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Opere in Padoa

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Notizia Notizia - Opere in Cremona
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OPERE IN PADOA

AL SANTO.


Nella Chiesa del Santo sopra l’altar maggiore le quattro figure de bronzo tutte tonde attorno la nostra Donna, e la nostra Donna, e sotto le ditte figure nel scabello le due istoriette davanti e le due da dietro pur de bronzo de basso rilievo; e li quattro Evangelisti nelli contorni, due davanti e dui da driedo, de bronzo e de basso rilevo, ma mezze figure; e da dietro l’altar sotto il scabello il Cristo morto con le altre figure a circo, e le due figure da man destra, con le altre due da man sinistra, pur de basso rilevo, ma de marmo, furono de mano de Donatello1.

Li Angeli de marmo attorno il Coro furono de man de....

Il Coro de tarsia fu de mano de [p. 4 modifica]Lorenzo e Cristoforo Canozzi da Lendenara fratelli, e parte, zoè le spalliere, de mano de Piero Antonio d’Allaban da Modena zenero delli ditti2.

La Sagrestia de tarsia fu de mano de Lorenzo e Cristoforo ditti.

Il Candelabro de bronzo in mezzo il Coro fu de mano de Andrea Rizzo Padoano3 fatto da lui nel 1515. ma la base marmorea fu de mano de....

Li dui quadretti de bronzo de mezzo rilevo de fuori del Coro appresso l’entrata, che contengono l’istorie del Testamento vecchio, furono de mano del ditto Mastro Andrea Rizzo.

Li altri quadretti attorno il Coro furono de mano del Bellano.

La statua equestre sopra la piazza del Santo de bronzo de Gatta Mellata fu de mano de Donatello.

El monumento del Trombetta4 a man manca all’incontro del primo pilastro è invenzione e architettura de Andrea Rizzo: la immagine ivi de bronzo de mezzo rilevo del Trombetta è de man [p. 5 modifica]del ditto Rizzo: la sculptura de marmo ivi è de man de....

La Coronazione della nostra Donna a fresco nel primo pilastro a man manca intrando in chiesa, e sopra l’altar della nostra Donna, fu de mano de Fra Filippo5.

La prima Cappella a man destra intrando in chiesa instituida per Gatta Mellata fu dipinta da Iacomo da Montagnana Padoano, e da Piero Calzetta suo cugnato6: ma la palla ivi fu de mano de Iacomo Bellino, Zuanne e Gentil suoi figli, come appar per la sottoscrizione7.

Vi sono li sepulcri de Gatta Mellata e de Zuanne suo fiol, che morse Conduttier, e giovine.

La segonda Cappella a man destra, che è all’incontro della Cappella del Santo, intitolada a San Felice, ovver San Iacomo maggiore, fu dipinta da Iacomo Davanzo Padoano, ovver Veronese, ovver, come dicono alcuni, Bolognese, e da Altichiero Veronese; e fu nel 1376, come appar ivi in un sasso; e par [p. 6 modifica]tutta d’una mano, e molto eccellente. Anzi la parte a man manca intrando par d’un’altra mano, e men buona8. Fu dedicata da M. Bonifacio di Lupi da Parma Cavalier e Marchese de Sorana, el qual è sepulto ivi, e morse nel 1388.

Nel Capitolo la Passione a fresco fu de man de Giotto Fiorentino9.

La figura a fresco in chiesa nel primo pilastro a man manca fu de mano de Iacomo Bellino.

El S. Zuan Battista sopra el pilastro secondo a man manca fu de man de Lorenzo da Lendenara.

La Cappella di Lovi de fuora de S. Zorzi sora el sagrado fu dipinta da Iacomo Davanzo Padoano e da Altichiero Veronese, come scrive el Campagnuola10. El Rizzo vole che solo Altichiero vi dipingesse. A man destra vi è l’istoria di S. Lucia: a man manca l’istoria di S. Iacomo. Fu fatta far da M. Raimondo di Lupi da Parma Marchese de Sorana e Cavalier l’anno 1377.

La Cappella de S. Luca, compagno [p. 7 modifica]de S. Antonio nel Santo, dipinse Giusto de nazione Fiorentino, come scrive el Campagnuola: ma Andrea Rizzo lo fa Padoano11. E dicono che questo istesso dipinse el Battisterio in Padoa. E nondimeno ivi si legge sopra la porta, che va nell’inclaustro, Opus Ioannis & Antonii de Padua. Talchè essendo in vero una istessa maniera, più veramente si potrà dire che questa Cappella sii de mano delli detti Giovanni e Antonio Padoani. L’anno 1382, come appar ivi in un sasso, fu dedicata a S. Iacomo e S. Filippo, de’ quali sono ivi dipinte le istorie, da M. Renier M. Conte e M. Manfredin de’ Conti Padoani oriundi da Zenoa.

El S. Pietro a fresco nel primo pilastro a man manca fu de mano de Piero Calzetta Padoano cugnato de Iacomo da Montagnana.

El San Francesco nel terzo pilastro a man manca fu de mano de Mattio dal Pozzo Padoano12.

La Santa Giustina nel pilastro [p. 8 modifica]do a man destra fu de mano de Bartolommeo Montagna Vicentino.

El S. Paulo nel pilastro terzo a man destra fu de mano d’Agnolo Zotto Padoano ignobile pittore.

Nella Cappella del Santo lo quadro marmoreo de rilevo a man manca fu de mano de Antonio Minello Padoano.

Lo primo quadro a basso a man destra de rilevo fu de mano de Antonio Lombardo.

Lo segondo quadro fu de mano de Zuan Maria Padoano13, finito da Paulo Stella Milanese nel 1529.

Lo terzo quadro fu de mano de Tullio Lombardo.

Lo quarto quadro fu de mano del detto Tullio Lombardo.

La figura tutta tonda della S. Giustina, par al naturale, de marmo, fu de mano de Antonio Minello, sopra la cornice in alto14.

La figura tutta tonda del S. Zuanne, che è posto sopra la cornice de marmo, fu de man de Severo Rhau15. [p. 9 modifica]

El S. Prosdocimo de marmo tutto tondo sopra la cornice fu de man de....

Le altre due figure ivi sono de stucco de man de....

Questa Cappella era dipinta, e la pittura, per esser vecchia, è caduta mezza: fu ruinata per refarla de sculpture de marmi. Dipinsela Stefano da Ferrara, bon maestro a que’ tempi. Auctore Riccio16.

La palletta del Corpo de Cristo appresso l’arca fu de mano de Piero Calzetta Padoano.

La S. Giustina de marmo posta sopra la pila a mezza chiesa fu de mano de Pirgotele17.

Sopra la porta maistra della chiesa el S. Francesco e S. Bernardino inchinati, che tengono il Iesus in mano, furono de man del Mantegna, come appar per la sottoscrizione.



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NELLA SCOLA DEL TERZO ORDINE

SOPRA IL SAGRADO DEL

SANTO.

Vi dipinsero il Montagna, Tiziano....




IN CASA

DE M. ALVISE CORNARO.

18

La loggia e li lati nella corte de piera de Nanto, de opera Dorica, fu architettura de Zuan Maria Falconetto pittor Veronese, che fu discepolo de Mellozzo da Furlì19 .

Le figure nella ditta corte de piera de Nanto in li nicchii, e le do vittorie sopra l’arco furono de mano de Zuan Padoan, detto da Milan, discepolo del Gobbo20.

L’Apolline de piera de Nanto nel primo nicchio a man manca fu de mano de l’istesso.

La Cappelletta e la scala fu dipinta dal detto Falconetto.

Le teste dipinte nel soffittado della camera, e li quadri in la lettiera, [p. 11 modifica]ritratti da carte di Raffaello, furono de mano de Domenico Veneziano allevato da Iulio Campagnuola21.

La facciata della casa a fresco fu de mano de Ieronimo Padoano22.




IN SANTA GIUSTINA.

L’inclaustro primo a verde de chiaro e scuro fu dipinto da....

L’inclaustro segondo, che contiene l’istoria de S. Benedetto, fu de man de Lorenzo da Parenzo, che poi diventò Eremita23.




IN SAN FRANCESCO.

La prima palla a man manca intrando in Chiesa fu de mano de Resilao.... fatta nel 1447. della maniera quasi delli Muranesi a guazzo24.

La terza palla a man manca fu de mano de Antonio e Zuanalvise da Murano, e contiene cinque figure in cinque nicchie. [p. 12 modifica]

La Cappelletta segonda della nostra Donna a man destra a fresco fu de mano de Ieronimo Padoano, che ora vive, e ha dipinto ancora la facciata della casa de M. Alvise Cornaro.

La terza palla a man destra fu de mano del Schiavone a guazzo, e contiene nel nicchio de mezzo la nostra Donna, nel nicchio sinistro S. Ieronimo barbato, e S..... nel nicchio destro due altri Santi Confessori. Sono queste figure di grandezza de dui piedi, e de bon disegno, con questa iscrizione Opus Schlavoni Dalmatae Squarzionii25.

La palla dell’altar grande fu de mano de Bartolommeo e Antonio da Murano fratelli fatta nel 1451, e contiene nel nicchio di mezzo S. Francesco, nelli altri quattro quattro Santi, tutti intieri e in piedi, e sopra questi cinque nicchii altri cinque con cinque Santi mezzi.

La Sepoltura de bronzo de mezzo rilevo nella fronte del corno sinistro del Roccabonella26 con la sua effigie naturale intiera, in abito e forma di [p. 13 modifica]studiante, fu de mano del Bellan, insieme con le colonne con li quattro puttini, e gli altri ornamenti, excepte le tre figurette, che son sopra li tre modioni, li quali furono fatti da Andrea Rizzo Padoano, che fornì tutta l’opera circa il 1492, essendo morto el Bellan.

La palla de bronzo de mezzo rilevo nel ditto corno sinistro fu similmente opera del Bellan, ma nettada e finida da Andrea Rizzo; e solea essere frontispizio alla sepultura ditta.

L’Epitafio in marmo nel ditto corno all’incontro della sepultura ditta fu fatto da M. Pietro Bembo a M. Cristoforo Longolio, insieme con questi tre heroici:

Te iuvenem rapuere Deæ fatalia nentes
Stamina, cum scirent moriturum tempore nullo,
Longoli, tibi si canos seniumque dedissent.

L’altro Epitafio all’incontro fu fatto per l’istesso M. Pietro Bembo a M. [p. 14 modifica]Tomado Leonico, excepti li dui versi Greci, che egli istesso si fece.




IN LA CONTRADA DE S. FRANCESCO

IN CASA DE M LEONICO TOMEO

FILOSOFO27.

Nella camera terrena la testa marmorea de Bacco coronato de vite maggior del naturale è opera antica.

Lo quadretto in tela d’un piede, ove è dipinto un paese con alcuni pescatori, che hanno preso una londra, con due figurette che stanno a vedere, fu de mano de Gianes da Brugia28.

La tavola de marmo de mezzo rilevo, che contiene dui Centauri in piede, e una Satira distesa che dorme e mostra la schena, è opera antica.

Nella camera ch’è sopra, la testa marmorea del Caracalla è opera antica.

La testa del soldato galeata, de marmo, maggior del naturale, è opera antica.

Le altre sette teste marmoree de [p. 15 modifica]uomini e de donne in varie guise sono opere antiche.

Lo Giove piccolo de bronzo, che siede alla guisa del Giove del Bembo, ma minore, è opera antica.

Lo Sileno piccolo, che giace stravaccato, è opera antica.

Li dui Ercoli piccoli de bronzo in piedi, uno aurato con li pomi in mano, l’altro con la clava, sono opere antiche.

La mano de marmo del puttino è opera antica e perfetta.

La tavola de stucco de basso rilevo d’un piede, che contiene Ercole con la Virtù e Voluptà, è opera antica tolta in Roma da un tempio d’Ercole ornato tutto a quella foza.

Lo ritratto de esso M. Leonico giovine, ora tutto cascato, inzallito, e offuscato, fu de mano de Zuan Bellino.

Lo ritratto de suo padre a guazzo in profil fu de mano de Iacomo Bellino.

Le infinite Medaglie, Vasi di terra, Gemme intagliate &c. sono opere antiche. [p. 16 modifica]

Lo Rotolo in membrana, che ha dipinta la istoria de Israelite e Iesù Nave, con li abiti e arme all’antica, con le immagini delli monti, fiumi, e cittadi, e umane, con la esplicazione della istoria in Greco, fu opera Constantinopolitana, dipinta già 500. anni.




IN CASA DE M. ALESSANDRO CAPEL-

LA29 IN BORGO ZUCCO.

La testa del Cristo, che con la man destra dà la benedizione, con la sinistra tien un libro aperto, fu de mano del Mantegna.

Lo ritratto piccolo de M. Leonico giovine fu de man de....

Lo Bellerofonte de bronzo, che ritiene el Pegaso, de grandezza d’un piede, tutto ritondo, fu de mano de Bertoldo30, ma gettado da Adriano suo discipulo, & è opera nettissima e buona.

La testa marmorea del soldato galeata par al naturale, è opera antica.

El Cupidine marmoreo in piedi de [p. 17 modifica]grandezza d’un piede e mezzo, che dorme appoggiato ad un.... perchè ha gli piedi rotti, con un festone al collo, e con bende, che lo legano, è opera antica.

La testa marmorea de donna è opera antica.

La testa del S. Zuanne a fresco in muro, riposto in un quadro de legname, fu de man de Cimabue Fiorentino, tolta dalla Chiesa di Carmelitani, quando la se brusò31.




IN CASA

DE M. PIETRO BEMBO32.

El quadretto in due portelle del S. Zuan Battista vestito, con l’agnello, che siede in un paese da una parte, e la nostra Donna con el puttino dall’altra in un altro paese, furono de man de Zuan Memeglino, l’anno 1470, salvo el vero33.

El quadro in tavola piccola della nostra Donna, che presenta el puttino [p. 18 modifica]la circoncisione, fu de mano del Mantegna, & è a mezze figure.

El quadro in tavola delli retratti del Navagero e Beazzano fu de mano de Raffael d’Urbino34.

El retratto del Sannazaro fu de mano de Sebastiano Veneziano, retratto da un altro ritratto35.

El retratto piccolo de esso M. Pietro Bembo, allora che giovine stava in corte del Duca d’Urbino, fu de mano de Raffael d’Urbino in m.ta.

El retratto dell’istesso, allora che l’era d’anni undici, fu de mano de Iacometto, in profilo36.

El retratto in profilo de Gentil da Fabriano fu de mano de Iacomo Bellino37.

El retratto de Bertoldo, salvo el vero, di Marchesi de Ferrara38 fu de mano de Iacomo Bellino.

Li retratti de Dante, del Petrarca, e del Boccaccio, furono de mano de....

El retratto de Madonna Laura amica del Petrarca fu de mano de.... tratto [p. 19 modifica]da una Santa Margarita, che è in Avignon sopra un muro, sotto la persona della qual fu ritratta Madonna Laura39.

El S. Sebastiano saettato alla colonna, grande più del naturale, sopra una tela, fu de mano del Mantegna.

Li dui quadretti de capretto inminiati furono de mano de Iulio Campagnola40: l’uno è una nuda tratta da Zorzi, stesa e volta, e l’altro una nuda che dà acqua ad uno albero, tratta dal Diana, con dui puttini che zappano.

El quadretto piccolo in più capitoli, che contiene la Vita de.... fu de mano de Iacometto.

El quadretto piccolo del Cristo morto sostenuto da dui angioletti, fu de mano de.... gargion de Iulio Campagnola, e aiutato da esso Iulio in quell’opera.

El retratto de M. Carlo Bembo puttino fu de mano de Iacometto, fatto allora ch’el nacque, essendo M. Bernardo ambassador al Duca Carlo circa al 1472.41. [p. 20 modifica]

El Giove piccolo de bronzo, che siede, è opera antica.

El Mercurio piccolo in bronzo è opera antica, posata sopra el monte, con la testudine a piede.

La Luna piccola de bronzo, che stava sopra el carro, è opera antica.

Le Teste de marmo, li Vasi de terra, le Medaglie d’oro, d’argento, de rame, li Vasi de vetro, sono antichi.

Le Gemme scolpite, e legate in anella sono antiche.

La testa de marmo de Bruto, che ora e parla, è opera antica.

Le teste del Caracalla, de Aureliano, de Antinoo, de Marcello, de Iulio Cesare, de Domiziano, marmoree, sono opere antiche.

La testa de Antonino de rame è opera antica.

El Cupidine che dorme stravaccato marmoreo, è opera antica, de man de Samos, e ha una lucerta scolpita, & è in diversa foggia da quel de Madama de Mantoa42 . [p. 21 modifica]

Le Commedie de Terenzio scritte in carta buona, in forma quadra, sono libro antico43.

El Virgilio similmente scritto in carta buona, in forma quadra, con li argomenti delli libri dipinti nel principio di ciascuno, è libro antico, e le pitture sono vestite all’antica44.

La figuretta de bronzo della fante, che tiene inzenocchioni sopra la testa la cesta, che scusa candellier, è opera moderna de mano de....

La figuretta de bronzo d’uno piede d’una donna vestita è opera antica.

La figuretta del nudo in piede che tien la lanza in la man manca, de bronzo, è opera antica.

La figuretta de bronzo d’un palmo, con un panno avvolto alla persona, è opera antica.

La figuretta del nudetto è opera antica de bronzo.

L’altro nudetto con el vestito curto, pur de bronzo, è opera antica. [p. 22 modifica]

Queste sono de M. Bartolommeo insieme con el Mercurio45.




ALLI EREMITANI.

La Cappella a man destra, che contiene da una parte le arte liberal, con gli uomini eccellenti in esse; dall’altra li vizii con gli uomini viziosi, e li uomini famosi nella Religione de S. Agustino, e li titoli delle opere de S. Agustino, fu dipinta da Giusto Padoano, ovver, come dicono alcuni, Fiorentino. Fu instituita da M. Tebaldo di Cortellieri Padoano arlevo di Signori da Carrara nel 1370. el qual è retratto ivi a man destra dell’altare, come appar per lo elogio sottoscritto46.

La Cappella maggiore fu dipinta da Guariento Padoano, ovver, come lo fanno alcuni, Veronese.

La palla a guazzo nella Cappella ditta de sopra del Cortelliero fu de mano de Marino pittore fatta nel 1370, come appar per la sottoscrizione47. [p. 23 modifica]

La Cappella a man destra dell’altar maggiore fu dipinta, la faccia sinistra tutta da Andrea Mantegna48: la faccia destra la parte de sotto dal ditto, la parte de sora parte da Ansuino da Furlì, e parte da Buono Ferrarese, ovver Bolognese: la nostra Donna, che va in cielo con li Apostoli, driedo l’altar, con le figure in alto sotto la cupola, da Niccolò Pizzolo Padoano, con li Evangelisti con li armari in prospettiva.

Le figure de terra cotta tutte tonde sopra l’altar de ditta Cappella furono de man de Zuan da Pisa compagno de Donatello, e suo arlevo, che el ditto menò seco a Padoa.

La Cappella dell’Arena fu dipinta da Giotto Fiorentino l’anno 1303, instituita da M. Enrico di Scrovegni Cavalier49.




ALLI EREMITANI

IN CASA DELLI VITALIANI.

Li Giganti de chiaro e scuro furono de mano de Paulo Uccello Fiorentino, [p. 24 modifica]che li fece uno al giorno per prezio de ducato uno l’uno50.




IN S. BENEDETTO.

