disse a quelli venuti a congratularsi del suo felice ritorno: — Pel sole e la luce! io non aveva ancora incontrato un sì bravo cavaliere; ma domani voglio assolutamente farlo prigione. —

«La domane mattina adunque, Gharib si presentò pel primo sul campo di battaglia, e: — Chi oserà misurarsi meco?» gridò. Ed ecco il principe delle Indie salito sur un elefante mostruoso, le cui guide stavangli sedute tra le orecchie, e lo faceano camminare coi pungoli. Il cavallo di Gharib, non avendo mai veduti elefanti, fu colto da spavento, e lo costrinse a smontare. Il principe indiano, vedendo il nimico in tale condizione, diè mano al suo rahak, cui era destrissimo a maneggiare, e ch’è una specie di rete della quale servonsi gl’Indiani nelle pugne, e con cui avvolgono cavallo e cavaliere. Lo gettò il principe su Gharib, e già cominciava a tirarlo verso l’elefante; ma appena i due fedeli geni, Koheilan e Kordian, che non cessavano dal tenere un occhio vigile su Gharib, lo videro avvolto nelle reti dell’avversario, pigliarono il principe, e rovesciatolo a terra, lo avvinsero strettamente. Allora la zuffa divenne generale: la polvere, le grida, il cozzo dell’armi salivano al cielo, ed il sangue scorse sino al tramonto. Molta fu la perdita dei credenti in tale giornata, sopra tutto per le stragi degli elefanti, de’ quali componeasi la cavalleria indiana. In un consiglio di guerra, tenuto da Gharib durante la notte, si raccolsero le voci sul miglior mezzo di distruggere quegli animali, ed i due maredi si offerirono di ucciderli a sciabolate; ma un uomo di Omman, uno dei più fedeli consiglieri del re, chiese di essere incaricato dell’impresa. Il giovane, che aveva in lui la massima fiducia, comandò a tutto l’esercito di obbedirgli, e l’aiutante di Omman, scelti diecimila [p. 141 modifica] uomini d’infanteria, armati di picche e balestre, li collocò alla testa delle file, e colà, ad un convenuto segnale, fecero piovere sugli elefanti una grandine di frecce. Furiosi quegli animali, inoltraronsi per calpestare i soldati: il disordine e la confusione si sparsero nell’esercito indiano, ed i credenti dando nel medesimo tempo un assalto generale, gl’idolatri n’ebbero una sconfitta totale; il campo e tutte le ricchezze loro caddero in potere dei primi. Gharib, fatto condurre in sua presenza il fratello, gli disse: — Cane, hai dunque nuovamente cercato di armare i re contro di me? ma vedi che il cielo mi concede mai sempre la vittoria. Convertiti ed abbraccia l’islamismo: non solo ti perdonerò l’assassinio de’ miei genitori, ma ti ristabilirò sul trono.» Avendo Agib risposto di non voler mai rinunziare alla sua fede, Gharib comandò che fosse ricondotto al carcere; e quindi, volto al principe delle Indie: — E voi,» gli disse, «volete farvi musulmano? — Certo,» rispose, «poichè se la vostra religione non fosse la vera, non mi avreste vinto; laonde riconosco non esservi altro Dio che Dio, e che Abramo è il diletto di Dio.» Immenso fu il giubilo di Gharib. — Ora tornate ne’ vostri stati,» disse al principe, «e regnate in pace come prima. — Non l’oso,» rispose l'altro, « poichè mio padre mi ucciderebbe, per punirmi di aver abiurata la mia religione. — Non temete nulla,» riprese Gharib, «voglio accompagnarvi io medesimo col mio esercito, ed a dispetto del fuoco e della luce vi farò proclamar re.» Pieno di gratitudine per tanta bontà, il principe gli baciò mani e piedi. — Fedeli geni,» disse poscia Gharib volgendosi ai due maredi, «trasportateci alle Indie, il principe, Gemerkan, il gigante della montagna e me. Voleva sulle prime marciare verso quel paese con tutto l’esercito: ma riflettendovi, trovo che noi quattro vagliamo quant’esso. — [p. 142 modifica] «Li presero i due maredi sugli omeri, e partirono al tramonto del sole, giungendo verso le quattro del mattino nel regno di Cascemire, lontano quattro mesi circa dal luogo di loro partenza. Discesero ai palazzo del re Tartekan, che aveva passata quella notte senza poter dormire, tormentato dall’inquietudine che gli cagionava la sorte del suo esercito e del figlio. Allorchè rivide il principe, sulle prime lo credette uno spettro, e la sorpresa crebbe ben più quando udì gridarsi: « — Guai a voi se non rinunziate all’adorazione del fuoco, e non venerate il Dio unico, il Dio vendicatore, creatore del giorno e della notte, che vede tutti e niuno vede! » Infuriando il re a tale discorso, slanciò contro il figlio un idolo di ferro che gli capitò per caso alla mano; per fortuna, il principe evitò il colpo, e l’idolo, battendo nel muro, spezzò tre lastre di marmo. Gharib comandò ai geni d’impadronirsi del re e caricarlo di ceppi; fu obbedito sull’istante, e poscia salito sul trono: — Vecchio rimbambito,» disse al re, «rinunzia all’adorazione del fuoco, se vuoi salvarti in questo mondo e nell’altro. — No,» rispose Tartekan, «voglio morire nella religione de’ miei padri.» Allora Gharib, sguainata la sciabola di Yafet, fe’ in due pezzi il re, gettandone il cadavere alle porte del palazzo, benchè oscurissima fosse ancora la notte. Investì poscia dell’impero il principe, e comandò ai due geni fedeli d’arrestare ad uno ad uno i grandi della corte al momento che si recassero all’alzarsi del re. Il primo che giunse allo spuntar del giorno fu il vicerè. Da prima non potè ben distinguere l’oggetto che vide all’ingresso del palazzo: ma rabbrividì d’orrore, riconoscendo il cadavere diviso in due. I geni fedeli, non lasciandogli tempo di rinvenire dallo spavento, lo pigliarono, legandolo prima che potesse riaversi. La stessa sorte [p. 143 modifica] subirono quelli che lo seguivano, e trecentocinquanta grandi dell’impero trovaronsi in prigione prima del sorger del sole. Allorchè comparvero tutti davanti a Gharib, domandò egli: — Avete veduto i residui dell’antico vostro re alla porta del palazzo? — Sì,» risposero, «ma chi potè commettere questo assassinio? — Io,» rispose Gharib; «io ho agito per la grazia ed in nome di Dio, e voi tutti proverete la medesima sorte se osate resistermi. Io sono Gharib, re dell'Irak, il vincitore del vostro esercito; ho fatto abbracciare l’islamismo al vostro re, e vi consiglio a seguirne l’esempio.» Vedendo che non c’era da fare obbiezione di sorta, si fecero tutti musulmani. — Ora che la grazia della fede vi riempie il cuore,» aggiunse il giovane, «andate a predicare l’islamismo al popolo, ed annunziategli non esservi altra via di salute in questo mondo e nell’altro.» Il popolo abbracciò l’islamismo ad eccezione d’un piccol numero di teste ostinate che la sciabola fece balzare. Gharib ordinò poi di celebrare una festa di ringraziamento a Dio per aver loro aperta la via del cielo e toccati i loro cuori.

