Werther (1873)/Parte seconda

Parte seconda

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Johann Wolfgang von Goethe - Werther (1774)
Traduzione dal tedesco di Riccardo Ceroni (1873)
Parte seconda
Parte prima Parte terza
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PARTE SECONDA.

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20 ottobre 1771.

Siamo arrivati qui ieri. L’ambasciatore è indisposto e si tratterrà alcuni dì nelle sue stanze. S’egli non fosse così arcigno, la faccenda camminerebbe pel suo verso; ma capisco, Guglielmo, che il destino m’ha accollato un aspro cómpito. Pure, non convien pensarci: cuor leggero porta ogni peso. — Leggero! la parola mi fa ridere: non so come la mi sia caduta sotto la penna. Certo, che, con un po’ di sangue più leggero, sarei il più fortunato degli animali che vivono [p. 210 modifica]sotto il sole. Ma che! quando altri uomini, vestiti d’un micolino di forza e di talento, mi passano pomposamente innanzi, nella placidissima compiacenza di sè stessi, io dispererei delle mie facoltà, delle non tristi doti ch’io pur posseggo? — O buon Dio! tu che m’hai compartito queste cose, perchè non tenerti la metà del dono, ed assegnarmi, in quella vece, la potenza della fede in me stesso, e la virtù della sobrietà nei desidèri del cuore?

Hai ragione, amico: pazienza — e la luce ricomparirà sull’orizzonte. Da che mi mescolo tra la gente, e veggo, dì per dì, quel che fanno, e come tutti s’affaccendino nel buio, e si destreggino nelle congiunture a voltar di bordo, mi sono mezzo riconciliato con [p. 211 modifica]me medesimo. E’ non v’ha dubbio che, poichè noi siam tutti cosiffatti da mirar sempre a paragonare noi stessi con quanto ci sta dattorno, la felicità o la sventura non può essere che negli oggetti, coi quali siamo in termini di relazione, e però nulla di più pericoloso della solitudine. La nostra immaginazione, costretta per la propria natura ad elevarsi, pasciuta dalle idee fantastiche della poesia, si vien fabbricando una serie ascendente di esseri, di cui noi occupiamo l’infimo grado, e, tutto ciò che vive al di fuori di noi, ci appare alla pupilla della mente con colori più splendidi, con sembianze più perfette. E il negozio cammina di suo piede. Noi sentiamo spesso mancarci alcuna cosa, e allora ci pare che un altro appunto [p. 212 modifica]la possegga, ond’è che poi ci affrettiamo a prestargli, non pure ogni nostra buona qualità, ma ancora una tal quale piacevolezza affatto ideale. E a questo modo avviene che l’uomo, a cui noi supponiamo ogni lieta ventura, non è altro, al far de’ conti, se non un ente della nostra creazione. Chè se, al contrario, malgrado le nostre imperfezioni, noi non disgradiamo la fatica del persistere a ogni modo nell’opera nostra sino alla fine, sovente l’esperienza ne ammaestra come il nostro lavoro di sgorbi e ombrature e mezze tinte ci conduceva più lunge assai che non tutto l’arrabattarsi e l’anfanare de’ mestierai, che riducono tutta quanta l’anima loro nell’arco delle schiene. — E anche questo è un conforto, amico, d’arrivar gli al[p. 213 modifica]tri, o di lasciarseli addietro, non consumando fors’anco che la metà delle loro forze.


26 novembre.

Comincio a trovare la mia condizione tanto o quanto sopportabile. Gli affari non mancano, e il lavoro mi giova; poi tutta questa fantasmagoria, screziata d’ogni sorta di figure — e di figuri — m’offre uno spettacolo nuovissimo che mi diverte.

Ho imparato a conoscere il conte C***, uomo di merito insigne, ch’io stimo ogni dì più, per la vastità della mente, non disgiunta dal calore dell’animo, come spesso accade in chi più vede: uomo, che s’apre al senso dell’amicizia e dell’amore, quant’altri mai. — E questo, almeno, non è un figuro. [p. 214 modifica]— Fu un certo affare, che mi condusse a lui, per incarico d’istituto: lo vidi tosto pigliar viva parte alla mia persona, e, fin dalle prime note, chiarivasi come le anime nostre s’intendessero, ed egli potesse favellare con me liberissimamente d’ogni proposito. Fu aperto, infatti, quant’io non ho termini a ringraziarnelo. Davvero, amico, non c’è gioia al mondo più schietta e più soave che lo spettacolo d’una grand’anima, che senza sospetto si versa nell’altrui cuore.


24 dicembre.

L’ambasciatore mi stucca: l’avevo presentito. Non ho mai veduto un Ser Appuntino più imbizzarrito di costui: cammina a passo di carretta, appoggia su tutto, sta sui convenevoli come una vecchia [p. 215 modifica]marchesana: è un uomo, insomma, che s’è incoronato di non voler mai essere contento di sè stesso, e a cui, per conseguenza, non v’ha anima nata che possa mai giungere a far cosa che torni a grado. Io son uso a scrivere difilato, come vien viene: ecco ch’ei legge una minuta, e il momento dopo me la restituisce, dicendomi: «È scritta bene, ma si può far meglio; la ripassi, vedrà che c’è sempre qualche espressione più elegante da sostituire, qualche frase più illustre: faccia a modo mio, rimuti.» — È da diventarne maniaco. Guai, se manca una congiunzione, s’è spostata una virgola! E s’è giurato nemico alle mie poche inversioni, a cui non dà assolutamente quartiere; e se i periodi non sono alto[p. 216 modifica]sonanti, la è cosa slavata, gli urta non si raccapezza più. — Impossibile durarla.

La confidenza del conte di C*** è ancor l’ultimo canapo che mi ritiene. Ei mi protestò in questi giorni, in modo sincerissimo, ch’era scontento assai delle lentezze e degli scrupoli dell’ambasciatore. Disse che questa gente finisce a infastidir sè stessa e gli altri, e ad essere grave a tutti. Conchiuse, nondimeno, ch’era necessario acconciarsi alla meglio, non altrimenti del viaggiatore, che dee varcare una montagna, e pensa che, senza di essa, la via sarebbe assai più comoda e più breve; ma poichè c’è, bisogna rassegnarsi a passarla in santa pace.

Il mio messere s’avvede che il conte mi preferisce a lui, e questa [p. 217 modifica]preferenza gli cuoce; tanto che non è occasione ch’ei non colga per dir male del conte in mia presenza. Io, allora, piglio naturalmente le sue parti, e la matassa s’arruffa ancor più. Ieri mi diè un pochino di naso, perchè c’ero anch’io in commedia. Disse che il conte era bensì attissimo agli affari giornalieri della vita, ch’ei lavorava con molta facilità e speditezza, e aveva in generale un buon dettato; ma poi difettava di soda erudizione, siccome è il caso di tutti gli scrittori semplicemente letterati. E pareva aggiungere mentalmente, a certa grinza delle labbra: Questa cinghiata a te! Non però mi scomposi: non ho per uomini di questa risma che il disprezzo. Stetti saldo peraltro, e continuai la lotta con qualche ar[p. 218 modifica]dore. Rimostrai che il conte era uomo da meritarsi la stima di chiunque fosse, sia per l’elevatezza del carattere, sia per le doti dell’intelletto. Dissi, a proposito di dottrina, come non m’era occorso mai di conoscer persona, che avesse saputo procacciarsi cognizioni più estese e più svariate, senza essere ciò nullameno tentato di farne uso, se non nelle sole faccende giornaliere della vita. Era per quest’uomo la cubatura della sfera: gli feci i miei ossequii, e me n’andai, per non correr rischio d’ascoltare altre storture, che poi m’imbroncissero sul sodo.

E tutto questo per chi, se non per voi, che m’avete tanto gridato di vita attiva, di moto, finchè son corso a cacciar la cervice sotto al [p. 219 modifica]giogo? Vita attiva! Ch’io sudi ancora dieci anni a questo remo, a cui sono oggi confitto, se il contadino che pianta le patate e va in città a vendere il suo grano, non fa assai più di me!

E questa pomposa miseria, in cui vivo, questa sempiterna noia dell’aggirarmi per mezzo ad una gente imputridita, che cammina gomito a gomito, iniquamente studiosa di montar sulle spalle al vicino, quando il destro le arrida: miserabile plebeiume d’ogni ceto, inclamidato in cenci di passioni ora livide ed avare, ora risibilmente goffe! — Vedi, ad esempio: una di queste donne la s’è fitta in capo d’esser patrizia, e d’esser nata Dio sa in quale celeste Gerusalemme! e quanti l’accostano non fanno che cinguettarle di nobiltà [p. 220 modifica]ed encomiare alle stelle il paese d’onde ella ha sortito i natali; tanto che lo straniero, che s’imbattesse a udire un tanto osanna di lodi intorno alla dea, dovrebbe crederla una pazzerella, ubbriacata dai fumi della vanità. Or, sai tu chi sia, questa femmina, amico? La figlia dello scrivano d’una delle pievi circonvicine. — In fede mia, non so concepire come la razza umana non abbia sgomento di farsi così ridicola.

Del resto, io mi convinco ogni dì più che si ha torto di voler ragguagliare l’altrui statura alla propria, grande o piccola ch’ella sia. Ed io, che tanto ho a fare con me stesso! con questo cuore agitato di continue tempeste! — Ah! purchè gli altri viventi mi lasciassero camminare in pace pel mio [p. 221 modifica]sentiero! io non mi curo, certo, d’investigare le loro vie!

Ciò che più mi dà noia, è questa povera fatalità delle distinzioni tra gli ordini de’ cittadini. Ben so, quant’altri, che la è una delle umane necessità, inevitabili; ed io medesimo non risento forse i vantaggi che ne discendono? ma mi arrovella il vedermi impacciare il passo da codeste convenzioni, e turbarmi quel po’ di contento, quel barlume di felicità che ancor mi sorride sulla terra. M’avvenne, ultimamente, di stringere conoscenza, al passeggio, con una damigella di B***, creatura amabilissima, che malgrado l’educazione e gli esempi domestici di certo rigido sussiego di casta, ha saputo conservare molta ingenuità di maniere. Soddisfatti entrambi del no[p. 222 modifica]stro primo colloquio, la pregai, nel separarci, ch’ella volesse concedermi di visitarla nella casa de’ suoi parenti. Annuì con sì schietta cordialità, che mi parve mille anni di cogliere un onesto momento per usare della gentile concessione. Ella non è di questi luoghi, e qui sta a dimora con una sua zia. Non so perchè l’aspetto della vecchia mi repugnò addirittura. Mi contenni, a ogni modo, e le mostrai ogni riguardo, indirizzando quasi sempre il discorso a lei. In meno di mezz’ora di conversazione, riseppi, a un bel circa, ciò che in séguito mi confessò la fanciulla medesima. Quella vecchia patisce inopia d’ogni cosa: senza averi, senza intelletto, senza appoggio veruno, fuorchè la memoria del lungo ordine de’ suoi an[p. 223 modifica]tenati; senza difesa, tranne quella dello stato in cui è nata, e dietro il quale va imprunandosi alla meglio, questo povero rudero di donna non ha più altro spasso nel mondo che di sbavarsi a dominare, dall’alto delle sue finestre, le teste de’ borghesi che le passano di sotto. Era bella, a’ suoi giorni, e corse una giovinezza più scapata che savia; fu colla sua caparbietà la tortura di qualche misero giovinotto, e finì, negli anni maturi, ad accettare la disciplina d’un vecchio uffiziale, che a questo prezzo, e coll’appendice d’un discreto patrimoniuccio, ch’era ancora rimasto all’amazzone, acconsentì di vivere con lei l’età di bronzo, finchè andò in cocci anch’egli, un bel giorno, abbandonando la superstite all’età di ferro. E così ella [p. 224 modifica]campa oggidì, sola nel solitario covo, traendo un po’ di riputazione dalle grazie dell’avvenente nipote.


8 gennaio 1772.