La palletta in tela a mezzo la Chiesa appoggiata all’arco a man destra andando contra el Coro, che contiene la Natività, fu de mano de..... Corona Padoano, & è tratta da una tela Ponentina, ovvero è fatta ad imitazione de’ Ponentini.

El mastabe51 de tarsia a man destra appresso el Coro è de mano de Fra Vicenzo dalle Vacche Veronese dell’Ordine Olivitense, opera laudabile.

El S. Benedetto in tela in Coro fu de mano del Mantegna.




IN CASA DE M. MARCO DA MANTOA

DOTTORE52

El quadretto a oglio del S. Ieronimo, che fa penitenza nel deserto, fu de mano de Raffaello d’Urbino. [p. 25 modifica]

El quadretto della testa della nostra Donna a oglio fu de mano de Bartolommeo Montagna.

Le quattro teste marmoree sono antiche (& sono molte).

Le figurette de bronzo sono moderne de diversi maestri, e vengono dall’antico, come el Giove che siede, &c.

El nudo de bronzo, che porta el vaso in spalla e cammina, fu de mano de Andrea Rizzo.

Le molte Medaglie d’argento e d’oro sono antiche.

1537.

La figuretta marmorea de dui piedi de donna, con tre panni uno sopra l’altro, senza la testa e le mani, è opera  antica, trovata in le fosse delle mure de Padoa.

La Pomona mutilata marmorea, ut supra, con el seno pieno di frutti, è opera antica, ritrovata ut supra.

Li paesi in tele grandi a guazzo, e li altri in fogli a penna sono de man de Domenego Campagnuola. [p. 26 modifica]




IN CASA DE M..... DA STRA MAR.

CADANTE DE PANNI.

El retratto piccolo della Cappella delli Eremitani dell’opera del Mantegna fu de mano de....

La Carta de cavretto con li molti anemali coloriti fu de mano del Pisano.

El busto del puttin marmoreo fu opera antica.

El Sarazin de bronzo è opera antica.

Le molte figurette de bronzo sono moderne, de mano de diversi maestri.

Le molte Medaglie de bronzo sono moderne.




IN STRADA IN CASA DE MASTRO

GUIDO LIZZARO.

El miracolo del puttino con bicchiero de S. Antonio, de terra cotta, è lo modello dell’opera ha a fare Mistro Zuan Maria al Santo.

Lo giudicio de Salamon de rilevo in terra cotta è lo modello del quadro [p. 27 modifica]marmoreo, che fece Mistro Zuan Maria a M. Battista dal Lion, che lo donò poi al Vescovo.... Inglese.

El Satiro de terra cotta che sta desteso, la Venere de terra cotta che esce dalla cappa, la Nuda de terra cotta in piedi appoggiata ad una tavola, sono opere del ditto Mistro Zuan Maria53.




IN CASA DE MISTRO ALVIXE OREVE-

SE MAESTRO DE SCULPTURA, SI’ DE

RELEVO, COME DE TUTTO TONDO.

El quadro de.... fu de man de Tiziano.

El Cavalletto de bronzo che corre fu de sua mano.

Lo Ercoletto che bastona la biscia fu de sua mano.

Le molte Medaglie sono parte de sua mano, parte de altri maestri.

Li molti disegni sono de man de diversi pittori. [p. 28 modifica]




A SANT’AGNESE.

Sopra la porta el puttino de piera de Nanto fu de mano de Mistro Zuan Maria.




LA SALA DEL PODESTA’.

Fu dipinta, segondo el Campagnuola, da Zuan Miretto Padoan parte, e parte da uno Ferrarese. Questa Sala è longa piedi 230, alta piedi 100, larga piedi....




LA CAPPELLA DEL PODESTA’.

Fu dipinta da Ansuin da Furlì, da Fra Filippo, e da Niccolò Pizzolo Padoano, segondo el Campagnuola.




LA CAPPELLA DEL BATTESIMO

AL DOMO54.

Fu dipinta, segondo el Campagnuola & el Rizzo, da Giusto: altri la attribuiscono ad Altichiero. Le pitture di [p. 29 modifica]dentro sono molto diverse da quelle di fuori. Ma dentro sopra la porta, che va nell’inclaustro, se legge Opus Ioannis & Antonii de Padua. E de sopra v’erano quattro versi ora spegazzati: credo contenevano memoria delli Signori de Carrara, che aveano fatto far quella opera. Però li Signori Veneziani fecero levar la memoria de quelli Signori quanto più poteno.

L’Abraam, che vuol sacrificar Isaac, sopra la porta del detto Battisterio, fu de man de Zuan Maria Padoan, gettado da Mistro Guido Lizzaro Padoano; e sono figurette d’un piede.




NEL PALAZZO DEL CAPITANIO.

Nella Sala ultima piccola verso la casa del Cancellier, in capo della Sala Tebana, le pitture a fresco de chiaro e scuro, che contengono li fatti de arme delli Carraresi, e ordinanze ec. furono de mano de....

La Sala Tebana, che contiene [p. 30 modifica]l’istoria de Tebe, fu de mano de.... della qual mano par che fusse l’Istoria de Spoleti nel Conseglio de Venezia; la qual Istoria Tiziano coperse. Valse molto in far cavalli: nel resto non riuscì55.

Nella Sala dei Giganti, segondo el Campagnuola, Iacomo Davanzo dipinse a man manca la captività de Giugurta & el trionfo de Mario; Guariento Padoano li XII. Cesari a man destra, e li lor fatti. Segondo Andrea Rizzo vi dipinsero Altichiero e Ottaviano Bressano. Ivi sono ritratti el Petrarca e Lombardo, i quali credo dessero l’argomento di quella pittura56.

Il pozuolo da driedo, ove sono li Signori de Padoa ritratti al naturale de verde, fu dipinto da....

La Cappella del Capitanio fu dipinta, segondo il Campagnuola, da Guariento Padoan e da Iacomo Davanzo Padoan57. [p. 31 modifica]




IN SANT’AGUSTINO.

La Cappella maggior fu dipinta da Guariento Padoano, segondo el Campagnola, ove sono gli monumenti delli Signori da Carrara.

La Cappella a man manca della nostra Donna fu dipinta da Benedetto Montagna fiol del Montagna58.




IN PADOANA, A PRAGIA.

El Cristo Crocefisso con le due altre figure a fresco dentro el refettorio furono de mano de Bartolommeo Montagna.

El Satiretto & el puttino de bronzo posti nelli cornizini del lavello, che è alla porta del refettorio, furono de mano de....




IN SANTA MARIA

DE MONTE ORTON.

La Coperta de tavola della nostra Donna miracolosa, che contien la [p. 32 modifica]miracolosa origine di quella nostra Donna, fu dipinta da....

La Istoria de detta nostra Donna a fresco in la Cappella maggiore, e la Natività a man destra, pur a fresco, furono de man de....59.

El S. Giovanni de marmo de dui piedi in mezzo la fonte, e la fonte, e la nostra Donna de marmo, pur de dui piedi nel muro appresso la Sagrestia per andar in Convento, furono de mano de.....




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ANNOTAZIONI.


  1. [p. 118 modifica](1) Alcuni che stettero con Donato mi dissero che sempre aveva nella sua bottega diciotto, o venti garzoni; altrimenti non arebbe mai fornito un altare di Santo Antonio da Padova con altre opere. Così scriveva Baccio Bandinelli al Duca di Fiorenza nel 1547. (Lettere pittoriche T. I. p. 50.). Ciò però va inteso senza punto detrarre alla gran lode che questo insigne artefice si è acquistata anche con le opere di bassorilievo qui nominate; onde scrisse il Vasari nella Vita di lui che sono talmente con giudicio condotte, che gli uomini eccellenti di quell’arte ne restano maravigliati e stupiti, considerando in esse i belli e variati componimenti con tanta copia di stravaganti figure e prospettive diminuiti.
  2. [p. 118 modifica](2) Fu celebrato molto e da varii scrittori questo Coro, de cujus laudibus & scripta sunt & impressa volumina, secondo lo Scardeone (De antiquitate urbis Patavii, & claris civibus Patavinis, p. 373.). Un opuscolo specialmente sopra di esso v’è di Matteo Colacio Siciliano, impresso con altri di lui de Fine Oratoris in Venezia nel 1486, ed è intitolato a guisa di lettera alli tre artefici qui nominati con queste parole: Matthæus Siculus Christophoro & Laurentio fratribus, ac Petro Antonio Laurentii genero Patavis, Italis [p. 119 modifica]Parrhasiis, Italis Phidiis, Italis Apellibus s. p. d. Delli due Canozii il ch. Cav. Tiraboschi ha trattato nella Biblioteca Modenese (T. VI. p. 455.), perciocchè in grazia del lungo soggiorno da essi in Modena tenuto, di quella patria furono riputati; e di Giovan Marco figliuolo di Lorenzo, eccellente intarsiatore, ha egli pure esposto il merito, sull’autorità del celebre Matematico Fra Luca Pacioli. Il Brandolese loro conterraneo nelle Pitture Sculture e Architetture di Padova (p. 24. 31.) e nella Dissertazione del Genio dei Lendinaresi per la Pittura (p. v.) dimostra che artefici di raro merito sono stati. Ma un lavoro a tarsia di Lorenzo ci addita nella sagrestia della Basilica di San Marco di Venezia il Sansovino, da aggiungersi a’ tanti altri di lui (Venetia citta nobilissima et singolare, p. 39. ed. 1581.). Il Modonese poi genero di Lorenzo, di cui è corrotto il nome nel citato libro delle Pitture di Padova (p. 24.) è quel Pierantonio da Modena che nel 1486, fece lavori di tarsia nel Coro di San Francesco di Trevigi, giusta le iscrizioni dal Burchelati riferite (Commentariorum memorabilium multiplicis hystoriae Tarvisinae locuples promptuarium libris quatuor distributum, p. 272.); dalle quali soltanto il Tiraboschi notizia di questo artefice ha tratta (Biblioteca modenese, Tom. VI. p. 480.).
  3. [p. 119 modifica](3) Andrea Riccio Padovano, latinamente cognominato Crispo, e con soprannome detto Briosco, si acquistò fama di grande architetto con la fabbrica della Chiesa di Santa Giustina in sua patria, e di eccellente fonditore in particolare con questo maraviglioso candelabro; di cui Fra Valerio Polidoro nelle Memorie della Chiesa del Santo, impresse in Venezia nel 1590, fece una lunga descrizione che desta la voglia di vederlo (Cap. XV. XVI. e XVII.). Nella rara medaglia che l’artefice medesimo a se [p. 120 modifica]fece, e dallo Scardeone e da altri è riferita, di questo capo delle opere sue si compiacque di fare pompa; vedendovisi da una parte la testa del Riccio con le parole andreas crispvs patavinvs aerevm d. antonii candelabrvm f. e dall’altra un ramo spezzato ed arido di lauro con una stella al di sopra, e le parole obstante genio. Anche nell’epitafio posto al Riccio in San Giovanni di Verdara si è creduto di dover accennare il candelabro come principale de’ suoi lavori, leggendovisi:

    andreae crispo brioscho

    pat. statvario insigni

    cvivs opera ad antiqvorvm

    lavdem proxime accedvnt

    in primis aenevm candelabrvm

    qvod in aede d. antonii cernitvr

    haeredes pos.

    vix. an. lxii. mens. iii. dies vii.

    obiit viii. id. ivlii. m. d. xxxii.


    Scrittore di fino gusto fu l’autore di questa iscrizione, cioè Girolamo Negro Veneziano, Canonico di Padova, di cui è celebre il nome anche per la ristampa delle operette sue Latine, fatta in Roma l’anno 1767. insieme con le Lettere Latine del Cardinale Sadoleto. Non si saprebbe però che dal Negro quell’iscrizione venisse, se non avesse lasciata la ricordanza seguente Fra Desiderio dal Legname Domenicano in alcune sue carte, che io vidi alcuni anni sono nell’archivio del Convento di Sant’Agostino di Padova: Debebant hæc [p. 121 modifica]legi Patavii apud D. Ioannem in Viridario. Hieronymi tamen Nigri Canonici Patavini inscriptio apposita fuit, quæ etiam est longe elegantior & doctior hac nostra; quæ ne videatur a nobis frustra conscripta, illam quoque hoc loco ex ordine apponendam duximus.

    andreae crispo brioscho pat.

    statvario nostrae tempestatis eximio

    vel candelabro aeneo d. antonii

    et sepvlchro insigni tvrrianorvm veronensivm

    cvm antiqvis conferendo

    alexander bassianvs et ioannes cavinvs

    testamenti cvratores

    amico ben. mr.

    hanc perpetvae qvietis sedem pos.

    an. m. d. xxxii.


    Un’opera dunque del Riccio, da nessuno conosciuta per sua, quest’iscrizione ci scuopre nel mausoleo di Girolamo e Marcantonio della Torre eretto in San Fermo Maggiore di Verona; in cui sei quadri di metallo incastrati si veggono con grandissima quantità di figure nobilmente istoriati, siccome scrisse il March. Maffei, senza sapere chi farne autore (Verona illustrata, P. III. p. 197.). E’ lodato il Riccio da varii scrittori: ma non si suole osservare che anco Pomponio Gaurico nel Dialogo de Sculptura, scritto sul cominciare del secolo sedicesimo, lo ha annoverato fra gl’illustri fusori di bronzo con queste parole: Quin & Bellani, uti volunt, discipulus Andreas Crispus, familiaris neus, cuius inter plastas quoque mentionem fecimus, [p. 122 modifica]podagrarum beneficio ex aurifice sculptor (Cap. 7.). Vedesi da questo passo ch’egli attese anche all’orificeria.

    Non è da confondersi Andrea Riccio Padovano con Antonio Riccio Veronese, architetto e scultore pur esso di grande nome, come hanno fatto lo Scardeone (De antiquitate urbis Patavii, p. 375.) il Vasari (T. III. p. 317. ed. Siena) ed il Sansovino (Delle cose notabili che sono in Venetia, p. 21. ed. 1565. e Venetia citta nobilissima et singolare, p. 119.), attribuendo falsamente al primo le due statue di marmo Adamo ed Eva, che sono nella facciata interna del Palazzo Pubblico di Venezia, rimpetto alla scala dei giganti: dal qual errore si sono guardati il Temanza (Vite dei più celebri architetti, e scultori veneziani che fiorirono nel secolo decimosesto, Lib. II. p. 264.) ed il Bartoli (Le pitture sculture ed architetture della città di Rovigo, p. 298.), ed ognuno si guarderà, tosto che sappia sotto la statua di Eva essere inciso il nome di antonio rizo. Vissero per verità insieme per alcun tempo que’ due artisti: ma il Veronese cominciò a farsi onore prima che il Padovano nascesse. Quelle due statue medesime, delle quali scrisse anche il Vasari ch’erano tenute belle, sono vieppiù stimabili, se si ponga mente al tempo della facitura di esse, che viene ad essere intorno all’anno 1462: di che ne danno indizio le arme delli Dogi Francesco Foscari e Cristoforo Moro scolpite sulla facciata medesima delle due statue. S’accorda bene pertanto che a questo scultore indiritti si riconoscano due epigrammi ed un distico di Gregorio Corraro Protonotaio Apostolico ad Antonium Riccium sculptorem, indicati da Fra Giovanni degli Agostini (Notizie istorico-critiche intorno la vita, e le opere degli scrittori viniziani, T. I. p. 132.); essendo il Corraro vissuto sino all’anno 1464. Al medesimo parimente deve tenersi scritto il seguente distico di Raffaello Zovenzonio Triestino, che si legge nella collezione di Fiorenza [p. 123 modifica]Carmina illustrium poetarum Italorum Tom. XI, p. 476.

    Crispo marmorario nobilissimo

    Marmor erant homines, inspecta Gorgone: marmor
              Nos sumus, inspecto marmore, Crispe, tuo.


    Non lasciano dubbio sopra ciò due altri distici del Zovenzonio medesimo inseriti in un bellissimo codice membranaceo, che io tengo, di sue poesie Latine nella massima parte inedite; intitolati Crispo Veronensi marmorario clarissimo, ed Antonio Crispo marmorario; l’uno de’ quali sopra un Ercole di suo lavoro è questo:

    Herculis effigiem mirans Antonius inquit:
              Corpora do: Superis dic tibi dent animam.


    Nè d’altra statua di Eva, che della sopraddetta, forse va inteso questo distico dell’autore medesimo, in esso codice scritto:

    Evæ marmoræ laus.

    Si tua forma fuit, quæ marmore vivit in isto,
              Quoi mirum, si vir paruit, Æva, tibi!


    Ma seguì il Riccio a fiorire per tutto quel secolo; vedendosi noverato fra gli architetti e scultori allora più celebri da Matteo Colacio in una Lettera dell’anno 1475, stampata nel 1486. con altre cose di lui; e così pure da Fra Luca Pacioli nella dedicazione al Duca di Urbino della Somma d’Aritmetica Geometria Proporzioni e Proporzionalità, impressa in Venezia l’anno 1494. col dire che in Vinegia el degno de marmi sculptore & architetto Antonio Rizzo nello excelso Ducal Palazzo, de tutte sorte de figure adorno, alla giornata el rendevan chiaro. Fu egli chiamato da’ Vicentini a suggerire il modo di riparare alla rovina delle [p. 124 modifica]loggie della Basilica loro; e le parole del Decreto, che per ciò ne fecero l’anno 1496, mostrino l’alta stima che di lui si faceva. Advocatus fue rat ad hanc civitatem excellens Architectus, Geometra clarissimus, Sculptor peritissimus, ac ingeniosissimus opificiorum Ducalium Præses, Antonius Riccius Venetus pro materia podiolorum huius Palatii mature consultanda. Così nel Decreto dato fuori dal Conte Enea Arnaldi nel Trattato delle Basiliche e specialmente di quella di Vicenza; nel quale pubblicate sono anche due Scritture del Riccio su quel proposito (p. cxviii. e seg.). Non deve fare autorità quel Decreto per istabilire che il Riccio fosse Veneziano, in confronto del Zovenzonio e del Colacio, che Veronese lo hanno chiamato; avendo facilmente l’uffizio suo d’Ingegnero dell’Illustrissima Signoria di Venezia, com’egli in una di quelle Scritture si nomina, data occasione di dirlo Veneziano. Il Gaurico nel Dialogo citato della Scultura lo mette pur egli fra gli scultori più illustri di quel tempo, e lo fa emulo di Tullio Lombardo, ma senza dirne la patria. Il Temanza riportando le parole di lui ve l’ha aggiunta, ma erroneamente, dicendolo Padovano (Vite dei più celebri architetti, e scultori veneziani, Lib. I. pag. 119.): bene si diportò il March. Maffei, sulla fede del Colacio mettendolo fra li chiari artisti della patria sua (Verona illustrata, P. III. p. 80.).