«Rimase quaranta giorni ancora a Cascemire, nel corso de’ quali fece demolire i templi del fuoco, ed in vece ne eresse altri dedicati al vero Dio. Colmo di presenti per parte del re, si collocò, coi compagni, sul dorso dei fedeli geni, e si fece trasportare, durante la notte, ad Omman, dove il popolo mostrò un giubilo inesprimibile rivedendolo. Di là si recò a Kufah, ove trovò il fratello appeso alla porta della città, e talmente coperto di dardi che somigliava ad un porcospino. Impiegato il resto della giornata a ricevere le deputazioni che vennero a congratularsi del suo felice ritorno, la sera si ritirò per gustare le delizie dell’harem, e passare la notte colla regina Stella-del-Mattino. Ma, all’alba, pensò al suo matrimonio con Mahadiyeh, [p. 144 modifica] ed ordinò di fare i preparativi delle nozze. Tremila buoi, duemila castrati, cinquemila polli, cinquecento camelli ed altrettanti cavalli furono uccisi per ammannire vivande d’ogni specie, affinchè ciascuno trovasse qualche cosa conforme al proprio gusto. Finalmente regnò in quella circostanza una prodigalità ed abbondanza di cui non erasi mai sin allora veduto l’esempio. Quaranta giorni dopo giunsero vascelli carichi di donativi mandati dal re dell’Indie. Gharib, distribuite tali ricchezze, elesse lo zio a vicerè di Kufah, e suo fratello Sehmalleil vicerè di Babilonia.

