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del fiume. Interrogati gli astrologi, dichiararono che non solo la principessa viveva ancora, ma aveva dato alla luce un figlio, e trovavasi allora presso un re dei geni, i cui stati erano lontani dalla Persia otto anni di cammino almeno. — Dio è grande,» sclamò Gbarib. Non era ancor rinvenuto dalla sorpresa, quando si venne ad annunziargli che un nembo di polvere oscurava l’orizzonte. Mandò alla scoperta i due maredi, i quali gli riferirono essere l’esercito del re Siradj, sotto il comando del principe Virdsciak il quale, salvatosi, era corso ad implorare l’aiuto di quel re, alleato del padre suo. Siradj avea posto l’esercito sotto gli ordini di Virdsciah. — Attaccheremo questa gente?» chiesero a Gharib i due geni; «noi c’incarichiamo d’annientarla.» Acconsentì egli; i due maredi, armatisi d’una spada fulminante, piombarono sull’esercito degl’infedeli. Questi, non vedendo altro nemico che le due spade fulminee, le quali mietevano le teste come l’erba, ne furono sì atterriti che si diedero alla fuga. Ma Siradj era un gran mago, e dimorava in un forte chiamato il Castello dei Frutti. Mandò subito il re Rosso (era il nome d’uno dei geni a lui sottoposti) per vendicarlo; ma il genio non fu più felice dell’esercito, tornò al re mago, e gli disse che l’unica sua risorsa contro Gharib era d’impossessarsi della sciabola incantata, e prendere nello stesso tempo i due geni della montagna di Kaf che stavano a’ suoi ordini. Ciò udito, avendo il mago chiamato un suo genio, nominato Sassa, gli comandò di avvicinarsi a Gharib sotto forma d’un passero, soffiargli nelle nari un po’ di nepente in polvere, e condurglielo tosto che quella droga avesse prodotto il suo effetto. Esegui il maredo puntualmente l’ordine e gli recò il nemico; ma Siradj non volendo spargerne il sangue per timore della vendetta di Merasce, comandò che fosse gettato nell’Oxo.