  4. [p. 124 modifica](4) Antonio Trombetta Padovano de’ Minori Conventuali, Arcivescovo prima di Atene, poi di Urbino, pubblico Professore di Metafisica, e chiaro per opere di Filosofia e di Teologia date a stampa. Morì nell’anno 1517, ed intorno a quel tempo ha da tenersi fatto il monumento, di cui se ne conosce autore il Riccio soltanto per l’indicazione qui data.
  5. [p. 125 modifica](5) Fra Filippo Lippi Fiorentino Carmelitano, di cui scrive il Vasari che pitture sue si vedevano in Padova, intendendo facilmente di questa e d’altra sua opera nella cappella del Podestà  più innanzi dinotata. Ora più non si veggono queste pitture, com’è di tante altre a fresco, in occasione di ristauri state cancellate; e la memoria ancora perduta ne sarebbe, se dall’anonimo nostro non fosse stata conservata.
  6. [p. 125 modifica](6) Non si conoscono più opere di costui: ma non è nuovo il suo nome, avendo già scritto il Rossetti nella Descrizione delle pitture di Padova (p. 217.), che da documento originale gli constava esser egli morto di peste nel 1486.
  7. [p. 125 modifica](7) Era la seguente: Iacobi Bellini Veneti patris ac Gentilis & Ioannis natorum opus MCCCCIX. Ci fu conservata da Fra Valerio Polidoro nelle Memorie della Chiesa del Santo (p. 25), non essendovi più le pitture qui riferite. Delli due fratelli Bellini l’uno si soleva riguardare con più estimazione per la teoria della pittura, e l’altro per la pratica. Ciò s’impara da Francesco Negro Veneziano nell’opera inedita che ha per titolo Periarchon, ovvero de Principiis, al Doge Lionardo Loredano dedicata, in un mio bel codice membranaceo scritta; la quale è quella medesima che in due libri divisa col titolo De moderanda Venetorum Aristocratia appena fu conosciuta dall’Agostini, e riferita negli Scrittori Veneziani (T. II. p. 486.). Trattando egli di ogni istituto che al buon governo di uno Stato è richiesto, ove della pittura fa parola dice così: Haec ne sibi una defuisse videatur, Veneti patres, quibus omnia sunt adiecta virtutum ornamenta, Bellinos habent fratres naturae ministros, quorum alter theoricem, alter pictura praxim professus, non [p. 126 modifica]regiam eorum solum pulcherrimis tabulis iti dies illustrant, sed totam pœne civitatem decorant. Et quod longe mirabilius est, ipsis etiam approbantibus, maior natu Gentilis Muhameto Turcarum rege poscente, Byzantium usque transmittitur; ubi arte & ingenio suo quid Venetus sanguis valeret non obscure demonstrans & Venetam picturam mirifice illustravit, & equestri dignitate donatus, coronarium aurum virtutis suæ præmium, Phrygio etiam amiculo, tiara, cothurnis, ac torque aurea decoratus, in patriam reportavit (Lib. II cap. 4.). Comunemente si crede che Maometto II Imperatore de’ Turchi chiesto abbia Gentile alla Repubblica per adoperarlo in opere di pittura: Marino Sanudo però in uno spoglio di Cronache Veneziane fa ricordanza precisa del fatto con queste parole: 1479. Adi primo Avosto venne un Orator Iudeo del Signor Turco con lettere. Vuol la Signoria li mandi un bon pittor, e invidò il Dose vadi a onorar le nozze di suo fiol. Li fu resposto ringraziandolo, e mandato Zentil Bellin ottimo pittor, qual andò con le galie di Romania, e la Signoria li pagò le spese, e partì adi 3. Settembre. Mise a profitto Gentile la sua dimora a Costantinopoli per prendere in disegno la insigne Colonna Teodosiana; e mercè l’opera sua ora l’abbiamo intagliata in rame in diciotto tavole sopra li disegni stessi di Gentile, nell’Accademia di pittura e scoltura di Parigi conservati. Ne fece l’edizione il P. Claudio Francesco Menestrier Gesuita in Parigi l’anno 1702: ma essendo l’intaglio non abbastanza bene riuscito, sopra li disegni medesimi nuova incisione ne fece fare il P. Banduri, e riprodusse l’opera nel tomo secondo dell’Impero Orientale l’anno 1711. Recentemente ancora in Venezia altra impressione se n’è fatta, premessavi una Latina descrizione [p. 127 modifica]del P. Menestrier. Lavorò Gentile anche nel gettare medaglie: almeno una grande di nettissimo impronto ne fece all’Imperatore de’ Turchi suddetto; di cui v’è il busto da una parte con le parole mohameti imperatoris magni svltani, e dall’altra tre corone si veggono l’una sopra l’altra, con le parole gentilis bellinvs venetvs eqves avratvs comesq. palatinvs f. Alli due fratelli Bellini non mancarono medaglie che gli onorassero, e due specialmente vanno pregiate di Vettore Gambello, ovvero Camelo, da riferirsi in altra di queste annotazioni.
  8. [p. 127 modifica](8) Secondo il Vasari Giotto dipinse nel Santo una cappella bellissima (T. II. p. 90.): il Baldinucci sulla fede di lui lo ha ripetuto: e il Polidoro, il Pignoria, ed altri francamente trovarono la cappella in questa di San Felice; ancorchè essendo stata essa eretta nel 1376, non possa aver pitture di Giotto, che morì quarant’anni addietro. Bene adunque l’anonimo nostro la fa dipinta da Jacopo d’Avanzo, ed a lui concilia fede Michele Savonarola, il quale circa il 1445. facendo memoria de’ pittori illustri in Padova, scrisse: Secundam sedem Iacobo Avantii dabimus, qui magnificorum Marchionum de Lupis admirandam capellam veluti viventibus figuris ornavit (Libellus de magnificis ornamentis regiae civitatis Paduae, Rerum Italicarum scriptores, T. XXIV. p. 1170.). Che pure il Pignoria tenesse quelle pitture come di Giotto si ha dalle seguenti parole sue: Si qui pictura capiuntur, habent illustris Giotti manum propositam in aedicula D. Felicis Summi Pontificis, ubi eius corpus adservatur; qua nescio an perfectius quidpiam, temporum inspecta conditione, reperiri possit. Così egli nella Descrizione di Padova, inserita nell’Itinerario d’Italia di Francesco Scoto d’Anversa, accresciuto da [p. 128 modifica]Fra Girolamo de’ Giovannini da Capugnano Domenicano nell’edizione di Vicenza 1601. in 8., la qual Descrizione sta ivi confusa con le giunte del Frate: ma che il Pignoria ne sia stato l’autore lo mostra l’autografo suo, ch’è presso di me: e per verità il discernimento ed il buono stile mostrano assai più dotto Scrittore, che il Frate non era; ed è già noto per la testimonianza dello stampatore che l’accrescimento di quell’Itinerario a varii uomini di lettere è dovuto.
  9. [p. 128 modifica](9) Qui potrebbe aver luogo l’opera di Giotto mentovata dal Vasari. Al proposito però fa il Savonarola scrivendo di Giotto ch’egli dipinse in Padova la chiesiuola dell’Arena, Capitulumque Antonii nostri etiam sic ornavit, ut ad hæc loca & visendas figuras pictorum advenarum non parvus sic confluxus. (Lib. cit. p. 1170.)
  10. [p. 128 modifica](10) Prende autorità qui ed altrove l’anonimo da una Lettera Latina di Girolamo Campagnola Padovano a Niccolò Leonico Tomeo insigne filosofo; la quale anche il Vasari ha veduta ed allegata sì nella Vita di Paolo Uccello, come in quelle di Andrea Mantegna e di Vittore Carpaccio (T. III. p. 67. T. IV. p. 228. 313.), dicendo che il Campagnola con essa dava notizia al Tomeo di alcuni pittori vecchi che servirono li Signori Carraresi. Non trovasi copia veruna di questo monumento, che recherebbe notizie care a sapersi: e neppure, per quanto io veggo, alcun lavoro in pittura d’esso Campagnola, ancorchè il Vasari pittore lo dica, egualmente che Giulio di lui figliuolo, e discepolo dello Squarcione lo faccia (T. IV. p. 307. 315.). Fu però egli uomo di bell’ingegno, e fece operette varie, dicendo di lui lo Scardeone (De antiquitate urbis Patavii, p. 244.): Scripsit libellos quosdam, ut ab eodem audivi, de [p. 129 modifica]laude virginitatis, & de proverbiis vulgaribus, & de rebus aliis multa alia, quæ ignoramus. Fra queste hanno da noverarsi li Salmi penitenziali volgarizzati, li quali dal Campagnola stesso ebbe Matteo Bosso (Familiares et secundae Matthaei Bossi epistolae, LXXV. inter secund.), alcune Rime scritte in un Codice Estense (Quadrio, Della storia e della ragione d'ogni poesia, T. VII. p. 102.), e due opuscoli Latini da me a penna veduti in una privata Libreria; cioè una Lettera a Cassandra Fedele, data da Venezia nel 1514, ed un Panegirico del famoso Capitano Bartolommeo d’Alviano, scritto in morte di lui a Venezia l’anno 1515. Quanto poi al Rizzo, cioè ad Andrea, soprannominato Briosco, pare che le notizie qui e in appresso addotte dalla voce di lui fossero apprese.
  11. [p. 129 modifica](11) Aveva ragione il Campagnola, e l’aveva pure il Riccio. Giusto nacque in Fiorenza da Giovanni de’ Menabuoi, ed ebbe la cittadinanza di Padova dal Signore Francesco di Carrara. In una Carta riportata dal Rossetti p. 52. è detto: Præsentibus Magistro Iusto Pictore filio quondam D. Iohannis de Menabobus de Florentia habitatore Paduæ in contrata Domi &c. ed in altra addotta dal Brandolese p. 281..... Magistro Iusto Pictore quondam Iohannis de Menaboibus de Florentia habitatore Paduæ in contrata Scalumnæ, cive civitatis Paduæ cum privilegio magnifici & potentis D. D. Francisci de Carraria.
  12. [p. 129 modifica](12) E’ messo costui dallo Scardeone fra li molti scolari dello Squarcione (p. 371.); ma opere di lui ora non si conoscono.
  13. [p. 129 modifica](13) Giovanni Maria Mosca Padovano, allievo di Agostino Zoppo pure Padovano, ci è mostrato dallo Scardeone come scultore di merito [p. 130 modifica]per molte altre opere pubbliche e private, e segnatamente per una statua di San Rocco nella Scuola di questo in Venezia (p. 377.). Ma il Sansovino fa che questa sia opera di Bartolommeo Buono Bergamasco, e del Mosca, nobile artefice del suo tempo, siano due altre statue a quella vicine (Venetia citta nobilissima et singolare, p. 71. t.); e di lui ancora, come di scultore assai stimato, c’indica una statuetta in Santo Stefano di Venezia, e tre statue in Santo Spirito in isola (p. 49. 83. t.); e varie altre opere dall’anonimo nostro più innanzi vengono dinotate. Scrive lo Scardeone che correva voce di esser egli passato in Polonia, chiamatovi dal Re per lavorare un mausoleo. Ciò si rende credibile anche dal trovarsi una medaglia di Sigismondo II. Re di Polonia, da lui gettata; la quale è di mezzana grandezza, ed in bronzo sta nel Museo della Regia Libreria di San Marco. Ha essa nel dritto il busto del Re con le parole d. sigismvndvs ii. rex polonie anno regni nri iii. aetatis xiii. anno d. mdxxxii. nel rovescio un lione in atto di camminare con le parole all’intorno parcere svbiectis et debellare svperbos. dentro ivstvs vt leo. e sotto iohannes maria patavinvs f.
  14. [p. 130 modifica](14) Di Antonio Minello Padovano si conosceva un bassorilievo grande nella cappella del Santo, e così pure il Deposito del Retore Giovanni Calfurnio in San Giovanni di Verdara: ma non già questa statua, nè altre opere che più innanzi saranno indicate.
  15. [p. 130 modifica](15) Severo da Ravenna va qui inteso, la di cui patria essendo indicata nella voce rhav., incisa a’ piedi, cadde perciò in errore l’anonimo. E’ rara opera di Severo questa, e ne’ principali scrittori moderni intorno agli artisti di disegno è raro [p. 131 modifica]similmente il trovare di lui esatta notizia. Ma però Pomponio Gaurico nel citato Dialogo della Scultura, ch’egli presenta come avuto in Padova sul principio del secolo sedicesimo fra se Niccolò Leonico Tomeo e Giovanni Calfurnio, tanto bene di lui dice, che quando anche tutto non gli si voglia accordare, conviene però levarlo dalla turba degli artefici triviali. Non soltanto eccellente nella scultura, ma bravo ancor nell’intaglio d’ogni sorte, nell’arte del far di terra, e nella pittura, benchè ignorante di lettere, egli lo dice così (Cap. VII.): Severum Ravennatem ideo ad extremum distuli, ut plenius laudarem, qui miror ad me hodie cur non venerit. Is mihi quidem videtur statuariæ numeros omnes adimplere, sculptor, scalptor, cælator, desector, plastes, pictorque egregius. Nam si me heic nunc rogaretis, qualem sculptorem velim, talem nempe ipsum velim, qualem, modo litteræ adessent, Severum esse novimus.
  16. [p. 131 modifica](16) Aveva già scritto il Savonarola nell’operetta citata, che di Stefano da Ferrara v’erano pitture assai al naturale nella cappella del Santo: il Vasari poi scrivendo del Mantegna e di Vittore Carpaccio, lo ha ripetuto.
  17. [p. 131 modifica](17) Piacque a questo scultore di prendere il nome dell’antico Pirgotele, e così non si seppe chi egli fosse. Oltre quest’opera, che per sua viene indicata dal nostro autore soltanto, un’altra ne dinota il Sansovino in Venezia sulla facciata della chiesa della Madonna dei Miracoli, col dire: Di sopra alla porta grande si vede in mezz’arco una nostra Donna di tutto tondo di Pirgotele, ottimo scultore dell’età sua (p. 63.). L’artefice vi è indicato in un pezzetto di marmo posto a canto, ma col solo nome Pyrgoteles. [p. 132 modifica]Dovrebbe egli tenersi per Veneziano, secondo Battista Guarino, il quale sopra una famosa scultura di lui, rappresentante Venere che percuote Amore, fece l’epigramma seguente, impresso con le altre Poesie sue Latine in Modena l’anno 1496; in cui a quale scultore si alludesse, nessuno lo ha mai dichiarato.


              Signum Veneris Cupidinem verberantis.

    Quid sibi suspenso vult Cypria Diva flagello?
              Tristia cur meruit verbera nudus Amor?
    An punit, quod sit laqueis deprensa mariti?
              An quod sit blando lentus in officio?
    An pueri curas plagis docet illa domari?
              An solitos ficto contegit ore dolos?
    Quicquid id est timeo Divae Sybaritidos iram,
              Et quamvis caesus, me tamen urit Amor.
    Pyrgotelis Veneti signum neque Cous Apelles,
              Nec vincet clari dextera Praxitelis.
    Egrediens pelago celebres Dea reddidit illos:
              Iste flagellanti notus erit Venere.


    Con lo stesso solo nome di Pirgotele chiamò questo artefice anche il Gaurico nel citato Dialogo sulla Scultura, mettendolo però fra li chiari scultori, appunto per quella sua Venere flagellifera: Clarus & ipse mastigophoro illa sua Venere noster Pyrgoteles: dove noster è detto perchè doveva egli esser familiare agl’interlocutori del Dialogo, che in Padova tenuto si suppone. Ma lo Scardeone, senza dargli luogo nella classe degl’illustri artisti di sua patria, lo nomina come scultore prestantissimo, all’occasione di scrivere d’Ettore di lui figliuolo, persona di lettere; a cui in età fresca mancato di vita il padre fece un [p. 133 modifica]busto di marmo, riposto in San Giovanni di Verdara con epitafio in verso dallo stesso Scardeone portato (p. 320.). Marino Sanudo per altro ne’ Diarii delle cose d’Italia, e specialmente di Venezia, succedute dall’anno 1496 sino al 1533, li quali scritti di sua mano in cinquantotto grandi volumi stanno nella Regia Libreria di San Marco, registrando le prove che secondo il costume facevano alcuni letterati per avere la lettura pubblica allora vacante di lettere Greche in Venezia, scrive così: 1518. 22. Settembre. In questo zorno etiam in l’auditorio a San Marco fu letto per uno vol esser ballottato alla lettura Greca, nominato.... fiol di Pirgotele sculptor sta a Padoa. Lesse la Iliada di Omero. Poi fra li nomi de’ ballottati a quella lettura nel Senato il dì 16. Ottobre dell’anno stesso, insieme con Vettore Fausto, che la ottenne, mette Ioannes Hector Maria Lascari cognominatus Pyrgoteles. Sembra dunque che lo scultore fosse di famiglia Lascari, e che il figlio ancora talvolta malamente si chiamasse col soprannome del padre.