«Passati alcuni giorni in questa città, Gharib si trasferì al castello del gigante della montagna, d’onde spedì i due geni ad Isfahan per riferirgli nuove del re Scebur e della sua figliuola. Obbedirono i geni, e volavano nell’aere, allorchè si avvidero d’un numeroso esercito in marcia, e presto conobbero ch’erano Persiani sotto gli ordini di Rustem, i quali avanzavansi per isterminare Gharib ed il popolo. Tornarono i geni ad annunziargli tale notizia, lo risvegliarono poichè già dormiva, e gli dissero quanto avevano veduto. — Va bene,» rispose Gharib; «trasportatemi all’istante nella tenda di Rustem; voglio sedere sul trono ed intertenermi con lui, mentre voi starete al suo capezzale sotto la vera vostra forma e colla sciabola in pugno. —

«Quell’ordine fu eseguito. Allorchè Rustem si destò, soffregossi gli occhi. — È questo un sogno?» disse; « dove sono? — Sei,» risposero i geni, «davanti a sua maestà il re Gharib; ma tu chi sei, e che vieni a far qui? Ora tocca a te a rispondere. — È sogno o son desto?» ripetè di nuovo Rustem. — Prendi, ecco qui qualche cosa che ti comproverà che tu non dormi,» dissero i geni dandogli alcune piattonate. Scoprendo la figura di que’ due geni, Rustem rimase mezzo morto di paura; ed essi, pigliatolo, gli [p. 145 modifica] dissero: — Alzati, e bacia la terra davanti al re Gharib!» Rustem, obbedendo, baciò la terra, e disse: — Possa il fuoco spargere su voi la sua benedizione per tutta la vostra vita! — Cane!» sclamò Gharib; « il fuoco è una creatura, e non è buono al più che a far cuocere la carne o ad arrostire miserabili insensati al par di te. — Ma chi è il Creatore?» domandò Rustem. — È il Dio del cielo e della terra, il Dio unico, il Dio vendicatore! — Che si deve fare per conoscerlo?» Gharib gl’insegnò la professione di fede dei veri credenti, e l’altro la ripetè sul momento. Raccontò poscia che il re Scebur l’aveva mandato con centomila uomini per condurglielo morto o vivo; — Ah!» sclamò Gharib, «così dunque mio suocero ricompensa quello che salvò la vita alla di lui figliuola! Ma come sta la principessa, e che fu di lei? — Sire,» rispose Rustem, «il re vostro suocero ha saputo da una schiava, che avevate preso anticipatamente da sua figlia qualche acconto sui diritti del matrimonio. Furibondo, corse colla spada sguainata dalla principessa, e le disse: «Come! miserabile, hai lasciato dormir teco quel Beduino, senza che ti abbia portato la dote, e senza osservare le cerimonie consuete nelle nozze? — Ma, padre mio,» rispos’ella, «tutto fu fatto d’ordine vostro, almeno così mi si disse. — Dunque egli ti ha veramente posseduta!» Tacque la principessa e lasciò cadersi il capo; il re, al colmo del furore, sclamò: «Sia strettamente legata! Si facciano comparire nutrici e levatrici!» Pur troppo divenne certo essersi i giovani amanti abbandonati senza riserva a tutti i trasporti della passione. Il re volea uccidere la figliuola sull’istante; ma la consorte gli si gettò ai piedi, e scongiurollo a, cangiare la pena di morte in una perpetua prigionia. — Non voglio lordarmi del sangue di mia figlia,» disse il re; «ma stasera sarà gettata [p. 146 modifica] nell’onde.«E tale risoluzione,» aggiunse Rustem, «è stata, come non ne dubito, compiuta il giorno che ha preceduto la mia partenza. —

«A tal nuova oscuraronsi gli occhi a Gharib. — Per Dio e per Abramo suo diletto, ne trarrò vendetta! Quante truppe hai teco, Rustem? — Centomila uomini,» rispose; «ma in tanto numero ve n’hanno appena diecimila sulla fedeltà de’ quali e sul cui attaccamento io possa calcolare. — Ebbene! procurate di disfarvi del resto con quei diecimila uomini.» Rustem s’incaricò dell’impresa, e coll’astuzia venne a capo di disarmare, disperdere ed uccidere tutti i ribelli.

«Gharib si unì alle truppe fedeli, e marciarono verso la capitale della Persia, dove il rumore della disfatta dell’esercito era già giorno insieme alla notizia della defezione di Rustem. Scebur gettò la corona per terra, allorchè udì la condotta del generale, e che quest’erasi fatto musulmano. Volto quindi al figlio Virdsciah: — Tu solo, figliuol mio,» gli disse, «puoi rimediare al terribile disastro, conducendomi Gharib ed il traditore.» Passò il principe in rassegna l’esercito forte di circa centoventimila uomini, e la partenza fu stabilita alla domane.