O che genia, amico, tutta etichette e puntigli! Una genia, a cui non par vero d’avere speso tanta parte di vita a studiare ogni mezzo d’accostarsi impercettibilmente al capo della mensa! E non già che manchino loro gli affari, chè anzi le faccende si vanno ad ogni ora più accumulando, appunto perchè ciascuno si svia a tutta possa dalle occasioni di promuovere le cose di maggior momento per quel po’ di incomodo che dánno! — La settimana scorsa v’ebbero dissidii alla corsa delle slitte, e il divertimento andò guasto.

Stolti, che non hanno ancora [p. 225 modifica]capito come siffatta gara di preminenze è fanciullesca, e come l’occupare il primo posto, in una slitta, non vuol già dire far la prima figura nel mazzo! Quanti re non sono governati dal loro ministro! quanti ministri dal loro segretario! E chi tra essi è il primo? Quel solo, a mio giudizio, che vede assai più in là degli altri, e s’ha tanto potere, o tanta astuzia, da far concorrere le forze e le passioni altrui all’incarnazione de’ propri disegni.


20 gennaio.

Vi scrivo, mia cara Carlotta, dalla cameruccia d’un’umile taverna, dove il mal tempo m’ha obbligato a rifuggirmi. Finchè mi vivo in quel nidiaccio di D***, tra gente affatto estranea al cuor mio, non mi vien fatto di scrivervi. Non so, [p. 226 modifica]ma non ho tempo, non ho testa, non sento la calda e spontanea ispirazione dell’anima. Così, almeno, finora: non so in appresso. — Ma qui, in questo tugurio, in questa modesta solitudine, in questa povertà di tutte cose dintorno, mentre la grandine e la neve1 battono, imperversando, contro la mia finestruccia, qui il primissimo de’ pensieri mi corse a voi. Com’io entrai nella stanza, subito mi lampeggiò alla mente la vostra immagine, la vostra memoria, o Carlotta; e così care, così sacre entrambe! Dio! il [p. 227 modifica]primo istante di felicità, dopo tanta onda di fitte nebbie!

Oh! se voi vedeste, mia dolce amica, come i miei sensi inaridiscono e si raggrinzano in quel perpetuo vortice di distrazioni e di passatempi romorosi e vacui! Nulla per l’intima esistenza, pei segreti aneliti del cuore! Non una sola ora, non un minuto di obliosa estasi! Nulla. Parmi di stare addocchiando una scatola di ninnoli, e veggo gli omiciattoli e i cavallucci passarmi davanti, in processione, e mi domando se non è un’ottica illusione la mia. E v’ha di più; perch’io mi insinuo tra essi, e piglio parte al gioco, finchè anch’io seguo le movenze che m’imprime il burattinaio, e talora aggrappo, nel tumulto, la man di legno del mio vicino — e arretro spaventato! Mi propongo, [p. 228 modifica]la sera, di levarmi per tempo a contemplare il levar del sole, e il mattino mi trova tra le coltri — e non so distrigarmene: spero d’uscir la notte, a bearmi de’ cheti raggi della luna — e mi sto inchiodato al suolo della mia cameretta. Nè so esattamente mai perch’io m’alzi, o perchè vada a letto.

Manca il lievito, che deve suscitare il fermento della vita. Quello spirito, che solea tener desti i miei sensi, nelle profonde viscere della notte, è scomparso: muto lo stimolo che mi svegliava, all’alba del sonno!

Non ho trovato qui che una sola creatura muliebre, una signorina B***, che v’assomiglia, o Carlotta, se pur è possibile rassomigliarvi! Vedi l’adulatore — direte voi — che mi comincia a friggere [p. 229 modifica]complimenti! — E forse non avete torto del tutto. Da qualche tempo in qua mi son fatto tutto liscio colle signore, e fo anche sovente lo spiritoso; tanto che le dicono che nessuno s’intende di lodi meglio di me. E di bugie — aggiungono — da che lodi, vergini di bugie, non è derrata che si trovi al mercato.

Ma io voleva intrattenervi di madamigella B***. È una giovinetta vivace, dalle cui azzurre pupille traspare un’anima leggiadrissima. La sua condizione sociale la impaccia, perchè non soddisfa ad alcuno de’ suoi desidèri del cuore. Ella agogna ad uscire da questo sussurro di cose, e noi andiamo fantasticando spesso i nostri idilli e le nostre scene d’Arcadia. E il vostro nome risuona allora sulle nostre labbra. Oh, com’ella vi ammira e vi ama, [p. 230 modifica]o Carlotta! Come m’ascolta volentieri favellare di voi!

Deh! perchè non so io a’ vostri piedi, nella vostra gentile cameretta, depositaria de’ nostri fidi colloquii; e i fanciulletti folleggiano dintorno a me, ed io a tenerli buoni e fare che non v’assordino colle loro strida, mi metto a contar loro una delle mie cupe leggende, tutta piena di spettri e di paladini e di selve!

Il sole tramonta maestosamente sulle argentee nevi dei campi: la bufera è trascorsa. E m’è pur forza andarmene di qui, ahi! per inchiostrarmi. — Addio, Carlotta. — Alberto è egli con voi? e in quale condizione? — Dio mi perdoni codesta domanda!


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8 febbraio.

Da otto giorni in qua fa un tempo orribile — pure a me riesce in qualche modo benefico. Da che io sono qui non è apparsa in cielo una limpida giornata che, l’uno o l’altro, non m’abbia amareggiata o distrutta. Or, quando piove a dirotto, o nevica, o i ghiacci incrostano la terra, o si sfanno, io sono certo di questo, almeno, che in casa il tempo non è peggiore che sulla strada — ed è un conforto. E quando il sole nascente promette un giorno sereno, io grido: Ecco un bene celeste ch’ei possono a vicenda carpirsi! E non v’è nulla ch’ei non si carpiscano l’un l’altro — salute, riputazione, allegrezza, tranquillità! E per fatuità, in gran parte, per fallacia di criterio, per pauperismo di cuore: e se tu li odi, gli [p. 232 modifica]è sempre nella migliore delle intenzioni. Oh, come spesso non son io tentato di supplicarli, in ginocchio, ch’ei cessino una volta d’inferocire così pazzamente nelle proprie interiora!


17 febbraio.

Temo sul sodo che l’ambasciatore ed io non dureremo ancora lungo tempo insieme. Quest’uomo è indiscretamente insopportabile. Ha una maniera di lavorare e d’attendere agli affari così ridicola, ch’io non so trattenermi dal contraddirlo, e fare assai volte le cose di mio capo: e allora s’intende che non gli vanno a’ versi. Son pochi giorni ch’ei s’è querelato di me alla corte, e il ministro m’ha dato un rabbuffo: amorevole, se vuoi, ma pure sempre rabbuffo; tanto che [p. 233 modifica]io era già lì lì per chiedere le mie dimissioni, allorchè una lettera privata di quel signore2 mi rattenne. Era una lettera, davanti a cui avrei voluto prostrarmi per adorare la magnanimità, la cortesia e la saviezza di chi l’avea dettata. Rimproverava la mia soverchia sensibilità, le mie propensioni a esagerare l’idea dell’operosità, e mettere un indebito calore nella pratica degli affari: diceva che le erano bensì testimonianze di fervido animo giovenile, nè pretendeva che a siffatte qualità io rinunciassi intieramente; ma pure ch’io le tem[p. 234 modifica]perassi, e déssi loro un avviamento tale da renderle veramente utili ed efficaci. — Ed eccomi riconfortato, e tornato d’accordo con me stesso per otto giorni. La quiete dell’animo è pur la magnifica cosa! — ed anche la compiacenza di sè medesimo! Se non che, amico mio, il gioiello è fragile, quanto è leggiadro e prezioso.


20 febbraio.

Dio v’assenta, o miei diletti, la gioia de’ bei giorni ch’egli sottrae alla mia esistenza!

Grazie, Alberto, d’avermi piamente ingannato: io mi stava aspettando notizia del giorno, in cui si farebbero le vostre nozze, e già avevo disegnato di staccare in quel dì solennemente dalla parete l’effigie di Carlotta, e seppellirla tra [p. 235 modifica]l’altre mie carte. Ora voi siete l’uno dell’altra — e l’effigie mi è tuttavia dinanzi! — e vi rimarrà: perchè no? E non so io forse che il mio spirito è con voi, ch’io m’ho ancora un posto nel cuore di lei, senza pregiudicare in nulla i tuoi diritti, la tua felicità? Quel posticciuolo — il secondo, Alberto — io voglio e debbo serbarlo. Impazzirei s’ella potesse obliare... Alberto, in questo pensiero è tutto un inferno. — Addio, Alberto. — Addio, angiolo del cielo! Addio, Carlotta!


15 marzo.

Ho avuto un dissapore che mi caccerà di qui. Digrigno i denti dal furore. E, perdio! non c’è via da ripararvi. E siete voi tutti che ne avete colpa; voi che m’avete messo il tribolo ai fianchi, perch’io m’ac[p. 236 modifica]comodassi ad un ufficio, a cui tutta l’anima mia reluttava. N’ho raccolto un bel frutto! E voi n’avete una bella soddisfazione! E perchè tu non mi ricanti che sono le mie esagerazioni che guastano ogni cosa, eccoti la storia dell’accaduto: non ci rimuto una iota; e delineo freddamente come il cronista.

Tu sai che il conte C*** mi ama, ch’ei mostra avere per me qualche preferenza sulla comune degli uomini: è cosa nota qui a tutti — e a te l’ho ridetta le cento volte. Ieri sono a desinare da lui, nel giorno appunto in cui la gentilizia consorteria dei messeri e delle gentildonne si raduna a veglia da lui: e a me la circostanza sfugge dalla mente, e non penso — nè ho mai pensato a’ miei dì — come non sia lecito, a noi, stirpe inferiore, di mescolarsi [p. 237 modifica]a loro. Or bene; pranzo adunque dal conte, e dopo tavola si passeggia su e giù insieme nella sala, conversando: viene il colonnello C*** e s’accompagna a noi, e intanto s’appressa l’ora del convegno. Io non veggo nulla, non bado a nulla. Eccoti entrare Sua Celsitudine la signora di S*** col suo signor consorte al fianco, e madamigella figlia, rampollo illustre della magnanima covata (debitamente diafana il petto, e in bustellino stringato ai lombi), che nel passare mi sogguardano, incipigliando e rigonfiando tradizionalmente le patrizie nari; e come la loro nazione3 m’è in uggia, stavo già per pigliare commiato dal conte, aspettando solo ch’ei si liberasse dai loro garruli complimenti, [p. 238 modifica]allorchè appare sull’uscio la signorina B***. Io, che al vederla, mi sento sempre un tal po’ di tuffo involontario al cuore, mi fermo, bado che s’adagi, e vo a rincantucciarmi dietro la sua seggiola. Se non che, di lì a poco, m’accorgo ch’ella m’indirizza la parola con minore espansione del solito, anzi con manifesto imbarazzo. Il caso mi fe’ senso. Che la sarebbe anch’essa come tutta l’altra gente? pensai tra me. Mi sentiva punto, e avevo in animo d’andarmene; nondimeno rimasi, perchè avrei voluto scusarla, e credevo d’ingannarmi, e speravo il sollievo di qualche dolce parola, e... non so nemmen che cos’altro. Frattanto la comitiva cresce, la sala s’empie. V’era il barone F***, rabbatuffolato in un armadio de’ tempi di Francesco I; [p. 239 modifica]e il consigliere aulico di R***, qui, in qualitate, chiamato il signor di R*** — colla rispettiva mogliessa, dalle orecchie tappate; v’era il povero signor T*** nel vetusto arredo de’ suoi avi di Franconia, rimberciato di toppe arlecchinesche, usurpate alle moderne foggie; e infiniti altri, a branco. Io abbordo ora l’uno, ora l’altro di mia conoscenza: e’ m’hanno tutti l’aria di venir di Sparta, tanto sono asciutti. Pur io non pensava che alla mia B***, non era attento che a lei; e non m’avvidi che, al fondo della sala, intanto, le donne si susurravano tra loro nell’orecchio, e il bisbiglio si propagava tra gli uomini. Non m’avvidi della signora di S***, che stava caldamente perorando col conte: tutte cose ch’io riseppi poscia da madamigella B***, finchè [p. 240 modifica]da ultimo, il conte stesso venne diritto a me, e mi trasse nel vano d’una finestra. «Ella sa — prese egli a dirmi — le strane condizioni, in cui qui si vive: la società è scontenta, a quanto veggo, che Ella sia tra noi...» — «Le pare, Eccellenza! — io l’interruppi — Ella ha ragione, la scusi; avrei dovuto pensarci prima, e già mi era venuta, a dir vero, l’ispirazione d’uscirmene, ma un genio malefico m’ha soffermato.» — Proferii quest’ultime parole sorridendo, e m’inchinai: il conte mi diè una stretta di mano, ch’era più eloquente d’ogni discorso. Io allora, pian piano, sgusciando tra uomo e uomo, diedi le spalle all’illustre assemblea, scesi le scale, feci accostare una vettura, e corsi a M*** per veder dai poggi il sole discen[p. 241 modifica]dere dall’orizzonte, e leggicchiarmi in Omero il sublime canto, dove Ulisse è ospitato dall’egregio mandriano dei porci.4 — E fin lì, nè ben nè male, in fondo.