  18. [p. 133 modifica](18) Non v’è colta nazione che non bene conosca Luigi Cornaro gentiluomo Veneziano per gli scritti suoi della vita sobria; avendoli ciascuna di esse nel proprio linguaggio tradotti. La memoria di lui dal Vasari, dal Tuano, da Antonmaria Graziani, e da tanti altri già onorata, è poi stata ne’ tempi nostri a nuova luce ricondotta per opera specialmente di Mons. Fontanini, di Apostolo Zeno (Biblioteca dell'eloquenza italiana, T. II. p. 345.) e del Doge Foscarini (Della letteratura veneziana libri otto, p. 302.); sicchè può chiunque ne avesse voglia fornirsene di notizie agevolmente. A questo luogo però non è da tacersi ch’egli fu non soltanto grande amatore delle arti del disegno, e che per conoscere le maggiori [p. 134 modifica]bellezze di esse a Roma si è portato col favorito suo Giammaria Falconetto; che da questo fece costruire la loggia, con tutta ragione lodatissima, qui mentovata, col vago edifizio aggiuntovi; e che nelle opere di Vitruvio e di Leonbatista Alberti fece profondo studio per apprendere la teoria del bene ed ornatamente fabbricare. Quanto grande riputazione godesse per le fabbriche da se ordinate, Francesco Marcolini lo dà a vedere nella dedicazione a lui fatta l’anno 1544 del quarto libro dell'Architettura del Serlio, scrivendo così: A lei sola si conviene il nome di esecutrice di vera architettura: e ne fan fede gli stupendi edificii ordinati dal sopra umano intelletto suo. E se un gentiluomo, o altro privato vuol sapere come si fabbrica nella città, venghi a Casa Cornara in Padova, dove vedrà come si dee fare non pure una loggia superba, ma il resto dell’altre sontuosissime e accomodate fabbriche. Se vuol ornare un giardino, tolga il modello dal suo, che, acciocchè nulla gli manchi, gli avete saputo accomodare sotto la vostra abitazione, traversando la via comune sotto terra, vinti passi di strada, tutta lavorata di opera rustica. Se vuol edificare in villa, vadi a vedere a Codevigo e a Campagna e negli altri luoghi le architetture fatte fare dalla grandezza dell’animo vostro. Chi vuol fare un palazzo da Principe pur fuori della terra, vadi a Luvigiano, dove contemplerà  uno albergo degno di esser abitato da un Pontefice, o da un Imperatore, non che da ogni altro Prelato o Signore, ordinato dal sapere di V. S. che sa ciò che si può sapere in questo e nel resto delle operazioni umane. E Pierio Valeriano ancora dedicandogli il libro quarantesimo nono de’ Geroglifici, diceva: Hoc de lapide & fabricis nonnullis tibi deberi existimavi, quando hodie nemo privatorum hominum fabricæ [p. 135 modifica]rationem pulchritudinem & elegantiam te uno melius intellexit, intellectamque in usum & artem evexit. Quod si digna magnanimitatis tuæ sors fato aliquo tibi obtigisset, ætas nostra nulli veterum in rei tam præclaræ amplificatione cedere iudicaretur. Ma che il Cornaro scrivesse ancora un Trattato d’architettura, come un altro d’agricoltura, non se ne avrebbe notizia, se non si trovasse a lui così scritto dal Cardinale Luigi Cornaro in una Lettera da Roma nel 1554: Mi rallegro poi per vedere che in questa età, alla quale a pochi è concesso di arrivare, ella è di così pronto e vivo e saldo intelletto, che il mondo può aspettare ancora dalla sua prudenza e dal suo bell’ingegno gran frutto e gran giovamento a perpetuo onore e gloria del nome vostro e di vostra casa; siccome la Magnificenzia Vostra mi promette in questa sua lettera per le tre belle e degne opere composte da lei, dell’architettura, dell’agricoltura, e della vita sobria e regolata: li quali trattati saranno con desiderio estremo aspettati da me, non solo per dilettarmi nel leggerli, ma per metterli in quanto per me si potrà ad effetto (Miscellanea di varie operette, T. VII. p. 153.). Di queste tre opere però quella della vita sobria, compresa in quattro discorsi, sola è a noi pervenuta. Ci restano bensì altre scritture sue in materia di regolamento d’acque per la nostra Laguna, e specialmente un Trattatello impresso in Padova nel 1560., di cui ne ho io un esemplare con qualche giunta di mano propria dell’onoratissimo vecchio; aggiuntovi altro Trattatello inedito sullo stesso argomento, da lui scritto nell’anno novantesimo sesto di sua età; il quale io comunicai al Sig. Ab. Tentori, che ne diede notizia nella sua Dissertazione sulla Laguna (p. 270.). Del ricetto che nell’abitazione del Cornaro in Padova trovavano le [p. 136 modifica]ragguardevoli persone rende questa bella testimonianza il citato Antonmaria Graziani nella Vita del Cardinale Commendone (Lib. IV. Cap. 4.): Cornelium colebant observabantque fere Patavii quoscumque aut generis, aut ingenii præstantia nobilitaret. Nam & splendide ipse semper atque honorifice vixit, & eius domus, quam ad Antonii ædificaverat, propter hortorum & ædificii elegantiam, vulgo visebatur; & ducebantur homines non litteratissimi illius quidem, sed moderati & maxime acuti & iucundi senis sermonibus. Itaque nullius frequentior Patavii domus erat; ipseque mirifica in omnes humanitate, incredibiliter præclaris ingeniis delectabatur, iisque, cum opus esset, omnibus suis studiis aderat. Poteva pertanto a ragione vantarsi il Cornaro nella Lettera allo Sperone, di belli sentimenti ripiena, che col suo aveva giovato alli letterati, alli musici, alli architetti, alli pittori, alli scultori e simili.
  19. [p. 136 modifica](19) Non mi sono mai incontrato a vedere altro scrittore che faccia il Falconetto scolare di Melozzo da Forlì: ma se ciò fu, probabilmente avvenne in Roma, dove il Falconetto si portò, e Melozzo pure fece dimora qualche tempo, e belli e rari monumenti dell’arte sua vi ha lasciati. In tanta riputazione egli si aveva al tempo suo, che Jacopo Zaccaria in un Formolario d’intitolazioni di Lettere, stampato in Roma a tempo di Papa Sisto IV, propose per esemplare di scrivere a’ pittori anche Totius Italiae splendori Melocio de Forolivio pictori incomparabili. Non fu la nobilissima loggia del Cornaro l’ultimo lavoro del Falconetto, come ha scritto il March. Maffei (Verona illustrata, P. III. p. 81.) credendola opera dell’anno 1534; perciocchè l’iscrizione messavi prova che dieci anni addietro ella fu [p. 137 modifica]costrutta. Lo assicura anche il Brandolese, da cui l’epoche della vita del Falconetto furono esattamente fissate (Pitture, sculture, architetture, ed altre cose notabili di Padova, p. 253. 27. 276.).
  20. [p. 137 modifica](20) E’ artefice sconosciuto questo Giovanni Padovano: bene si conosce il Gobbo, cioè Cristoforo Solari Milanese, di cui il nostro autore riferisce opere nella chiesa della Carità di Venezia, ed altre con giudizio sempre assai favorevole ne rammenta il suo compatriota Lomazzo.
  21. [p. 137 modifica](21) E’ da valutarsi la testimonianza di questo iscrittore come la più autorevole di ogni altra per istabilire la patria del Campagnola, essendo precisa e contemporanea: e si vede perciò che non era mal fondata l’asserzione di quelli che Veneziano lo dissero. Opera di lui potrebbe essere stata una medaglia di bronzo di mezzana grandezza gettata in onore di Sigismondo II Re di Polonia, nella quale da una parte v’è il busto del Re colle parole sigis. avg. rex polo. mag. dvx lit. aet. s. xxix. e dall’altra v’è un’Aquila Polona colle parole anno d. nri mdxlviii. dominicvs venetvs fecit. Sta essa fra le medaglie nella Regia Libreria di San Marco custodite.
  22. [p. 137 modifica](22) Pittore di molto merito, ma di poca fama, e perciò alcune volte confuso con Girolamo Campagnola; giudiziosamente però distinto da questo nell’opera citata del Brandolese p. 100. 280.
  23. [p. 137 modifica](23) Comunemente questo egregio pittore è detto Bernardo Parentino, e non Lorenzo: forse però abbracciando lo stato eremitico; di che ne dà indizio soltanto l’anonimo nostro; egli prese il nome qui posto. Bella intrapresa fu quella di dare intagliate in rame le pitture di questo chiostro; nelle quali male si avviserebbe chi credesse esservi la grande scorrezione di disegno che le stampe fattene presentano. Si creda pure al P. della [p. 138 modifica]Valle quando esalta il merito di queste pitture, nella Lettera al Principe Don Agostino Chigi, stampata con la descrizione delle quattro prime stampe di esse pubblicate dal Sig. Francesco Mengardi: ma insieme si desideri che l’opera proseguisca con esatta corrispondenza agli originali.
  24. [p. 138 modifica](24) Qui l’autore ci mette dinanzi un Resilao, pittore non mai più inteso. Ma egli forse ha letto malamente il nome di lui; e chi sa che sul quadro non fosse notato Lancilao, o Lancislao Padovano, pittore del tempo segnato, di cui presso il Vasari nella Vita di Fra Filippo Lippi trovasi fatta menzione?
  25. [p. 138 modifica](25) Un pezzo di questa palla, che ne formava il comparto di mezzo, è riferito dal Brandolese (p. 252.) come or esistente nella Libreria del Convento con l’epigrafe Opus Sclavonii Dalmatici Squarcionii. Il Sig. Ab. Lanzi in un bel dipinto a Fossombrone trovò Opus Sclavoni Dalmatici Squarcioni S (Scholaris). Forse anche la pittura di Padova doveva portare simile scrittura. Il Ridolfi (T. I. p. 68.) chiama erroneamente Girolamo questo Schiavone; il quale è detto Gregorio dallo Scardeone, mentre lo annovera fra gli scolari dello Squarcione (De antiquitate urbis Patavii, p. 370.), e negli Statuti de’ pittori Padovani ha pure questo medesimo nome (Lanzi, Storia pittorica della Italia, Indice, p. 498.)
  26. [p. 138 modifica](26) Pietro Roccabonella Veneziano nel registro del suo dottorato in filosofia, che si trova negli Atti del Collegio dei Filosofi e Medici di Padova all’anno 1449, è nominato Petrus Roccabonella de Venetiis filius Ludovici Roccabonella de Coneglano Artium & Medicinae Doctoris. Lesse egli Logica Filosofia e Medicina in Padova lungo tempo, e con grande riputazione, sino all’anno 1491, nel quale morì; siccome da que’ medesimi Arti e [p. 139 modifica]da una delle due iscrizioni a lui poste chiaramente si conosce.
  27. [p. 139 modifica](27) Bene competeva a Niccolò Leonico Tomeo Veneziano il soprannome di Filosofo, che qui dato gli viene, essendo egli stato il primo che in Padova sbandì dalla Filosofia le vane speculazioni e le sofistiche dispute, che la professione di essa nelle Università tutte avevano contaminata; e ciò dopo avere studiata quella facoltà in Padova medesima, e specialmente sotto la disciplina di Niccolò Vernia da Chieti, professore di quel cattivo gusto. Nel conferirglisi perciò la laurea in quella facoltà, l’anno 1485, straordinaria lode gli si è data; dicendosi negli Atti citati Dominus Nicolaus de Tomeis Civis originarius Venetus, iuvenis modestissimus, doctissimus Graece & Latine. Quivi nell’anno 1497, a richiesta di grande numero di scolari, cominciò egli a spiegare il testo Greco di Aristotile, facendo uso de’ Greci interpreti, appena allor conosciuti nelle scuole, ed accoppiandovi spesso le dottrine di Platone; sempre con ornamenti di erudizione presi dagli autori dell’amena letteratura, ed usando nobiltà e pulitezza di stile. Li suoi comenti sopra i libri minori d’Aristotile, con nuova traduzione, ci danno un bel saggio della maniera da lui tenuta in quella singolare intrapresa: e ben si vede che sono senza pari fra quante altre opere di simil fatta a que’ tempi vennero fuori. Afferma egli stesso che per dieci anni ebbe in Padova quella lettura (Epist. dedicat. in Aristot. de memor. & reminisc.). Si sa però che vi passò poi lungo tempo, menando vita privata, e facendo di sua casa una scuola di dottrina e di buoni costumi. In Padova pure egli lasciò di vivere nell’anno 1531: il che da una Lettera del Bembo (Vol. I. Lib. 3. [p. 140 modifica]Opere del Cardinale Pietro Bembo, T. III. p. 156.) e da altra del Sadoleto (P. I. p. 396, ed. Rom. 1760) è abbastanza provato, contro due Lettere Latine da Lucilio Filalteo, o sia Vincenzio Maggi, scritte al Leonico, ed impresse con la falsa data degli anni 1532 e 1533 nel rarissimo libro delle Lettere di questo, dato fuori in Pavia nel 1564 in 8 (p. 65. 76.). Non è qui da fare lungo discorso sopra il merito del Leonico, essendo questo stato posto in chiara luce da varj, e recentemente dal ch. Cav. Tiraboschi, il quale ha indicate le opere sue, ed ha riprodotta l’onorificentissima iscrizione dal Bembo a lui posta. Osservo soltanto che delle belle arti si può egli conoscere amatore non solo dal possedimento delli monumenti qui registrati; ma anche dal sapersi che a lui indiritta aveva Girolamo Campagnola la Lettera sopra gli antichi pittori Padovani, addietro già citata, e dal vederlo introdotto come intendente di scultura a ragionare nel Dialogo da Pomponio Gaurico sopra quell’arte composto. Dell’antiquaria ancora perito ce lo fa conoscere Pierio Valeriano nel libro trentesimo terzo de’ Geroglifici al capo 35.
  28. [p. 140 modifica](28) E’ facile ad accorgersi che costui è il celebre Giovanni Van-Eych, detto da Bruges, benchè nativo di Maaseyk, piccola città sulla riva della Mosa; quel medesimo cui l’invenzione del dipingere ad oglio attribuiscono il Vasari, il Borghini, il Vander-Mander, il Baldinucci, il Descamps, e tanti altri; i quali aggiungere sogliono che da lui Antonello da Messina l’apprese, e verso la metà del secolo quindicesimo in Venezia trasportolla, donde nel resto d’Italia, ed altrove si è propagata. A’ nostri tempi però pitture ad oglio almeno d’un secolo anteriori a Giovanni si sono messe in campo; le quali riferite si veggono [p. 141 modifica]dal Raspe nel libro intitolato A Critical Essay on Oil-Painting, impresso a Londra nel 1781, dal P. della Valle nelle annotazioni al Vasari di Siena (T. III. p. 313. T. X. p. 5.), dal Tiraboschi nell’Istoria della Letteratura Italiana (T. VI. P. II. p. 407.), e nella Biblioteca Modenese (T. VI. p. 481.), dal Lanzi nella Storia Pittorica dell’Italia (T. I. p. 59. 586. II. 22.), dal Vernazza nel Giornale Pisano (T. XCIV. p. 220.), e da altri. Ma non s’accordano gl’intendenti di sì fatte cose nel giudicarle ad oglio, essendo molto difficile il conoscere, se un’antica pittura sia veramente stata lavorata ad oglio, o ad altro modo, per le varie prove usate dagli artefici a fine di recare alle opere loro quella vivacità che col dipingere a tempera non riusciva loro di darvi. Parve ancora di potersi far rimontare la pittura ad oglio al di là del secolo undecimo, sull’autorità di Teofilo Monaco, altrimenti detto Ruggiero, che ne insegnò l’uso in un’opera Latina, descritta già sino dall’anno 1774 da Abramo Lessing in una dissertazione Tedesca su questo argomento, impressa a Brunswick, poi da me ne’ Codici Naniani (n. XXXIX.) e dal Raspe nel mentovato libro in gran parte pubblicata, finalmente tutta inserita da Cristiano Leist nel tomo sesto della Collezione del Lessing intitolata Zur Geschichte und Litteratur, impresso a Brunswick l’anno 1781. E veramente Teofilo, scrittore non più tardo del secolo undecimo perciocchè l’opera di lui esiste in due codici di Vienna e di Wolfenbuttel dentro quel secolo ricopiati, chiaramente insegna nel Libro I. Capo 18. ad adoperare colori stemprati con oglio di linseme, dicendo: Si autem volueris ostia rubricare, tolle oleum lini, quod hoc modo compones. Accipe semen lini, & exsicca illud in [p. 142 modifica]ne super ignem sine aqua: deinde mitte in mortarium & contunde illud pila donec tenuissimus pulvis fiat; rursumque mittens illud in sartaginem, & infundens modicum aquæ, sic calefacies fortiter: postea involve illud in pannum novum, & pone in pressatorium, in quo solet oleum olivæ, vel nucum, vel papaveris exprimi, ut eodem modo etiam istud exprimatur. Cum hoc oleo tere minium, sive cenobrium super lapidem, sine aqua, & cum pincello linies super ostia, vel tabulas, quas rubricare volueris, & ad solem siccabis; deinde iterum linies, & rursum siccabis. Nè del dipingere ad oglio solamente campi senza figure e senza ornamenti Teofilo tratta, come asserisce il Barone di Budberg nell’Apologia di Giovanni da Bruges, che diede a stampa in Gottinga l’anno 1792 (Esprit des Journaux Octobre 1792. p. 417.), avendo egli scritto nel Capo 22. dello stesso libro: Deinde accipe colores, quos imponere volueris, terens eos diligenter oleo lini, sine aqua, & fac mixturas vultuum ac vestimentorum, sicut superius aqua feceras, & bestias, sive aves, aut folia variabis suis coloribus, prout libuerit. E’ piuttosto da osservare a merito ed onore dell’artista Fiammingo, che la maniera di dipingere ad oglio insegnata da Teofilo non toglieva l’incomodo di dover esporre le pitture al sole affinchè si seccassero; siccome dalle ultime di lui parole del Capo 18. addotte si vede, e più chiaro ancora dalle seguenti del Capo 23. dello stesso libro: Omnia genera colorum eodem genere olei teri & poni possunt in opere ligneo in iis tantum rebus quæ sole siccari possunt; quia quotiescunque unum colorem imposueris, alterum ei superponete non potes, nisi prior exsiccetur; quod in imaginibus diuturnum & tædiosum nimis est. Si autem volueris opus tuum festinare, sume gummi quod exit [p. 143 modifica]de ceraso &c.. Ma Giovanni da Bruges appunto perchè un suo quadro posto a seccarsi al sole per troppo calore gli si era spezzato, tanto rammarico n’ebbe, e tanto studiò per evitare questo disordine, che tale maniera di dipingere ad oglio ha trovata, per cui seccandosi li colori da per se, non rimaneva bisogno veruno di portare li quadri al sole. Di Giovanni da Bruges non ci dice veramente che fosse l’inventore del dipingere ad oglio Bartolommeo Facio nell’opuscolo de Viris illustribus, scritto da lui nell’anno 1456, e venuto poi in luce colla stampa in Fiorenza nel 1745; ma però belle e nuove cose intorno ad esso ci fa sapere con queste parole (p. 46.): Ioannes Gallicus nstri sæculi pictorum, princeps iudicatus est, litterarum nonnihil doctus, Geometriæ præsertim, & earum artium, quæ ad picturæ ornamentum accederent, putaturque ob eam rem multa de colorum proprietatibus invenisse, quæ ab antiquis tradita ex Plinii & aliorum auctorum lectione didicerat. Eius est tabula insignis in penetralibus Alphonsi Regis, in qua est Maria Virgo ipsa venustate ac verecundia notabilis, Gabriel Angelus Dei Filium ex ea nasciturum annuntians excellenti pulchritudine, capillis veros vincentibus, Joannes Baptista, vitæ sanctitatem & austeritatem admirabilem præseferens, Hieronymus viventi persimilis, bibliotheca miræ artis; quippe quæ si paulum ab ea discedas, videatur introrsus recedere, & totos libros pandere, quorum capita modo appropinquanti appareant. In eiusdem tabulæ exteriori parte pictus est Baptista Lomellinus, cuius fuit ipsa tabula, cui solam vocem deesse iudices, & mulier, quam amabat, præstanti forma & ipsa, qualis erat, ad unguem expressa; inter quos solis radius veluti per rimam illabebatur, quem verum solem putes. [p. 144 modifica]Eius est Mundi comprehensio orbiculari forma, quam Philippo Belgarum Principi pinxit; quo nullum consummatius opus nostra aetate factum putatur; in quo non solum loca, situsque regionum, sed etiam locorum distantiam metiendo dignoscas. Sunt item picturæ eius nobiles apud Octavianum Cardinalem, virum illustrem, eximia forma feminæ e balneo exeuntes, occultiores corporis partes tenui linteo velatæ notabili rubore; e quîs unius os tantummodo, pectusque demonstrans posteriores corporis partes per speculum pictum lateri oppositum ita expressit, ut & terga, quemadmodum pectus videas. In eadem tabula est in balneo lucerna ardenti simillima, & anus, quæ sudare videatur, catulus aquam lambens, & item equi, hominesque perbrevi statura, montes, nemora, pagi, castella tanto artificio elaborata, ut alia ab aliis quinquaginta millibus passuum distare credas. Sed nihil prope admirabilius in eodem opere, quam speculum in eadem tabula depictum, in quo quæcumque inibi descripta sunt, tanquam in vero speculo prospicias. Alia complura opera fecisse dicitur, quorum plenam notitiam habere non potui. Non si sono accorti gli scrittori moderni intorno a’ pittori che questo Johannes Gallicus fosse il Van-Eych, non vedendolo dal Facio fatto ritrovatore della pittura ad oglio. Ma non ce lo lasciano prendere in fallo li quadri di lui riferiti com’esistenti presso Alfonso I. Re di Sicilia, e presso prima il Cardinale Ottaviano degli Ottaviani, poi presso Federigo II. Duca di Urbino; li quali il Facio descrive in maniera da averneli veduti, e dal Vasari, dal Van Mander, dal Baldinucci, e dal Descamps come opere di Giovanni da Bruges ci vengono additati. Scriveva Francesco Sansovino nel 1580 (Venetia citta nobilissima et singolare, p. 57. t.) che Giovanni di [p. 145 modifica]Bruggia fece nella Chiesa di Santa Maria de’ Servi di Venezia una palla col presepio e co’ i tre Magi; lavoro che andò perduto. Ma è da intendersi ciò di Giovanni Van-Eych? Si avverta che v’è stato un Giovanni da Bruges scolare di Ruggiero pure da Bruges, di cui alcune cose il Baldinucci scrive (Decen. VI. P. II. Sec. III. T. IV. p. 17. Ed. Fior. 1768), chiamandolo però Ans, ovvero Hans, che nel Fiammingo linguaggio a Giovanni corrisponde. Il Vasari corrottamente Ausse lo chiama, ma però scrive che fece un quadro a’ Portinari in Santa Maria Nuova di Fiorenza, e che di sua mano era la Tavola di Careggi villa di quel Duca (Introd. Cap. XXI e T. III. p. 312. ed. Siena). V’è pertanto luogo a credere che costui venuto in Italia anche in Venezia operasse.
  29. [p. 145 modifica](29) Alessandro Capella Veneziano, figliuolo di Febo Gran Cancelliere della Repubblica, fu uomo di bell’ingegno, di lettere adorno, e d’amore costante inverso la patria; alla quale servendo come Segretario del famoso Andrea Gritti Proveditore in campo, fu fatto prigione seco lui, e condotto a Pavia. Delle buone sue qualità ne rende testimonianza Niccolò Leonico Tomeo, cui egli era grande amico, sì nella dedicazione fattagli del libro d’Aristotile della memoria e della reminiscenza da se tradotto e comentato, sì ancora in altri luoghi delle opere sue a stampa.
  30. [p. 145 modifica](30) Bertoldo Fiorentino scultore ebbe scuola da Donatello, ed insieme cogli altri condiscepoli fu erede delle cose dell’arte che quello aveva. Lo imitò assai specialmente in un getto di bronzo, che rappresentava una battaglia equestre di gran bellezza; e diede l’ultima mano a’ lavori del maestro, fra’ quali furonvi li pergami di bronzo in San Lorenzo di Fiorenza. Crebbe tanto in [p. 146 modifica]riputazione, che il Magnifico Lorenzo de' Medici avendo voluto raccogliere al suo giardino di San Marco alquanti giovani, fra’ quali v’era anche Michelagnolo, per farli ammaestrare nella pittura e nella scoltura, diede loro Bertoldo per capo e maestro; ed a lui affidò la custodia de’ molti disegni, cartoni, e modelli a quell’istituto raccolti. Tutto ciò dal Vasari nelle Vite di Donatello, di Torrigiano, e di Michelagnolo è detto. Una grande medaglia da Bertoldo gettata, non però di felice lavoro, fra quelle della Regia Libreria di San Marco in Venezia si trova; la quale da una parte ha il busto di Maometto II. Imperatore de’ Turchi con le parole mavmhet asie ac trapesvnzis magneqve gretie imperat. e dall’altra ha un carro trionfale, sopra cui sta un genio alato, che con la mano dritta tiene una fune e conduce avvinte tre donne coronate, simboli delle provincie conquistate, con le parole gretie . trapesvnty . asie . Abbasso stanno giacenti Mercurio e l’Abbondanza con le parole opvs bertoldi florentini scvltoris.
  31. [p. 146 modifica](31) E’ cosa nuova a sapersi che Cimabue abbia dipinto in Padova: pure non va sì tosto negata credenza al nostro scrittore, il quale con precisione indica questo avanzo di opera sua custodito come grande rarità. Per verità  Michele Savonarola nell’opuscolo altrove citato delle lodi di Padova, in cui raccoglie li pregi di quella città anche quanto ad insigni pittori che vi avevano operato, nulla dice di Cimabue: ma a tempo suo, cioè alla metà del secolo quindicesimo, l’incendio della Chiesa del Carmine era facilmente già  succeduto, e questo pezzo di pittura se ne stava nascosto. Pitture del tempo di Cimabue si vedevano già nelle chiese di Padova anche a [p. 147 modifica]tempo dello Scardeone; delle quali egli scriveva. Exɛtant in hac urbe ab annis trecentis & amplius signa & picturae, quae in templis antiquis visuntur, ita informes rudes, & distortae, ac sine ulla prorsus arte confictae, ut nemo pictor nunc, quamvis imperitus, eas melius & elegantius non effingat.
