Canto XIX

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Canto XVIII Canto XX
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ALLEGORIA

Con la visita de’ quattro Dei amici di Venere, i quali vengono a condolersi con essolei, si allude a quattro cose, che concorrono a iomentar la lascivia. Per Cerere s’intende la crapula, per Bacco l’ebrietá, per Thetide Iunior salso, e per Apollo il ca- lor naturale. Le favole di Giacinto, di Pampino, d’Acide, di Carpo, di Leandro, d’Achille, e d’Adone istesso, morti nella piú fresca etá per fortunosi accidenti, e trasformati per lo piú in fiori, o in altre sostanze fragili, son poste o per significare naturalmente l’effetto e la qualitá di quelle cose che son figurate in essi, o per esprimere moralmente la vanitá della gioventú, e la brevitá della

bellezza. [p. 512 modifica]

ARGOMENTO

Mentre Venere piagne, e si lamenta,
è visitata dagli amici Dei.

Sepolto in nobil tomba è poi da lei
il morto Adon, che vago fior diventa.

1.Umano ufficio è veramente il pianto,
e piú proprio de l’uom forse che ’l riso,
poi ch’a pena vestito il fragil manto,
in aprir gli occhi al Sol, ne bagna il viso.
Non si dia no di quest’affetto il vanto
l’animal che si duol su ’l corpo ucciso.
Formar non san, non san versar le Fere,
figlie de la ragion, lagrime vere.

2.Pur quantunque a ciascun fin da la cuna
sempre quasi quaggiú pianger convegna,
dove tra mille ingiurie di Fortuna
fuor che doglia, e miseria, altro non regna
se si trova cagion sotto la Luna
da lagrimar, che sia ben giusta e degna,
qualunque trista e miserabil sorte
merita piú pietá, cede a la morte.

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3.E se ben chi per noi vòlse patire
le tolse l’ago, e l’ha lasciato il mèle,
onde sonno s’appella, e non morire
quando in pace riposa un cor fedele,
pur senza inconsolabile martire
far non si può, né senza aspre querele.
Quindi l’istessa ancor prole di Dio
sovra l’amico suo pianse e languio.

4.Veder che poca polve e sospir breve
tanti lumi e tesori ingombri e prema
grava altrui sí, che ben stimar si deve
de le cose terribili l’estrema.
Chi ha, che come al Sol tenera neve
non si stempri mirando, e che non gema,
fatto d’alti pensier nido si bello
seminario di vermi entro un avello?

5.E che fia poi, se ’n su ’l vigor degli anni
mentre de’ lieti dí l’April verdeggia,
giovane pianta, e per piú gravi danni
bella ancora e gentil, svelta si veggia?
Ma gli acerbi cordogli e i duri affanni
ahi qual angoscia, ahi qual dolor pareggia
di chi sterpato a la stagion piú verde
de le gioie sperate il frutto perde?

6.Quando per morte incenerito e spento
alma ch’avampa il suo bel foco vede,
e reciso quel nodo in un momento
che giá strinser sí dolce Amore e Fede,
non s’agguagli tormento a quel tormento,
quest’è il dolor ch’ogni dolore eccede:
materia amara da sospiri e pianti
non ch’ai mortali, agl’immortali amanti.

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LA SEPOLTURA

5M

7.Venere poi che su la fredda spoglia
sparse lung’ora invan lagrime e note,
deh qual sentí nel cor novella doglia
al raggirar de le notturne rote,
quando tornata a la deserta soglia
ne le camere entrò vedove e vote?
e ’l bel Palagio pien d’orror funesto
vide senza il suo Sol solingo e mesto?

. Quella magion, che dal divino Artista
fabricata fu giá con tanta cura,
le sembra, ahi quanto infausta a la sua vista,
desolata spelonca, e tana oscura.
Sí la memoria del piacer l’attrista
ch’odia l’oggetto de l’amate mura,
e ’l Ciel de l’Idol caro, or che n’è priva,
quasi Inferno noioso aborre e schiva.

