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Le Mille ed una Notti/Storia delle astuzie di Delileh e di sua figlia Zeineb

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Storia delle astuzie di Delileh e di sua figlia Zeineb

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Storia delle astuzie di Delileh e di sua figlia Zeineb
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NOTTE DCCXCIV-DCCCXIV

STORIA

DELLE ASTUZIE DI DELILEH E DI SUA FIGLIA ZEINEB.

— Al tempo del califfo Aaron-al-Raschild, vivevano a Bagdad due abilissimi ladri, l’un de’ quali chiamato Ahmed-ed-Deouf e l'altro Hassan Sciuman. Il califfo, volendo trar partito da tutti i generi di talento, li impiegò amendue nella polizia, dando a ciascuno lo stipendio di mille pezze d’oro, e pose a loro disposizione una guardia di quaranta uomini. Il primo era incaricato di vegliare alla sicurezza della città dalla parte di terra, il secondo dalla parte dell’acqua. L’emiro Khaled, vali o luogotenente di polizia, percorse con questi due nuovi capi la città per annunziare ch’erano officiali pubblici, e doveano per l’avvenire essere dagli abitanti di Bagdad considerati come tali. Eravi a quel tempo una vecchia, per nome Delileh la Ladra, dimorante a Bagdad insieme a sua figlia Zeineb la Furba. Questa, udita la proclamazione del califfo, disse a Delileh: — Ecco che cos’è mai l’aver fortuna, madre mia! Quel birbante di Ahmed-ed-Deouf, scacciato dall’Egitto e rifuggitosi a Bagdad come giuocatore di mala fede, e quel miserabile d’Hassan Sciuman, ormai procederanno uno a destra, l’altro a sinistra del califfo. Hanno il diritto di comparire a corte, e ricevono inoltre uno stipendio di mille zecchini l’anno, mentre noi, che [p. 158 modifica] certo li equivaliamo per talento, restiamo nella nostra miseria senza che alcuno ci badi.» Tali parole fecero profonda impressione su Detileh e sul marito di lei, stato un tempo a’ servigi del vicerè. Avevano pure, oltre a Zeineb, un’altra figliuola maritata, il cui figlio chiamavasi Ahmed-al-Lakit.

«Detileh era una vera strega in fatto di furberie e di furti; il serpente non è più scaltro ch’ella non fosse, ed il diavolo istesso avrebbe potuto andare a scuola da lei. Suo padre era stato in altri tempi direttore della posta de’ colombi, carica che gli aveva recato non solo stipendi vistosi, ma anche gran considerazione per parte del califfo; il che accrebbe tanto più il dispetto che provavano Delileh e la figlia dell’innalzamento dei due ladroni ad impiego sì lucroso. — Ebbene, madre,» disse Zeineb a Detileh, «se fa d’uopo di sola destrezza per ottenere un buon salario, ne avremo anche noi di certo; non occorre che di far qualche cosa acciò tutta Bagdad parli di noi. — Hai ragione, figlia mia,» rispose Detileh; » ma è difficile trovare qualche astuzia che superi quelle di Ahmeded-Deouf e di Sciuman, due ladri matricolati. Pure la vedremo: proviamoci.» Sì dicendo, si vestì da vecchia, indossò un abito di lana con larga cintura della medesima stoffa, e presa la brocca d’un bacile da lavare, collocò nel collo dei vaso tre pezze d’oro che stavano attaccate con un filo al coperchio; poi si munì d’una grossa corona e d’una specie di taglia, dove fece segni gialli, rossi e verdi. In tal acconciatura percorse la città, recitando preci ad alta voce, e cercando gonzi per divertirsi a loro spese; giunse così infine in una larga e bella strada, dove vide una gran porta sormontata da una cornice di marmo; di sandalo era l’uscio, e munito di grossi anelli di bronzo. Era il palazzo d’uno de’ primi uffiziali della corte del califfo, l’emiro Hassan, soprannominato Malmanierato, [p. 159 modifica] perchè con lui le percosse di solito precedevano le parole. Era ammogliato con una vezzosa giovane dalla quale non aveva avuto figliuoli. Un giorno essendosi l’emiro, nel tornare dal bagno, guardato in uno specchio, scoprì per la prima volta alcuni peli grigi nella sua barba; tale scoperta gli fe’ fare una quantità di riflessioni, e quando nello stesso giorno andò al divano, e vide i colleghi accompagnati da uno o due figliuoli, rimase afflittissimo di non averne.

Tornato a casa, colmò di rimproveri la moglie. — Tutte le prove che ti do,» le disse, «dell’amor mio, sono inutili; non se ne vedono uscire altri segni come da un pezzo di legno. — Dio è testimonio,» rispos’ella, «che non è mancanza mia, ma bensì di te, che sei un mulo impotente1. Guardati soltanto il mento grigiastro; non è certo di prospero augurio quando si vogliano aver figliuoli. — Vedremo,» disse Hassan; «preparati a’ miei amplessi al mio ritorno. — Benissimo,» rispose quella; «corro ad acconciarmi de’ miei più splendidi ornamenti.» Allora ritiraronsi l’uno e l’altra, malcontenti d’esser venuti a parole sì offensive. «Delileb, la quale dalla strada aveva udita la conclusione del loro colloquio, disse tra sè; — Ci sarebbe un bellissimo colpo da tentare se potessi [p. 160 modifica] impadronirmi degli abili nuziali onde vuol abbigliarsi per ricevere suo marito.» E subito inoltratasi sotto alle finestre, si mise a recitare preghiere ad alta voce. — Ecco,» disse la giovane consorte dell’emiro, «una santa donna ricolma dei favori del cielo, e le cui preci mi possono essere utilissime. Andate,» continuò, dirigendosi alle schiave, «baciate le mani al vecchio sceik, nostro portinaio, e pregatelo, a nome mio, di lasciar entrare la santa donna.» Eseguirono le schiave l’ordine della padrona, ed il portinaio inoltrassi verso Delileh, cui pur prendeva per una santa, talchè voleva baciarle le mani; ma essa vi si oppose. Il portinaio, il quale da tre mesi non aveva toccato nulla del suo salario, pregò la vecchia di versargli sulle mani alcune gocce della sua acqua per portargli benefizio in questa e nell’altra vita, e Delileh, sturato il vaso, versò coll’acqua le tre pezze d’oro postevi dentro. Prese il portinaio le tre monete per rendergliele, ma: — Dio mi guardi dal riprenderle!» disse la vecchia; «io non attribuisco nessun pregio alle ricchezze del mondo. Il cielo vi ha destinato quel denaro; ricevetelo a conto di ciò che vi deve il vostro padrone. — Ecco,» disse il portinaio, «ciò che si chiama una santa e degna donna.» E si affrettò a farla entrare in casa; La moglie dell’emiro comandò che si recasse a Delileh qualche cibo; ma questa dichiarò solennemente di osservare un continuo digiuno e non mangiare che tre volte l’anno. — Non sono venuta qui,» soggiunse, «se non nell'intenzione di sapere la causa del vostro cordoglio e mettervi rimedio, se il cielo me ne voglia accordar la grazia.» La giovane raccontò allora quant’era accaduto tra essa ed il marito, cosa che la vecchia già sapeva, avendo inteso il tutto dalla strada.

«— Figlio,» le disse Delileh, «non posso darvi altro consiglio che quella di andar a consultare mio zio [p. 161 modifica] Abu-Hamalat, il padre-dei-Fardelli; è un sant’uomo, così chiamato perchè ciascuno lo carica de’ propri affanni. È il solo che possa esservi utile nella circostanza in cui vi trovate. — Tal mezzo,» ripigliò la moglie dell’emiro, «mi è di pochissima utilità ; io non esco mai, e d’altra parte ignoro dove trovare vostro zio il sant’uomo. — Venite meco,» rispose Delileh, «vi condurrò tosto a casa sua, affinchè non riceviate indarno le carezze del vostro sposo. —

«La donna vestissi de’ suoi più begli abiti e scese colla vecchia. — Dove andate, signora?» le chiese il portinaio. — Vado,» rispose, «a vedere con questa santa donna il Padre-dei-Fardelli. — Dio benedica e conduca i suoi passi!» soggiunse il portinaio; «essa conosce i bisogni delle buone anime e li appaga: mi ha donato tre pezze d’oro. — Figlia mia,» disse Delileh alla giovane, giunti che furono in istrada, «camminate a qualche distanza di dietro, giacchè sta per venirmi ad importunare colle preghiere una folla di gente.» Camminava dunque la vecchia davanti alla moglie dell’emiro, la quale la seguì in tal modo fino al bazar, e mentre passavano davanti alla bottega d’un giovane mercante chiamato Adi Hassan, Delileh disse alla dama: — Fermatevi qui, figliuola, vi raggiungo subito.» Tornò quindi indietro e fu a trovare il giovane mercante, il quale, tutto rapito dalla bellezza della dama che aveva veduto passare, restava cogli occhi fissi su di lei. — La pace sia con voi, Adi Hassan!» disse Delileh; «voi vedete mia figlia che esce oggi per la prima volta di casa. Suo padre, morendo, le ha lasciato una vistosa sostanza; non ha bisogno che d’un marito saggio ed ordinato. Ho volti gli occhi su di voi, e v’ho scelto per mio genero, nè voi potreste, figliuol mio, trovare un partito migliore. Mia figlia vi porterà i tre C che deve avere una donna: il suo cervello, la sua cassetta ed il corpo [p. 162 modifica] suo non hanno alcun difetto, e sono al sicuro d’ogni critica. — Vi credo facilmente, madre mia,» rispose il giovane,» quanto a ciò che concerne i due primi C; ma quanto al terzo, bramo assicurarmene co’ miei propri occhi. — Non avete che a seguirmi,» soggiuns’ella; «ve la farò vedere nuda come la mano. Ma seguiteci di lontano, in modo però di non perderci di vista. —