  32. [p. 147 modifica](32) E’ sempre stata famosa l’abitazione del Cardinale Bembo in Padova per la copia di squisiti monumenti alle lettere ed alle belle arti spettanti, che quel grand’uomo vi aveva raccolti. Statue, vasi, cammei, gemme, pietre intagliate, iscrizioni, medaglie, pitture, scolture; di sì fatte cose v’era stupenda adunanza. Quando altre prove non vi fossero sparse ne’ libri del suo tempo, basterebbero le lettere del Bembo medesimo a mostrare che con assiduità egli le cercava, e gelosamente le possedeva. Scrivendo nel 1516 al Cardinale Bernardo Divizio da Bibiena, gli fa le maggiori istanze per avere una Venerina di marmo, la quale, dice, porrò nel mio camerino tral Giove e il Mercurio suo padre e suo fratello (Opere del Cardinale Pietro Bembo, T. III. p. 12.), due piccioli bronzi qui riferiti. Non poteva egli stare lungo tempo senza vedere questa sua carissima suppellettile, e perciò nel 1542 trovandosi in Roma ebbe a scrivere a Flaminio Tomarozzo a Padova nel modo seguente: Io non posso più oltre portare il desiderio che io ho di riveder le mie Medaglie, e qualche altra cosa antica, che sono nel mio studio costì. Perchè sarete contento, quando tornerete a Roma, portarmi queste di loro. Le Medaglie d’oro tutte. Le d’argento tutte, da quelle infuori che sono nell’ultima tazza più grande di canna Indiana, ed in maggior numero delle altre. Le di bronzo delle prime quattro tazze di quella maniera, e più, se vi parrà  di dover portare. Il Giove ed il Mercurio e la Diana di [p. 148 modifica]bronzo, ed oltre a questo, che a voi piacerà di portarmi.... Porteretemi eziandio quella tazza dove stanno gli anelli e le corniole, e le altre cosette con ciò che è in essa (Opere del Cardinale Pietro Bembo, T. III. p. 266.). Ci dà una bella idea del museo del Bembo uno scrittore Padovano di antichità peritissimo, e contemporaneo, cioè Alessandro Bassano in un’opera inedita intitolata Interpretatio historiarum ac signorum in numismatibus XII primorum Cæsarum; della quale il ch. Sig. Abate Giuseppe Gennari, amico mio pregiatissimo, che la possiede, mi ha comunicate le parole seguenti che al proposito fanno. Petrus Bembus, cum bibliothecam, sive, ut expressius dicam, Musaeum Patavii haberet, non librorum modo, verum etiam omnis generis antiquitatis refertum; in primis illustrium antiquorum Pario ex marmore caelatas effigies, seu imagines; subindeque imagunculas Corinthio ex aere; tertio numismata incredibili fere copia, aurea, argentea, aerea retinens; & haec omnia relaxandi animi causa, cum a litterarum studiis Interdum se abdicaret, ut ad illud idem postmodum vegetiori rediret ingenio &c. Non occorre qui mostrare che di molta intelligenza e penetrazione il Bembo era nelle cose d’antiquaria; avendosene già  in pubblico chiare prove. Quanto ancora delle belle arti fosse studioso, e ne le promovesse, è pure manifesto; sicchè il Vasari trattando di Vellano da Padova, ha dovuto dire: Il suo ritratto mi fu mandato da Padova da alcuni amici miei, che l’ebbero, per quanto mi avvisarono, dal dottissimo e reverendissimo Cardinale Bembo, che fu tanto amatore delle nostre arti, quanto in tutte le più rare virtù e doti di animo e di corpo fu sopra tutti gli altri uomini dell’età nostra eccellentissimo (Vite T. III. p. 330. ed. Siena). Ma per aggiungere una qualche nuova notizia sopra questo [p. 149 modifica]particolare, dirò che tanti bei monumenti da se raccolti volle il Bembo che dopo la sua morte il figliuolo Torquato suo erede non alienasse giammai, nel testamento, che fece in Roma addì 5 Settembre 1544, e, per cura da me avuta, originale nella Libreria Regia di San Marco di Venezia si trova, incaricandolo di questo modo: Voglio oltre a ciò ch’egli sia obbligato di non vendere, nè impegnare, nè donare per nessun caso alcuna delle mie cose antiche, o di pietra, o di rame, o d’argento, o d’oro o di altro che elle siano, o fossero; ma di tenerle care ed in guardia, siccome l’ho tenute io: e parimente sia tenuto di fare così dei libri e delle pitture che sono nel mio studio e casa in Padova, e che io ho qui meco; tenendo tutto ad uso e comodità ed onor suo e memoria mia. Di fatti Torquato, cui il padre aveva fatto istillare l’amore delle antiche e belle cose, fu sollecito di conservare il museo paterno, e ad uso de’ letterati lo tenne; sicchè Enea Vico di esso ne profittò ne’ Discorsi sopra le Medaglie antiche, nel 1555 stampati (p. 87. 88. 93. 95.); Costanzo Landi insieme con Federigo di Granvella vi osservò le cose più rare, e segnatamente la Tavola Egizia, e Medaglie antiche, oltre li Codici di Virgilio e del Petrarca (Constantii Landi, Complani comitis, In veterum numismatum Romanorum miscellanea, p. 9. &c.); Gilberto Cognato nel 1558 lo vide con ammirazione (Cognat. Topograph. aliquot Ital. Civit. p. 388. Oper.); lo Scardeone nel 1560 ne diede in luce alcune antiche Iscrizioni (De antiquitate urbis Patavii, p. 86.); il Goltzio profittò delle antiche Medaglie conservatevi per le note opere sue (Goltzio, Ind. oper. inscripti, C. Iulius Cæsar &c., Lib. I., Brug. 1563); il Sigonio poi negli anni 1560 e 1574 da esso pubblicò quattro insigni pezzi di Leggi Romane, che in lamine di bronzo [p. 150 modifica]v’erano scritte, due cioè della Legge Toria sopra cose agrarie, e due della Legge Servilia sopra cose giudiziarie; li quali, venute le lamine in potere di Fulvio Orsino, furono l’anno 1583 riprodotti nelle Leggi e Decreti Romani da Antonio Agostini, ed in appresso dal Grutero nelle antiche Iscrizioni (Tab. CCII. DVI. DVII.): ma dall’Orsino al Cardinale Odoardo Farnese con altre simili cose lasciate ancor esse (Ursini Testam. post Vitam a Josepho Castalione), pervennero finalmente al Museo di Parma, in cui il March. Maffei le ha osservate (Osservazioni letterarie, T. III. p. 290.). Tenne Torquato con gran diligenza presso di se le anticaglie dal padre lasciate. Sunt adhuc omnia, diligentissimeque asservantur apud filium Torquatum Bembum, scriveva Alessandro Bassano nell’opera allegata. Nè si contentò dapprima di conservarle, ma le accrebbe ancora, a detta specialmente di Melchiorre Guilandino Prefetto dell’Orto Pubblico di Padova, che n’era testimonio di veduta (Melchioris Guilandini Papyrus, p. 59. ed. Venet. 1572.). Qualunque però ne fosse la cagione, Torquato prese il partito di privarsi de’ più rari monumenti, ed in Roma lo fece, dove trovandosi Ercole Basso nel 1583 scrisse al Cav. Niccolò Gaddi: Monsignor Bembo è qua in Roma, dove ha fatto esito d’una gran parte del suo studio (Lettere pittoriche, T. III. p. 197.). Allora fu che Fulvio Orsino, oltre li famosi codici di Terenzio, di Virgilio, e del Petrarca insieme comperati, acquistò le quattro Tavole di bronzo sovraccennate, le quali morendo nel 1600 al Card. Farnese lasciò. Un grande avanzo però del Museo del Bembo deve alla fine averne comperato in Venezia il celebratissimo Niccolò Claudio Fabricio di Peiresc; di cui scrive il Gassendo nella Vita di esso, che Bembi [p. 151 modifica]Equitis universam paene rerum antiquarum supellectilem a Cardinali usque Bembo deductam coemit (Lib. I. p. 33. edit. Hag. Comit. 1651).
  33. [p. 151 modifica](33) Giovanni Memmelinck nativo di Dama, città  presso Bruges, trovasi nominato come eccellente pittore dal Baldinucci dove tratta di Giovanni van Eych da Bruges (Decen. I. P. I. Sec. III. T. III. p. 62. ed. Fior. 1768); e il dir suo s’appoggia all’autorità di Carlo van Mander, pittore di chiaro nome e scrittore delle Vite de’ pittori Fiamminghi, nell’anno 1604 in Harlem impresse nell’idioma di quella nazione, e da lui usate sopra una traduzione Italiana non mai stata stampata (Decen. VIII. Sec. II. T. II. p. 186.). Di un quadro stimatissimo, che rappresenta Gesù bambino adorato da’ pastori, lasciato dal pittore medesimo allo spedale di San Giovanni di Bruges, fece ricordanza il Van Mander; e dopo lo ha meglio indicato Giovambattista Descamps (Vie des Peintres Flamands, T. I. p. 13.): ma questo secondo scrittore quanto al cognome il primo corregge, e dice che nell’orlo del quadro a grandi lettere v’è opvs iohannis hemmelinck. m.cccc.lxxix. con la solita sua marca. Potrebbe però la lettera M iniziale del cognome esservi di forma alquanto inusitata, sicchè faccia equivoco con la H. L’Anonimo nostro qui Memeglino lo dice, e Memelino sempre, ove riferisce altre opere sue presso il Cardinale Domenico Grimani; fra le quali un ritratto v’era dipinto nel 1450; così pure all’occasione d’indicare una pittura che se gli poteva attribuire, presso Antonio Pasqualino; aggiungendo ch’egli fu pittore antico Ponentino, frase da lui usata per dinotare i pittori Fiamminghi.
  34. [p. 151 modifica](34) Di questa pittura sembra per verità  che [p. 152 modifica]abbia ad intendersi il Bembo, quando scrive ad Antonio Anselmi a Venezia da Villa Bozza nel 1538: Son contento che al Beazzano si dia il quadro delle due teste di Raffael da Urbino, e che gliele facciate portar voi, ed anco gliele diate, pregandolo ad aver cura che non si guastino. Se a questo passo avesse posta mente l’Ab. Angelo Comolli, non avrebbe, credo io, dubitato che di Raffaello non fosse il quadro dall’anonimo qui riferito, di cui ne aveva da me avuta notizia (Vita inedita di Raffaello, p. 53. ed. 1791). Andrea Navagero Patrizio Veneziano fu grande amatore dell’antichità, siccome ad uomo d’alto spirito e di gusto delicatissimo in ogni maniera di bella letteratura conveniva. Non lasciò di portarsi a vedere gli avanzi di Roma antica, e di que’ contorni; di che ne dà indizio il Bembo scrivendo così da Roma nell’Aprile del 1516 al Cardinale Divizio: Io col Navagero e col Beazzano e con M. Baldassar Castiglione e con Raffaello domani anderò a riveder Tivoli, che io vidi già un’altra volta vintisette anni sono. Vederemo il vecchio e il nuovo, e ciò che di bello fia in quella contrada. Vovvi per dar piacere a M. Andrea, il quale fatto il dì di Pasquino si partirà per Vinegia (Opere del Cardinale Pietro Bembo, T. III. p. 10.). Ecco l’occasione d’amicizia fra il Navagero il Beazzano e Raffaello; e facilmente ancora il tempo della pittura dal Bembo posseduta. Il Navagero parimente e il Beazzano avea ritratti Tiziano in uno de’ quadri istoriati della Sala del gran Consiglio in Venezia, arsi dal fuoco del 1577 (Sansovino, Venetia citta nobilissima et singolare, p. 131. ed. 1581). Del primo però ci è restata l’effigie in un medaglione di bronzo con altro del Fracastoro, fatture del celebre Giovanni Cavino Padovano, per cura presasi da Giovambatista Rannusio, collocate [p. 153 modifica]in Padova sotto un arco a San Benedetto; il quale al principio delle opere d’esso Navagero dell’edizione Cominiana con intaglio in rame rappresentato si vede. Nonostante la diligenza usata dalli chiarissimi e benemeriti fratelli Volpi nel raccogliere li componimenti e le memorie del Navagero in quell’edizione, v’è ancor luogo a farne una migliore; alla quale certo gioverebbero alcuni supplimenti di mano di Don Gaetano Volpi, che io ne tengo, e che d’altri, risguardanti sì la persona sua, come gli scritti, e le critiche ed apologie di essi, incidentemente in varii tempi ho accresciuti. Agostino Beazzano nato in Trevigi, ma di famiglia Veneziana, fu poeta elegantissimo in Latino ed in Volgare; e cose di lui in ambe le lingue a stampa si veggono. Stretta amicizia egli tenne col Bembo, nella di cui morte pubblicò versi proprii e d’altri ancora. Fu ancora amico del Navagero; e sebbene abbia avuto seco lui un disgusto gravissimo, per cui protestava di non volere più essergli amico (Lettere di diversi al Bembo, p. 127. t.); pure nella sua morte lo ha con versi lodato. Del Beazzano ha scritto con esattezza il Mazzucchelli; ma più diffusamente e con diligenza singolare Fra Giovanni degli Agostini nel tomo terzo delle Notizie intorno agli Scrittori Veneziani; il quale a penna sta presso a’ Francescani Osservanti della Vigna, da me veduto con un grande apparato di notizie per la continuazione di quell’opera, il tutto di mano dell’Agostini.
  35. [p. 153 modifica](35) Di Sebastiano Veneziano, poi Frate del Piombo, eccellente nel ritrarre, qui si conosce un’opera non mentovata da quelli che di esso hanno scritto.
  36. [p. 153 modifica](36) Non si aveva notizia di questi due [p. 154 modifica]ritratti del Bembo, l’uno di Raffaello, l’altro d’un Giacometto Veneziano, autore sconosciuto di pitture e miniature dal solo anonimo nostro indicate. Bensì varj altri ritratti di lui a parte fatti se ne conoscevano. Due ne fece Tiziano, prima che il Bembo fosse Cardinale, e dopo; il secondo de’ quali potrebbe esser quello che a’ giorni nostri fu trovato nella casa già di Pietro Gradenigo, ch’ebbe per moglie la Elena d’esso Bembo figliuola, e con grande maestria intagliato in rame dall’eccellente Bartolozzi vedesi al principio dell’Istoria Veneziana dal Cardinale volgarmente scritta, e secondo l’originale da me pubblicata in Venezia l’anno 1790. Un ritratto ancora come dipinto per mano di Tiziano ne lasciò Marcantonio Foppa l’anno 1673 alla città  di Bergamo, da essere in pubblico luogo collocato (Serassi, Vita di Torquato Tasso, p. 520. ed. Roma. Pasta, Le pitture notabili di Bergamo, p. 33.). Altro ritratto sulla tavola, di picciola forma, che di maniera Tizianesca è certamente, fatto dopo il Cardinalato, una volta di ragione di Paolo Rannusio, come un’iscrizione dietro postavi il dinota, Pauli Rhamnusii & amicorum, poi venuto in potere del mio Bali Farsetti, con altre rare cose da questo lasciatevi, nella Regia Libreria di San Marco si conserva. Di grandezza quasi eguale a questo uno ne possiede in Padova l’ornatissimo Sig. Conte Antonio Borromeo con l’iscrizione Petrus Bembus annum agens LXXVII.: e da questo pare cavata una stampa intagliata in rame che ha le parole medesime, ed è fattura del cinquecento, da me già veduta in una grande raccolta di simili cose, che il buon amico mio Amedeo Svaier aveva. Nella Galleria di Firenze ed in altre ritratti del Cardinale non mancano. Anche il [p. 155 modifica]Vasari ritrasse il Bembo, secondo una stampa in rame che ne va attorno; e questo era presso il Cardinale Luigi Valenti Gonzaga: ma il sembiante in questo è sì diverso da tutti gli altri, che il Bembo non vi si riconosce. Da Raffaello fu pure ritratto il Bembo nel palazzo Vaticano, e da Tiziano in quello di Venezia; insieme però con altri uomini illustri di que’ tempi. Medaglie con l’effigie di lui, e busti di marmo parimente si fecero; stampe in rame ed in legno che lo rappresentavano e separatamente fatte, ed al principio delle Rime di lui, nella prima Libreria del Doni, negli Elogj del Giovio, ed in altri libri del secolo sedicesimo furono poste. Potevano così quei che presenzialmente veduto non avevano quel grand’uomo formare facilmente idea di sua persona; siccome toccò al Mureto il quale dedicando a Torquato di lui figliuolo gli Scolii suoi sopra Tibullo scriveva: Equidem non solum quae ille nobis monumenta ingenii sui plurima ac pulcherrima reliquit accurate pervolutare; verum etiam imagines corporis ipsius studiose contemplari soleo, magnamque ex eis oblectationem capio, quod illae mihi ipsum ante oculos constituere rideantur.
  37. [p. 155 modifica](37) Opera di merito singolare doveva esser questa, per l’intima familiarità, che si sa aver avuto Iacopo Bellino con Gentile da Fabriano suo maestro in Venezia. Era poi anche rarissima; non ricordandosi da quei che le memorie di Gentile hanno raccolte ritratto alcuno di lui separatamente dipinto.
  38. [p. 155 modifica](38) Bertoldo d’Este Capitano generale dell’armata da terra de’ Veneziani nella Morea lasciò la vita nella difesa di Corinto l’anno 1463; e trasferito il corpo suo a Venezia, se gli fece un [p. 156 modifica]pubblico funerale, con Orazione recitata da Bernardo Bembo padre del Cardinale (Sanudo, Vite dei Dogi, p. 1179.). Fu registrata l’Orazione dal Tommasino fra li manoscritti de’ Candi in Padova (Bibl. Patav. Mss. p. 89.) ma essa, per quanto io conosco, a stampa non s’è mai veduta. Bensì la ho io letta in una privata Libreria di Venezia, e degna dell’Oratore e del Capitano mi parve. Il fatto che costò a Bertoldo la vita nel seguente tratto di eloquenza è compreso. Urbem Corinthi in summo inaccessibilis montis sitam, quam nullus superiore tempore imperator, praeter L. Mummium Consulem, alio telorum genere, quam conviciis & imprecationibus lacessere potuit; non ipse Epirotarum Rex, non Baiazetes huius Mahometi proavus, non is denique Mahometus perditissimus tyrannus, etsi quingentis millibus hominum imperaret; iste quingentis dumtaxat armatis militibus eousque per angustissima viarum conscendit, tentoria fixit, vexilla erexit, quo nec ab ipsis posse capreis reptando perveniri quivis facile iudicare potuisset. Inter tantas rerum angustias & totius status nostri momentaneam conditionem vel maxime enituit Bertoldi nostri virtus; aliis enim trepidantibus egentibusque consilio, ipse tamen impavidus, infatigabilis, intentus, exhortatione, opera, celeritate, moenia iam arcis tormentis magna ex parte prostraverat; ut nisi detracta paullisper ad respirandum galea, detestanti lapidis ictus caput illi secundum aurem percussisset, illa dies, illa inquam dies, rebus Venetis certissimam & nullis antea saeculis auditam victoriam peperisset. Sopra la fatale morte di Bertoldo scrissero in prosa Latina Francesco Barozzi, che fu Vescovo di Treviso, e Lodovico Carbone Ferrarese; ed in verso Iacopo Ragazzoni Veneziano e Pietro Barozzi, che fu Vescovo di Padova: ma credo che a [p. 157 modifica]stampa non vi siano, sennon i versi di quest’ultimo (Contareni, Anecdota Veneta, p. 213.).
  39. [p. 157 modifica](39) Di Madonna Laura ritratta da Simone di Martino, altramente detto Simone Memmi Sanese, in Avignone, nel chiostro della Chiesa Cattedrale, sotto la figura di una giovane vestita di verde a piedi d’un San Giorgio a cavallo che la libera da un drago, v’è qualche tradizione riferita dall’Ab. de Sade nelle Memorie sul Petrarca (T. I. p. 401.) e da altri (Lettere Sanesi del P. della Valle, T. II. p. 95.): ma di questa Santa Margherita, in cui Laura fosse effigiata, la notizia riesce nuova.
  40. [p. 157 modifica](40) Di Giulio Campagnola ci conviene credere maraviglie, leggendo specialmente ciò che di lui sappiamo da Matteo Bosso nelle Lettere e da Panfilo Sasso ne’ Versi Latini; mentre poco più che fanciullo ci viene rappresentato come perito di lettere Latine, Greche ed Ebraiche, poeta, pittore, scultore, cantante, e suonatore, tutto in grado distinto. Alle testimonianze del Bosso, che lo Scardeone ha apportate (De antiquitate urbis Patavii, p. 244.), altra del medesimo Scrittore aggiungere se ne può da una Lettera a Girolamo di lui padre scritta circa l’anno 1494, con la quale lo ragguaglia della bella riuscita che Giulio faceva in Verona presso di se. Vix tertium ingressus lustrum ingenio & natura non est Lippo (Aurelio Brandolino) absimilis; quin praeter litteras tum Latinas tum Graecas, impuber iste & lyram tractare, & in ea canere, versus edere, &, quod caecus non potest, scribere, pingere, statuas atque signa fingere sic per se se magis, ut puto, duce natura, quam arte, perdidicit; ut temporibus nostris omnibus illis tantis in rebus simul possit meo iudicio conferri nemo. Così il Bosso nell’epistola lxxv. della seconda collezione [p. 158 modifica]stampata in Mantova nel 1498. Qualche componimento poetico di Giulio ho veduto, e segnatamente un Sonetto in morte di Papa Giulio II da Marino Sanudo ne’ voluminosi suoi Diarii ricopiato. Una pittura di Giorgione da Castelfranco ed un’altra di Benedetto Diana, non ignobile fra gli antichi pittori Veneziani, avevano servito di originali al Campagnola per li due quadretti qui riferiti.
  41. [p. 158 modifica](41) Fu Carlo Bembo fratello del Cardinale, che nella morte di lui succeduta addì 30 Decembre 1503 fece quella Canzone sì bella, che nelle rime di lui con un Sonetto sullo stesso argomento si trova. Bernardo padre, anche per testimonianza delle Croniche nostre, nel 1472 fu ambasciatore della Repubblica a Carlo Duca di Borgogna per indurlo a collegarsi con essa contro li Turchi (Muratori, Rerum Italicarum scriptores, T. XXIII. p. 1135.).
  42. [p. 158 modifica](42) Un Cupido, d’antica scultura, adagiato a dormire sopra la pelle di lione, con la fiaccola estinta, l’arco, il turcasso, e la mazza d’Ercole, era presso Isabella d'Este Gonzaga Marchesa di Mantova, celebre per la coltura e pel favore delle lettere e delle arti; e si guardava l’opera come di Prassitele, per testimonianza di Giammaria Tricelio, il quale nel suo Lessico Greco e Latino, stampato in Ferrara l’anno 1510, alla voce πανδαμάτωρ, pubblicando un distico Greco che sopra quel Cupido avea fatto, adoperò queste parole: Interim referam carmen, quod Mantuae cecineram, viso Isabellae Praxiteleo Cupidine dormitante in Nemei leonis pelle, face exstincta, arcu & pharetra ac clava Herculea post terga positis &c. Nè ad altro, che a questo devono appartenere una Selva di versi esametri di Fra Battista Mantovano, De Cupidine marmoreo dormiente ad Elisabellam Mantuae Marchionissam, ed un [p. 159 modifica]epigramma del Castiglione in Cupidinem Praxiteleum; li quali componimenti mostrano di essere stati fatti avendo la scultura presente. Altro Cupido di marmo in atto di dormire, posto similmente sulla pelle del lione, cogli attrezzi medesimi di quell’antico, fece Michelangelo Buonarroti, posseduto prima da Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, poi da Cesare Borgia Duca Valentino, che alla Marchesa suddetta lo diede (Vasari, Vite, T. X. p. 39.); e sopra questo epigrammi di Ercole Strozzi, d’Ippolito Capilupi, e d’altri a stampa vi sono. Ambedue in Mantova si vedevano l’anno 1573, quando vi passò il Tuano; e, secondo che far si soleva, prima gli fu mostrato il moderno, poi l’antico, siccome di bellezza molto maggiore (Thuanus, Commentariorum de vita sua, Lib. I. Historiam sui temporis, T. VII. p. 14. ed. Lond. 1733). Sulla fine ancora del secolo stesso nel Museo si vedevano, per indizio che se ne ha da Raffaello Toscano (L’Edificazione di Mantova ec., p. 25. ed. 1586): ma nè l’uno, nè l’altro ora come superstite si conosce. Del Cupido posseduto dal Bembo è qui detto che aveva presso di se una lucertola, nè degli attrezzi soliti porsi a quella Deità si fa parola. Ma quell’animaluccio, che dorme gran parte dell’anno, suole trovarsi accanto un fanciullo alato, dormiente sulla pelle del lione, o pure con un lione sotto alla testa, con fiori di papaveri, ed altri accessorii, non però quelli d’Amore; e per il Sonno dagl’intendenti a ragione viene preso. Così è in una scultura di Roma presso il Maffei (Statue Romane n. CLI.) ed il Montfaucon (Supplement au Livre de l’antiquité expliquée et representée en figures, T. I. p. 215. p. 225.) in altra di Praga (Jacobi Tollii Epistolae itinerariae, pag. 72.) ed in quella di Iacopo Tollio, che fece tanto scrivere a lui, ed a Iacopo Rondell (Tollii Fortuita, [p. 160 modifica]litterar. p. 261. Bayle Nouvel. de la Rep. des Lett. 1684 Decemb. & 1687 Mart.); nella quale hanno mostrato che il Sonno debba riconoscersi specialmente Enrico Cristiano Enninio (Jacobi Tollii Epistolae itinerariae, p. 86.) e Michele Federico Lochner (Papaver ex omni antiquitate erutum, p. 165.). Anche nel Museo della Regia Libreria di San Marco di Venezia trovasi in marmo un bel puttino abbandonato a dolce sonno sulla pelle del lione, con la lucertola, una ghirlanda di fiori sonniferi sotto alla mano sinistra, ed ancora vicino un ghiro, animale dormiglioso pur esso; e questo nella illustrazione a stampa d’esso Museo fu giudicato essere il Sonno. E’ tuttavia vero che il predecessore mio chiarissimo Antonio Maria Zanetti scrivendo al Gori lo ha poi chiamato un Cupido (Condivi, Vita di Michelangelo, p. XXIII. ed. 1746); e Giuseppe Bartoli nella Lettera quinta intorno all’opera sua che contener doveva la spiegazione del Dittico Quiriniano (p. CCXVI.) si fa forte sopra il detto del Zanetti per istabilire l’opinione sua, che in quella scultura Cupido sia rappresentato. Ma sempre sta che a dinotare il Sonno più segni in essa concorrano, e che di questi alcuno appena ve n’abbia che all’Amore specialmente appartenga. Tutto ciò fa sospettare che ancora nella scultura presso il Bembo, piuttosto che Cupido, il Sonno riconoscere si dovesse.
  43. [p. 160 modifica](43) E’ questo l’insigne codice di Terenzio, scritto in lettere majuscole quanto al testo, e in carattere corsivo quanto agli scolii, con le maschere sceniche a’ luoghi proprii inserite; il quale fu riguardato sempre come un avanzo della più alta antichità, di cui libri pervenuti ci siano, e Bembino si suole vedere nominato. Lo aveva avuto Pietro Bembo per retaggio del padre, uomo [p. 161 modifica]anch’egli celebre per letteratura, e questo nel 1457 lo aveva acquistato forse dal poeta Porcello Pandonio Napoletano, che certamente lo possedette, ed alla fine vi ha scritto Mei Porceli Laureati antiquitatis pignus egregium. Carissimo se lo teneva il vecchio Bembo, ed a’ suoi discendenti ne commise la conservazione scrivendovi al principio:

    est mei bernardi bembi
    qvi post eivs obitvm maneat
    in svos.
    antiqviss. antiqvitatis reliqviae


    Nelle buone mani di Pietro Bembo, e coll’opera ancora di lui, lo esaminò a suo piacere quel grand’ingegno di Angelo Poliziano in Venezia l’anno 1491, ed a norma di esso ne ridusse un esemplare stampato nel 1475; il quale posseduto da Pietro Crinito e da Pier Vettori, poi passò nella Libreria Laurenziana (Bandini Catal. Mss. Latin. T. II. p. 264.), ed ora nella Magliabechiana si trova (Fossii, Catalogus codicum saeculo 15 impressorum, qui in publica Bibliotheca Magliabechiana Florentiae adservantur, T. II. p. 639.). Nel collazionare il codice rimase il Poliziano preso da venerazione per la sua antichità, e non potè fare a meno di non iscrivervi dentro:


    o foelix nimivm prior aetas
    ego angelvs politianvs homo vetvstatis
    minime incvriosvs nvllvm aeqve me
    vidisse ad hanc diem codicem
    antiqvvm fateor


    Egli concepì ancora il disegno di fare un’edizione di Terenzio, mettendo a profitto l’opera [p. 162 modifica]fatta sopra questo codice (Bembus de Fabul. Terentii): non la fece però, ma coll’autorità  di esso gli argomenti delle Commedie a Gaio Sulpizio Apollinare ha restituiti, e poco altro uso nelle opere a stampa ne fece. Il Bembo stesso sembra che primo sia stato a dare al pubblico un bel saggio della bontà  del suo testo nel Dialogo de Virgilii Culice & Terentii Fabulis: nè di questo però, nè di altro scritto del Bembo può intendersi il seguente passo del Vettori, in cui egli un’operetta indica, che ora non abbiamo: Est apud me Terentius ille, quem olim Angelus Politianus cum veneranda vetustatis codice, (ut sunt eius verba) Petri Bembi contulit, suaque manu non tantum quaecunque in eo a vulgatis discrepabant, verum etiam doctas quasdam interpretationes, qua in eius libri marginibus adscripte erant, accurate perscripsit, quae & multae sunt & eruditi prorsus viri, iudicio etiam optimi & doctissimi viri Petri Bembi, qui libri illius dominus sermonem elegantissimum de ipsius slaudibus confecit, in quo declarationes etiam has & probat & amplexatur (Petri Victorij Explicationes suarum in Ciceronem castigationum, p. 72. edit. Lugd. 1540).

    E’ abbastanza noto il buon uso che da varii celebri letterati nel secolo sedicesimo di questo codice s’è fatto, e specialmente dal Faerno per l’edizione stimatissima dei Giunti di Firenze 1564; avendone prestato facilmente l’uso di esso anche Torquato Bembo, che con la libreria paterna fu di esso padrone. Dacchè però Fulvio Orsino lo acquistò, ed alla Vaticana Libreria lo ha poi lasciato, dove sino a’ giorni nostri ci stette, via maggiore profitto se ne cavò, massimamente per l’opera di Cristoforo Enrico Bergero De Personis, stampata in Lipsia l’anno 1723., nella quale le maschere furono pubblicate, e per due [p. 163 modifica]splendide edizioni di Terenzio, l’una di Urbino 1736, che ha le maschere pur essa, e l’altra di Roma 1767, in cui oltre ad essere queste state riprodotte, quanto al testo molto alla lezione del codice si è deferito. Se per altro in luogo di fare queste due edizioni si fosse rappresentato al pubblico il testo medesimo del codice con gli scolii e con le figure nell’originale ed intero suo stato; siccome dal Foggini e dal Bottari si fece del Virgilio Laurenziano e del Vaticano; assai migliore servizio si avrebbe reso al Comico, allo Scoliaste, ed al pubblico; e la paleografia ancora vi poteva guadagnare un ricco complesso di scrittura nell’antichissimo carattere corsivo Romano, che contemporaneo al maiuscolo unicamente in questo codice si vede; giacchè li saggi pubblicati dal Mabillon (De re diplomatica libri VI, p. 354.), dagli autori della Nuova Diplomatica Francese (T. III. p. 59.), e dal Coquelines nell’edizione di Roma 1767 (Præf. p. IV.) non ci mostrano sennon il majuscolo, e corrispondono pur male al suo originale, per attestazione del ch. Sig. Ab. Gaetano Marini, amico mio pregiatissimo; il quale grande intendente com’è di sì fatte cose, non dubitò di ripetere anche quanto a’ tempi presenti ciò che di esso detto aveva il Poliziano tre secoli addietro, cioè essere questo il codice più antico che sia conosciuto (Lettera sopra il Ruolo de’ Professori di Roma del 1514, p. 96.). Ad ogni modo però, bene considerate le osservazioni fatte da quei che il codice attentamente hanno esaminato, e con fondamento giudicare ne potevano, risulta che piuttosto anteriore, che posteriore al secolo quinto esso ragionevolmente stabilire si possa.