Ma or viene il marcio. Torno dai colli, e sono la sera a tavola nella locanda: poche facce, e quei pochi, a cui appartenevano, erano intenti a giocare ai dadi, in un cantone, col tovagliolo rimboccato. Or eccoti entrare l’onesto A***, che deposto il cappello, mi guarda, e [p. 242 modifica]facendomisi vicino, mi dice sotto voce: «Tu hai avuto una mortificazione.» — «Io?» — risposi. — «Il conte t’ha fatto uscire dalla sala.» — «Che il diavolo se li porti tutti quanti! m’è stato caro di pigliare un po’ d’aria.» — «Godo che tu non te ne dia pensiero, ma mi sa male che l’avventura corra già sulle bocche di tutti.» — Allora incominciai a rannuvolare. Mi parea che quanti, un dopo l’altro, venivano a sedersi a cenare, m’andassero tutti cercando con occhio di maligna compiacenza. Mi si rimescolò il sangue: ma non fiatai. Ma ora tutti ne novellano, e, dovunque io vada, si ha l’aria ipocrita di commiserarmi; e intanto i miei nemici trionfano, e vanno vociferando tra loro, come siffatte lezioni stian bene a codesta [p. 243 modifica]gente orgogliosa, che tanto presume di sè medesima, da stimarsi al di sopra d’ogni convenienza sociale... e Dio sa quant’altre scioccherie tornite a questa vecchia ruota.

Puoi dunque figurarti lo stato dell’animo mio. E ora viemmi a parlare di dignità personale, di stoica indifferenza. Ti dico che l’accidente mi riesce sovranamente noioso. Ben posso ridermi del loro cinguettio femminile, quando, in sostanza, è vuoto; ma quando il diavolo fa che l’appicco ci sia... Vorrei vederti ne’ miei panni.


16 marzo.

Tutto congiura a crescere il mio mal umore. Scontro oggi, a caso, nel viale, madamigella B***, e non [p. 244 modifica]posso a meno di fermarmi a discorrere con lei, e farle, appena scostata la compagnia, qualche rimbrotto sul suo contegno dell’altro giorno. «O Werther — mi disse ella con amorevole piglio — e voi che conoscete questo cuore, voi potete interpretare sinistramente la mia confusione? Quanto io abbia sofferto per voi, dal momento che ho posato il primo passo nella sala, voi non potete immaginarlo. Io avea preveduto ogni cosa, e sono stata le cento volte in procinto d’avvertirvi: sapea che le signore S*** e T*** avrebbero tolto di accapigliarsi coi loro mariti anzi che tollerare la vostra compagnia: sapea che il conte non può romperla con loro... e ora lo scandalo!» — «Dite davvero, madamigella?» — io risposi — e [p. 245 modifica]le celai il mio terrore; da che quanto m’avea detto ier l’altro Adelio, mi correva ora come olio bollente per le vene. — «Voi non sapete che cosa m’è costata la scena!» — proseguì quella gentile creatura cogli occhi inondati di pianto. — Non ero più padrone di me stesso: fui più volte sul punto di gettarmi a’ suoi ginocchi. — «Per carità, spiegatevi» — le dissi. — Le lagrime continuavano a scorrerle per le gote: e le asciugava, ma non volea nasconderle: io era fuori di me. «Voi conoscete mia zia — ripigliò poscia — ella era nella sala, e se ne scandolezzò grandemente. O Werther, ella m’ha fatto un tal sermone, iersera e stamane, sulla nostra amicizia! e m’è toccato udirvi ad essere vilipeso e schernito, senza ch’io [p. 246 modifica]potessi mover quasi parola in vostra difesa.»

Ogni verbo di quella giovinetta m’entrava acuto nel cuore come la punta d’una daga. Non sapea la meschina quanto sarebbe stato maggior pietà l’occultarmi una tanta piaga; chè anzi soggiunse, com’io era fatto segno ai motteggi di tutti, e come certa sorta di gente odiosissima avrebbe finito a menarne vampo, a punirmi colle sue risa del mio orgoglio, del mio disprezzo per gli altri, ch’ei, da gran tempo, mi rinfacciano tra loro. Udir tutto questo, o Guglielmo, dalle sue labbra, coll’accento del più sincero interesse!... Ero sbalordito — e fremo ancor tutto dentro di me. Oh, perchè non osa l’un d’essi affrontarmi a visiera alzata! Mi pare che un po’ di san[p. 247 modifica]gue mi farebbe bene. Ho tentato più volte di finirla. Narrasi d’una razza di generosi cavalli, che allorquando la sferza li flagella più crudelmente, l’istinto li conduce a mordersi le vene per procacciarsi il respiro. Così, sovente, io rimastico nell’animo il pensiero d’aprirmi col sangue la via all’eterna libertà.


24 marzo.

Ho chiesto le mie dimissioni alla corte, e le avrò, spero, tra non molto: e voi mi perdonerete ch’io non v’abbia domandato licenza prima di tentare il passo. Conviene assolutamente ch’io me ne vada: so quello che m’avreste detto per persuadermi a rimanere, e però è cosa inutile: dunque... Indorerai la pillola a mia madre: e ch’ella s’acqueti, perchè, in [p. 248 modifica]fine, non v’era altra possibile uscita. Sento che le darà qualche rammarico — è naturale. Ella s’immaginava che suo figlio sarebbe un giorno consigliere intimo, e ambasciatore, per questa via: e ora far alto, all’impensata, voltar le redini e ricondurre il ronzino nella stalla! Capisco che gli è cadere dai cieli. Ma, insomma, qualunque cosa vi diciate per provare aritmeticamente ch’io dovea pazientare e rimanermi, gli è ormai un fare de’ taccuini per chi non sa leggerli. Ho fermo il chiodo, e me n’andrò. E perchè abbiate lume di quel che farò, sappiate che c’è qui il principe X***, che s’è innamorato della mia compagnia, e s’andrà insieme a passare la primavera nelle sue tenute. Ha promesso di lasciarmi in pienissima libertà, e siccome [p. 249 modifica]andiamo d’accordo in ogni punto, eccettuato un solo, tenterò anche questa.


19 aprile.

Ti ringrazio delle due lettere. Non riscontrai, perchè stavo aspettando il mio congedo dalla corte: temevo non mia madre si rivolgesse al ministro e attraversasse i miei divisamenti. Ora, per altro, le dimissioni son giunte. Non vi dirò quanto penassi ad averle, e che cosa il ministro mi scrivesse: dareste in nuove lamentazioni. Il principe ereditario ha voluto darmi la benandata, mandandomi venticinque zecchini del suo — e con espressioni tali che m’hanno cavato le lagrime. Dirai dunque a mia madre che non mi spedisca altrimenti il danaro, di che l’avevo richiesta ultimamente.


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5 maggio.

Parto domani, e poichè il mio luogo natale non è discosto che sei leghe di qui, ho in animo d’andare a visitarlo, e spirar l’aria de’ vecchi giorni, trascorsi in felicissimi sogni. Entrerò per la porta, da cui siamo usciti in carrozza, mia madre ed io, allorchè, dopo la morte di mio padre, ella abbandonò que’ dolci luoghi, pieni di domestiche reminiscenze, per chiudersi in città. — Addio, Guglielmo: più tardi, le notizie del mio pellegrinaggio.


9 maggio.

Ho compiuto il mio romeaggio verso la patria con tutta la devozione d’un pellegrino, e ho provato un senso ignoto di dolcezza, [p. 251 modifica]ch’io non saprei ben definire se lo tentassi. Ordinai al postiglione che sostasse al gran tiglio, lontano un quarto d’ora dalla città, e quivi scesi per continuare a piedi il mio cammino, e bermi, a sorso a sorso, quell’aure pregne delle prime memorie della vita, e richiamarmi intorno al cuore tutto quanto in altri giorni m’era stato diletto. E tu m’avresti veduto sotto a quel tiglio, che a me, fanciulli, era mèta e confine delle mie passeggiate. Come la scena è mutata! Allora io non anelava che a correre, nella mia felice ignoranza, pei campi, cercando aria e luce al mio petto, giovenilmente palpitante d’allegrezza, ignaro dei lunghi, cupi, inesorabili dolori dell’esistenza. Ora io ritorno dai piaceri del mondo, con tante speranze annientate, [p. 252 modifica]con tante care illusioni sfrondate, inaridite per sempre!

Mi sono veduto dinanzi il monte, sì sovente oggetto de’ miei desidèri più fervidi. Là, io m’era assiso le ore intiere, trasvolando coll’anima le selve e le vallate, che mi sorridevano da lungi amicamente allo sguardo, e a cui mandavo un addio, pieno di pensosa mestizia, quando l’istante scoccava di ravviarmi a casa. — E mi sono anche avvicinato alla città: ho salutato, una dopo l’altra, tutte le vecchie abitazioni de’ dintorni, incoronate di giardini, passando muto davanti a quelle che non mi ricordavano i dì della mia giovinezza; e provando quasi una segreta avversione per tutto quanto era nuovo, o rimutato di forme e di giacitura. Giunsi, infine, alle [p. 253 modifica]porte, e quivi tornai a sentirmi in tutta la pienezza nella mia esistenza. Dirti, amico, ogni pensiero ed ogni moto del cuore, a quella vista, non mi saria possibile; insinuarmi in tutti i particolari delle cose, non gioverebbe che a tessere un racconto, dilettevole per me, tediosamente monotono ad un estraneo. Avevo deliberato d’alloggiare sulla piazza dell’erbaiuole, di fianco alla nostra vecchia casa. Notai, nel passare, che la scuola, dov’io era stato in mandra cogli altri ragazzi della mia età, sotto la custodia d’una onesta vecchierella, era trasformata in bottega da merciaio: mi sovvennero le ansie, le lacrime, gli accoramenti, ch’io aveva patiti in quell’angusta carbonaia, dove appena si potea trarre il respiro. Non diedi passo che non fosse un [p. 254 modifica]ricordo: certo, il pellegrino che muove a visitar Terrasanta, non s’avviene in tanti luoghi di venerande memorie, non sente l’anima sua così inondata di religiosa emozione!

Valga una cosa per mille. Io discesi lungo la corrente del fiume sino ad una certa masserìa, passeggiata familiare in cui solevamo divertirci a lanciar le piastrelle nell’onda, gareggiando, a vicenda, a chi producesse un maggior numero di rimbalzi5. Mi sembrava di [p. 255 modifica]rivivere a quei giorni, di starmene ancora a riguardar dalla riva il fiume, e seguitarne col pensiero il corso, architettando mille castelli su pe’ nugoli, a indovinare i siti, per mezzo ai quali s’inoltrava, finchè di fantasia in fantasia l’immaginazione smarrivasi in grembo a una nebulosa lontananza.