9.Come Pastor, che tardi il piè ritragge
verso l’ovile a passi corti e lenti,
e trovalo da fere aspre e selvagge
tutto spogliato, o da predaci genti,
per le selve vicine e per le piagge
chiama e richiama i suoi perduti armenti,
e da le solitudini profonde
nulla (fuor che la valle) altro risponde:

10.o come Vacca, a cui di sen rapito
abbia il picciol vitel dente inumano,
o col maglio crudel rotto e ferito
a piè del sacro aitar rigida mano,
di doloroso e querulo muggito
rimbombar fa dintorno il monte e ’l piano:
ultima al prato con dimesse corna
esce di mandra, ed ultima ritorna:

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11.cosí dapoi che ’l caso empio successe
de l’infelice Adon, la Dea di Gnido,
baciando Torme dal bel piede impresse,
trascorse il muto e solitario nido.
Xe la stanza, ch’Amore un tempo elesse
de’ suoi dolci trastulli albergo fido,
guarda il letto diletto: e quivi afflitta
geme, l’abbraccia, e sovra lui si gitta.

12.Sola sovente al bel Giardin sen riede,
visita l’antro ombroso, e ’l poggio aprico,
dove l’erba stampata ancor si vede
de le vestigia del diletto antico.
Parla a le piante sconsolate, e chiede
al sordo bosco il suo fedele amico.
Bagna di pianto i fiori ov’ei s’assise,
e scherzò seco dolcemente, e rise.

13.L’Aurora usci, non giá di lieti albori
ma di lagrime e d’ombre aspersa il volto,
né di vaghi portò purpurei fiori
ma di brune viole il crine avolto.
Seguilla il Sol, ma non spuntò giá fuori,
prigionier fra le nubi, anzi sepolto;
onde bendati di funesto velo
parean vedovo il mondo, e cieco il Cielo.

14.Ed ecco a consolar le doglie amare
che le fan de’ begli occhi umidi i lampi,
vengon Febo dal Ciel, Theti dal mare,
Bacco da’ colli, e Cerere da’ campi,
e con detti soavi, onde giá pare
che di pietá ciascun di lor n’avampi,
si sforzan d’addolcir quell’aspra pena,
che ’l cor le strugge in lagrimosa vena.

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15.Scalza ne vien colei che di Triqueta
l’isola regge, e quasi è tutta ignuda,
se non ch’un drappo d’amariglia seta
cela quanto convien che celi e chiuda.
In cima al capo e ’n su la fronte lieta,
c’ha le luci infocate, e sempre suda,
serpe un serto di spiche, e in mezo a loro
fabricato torreggia un castel d’oro.

16.Piante d’argento e fronte ha di zaffiro
la Dea di quell’umor che manca e cresce.
Cinge fregiata di ceruleo giro
scagliosa spoglia d’Hiperboreo pesce.
L’ondosa chioma poi d’ostri di Tiro
e di ciottoli e conche intreccia e mesce.
Il cristallino sen, che stilla gelo,
copre di talco un trasparente velo.

17.Non ha di piuma il mento ancor vestito
Cinthio, e di schietto minio infiamma il volto.
Gli circonda il bel crin lauro fiorito,
il crine in bionda zazzera disciolto.
Di fila d’oro ha il ricco manto ordito,
di raggi d’oro un cerchio in fronte accolto.
Con la manca sostien gemmata cetra,
e gli pende dal tergo aurea faretra.

18.Nel viso di Lieo ride dipinto
di fresca rosa un giovenil vermiglio.
Tien ne la destra il tirso, e d’edre avinto
e d’uve il crin, che gli fann’ombra al ciglio.
Di Caspia Tigre attraversato e cinto,
che di fin oro ha l’un e l’altro artiglio,
porta il bel fianco e l’omero celeste,
rancio coturno il bianco piè gli veste.

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19.Or mentre tutti in una loggia ombrosa
in cerchio assisi a trattener si stanno,
de la Diva piangente e sospirosa
cercan di mitigar l’interno affanno;
e ’ntenti ad acquetar l’alma dogliosa
con le miglior ragion che trovar sanno,
nel caso acerbo del fanciullo morto
tentano di recarle alcun conforto.

20.Fatto a la mesta guancia ella del braccio
s’avea colonna, e de la palma letto,
e con varie vicende or foco, or ghiaccio
or nel cor l’alternava, or ne l’aspetto.
Romper parea volesse a l’alma il laccio,
sí profondi sospir traea del petto,
quando Apollo il primiero a lei rivolse
gli occhi e la lingua, ed a parlar la sciolse.

21.Quantunque fusse il gran Pastor d’Ameto
colui che spinse a tribularla il figlio,
onde di tanto mal contento e lieto
de l’effetto godea del suo consiglio,
coprendo nondimen l’odio secreto
con finto zelo d’un affabil ciglio,
come i Grandi tra lor sogliono spesso,
venne con gli altri a consolarla anch’esso.