  44. [p. 163 modifica](44) Questo preziosissimo codice, che appartenne una volta a Gioviano Pontano, dopo di [p. 164 modifica]essere stato posseduto dal Cardinale Bembo, e da  Torquato suo figlio, egualmente che quello di Terenzio, passò in potere di Fulvio Orsino, e da lui fu lasciato alla Libreria Vaticana, in cui sino a’ tempi nostri vi stette. Contiene esso soltanto frammenti della Georgica e dell’Eneida di Virgilio: sono però questi in lettere maiuscole scritti, e sparsi frequentemente di figure che mostrano vestiti, armamenti, riti, ed usi dell’antichità, e rendono il codice in singolare maniera caro agli eruditi. Lo Schelestrate inclinava a crederlo del tempo di Settimio Severo (in edit. Bottari 1741. Præf, p. IV.), nè il Mabillon aveva difficoltà  di crederlo scritto prima di Costantino il grande (Iter Italicum litterarium, p. 61.). Il Winkelmann si persuase di poter fissare l’età  sua, osservando che da un ragguaglio nel medesimo libro, e dell’età  medesima di esso risulta essere quel codice e quelle pitture effettivamente dei tempi di Costantino (T. II. p. 409. ed. di Roma): nessun altro però, che io vegga, non solo ha prodotta tal prova, ma neppure ha fatto motto di questo ragguaglio. Rimane pertanto che dietro al saggio del carattere, presentato al pubblico nell’edizione di tutto il codice, fatta da Mons. Giovanni Bottari in Roma l’anno 1741 e riprodotto nella Diplomatica Francese de’ Benedettini di San Mauro (T. III. p. 50.), si debba reputare del secolo quinto, a cui lo attribuisce anche l’Abate Rive (Prospectus d’un ouvrage sur les miniatures des Manuscrits, 1782. p. 11.), consentendovi pure l’eruditissimo Sig. Heyne ne’ prolegomeni dell’insigne suo Virgilio (p. xxxvii. ed. Lips. 1788), dove gl’Italiani riprende come troppo facili a spacciare li monumenti loro per assai più antichi di quel che veramente essi siano. Le figure tutte del codice si avevano [p. 165 modifica]intagliate in rame, però col donarvi stile migliore, da Pietro Santi Bartoli sino dall’anno 1677 in Roma in quarto, per cura presasi dal Cardinale Camillo de’ Massimi: quivi pure sopra gli stessi rami furono esse riprodotte nel 1725 in foglio: il Bottari le inserì nell’edizione de’ Frammenti Virgiliani fatta a norma del codice l’anno 1741: nell’edizione di Virgilio Latino ed Italiano, fatta in tre tomi in foglio l’anno 1763 parimente vi furono poste: finalmente nel 1776, e nel 1782, sempre in Roma, di nuovo si trassero in luce, in forma di quarto, ma con qualche varietà  nell’ordine, e sopra li rami già dall’uso a mala condizione ridotti. Altro codice di Virgilio, e questo pure molto antico, ebbe il Bembo, contenente li Poemetti, la Buccolica e il primo libro della Georgica; di cui buon uso egli medesimo prima fece nel Dialogo de Virgilii Culice &c., poi nell’edizione Aldina de’ Versi Priapeii e dei Poemetti Virgiliani, fatta l’anno 1517, Francesco Asolano ne profittò (Heyne Præfat. in Culicem Virgil.). Questo codice ancora fece suo Fulvio Orsino, e lo ha chiaramente distinto dall’altro più antico di sopra riferito, scrivendo (Ad Virgil. Eglog. VIII. v. 44.); Ex ea particula apparet Servium ita legisse versum Virgilianum quomodo iampridem Petrus Bembus indicavit reperiri in suo tunc optimo libro, quem nunc ego domi habeo, translatum ex illius bibliotheca cum aliquot aliis magni nominis codicibus, Terentio scilicet maioribus litteris scripto, & itidem Virgilio, quem ex Academia Pontani, grandioribus litteris exaratum habuisse Bembum dicunt: in eo autem libro quem supra significavi, in quo tantum Lusus iuveniles cum Bucolicis & parte libri primi Georgicorum continentur, &c. Non va dunque confuso questo [p. 166 modifica]codice, che l’Orsino poi chiama pervetustum, con l’altro suddetto, come fecero Anton Federigo Seghezzi (Opere del Bembo, T. IV. p. 303. ed. Ven. 1729) il Burmanno giovine (Præf. in Antholog. Latin. p. LIV. & Præf. in Virgil. 1746.) e l’Heyne (Praef. in Virgil. p. XLVIII.); nè questo fra li molti codici Virgiliani della Libreria Vaticana, riferiti dal Bottari ne’ prolegomeni della citata edizione, si vede. Di uno di questi due Codici pare certamente che debba intendersi Tommaso Giunta stampatore Veneziano, quando nella Lettera dedicatoria del suo Virgilio impresso l’anno 1552, a Giovita Rapicio dice che gli presenta il poeta nunc quampluribus locis emendatum ex vetustissimo Petri Bembi Cardinalis manuscripto codice, quem cum nostris, & Andreæ Naugerii, tuisque item exemplaribus contuli. Due altri testi a penna d’opere di Virgilio aveva il Bembo, li quali vennero in mano di Lorenzo Pignoria (Tomasini, Bibliothecae Patauinae manuscriptae publicae & priuatae, p. 84.): ma questi non si sa di quanto merito fossero. Ad altro luogo appartiene il trattare delle rarità  della Libreria del Bembo, che conteneva gran quantità  d’ogni sorte di nobilissimi libri, antichi e moderni, in tutte le lingue e facoltà, scritti di mano propria molte volte degli autori medesimi che gli composero, siccome disse il Varchi nell’Orazione funebre del Cardinale. Ricorderò soltanto che autografi v’erano delle Rime e dell’Egloghe Latine del Petrarca, e facilmente ancora quello dell’opera del medesimo de Vita solitaria, posseduto da Bernardo Bembo, e poi nella Libreria Vaticana passato (Iacobi Philippi Tomasini Patavini episcopi æmoniensis Petrarcha redivivvs, p. 29. ed. 1650).
  45. [p. 166 modifica](45) Hanno rapporto queste parole alli sei ultimi pezzi qui riferiti, li quali ha voluto [p. 167 modifica]l’anonimo indicare, scrivendovi di sua mano, che insieme col Mercurio, non erano del Bembo, ma d’altro padrone, forse di Bartolommeo Ammanati celebre scultore Fiorentino. Non si vede fra le anticaglie del Bembo qui riferite fatta menzione del più cospicuo ed esimio pezzo, che poi rese assai più famoso il di lui museo; cioè della gran Tavola di bronzo Egizia, riportata di sottili lamine d’argento; la quale fu sovente chiamata Isiaca siccome a’ Misterii d’Iside appartenente, e sì per la moltitudine delle cose rappresentate, come per la difficoltà  di fissarne la significazione, diede assai che dire agli eruditi. Pare che a tempo dello Scrittore nostro il Bembo non l’avesse per anco acquistata, nè è ben chiaro, come non lo era a tempo del Pignoria, se comperata egli se l’avesse da un ferraio, che nel sacco di Roma del 1527 l’avea fatta sua; o pure da Papa Paolo III l’avesse in dono ricevuta. Si vuole che trovata fosse in una vigna di casa Caffarelli, nel monte Aventino, dove un tempio d’Iside sia stato (Oberlinus, Orbis antiqui monumentis suis illustrati primae lineae, p. ult.). Il Sannazaro e Pierio Valeriano con stupore la videro presso il Bembo, che molto cara la teneva e fra le cose sue più preziose; ed a questo secondo ne mandò da Roma un disegno (Pierio Valeriano, Hieroglyphica, Dedic. Lib. XX. & XXXIII.). Da Torquato Bembo altro disegno ne ottenne il Cardinale Antonio Perrenoto di Granvella, per asserzione di Stefano Vinando Pighio (Mythologia in anni partes, apud Gronovium Thesaur. T. IX. p. 1194. ed L. B.). Ma finalmente divenne ella pubblica con un esatto intaglio in rame di Enea Vico, impresso in Venezia nel 1559 in undici fogli, che la rappresentano in tutta la grandezza ed ogni di lei parte. Cambiò in [p. 168 modifica]seguito padrone la Tavola, vivente ancora Torquato; da cui nel 1574 in Roma cercandosi di farne esito, Ercole Basso maneggiava di farla acquistare al Duca di Fiorenza (Lettere pittoriche, T. IV. p. 198.). Comunque però andasse l’affare, capitò ella in potere di Vincenzio Gonzaga Duca di Mantova, nel di cui Museo v’era l’anno 1605, per testimonianza del Pignoria, che primo ne pubblicò una spiegazione in Venezia l’anno suddetto. Fece egli ciò, senza dare insieme col libro la Tavola: ma potevasi questa avere e della prima impressione del Vico, e d’una seconda, che ne aveva fatta sopra li rami medesimi da se acquistati Iacopo Franco in Venezia l’anno 1600. Facile cosa pertanto fu dopo queste due impressioni il riprodurla all’Herwart nel Thesaurus Hieroglyphicorum, al Kirkero nell’Œdipus Ægyptiacus, ad Andrea Frisio nella ristampa dell’opera del Pignoria da se fatta in Amsterdam nel 1669, al Montfaucon nell’Antichità  spiegata, ed al Conte di Caylus nella Raccolta d’antichità; de’ quali nessuno vide la Tavola nell’originale, credendosi ancora da alcuno di essi, come dal Montfaucon, ch’ella andata fosse smarrita. Ma frattanto questa passata era in Torino, dove nel Museo Regio la trovò il Mabillon sino dall’anno 1685 (Iter Italicum litterarium, p. 8.), il Maffei l’ha esaminata nel 1711 (Giornale de’ Letterati d'Italia T. VI. p. 449.), e sino a’ giorni nostri continuò ad esservi gelosamente custodita. (La Lande, Voyage d’Italie, T. I. p. 160.). Nulla però tanto contribuì a rendere famoso questo monumento, quanto la grande varietà  di pareri e di spiegazioni portate fuori da illustri scrittori sopra la sua antichità , e più ancora sopra le cose in essa rappresentate. Pignoria, Maiero, Rudbek, Herwart, Kirkero, Schmidt, Montfaucon, [p. 169 modifica]Iablonski, Warburton, Caylus, le Court Gebelin ne hanno principalmente trattato; sempre però lasciando dubbiosi quei che si prendono la pena di confrontare le loro opinioni: nè ciò ha da recare maraviglia, fintanto che non si pervenga alla vera conoscenza de’ simboli e geroglifici presso quella grande nazione già usati.
  46. [p. 169 modifica](46) Non si veggono più nella cappella, già di Tebaldo Cortellieri, le pitture a fresco di Giusto, ricordate anche dallo Scardeone (p. 370.), secondo il Portenari perite (anzi fatte perire) per la fabbrica del Capitolo fatto sopra essa cappella l’anno 1610 dalla Compagnia delli Battuti della Cintura (Felicità di Padova, p. 449.).
  47. [p. 169 modifica](47) Nemmeno questa pittura più si vede, la quale sarebbe opera d’artista sconosciuto.
  48. [p. 169 modifica](48) Intorno a queste maravigliose opere del Mantegna ha dato un giudizio maestrevole Daniele Barbaro Patriarca d’Aquileia nel suo Trattato della Prospettiva, assai più copiosamente dettato di quello che nella stampa si vegga, in un codice Naniano; il quale ho io descritto nell’Indice di que’ codici, impresso nell’anno 1776., riportando ancora le parole del gravissimo scrittore sopra questo proposito, e sopra il merito distinto del Mantegna (p. 13.). Ma perciocchè quel mio libro assai raro è divenuto, giova qui riprodurre le parole del Barbaro, che nel Trattato di lui a stampa non sono. «Più basso ancora è conceduto di fermare il punto nel quadro, come si vede aver fatto l’unico imitator della natura Messere Andrea Mantegna nella città  sua di Padova nella chiesa degli Eremitani, che dipingendo quasi al sommo d’una cappella, pose il punto non solamente, più basso nel quadro, ma di sotto a quello nel [p. 170 modifica]pariete; e per quello che si vede, è posto all’altezza degli occhi de’ riguardanti, in modo che di molte figure che sono ivi dipinte alcune non sono perfettamente compiute, per esser ascose dal piano in che fermano le piante; cosa in vero non meno lodevole, che artifiziosa. E quale fu quell’opera del Mantegna, che lodevole ed artifiziosa non fosse? Certo niuna, che io mi creda. E credenza non solamente ne rendono le altre in detto luoco dipinte da lui; ma eziandio il Trionfo di Cesare figurato per lui in Mantova, che per quello che universalmente se ne ragiona, è cosa tanto al vero simile, che si tien per certo che altramente esser non doveva esso Cesare a Roma trionfante. Sì maestrevolmente pose ogni cosa al suo luoco, e talmente esprimendola con le principali linee, che chiaramente si vede che ciascuna figura dimostra far qualche naturale operazione, restando alla destinata distanza considerate.» Del Mantegna si suole confessare col Lomazzo (Idea ec., p. 46.) ch’egli è stato il primo che nella prospettiva ci abbia aperti gli occhi, perchè ha compreso che l’arte della pittura senza questa è nulla. Ma è da osservarsi che di prospettiva egli ancora lasciò scritto; e ciò per fede del Lomazzo medesimo, il quale di lui attesta (p. 15.) che ha fatti alcuni disegni di prospettiva, dove ha delineato le figure poste secondo il suo occhio; delle quali io ne ho vedute alcune di sua mano con suoi avvertimenti in iscritto appresso Andrea Gallarato grande imitatore di quest’arte. Si accresce così il numero de’ nostri dotti artisti che di prospettiva hanno lasciati libri non mai stati impressi; come sono Pietro dalla Francesca da Borgo San Sepolcro, Lionardo da Vinci, Vincenzio Foppa Bresciano, [p. 171 modifica]Bartolommeo Suardi detto Bramantino Milanese, Marco da Pino Sanese, Francesco Magagnolo Modonese, Bernardo Zenale e Bernardo Buttinone, ambedue da Treviglio terra della Ghiarra di Adda, Lodovico Cardi da Cigoli, Cosimo de’ Noferi Fiorentino, Onofrio Giannone Napoletano, e forse altri ancora meno di questi conosciuti. Il Trionfo di Cesare, opera celebratissima del Mantegna, è già  noto che fu in parte dal pittore medesimo intagliato in rame, e che Andrea Andreani Mantovano nel 1599 lo produsse tutto intagliato in legno; sopra la quale impressione Roberto van Auden Aert di Gand fece un’incisione in rame pubblicata in Roma l’anno 1692 da Domenico de’ Rossi. Non veggo però che dagli Scrittori principali sopra questo argomento menzione si faccia di una bella riproduzione del Trionfo eseguita con intaglio in rame in nove fogli da C. Huyberts nella splendidissima edizione dei Commentarii di Cesare fatta in Londra l’anno 1712 da Samuele Clarke; in cui potrebbe essersi fatto uso delle pitture stesse originali, prese a Mantova nel sacco del 1630, e passate poi a Londra nel palazzo d’Amptoncourt, dove tuttora si veggono. Altra volta ancora comparve esso Trionfo nel 1753 con la Versione Inglese dei Commentarii fatta da Guglielmo Duncan, in Londra parimente stampata: ma ciò si fece sopra li rami stessi dell’Huyberts, dall’uso deteriorati non poco. Una pittura non riferita da alcuno fra le opere del Mantegna ci viene indicata da Giovanni Vitezio Unghero, che fu Vescovo di Cinquechiese, celebre per poesia Latina col nome di Ianus Pannonius; nella quale esso Giovanni era rappresentato insieme coll’amico suo Galeotto Marzio da Narni, trovatisi nel 1458 allo Studio di Padova. [p. 172 modifica]La dinota il poeta in un’elegia intitolata Laus  Andreæ Mantegnæ pictoris Patavini. a. mcccclviii. e trovasi questa fra le opere di lui nell’edizione di Utrecht 1784 (T. I. p. 276) con questo principio:

    Qualem Pellæo fidum cum rege sodalem
             Pinxit Apelleæ gratia mira manus;
    Talis cum Iano tabula Galeottus in una
             Spirat, inabruptæ nodus amicitiæ.
    Quas, Mantegna, igitur tanto pro munere grates,
             Quasve canet laudes nostra Thalia tibi!


    Due ritratti ancora del Mantegna, da aggiungersi alle tante altre sue opere, aveva nel passato secolo in Venezia Niccolò Renier pittore Fiammingo, ricco di quadri de’ principali autori, in parte dal Ridolfi indicati (T. II. p. 47. ec.). Nell’occasione che il Renieri fece qui un lotto di suoi quadri l’anno 1666, essendosene pubblicato a stampa l’Ordine approvato dall’Autorità Sovrana da tenersi nell’estrazione delle grazie, con l’Indice de’ quadri medesimi, que’ due furono così registrati: Un quadro, mano di Andrea Mantegna, ove è dipinto il Duca di Mantova, fatto in tavola, al naturale, alto quarte 4 e un terzo, largo 3 e un terzo. Un altro quadro compagno, della medesima mano, ove è dipinta la Duchessa sua moglie, con cornice compagna.

    Di sua singolare prontezza e bravura nel disegnare ritratti ed altro v’è una bella ed autorevole testimonianza di Camillo Leonardi da Pesaro, che gli era contemporaneo, nel libro intitolato Speculum Lapidum, scritto l’anno 1502, e nell’anno medesimo in Venezia stampato; la quale perciocchè dagli scrittori intorno ad esso non viene addotta, qui può bene aver luogo. Leggesi [p. 173 modifica]nel Libro terzo al Capo secondo: Non minori laude ac admiratione Italia nostra virum celeberrimum habet, qui ob eius excellentiam in aurati militis ordine annumeratus est, Andream Patavinum cognominatum Mantegna, qui omnes regulas ac pingendi rationes pos eris aperuit, & non solum penicillo omnes excedit; verum etiam arrepto calamo, seu carbone extincto, in ictu oculi, hominum, aetatum, ac diversorum animalium veras imagines ac effigies, diversarumque nationum habitus, mores, ac gesta figurat, ut quasi se movere videantur. Hunc non solum modernis, sed antiquis praeferendum esse censeo, & maxime Pausia Sycionico, qui ex encaustico solum proprias imagines figurabat, ac etiam Apelli, qui cum ad regiam caenam invitatus foret, interrogatus a rege, a quo invitatus fuisset; ignorato nomine ex improviso arrepto carbone ex foculari, invitantis imaginem pinxit, & ex inchoato rex agnovit. Quot pulchra opera ipsius Andreae penicillo facta apparent Paduae, Romae, Mantuae, ac in pluribus Italiae locis, ex quibus ipsius excellentiam propriis oculis cernere possumus!