«Alzossi il giovane, si pose in tasca mille zecchini, per servirsene al bisogno, e seguì da lungi la vecchia, che continuò a camminare come prima. Avvicino» poscia alla bottega d’un tintore, e voltasi, fe’ segno alla giovane dama di fermarsi, poichè voleva restare alcuni istanti dove si trovava. Entrò la vecchia nella bottega dov’era un povero vecchio, il quale, oltre alla sua professione di tintore, vendeva fichi e torte di frutta. — La pace sia con voi, tintore Mohammed!» gli disse; «vedete laggiù quella giovane, ed un po’ più lontano quel giovanotto? Sono i figliuoli che piacque a Dio di concedermi. La mia casa è vecchissima e minaccia ruina, ed alcuni architetti m’hanno consigliato di farla riparare prima che caschi. I miei figli sono costretti ad abbandonarla mentre si faranno tali riparazioni, e son venuta a pregarvi di affittarmi per essi una stanza. — Oh! ecco una cosa che va bene,» pensava tra sè il tintore, «e mi viene a taglio come la spuma al caffè. Io infatti,» disse poi ad alta voce, «ho vari appartamenti; ma non posso privarmene, poichè mi giungono di tempo in tempo carovane cariche d’indaco. — Ebbene,» riprese la vecchia,» non vi chieggo questa camera se non per uno o due mesi finchè sia ristaurata la casa. Non avrete a lagnarvi di me riguardo alla generosità, poichè ho i sentimenti d’una vera Araba. — Prendete queste tre chiavi,» disse il vecchio; «la più grossa apre la porta che mette sulla strada; quella curva, la parta del vestibolo; la [p. 163 modifica] più piccola appartiene alla Camera superiore.» Prese Delileh le tre chiavi, recossi alla casa del tintore, ed aperta la porta, fece entrare la moglie dell’emiro, dicendole: «Figliuola, ecco la casa di mio zio, il santo sceik Padre-dei-Fardelli. Vado ad annunziargli il nostro arrivo; intanto salite pure.» La donna in fatti salì; entrato quindi il giovane mercatante, Delileh gli disse: — Attendete sotto il vestibolo, finchè vi faccia vedere mia figlia.» Poi recossi alla consorte dell’emiro, impazientissima di vedere lo sceik. — Viene subito,» le disse; «ma devo prevenirvi che sarà accompagnato da suo figlio, al quale una pietà troppo esaltata sconcertò alquanto il cervello. Va seminudo, e non può soffrire che gli altri siano vestiti diversamente. Allorchè si offre a’ suoi sguardi una dama adorna come siete ora voi, le si precipita addosso, e le strappa gli orecchini e tutti i suoi gioielli. Se volete seguire il mio suggerimento, e ve ne troverete contenta, levatevi tutto e datelo a me che lo custodirò.» La giovane dama, semplice quanto bella, acconsentì senza difficoltà. Si levò tutti gli abiti fin alle sottane, e il diede alla vecchia che ne fece fardello. Tornata pel al giovane, il quale ardeva del desiderio di vedere la fidanzata, come gli aveva promesso la futura suocera, Delileh gli si accostò battendosi il petto. — Imparate,» gli disse, «cos’è l’avere vicini gelosi! Appena hanno saputo ch’io stava per maritare mia figlia, le insinuarono che il suo fidanzato era coperto di rogna e di lebbra. Feci inutilmente ogni sforzo per levarle di capo tal idea; ma non sono pervenuta a rassicurarla se non promettendole di farvi vedere a lei nudo, del pari che mi sono impegnata a mostrarvela nello stato medesimo. — Ebbene,» disse il giovane, «non ha che a venire a guardarmi per disingannarsi.» In pari tempo si levò la pelliccia e la cintura nella quale stavano le mille pezze d’oro, non conservando [p. 164 modifica] che i calzoni e la camicia. Fece Deliteh un involto anche di quegli effetti, come aveva fatto degli abiti della dama, ed uscì dalla casa, usando l’attenzione di chiuder bene la porta. Strada facendo, pose i suoi involti in luogo di sicurezza e tornò dal tintore. — Spero,» questi le disse, «che siate contenta della casa. — Sì,» rispostila; «vi ho anzi già condotti i miei figli co’ loro mobili ed abiti; ma non hanno di che mangiare a mezzogiorno. Prendete questo zecchino, e fatemi il favore di comperare per loro carne e pane. Intanto mi fermerò qui a guardare la vostra bottega — Volentieri,» rispose il tintore, ed uscì per andar al mercato. In quel medesimo punto venne a passare di là un asinaio. Delileb lo chiamò, e: — Conoscete, gli disse, «questa bottega ed il tintore mio figiio al quale appartiene? — Sì, la conosco,» colui rispose. — Or bene,» ripigliò la vecchia, «il povero giovane ebbe la disgrazia di far male gli affari suoi, ed io vorrei sottrarre almeno parte delle sue merci all’avidità dei creditori. Venite, e caricate sui vostri somari tutto ciò che qui si trova.» Obbedì colui, e Delileh prese coll’asino ed il suo carico la via di casa sua, dopo aver detto a quell’uomo d’attendere nella bottega sinchè il figlio tornasse.

«— Ecco un bel principio,» disse Delileh a sua figlia; «col primo getto di rete ho preso quattro allocchi: la moglie dell’emiro, quel giovane mercadante, il tintore e l’asinaio. — Siete mirabilmente riuscita,» rispose Zeineb; «ma se continuate in tal guisa, verrete al punto di non osar più di farvi vedere a Bagdad. —

«Nel frattempo, il tintore tornò dal mercato colla carne ed il pane, e trovò in bottega il padrone dell’asino occupato, come avevagli ordinato Delileh partendo, a levar i banchi e tutto ciò che stava attaccato con chiodi, poichè quanto alle stoffe, [p. 165 modifica] più non nè restava una sola pezza. — Che fai tu qui?» gli chiese. — Grazie a Dio,» rispose l’asinaio, «vostra madre ed io abbiamo salvato dalle mani de’ creditori tutto ciò che si trovava qua entro. — Cosa mi vai contando?» riprese il tintore; «mia madre è morta da un bel pezzo, ed io non ho debiti con nessuno. — Ah! so tutto,» rispose l’altro. «Non mi farete più un mistero del vostro fallimento. Ma intanto, riconducetemi il mio asino dalla casa di vostra madre.» Montò il tintore in gran furia, e si pose a strigliare il padrone dell’asino, interrogandolo sulla vecchia. Il povero asinaio non perdeva il tempo, e non cessava di chiedergli la sua bestia. In breve la gente si affollò loro intorno, e quando li ebbero in fine separati, ciascuno raccontò il fatto per dimostrare che la ragione stava dalla sua parte. — Ma conoscete la vecchia?» si chiese al tintore, — Credo di conoscerla,» rispose; «sua figlia ed il figlio suo dimorano da stamane in casa mia. — Bene,» dissero gli astanti, «potrete facilmente ritrovare l’asino e le merci. —

«Mentre il tintore e l’asinaio contrastavano in tal modo, la moglie dell’emiro ed il giovane mercatante stavano nella più viva aspettazione, quella di rivedere il figlio del santo sceik Padre-dei-Fardelli, questi di conoscere la futura sposa. In fine, non potendo il giovane contenersi più a lungo, salì alla camera dov’era la giovane dama. — Buon giorno, fidanzata mia,» le disse; «dov’è la dote della quale m’ha parlato vostra madre? — Mia madre è morta da gran tempo,» rispose quella; «ma la vostra mi ha promesso che in breve sarebbe comparso il sant’uomo Padre-dei Fardelli. — Come!» riprese Adi Hassan, «la vecchia che mi ha portato via gli abiti non è vostra madre? Stupisco! — Nè io meno di voi se non è vostra madre. — Orsù, senz'altre [p. 166 modifica] chiacchiere,» disse il giovane mercante, «restituitemi i miei abiti e le mie pezze d’oro. — Oh!» riprese la moglie dell’emiro, «mi renderete conto della vostra condotta, essendo evidente che siete d’accordo colla vecchia. —

Durante l’alterco, ecco entrare il tintore ed il padrone dell’asino che li trovarono in camicia. — Dov’è vostra madre?» domandarono i nuovi venuti. — Noi non ne abbiamo,» risposero ambedue in una volta; e ciascuno raccontò la sua avventura. — Ah! la mia bottega! Ah! il mio asino! Ah! le mie mille pezze d’oro! Ah! i miei diamanti!» sclamarono l’asinaio, il tintore, il mercante e la moglie dell’emiro; «siamo gabbati.» Il giovane mercante e la dama pregarono il tintore di prestar loro qualche vestito per poter uscire di là; la moglie dell’emiro tornò a casa, ed il mercante, il tintore ed il padrone dell’asino recaronsi dal luogotenente di polizia per far la deposizione di quella trufferia. — Andate,» disse il vali, «e prima d’ogni’altra cosa scoprite la vecchia; allora mi darò pensiero di farvi restituire quanto vi ha tolto. —

«Lasclamoli seguire le tracce di Delileh, e vediamo cosa ella intanto facesse. — Noi dobbiamo,» diceva a Zeineb, «giuocare qualche tiro di nuovo genere. — Non vi esponete troppo, madre mia,» rispose la figlia. — Oh! sfido tutta la polizia a mettermi le unghie addosso.» Copertasi poi di altro abito, si sfigurò in modo che somigliava ad una schiava al servizio di qualche ricca casa, e si mise a percorrere la città in cerca di nuovi balordi. Or mentre passava dinanzi ad un superbo palazzo, situato in una spaziosa strada, vide una schiava che portava in braccio un bambino vestito di stoffa d’oro, con acconciature di perle, una catena al collo, ed in mano preziosi gioielli. Era il palazzo del sindaco de’ mercanti, al quale apparteneva il fanciullo [p. 167 modifica] portato dalla schiava, e che oltre a questo aveva anche una figliuola della quale appunto in quel giorno celebrava gli sponsali. Molti musici e ballerini riempivano la casa, e la madre, tutta intenta al matrimonio della figliuola, aveva confidato il fanciullino alla schiava che con lui passeggiava per la via. Delileh domandò a colei il nome del padre del bambino, ed informatasi della causa di quella gioia generale, pensò tosto di rapire il fanciullo — Andate, figliuola,» disse alla donna, mettendole in mano una pezza d’oro, « andate dalla vostra padrona, offritele i voti dell’antica sua schiava Ommal Khair, e ditele che se vuol permetterlo, verrò alle nozze co’ miei figliuoli. — Volontieri,» rispose la schiava, «ma il fanciullo m’imbarazza, perchè se vede sua madre, si mette a piangere acciò lo prenda in braccio, e le sue grida disturbano la comitiva. — Oh! se è sol questo,» ripigliò Delileh, «datemi il fanciullo; lo terrò sin al vostra ritorna.» La schiava entrò in casa, e Delileh fuggì col bambino. Passando dinanzi alla bottega d’un Ebreo, ricchissimo gioielliere, risolse all’istanto di fare anche a lui un bel tiro, ed entrò. Quegli, conoscendo il fanciullo del sindaco de’ mercanti ch’ella aveva in braccio, affrettossi a venirle incontro per fare la corte al sindaco del quale bramava conciliarsi il favore. — Che cosa desiderate, madama?» domandò a Delileh. — Sapete,» rispos’ella, e che il mio padrone, il sindaco de’ mercatanti, oggi celebra gli sponsali di sua figlia; perciò mi manda qui a prendere alcuni gioielli de’ quali le vuol dare in regalo. Datemi dunque un paio di braccialetti d’oro, un paio di khalkhal2, una collana di perle, [p. 168 modifica] orecchini e qualche anello, sicchè possa scegliere.» Affrettossi l’Ebreo a darle le cose che chiese, ed il cui prezzo ammontava almeno a mille pezze d’oro. — Porto tutto al mio padrone» disse Delileh, «perchè scelga quello che più gli piace, e vi lascio il fanciullo sino al mio ritorno.» Corse a casa, e raccontò alla figlia la nuova sua astuzia.