«Nel medesimo punto si vide un immenso nembo di polvere; erano le schiere di Gharib che prendevano posto sulle alture d’Isfahan, e disponeansi in battaglia. Avendo le trombe ed i cimbali dato il segnale, impegnossi da ambe te parti la zuffa con pari animosità, ed il sole sparve dall’orizzonte prima che la vittoria fosse decisa. La domane mattina, avanzossi Rustem tra i due eserciti, e sfidò i bravi delle soldatesche persiane. Uno di essi, chiamato Toman, accettò la sfida, ma presto soccombette sotto la ferrea clava dell’avversario. Per vendicarne la morte, Scebur comandò un attacco generale, ed allora le [p. 147 modifica] grida di guerra: Fuoco e Sole! da una parte; Dio ed Abramo! dall’altra, ergeronsi sino ai cielo. Gharib, secondato da’ due maredi, fece una strage orribile; il sangue corse a torrenti, ed il nostro eroe colla sua sciabola incantata rovesciò l’alfiere nemico. A tal vista, gl’infedeli perdettero affatto il coraggio, e si dispersero come una mandra di pecore; Scebur istesso rimase prigioniero.

«Lavatosi del sangue ond’era coperto, e fatte le abluzioni, Gharib comandò di condurgli il re di Persia. — Cane,» gli disse, «che hai fatto di tua figlia? non era io degno d’esserle sposo? — Perdona,» rispose Scebur, «e credi al mio pentimento; la sola necessità ha potuto forzarmi a prender l’armi contro di te. — Si percuota colle verghe,» sclamò Gharib, «e sia avvinto di catene!» L’ordine fu all’istante eseguito.

«Avendo poi ordinato d’annunziare l’islamismo all’esercito persiano, centocinquantamila uomini l’abbracciarono tosto. L’eroe entrò in trionfo in Isfahan, sedette sul trono di Scebur, e divise tra’ suoi il bottino. Il popolo formò mille voti per lui; ogni luogo rimbombava di grida di gioia: la sola madre della principessa mandava dolorosi gemiti. — Perchè queste lagrime che turbano l’allegrezza universale?» chiese Gharib. — Sono i pianti d’una madre sventurata che perdette la figlia, e che abbandonasi alla sua disperazione. Aimè! se vivesse ancora la mia cara Fakhartadj!...» Il giovane non potè allora frenare le lagrime, ma in breve il suo dolore cangiandosi in rabbia contro Scebur, comandò di condurglielo per sapere cosa avesse fatto della giovane.

Dietro le sue rivelazioni, si fecero le più accurate indagini, e si seppe che non era stata annegata, essendosi contentati quelli che ne avevano avuta la commissione, di abbandonarla soltanto sulle sponde [p. 148 modifica] del fiume. Interrogati gli astrologi, dichiararono che non solo la principessa viveva ancora, ma aveva dato alla luce un figlio, e trovavasi allora presso un re dei geni, i cui stati erano lontani dalla Persia otto anni di cammino almeno. — Dio è grande,» sclamò Gbarib. Non era ancor rinvenuto dalla sorpresa, quando si venne ad annunziargli che un nembo di polvere oscurava l’orizzonte. Mandò alla scoperta i due maredi, i quali gli riferirono essere l’esercito del re Siradj, sotto il comando del principe Virdsciak il quale, salvatosi, era corso ad implorare l’aiuto di quel re, alleato del padre suo. Siradj avea posto l’esercito sotto gli ordini di Virdsciah. — Attaccheremo questa gente?» chiesero a Gharib i due geni; «noi c’incarichiamo d’annientarla.» Acconsentì egli; i due maredi, armatisi d’una spada fulminante, piombarono sull’esercito degl’infedeli. Questi, non vedendo altro nemico che le due spade fulminee, le quali mietevano le teste come l’erba, ne furono sì atterriti che si diedero alla fuga. Ma Siradj era un gran mago, e dimorava in un forte chiamato il Castello dei Frutti. Mandò subito il re Rosso (era il nome d’uno dei geni a lui sottoposti) per vendicarlo; ma il genio non fu più felice dell’esercito, tornò al re mago, e gli disse che l’unica sua risorsa contro Gharib era d’impossessarsi della sciabola incantata, e prendere nello stesso tempo i due geni della montagna di Kaf che stavano a’ suoi ordini. Ciò udito, avendo il mago chiamato un suo genio, nominato Sassa, gli comandò di avvicinarsi a Gharib sotto forma d’un passero, soffiargli nelle nari un po’ di nepente in polvere, e condurglielo tosto che quella droga avesse prodotto il suo effetto. Esegui il maredo puntualmente l’ordine e gli recò il nemico; ma Siradj non volendo spargerne il sangue per timore della vendetta di Merasce, comandò che fosse gettato nell’Oxo. [p. 149 modifica]