  49. [p. 173 modifica](48) Fu eretta la chiesiuola nel 1303; di che ne fa fede l’iscrizione presso lo Scardeone (p. 333.); e Giotto vi dipingeva nel 1306. Ciò si raccoglie dal sapersi, per testimonianza di Benvenuto da Imola, che Dante si trovò a Padova con Giotto mentre faceva queste pitture (Muratori, Antiquitates italicae medii aevi, T. I. p. 1185.); e si ha poi certa notizia che Dante quivi era l’anno suddetto 1306 (Novelle Letter. Fior. 1748 col. 361.).
  50. [p. 173 modifica](49) Fu condotto Paolo da Donato a Padova, quando vi lavorò, e vi dipinse nell’entrata della casa de Vitali di verde terra alcuni giganti, che, secondo ho trovato in una lettera Latina, che scrive Girolamo Campagnola, a M. Leonico Tomeo [p. 174 modifica]Filosofo, sono tanto belli, che Andrea Mantegna ne faceva grandissimo conto. Così il Vasari nella Vita di Paolo Uccello (T. III. p. 67.), dove avendo errato nel chiamare Vitali li Vitaliani, gente nobilissima di Padova, altri ancora ha indotto nell’errore medesimo. Anche l’anonimo nostro aveva qui malamente scritto in casa de’ Vitelliani, siccome facilmente il volgo diceva.
  51. [p. 174 modifica](50) E’ andata in disuso, almeno in queste parti, la voce mastabe, solita ad adoperarsi per dinotare un bel sedile in eminenza posto. Che tale fosse la sua significazione, questo passo lo mostra, vedendosi tuttora la mobiglia di tarsia dall’autore indicata. Ma vieppiù si comprova l’uso d’essa voce da’ seguenti passi di Marino Sanudo ne’ Diarii suoi inediti, altre volte citati. All’anno 1512 è riportata una lettera di Marcantonio Trivisano figliuolo di Domenico Cavaliere e Procuratore, allor andato ambasciatore della Repubblica Veneziana al Soldano d’Egitto, nella quale egli a Pietro suo fratello descrivendo l’accoglienza all’ambasciatore fatta dal Soldano al Cairo nel suo castello, dice così: Arrivati all’ultima piazza, dove era el Signor Soldan, la qual è di graniezza come la piazza di San Marco, in testa della ditta corte, sopra uno mastabe alto da terra da circa cinque piedi era sentà el Signor Soldan solo, coperto el mastabe de alto basso cremexin, con un friso d’oro: davanti la sua persona si era una spada e un brocchier grando d’oro: e in piedi su ditto mastabe ero uno schiavo con una coda de cavallo in mano che li parava le mosche... Davanti del suo mastabe li era in terra per circa 12 passa de larghezza tapedi grandi, sui quali era i armiragii grandi in piedi... L’Orator dette la lettera in mano al turziman grando, qual la portò al Sig. Soldan [p. 175 modifica]sul mastabe... Nel giardino del Soldano era uno mastabe, dove era sentà el Sig. Soldan su uno cussin con el schiavo che li parava le mosche... E fatto venir l’ambassador, qual era vestito d’oro a manege dogal, fodrà  de varo, sul mastabe, andò el secretario Andrea di Franceschi e il turziman nostro... Era su uno mastabe alto ditto Sig. Soldan forsi pie 12 da terra, sul qual l’era sentato. Seguono altri passi, ne’ quali è comprovato il medesimo significato di quella voce. 1513. 10. Giugno. Veneno li Proveditori sora el Cotimo di Damasco Ser Andrea Iustinian e Ser Marin Contarini, e quelli de Alexandria Ser Vettor Barbarigo e Ser Andrea Arimondo Proveditori sora el Cotimo di Alexandria, e sentono sul mastabe. 1514. 1. Febbraro. Venuto in Collegio l’Orator Turco, intrato in la porta, el Prencipe con la Signoria e il Collegio si levò; e venendoli contra zo del mastabe, lui fu sì presto, che nol lassò andar, e ivi sul mastabe se abbrazzono. 1525. 8. Febbraro . Venne in Collegio il Reverendo Don Ricardo Paceo Orator Anglico, qual vien da Trento... e ha avuto nove lettere del suo Re, chel vegna Orator iterum alla Signoria nostra, per esser lui sta quello fu alla conclusion della lega con Cesare ... Intrato in Collegio, il Prencipe li venne contra al pè del mastabe, facendoli carezze. [p. 176 modifica]
  52. [p. 175 modifica](51) Marco Mantova Benavides Padovano ottenne celebrità  di nome sì per avere lunghissimo tempo e con distinto applauso professata la Giurisprudenza nello studio di sua patria, ed averla con opere molte a stampa illustrata; come per avere copiosamente e con splendidezza principesca adornata l’abitazione sua di anticaglie d’ogni sorte, di libri, d’opere di disegno, di stromenti [p. 176 modifica]musici, e d’altre varie rarità. Le stesse opere sue legali sparse di erudizione storica ed antiquaria, ed altre di amena letteratura, mostrano una cultura d’ingegno differente dalla comune de’ Leggisti di que’ tempi; sicchè non è maraviglia ch’egli istigasse Pierio Valeriano a scrivere la grand’opera sopra li Geroglifici Egizii. Te potissimum impulsore labor hic omnis susceptus est & exantlatus, dice Pierio dedicandone al Mantova il libro xlvii. Medaglie antiche poi da lui somministrate si veggono al Vico, al Goltzio, e forse ad altri ancora. Quando scriveva il nostro anonimo, cominciava a formarsi dal Mantova il Museo; e la casa di lui non ancor faceva pompa de’ bei lavori di Bartolommeo Ammanati e di Domenico Campagnola, i quali fra gli artefici ha egli principalmente adoperati. La statua colossale di Ercole fatta dall’Ammanati nell’anno 1544 (Mantua, Enchiridion &c., p. 305.) trentesimo terzo dell’età  sua, e collocata nel cortile del Mantova, acquistò grande riputazione all’artefice; e fece insieme palese il fino giudizio di chi gliela aveva commessa. Se ne compiaceva il Mantova scrivendo ad Antonio Altoviti Arcivescovo di Fiorenza: Questa statua è alta venticinque piedi, e di otto pezzi, tanto bene accozzati e congiunti insieme, che niente ha lasciato che si possa desiderare nell’arte; anzi che dà  maraviglia a chi la riguarda in questo cortile: nè si può dar pace il Genga del Duca di Urbino, il Palladio, il Sansovino e gli altri di questo maestro, e così giovane, che sia riuscito in così grande impresa. (Lettere, p. 27.) Fu assai bene intagliato in rame quest’Ercole, in grande forma, l’anno 1549 in Roma, e nel 1557 fu ivi riprodotto, ambedue le volte per cura di Antonio Lafrery. Della prima impressione un esemplare [p. 177 modifica]trovasi nel Museo Praun di Norimberga, di cui ne diede la descrizione a stampa nel 1797 Cristoforo Teofilo de Murr (p. 177.); della seconda uno ve n’ha nella Libreria Regia di San Marco in Venezia; sempre messavi l’iscrizione della base Hercules Buphiloponus, qui tristitiam orbis depulit omnem, peramplo hoc signo Mantuae cura reflorescit: ed in un angolo Colossus p. xl. erectus Patavii Bartolemeo Ammanato Sculptore. Di queste impressioni gioverà la notizia, perchè trovasi quella scultura bensì tuttor esistente, ma per l’ingiuria del tempo, e per la negligenza de’ posseditori di essa, assai male concia. Altra piccola stampa in rame intagliata da Francesco Bertelli vedesi con un poemetto Latino di Michele Cappellari sopra il colosso, stampato in Padova nel 1657; ma è cosa di picciolo conto. Altre insigni opere dell’Ammanati fatte per il Mantova sono il grande Arco ornato di statue nell’atrio di sua casa, e il suntuoso Mausoleo nella Chiesa de’ Romitani; delle quali il Rossetti, il Brandolese, ed altri hanno già recate in pubblico buone notizie. Del Campagnola poi si valse molto il Mantova per dipingere a fresco una sala, ed alcune stanze di sua casa; e dell’opere di lui n’ebbe separatamente non poche, siccome quello che presso di se lo mantenne, e gli fu protettore munifico. Certo Catalogo del Museo Mantova fatto nel 1695 da un Andrea nipote di Marco, mi fu cortesemente prestato dal Sig. Pietro Brandolese suddetto; il quale in mezzo a superflue e frivole notizie non lascia d’averne di belle e rare. Con la scorta di questo Catalogo ho potuto riconoscere che sei piccioli pezzi di bronzo, già  appartenenti al Mantova, poi passati nel Museo de’ Canonici Lateranesi di San Giovanni di Verdara, ora in [p. 178 modifica]quello della Libreria di San Marco di Venezia s’attrovano, marcati tuttavia col numero del Catalogo. Vi sono essi con la solita dettatura di tutto esso così registrati: Un mezzo rilevo d’un bue in scorcio mezzo rilevato, di Pietro Vellano Padovano allievo di Donatello, egregio inclito Scultore e fusor de’ bronzi, che ha fatto la statua equestre di bronzo di Gattamelà  sopra il Sagrà del Santo, di stupenda bellezza, n. 95. Altro pezzo pur di bronzo, di mezzo rilevo, con tre cavalli sellati coperti con suo strato, uno de’ quali ultimo mangia la biava in un crivello tenutogli da un giovinotto: gli altri due in moto di mangiar un fascio di erba per terra. Questi sono pur del raro fusor de’ bronzi e scultore Tiziano Aspetti Padovano; che tutti due col suddetto Vellano insieme hanno fatto molte opere, e quelle statue picciole sopra l’arca del Santo, e sopra li balaustri del coro, ed intorno al medesimo coro, n. 96. Altro pezzo di bronzo di un giovine ignudo, che ad un sasso appoggiato dorme, con scarpe in piedi, opera del medesimo Tiziano Aspetti, n. 97. Altra statua nuda in piedi, di bronzo, bendata la bocca, senza braccia, con un coccodrillo tra mezzo le gambe. Vien giudicato esser il Silenzio, mentre tiene la bocca bendata e chiusa, e per aver a piedi il cocodrillo, ch’è geroglifico del Silenzio, opera del Vellano suddetto, n. 98. Testa di bronzo di un Satiro bellissimo, n. 102. Testa di bronzo bellissima di giovine, di perfetto autor, n. 103. Con lodi singolari si registrano in questo Catalogo una testa antica di Bruto in marmo, ammirata come marmo animato parlante; una testa antica di Vitellio, sopra la quale sempre disegnò e  [p. 179 modifica]imparò il famoso egregio pittor Veneziano Giacomo Robusti detto il Tintoretto; l’Adorazione de’ Magi, bronzo di bassorilievo di Andrea Riccio; la Flagellazione di nostro Signore, bassorilievo in bronzo di Donatello; il ritratto di Marco Mantova fatto da Tiziano; il ritratto di Paolo Pino Veneziano fatto da se medesimo; il ritratto di Girolamo Campagna scultore Veronese fatto da Leandro Bassano. Ma di Domenico Campagnola oltre le pitture sul muro, vi si registrano cinque Paesetti a penna stimatissimi, alti un piede, li ritratti di Gio. Pietro Mantova padre e di Marco Mantova figlio sulla tavola, un ritrattino ad acquerella di Andrea Navagero, un altro a penna del Petrarca, ed altre cose sì in disegno, come d’altra sorte di lavoro. Di Iacopo Sansovino si mette in questo Catalogo un gesso della statua di bronzo di Apollo, da lui posta nella loggietta sulla piazza di San Marco di questa Città; nè altro di lui vi si trova registrato. Del Sansovino quando io m’incontro a vedere il nome, mi nasce il desiderio che si trovi quella collezione di piante di Tempii e di Chiese, che Francesco di lui figliuolo possedeva, per testimonianza del Vasari. Ha anco il detto suo figliuolo in disegno sessanta piante di tempii e di chiese di sua invenzione, così eccellenti, che dagli antichi in qua non si può vedere nè le meglio pensate, nè le più belle di esse: le quali ho udito che suo figliuolo darà in luce a giovamento del mondo, (e di già ne ha fatto intagliare alcuni pezzi) accompagnandole con disegni di tante fatiche illustri, che sono da lui state ordinate in diversi luoghi d’Italia. Così il Vasari nella Vita del Sansovino, non già di prima dettatura, come sta insieme con le altre sue; ma bensì della seconda, in cui [p. 180 modifica]l’operetta è corretta riformata ed accresciuta, come sopra una vecchia e introvabile stampa fu da me riprodotta in Venezia l’anno 1789. Forse quella raccolta di piante e di disegni ha voluto indicare lo Scamozzio, quando disse che il Sansovino aveva scritta un’opera ancor inedita di Architettura (Idea dell’Architettura, P. I. Lib. I. Cap. 6. p. 18.); a cui nessuno ha creduto, per non essersi mai l’opera trovata. Ma non è sola quest’opera del famoso architetto, che occulta sia, ovvero anche perita. Il figliuolo Francesco suddetto nella Prefazione al Trattatello sull’edifizio del corpo umano, stampato in Venezia nel 1550 in 8., altra ne dinota, scrivendo: E quando che sia metteremo alla luce bellissime anatomie di mano di M. Iacopo Sansovino mio onorato padre. Sempre più così cresce la stima, in cui il Sansovino tenere si deve. Fu poi vago il Mantova anche di avere medaglie in suo onore, e cinque almeno ne fece andare attorno con la sua effigie, a me note; tre delle quali dalla mano dell’eccellente coniatore Giovanni Cavino Padovano affatto mostrano di venire; anzi una di esse ha le teste del Cavino medesimo, e d’Alessandro Bassano da una parte, con quella del Mantova dall’altra. La maggiore di esse, che è di prima grandezza, ed anche nel Museo Mazzucchelliano è portata (T. I. p. 377.), del Cavino l’avrei creduta, perchè di terso lavoro, se non avessi trovato che il Mantova stesso ce ne manifesta per autore certo Martino da Bergamo, artefice ignoto, scrivendo la spiegazione del motto Fessus Lampada trado, posto nel rovescio, con queste parole: Descendat in arenam qui vult, ego cum monstris satis sum luctatus. In eum qui tandem quiescere cupit, seque a  [p. 181 modifica]laboribus abstinere, proque symbolo desumpsimus nos, sculpsitque a tergo imaginis meæ Martinus Bergomensis egregius artifex. (Analysis variarum quaestionum 1700. & amplius, Venet. 1568. f. p. 100. t.). E perchè nessun onore possibilmente gli mancasse, quello ancora si fece il Mantova di dare a stampa un’Orazione che Girolamo Negro aveva scritta da recitarsi ne’ funerali di lui, avendolo creduto moriente in una gravissima malattia; dalla quale riavutosi il Mantova, ed essendo poi morto il Negro, quello avendola trovata fra le carte di questo, nel pubblicare alcune di lui Lettere ed Orazioni in Padova l’anno 1579, anche l’Orazione stessa diede fuori, premessevi queste parole: Mantuam graviter lecto decumbentem amice olim visitarat Hieronymus Niger Venetus, simul atque moriturum ratus, moerore affectus incredibili abscessit, domum rediit, orationemque funebrem conscripsit. Convaluit Mantua, Niger moritur. Quid mirum igitur, si nonnunquam funus etiam viventis faciat mortuus? Fu poi riprodotta quest’Orazione con le altre operette Latine del Negro in Roma l’anno 1767 dietro all’Epistole del Cardinale Sadoleto. Non mancò per altro al Mantova l’Orazione funebre a suo tempo recitata, e data a stampa da Antonio Riccobono Professore di Umane Lettere nello Studio di Padova; nella quale non lasciò di lodarlo per la gran cura che dell’anticaglie si era preso; affermando ancora ch’egli stesso, a richiesta di alcuni gentiluomini Francesi, secolui aveva trattato di fare che l’intero suo Museo per prezzo cedesse al Re loro Francesco I, che n’era voglioso di averlo: ma il Mantova, per torre di mezzo ogni maneggio su questo affare, si offerì bene di donarlo al Re, professando per altro di non volerlo dare a prezzo veruno.
  53. [p. 182 modifica](52) Di Giovanni Maria Mosca Padovano, scultore già conosciuto per sue opere riferite dove della cappella del Santo si è detto, altri lavori qui ed in seguito ci si rendono noti per la prima volta. Guido Minio Lizzaro, che li possedeva, torna ad essere nominato più avanti per un suo getto di bronzo fatto sopra modello del Mosca. Battista dal Leone, che aveva la scultura di questo artefice in secondo luogo riferita, era gentiluomo Padovano, ornatissimo di lettere e professore di Filosofia nello Studio patrio; ed ebbe a scolare il Cardinale Reginaldo Polo. N’è testimonio il Bembo in una Lettera a questo scritta (IX. Kal. Jan. 1526): ma più di onore gli fa in altra Lettera a Giovambattista Rannusio scrivendo da Padova in data dei 12 Marzo 1528: Il povero e dotto M. Battista da Leone si more; che mi duole quanto dee. More il più dotto gentile uomo di questa città, & in eo genere forse il primo (Vol. II. Lib. 3.).
  54. [p. 182 modifica](53) Altra volta vedevasi al Duomo di Padova una pittura di Taddeo di Bartolo Sanese scolare di Giotto, e da questo adoperato nel dipingere la cappella della chiesiuola all’Arena. Giulio Mancini Sanese nelle Considerazioni sulla Pittura, opera quantunque non mai stampata, pure bene conosciuta per l’uso fattone da varii scrittori, e da me ne’ Codici Naniani riferita (p. 25.), così ha secondo quel testo: Taddeo di Mastro Bartolo di Fredi ebbe qualche riputazione nella professione per que’ tempi; onde fu chiamato a Padova da Francesco da Carrara; e da quello che ha dipinto in quella città si vede ch’era molto affezionato ed imitatore di Ambrogio Lorenzetti; poichè nel portico del Duomo, o chiostro, per parlare secondo l’usanza di Siena, dalla parte che tocca la parete, [p. 183 modifica]dove in chiesa è la sepoltura della Regina Berta, vi è condotta la Visitazione dipinta da quella del Lorenzetti nel portico dello Spedale di Siena. Di questo non si vedono cose in sua patria; talchè io dubito ch’egli morisse in Padova al servizio di quel Signore; dove oltre a quello che fece nel castello, si vedono altre cose di suo in quella città, ed in particolare di quei quadri che si usano per la Toscana, dove in un quadro vi è tutta l’intera Passione dipinta. Il P. della Valle nelle Lettere Sanesi T. II. p. 187. ha inserita questa testimonianza del Mancini, avendola presa da altro codice con qualche guasta lezione, ed aggiunsevi: Si vede che il Mancini scrisse in Roma, senza muoversi da sedere, le sue Considerazioni sulle Pitture; onde non è maraviglia che egli non sapesse quelle che in Siena vi dipinse Taddeo, abbenchè a caratteri maiuscoli vi apponesse il suo nome e l’anno in cui le fece. Quanto però alle pitture di Padova, il Mancini può meritare credenza, avendo quivi fatto soggiorno, quando prendeva scuola di Medicina da Girolamo Mercuriale, di cui nel 1601 diede a stampa le Lezioni de Decoratione in Venezia presso li Giunti .
  55. [p. 183 modifica](54) Il fatto della guerra di Spoleti nella Sala del maggior Consiglio in Venezia era stato dapprima dipinto da Guariento Padovano, poi Tiziano lo aveva rifatto: è opera perduta nell’incendio del 1577 (Sansovino, Venetia citta nobilissima et singolare, p. 123. t. 132. t.).
  56. [p. 183 modifica](55) Che in questa sala, ora ridotta ad uso di Libreria, vi dipingessero gl’Imperadori Romani li due pittori nominati dal Riccio, lo attesta anche Michele Savonarola nel Commentario de laudibus Patavii, altre volte citato, ch’è opera scritta verso la metà del secolo quindicesimo, con [p. 184 modifica]queste parole: Stantque duæ amplissimæ & picturis ornatæ salæ ad latera horum situatæ; quarum prima Thebarum nuncupatur; altera Imperatorum nominatur, prima maior atque gloriosior, qua Romani Imperatores miris cum figuris, cumque triumphis auro optimoque cum colore depicti sunt; quos gloriosae manus illustrium pictorum Octaviani & Alticherii configurarunt. (Muratori, Rerum Italicarum scriptores, T. XXIV. p. 1175.) Altichiero, o Aldighieri da Zevio, Veronese, è pittore abbastanza noto: ma di Ottaviano Prandino Bresciano appena se ne conosce il nome, ancorchè celebre a’ tempi suoi fosse; talchè scrisse Elia Cavriolo ne’ primi anni del secolo sedicesimo: Eo tempore hæc civitas Octaviano Prandino & Bartholino cognomento Testorino pictoribus floruit, quorum virtuti & muneri in colorandis imaginibus nemo adhuc par usque inventus fuit; quanquam Gentilis pictor Florentinus (da Fabriano) Pandulpho tunc principi sacellum in præsentiarum usque Pandulphi Capellam vocitatum & ipse graphice pinxerit (Chronica de rebus Brixianorum, Lib. 9.). A quelle prime pitture che qui si suppongono fatte colla direzione del Petrarca e di Lombardo dal Mulo, detto anche dalla Seta e da Serigo, altre ne furono sostituite del Campagnola, di Tiziano, di Stefanino dall’Arzere, e di Gualtiero Padovano, con la soprantendenza di Alessandro Bassano e di Giovanni Cavacio, e vi furono effigiati eroi ed uomini illustri Romani e Padovani, postivi sotto gli elogi per mano di Francesco Pocivagno, detto Mauro, Prete Padovano, valente nello scrivere e dipingere lettere, e nello scolpirle ancora (Scardeone, p. 250. 377.). Ha poi proveduto alla conservazione di questi elogi Francesco Boselli Pubblico Professore di Chirurgia in [p. 185 modifica]quello Studio, dandoli a stampa nell’opera intitolata Amaltheum Medico-politicum, nell’anno 1665 in Padova impressa (p. 713.).
  57. [p. 185 modifica](56) Avendo scritto il Vasari che Guariento in Padova dipinse una cappelletta, in casa di Urbano Prefetto, si vede che ancor a questo passo ebbe sotto gli occhi la Lettera Latina di Girolamo Campagnola a Niccolò Leonico Tomeo sopra le antiche pitture di Padova, altrove già  citata, alla quale l’anonimo qui si riferisce: ma il Vasari non intese il valore delle parole del Campagnola.
  58. [p. 185 modifica](57) Benedetto Montagna Vicentino si suole trovare come fratello, non figliuolo di Bartolommeo, pittore più di lui avuto in istima.
  59. [p. 185 modifica](58) Il pittore rappresentò se stesso in una figura di questa istoria, e sotto vi pose Iacobus de Montagnana pinxit. Così il Tommasino nell’Istoria di quella Sacra Immagine p. 29.