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ne d’atterrare quegli alberi venerati. Si doleva, la pazza, che le

    (benchè un po’ spostata, insieme con altre note in un romanzo) la definizione che di codeste letterute offre lo stesso Foscolo, in una epistola gentile a lady Dacre, da che, pur troppo! la malignità, che non è assai scarsa tra gli uomini, in verun angolo del mondo, e propende da per tutto a veder larve di bas bleus in chi appena si scosti dalla conocchia e si levi sul vuoto cicaleccio di merletti e cuffie, come se Dio avesse condannato le donne a non essere che creature da ninnoli e da confetti. Ecco, dunque, le parole d’Ugo: «Mi affretto a rispondervi per calmare, se è possibile, il vostro spavento; e senz’altro vi dico che il nome di bleu, col ridicolo che lo accompagna, deve applicarsi a quelle sole persone che ostentano più ingegno e sapere di quel che ne abbiano, e ne cianciano più che non si convenga al loro sesso e alla loro educazione. Ma, quando il sapere trasparisce da uno spirito che se ne è nutrito, e che tien conto delle bellezze e de’ difetti delle cose, non servendo a regole pedantesche, ma guidato da un profondo sentimento del bello, allora non può temere il nome di bleu, se non dalla bocca degli stolti, che sono dai savi derisi o compatiti, perchè solo lo stolto o lo stupido può non sentire la fiamma e la luce che emana dal genio; e