«In quel frattempo cercavasi di Gharib; se ne trovò la sciabola vicino al trono, ma in nessuna parte se ne potè scoprire le orme. Percorsero i due fedeli geni tutti i quartieri della città ed i giardini da’ quali è circondala, ma non poterono ricavare notizia veruna del re, talchè infine rinunziarono alle indagini. Tutti vestirono allora a lutto, ed il dolore fu universale. Ma vediamo qual fosse frattanto la sorte di Gharib. Era stato chiuso in una cassa e gettato nell’Oxo; fu per cinque giorni intieri trascinato dalla corrente, e infine giunse al mare, dove avendo il nepente perduto la sua forza, egli riaprì gli occhi, e si vide fra l’onde che agitavano la cassa galleggiante. In mezzo al mare, sclamò: — Dio è grande! non v’ha forza e potere che in Dio onnipossente!» «Ringraziato il Signore della sua salvezza, scorse solcare i marosi un vascello dal quale veduto anch’egli, fu preso a bordo, e gli si prodigarono tutte le cure necessarie. — Chi siete?» domandò Gharih ai marinai. — Apparteniamo,» risposero, «alla nazione de’ Kargi ed adoriamo un idolo chiamato Mirkasce. — Come! cani che siete,» gridò egli, «onorate un idolo, e non adorate il Dio potente, creatore di tutte le cose, il Dio che dice: Sia! ed è!» Montarono coloro nelle furie ad un simile discorso e gli si gettarono addosso per farlo in pezzi, ed egli non avendo armi per difendersi, cosa poteva fare contro quaranta? Lo legarono quindi, determinati di sacrificarlo nel tornare alla loro città. Era stata questa fabbricata da un antico Amalecita, e l’architetto aveva ad ogni porta collocata una statua di bronzo, specie di talismano che mandava un suono romoroso ogni qualvolta entrava nella città uno straniero, rumore che doveva avvertire gli abitanti, i quali, impadronendosi del forastiere, lo trucidavano se non abbracciava la loro religione. Tali statue di [p. 150 modifica] bronzo non avevano mai mandato un frastuono sì violento come quello che rimbombò per tutta la città allorchè entrovvi Gharib.

«Il grand’idolo, che altro non era se non lo stesso Satana, vomitò per la bocca e le orecchie fiamme e fumo, ed avverti ch’era d’uopo uccidere sul momento lo straniero, il quale aspirava a mutar la religione. Comandò dunque il re di legare il forastiero nella corte del tempio ed alzarvi un rogo par ardervelo la mattina appresso.

«Al levar del sole più non si trovò il prigione, e quando il re volle interrogare la sua divinità per saper notizie della vittima, anche l’idolo era scomparso; del che divenuto furioso, se la prese col visir, il quale non potendogli dare dilucidazione veruna, egli con una sciabolata gli mozzò la testa.

«Del tutto maravigliosa era la scomparsa di Gharib. Faceva egli la sua preghiera vespertina nel luogo stesso dov’era stato legato, quando il demonio, che aveva in custodia l’idolo, colto da terrore nell’udire il nome di Dio creatore di tutte le cose, del Dio che vede tutto e niuno vede, intavolò col giovane un dialogo, nel quale questi gli fece conoscere la vera religione, a cui egli si convertì; talchè spezzate le catene del prigioniero, si sollevò nell’aria, portandolo seco insieme all’idolo. Ecco quanto a Gharib; ora diremo del re de’ Kargi.

«Allorchè quel principe ebbe ucciso il visir, una parte del popolo cominciò a mormorare contro l’idolo che non poteva proteggere i suoi adoratori; altri ne presero la difesa; ne sorse un alterco, si diè di piglio all'armi, e così nacque una guerra civile, nella quale le due parti si assalirono con cieco furore e si distrussero a vicenda, sicchè in breve più non restò un sol uomo in istato di portare le armi. Le donne ed i fanciulli abbandonarono la città, la quale d’indi in poi [p. 151 modifica] cadde in ruina, ed è rimasta ancora a’ nostri giorni deserta e disabitata.