«In quei frattempo, la schiava era andata dalla padrona a farle l’ambasciata della falsa Ommal Khair. — Io non la conosco,» rispose la matrona; «ma che hai tu fatto di mio figlio? — Glie lo lasciai in braccio,» rispose la schiava. — Sciagurata,» sclamò la padrona, «corri subito a fartelo rendere.» Ma la schiava, non trovando nè il fanciullo, nè la vecchia, si mise a strapparsi i capelli ed a mandare alte strida. In breve si sparse l’allarme in tutto il quartiere, si mandò gente in tutte le direzioni; il sindaco percorse egli medesimo la città, e trovò infine il fanciullo nella bottega del gioielliere. — Ah! ecco mio figlio,» sclamò pieno di giubilo. — Sì,» rispose il Giudeo, «Iddio vi protegga! ma io non aveva bisogno di simile pegno. — Che volete dire?» domandò il sindaco. Gli si parlò delle gemme, dei gioielli, ed il sindaco non ci capiva sillaba. La cosa in fine fu chiarita, e l’Ebreo, vedendosi vittima d’una giunteria, si abbandonò alla disperazione. Precisamente in quel punto ecco passare di là il mercadante, il tintore e l'asinaio, i quali, informatisi della causa delle grida del Giudeo, pensarono tosto ch’esser dovesse una nuova gherminella della medesima vecchia che li aveva pur ingannati sì perfidamente. L’Ebreo, sentendo che ne andavano in traccia, volle mettersi della partita, — Ma se restiamo tutti assieme,» disse, «ci riconoscerà facilmente, e si darà alla fuga da più lontano che ci vegga. Sarebbe meglio che ciascuno di noi prendesse una via diversa, e poi ci trovassimo ad un comune [p. 169 modifica] convegno. Così, possiamo scegliere per punto di riunione la bottega del barbiere Elhadj Meyud, il Mogrebino. —

«Si posero dunque in cammino ciascuno dalla sua parte. Il primo ad incontrare la vecchia fu l’asinaio. — Ah! sei tu, maladetta vecchia?» le gridò «Fai questo mestiere da gran pezzo? dov’è il mio asino? — Figliuolo,» rispose quella, «io sono una povera donna attempata; abbiate pietà di me. Ho dato il vostro asino in custodia a quel barbiere laggiù, che ha nome Elhadj Meyud, il Mogrebino. Attendete qui un istante, e vi prometto ch’egli vi restituirà il vostro asino.» Delileh, colle lagrime agli occhi, andò dal barbiere, e baciategli le mani: — Ecco là,» gli disse, «mio figlio che ha la disgrazia d’aver qualche cosa da accomodare nel cervello. Notte e giorno grida di continuo: Il mio asino! I medici m’hanno detto che, per guarirlo, non v’ha altro rimedio se non applicargli cantaridi alle tempie. Ecco una pezza d’oro, fatemi il piacere di chiamarlo: basterà dirgli che avete il suo asino, ed allora applicategli in modo conveniente le cantaridi. — Sarete contenta di me,» disse il barbiere, e nel medesimo tempo ordinò al garzone di mettere al fuoco i ferri per farli arroventare. — Vieni, vieni,» gridò poi all’asinaio, «la tua bestia è qui.» Accorse il dabben uomo, ed il barbiere, aiutato dai compagni, lo condusse in un luogo oscuro, dove legarongli piedi e mani — Il mio asino! il mio asino!» gridava egli di continuo. — Tua madre,» disse il barbiere, «ci ha prevenuti della tua pazzia, e che giorno e notte gridavi al tuo asino. Abbi pazienza, te la faremo passare; è l’affare d’un istante.» E sì dicendo, lo cauterizzò coi ferri arroventati.

«Durante l’operazione, Delileh non aveva perduto il tempo, ed ammassato quanto trovavasi nella bottega, se l’era portato via. Allorchè il barbiere, rientrando, [p. 170 modifica] vide ch’era stato derubato di tutto, se la prese col padrone dell’asino. — Dov’è tua madre?» disse. — Non è mia madre,» rispose l’altro, «ma bensi una furbaccia che mi rubò il mio asino e fece man bassa nella vostra bottega.» Nell’istesso punto giunsero il giovane mercadante, il tintore ed il gioielliere. Vedendo il barbiere e l’asinaio in contesa, informaronsi del motivo, e con istupore udirono la nuova astuzia della vecchia. Il barbiere si unì ad essi, e recarono tutti insieme al palazzo del luogotenente di polizia. — Reclamiamo da voi,» gli dissero, «la restituzione di ciò che abbiamo perduto. — Ma come volete,» rispose il vali, «ch’io scopra la vostra vecchia in mezzo a migliaia d’altre che si trovano in questa città? — Ohi» disse l’asinaio, «io la conosco benissimo; datemi quattro o cinque de’ vostri uomini, e spero di trovarla in breve.» Il luogotenente gli diede cinque agenti, coi quali egli percorse indarno la città tutta la notte; ma la mattina, incontrate l’oggetto delle loro indagini, impadronironsi della vecchia e la condussero al palazzo di polizia, ove attesero che il luogotenente desse udienza.

«Delileh finse di addormentarsi. I cinque uffiziali, che avevano passato tutta la notte in corsa, lasciaronsi vincere dal sonno, e parimenti s’addormentarono l’asinaio, il tintore, il gioielliere ed il giovane mercante. Allora Delileh si alzò lieve lieve e senza far rumore, ed entrata nel serraglio del luogotenente di polizia, baciò le mani alla consorte del vali, e le chiese del marito. — Dorme ancora,» rispose la signora; «cosa volete di sì buonora? — Egli ha conchiuso con mio marito, mercatante di schiavi, un contratto di mille zecchini per cinque mamelucchi, ed uno di dugento per una botte di vino.» Il vali aveva in fatti dato alla moglie mille zecchini per comprare cinque mamelucchi, cosa che Delileh aveva saputo per caso il giorno innanzi. [p. 171 modifica] — Dove sono i mamelucchi?» domandò la donna. — Sono rimasti laggiù, in istrada,» rispose Delileh; » il luogotenente di polizia li ha mandati a prendere da cinque de’ suoi che li hanno condotti qui.» In fatti, accostatasi la moglie del vali alla finestra, vide i cinque uffiziali di polizia e cinque giovani sdraiati presso di loro, che prese per mamelucchi; ma erano il tintore, il gioielliere, il barbiere, il padrone dell’asino ed il mercatante. — Mio marito non mi diede che mille zecchini,» disse la moglie del vali; «ma attendete che si alzi, ed avrete da lui medesimo i dugento altri. — Non ho nessuna premura,» rispose Delileh; «tornerò un’altra volta.» E si dicendo, uscì col danaro e corse a casa.

«Tosto svegliato il vali, sua moglie fu ad augurargli il buon giorno. — Ho testè pagato,» gli disse, «mille zecchini pei cinque mamelucchi che compraste. — Pei cinque mamelucchi!» sclamò il vali; «ed a chi avete dato il denaro? — Ad una vecchia che li ha condotti qui. — Non capisco nulla; dove sono? — Là, dinanzi agli occhi vostri» Guardò il vali per la finestra, e vide i suoi cinque ufficiali coi cinque giovani. — Sarebbero quelli, per avventura?» chiese alla moglie. — Appunto,» rispos'ella. — Ottimamente,» gridò il vati allora, «ecco una mirabile furberia.» E scese per informarsi della vecchia. Svegliatisi i cinque giovani, l’accusarono d’averla lasciata fuggire; il luogotenente di polizia, da parte sua, pretendeva che fossero seco lei d’intelligenza, e che soli avessero potuto indicarle il serraglio. Durante il loro contrasto, giunse anche l’emiro Hassan, il quale avendo, nel tornare dal divano, saputa la scroccheria fatta dalla vecchia a sua moglie, veniva a domandarne giustizia al vali ch’eragli parente, e che, comprendendo in fine di accusare a torto i cinque giovani d’essere d’accordo con Delileh, disse, loro: — Io vi renderò [p. 172 modifica] tutto quello che fu tolto a voi del pari che alla consorte dell’emiro, se giungete a condurmi la vecchia. — Dateci dieci dei vostri famigli,» risposero essi, «e vi promettiamo di condurvela.» Il vali diè loro dieci uomini, ed essi, postisi in via coll’asinaio alla testa, furono abbastanza fortunati per rinvenire la vecchia, ed arrestatala, la condussero davanti al vali. Accusata delle sue frodi, negò tutto e sostenne di non conoscere alcuno di quei personaggi; ma il vali comandò che fosse imprigionata. Però il carceriere, per tema che giuocasse anche a lui qualche brutto tiro, non volle prenderla sotto la sua responsabilità, e pregò il vali di custodirla sino alla mattina appresso per farla porre in berlina. La si condusse dunque fuor della città, sulla sponda del Tigri, dove fu legata ad un palo, acciò vi passasse la notte.