22.La cagion de la rissa e del dispetto
onde la Dea gli diventò nemica
nota è pur troppo, e quel ch’altrove ho detto
uopo qui non mi par che si ridica.
Yòls’ei però, celando altro nel petto,
dissimular la nemicizia antica,
e quasi scaltro adulator di Corte
compianger del Garzon seco la morte.

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23.— S’è vero — egli dicea — che nel tormento
spesso è gran refrigerio aver compagni,
ascolta i casi miei, ch’ogni momento
pianger dev’rei vie piú che tu non piagni.
Forse se la cagion del mio lamento
vuoi contraporre a quella onde ti lagni,
veggendo che ’l mio mal fu maggior tanto,
darai pace al dolore, o tregua al pianto.

24.Lasso, qual uomo in terra, in Ciel qual Dio
fu mai di me piú sventurato amante?
Di Dafni non dirò, che non morio,
ma vive ancor tra le mie sacre piante.
Né parlerò di Ciparisso mio,
che vòlse per follia morirmi avante.
Conterò solo il mal da me commesso,
ch’omicida crudel fui di me stesso.

25.Io stesso (ahi quale allor sospinse e mosse
la sciocca destra mia sinistra sorte?)
con questa man, che l’Idol mio percosse,
fui ministro d’un scempio orrendo e forte.
E ben ch’errore involontario fosse,
e senza colpa il colpo ond’ebbe morte,
tanto fu di pietá piú degno il caso
ch’addusse a la mia luce eterno Occaso.

26.Una volta dal Ciel, mentre la quarta
rota girando in giú lo sguardo affiso,
tra i verdi colli de l’antica Sparta
veggio un fanciullo in su l’erbetta assiso.
Scultore in marmo, over Pittore in carta
di formar non si vanti un si bel viso.
S’avesse la Beltá corpo mortale,
credo che la Beltá sarebbe tale.

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27.Chi vuol l’oro ritrar de’ crespi crini,
da le Grazie filato e dagli Amori,
chi de le molli guance i duo giardini,
dove nel maggior verno han vita i fiori,
chi de le dolci labra, i cui rubini
chiudon cerchi di perle, i bei tesori,
chi degli occhi ridenti il chiaro lume,
spiegar l’inesplicabile presume.

28.Giacinto insomma è tal (cosí s’appella)
che di grazia e vaghezza ogni altro avanza,
se non quanto gli fa l’etá novella
superbo alquanto il gesto e la sembianza,
e l’andar d’arco armato e di quadrella
a l’orgoglio del cor cresce baldanza,
ond’è terror de’ mostri e de le belve,
e piacer de le ninfe e de le selve.

29.L’alta bellezza del Garzone altero
súbito a pena vista, il cor mi tolse;
mercé del figlio tuo, ch’iniquo e fiero
sempre (non so perché) meco la vòlse,
e per mostrarsi piú perfetto Arciero
tanto alfin m’appostò, che pur mi còlse.
Ma ben che d’altri strali ei mi ferisse,
questo fu il piú crudel, che mi trafisse.

30.Per quest’amor, ch’odiar mi fe’ me stesso,
e per cui non avrò mai l’occhio asciutto,
io mi scordai del Lauro e del Cipresso,
piante per me funebri e senza frutto.
Leucothoe, che languir mi fe’ sí spesso,
di mente per costui m’uscí del tutto.
Clizia, da cui giá tanto amato fui,
a me volgeasi, ed io volgeami a lui.

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31.Per meglio vagheggiar quegli occhi cari,
che m’abbagliaro e m’ingombrár di gelo,
sprezzai di Delfo gli odorati altari,
né piú curai le vittime di Deio;
e ’l fren de’ miei destrier fulgidi e chiari
lasciando l’Ore a governare in Cielo,
rapito a forza da’ desiri accesi,
corsi a l’ésca del bello, e ’n terra scesi.

32.E come giá per pascolar gli armenti
venni d’Anfriso ad abitar le sponde,
e ’l biondo crin, che di fiammelle ardenti
era cinto lassú, cinsi di fronde;
cosí per far quest’occhi almen contenti
vòlsi d’Eurota ancor frequentar Tonde,
e quanto foco la mia sfera serra
portai tutto nel cor, scendendo in terra.