«Frattanto Gharib era in cammino verso il paese dei geni, il genio che lo portava chiamavasi Silsal, figlio di Mosalsal, re delle isole di Canfora e del palazzo di Cristallo. Adorava questo principe un vitello d’oro vestito di ricca stoffa, e carico di gran numero di ornamenti bizzarri. Satana stava in persona nell’interno di quell’idolo, e vi rendeva i suoi oracoli. Un giorno, il re Mosalsal essendo venuto nel tempio per farvi la sua preghiera, il vitello gli disse: — Tuo figlio è un apostata, che abbracciò la religione di Abramo, nella quale venne istruito da Gharib, re dell’Irak.» Adunò Mosalsal i suoi consiglieri per conferire secoloro intorno a quella strana nuova, e tutti rimasero colpiti da maraviglia. — Se mio figlio verrà qui,» disse il re a’ suoi ministri, «quando lo vedrete avvicinarsi per abbracciarmi, gettatevi su di lui. — Signore, sarà fatto il voler tuo,» rispose ad una voce il consiglio, e ciascuno si ritirò.

«Due giorni dopo giunse il genio Silsal con Gharib o l’idolo di Kargi. Conforme agli ordini reali, lo presero, e condottoglielo dinanzi, il re gli disse: — Insensato, tu che non sei più degno del nome di mio figlio, avesti l’ardire di rinunciare alla religione de’ tuoi avi? — Abbracciai la religione della verità,» rispose Silsal, «e guai a voi se non imitate il mio esempio!» Furibondo il re, comandò di gettarlo in un carcere; poi, voltosi al mortale: — E tu, ribaldo, hai dunque traviato il cuore di mio figlio, immergendolo nell’errore? — Io lo ricondussi dall’errore alla verità,» rispose Gharib, «dall’idolatria alla vera fede, dai tormenti dell’inferno alle beatitudini del paradiso. — Portatelo,» gridò Mosalsal ad un genio, e portatelo nella valle del Fuoco, e là trovi la morte!» Era questa valle [p. 152 modifica] una voragine di fuoco sempre ardente, circondata da monti scoscesi e sterili; siccome un tal luogo giaceva assai lontano dal palazzo, e Gharib facevasi a bella posta pesante, il genio presto stancossi, e per riposare alquanto, calò a terra, dove sedotto dall’ombra degli alberi e dal grato mormorio de' ruscelli, si lasciò vincere dal sonno. Il nostro eroe, approfittando dell’occasione, ruppe le sue catene, ed uccise il genio con un sasso enorme che gli lasciò cadere sul capo. Notando però che il sito nel quale trovava era un’isola, smarrì ogni speranza di poterne uscire; ma si rassegnò al suo destino, e colà visse sette anni nutrendosi di pesce e frutti.

«Un giorno, calarono nell'isola due geni, che attraversavano aria; Gharib aveva i capelli e l’unghie sì lunghe, e sì selvaggio aspetto, che lo presero anch’esso per un genio; ma fattosi riconoscere, si mise a narrare la sua storia. — Torneremo a liberarvi,» gli dissero quelli, «appena avremo condotto al nostro padrone, due uomini che cerchiamo, e de' quali vuol mangiare uno a pranzo e l’altro a cena. — Dio è grande!» sclamò Gharib, ed i due geni allontanaronsi.

«Due giorni dopo, uno di essi tornò, e presolo sul dorso, lo portò tant’alto nell’aria che poteva udir cantare gli angeli. Strada facendo, videro una freccia accesa che veniva loro incontro. Il genio, per evitarla, volò alquanto più basso, ma avendolo quella colto, lo ridusse in cenere, e Gharib cadde in mare. Nuotò per tre giorni interi, e già cominciavano ad abbandonarlo le forze, allorchè approdò appiè d’un monte alto e scosceso. Mangiate erbe e radici che gli restituirono alquanto vigore, si pose in via e camminò per due giorni interi sinchè giunse ad una città; ma, alle porte, le guardie impadronironsi di lui per condurlo dinanzi alla loro regina, della stirpe dei geni [p. 153 modifica] e dell’età di cinquecento anni, che riteneva tutti i viaggiatori per averli nel suo talamo, e poi li faceva morire: gran quantità di uomini era già perita in tal modo. Non mancò Gharib di esortarla ad abbracciare l’islamismo; ed essa: — Lascia l’islamismo,» gli disse, «e cedendo alle mie brame, abbraccia la mia religione. — Maledizione sulla vostra religione e su voi!» gridò il giovane.— Ostinato,» riprese la regina, «va stanotte al tempio del grand’idolo; forse il tuo cuore sarà tocco dalla grazia della divinità ch’io adoro.» Era d’onice quel dio, e carico di collane e braccialetti di perle e diamanti; Gharib, staccatoli tutti dall’idolo, li sbattè sul muro. La mattina seguente, vennero le guardie per prenderlo e condurlo alla regina; ma egli si difese con tanto valore che ne uccise ventiquattro. Gli altri corsero dalla sovrana per annunziarle l’avvenimento e la devastazione del tempio; talchè gettata nel primo impeto del suo dolore la corona per terra: — È fatta per l’idolo,» gridò ella, e tosto postasi alla testa di mille cavalieri, si recò al tempio per impadronirsi del ribelle, il quale aveva così maltrattate le sue guardie. Rinnovategli le sue proposte indarno come la prima volta, allora per la potenza d’un incantesimo, poichè era dotta maga, lo cambiò in scimiotto. Non vedendo modo veruno per racquistare la primitiva forma se non si arrendeva alle brame della fata, fe’ un cenno di testa che essa interpretò favorevolmente; ma fingendo d’abbracciarla, la soffocò. Ricopertosi quindi d’una brillante armatura trovata nel palazzo, uscì per la città a predicare l’islamismo. Gli abitanti presero l’armi onde vendicare la morta regina; sanguinosa fu la pugna, ed avrebbe potuto riuscir fatale per Gharib, se in tal periglio non fossero capitati in suo aiuto mille geni condotti da Silsal.