«La notte era già molto inoltrata, allorchè due Arabi che discorrevano insieme, avvicinaronsi al luogo dove Delileh si trovava. — D’onde venite?» diceva l’uno. — Da Bagdad,» l’altro rispondeva. — E che vi faceste? — Ho mangiato squisite focacce col miele. — Ebbene» rispose il primo, ch’era un Beduino, «voglio anch’io andare una volta sola a Bagdad, dove non sono mai stato, se non altro per mangiarvi di quegli eccellenti pasticci col miele che non ho mai assaggiati in vita mia.» Sì discorrendo, giunsero vicino al palo al quale era legata Delileh. — Che fate là?» le chiese il Beduino. — Mi metto sotto la vostra protezione, degno sceik arabo,» rispos’ella. — Bene, ma perchè v’hanno attaccata qui? — Voleva,» proseguì essa, «vendicarmi d’una mia nemica, mercantessa di focacce col miele, e le sputai addosso. Essa si lagnò di me al vali, ed egli mi ha condannata a star legata a questo palo e rimanervi se non potessi mangiare dieci casse di focacce, tutte intiere. Devono venirmi a prendere allo spuntar del giorno, e sono [p. 173 modifica] proprio alla disperazione, avendo sempre avuto in avversione ogni genere di pasticcerie. — Affè d’Àrabo, pensò il Beduino, «ecco una cosa che mi squadra, a me che non vado a Bagdad e bramo mangiare focacce al miele; potrei saziarmene, se potessi prendere il luogo di questa donna.» Le chiese quindi se glielo volesse cedere. - Perchè no?» rispos’ella; «cambiamo d’abiti, e la cosa camminerà il meglio del mondo; chè, per fortuna, il mio volto è poco noto al luogotenente di polizia.» Il Beduino, cavatosi il burnus, slegò Delileh, si trasse gli abiti e si fece legare al palo, mentre la vecchia, vestitasi con quelli del Beduino, slanciossi sul suo cavallo, e corse a casa di galoppo.

«Frattanto la guardia appostata presso al palo, ch’erasi allontanata un istante nel mentre aveva avuto luogo il cambio degli abiti, tornando, chiamò Delileh per nome. — C’è ancor tempo prima che faccia giorno,» disse il Beduino; «se volete intanto portarmi le focacce col miele, mi farete piacere.» Si avvide subito la guardia esser quello un nuovo giuoco della vecchia, che aveva trovato il modo di evadersi. La mattina, il luogotenente di polizia venne insieme a tutti i gabbati da Delileh, per farle subire il meritato gastigo, — Ah!» sclamò il Beduino, «ecco infine le focacce col miele!» Il luogotenente pensò sprofondare scorgendo colui invece della vecchia, e fattasi narrare la cosa, l’Arabo divenne furioso non solo di non avere una sola focaccia, ma ben anco per la perdita del cavallo. — Tocca a voi,» disse al vati, «a restituirmi il cavallo e gli abiti. — Tocca a voi,» gridarono tutti gli altri, «a voi solo di restituirci tutto ciò che questa furbaccia ne ha rubato: era nelle mani della polizia, ed è fuggita per vostra colpa. Ora andiamo al divano a chiedere giustizia.» Il luogotenente vi si recò anch’egli, se[p. 174 modifica]guito dalla truppa degl'ingannati, il cui numero trovavasi accresciuto dal Beduino. Gettaronsi essi appiè del califfo implorando giustizia, e ciascuno raccontò la sua avventura, il che rallegrò infinitamente il monarca. — Vi assicuro,» disse poi ai reclamanti, e che vi saranno restituiti tutti gli oggetti rubati, ed incarico il vali di scoprire la vecchia e condurmela — Perdonate, Commendatore de1 credenti,» rispose il luogotenente di polizia, «perdonate se non oso incaricarmi dell’esecuzione di codest'ordine: dopo il tiro che costei mi giuocò, non rispondo che non sappia trovare il modo di salvarsi dalla prigione e dalla forca. — Ma a quale de’ miei officiali ne affiderò io la cura, se voi medesimo ricusate? — Incaricatene Ahmed-ed-Deouf, egli che ha sì grosso stipendio, tanta abilità e sì poco da fare! — Ebbene, Ahmed-ed-Deouf, t'incarico di questa commissione,» disse il califfo. L’interpellato prosternossi ed uscì con quaranta arcieri, il capo dei quali chiamavasi Alidos il Camello. — Se voleste ascoltarmi,» disse costui ad Ahmed-ed-Deouf, «consulterete il vostro collega Hassan Sciuman, che s'intende meglio di voi di simili spedizioni.» Ma Amhed voleva riportar solo l’onore di eseguire l'ordine del califfo, e Sciuman, il quale, dal canto suo, era mortificatissimo di non essere stato incaricato della faccenda, non si curò di dargli consigli.

«Ahmed-ed-Deouf divise gli arcieri in quattro corpi, ciascuno de’ quali doveva percorrere un quartiere diverso, e riunirsi agli altri in un luogo convenuto. In breve si sparse la voce che Ahmed era incaricato d’arrestare la scellerata, le cui astuzie formavano il soggetto delle conversazioni di tutta Bagdad, e tal voce pervenne pure alle orecchie di Delileh e di Zeineb. — Che bell’occasione,» disse la giovane, «di mostrare il vostro genio, se poteste [p. 175 modifica] fare qualche bel tiro ad Ahmed-ed-Deouf, come anche ai suoi quaranta arcieri, e burlarvi di tutti! — Ne cedo il pensiero a te, figliuola mia,» rispose Delileh. — Me ne incarico volentieri,» riprese Zeineb, «se non vi si è immischiato quel demonio di Hassan Sciuman: colui solo io temo.» Vestissi poi con eleganza, fe’ spiccare vie meglio la sua bellezza naturale collo splendore degli abbigliamenti, e recatasi alla bottega d’uno speziale, situata nel quartiere più oscuro della città, e dato denaro al padrone, lo pregò di cedergliela per un sol giorno. Lo speziale, vedendo una persona magnificamente vestita, credè che si trattasse d’un buon affare per lui, nè fece difficoltà di locar la bottega a Zeineb. Ne prese ella possesso all’istante, e fatto porre su parecchie tavole focacce inzuccherate e sorbetti, vi sedette vicino.

«Non tardò la donna a veder venire la brigata degli arcieri di Ahmed-ed-Deouf, comandati da Alidos il Camello; allora, andatagli incontro, gli domandò la sua protezione. Alidos, vedendo una giovane ben vestita, le chiese chi fosse. Zeineb si spacciò per figlia dello speziale al quale la bottega apparteneva, ed aggiunse che, essendole morto il padre, desiderava porsi sotto la protezione di Ahmed-ed-Deouf. Alidos il Camello promise di adempire al di lei desiderio. Fattolo poi essa entrare in un appartamento che trovavasi in fondo alla bottega, colà fece loro servire le focacce ed i sorbetti, ne’ quali era mescolata tanta quantità d’oppio, che in meno d’un quarto d’ora avevano tutti perduto l’uso dei sensi. Poco dopo, capitò la brigata comandata da Ahmed-ed-Deouf in persona; la stessa condotta per parte di Zeineb come verso gli altri, la stessa credulità per parte di Ahmed-ed-Deouf, che diede anch’egli nella ragna; cosicchè Zeineb, vistiti tutti briachi morti, cavò loro gli abiti sino alla camicia, e si diede alla fuga. [p. 176 modifica] «Allorchè Ahmed-ed-Deouf si destò colla sua gente, rimase tanto più svergognato della sua disavventura, che sapeva benissimo d’essere per divenire lo scherno del collega Sciuman. Lo incontrò appunto nella strada, e recatisi insieme al divano, Ahmed-ed-Deouf dichiarò di rinunziar ad impadronirsi della vecchia. — Ebbene, me ne incarico io,» disse Hassan Sciuman, «se il Commendatore de’ credenti perdonar voglia a quella vecchia, la quale non fece tutti questi bei tiri se non per far parlare di lei (come abbiane fatto anche noi), ed ottenere una pensione. — Sì, le perdono, «disse Aaron, «ma a condizione che restituisca tutti gli oggetti rubati. Ecco il mio fazzoletto in pegno della mia promessa. —

«Hassan Sciuman, che conosceva da lungo tempo Delileh e Zeineh, non dubitava ch’esse sole fossero capaci di simili astuzie. Mostrò dunque loro il fazzoletto del califfo, e le indusse a confessare la verità e restituire quanto ciascuna aveva rubato. Delileh, recatasi al divano e gettatasi a’ piedi del monarca, confessò che il solo desiderio di far parlare di lei ed ottenere un buono stipendio l’aveva indotta a tutte quelle imprese, aggiungendo che suo padre era stato un tempo direttore della posta delle colombe, e suo marito servo del cadì ; ch’essa aveva diretto il servizio delle bestiuole, e stimavasi capace di succedere al padre. In fatti, il califfo le concedette la direzione della posta delle colombe. Trovavasi questa in un vasto khan, custodito da quaranta schiavi e da quaranta cani della razza di quelli dei pastori di Salomone, ed il califfo affidò a Delileh ed a sua figlia Zeineh la custodia del khan, in cui venivano impiegate quaranta colombe a portare dispacci. Ogni giorno la vecchia, accompagnata da’ suoi quaranta schiavi, recavasi al divano per ricevere gli ordini reali, ed informarsi se si avessero a spedir corrieri. Durante la sua assenza e nel [p. 177 modifica] corso della notte, il khan era guardato dai quaranta cani. Così Delileh ottenne, colla sua astuzia e destrezza, la carica onorevole di direttrice della posta delle colombe.

