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dide edizioni di Terenzio, l’una di Urbino 1736, che ha le maschere pur essa, e l’altra di Roma 1767, in cui oltre ad essere queste state riprodotte, quanto al testo molto alla lezione del codice si è deferito. Se per altro in luogo di fare queste due edizioni si fosse rappresentato al pubblico il testo medesimo del codice con gli scolii e con le figure nell’originale ed intero suo stato; siccome dal Foggini e dal Bottari si fece del Virgilio Laurenziano e del Vaticano; assai migliore servizio si avrebbe reso al Comico, allo Scoliaste, ed al pubblico; e la paleografia ancora vi poteva guadagnare un ricco complesso di scrittura nell’antichissimo carattere corsivo Romano, che contemporaneo al maiuscolo unicamente in questo codice si vede; giacchè li saggi pubblicati dal Mabillon (De re diplomatica libri VI, p. 354.), dagli autori della Nuova Diplomatica Francese (T. III. p. 59.), e dal Coquelines nell’edizione di Roma 1767 (Præf. p. IV.) non ci mostrano sennon il majuscolo, e corrispondono pur male al suo originale, per attestazione del ch. Sig. Ab. Gaetano Marini, amico mio pregiatissimo; il quale grande intendente com’è di sì fatte cose, non dubitò di ripetere anche quanto a’ tempi presenti ciò che di esso detto aveva il Poliziano tre secoli addietro, cioè essere questo il codice più antico che sia conosciuto (Lettera sopra il Ruolo de’ Professori di Roma del 1514, p. 96.). Ad ogni modo però, bene considerate le osservazioni fatte da quei che il codice attentamente hanno esaminato, e con fondamento giudicare ne potevano, risulta che piuttosto anteriore, che posteriore al secolo quinto esso ragionevolmente stabilire si possa.

(44) Questo preziosissimo codice, che appartenne una volta a Gioviano Pontano, dopo di


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