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«Montò con tutti i suoi ufficiati a cavallo per trasferirsi al campo di Gharib: questi venne incontro al governatore, e dopo i primi saluti, abbracciaronsi come parenti, non potendo Damigh dubitare più oltre che il giovane non fosse figlio di suo fratello. — Giovane sventurato,» gli disse, «non solo hai da vendicare l’autore de’ tuoi giorni, ma ben anche la stessa tua madre. — Che dite?» ripigliò l’altro. Lo zio gli raccontò allora come Agib avesse uccisa sua madre, sicchè Gharib, udita tale notizia, rimase privo di sentimento. — Orsù,» gridò, appena rinvenuto, «non perdiamo un istante, e balziamo a cavallo! — Aspetta,» disse Damigh, «che io unisca le mie truppe alle tue. — È impossibile! Se volete, venitemi a raggiungere a Kufah; quanto a me; è tale la mia impazienza, che non posso differire un sol momento. —

«Gharib mosse verso Babilonia, dov’era allora governatore il vicerè Giamek, il quale teneva sotto i suoi ordini più di cinquantamila cavalieri, accampati dinanzi alla città; e gli mandò un messaggero incaricato della lettera seguente:

««Lode a Dio, sovrano dei mondi! Egli prende cura di tutte le creature, egli è onnipossente.

«Gharib, figlio di Kendemar, re dell’Irak e di Kufah, a Giamek:

«Appena avrete ricevuto questo scritto, spezzate i vostri idoli ed adorate il Dio onnipotente, unico, che ha creato la luce e le tenebre.

«Se non obbedite all’istante, sarà questo il giorno più terribile della vostra vita. Salute a chi segue la retta via, che a teme il peccato, ed è soggetto a Dio, signore di questo mondo e dell’altro.»

«— Va,» disse Giamek, «ed annunzia a chi t’ha mandato, che scioglieremo la nostra quistione domattina colla sciabola, e la verità sarà provata a colpi di lancia. —