«Era allora a Bagdad un ladro chiamato Ali Argento-Vivo del Cairo. Aveva infatti dimorato in altri tempi al Cairo, ed il soprannome gli veniva perchè, simile all’argento vivo, sfuggiva a tutti quelli che lo volevano pigliare. Un giorno che trovavasi mesto e melanconico in una società di giovanotti, questi lo consigliarono d’andar a passeggiare fuor dalla città per rallegrarsi lo spirito. Entrò Ali in un caffè, e statovi un po’ di tempo, rimise poi a percorrere le strade in cerca di avventure. Incontrò un aquaiuolo che teneva in mano un vaso, e; — Olà!» gridò, «ben dice il proverbio: Non v’ha liquido superiore a quello che vien dalla vigna; nessun diletto che superi quello di possedere una giovinetta amata, ed in nessun luogo si sta meglio come in casa propria. Olà! vi dico di darmi da bere, avendo estrema sete.» L’aquaiuolo, guardandolo, riempì il bicchiere e glielo presentò. Lo prese Ali Argento-Vivo e sparse l’acqua per terra. — Come, non bevi?» disse l’aquaiuolo. — Mesci ancora,» rispose Ali. Obbedì l’altro, ed Ali gettò di nuovo l’acqua. — Ebbene!» ripigliò l’acquaiuolo, «se non hai sete, lasciami continuare la mia strada. — Riempimi un’altra volta il bicchiere,» rispose Ali; poi bevve e congedò l’aquaiuolo dopo avergli posto uno zecchino in mano. — Oh! è ben poco,» disse questi, «è ben poco per un si gran personaggio come voi. — Come, miserabile, è poco!» disse Ali percuotendolo; «uno zecchino per tre bicchieri d’acqua, è poco? Hai tu mai trovato alcuno più generoso di me? — Senza dubbio,» rispose il portatore d’acqua, «senza dubbio, ho trovato persone ancor più generose. — E chi? dimmelo. — Se [p. 178 modifica] voleste ascoltarmi,» rispose il portatore, «non metterò molto tempo a raccontarvi la mia storia. Mio padre, ch’era sceik degli aquaiuoli del Cairo, mi lasciò per eredità cinque camelli, una casa ed una bottega. Intrapresi un viaggio alla Mecca, durante il quale ebbi la disgrazia di perdere i miei camelli che perirono di fame. Costretto a prendere denaro in prestito, in poco tempo mi trovai con dugento zecchini di debito. Non osando, per timore dei creditori, tornare al Cairo, mi unii alla caravana di Siria, andai a Damasco, ad Aleppo, e giunsi in fine a Bagdad, dove mi recai dallo sceik degli aquaiuoli, al quale narrai la mia disavventura. Mi diede egli una bottega, ed io mi misi ad esercitare a Bagdad il mestiere che faceva al Cairo; ma trovai gran differenza, poichè in questa eittà poche persone hanno sete, ed anche il picciol numero che beve paga malissimo. Un giorno che me n’andava a caso, incontrai una torma d’uomini che marciavano in due file; portavano lunghi bastoni in mano, ed in testa ornamenti di perle e cristalli. — Chi sono costoro?» domandai. Mi risposero ch’erano gli officiali di giustizia d’Ahmed-ed-Deouf, uno de' capi del divano e della polizia di Bagdad, che tornava a casa, accompagnato dal suo collega Hassan Sciuman.

«Aveva colui, che mi faceva questo racconto, finito appena di parlare, che Ahmed-ed-Deouf comparve e mi chiese da bere. Gli presentai pieno il bicchiere, ed egli lo sparse a terra. Altrettanto fece una seconda volta; ma la terza bevve come un gran signore, e precisamente come faceste voi. Poi mi domandò chi fossi, e narrata che gli ebbi la mia storia, mi donò cinque zecchini, e quindi voltosi alla sua gente, disse: — Raccomando alla vostra liberalità quest’uomo.» Ciascuno mi diede una pezza d’oro, e quello che mi riuscì ancor più vantaggioso fu [p. 179 modifica] ch'essi mi raccomandarono ai loro amici, di maniera che in pochi giorni mi trovai padrone d’un capitale di mille zecchini. Allora pensai alla partenza, poichè, per quanto bene si stia in un paese straniero, si sta sempre meglio nella propria patria. Disse un poeta: «Il soggiorno del viaggiatore nella terra straniera è simile ad un edifizio costrutto sulla rena; il vento soffia, il palazzo crolla, il viaggiatore lo abbandona.» Andai ad accomiatarmi dal mio benefattore, il quale mi diede cento zecchini, una mula, ed una lettera per Ali Argento-Vivo, del Cairo, e m'incaricò di dirgli che l'antico suo collega ed amico Abmed-ed-Deouf stava in gran favore presso il califfo. Egli è dunque l’uomo il quale, per una sola tazza che bevve come te, mi colmò di benefizi e mi diede persino lettere di raccomandazione. Ma da alcuni giorni che sono qui, non ho ancor potuto riuscire a rimettere la mia lettera al suo destino. — Si rallegrino i tuoi occhi ed il cuor tuo si dilati!» disse Ali; «hai incontrato l'uomo: io sono Ali Argento-Vivo. Dammi la lettera.» L’aqcuaiolo gli rimise la lettera, che conteneva quanto segue: «Vi scrivo questi fogli che vi saranno recati dai venti. Se fossi uccello, volerei a voi; ma come potrei votare, se mi furono tagliale le ali? Il prevosto Ahmed-ed-Deouf saluta il suo caro amico e compagno Ali Argento-Vivo, del Cairo. Lodata sia la susta del mio ingegno! io mi sono aperta la carriera degli onori. Il califfo mi ha affidato il comando de' suoi uffiziali di polizia, de' quali è capo Alidos il Camello. Cammino alla destra del Commendatore de’ credenti, ed il mio compagno Hassan Sciuman alla sua sinistra. Se vuoi seguire il mio consiglio, vieni, figliuolo, vieni a Bagdad; giuocaci qualche gherminella del tuo mestiere, e ti prometto un posto ed un trattamento ragguardevole quanto il nostro. Ti saluto.» [p. 180 modifica] «Il contenuto di quella lettera trasportò Alì Argento-Vivo al terzo cielo; la baciò, se la mise sulla testa, e diede sei zecchini all’aquaiuolo per la buona nuova. Recossi poi al suo domicilio, prese un gran berrettone che gli scendea sulla fronte, chiamato tarausce, una sciabola, una lancia, e si dispose a partire. — Ci lasciate dunque?» gli domandarono i compagni. — Sì, per qualche tempo,» quegli rispose; «ma nella mia assenza non vi dimenticherò, e vi manderò di che menare allegra vita.» Balzò in sella, ed uscito dalla città, incontrò una caravana di quaranta camelli carichi, della quale faceva parte il sindaco de' mercatanti. Lagnavasi questi dei condottieri della carovana che voleano abbandonarlo. Venite in mio aiuto,» gridò, scorgendo Alì; «la mia gente m’ha lasciato, ed io non so dove battere la testa con questi miserabili.» Argento-Vivo sgridò i condottieri, e fatti loro ricaricare i camelli si unì alla caravana. Un'intima amicizia si strinse in breve tra lui ed il sindaco dei mercanti, cui protesse per tutto il viaggio. Giunsero alla Valle dei Leoni, abitata da leoni feroci che assalivano talvolta le caravane. Appena il Khovagiah3, sindaco dei mercanti, ebbe scorto un lione, fece il suo testamento, ed incaricò Alì, in caso che questi fosse tanto fortunato da uscirne incolume, di condurre la caravana a suo figlio. — Ma cosa mi donerete,» disse Argento-Vivo al sindaco, «se uccido quel gatto del deserto? — Mille zecchini,» rispose il sindaco, «e con gran piacere.» Armato d’una cotta di maglia e colla spada in pugno, slanciossi Alì sul lione, ed al secondo colpo lo stese morto al suolo. Il sindaco de’ mercatanti, [p. 181 modifica] meravigliato di quel prodigio di valore; gettò le braccia al collo di Alì e gli rese grazie della sua salvezza.

«Allorchè i viaggiatori furono felicemente usciti dalla Valle dei Lioni, rimaneva da attraversare la Valle dei Cani, luogo non meno pericoloso pei Beduini che l’infestavano. E vi furono infatti assaliti da una grossa truppa di tali ladroni. Ma Alì aveva coperto il suo cavallo di campanelli, il cui suono avendo spaventati i cavalli dei Beduini, una parte di que’ masnadieri prese la fuga; gli altri tinsero del loro sangue la lancia di Alì. In fine, la caravana giunse felicementre a Bagdad, dove il sindaco dei mercanti pagò al suo liberatore il debito della gratitudine. Preso commiato dal sindaco, si pose in via per recarsi alla dimora di Ahmed-ed-Deouf. Erasi Argento-Vivo già informato dove dimorassse presso parecchie persone, le quali non aveano saputo dargli indicazioni soddisfacenti, allorchè giunse su una piazza dove giuocavano alcuni garzoncelli. — Bisogna che mi rivolga a questi fanciulli,» disse Alì tra sè. Comprate subito alcune focacce che si pose in mano, uno di quei ragazzi, attirato dall’odore, gli si avvicinò. Chiamavasi codesto fanciullo Al-Lakit e, come si è veduto al principio di questa storia, era nipote di Zeineb e di Delileh. — Sono tue queste focacce,» gli disse Argento-Vivo, «se m’insegni la casa di Ahmed-ed-Deouf. » Si mise il fanciullo a corrergli innanzi e lo condusse alla casa che cercava. Alì Argento-Vivo bussò alla porta. — Aprite!» gridò di dentro Ahmed-ed-Deouf alla sua gente; «è Alì Argento-Vivo, che trovasi alla porta; lo conosco dal modo di bussare.» Si aprì; Alì entrò, ed Ahmed-ed-Deouf l’accolse con la più viva gioia. Lo presentò quindi a’ suoi quaranta uffiziali di polizia, e passarono insieme la notte a bere e divertirsi. La mattina, Ahmed lo lasciò per accompagnare i collegi al divano. Alì voleva uscire [p. 182 modifica] anch’egli, ma l’amicò lo pregò di stare in casa sua tre giorni per evitargli sguardi della polizia fitti su tutti i forestieri che giungevano colle caravane. — Non credere,» gli disse, «che Bagdad somigli al Cairo. Qui formicolano gli spioni ed i mezzani della polizia, come le mosche e l’oche formicolano tra voi. —

«Rimase dunque Ali tre giorni in casa dell’amico; ma il quarto, non potendo più frenarsi, uscì per correre la città, cercare occasione di spiegare i suoi talenti, e farsi in modo vantaggioso conoscere dal califfo.