Come circoscritti nelle loro idee, ma come avventurati, o amico, i nostri venerandi antichi progenitori! Fanciullescamente schietto era il loro sentire, il poetare della loro vergine musa! Allorchè Ulisse parla dell’immenso mare, e della terra interminata, il suo verso è sì vero, sì sentito, sì umano, e pur sì grandioso e sì facondo! Che mai mi giova ripetere oggidì, con ogni bimbo di scuola, che la terra è rotonda, e saperne, in questo, [p. 256 modifica]più in là del padre Omero? L’uomo non ha d’uopo che di poche zolle per gustarvi i suoi piaceri — di meno ancora per dormirvi i suoi eterni sonni.

Or sono qui, nel castello da caccia del principe: è uomo sincero e di semplici costumi, e però uno de’ pochi grandi con cui si può ancor vivere. Solo che gli è dattorno una tal gente singolare che mi riesce indecifrabile: non è conio di bricconi, e nonostante le loro facce non hanno l’impronta del galantuomo. Talvolta sono tentato di pigliarli per gente onesta; ma poi non so risolvermi a fidarmici. Ciò che m’incresce altresì è ch’ei parli sovente di cose che non ha se non udite, o lette ne’ libri: e ne parla in quel modo che farebbe un di costoro. Parmi, inoltre ch’ei [p. 257 modifica]giudichi il mio criterio e il mio ingegno superiori al mio cuore, che pure è il mio unico orgoglio, la fonte d’ogni mio vigore, d’ogni felicità, d’ogni infortunio. Oh! ciò ch’io so può saperlo invero ogni altro; ma il mio cuore non appartiene che a me solo.


25 maggio.

Mi s’aggirava qualcosa nel capo ch’io voleva tacervi — almeno finchè non fosse avverata; ma ora ch’è ita a soqquadro, meno male il dirvela. M’avea presa la bizzarìa d’indossar l’uniforme e partire pel campo. È un pezzo che la mi si era fitta nel cervello codesta idea, ed è singolarmente per questo, ch’io ho seguito fin qui il principe, il quale è generale ai servigi di ***. Apersi a lui l’animo [p. 258 modifica]mio, ad una passeggiata, ma egli mi sconfortò dall’impresa: e credo davvero che, s’io non avessi dato retta a’ suoi consigli, avrebbe parlato in me più la passione che il capriccio.


11 giugno.

Di quel che sai, m’è impossibile rimanermene qui più oltre. Che cosa vi farei? Il tempo mi si rende insopportabilmente lungo. Ben fa il principe quel ch’egli può; ma io non sono a mio luogo: in fondo, amico, non c’è nulla di comune tra noi due. Non nego ch’ei non sia uomo di criterio, ma d’un criterio volgare. La sua conversazione ha cessato d’essermi aggradevole: e’ mi par di leggere un libro, scritto, se vuoi, con ordinata architettura di sensi e di [p. 259 modifica]parole; ma libro, pur sempre, non cosa viva e palpitante.

Una settimana ancora, e me n’andrò cercando tenda altrove. La miglior cosa ch’io m’abbia fatta, in questo soggiorno, è il disegno: il principe s’intende d’arte, e s’intenderebbe ancor più, se non ne facesse una scienza, se non si lasciasse strozzare ogni ispirazione dalla mal capitata fraseologia de’ soliti rigattieri. Io sono lì, talvolta, a spaziare colla mia calda immaginazione per entro ai campi della natura e del genio, e quando presumo d’averlo persuaso, ecco ch’ei viene a buttarsi, a corpo morto, attraverso le mie entusiastiche parole, con un vocabolario da lessicista, e m’agghiaccia bruscamente ogni pensiero. È da dar l’anima al diavolo.


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16 luglio.

Ah, pur troppo, io non sono che un viaggiatore, un uomo profugo sulla faccia della terra! — Ma e voi? siete voi forse altra cosa?


18 luglio.

Dov’io indirizzerò i miei passi, mi chiedi? Ebbene, odi in confidenza l’arcano: m’indugerò qui tuttavia un paio di settimane, a non essere disonesto; poi ho dato a credere al principe che m’avvierò alle miniere di ***; ma, infatti, andrò accostandomi a Carlotta. Che vuoi? ho un bel ridere di questo povero cuore; finisco pur sempre a fare la sua volontà.


29 luglio.

No, no, via questo delirio! — Io possederla! Dio dei cieli, se tu [p. 261 modifica]m’avessi concessa la beatitudine di esser suo, tutta la mia esistenza sarebbe stata una perpetua orazione! Ma io non metterò la mano nelle tue ragioni: perdona a queste lagrime e a queste inutili brame. — Oh, ella mia moglie! S’io mi fossi stretta al mio cuore la più soave creatura che il sole abbia mai illuminata dall’alto... Guglielmo, un brivido terribile mi corre per l’ossa, allorchè Alberto le recinge delle sue braccia l’agile persona!

E lo dirò io? — e perchè no? Ella sarebbe stata più felice con me, che ora non è con Alberto. No, egli non è l’uomo che possa riempire il vuoto del suo cuore. V’è in lui non so che mancanza di sentire — di sentire profondo e delicato. Noi leggevamo, Carlotta ed io, ultimamente, un libro simpatico ad [p. 262 modifica]entrambi: giunti ad un certo passo, i nostri cuori palpitarono d’una medesima emozione: egli era freddo, impassibile. E non è il solo caso — e non monta dirtene cent’altri — dove, e sentimenti e giudizii, non si accordano tra loro due, mentre noi c’intendiamo quasi fosse un pensier solo in due corpi.

O Guglielmo! — ed egli l’ama nondimeno con tutta l’anima sua! ed ha sacrosanto diritto d’esserne amato! — Oscura fatalità delle sorti umane!

È venuto un rompicapo a interrompermi, a distrarmi — un uomo che detesto. Le mie lagrime si sono inaridite — ho l’uggia. Addio, mio dolce amico.


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4 agosto.

Non sono solo sulla terra a soffrire: dov’è l’uomo che non sia deluso nelle sue speranze? che non sia ingannato nelle sue aspettazioni? Sono ito a cercare della buona donna che sta sotto al tiglio. Il maggiore dei ragazzi mi corse incontro: le sue grida d’allegrezza fecero accorrere la madre. Ell’avea l’aria costernata: la sua prima parola fu per narrarmi come il suo povero Giannetto — l’ultimo de’ maschi — le fosse morto. Il marito s’era tornato di Svizzera colle mani vuote, e, senza l’aiuto d’alcuni onest’uomini, sarebbe stato costretto ad accattare il pane: la febbre l’avea assalito per via. — Ero impietrito: diedi, non potendo meglio, qualche moneta al fanciullo: ella mi pregò che accettassi alcune mele — e lo [p. 264 modifica]feci di cuore — e abbandonai quel luogo di meste reminiscenze.


21 agosto.

Ad ogni batter di minuto altri fantasmi. Talora un raggio sorride alla mia vita — ma è bagliore di lontano tempo — e dura un muover d’ala. — Quando la mia mente s’immerge ne’ suoi profondi sogni sorge cupo il pensiero: E s’ei morisse! ella sarebbe tua. E allora io volo dietro quella seducente larva, finchè mi trae sulla bocca del precipizio — e m’arretro spaventato.

Oh! quando i miei passi errabondi mi conducono fuor della porta, per la quale io entrava il giorno che venni a pigliar Carlotta pel ballo... Dio! Dio! come tutto è cangiato d’intorno! e dentro di me! Non un alito di quell’aure! [p. 265 modifica]non un solo battito di cuore come in quei dì fortunati! Parmi d’essere a me stesso lo spettro d’un principe, che avendo innalzato, nei tempi della sua fiorente esistenza, un sontuoso palagio, abbandonatolo pieno di speranza al diletto delle sue viscere, rieda notturno... a non ritrovar che le ceneri!


3 settembre.

E v’ha tal fiata ch’io non intendo come un altro possa averla cara, come gli sia lecito amarla, poichè io l’amo così tutta sola, così in fondo alle viscere, con così intiera pienezza di quante sono le mie potenze — e non so, non conosco, non ho nulla al mondo fuori di lei!


4 settembre.

Ed è tristamente così! Come la natura inclina all’autunno, così tutte [p. 266 modifica]le cose intorno a me, e dentro di me, volgono anch’esse alla loro moribonda stagione. Le foglie del mio cuore ingialliscono: quelle degli alberi son già cadute.

Non t’ho scritto d’un famiglio, al mio primo arrivare in questi luoghi? Chiesi recentemente di lui, a Wahlheim: mi si rispose ch’era stato cacciato dal servizio, e nessuno voleva udirsi parlare di lui. Ieri, l’incontrai per caso, mentr’egli s’incamminava ad un altro de’ vicini villaggi. L’apostrofai, e mi narrò la sua storia, che mi commosse come certo non potrei dirti: e or ora capirai perchè.

Ma a che tutto ciò? perchè non seppellisco io, dentro me stesso, quel che mi contrista o m’angoscia? perchè funestarne anche gli amici? Ah! è destino oggimai che tu non [p. 267 modifica]mi debba se non commiserare — o rampognarmi!

Quell’uomo rispose da prima alle mie interrogazioni, con accento tranquillamente mesto, indi con aria, come parevami, un cotal po’ imbarazzata; poi divenne, ad un tratto, più aperto, come se ravvisasse in un subito sè stesso, e me, e i vecchi termini, in cui eravamo; e mi confessò i suoi errori, mi palesò in tuono lamentevole la sua sciagura. Perchè non posso io citare, davanti al tuo tribunale, ogni sua parola? Ei si fe’ dunque, a raccontarmi — e una specie di tripudio, tra l’ebete e il malinconico, parea solcargli il volto, a quella rimembranza — come la passione, ch’egli nutriva per la sua padrona, fosse andata crescendo ogni dì più, finchè, all’ultimo gli avea siffattamente invase [p. 268 modifica]tutte le fibre che più non sapea quel che operasse, o si dicesse, e s’ei vivea propriamente de’ suoi sensi. Non potea più prender cibo, nè bevanda, nè coricarsi, colla speranza di dormire! sentiva un gruppo alle fauci, che gli affannava il respiro: dimenticava gli ordini avuti: correva ad eseguir commissioni che nessuno gli avea date: parea posseduto, insomma, da un tristo demone. Infine, un giorno ch’ei la sapeva nelle camere di sopra, l’avea seguita, come se un’occulta forza lo avesse sospinto verso di lei; e poichè ella s’era rimasta sorda ad ogni sua preghiera, la truce idea gli era balenata nella mente di farla sua colla forza. Protestò che le sue intenzioni verso di lei erano state purissime sempre, e come nulla egli avrebbe più caldamente desi[p. 269 modifica]derato che d’esserle congiunto coi riti dell’altare, e viverle tutta la vita affettuosamente devoto; ma di quel momento d’oblio ei non sapea più render conto a sè stesso, perchè una tetra nube gli aveva intenebrato d’intorno ogni oggetto. Com’ebbe continuato a parlare per qualche tempo, incominciò a dubbiare, a interrompersi, quasi avesse ancora tal cosa in serbo che si peritava ad esporre: confessò, finalmente, con uno sforzo, com’ella gli avesse permesso, nel tempo de’ suoi servigi, molte lievi familiarità, molta facilità e compiacenza di modi. Due o tre volte si soffermò a ripetere le più vive assicurazioni come ei non intendesse per questo derogare alla riputazione di lei, ch’egli l’amava e la ossequiava tuttavia, e che mai simili rivelazioni gli sareb[p. 270 modifica]bero venute sul labbro, dove non avesse irresistibilmente sentito il bisogno di sincerarmi ch’ei non era uomo nè perverso del tutto, nè del tutto insano. — E qui, amico, m’è forza ricantarti l’antica canzone che io intuonerò eternamente: perchè non m’è dato di ritrarre quest’uomo tal quale egli mi stava davanti, tal quale io lo veggo, nel momento ch’io scrivo? E potessi io ridirti tutto quello che mi si agita nel petto, affinchè tu sentissi la parte ch’io piglio, che necessariamente debbo pigliare alla sorte di costui! Se non che tu conosci anche la sorte mia, e conosci tutto me stesso, e però devi intendere la segreta simpatia che m’avvicina a tutti i disgraziati, a questo disgraziato sopra tutto.