«L’eroe era fuor di sè per la gioia al rivedere [p. 154 modifica] antico amico. Poco tempo dopo che Gharib era stato mandato nella valle del Fuoco, Silsal aveva preso le redini dell’impero, e per molto tempo lo stimò morto; ma da pochi giorni avendolo veduto in sogno circondato dalle guardie della vecchia fata, ciò avevagli ispirato l’idea di venirgli in soccorso. Gli attestò Gharib la sua gratitudine, quindi si divisero i tesori della fata, e tornarono all’isola di Canfora ed al palazzo di Cristallo. Dopo alcuni giorni di riposo, Gharib pregò l’amico Silsal di ricondurlo nella città d’Isfahan, ed acconsentitovi il genio, vi giunsero verso la metà della notte, e posarono sul tetto del palazzo reale. Or siccome faceva un bel chiaro di luna, Gharib si avvide che la città era assediata da numeroso esercito. — Che è mai questo, fratello?» chiese a Silsal. — Non saprei dirvi,» rispose il genio, «informatevene nel vostro palazzo.» Discese il giovane pel tetto nel serraglio, e produsse grande spavento nelle donne, che con difficoltà lo riconobbero; ma scomparso infine ogni dubbio, inesprimibile fu la loro gioia, e gli raccontarono che l’esercito assediante, forte almeno di centocinquantamila uomini, era comandato dal re Moradsciah, ignorando però d’onde fosse venuto e quale idea avesse. Noi lo paleseremo in poche parole a’ nostri lettori.

«Ognun si ricorderà che Scebur aveva comandato di far perire nell’acque sua figlia, e che questo barbaro ordine non era stato eseguito. Errando sulle montagne e nelle valli, la principessa giunse in fine ad un palazzo magnifico, ove entrata, vide cento schiave di maravigliosa bellezza che la presero per una loro compagna; la principessa si accorse dell’equivoco, e narrò ad esse la sua storia. Anche le schiave raccontarono che quel palazzo apparteneva al re Saisal, figliuolo di Dal, uno de’ più potenti re dei geni, che veniva ogni mese a passarvi alcuni giorni. [p. 155 modifica] Dimorò la principessa di Persia colle donne di quel genio, di cui seppe guadagnarsi l’affetto, ed in capo ad alcuni giorni mise alla luce un figlio che chiamò Muradsciah.

«Poco dopo il re tornò al suo palazzo, ed istruito delle sventure della principessa, le prodigò tutte le consolazioni, promettendole di vendicarla del padre, e collocarne il figlio sul trono appena avesse tocca l’età conveniente ed acquistate le cognizioni necessarie per regnare. La donna baciò le mani al re per ringraziarlo di tanta bontà, ed il giovane Muradsciah fu istruito in tutti gli esercizi dell'armi, della caccia e della cavalleria. Giunto ai quindici anni, sua madre gli rivelò il mistero della di lui nascita; ardendo del desiderio di vendicare la madre, il principino la pregò di condurlo in Persia all’uopo di far valere coll’armi alla mano i diritti al trono dell’avo.

«Cominciò pertanto la sua spedizione impossessandosi di Samarkanda, dove fu proclamato re. Di là proseguì rapidamente la sua marcia; l’esercito accresceva ogni giorno, e tutte le città, che trovavansi sul di lui passaggio, si sottomisero. Giunse infine dinanzi ad Isfahan, di cui intraprese l’assedio la medesima sera che Gharib rientrava nella città. La mattina dopo, vestito d'armatura completa, avanzassi fuor del campo per chiamare a singolar tenzone i nimici. Gharib accettò la sfida; piombarono l’un sull’altro, diedero e ricevettero colpi tremendi, arretrarono, avanzarono, si strinsero vivamente, combattendo così più ore senza che il vantaggio si dichiarasse per alcuno de’ due campioni.