«Andando così di via in via, Argento-Vivo incontrò quaranta schiavi che marciavano in due file, con berrettoni di guardie e lunghi bastoni in mano; erano le guardie di Delileh, che veniva dietro ad essi, con elmo d’oro in testa, seduta sopra una mula, e vestita di cotta di maglia d’acciaio. Usciva dal divano, e tornava a casa. Passando, volse uno sguardo su Alì, e notò in lui un giovane di belle forme e di grato aspetto, che mal non somigliava ad Ahmed-ed-Deouf; impaziente di sapere chi fosse, appena fu a casa consultò i suoi libri cabalistici, e seppe per combinazione di numeri e di lettere che quel giovane chiamavasi Alì Argento-Vivo, del Cairo. — Che fate, madre?» domandò Zeineb la Furba. — Consultava i miei libri,» rispose Delileh, «per sapere chi è quel grazioso guidone che vidi stamane tornando dal divano. Ei mi pare un altro Ahmed-ed-Deouf, e basta per empirmi di spavento; forse che sia qualche nuovo strumento fatto qui venire per giuocarci qualche bel tratto, e vendicarsi di quella gherminella che gli abbiam fatta noi, spogliandolo lui e la sua gente. — Se vere sono le vostre congetture,» rispose Zeineb, «bisogna prevenirne le conseguenze.» Ciò detto, prese il più bell’abito ed uscì di casa per tentar di scoprire il nuovo venuto; rispondeva con solleticante civetteria a tutti gli uomini che la [p. 183 modifica] miravano, ed in tal modo percorse varie contrade sinchè alla fine incontrò Argento-Vivo, cui riconobbe facilmente pel ritratto fattole dalla madre. Lo salutò essa per la prima. — Ah! buon giorno, mia bella,» rispos’egli,» a chi appartenete? — Ad un uomo ricco che vi somiglia,» ripres’ella. — - Dunque siete maritata? — Sì, sono figlia d’un mercante, e mio marito esercita la medesima professione. Siccome oggi mi trovo sola in casa, sono uscita per cercare qualcuno che mi faccia il piacere di passar la notte con me.» Ricusò Alì da principio simile proposta, che poteva, appena giunto a Bagdad, tirargli addosso qualche cattivo affare col marito. Laonde, tratto di tasca uno zecchino, volea darlo a Zeineb, per isbarazzarsene. — Oh! mio Dio, no,» diss’ella, «tutta la vostra borsa non potrebbe far le veci della vostra persona,» E lo costrinse a seguirla. Passate diverse strade, fermossi dinanzi una vasta casa colla porta chiusa da forte serratura, e quivi: — Entrate,» disse ad Alì. Dov’è la chiave?» domandò egli. — L’ho perduta,» quella risposa — Ma,» riprese Ali, «la giustizia punisce chi apre le porte senza chiavi» Per tutta risposta, la bella gli dardeggiò due tenere occhiate, ed Alì, non potendo resistere al potere di quegli sguardi, ruppe i catenacci ed entrò colla compagna nella casa. Lo condusse ella in una sala piena di sciabole ed altre armi, ed ivi, postisi a tavola, Alì era trasportato al terzo cielo. Finito il pasto, Zeineb si recò sul margine d’un pozzo per lavarsi le mani; ma d’improvviso mandò un alto strido, e si mise a battersi il petto. — Che cosa avete mai, amica mia?» le chiese Ali. — Son disperata,» rispose Zeineb; «m’è caduto nel pozzo un anello di cinquecento zecchini, comprato ieri da mio marito: non posso più gustare un istante di pace sinchè nol riabbia. Calatemi nel pozzo; bisogna che a [p. 184 modifica] qualunque costo ricuperi l'anello. — Non permetterò mai, mia diletta,» riprese Argento-Vivo, «che discendiate nel pozzo; ci andrò io.» Sì dicendo, si pose nel secchio; Zeineb lo lasciò calare in fondo, e quando gli vide l'acqua sulla testa, ne prese le vesti ed uscì.

«La casa nella quale era accaduta simile avventura, apparteneva ad un emiro del divano. Al suo ritorno, trovata la porta aperta, credette sulle prime che vi fossero stati i ladri; ma non incontrando alcuno, e vedendo che nulla n’era stato tolto, si tranquillò. Avendo bisogno di bere, mandò il servo a prendere acqua al pozzo, e siccome questi trovava il secchio di soverchio pesante, guardò in fondo, e scorgendo la figura di Alì, si diede alla fuga atterrito. — V’è nel pozzo uno spirito,» gridò al padrone, il quale credendo un po’ alle anime dei morti ed agli spiriti, mandò a chiamare quattro imani che l'esorcizzassero. Gli imani cominciarono i loro scongiuri; fu tratto in alto il secchio, e ciascuno vide con istupore uma figura umana. Siete un ladro,» disse l'emiro al preteso fantasma — Vi chieggo perdono,» rispose Argento-Vivo; «mentre faceva le mie abluzioni sulle sponde del Tigri, caddi nel fiume, e la forza d'una corrente sotterranea mi strascinò nel fondo di questo pozzo, dove ho veduta la luce del giorno. — Ciò pare verosimile,» disse l'emiro.» proseguite la vostra strada. —

«Coperto d’un vecchio abito cencioso che gli avevano dato, Alì tornò presso Ahmed-ed-Deouf, dove si fecero molte beffe di lui, perchè, come un vero abitante del Cairo, si fosse lasciato trappolare da una giovane. Hassaq Sciuman faceva appunto parte di quella brigata. — Voglio insegnarvi,» disse, «chi è la giovane che si è divertita alle vostre spalle: è Zeneb, figlia di Delileh, che ha fatte tante gherminelle, [p. 185 modifica] ed alla quale fu concessa la posta delle colombe. — Io l’amo perdutamente,» disse Alì Argento-Vivo; «vorrei sposarla, ma ignoro dove rivederla. — Io ve ne darò i mezzi,» riprese Hassan Sciuman, «se volete lasciarvi guidare da me e servire sotto le mie insegne. Volentieri,» rispose Argento-Vivo. — Ebbene,» proseguì Hassan Sciuman, «Anneritevi il volto, prendete un abito da schiavo, recatevi al bazar, e procurate di discorrere col cuoco Delileh. Quando vi sarete legati d’amicizia; vi riescirà facile entrare in casa sotto un pretesto qualsiasi, e bere con lui del busa4; ubbriacatelo, e fate in modo di impadronirvi delle quaranta colombe che danno il servizio delle lettere: solo a tal condizione vi prometto la mano di Zeineb. —

«Eseguì Ali quanto Hassan Sciuman gli aveva prescritto. Fatta conoscenza collo schiavo di Delileh gli propose di bere insieme del busa. - Non oso allontanarmi; da casa,» disse le schiavo, «essendo obbligato a cucinare per Delileh e Zeineb, come anche per quaranta schiavi a per quaranta cani; ma se volete venire con me, vi tratterò il meglio possibile. Accettò Alì la proposta con molta gioia, ed ubbriacato lo schiavo, interrogollo cincostanziatamente sui numero e colore dei piatti che soleansi imbandire alla tavola del padrone, e similmente sul nutrimento degli schiavi e de’ cadì.

«Allorchè lo schiavo ebbe perduto affatto l’uso de’ sensi per l’effetto dell’oppio misto al busa, Alì si mise da fare la cucina, ed apprestò ogni cosa nel modo indicatogli dal cuoco. Avendo le chiavi degli armadi e della dispensa, preparò un pranzo del gusto di Delileh, una zuppa di lenti, carne in intingolo, un serdeh, cioè riso inzuccherato e colorito, ed una salsa [p. 186 modifica] di melagrano. Servì il pasto agli schiavi, e distribuì a’ cani la loro porzione, senza che alcuno si avvedesse dall’assenza del cuoco; tanto Alì gli somigliava per istatura e grandezza!

«Quanto tutti nella casa furono a letto, Alì si cacciò nel guardaroba e nell’appartamento delle colombe, ed impadronitosi dell’abito consueto di Delileh e delle quaranta bestiuole, se ne andò verso mezzanotte. La mattina, un amico di Delileh rimase stupito, passando davanti alla sua dimora, di veder aperta la porta del khan; ma lo stupore vie più crebbe, allorchè, entrato, trovò i quaranta schiavi, i quaranta cani, Delileh e sua figlia Zeineb ancora tutti addormentati o piuttosto immersi nell’ebbrietà . Bruciò l’esca che gli venne alle mani, ne soffiò con un canello la polvere nelle nari di Delileh per svegliarla, e questa, aprendo gli occhi: — Dove sono?» disse. — Siete in casa vostra,» rispose l’amico, «ma ci troverete una strana confusione: i vostri cani dormono e le vostre colombe sono volate via. — Ah!» sclamò Delileb, «non v’ha che Ali Argento-Vivo, del Cairo, che abbia potuto farmi un tal giuoco. Promettete,» aggiunse, «di custodire il silenzio sinchè abbia riposto tutto in ordine.» Vestissi quindi, e recossi sull’istante da Hassan Sciuman. Postosi nel bagno, e ringraziato Sciuman dell’ottimo suo consiglio, erasi Argento-Vivo seduto a tavola coi quaranta officiali di giustizia per mangiare le colombe che aveva fatto arrostire. Delileh bussa alla porta ed è introdotta. — Che vieni a far qui, vecchia strega?» le gridò Sciuman; «sono annoiato delle interminabili tue querele con tuo fratello il pescatore. — Non vengo per pesce,» rispose Delileh, «ma per le mie colombe che uno de’ vostri mi ha rubate. — Oh! allora venite un po’ tardi, perchè sono già mangiate. » Prese Delileh un’ala di colomba [p. 187 modifica] e l’assaggiò; — Ah!» sclamò tosto, «le mie colombe vivono ancora: non è questa la loro carne; le aveva nutrite con semi misti al muschio, e le riconoscerei all’odore ed al gusto che ne avrebbero conservato. — Or bene,» disse Sciuman, «non dissimuleremo più a lungo con voi: vi saranno rese le vostre colombe, se vorrete dare Zeineb in matrimonio ad Alì Argento-Vivo. — Non mi oppongo,» rispos’ella; «ma mio genero deve meritare la figlia mia con un procedere onesto, e non cercare di farsene padrone con superchierie. Restituitemi le colombe, ed allora potremo trattare. — — «Le rese Alì le colombe, e la sollecitò a spiegarsi chiaramente. — Non mi oppongo a queste nozze,» rispos’ella; «ma bisogna che chi vuole sposar mia figlia si rivolga a suo zio, il pescatore Serik, mio fratello. — L’inferno confonda te e tuo fratello!» sclamò Sciuman. — Sia,» riprese quella; eppure è a questa sola condizione che potrà aver luogo la faccenda.» E sì dicendo, uscì dalla casa, portando seco le colombe. — Perchè maledite così suo fratello? .» chiese Alì Argento-Vivo a Sciuman, partita che fu Delileh. — Ah! voi non conoscete codesto Serik,» rispose questi; «non v’ha forse furbo eguale: è un vecchio scaltro che ruberebbe il kohol5 degli occhi della luna. Basta raccontarvi una sua astuzia per tirar avventori, e smerciare il suo pesce. Sospese all’ingresso della bottega, con una cordicella di seta, una borsa di mille zecchini, gridando: «Furbi e ladri dell’Egitto, e voi, ingegni abili e scaltri [p. 188 modifica] dell’Irak o della Persia, correte qua tutti e toglietemi questa borsa: essa appartiene a chi me la ruberà,» Così attira una folla di gente che viene a comprar pesce nella speranza d'impossessarsi della borsa, ma niuno finora ne giunse a capo. Quanto a quelli che falliscono nell'impresa, ei li lascia mezzo morti dalle busse, e getta loro pezzi di piombo per accopparli. Talchè farete bene a rinunziare a Zeineb, non essendo facile ottenerla col consenso di quel vecchio birbone. — Non posso risolvermi a ciò,» rispose Alì; «bisogna che m'impadronisca della borsa di Serik, e così lo sforzi a darmi il suo assenso.» Fattosi quindi portare abiti da donna, si sfigurò come una gravida di nove mesi e vicina al parto, e postasi sotto le vesti una vescica piena di sangue, imitava così bene una femmina incinta, che tutti quelli che la vedevano camminare per istrada: : — Buon Dio!» gridavano, «qual imprudenza per una donna, la cui gravidanza è tanto inoltrata!» Noleggiò un asino ed andò a brevi passi verso la bottega di Serik, deve vide soppesa la borsa. — Asinaio,» disse quivi la pretesa incinta, «Sento odore di pesce, ed ho estrema voglia di mangiarne; recamene un pezzo.» Il conduttore, accostatosi alla bottega del pescivendolo: — Ho condotto qui,» disse, «mia moglie che è gravida ed ha una voglia di pesce; mettetene subito uno sulla graticola. — Non ho fuoco; » rispose Serik, e vomitò mille ingiurie contro la donna. La finta gravida smaniò puntellandosi sul padrone dell'asino, ed entrata nella bottega, lasciò cader d’improvviso il sangue che teneva nascosto sotto gli abiti, gridando: — Aimè! ahi! ahi! il frutto delle mie viscere!» Alla vista del sangue, il padrone dell'asino non potè frenare lo sdegno. — Miserabile! tuonò rivolto al pescivendolo, «miserabile! sei tu che neghi un pesce arrostito ad un’onesta donna gravida, e le cagioni un [p. 189 modifica] aborto! mi pagherai cara la tua malvagità.» Serik, spaventato dal preteso accidente, uscì coll’asinaio per chiedere soccorso; ma non dimenticò la borsa sulla quale, benchè correndo, teneva fissi gli occhi, e vide che l’incinta mirava a impossessarsene. — Ah! infame canaglia!» gridò tornando indietro, e lanciò con tanta forza il suo pezzo di piombo, che Alì corse gran pericolo della vita.