Rileggo il foglio, e m’avvedo di [p. 271 modifica]essermi scordata la fine della lugubre storia, che tu d’altronde puoi di leggieri indovinare. Ella si schermì, si difese; accorse a’ suoi strepiti il fratello che odiava il famiglio da un pezzo, e lo volea fuor di casa, temendo non un secondo matrimonio della sorella sottraesse ai proprii figli l’eredità di lei; e il pover’uomo fu costretto a sfrattare dalla casa. Lo scalpore, che ne menò in quella circostanza il parente della donna, fu tale, che quando pure la si fosse accomodata a ripigliarlo al suo salario, la cosa era prettamente impossibile. E ora la si è acconciata con un altro famiglio; e si va già bucinando che lo farà suo marito, e che il fratello, sapendo della nuova tresca, ha rotto apertamente con lei, deliberato ad opporsi a quel disegno.

[p. 272 modifica]Ciò ch’io ti scrivo non sa d’iperbole, o di tenerume; anzi, sono persuaso d’avere ammorzate, in certa parte, le tinte, e d’esser solo riuscito, qua e là, un po’ grossolano nel tocco, poichè i modi convenzionali del nostro favellare non mi concedevano di fare altrimenti per essere compreso.

Quest’amore, questa fedeltà, questa passione non sono dunque un’invenzione de’ poeti; ma è cosa vera e reale, e vive in tutta la sua energia6, framezzo a quella classe d’uomini, che noi chiamiamo incólta e rozza. Noi, [p. 273 modifica]gente cólta! — oh, la bella coltura in verità!

Leggi questa storia con devozione, o Guglielmo, te ne prego. Oggi io sono tranquillo, mentre ti scrivo queste cose; tu puoi avvedertene al mio carattere, che non è geroglifico, e turpe di sgorbi come al solito. Leggi, o caro, e pensa che la è la storia del tuo misero amico. Sì, nè più nè meno così: così s’è cominciato, così finirà: solo ch’io non ho mezza l’onestà e la risolutezza di [p. 274 modifica]quell’uomo, a cui non so s’io mi attenti di paragonarmi.


5 settembre.

Ella aveva scritto un viglietto al marito, recatosi in villa per affari, che principiava così: «Carissimo, dilettissimo mio, vieni come prima puoi; io t’aspetto con mille desidèri.» — Capitò un amico a portarle notizia ch’ei non sarebbe tornato sì presto, in causa di non so quali circostanze, e la letterina si rimase interrotta — e mi venne, la sera, tra le mani. Io lessi quell’esordio, sorridendo: ella mi vide, e chiese il perchè. — «O potenza divina dell’immaginazione! — esclamai — e non mi sono io illuso un momento a credere che il viglietto fosse indirizzato a me?» — Ella si tacque, [p. 275 modifica]e parea che questa mia supposizione le dispiacesse — ond’io non rifiatai.


6 settembre.

Ho pensato assai a smettere quel semplice abito turchino, ch’io vestiva, allorchè danzai la prima volta con Carlotta; ma, da ultimo, s’era fatto indecente. Ne ho commesso ad ogni modo un altro, affatto eguale, bavero e mostre e tutto: ed anche un panciotto e calzoni, allo stessissimo modo, di color camoscio entrambi.

Non è la stessa cosa, lo so; ma forse, chi sa? il tempo può rendermi caro anche questo vestito.


12 settembre.

Ell’era partita per alcuni giorni onde ricondurre Alberto: oggi, entrando nella sua camera, la mi si [p. 276 modifica]è fatta incontro, ed io le ho baciate le mani con una gioia celeste. Un canarino le volò dallo specchio sulla spalla. «Un nuovo amico — disse ella, attirandolo sulla mano — ch’io ho destinato a’ miei bimbi. È una bestiolina delle più gentili: quand’io gli do un micolino di pane — e gliene dava infatti — egli batte le sue alucce di gioia, e viene amorosamente a beccarlo: or vedete come mi bacia!»

E l’augellino apriva il becco e baciava quelle dolci labbra, sì che tu avresti detto ch’ei sentiva tutta la voluttà di quell’atto.

«Avrete anche voi il vostro bacio» — diss’ella — posandomi la bestiolina sull’omero. E quel suo beccuccio passò dalla bocca di Carlotta alla mia, e mi fe’ sentire il [p. 277 modifica]fremito soavissimo d’un’altra vita. — «Il suo bacio — risposi — non è del tutto senza desiderio: questa creatura cerca un alimento e torna insoddisfatta dalla vuota carezza.» — «E’ mangia, infatti, sulle mie labbra — replicò Carlotta.» — E mostrò alcune briciole al canarino, che andò a beccarle sulla sua bocca, spirante il sorriso d’un innocente amore.

Volsi altrove la faccia. Avrei voluto ch’ella non facesse quell’atto in mia presenza; ch’ella non avesse rinfiammata la mia fantasia con queste immagini d’innocenza e di beatitudine celeste, suscitandomi così il cuore da un letargo, in cui l’apatia della vita lo addormenta talvolta. — Ma perchè vietarlo? ella si fida di me, perchè sa quanto — e come io l’ami!


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15 settembre.

È da impazzirne, o mio Guglielmo: pensare che v’hanno uomini, sì destituiti d’ogni senso per quel po’ di bello morale che ancora anima la terra! Tu sai dei noci, sotto ai quali io mi sono seduto con Carlotta dal buon parroco di S***: quegli splendidi noci, che solevano invadermi l’anima di tanta serena dolcezza! Sai la folta corona delle loro chiome e la ristorante frescura che protendevano d’intorno. E le care memorie che si annettevano alla loro piantagione! Il maestro del villaggio ci ha sovente detto il nome d’uno di que’ vecchi pievani che l’avevano istituita; uomo egregio, la cui ricordanza m’è stata sempre una cosa sacra. Or bene, una mano profanatrice li ha atterrati. [p. 279 modifica]Atterrato un tanto monumento familiare! Il pianto stava sugli occhi del buon maestro del luogo che ieri mi raccontò l’atto di barbarie. Mi pare che ammazzerei, come una belva feroce, il cane che osava vibrare il primo colpo di scure. Io, che sarei mortalmente sconsolato, se avessi due alberi cosiffatti nel mio cortile, — e uno d’essi mi perisse di vecchiaia!

Tutto il villaggio ne mormora: nè tarderà la moglie del parroco a risentire la ferita ch’ella ha aperta nel cuore di quella gente ruvida, ma attaccata con pia superstizione al fascino delle tradizioni locali, e tanto più saldamente quanto più le son vecchie. Ella se ne risentirà nelle offerte de’ contadini e nella loro avversione. Ed è stata, infatti, la moglie del nuovo pastore, da che [p. 280 modifica]l’altro è morto; una donna scarna, infermiccia, che non piglia più parte alle gioie del mondo, perchè il mondo l’ha abbandonata.

E vedi, Guglielmo! questa donna ti dottoreggia di canoni e di dogmi e di riforme morali del Cristianesimo, e si stringe nelle spalle al solo nome di Lavater, e chiama fantasticaggini le sue lucubrazioni! Era riserbato a codesto spettro di femmina letteruta7 la gloriosa azio[p. 281 modifica]ne d’atterrare quegli alberi venerati. Si doleva, la pazza, che le [p. 282 modifica]cadenti foglie le facessero immondo e cupo il cortile, e gli alberi le insidiassero la luce del giorno, e le noci, una volta mature, avrebbero sedotto i ragazzi ad investirle co’ sassi. E tutte queste cose danno a’ nervi alla meschina e la disturbano, nelle sue profonde meditazioni intorno a Kennicott, a Semler, ed a Michaelis8, ch’ella presume di poter [p. 283 modifica]pesare sulle sue sgangherate bilance.

Vedendo la gente del villaggio, e soprattutto i vecchi, scontentissimi di quel guasto, domandai loro perchè l’avessero tollerato. — «Quando il sindaco vuole, in paese — mi risposero essi — non c’è che ridire.» — Se non che, amico, chi s’imbarca col diavolo ha a passare in sua compagnia. Il parroco, che intendeva di trar partito dai capricci della moglie, capricci, [p. 284 modifica]che, alla fin fine, non l’ingrassano, s’era accordato col sindaco per partirsi tra loro il guadagno. Viene allora il Fisco, che avea certe sue vecchie ragioni su quella parte appunto del cortile, dov’erano piantati i noci, e li sequestra, e li fa vendere al pubblico incanto.

Stupenda! dirai: sì, ma intanto gli alberi non ci son più. Oh, s’io fossi principe! vorrei che la parrochessa, il sindaco e il demanio... Principe! — Ma che! s’io lo fossi, mi darei forse pensiero degli alberi che crescono nel mio paese?


10 ottobre.

Solo ch’io mi specchi in quei suoi grandi occhi neri — e sto bene. E vedi! mi fa ira che Alberto non abbia l’aria d’essere felice... co[p. 285 modifica]m'egli forse sperava — com’io avrei creduto d’esserlo, se... M'accorgo che oggi ho la maledizione delle reticenze: e pure le non mi vanno gran fatto a sangue; ma m’è impossibile esprimermi com’io vorrei. E mi pare, del resto, che tu m’abbia inteso.


12 ottobre.

Ossian ha cacciato di seggio Omero nelle celle del mio cuore. In qual mondo incantato mi conduce a pellegrinare quel grande! Io veggo le larve degli antichi trapassati viaggiare silenziose in un lenzuolo di fumide nebbie, e convenire insieme nello stipeto9 rab[p. 286 modifica]buffato dai venti, quando la luna versa più pallida la sua luce sulla [p. 287 modifica]terra. Io odo dalla montagna venir col ruggito del torrente il fioco gemito degli spiriti, che si querelano nei loro antri, e gli angosciati sospiri e le dolenti note della smorta donzella, che ripiange ogni sera intorno alle pietre, cespugliose d’erba e di musco, la morte del suo fido, prostrato nelle battaglie. E m’incontro nel canuto bardo errante, che va cercando, per l’eriche della vasta landa, le orme de’ suoi padri, e non trova che i loro grigi sepolcri, e solleva afflitto lo sguardo alla patetica stella del vespro, che s’immerge negli abissi dell’oceano, risuscitandogli nel petto le memorie de’ trascorsi tempi, allorchè l’amico raggio illuminava ancora ai valorosi i perigli della lotta, e la luna guidava in porto la nave, inghirlandata dalla vitto[p. 288 modifica]ria. E leggo sull’austera fronte la cupa ambascia che lo divora, e scerno da lontano, estenuato dal lungo cammino della vita, appressarsi malfermo alla tomba quell’ultimo degli eroi, lasciato deserto e solo col suo gran cuore, fra i triboli del sentiero: e com’ei sugga, dall’impotente presenza delle ombre de’ suoi cari, l’alito di gioie amaramente ardenti — e sogguardi alla gelida terra, e alla folta erba ondeggiante, gridando per entro alla quiete della notte: Verrà, verrà il viandante, che mi conobbe nella mia bellezza, e chiederà d’intorno: dov’è il cantore? dov’è l’illustre figliuolo di Fingallo? Il suo piede calpesterà il mio sepolcro, e mi cercherà invanamente sulla faccia della terra10.

[p. 289 modifica]O Guglielmo, perchè non è lecito sguainare il ferro come uno [p. 290 modifica]degli antichi scudieri dei re, e liberare con un sol colpo il mio principe delle agonie d’una vita lentamente moritura — e inviare sulle vestigia dell’affrancato semidio l’anima mia anelante!


19 ottobre.

Oh, questo vuoto! questo spaventevole vuoto ch’io sento nel mio petto! — Sovente penso: Se tu potessi una sol volta, una volta sola premerla contro al tuo cuore, questo insopportabile vuoto sarebbe infine colmato.


26 ottobre.