«Infine, scorgendo Gharib l’istante favorevole, gettò la sciabola, e preso l’avversario per le orecchie, gliele tirò con tal violenza, che Muradsciah si pose a gridare: — Perdono! perdono!» Allora Gharib lo lasciò, e lo fece incatenare. — Perdono!» ripeteva Muradsciah; «non avrei mai combattuto con sì valente e [p. 156 modifica] formidabile cavaliere, se non fosse stato per vendicare i miei genitori. — In tal caso,» riprese l’eroe, «sei intieramente giustificato; ma chi sono i tuoi parenti? — Mio padre,» rispose Muradsciah, «è Gharib, re dell’irak, e mia madre chiamasi Gloria-della-Corona, figlia di Scebur, re di Persia.» A tai detti, l’eroe mandò un gran grido e cadde al suolo. A grande stento rinvenne gettandogli in volto acqua di rose, e subito: — Dov’è tua madre?» domandò. — Nella sua tenda. — Ah! figlio,» ripresagli, «che ti abbracci! conducimi tosto da tua madre.» Affrettaronsi i due geni fedeli d’andarla a preparare a quel colloquio; ma chi potrebbe dipingere la felicità de’ due sposi? Accorse anche Schmalleil, e provò giubilo estremo rivedendo il fratello. Calmati alquanto i primi trasporti, Gharih fe’ abbracciare la vera religione a suo figlio Muradsciah ed alla sposa Gloria-della-Corona. Andarono poi alla reggia per convertire Scebur; ma non volendo questi riconoscere il Dio unico di Abramo, il diletto di Dio, lo fece immantinente appiccare alle porte della città.

«Muradsciah fu proclamato imperatore di Persia e re di Dilem. Il popolo gli prestò giuramento di fedeltà e d’obbedienza. Tornato Gharib nell’Irak, vi governò in perfetta pace. Così regnarono e vissero sinchè Iddio, dei quale avevano, durante tutta la loro vita, predicato l’unità, concesse loro la palma della beatitudine ed i godimenti della felicità eterna, che noi auguriamo a’ nostri uditori e ripetiamo ancora una volta: Non v’ha altro Dio che Dio, e Maometto e il suo Profeta.»

Qui Scheherazade pose fine al lungo e maraviglioso racconto; il sultano, attonito di quelle tante avventure, le concesse di buon grado di cominciarne un altro nella notte seguente.

  1. Questa novella, della quale pare che sia stata origine un'antica storia persiana, sotto la penna del traduttore o compilatore arabo, divenne una satira contro la credenza dei geni dal Corano consacrata, ed un’ironia perpetua dei compelle intrare dell’islamismo. Bisogna parlare il linguaggio degli iman e del dottori della legge, chi vuol mettersi al sicuro dall’odio loro altrettanto implacabile quanto pericoloso. Noi non conosclamo opera veruna nella quale i Musulmani, che non si sono lasciati acciecare dai pregiudizi, abbiano osato attaccare apertamente l’apostolato; e la presente produzione d’un fiiosofo arabo che prende la maschera d’un narratore di storie per combattere impunemente il fanatismo della religione, diventa anche sotto questo solo rapporto sommamente curiosa. Del resto, il traduttore arabo imitò in alcuni siti, ma con pochissima felicità, il celebre romanzo di Antar.
  2. Questo nome significa, in arabo, Freccia della notte.
  3. Prima della predicazione di Maometto, gli antichi Arabi adoravano gl’idoli, e sacrificavano anche vittime umane.
  4. Islam o Eslam, l’islamismo. Questo vocabolo significa una sommissione ed una rassegnazione intera del corpo e dell’anima a Dio, ed a tutto ciò che in suo nome rivelò Maometto.
  5. Questo nome, in arabo, significa Gloria della corona.
  6. Il tenur è un gran vaso di bronzo, entro il quale accendesi il fuoco, oppure si riempie di brace, e che gli Orientali adoperano per riscaldare gli appartamenti. In Turchia, dove la voce tenur pronunziasi tendur, collocasi questo vaso sotto una tavola chiusa con due o tre coperture sotto le quali si accosciano le donne. Nell’appartamento degli uomini non v’ha che il tenur, il quale ordinariamente chiamasi mangal, e non ha altra copertura che un coperchio dello stesso metallo. Questi mangal, o, per dar loro il vero nome arabo, questi tendur, sono appo i grandi signori turchi d’un lusso straordinario; il capitano pascià Hossein ne aveva uno di color rosso scuro, che costava 50.000 piastre.