«Andò egli poi a raccontare a Sciuman il mal esito del suo primo tentativo, ma non rinunziò per questo all’adempimento del suo disegno. Vestissi da palafreniere, e prese in mano cinque monete, andò alla bottega di Serik per acquistar pesce. Il pescivendolo gli offrì di quelli che aveva sulla tavola. — No,» disse il falso palafreniere, «li voglio caldi.» Serik si allontanò per riaccendere il fuoco estinto, e nel medesimo istante il palafreniere slanciossi sulla borsa; ma il cordone di seta, al quale stava appesa, corrispondeva a un campanello, che, appena l’ebbe toccato, si fece udire. Allorchè Serik, il quale stava in fondo alla bottega, udì il segnale, gettò al palafreniere un vaso di piombo, che colui schivò per fortuna, e vedendosi di nuovo scoperto, si diede a precipitosa fuga. Il vaso destinato al palafreniere, andò a colpire in un servizio di porcellana portato in testa da un uomo che passava allora dinanzi alla bottega del pescivendolo; l’uomo e le porcellane appartenevano al cadì della città. Subito una quantità di gente gli si affollò intorno, gridando: — Serik, Serik, questa volta la vostra borsa non vi porterà profitto; il giudice vi farà sputare gl’interessi col capitale che contiene. — Alì però non aveva perduto il coraggio. Si travestì da giocatore di bussolotti e tornò alla bottega di Serik, dove fatta una moltitudine di giochi, lasciò poi andare due serpenti che teneva chiusi in un sacco. [p. 190 modifica] Slanciaronsi quelli su Serik, , il quale salvossi in fondo alla cucina. Il giuocatore volle approfittare del momento per impadronirsi della borsa; ma facendosi udire il suono del campanello, il pescatore scagliò il suo vaso di piombo, cui seppe meglio dirigere della volta precedente, ed Alì tornò a casa mezzo morto. Sette volte andò alla bottega senza poter riuscire nell’intento; tal ostinazione cominciò ad inquietare il pescivendolo. — Quel miserabile; » dicea, «che sette volte venne per tormi la mia borsa, potrebbe di notte introdursi in bottega e mettermi a mal partito; ben veggo che d’ora in poi bisogna che me la porti ogni sera a casa.» In fatti Alì tentò, indarno, d’impadronirsi della borsa mentre era chiusa la bottega; non gli restava dunque altra via che d’introdursi in casa di Serik. Era questo ammogliato con una negra stata schiava di Giafar il Barmecida, ed ogni sera poneva la borsa sotto il capezzale. Alì, saputolo, giunse una sera a penetrare in casa, e s’impadronì non solo della borsa, ma anche di suo figlio, e se ne andò trionfante col bottino.

«Serik erasi svegliato al romore fatto da Alì nell’andarsene, e non trovando più la borsa, sclamò: — Al ladro! al ladro!» e si mise a corrergli dietro a tutta lena. Alì intanto giunse alla casa di Ahmed-ed-Deouf, e vi era appena entrato, che Serik bussò alla porta. — Rendetemi la mia borsa ed il figlio!»: sclamò volgendosi ad Ahmed. — Ah! quel fanciullo vi appartiene!» rispose questi fingendo maraviglia; «ne sono dolente; perchè or ora mi spirò tra le braccia.» Serik dimostrò sì gran dolore, che gli fu promesso di restituirgli il fanciullo e la borsa, se voleva dare il suo assenso al matrimonio di Zeineb con Alì Argento-Vivo, del Cairo. — Adagio, adagio,» risposegli, «un consenso non si strappa colla forza. Rendetemi ciò che m’appartiene, e poi vedremo.» Gli furono restituiti ii bambino e la borsa, ed allora: — Sì,» disse, [p. 191 modifica] «accordo mia nipote ad Alì, ma a condizione che le recherà i presenti di nozze ch'essa sarà per domandare. — E quali sono?» gli si chiese. — La veste di Kamaryeh, figliuola dell’ebreo Esdra, il suo diadema e la sua borsa da lavoro, tutti oggetti d’oro. Se non porterete a Zeineb queste tre cose, non la possederete mai. — Acconsento a tutto,» disse Alì. — Pronunciaste la vostra sentenza di morte,» gridarono gli astanti. — Perchè? — Non sapete chi è questo Esdra; è un insigne mago, che ha a’ suoi ordini geni e demoni, ed abita in un magnifico palazzo fuor della città, dove ogni sera mostra la veste di sua figlia, gridando: «Dov’è il ladro persiano, il furbo arabo che s’impossesserà di questi abiti? Gli prometto la mano di mia figliuola.» Le migliori teste e gli spiriti più scaltri sinora tentarono inutilmente l’avventura; chè per la virtù della sua arte magica tramuta in orsi e scimie chi ha la temerità d’intraprenderla. —

«Alì però non lasciossi intimidire da tutti quei pericoli, e subito la mattina dopo si pose in cerca dell’ebreo Esdra. Faceva questo il mestiere di pesare l’oro, l’argento e la seta, ed Alì lo vide che tornava a casa sopra una mula carica di due sacchi di danaro. Lo seguì egli sino all’ingresso del suo palazzo, dove il Giudeo entrò colla mula. Allora Esdra smontò, entrò in casa, e chiuse la porta. Poco dopo, comparve alla finestra con una cassetta d’oro, dalla quale cavò un ricco vestito, sclamando ad alta voce: — Dov’è il furbo arabo, il ladrone persiano che potrà impadronirsi di quest’abito? Io gli prometto mia figlia!» Alì s’immaginò che il più savio partito era d’andar a trovare l’Ebreo e domandargli onestamente l’abito. Presentossi dunque alla porta; ma appena l’ebbe quegli veduto venire, consultò i suoi libri cabalistici, e col loro soccorso seppe che quello straniero era Alì Argento-Vivo, del Cairo, il quale veniva a pregarlo di [p. 192 modifica] dargli la veste di sua figlia. — Se volete seguire il mio consiglo,» disse l’Ebreo, «e se la vita vi preme, rinunziate al temerario vostro disegno. Vi fu suggerita quest’idea per condurvi alla vostra perdita, ed io v’avrei data la morte sull’istante, se non avessi veduto ne’ miei libri che gli astri vi si oppongono. Rendete dunque grazia al felice vostro destino.» Ma Alì da ciò che udì non fece che viemeglio ostinarsi. — Bisogna assolutamente ch’io abbia quell’abito,» sclamò. — Ah! ah!» disse il Giudeo; «bisogna che assolutamente l’abbiate! Bene, vedremo.» Sì dicendo, prese una tazza coperta di caratteri misteriosi, ed empitala d’acqua, la sparse sopra Alì, tramutandolo in asino di mostruose orecchie.

«La mattina appresso, l’imbrigliò per montarlo, lo caricò di due sacchi d’oro, e recatosi alla bottega, legò Alì, il quale, ad eccezione della parola, conservava tutte le facoltà che come uomo possedeva. Per caso un giovane che aveva scialaquata la sua sostanza, venne a passare dinanzi alla bottega d’Esdra, e ridotto ad esercitare il mestiere di aquaiuolo per guadagnarsi il vitto, più non possedeva che un paio di braccialetti, cui vendette all’Ebreo per l’asino. — Eccomi in una bella situazione,» pensò Alì; «mi metterà un basto, servirò di scherno ai ragazzi, e gli schiavi mi caricheranno di busse. —

-«Il nuovo suo padrone lo raccomandò alla moglie come unico mezzo di sussistenza che gli rimanesse, ed uscì par andar a comprare i fornimenti necessari all’asino. Intanto, essendo la moglie sdraiata sur un meschino lettuccio, Alì, che sotto certi rapporti era asinissimo, e d’altra parte non era quello che compariva, avvicinandosi al letto, volle dare alla donna prove del suo amore. Si pose questa a gridare, ed i vicini accorsero a liberarla. Il padrone, furioso d’aver comprato una sì villana bestia, corse dall’Ebreo a [p. - modifica] [p. - modifica]Festa delle Lanterne.               Disp. XXXI. [p. - modifica]Cerimonia nuziale.               Disp. XXXII. [p. - modifica] [p. 193 modifica] lagnarsi del capriccio dell’asino. Lo riprese questi, e voltosi all’animale: — Miserabile,» gli disse, «dovrei farti subire un’altra metamorfosi, come un asino sfrontato qual tu sei; ma, credimi, non guadagneresti nel cambio. —

«La sera, rimontatolo, tornò a casa, mostrò alla finestra la veste della figlia, e si pose a cena.