Sì, mi si fa ad ogni ora più certo, che l’esistenza nostra non ha che un meschino valore. Capitò, in questi giorni, un’amica dalla [p. 291 modifica]Carlotta, ed io passai in una delle stanze attigue a pigliarmi un libro: sfogliai per diritto e per rovescio senza poter leggere: infine, diedi mano alla penna per provarmi a scrivere. Udii che parlavano sommessamente; discorrevano tra loro di cose insignificanti, di novelle che correvano per la città: — «La tale è in procinto di maritarsi; l’altra è malata assai: ha una tosse secca, le ossa le scoppiano dal volto, cade sovente in deliquii, non darei un soldo della sua vita;» — diceva l'una. — «Anche il signor N***è a mal partito:» — dieva Carlotta. — «Egli è tutto gonfio:» soggiungeva l’altra — E, intanto, la mia immaginazione mi trasportò al letto di quegli infelici, ed io li vedea voltare a malincuore il tergo alla vita, e aggrapparsi cupida[p. 292 modifica]mente, disperatamente all’ultima speranza. E quelle donne, o Guglielmo, ne novellavano come di merletti e di cuffie! la stessa indifferenza!

Strana razza l’umana! Io mi guardo dattorno, nella camera, e mi scorgo in mezzo alle vesti di Carlotta, e alle carte d’Alberto, e a queste suppellettili, a cui sono diventato ormai familiare, e fisso gli occhi sul calamaio che mi sta innanzi, e mi dico mestamente: Ecco ciò che tu sei oggidì, in questa casa: una parte integrante, a così dire, della famiglia: codesti amici t’onorano, tu sei la loro gioia, e il tuo cuore s’immagina ch’esso non potrebbe vivere senza di loro. E nondimeno, se la tua ora suonasse, quanto tempo durerebbero a sentir la tua perdita? [p. 293 modifica]

Guglielmo, Guglielmo, l’uomo è sì passeggero sulla terra, che anche là dov’egli è certo d’essere amato, anche nella rimembranza de’ suoi più cari, una mano di ferro cancella, più o men tardi, ogni traccia, com’ei non avesse esistito mai!


27 ottobre.

Povero pazzo ch’io sono! Mi pare, assai volte, ch’io sarei pronto a cacciarmi le mani nel petto, e strapparmi il cuore, quand’io medito sull’estrema fragilità dei nodi, che attaccano quaggiù l’uno all’altro i membri di questa umana famiglia! Gioia, estasi, amore, sentir caldo e leale — tutte parole! Ciò che tu rechi al banchetto della vita non serve, quasi sempre, che all’appetito altrui: beato se ti rimangono i frusti! [p. 294 modifica]

La sera.

A che mi giova tutto questo tesoro d’affetti e di pensieri? Un solo affetto, un solo pensiero m’ingoia ogni cosa. E senza lei non so vivere, non ho coscienza di nulla.


30 ottobre.

Oh, quante volte non sono io stato in procinto di gettarmele al collo! Dio solo sa come ti stringa la gola il vederti innanzi la più vezzosa, la più simpatica tra le creature mortali — e non osar di muovere un sol dito!

Maledizione!


3 novembre.

Sallo Iddio, s’io non mi corico spesso col desiderio, anzi, talvolta, colla speranza, di non più ridestar[p. 295 modifica]mi! e viene il mattino, apro gli occhi, riveggo il sole — e mi sento infelicissimo. Vorrei poter pigliarmela col tempo, con una persona qualunque, rovesciar la colpa del mio stato su d’una impresa andata a vuoto; parmi che allora questo increscioso fardello, che mi grava insoffribilmente le spalle, mi si allevierebbe in parte. Ma non so essere bisbetico, umoroso. Pur troppo, amico, la colpa è mia, mia tutta! — Colpa? forse fatalità. Insomma, la fonte della mia miseria è dentro di me, com’era una volta la fonte della mia felicità, della mia gioia. E non son io, per avventura, quel desso ancora, a cui un giorno sorrideva, ad ogni passo, un paradiso? a cui, nella pienezza delle sue facoltà, batteva in petto un cuore, capace d’abbracciare tutto [p. 296 modifica]l’universo in un amplesso d’amore? E questo cuore è agghiadato oggidì dai geli della morte, nè più ha senso delle care estasi del pensiero, che solevano far gioconda quest’aurora avvizzita innanzi tempo. Le mie pupille inaridiscono, prive del dolce sfogo delle lagrime; i sensi mi si raggrinzano angosciosamente come la fronte. Io soffro, Guglielmo; soffro moltissimo, perchè ho perduto ciò ch’era la mia unica voluttà, la potenza fecondatrice che creava intieri mondi intorno a sè. — Tutto è scomparso. — Guardo dalla mia finestra il lontano colle, veggo il sole del mattino romper le nebbie e dardeggiarlo de’ suoi raggi, e spandersi sul tacito smalto de’ prati, e il mansueto fiume serpeggiare fin sotto a’ miei occhi, attraverso gli sfrondati salci della [p. 297 modifica]riva. E tutta questa imponente maestà di cose mi giace irrigidita dinanzi, non altrimenti che le mute immagini dipinte sur un vassoio! I colori, le armonie, le fragranze della natura non inviano più all’anima mia un solo alito di letizia: io mi sto al cospetto del Creatore come un pozzo essiccato, come il secchio che versa profusamente l’acqua dalle scommesse doghe. Quante volte non mi sono io prosteso sul suolo, e ho pregato Iddio che m’accordasse il refrigerio del pianto, siccome l’agricoltore invoca la pioggia, allorchè il cielo gli sta sopra ferreamente immoto, e la terra inaridita par che protenda, fendendosi, le labbra!

Ma, ohimè! Iddio non manda la pioggia e il sole seconde le nostre importune preghiere: e quei [p. 298 modifica]tempi, ch’io lamento perduti, non mi facevano beato d’illusioni, se non perchè io aspettava, riposato e paziente, i suoi beneficii, e il mio cuore gli era riconoscentissimo della gioia ch’Egli mi stillava nel seno.


8 novembre.

Guglielmo, l’amico tuo s’è dato al bere. Ed ella m’ha sgridato della mia intemperanza, con tanta amorevolezza, o Guglielmo! «Non vi lasciate andare a questo vizio: — m’ha ella detto: pensate a Carlotta, quando la tentazione v’assale.» — «Pensare? risposi: e voi credete che mi bisogni un vostro comando per farlo? Io penso, ...o piuttosto, non penso a voi, perchè voi siete sempre presente all’anima mia.»

Oggi io sedeva nel luogo dov’essi [p. 299 modifica]smontarono, recentemente, tornando dalla villa: ella deviò il filo del discorso, perchè non m’addentrassi. Oh, amico mio! io sono perduto: ella fa di me ciò che vuole.


15 novembre.

Mille grazie ti sien rese, Guglielmo, della vivissima parte che tu prendi ai casi dell’amico tuo, del prudente consiglio che tu mandi. Non ti dar pensiero di me, te ne scongiuro: lascia ch’io soffra sino alla fine: io mi sento tuttavia la forza d’affrontare i miei guai. Onoro la religoine, e so ch’essa è sostegno a più d’un uomo stanco, ch’essa è ristoro a più d’un’anima assetata. Ma lo è forse per tutti? V’hanno le migliaia d’uomini, nella vastità degli emisferi, su cui [p. 300 modifica]essa non ha versato i suoi conforti. Ed io, dunque?... Lasciamo andare: solo mi dorrebbe che tu te ne scandolezzassi. Ogni uomo ha il suo calice, e dee votarlo: e se fu amaro al figliuolo di Dio, perchè io ostenterei di trovarlo dolce? Perchè, nel terribile momento, in cui tutta la mia umanità trema fra l’essere e il non essere, e il passato m’appare come lampo che illumini l’abisso dell’avvenire, e tutto tutto intorno a me si sprofonda e si dilegua; perchè non griderò io, dal profondo delle mie viscere: «Dio mio, perchè m’hai tu abbandonato?»11 — E dovrò io vergognarmi della mia debolezza? Mi spaventerò io del supremo istante, a cui non potea sottrarsi Colui che [p. 301 modifica]avvolge i cieli come un ruotolo di panno?12


21 novembre.

Ella non vede, ella non sente come da sè stessa vada apparecchiandosi un veleno che finirà ad attossicarci entrambi. Ed io, frattanto, bevo a continui sorsi, e con voluttà febbrile, la tazza che l’incauta mi porge per la mia rovina. Perchè il benigno sguardo, ch’ella sovente — sovente, no, ma pur talvolta — m’indirizza? perchè quella seducente gentilezza, con cui accoglie le involontarie espressioni dell’affetto mio? perchè la simpatia, [p. 302 modifica]che le si rivela sulla fronte, per le mie sofferenze, per la mia tacita rassegnazione?

Ieri, nel partirmi da lei, ella mi stese la mano. «Addio, caro Werther,» mi disse. — Era la prima volta ch’io m’udiva apostrofare con quell’epiteto di caro: e la parola mi corse le midolle e le ossa. Da indi in qua io me la sono ripetuta un centinaio di volte: e mentre io andava a riposarmi, frammezzo a mille altre chiacchiere mentali, m’è scappato detto a me stesso: «Buona notte, caro Werther!» — E ho riso poscia di tutto cuore della mia dabbenaggine.


22 novembre.

Non posso orare a Dio, perch’ei me la conceda, però ch’ella è cosa d’un altro: e nondimeno sovente [p. 303 modifica]io giurerei che non è vero, e ch’ella è mia. E così strascino la mia catena, e cerco d’ingannare i miei mali a forza d’arguzie e d’antitesi e di sofismi. E guai se non fosse così! guai!


24 novembre.

Ella s’accorge del mio patire; e oggi il suo sguardo m’è penetrato profondamente nel cuore. Ell’era tutta sola: non profersi motto — e mi guardò. Mi scomparve, a un tratto, la sua amabile bellezza, la fervida leggiadrìa del suo spirito; non discersi più, ne’ suoi lineamenti, se non l’espressione d’una simpatia gentile, d’un angelico compianto. Guglielmo, perchè non potermi gittare a’ suoi piedi? perchè non poterla stringere al seno e risponderle con un migliaio di baci?

[p. 304 modifica]Andò al cembalo — e fu divina. S’accompagnò, cantando a mezzo tuono, con una voce così armonicamente soave, ch’era un incanto!

Non mai le sue labbra sono state più seducenti. Parea che si schiudessero con desioso anelito a bever l’onda di melodie, che sgorgava dal cupo grembo dello stromento, e l’eco celeste dei suoni si diffondesse per l’aere fuor della sua bocca purissima. Oh, s’io potessi trasfondere nel tuo petto un soffio solo dell’ebbrezza, ch’io, in quell’istante, sentiva vellicarmi il cuore!

Non mi reggevo più. Nascosi il capo tra le mani, e feci sacramento solenne di non mai baciare quelle labbra su cui erravano gli spiriti del cielo. — E nondimeno... s’io mi facessi, mal mio grado, sper[p. 305 modifica]giuro? — Oh, la maledetta parete che s’innalza gigante innanzi all’anima mia! Una voluttà appagata — ripullulante forse — forse tramontata per sempre! — E il misfatto da espiare... Misfatto?


26 novembre.

Talora io vo dicendomi: Il tuo destino non ha eguale tra gli uomini; ei sono tutti felici nel paragone, da che nessuno d’essi ha mai durato le tue torture. — E do mano a qualche antico poeta — e mi pare di leggere nel mio cuore.

Soffro orridamente. — No, così è impossibile che altri viventi abbiano sofferto mai!


30 novembre.

Cresce il buio — e la mente annaspa ognor più. Ogni giorno [p. 306 modifica]nuove apparizioni: è deciso ch’io più non rinsavisca. Oggi... un’altra avventura, Guglielmo! O umanità! o destino inesorabile!

