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morò la principessa di Persia colle donne di quel genio, di cui seppe guadagnarsi l’affetto, ed in capo ad alcuni giorni mise alla luce un figlio che chiamò Muradsciah.

«Poco dopo il re tornò al suo palazzo, ed istruito delle sventure della principessa, le prodigò tutte le consolazioni, promettendole di vendicarla del padre, e collocarne il figlio sul trono appena avesse tocca l’età conveniente ed acquistate le cognizioni necessarie per regnare. La donna baciò le mani al re per ringraziarlo di tanta bontà, ed il giovane Muradsciah fu istruito in tutti gli esercizi dell'armi, della caccia e della cavalleria. Giunto ai quindici anni, sua madre gli rivelò il mistero della di lui nascita; ardendo del desiderio di vendicare la madre, il principino la pregò di condurlo in Persia all’uopo di far valere coll’armi alla mano i diritti al trono dell’avo.

«Cominciò pertanto la sua spedizione impossessandosi di Samarkanda, dove fu proclamato re. Di là proseguì rapidamente la sua marcia; l’esercito accresceva ogni giorno, e tutte le città, che trovavansi sul di lui passaggio, si sottomisero. Giunse infine dinanzi ad Isfahan, di cui intraprese l’assedio la medesima sera che Gharib rientrava nella città. La mattina dopo, vestito d'armatura completa, avanzassi fuor del campo per chiamare a singolar tenzone i nimici. Gharib accettò la sfida; piombarono l’un sull’altro, diedero e ricevettero colpi tremendi, arretrarono, avanzarono, si strinsero vivamente, combattendo così più ore senza che il vantaggio si dichiarasse per alcuno de’ due campioni.

«Infine, scorgendo Gharib l’istante favorevole, gettò la sciabola, e preso l’avversario per le orecchie, gliele tirò con tal violenza, che Muradsciah si pose a gridare: — Perdono! perdono!» Allora Gharib lo lasciò, e lo fece incatenare. — Perdono!» ripeteva Muradsciah; «non avrei mai combattuto con sì valente e