«Poi, spargendo, colla tazza della quale abbiamo parlato, un po’ d’acqua sull’animale, gli restituì la prima forma. — Alì,» gli disse allora, «rinunzia al tuo insensato progetto, o ti accadrà qual cosa di peggio di quello che già provasti. — No,» rispose il giovane, «nol farò mai: o voi od io, è mestieri che uno di noi perisca; non rinunzierò mai ad impadronirmi dell’abito di vostra figlia. — Sia,» disse l’Ebreo, gettandogli addosso acqua ancora, ed Ali trovossi tramutato in orso carico di catene. La mattina appresso, l’Ebreo salì a cavallo d’un genio sotto la forma di un mulo, e recossi alla bottega conducendo seco l’orso. Comparì allora un uomo che pregò il Giudeo di venderglielo, avendo i medici ordinata a sua moglie la carne del detto animale. L’Ebreo, che non dimandava meglio di sbarazzarsene, glie lo vendette, ma mentre si stava per iscannarlo, Alì spezzò le catene, si diede alla fuga e tornò al palazzo dell’Ebreo. Questi, vedendo tornar l’ospite, risolse di fare un nuovo tentativo, e colla solita aspersione gli restituì la primiera forma. Volle il caso che la figlia del mago si trovasse presente alla metamorfosi, e vedendo un giovane sì compito, concepì amore per lui; ma quando seppe dalla propria sua bocca ch’egli chiedeva i soli di lei abiti, e non la sua persona: — Padre,» disse, «quel miserabile è un uomo da nulla.» L’Ebreo l’asperse d’acqua per la terza volta, e lo cangiò in cane. «La mattina dopo, conducendolo al mercato, tutti i cani gli latravano contro. Un mercante [p. 194 modifica] persiano, pieno d’umanità, vedendo quel cane tormentato da tutti gli altri, prese il bastone per iscacciarli. Onde dimostrargli la sua gratitudine, Alì lo accarezzò colla coda e coricossi a’ di lui piedi. Allora pensò che, ridotto alla condizione di bestia, bisognava esser cane quanto qualunque altra cosa, e che, padrone per padrone, il Persiano era preferibile all’inumano Ebreo. Restò dunque col mercante, ed alla sera lo seguì a casa, dove appena entrato il Persiano, sua figlia gli disse: — Come, padre, ci conduci un forastiere? — Sì,» rispose, «conduce questo povero cane. — Questa bestia,» ripres’ella, «è Ali Argento-Vivo, del Cairo, che il giudeo Esdra trasformò a motivo dell’abito di sua figlia; io gli restituirò la sua primiera forma, se mi vuol sposare.» A tali parole, il cane scosse la coda, e la giovane prese quel moto per un cenno approvativo. Cominciò subito l’operazione magica, ma appena ebbe principiato, la sua schiava accorse mandando altissime grida. — Padrona» le disse, mi avevate promesso di non immischiarvi in quest’arte senza consultarmi. Questo giovane che volete sposare, lo voglio anch’io, nè acconsentirò all’opera vostra se non a condizione che ci apparterrà in comune, e passerà una notte con me ed una con voi. — Che vuol dir ciò?» disse il Persiano; «e da quando mia figlia è diventata maga? — Son io,» rispose la schiava, «che la istruii in codesta scienza. Era tempo fa al servizio dell’ebreo Esdra, ed ho presso di lui impiegato bene il tempo: durante la sua assenza, scartabellava il libro di metamorfosi, e tutto ciò che imparai in quello l’ho insegnato a vostra figlia, coll’espressa condizione che non ricorrerebbe mai all’arte senza prima consultarmi. —

«Allorcbè Alì ebbe ricuperata la primiera forma, raccontò la sua storia, e quanto perdutamente amasse [p. 195 modifica] Zeineb. — Dovete,» disse il Persiano, «sposare mia figlia e la sua schiava che v’hanno restituito all'umana sembianza,» Appena finiva di parlare, si sentì bussare alla porta; era Kamaryeh, la figlia di Esdra. — Che venite a far qui?» le chiese Alì. — A sposarvi,» rispose, «poichè ora sono fedele musulmana. Non v’ha altro Dio che Dio, e Maometto è il suo profeta! Vi porto per dono di nozze la mia veste, che tanto bramate, il diadema ed il mio sacco da lavoro, e di più vi presento la testa di mio padre. Egli ricusò di abbracciare la vera fede; ma io dico: Non v’ha altro Dio che Dio, e Maometto è il suo profeta! — Veggo bene,» disse il Persiano, «che bisogna andar ad esporre il nostro affare al califfo, onde sapere a chi Alì debba appartenere. —

«Nel frattempo, avendo il giovane avuto bisogno di scendere, udì passare per via un mercante di confetti, ed essendo ghiottissimo di dolci, lo fece entrare per mangiarne. Ma quel mercante di confetti era un vero scellerato che non vendeva se non oppio col quale turbava l’intelletto della gente per poi derubarli. Appena Alì n’ebbe assaggiato, smarrì a un tratto i sentimenti. Il mercante gl’involò gli abiti e le gioie di Kamaryeh che aveva prese, ma non godè a lungo del suo furto; chè fatti alquanti passi, fu incontrato da un cadì che l' arrestò, e che insospettitosi del volume straordinario della sua borsa da confetti, la visitò, e vi trovò gli abiti di Alì e le gioie di Kamaryeh. Esaminaronsi quindi i dolci, e si scoprì che contenevano oppio in gran dose.

«Bisogna ora sapere chi fossero questo mercante di confetti ed il cadi. Il primo era Ahmed-al-Lakit, nipote di Zeineb, il quale, ad esempio dell’avola e di sua zia, esercitava tratti di destrezza. Avevano esse immaginata quell’astuzia per procurar di scoprire Alì e rubargli i diamanti di Kamaryeh, se li [p. 196 modifica] avesse. Il cadi era Sciuman, travestito in tal guisa, che percorreva la città con quaranta offiziali di giustizia, per saper nuove dell’amico. Scoperto il mercante di confetti, Hassan trovò Alì disteso per terra, e che non era ancora uscito dal suo sopore. Fattolo tornare in sè, Ahmed-al-Lakit confessò ogni cosa. — Benissimo,» disse Alì Argento-Vivo. «Ora va a dire a tua madre Delileh ed a tuo zio Kerib il pescatore, che porto a Zeineb per presente di nozze la veste di Kamaryeh e la testa dell’Ebreo. Aggiungi che domani domanderò la sua mano in forma nel divano. —

«La domane, Ali, accompagnato da Ahmed-ed-Deouf, da Hassan Sciuman e dai quaranta officiali di giustizia che portavano in un bacile la testa dell’Ebreo, recossi al divano e si gettò appiè del califfo. Il buon aspetto del giovane prevenne in suo favore il monarca, il quale domandò cosa significasse quell’orribile testa in un bacile d’oro. Gli narrò dunque Alì la sua storia, e quel racconto fu appoggiato dalla testimonianza di Kamaryeh, della figlia del Persiano e della sua schiava, venute al divano per far valere le loro pretese. Il califfo fu lieto che la città di Bagdad si trovasse liberata da sì pericoloso mago, e dimostratone ad Alì il suo contento, gli assegnò a residenza il palazzo dell’Ebreo, e per ispose le tre giovani che se lo contrastavano. Domandandogli poi se desiderasse qualche altra cosa, Aìi confessò che Zeineb era l’oggetto del primo suo amore; talchè il califfo comandò che colei divenisse sua quarta moglie, e fece fare i preparativi delle nozze. Inoltre lo sollevò alla carica d’intendente della polizia, collo stesso grado e lo stipendio di Ahmed-ed-Beouf ed Hassan Sciuman, e gli permise di prendere per ufficiali quaranta de’ suoi antichi compagni che fece venite dal Cairo. Nel nuovo suo impiego, meritossi Alì la fiducia del [p. 197 modifica] principe, il quale, in certa notti di veglia, essendosi fatto narrare più d’una volta la sua storia, comandò che fosse scritta per diletto delle generazioni future, e deposta nel proprio tesoro.»

  1. La legge rigorosa che ci siamo imposta di non allontanarci dal testo, ha potuto solo indurci a conservare quest’espressione grossolana che dà un’idea poco favorevole della decenza delle dame arabe, alle quali sembra che si possa applicare ciò che dice Scott Waring delle donne persiane nel passo seguente: «Le Persiane, al pari delle donne dell’India, sono sprovviste d’ogni delicatezza: il linguaggio loro è spesso d'una sconcezza ributtante; non esitano mai ad esprimersi dinanzi agli uomini colla licenza medesima come potrebbero fare tra esse; i rimproveri, le ingiurie loro sono disgustose, della più sucida sconcezza: l'immaginazione non può concepire, la lingua non esprimere immagini più indecenti, più grossolane, più infami.»
  2. Il khalkhal è un ornamento d’argento o d’oro col quale le Orientali cingonsi il basso della gamba sulla caviglia. Le Baiadere in ispecie ne portami di magnifici, ed il rumore di questi ornamenti, unendosi, mentre ballano, a quello dei passi, produce un delizioso effetto.
  3. Khovagiah o Khogiah significa, in arabo, un vecchio, uno sceik, un padrone, un mercante ricchissimo ecc. I Franchi che commerciano in Levante sogliono dare questo titolo ai negozianti.
  4. Sorta di bevanda fatta coll’orzo fermentato.
  5. Il Kàhol è una polvere nera sommamente fine, composta in gran parte d’ossido di zinco, che le donne d’Asia pongonsi per civetteria all’orlo delle palpebre, servendosi d’un pennellino leggero, con cui prolungano il tratto alquanto al di là dell’angolo esterno dell’occhio, dando così a’ loro sguardi un misto squisito di vivacità e languore.