Passeggiavo lungo la sponda del fiumicello: era l’ora del desinare, ma non sentivo bisogno di cibo. Tutto dintorno era deserto: soffiava dalla montagna un vento umido e freddo di ponente13, che addensava [p. 307 modifica]le nuvole nella valle, pregne di pioggia. Scòrsi in qualche distanza un uomo, in cert’abito verde, di misero aspetto, che andava in cerca d’erba, a quanto pareva, in mezzo alle fratte della rupe. Essendomi fatto vicino a lui, ed egli voltatosi verso di me, all’intendere il fruscìo de’ miei passi, vidi che avea fisionomia toccante, cosparsa d’una tacita mestizia, la quale accennava a bontà e schiettezza d’animo, senza palesare altro senso. I suoi neri capelli, bipartiti in due ciocche dai lati, rassicurate da spille, si raccoglievano dietro in una folta zazzera che gli scendea per le spalle. Sembrandomi, dalle sue vesti, un uomo di condizione comune, stimai che non s’adonterebbe delle mie osservazioni, laonde gli domandai che cosa egli cercasse. — «Cerco, ri[p. 308 modifica]spos’egli con un profondo sospiro, cerco de’ fiori... e non ne trovo.» — «Ma non è la stagione» — osservai sorridendo. — «E’ ci son tanti fiori!» — diss’egli scendendo ed accostandosi a me. — «Il mio giardino è pieno di rose e di madreselve di due sorta, l’una delle quali m’è stata regalata da mio padre: è un arbusto che cresce da per tutto come la zizzania, e pure sono due giorni che rimugino e non mi riesce a trovarlo. E ci hanno, là sopra, anco de’ fiori gialli e rossi e azzurri, e delle belle centauree, in ogni stagione; ma la mia fatica è sciupata: non so trovar nulla!»

Avvistomi allora di quel che era, e volendo pure avergli riguardo, m’avventurai solo a chiedergli che mai volesse fare di que’ fiori? Un [p. 309 modifica]sorriso convulso gl’increspò il volto. — «Se il signore m’accerta di non tradirmi — diss’egli, facendo col dito la croce attraverso le labbra — gli svelerò il mio segreto: voglio comporne un mazzolino per la mia innamorata, a cui l’ho promesso.» — «Egregiamente» — soggiunsi. — «Ma ella ha molte altre cose; ella è ricca.» — «E nondimeno aggradisce il vostro mazzolino?» — «In confidenza, ella ha de’ gioielli e una corona.» — «Come si chiama?» — «Se gli Stati generali volessero pagarmi, sarei un altr’uomo. Ah! fu un tempo, in cui la mia condizione era floridissima; ma ora è finita: io sono ora...» — Alzò gli occhi al cielo, umidi di pianto. — «Voi eravate, adunque, felice?» — gli dissi — «Ah! vor[p. 310 modifica]rei che così fosse ancora» — rispose: «io mi sentiva così leggiero e così allegro e sano come un pesce nell’acqua.» — «Enrico!» — gridò in quel punto una vecchia, movendo verso di noi: — «Enrico, dove ti cacci? t’abbiamo cercato per ogni dove: vieni a pranzo.» — «È vostro figlio?» — le domandai, appressandomi a lei. — «Pur troppo! replicò: Dio m’ha gravato le spalle d’una croce pesante.» — «Da quanto tempo è in questo stato?» — «Fanno appena i sei mesi ch’egli è sì cheto: e sia ringraziato il Signore, chè, per l’addietro, è stato un anno intiero furibondo, e si è dovuto ricoverarlo allo spedale e mettergli le catene. Ora non fa male a nessuno, e solo si spassiona a parlar di principi e [p. 311 modifica]d’imperatori. Egli era una creature d’indole buona e tranquilla, aveva una bella scrittura, e m’aiutava a sostentarmi; tutto ad un tratto comincia a farsi pensieroso, meditabondo, una febbre ardente l’assale, e dà in furori. Ora ella vede com’è. S’io le dovessi raccontare...» — Io la interruppi, chiedendole a qual tempo intendesse egli alludere quando parlava di giorni felici e lieti. — «Il tempo ch’egli passò nel manicomio» — diss’ella con un sorriso di compassione — «è il solo tempo ch’egli esalta, lo sventurato! e non avea conoscenza allora d’alcuna cosa!»

Quella singolare circostanza mi colpì come folgore: diedi alla donna una moneta, e m’allontanai a precipizio.

[p. 312 modifica]Ah! — diss’io, fra me stesso, incamminandomi verso la città — tu eri adunque felice; tu eri sano ed allegro come un pesce, quand’eri al manicomio! — Dio del cielo! ed hai tu imposto all’uomo questo destino ch’ei non sia felice, se non prima di pervenire alla ragione, o dopo ch’egli l’ha smarrita? Infelice! ed io invidio le nebbie della tua mente, il velo de’ tuoi sensi, che pur ti cullano in una beata illusione: ed esci, pieno di speranze, nel verno, a cercar fiori per la tua regina, e ti crucci, in buona fede, di non rinvenire nei campi e tra le balze montane; e non ti par vero che la tua fatica sia vana, mentr’io m’aggiro, senza speranza alcuna, e senza ragionevole intento, e torno a casa com’io ne sono uscito. Tu pensi a quello [p. 313 modifica]che saresti, ove gli Stati generali t’offrissero il loro obolo! Oh, creatura avventurata, che puoi ascrivere la tua infelicità ad un ostacolo terrestre! Tu non senti che la tua miseria è tutta nel tuo cuore sommosso, nel tuo scompigliato cervello — e tutti insieme i re della terra non valgono a ridonarti una dramma del tuo stato antico, a sopire un solo minimo istante la febbre del tuo pensiero!

Maledetto colui, che si ride dell’ammalato, il quale, nell’ansia della guarigione, viaggia alle più remote sorgenti ad accettar salute — e rincrudisce i suoi mali — e trova talora una morte più dolorosa e più acerba! Maledetto colui, che insulta all’oppresso, ramingante al sepolcro di Dio, per cercare un conforto all’anima sua esulcerata [p. 314 modifica]dai rimorsi, per deporre sul letto del martirio divino l’aspro fardello de’ suoi umani dolori! Ogni orma, che il pellegrino imprime sul faticoso sentiero, è una stilla di balsamo che piove sulle sue segrete ambasce; ogni giornata di cammino gli ramargina una piaga, gli accarezza nel cuore una speranza: ogni aurora che sorge gli fa men grave l’alito nel petto.

E ardireste voi di chiamar delirio, codesto, o merciaiuoli di frasi, anneghittiti tra le piume? — Delirio? — O mio Dio, tu vedi le mie lagrime: perchè a quest’uomo, che tu creavi già povero, hai pur sortito fratelli che esacerbano la sua povertà, che gli furano anche l’ultimo raggio di fede che gli rimane nella tua giustizia? E non è forse la fidanza ch’ei ripone nell’efficacia [p. 315 modifica]d’una radice, nel fervido umore della vite, una tacita fede in quell’essere divino, che infondeva un’occulta potenza, corroborante e salvatrice, in tutte le cose che ci stanno dintorno?

O Padre, ch’io non conosco; tu, che solevi riempire un giorno tutta l’anima mia, e ora hai rimosso da me la tua faccia, richiama, o Padre, questa tua carne a te! non serbare più a lungo il tuo silenzio! l’anima assetata è stanca del suo carcere affannoso.

Guglielmo, amico mio, e credi tu che un uomo, un padre, potria adirarsi, se impensatamente gli tornasse il figliuolo, e, gittatosegli tra le braccia, gli dicesse piangendo: «O padre, non mi garrire s’io ho interrotto il mio pellegrinaggio, da che non ho avuto le forze [p. 316 modifica]di continuare la via secondo il tuo volere. Il mondo è da per tutto lo stesso, o padre; da per tutto lavoro e fatica, mercede e conforto; ma io non ho conforto che d’esserti vicino, sdegno la mercede di ciò che non ho compiuto al tuo cospetto: solo al tuo cospetto m’è caro di patire e d’allegrarmi.»

Padre del cielo! e l’amor tuo scaccerebbe da te questo figliuolo, che riede gioioso a respirare le aure della sua terra natale, solo perchè riede senza aspettare il tuo cenno!14


[p. 317 modifica]

Il 1° di dicembre.

O amico mio, l’uomo di cui ti scrissi, quell’avventurato infelice, era amanuense in casa del padre [p. 318 modifica]di Carlotta, e una passione ch’egli alimentava in segreto per lei, e [p. 319 modifica]che, palesata, gli valse il suo rinvio, l’ha dissennato. Or giudica tu, da queste poche aride parole, che cosa sentisse il mio misero cuore, all’udirmi narrare da Alberto la storia con quel contegno placidissimo con cui forse tu stesso la leggerai!


4 dicembre.

Guglielmo, non ne posso più: — è finita: l’anima non regge a questo strazio d’ogni giorno, d’ogni ora, d’ogni minuto.

Oggi sono stato da lei: era assisa al cembalo: il fremito delle corde, le arie, la sua magica voce... Guglielmo! Guglielmo! — Una delle sorelline stava acconciandosi la sua [p. 320 modifica]bambole sulle mie ginocchia. Chiusi gli occhi per nascondere una lagrima, e nell’abbassarli lo sguardo cadde accidentalmente sul suo anello nuziale: allora il pianto fu irrefrenabile. — Infine, le venne sulle labbra la vecchia melodia. Chi può dirti il torrente di sensazioni che si precipitò su di me, in quell’istante? le dolci rimembranze del tempo, in cui primamente udii quelle divinissime note15, i tetri intervalli che susseguirono, di cruccio e di naufragate speranze, il desiderio indomato, febbrile?...

Mi diedi a passeggiare su e giù per la stanza — il mio cuore soffocava sotto quel peso d’affetti e di memorie. «Per amor del cielo — [p. 321 modifica]propruppi all’improvviso con violento scoppio, volgendomi verso di lei — per amor del cielo, cessate!» — Ella si ristette, guardandomi fissamente, con amabile sorriso, e mi disse: «Werther, voi siete malato; assai malato, poichè il vostro favorito alimento vi repugna. Andate e tranquillatevi.»

Mi staccai da lei con un gemito profondo. — O mio Dio! tu che vedi tutta la mia miseria, tu le porrai un fine.


6 dicembre.

E sempre quel fantasma della sua immagine nell’anima, ch’io vegli o sogni! I suoi nerissimi occhi mi rilampeggiano qui, nella fronte, dove la potenza dell’interna vista s’accentra, quando le mie palpebre si velano. Qui — sempre [p. 322 modifica]qui! nè io potrei spiegarti il come. S’io chiudo gli occhi mi stanno innanzi: e sono dentro di me, e riempiono tutti i sensi della mia fronte: e mi par di contemplare una voragine.

Che cosa è l’uomo, questo vantato semidio? E non gli vengono meno le forze, là dove appunto gli sono più necessarie? E quand’egli si gonfia nella gioia, o affonda nel dolore, non si sente egli ricondotto alla fredda, inesorabile coscienza di sè medesimo, mentr’egli anela a smarrirsi negli spazii dell’infinito?

Note

  1. La grandine cade bensì rarissima nel verno, in Allemagna, ma pur vi cade dieci volte su cento, nella proporzione dell’anno, giusta i ragguagli meteorologici di Kämtz. Soltanto quella grandine non ha la grossezza della estiva, e può cader colla neve, di cui è un’emanazione, o meglio, una metamorfosi. (Nota del traduttore.)
  2. Si è espunta dalla presente raccolta la lettera, a cui questo passo allude, e l’altra, di cui si fa menzione più innanzi, per la deferenza dovuta a sì rispettabile personaggio, persuasi, come siamo, che la gratitudine dei lettori ci scuserà dell’arbitrio. (Nota dell’editore tedesco.)
  3. Intendi la francese. (Nota del traduttore.)
  4. Forse il libro XIV dell’Odissea, in cui segnatamente è il passo:

    «A quell’atto di gioia, intenerito,
    Proruppe Ulisse: Deh! propizio vegli
    L’alto Giove su te, che sì cortese
    A lieto ospizio in tua magion m’accogli.»

    Cito la bella traduzione del dottor Paolo Maspero, senza pregiudizio alla fama d’Ippolito Pindemonte, di cui ora non ho alle mani il celebre lavoro. (Nota del traduttore.)

  5. I Sanesi dicono fare agli schizzetti; i Fiorentini, più tecnicamente, e più intelligibilmente insieme, fare al rimbalzello. Tutti i volghi d’Italia hanno un termine proprio per questo gioco, tanto familiare ai fanciulli: la sola lingua comune non ne registra alcuno, ch’io sappia, ne’ dizionarii. E, intanto, questo privilegio, tutto nostro, fa sudar più sangue, che Gesù nell’orto, ai poveri traduttori d’opere forestiere. (Nota del traduttore.)
  6. Il testo dice veramente nella sua massima purezza. Io non m’inalbero, chè non vi sarebbe ragione, ma temo di leggere senza occhiali, dopo la scena narrata poco innanzi. Se non che, quell’energia che vi ho sostituito, non quadra poi con quel che segue. Il lettore interpreti, adunque, come meglio sa, e mi perdoni la presunzione dell’errata-corrige. Forse la purezza, in fin de’ conti, è più un affare d’intenzione che di fatti, in amore: e la robusta purezza del famiglio, degna de’ tempi eroici, è da collocarsi, senz’altro, in questa categoria; da che, qui almeno, pare cha la stesse tutta nell’intenzione sanatrice — e non importa se, in qualche modo postuma — del matrimonio. (Nota del traduttore.)
  7. Letteruto è voce coniata, per quanto io so, dal Foscolo. Non m’è avvenuto d’incontrarla in alcuno de’ suoi scritti; ma una defunta signora, amica ad Ugo, e spiritosissima, e piena d’ingegno quant’era buona e gentile, m’accertava d’averla raccolta dalle sue labbra, e ch’ei l’applicava, sebben con onesto riserbo, a certe donne. E però qui sta a capello; e ho creduto di poterla rivendicare alla lingua scritta e parlata, perchè calzante quant’altra mai: forse l’unica traduzione del famoso blue stockings (bas bleus) che dall’Inghilterra trasmigrava in Francia. — E qui vien forse opportuna, nè sarà forse discara (benchè un po’ spostata, insieme con altre note in un romanzo) la definizione che di codeste letterute offre lo stesso Foscolo, in una epistola gentile a lady Dacre, da che, pur troppo! la malignità, che non è assai scarsa tra gli uomini, in verun angolo del mondo, e propende da per tutto a veder larve di bas bleus in chi appena si scosti dalla conocchia e si levi sul vuoto cicaleccio di merletti e cuffie, come se Dio avesse condannato le donne a non essere che creature da ninnoli e da confetti. Ecco, dunque, le parole d’Ugo: «Mi affretto a rispondervi per calmare, se è possibile, il vostro spavento; e senz’altro vi dico che il nome di bleu, col ridicolo che lo accompagna, deve applicarsi a quelle sole persone che ostentano più ingegno e sapere di quel che ne abbiano, e ne cianciano più che non si convenga al loro sesso e alla loro educazione. Ma, quando il sapere trasparisce da uno spirito che se ne è nutrito, e che tien conto delle bellezze e de’ difetti delle cose, non servendo a regole pedantesche, ma guidato da un profondo sentimento del bello, allora non può temere il nome di bleu, se non dalla bocca degli stolti, che sono dai savi derisi o compatiti, perchè solo lo stolto o lo stupido può non sentire la fiamma e la luce che emana dal genio; e il genio può bene in altri provocare l’invidia, ma non il ridicolo.» (Foscolo, Epistolario, vol. III, p. 98, ediz. Le Monnier.)
  8. Sono tre dottori di teologia. — Giovanni Davide Michaelis nacque a Halle nel 1717; fu professore all’Università di Gottinga, e morì il 22 agosto 1791, lasciando fama d’uomo integerrimo e dotto: accoppiava alle altre cognizioni quella delle lingue orientali, e furono esse che l’aiutarono a scrivere le sue opere intorno al Nuovo Testamento ed al Diritto Mosaico. — Beniamino Kennicott era inglese, nato nel 1718 a Toutness, Devonshire; morì professore di teologia ad Oxford nel 1783, e dopo aver pubblicati parecchi scritti sul Vecchio Testamento, di cui aveva raccolto gran numero di manoscritti e di lezioni, oltre a due dissertazioni staccate su Caino e Abele, e sull’Albero della vita. — Giovanni Salomone Semler fiorì tra il finire del 1725 e i primi mesi del 1791; vide la luce a Saalfeld, in Germania; fu professore in varie Università, dettò interpretazioni filologiche ed esposizioni ermeneutiche delle sacre carte, una Introduzione al Nuovo Testamento, un Trattato sul canone (che occupava, a quanto pare, la parrochessa del Werther), un Saggio di monologia biblica, ed altre opere sulla storia e gli annali del Cristianesimo e della Chiesa. (Nota del traduttore.)
  9. Eccovi un altro vocabolo, che ha parecchie forme sinonime, o quasi sinonime, nei vernacoli italiani; ma non una sola, tra esse, a cominciare dallo stipeto, che s’intenda con identico significato in tutte le terre nostre. Nel suo idioma, il tedesco lo dice heide, come appunto è il caso in questo passo del Werther, e poco dopo; l’inglese, con forma non molto dissimile, ha heath. Consultando i dizionari bilingui dei due parlari, e i nostri, ho trovato scopeto, sterpeto, stipeto, sodaglia — e non so che altro. I Milanesi, intanto, con vetusto termine sgusciato di Gallia, lo chiamano brughiera, che non è, come ognun vede, se non la bruyère de’ Francesi d’oggi; ma è moneta reietta dal resto d’Italia, che nemmeno la conosce. Nè mi sono accorto che il gerbido, o gerbide, che i Piemontesi stampano nelle loro carte geografiche — ed ha sorella la gerbaia — abbia corso finora miglior fortuna. C’è la landa, altra voce gallica, antichissima anch’essa; e ben l’accetterebbero i poeti; non forse i geologi e gli studiatori di botanica. Ma, se un luogo, ove abbondano le ginestre, lo chiamiamo ginestreto, o ginestraio (o fors’anco ginestriera), perchè una landa sparsa di eriche, non si potrà chiamare ericaia, o ericeto? Il nome risponderebbe allora perfettamente alla cosa e ai nomi stranieri insieme, rammentati dianzi, a quella guisa che al brugh lombardo (erica) risponde la brughiera. Confidiamo che, un giorno o l’altro, l’unità politica, nel tirar lo stivale all’unità di linguaggio, penserà a solvere anche codesta questione. (Il traduttore italiano.)
  10. Allude forse l’autore a questo passo del Berrathon, nelle poesie d’Ossian, così volgarizzato da Melchiorre Cesarotti:

    «Verrà doman chi mi mirò pur oggi
    Gaio di mia beltà,
    Ei scorrerà col guardo e campi e poggi,
    Ma non mi troverà.
    Così d’Ossian ben tosto andranno in traccia
    Di Cona i figli, allor che fia tra i spenti;
    Usciran baldi i giovinetti a caccia,
    Nè udran la voce mia sonar su i venti.
    Ov’è, diran dolenti,
    Il figlio di Fingal chiaro nel canto?
    E ’l volto bagnerà stilla di pianto.»

    I lettori perdoneranno, se qui restituisco alla prosa italiana la prosa originale del testo inglese, reintegrando, ad un tempo, la citazione dell’innamorato:
    «Il tempo del mio languire è vicino, vicino il turbine che sperderà le mie foglie. Verrà domani il viandante; verrà colui che mi contemplò nella mia bellezza. Le sue pupille cercheranno il campo; ma non mi troveranno.»
    (Fin qui è un fiore che parla al vento della tempesta: indi ripiglia Ossian):
    «E cercheranno indarno la voce di Cona, da che più non era nel campo. Verrà il cacciatore in sul mattino, e la voce dell’arpa mia non sarà udita. — Dov’è — dirà — il figlio dell’inclito Fingal? — E una lagrima sarà sulla sua guancia!» (Nota del traduttore.)

  11. San Marco, cap. XV, v.34. (Nota del traduttore.)
  12. «I cieli si ripiegheranno come un libro» — Isaia, cap. XXXIV, v. 4 — «Egli è quel che siede sopra il globo della terra, e a cui gli abitanti d’essa sono come locuste: che stende i cieli come una tela e gli tende come una tenda da abitare.» — Isaia, cap. XL, v. 22. — (Nota del traduttore.)
  13. Ai lettori italiani non è forse inutile ricordare che il vento di ponente spira, più frequentemente d’ogni altro, in Germania; ed è particolarmente distinto pel suo carattere appunto di gelida umidità. Non è dunque lo zefiro, o favonio, dei nostri climi, che i poeti della Grecia e del Lazio divinizzarono, facendolo marito ora a Clori, ed ora a Flora, per rimeritarlo, come poteano, del tesoro di fiori e di verzura, che i suoi molli tepori evocano dall’assiderata terra, soffiando in primavera dalla plaga occidentale; e a noi, propriamente, dai lidi africani: d’onde sortì il nome d’Africus. Tanto che gli artefici, per testimonianza del Winckelmann, lo effigiarono giovinetto con chioma bionda ed ali di farfalla, e con un manto, colmo di fiori, innanzi a sè. (Nota del traduttore italiano.)
  14. A codesto mal avvisato figliuolo potrebbe dal padre rispondersi così: — «Senti, figliuolo mio, quando io m’indussi a mandarti fuori pel mondo, tutte le tue facoltà d’uomo erano pervenute a maturanza; sano il tuo cuore, intiera la mente, la potenza dell’arbitrio, disimpacciata, libera: tutto, insomma, mi lasciava augurar bene di te. Io non aveva prestabilito alcun termine alla tua corsa, non aveva prefisso un tempo al tuo ritorno: le ragioni del tuo richiamo covavano profonde dentro di me, erano un mio segreto. Ma tu, quel richiamo ch’esser doveva un atto della paterna volontà, tu non l’hai aspettato; e sei tornato a me, improvvisamente, inconsultamente, a guisa dell’aratore, che per indolenza o per capriccio tronca a mezzo la sua giornata; a guisa del soldato che si ritragga dalla battaglia prima che il capitano lo intimi. Sì, tu ritorni colla nota dell’infingardo, collo stigma del vile sulla fronte. — Le tue forze? Le hai tu forse misurate? Le hai tu provate sul sodo per sentirti il diritto di diffidarne, di supporle da meno del bisogno? Il trionfo è di chi sta, non di chi fugge; è di chi affronta il pericolo, non di chi si arretra sbigottito in faccia ad esso. Come! dove il lavoro e la fatica sono una legge suprema, universale, inevitabile, potevi tu immaginarti che il tuo pellegrinaggio si compirebbe senza disagi, senza cimenti, senza dolori? Ah! tu sognavi le incantevoli pianure, e ti sei trovato sotto ai piedi gli sterpi, le spine, la montagna coperta in diaspri e di nevi. Or vedi! dopo quelle spine, al di là di quelle balze ghiacciate, se tu, risolutamente procedendo, le superavi entrambe, ti attendevano i rivi, ti attendevano le placide ombre e i fiori. Ma tu non hai avuto la pazienza, il coraggio d’incidere; non la fermezza di proseguire; non la fede che stenebra la caligine delle segrete al prigioniero, e allieta di imperiture speranze il volto del martire moribondo. — Non le tue facoltà hanno mancato a te, ma tu sei venuto meno ad esse. Come ingrossa il muscolo esercitato, tal sarebbero cresciute, nella lotta perseverante, le tue forze morali. Invece di sconfortarti alle prime difficoltà, di impallidire ai primi conati, non era più forte cosa e più bella seguitar la tua vita, e tornare un giorno al padre tuo col sereno motto: Padre, ho combattuto, ho vinto; ora soltanto mi sento meritevole della gioia di sedere al tuo fianco, nella mia terra natale, poichè ho lungamente, ma virilmente patito fuori di essa, lontano da te, dove indarno ho cercato al sole l’allegro raggio della mia costiera, dove indarno ho cercato ai miei compagni di viaggio il mite conforto del tuo sorriso a temperare le fatiche del penoso cammino: ora soltanto sono degno di te, poichè ho saputo resistere alla tentazione di farmi ribelle al tuo comando, col ritornare a te innanzi che la tua voce mi chiamasse. Ora sono contento d’avere aspettato: ora sono veramente felice.» (Nota del traduttore.)
  15. L’epiteto divinissimo è del Cellini, che l’applicava al grande Michelangiolo; però l’esempio mi scolpì. (Il traduttore italiano.)