33.Un Sole (o chi mel crede?) un altro Sole,
ch’avea duo Soli in fronte, io trovai quivi,
e vie piú che ’l mio lume in Ciel non suole,
raggi vibrava sfavillanti e vivi.
Insieme ne schermian le valli sole
dagli ardori amorosi e dagli estivi,
e ne vider sovente in bei soggiorni
dissipar Tore, e lacerare i giorni.

34.Piú d’una volta al Giovane fu dato
ad un de’ Cigni miei montar su ’l dorso.
Piú d’una volta del Cavallo alato
premer il tergo, e moderare il morso:
e non sol di Laconia, ov’era nato,
l’ampie contrade visitar nel corso,
ma talora arrivar lieve e sublime
del bel Parnaso a le spedite cime.

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35.Io solea spesse volte andarne seco
del verde monte in fra i piú chiusi allori,
e quivi a l’ombra del mio sacro speco,
tra le dotte fontane in grembo ai fiori,
gran trastullo ei prendea di cantar meco
del nostro Giove i fanciulleschi amori,
ed io postogli in mano il mio stromento,
gl’insegnava a formar dolce concento.

36.Talora a tender l’arco ed a scoccarlo,
ben ch’assai ne sapesse il Giovinetto,
10 m’ingegnava meglio ammaestrarlo
contro le fere in qualche mio boschetto.
Ma fra tutti i piacer di cui ti parlo,
11 piú continuo e principal diletto
(ahi che solo in parlarne impallidisco)
era il giocar con la racchetta e ’l disco.

37.Xe la stagion che la Cagnuola insana
fa di rabbioso incendio arder l’estade,
quando l’agricoltor con la villana
stassi ne l’aia a spigolar le biade;
ne l’ora che quaggiú da la sovrana
parte del Cielo a filo il raggio cade,
e l’ombra che da l’indice discende
dritto a la sesta linea il tratto stende:

38.n’andammo un dí, fin che ’l mio carro il segno
gisse a toccar de le diurne mete,
nel trincotto fatai giocando un pegno
altre cacce a pigliar con altra rete:
con quella rete ch’entro il curvo legno
tesse in spessi cancelli attorte sete,
e da le tese e ben tirate fila
fa percossa lontan balzar la pila.

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39.Trattiensi in prima a palleggiare un poco,
indi meco s’accorda a la partita,
e mutando lo scherzo in vero gioco,
proposto il premio, a la tenzon m’invita.
Incominciava ad avampar di foco
la guancia intanto accesa e colorita,
e le sue vive e fervide faville
a seminar di rugiadose stille.

40.Onde deposto un suo leggier farsetto
di molle seta, e tinta in ostro fino,
indosso si lasciò semplice e schietto
sol de l’ultima spoglia il bianco lino,
e mi scoprí del dilicato petto
il polito candore alabastrino:
ma del mio core assai piú forte e greve
cresrea la fiamma in riseuardar la neve.

O

41.I>e botte del suo braccio erano tali
che quant’ei n’aventava o scarse o piene
tant’erano al mio cor piaghe mortali,
tante a l’anima mia dure catene.
E ben da tender lacci e scoccar strali,
per legar e ferir con doppie pene,
ne le luci tenea serene e liete
vie piú che ne la man, l’arco e la rete.

42.La rete, che di corde ha la treccierá,
batte la pelle che di vento è pregna,
e con la gamba e con la man leggiera
di seguirla e raccorla ognun s’ingegna.
Qual destra è de le due piú destra arciera
vince, e ’l numero conta, e ’l loco segna.
S’avien che non l’investa, o che la faccia
ne la fune incontrar, perde la caccia.

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43.Somiglia il gioco, ond’io con lui combatto,
di duo mastri da scherma accorto assalto.
Or va per dritto, or di rovescio il tratto,
or di posta, or di balzo, or basso, or alto.
Or il colpo, che vien rapido e ratto,
s’incontra in aria, ed or s’aspetta il salto.
Or si trincia la palla, ed or caduta
tra gli angoli del muro è ribattuta.

44.Or quinci, or quindi, ed or veloce, or piano
l’enfiato cuoio si saetta e scocca.
Per lo tetto talor vola lontano,
talor rade la corda e non la tocca;
e regolato da maestra mano
né serpe per lo suol, né si rimbocca.
Tosto ch’urtato vien da quella banda,
si rimette da questa, e si rimanda.

45.Quasi in duello singoiar di Marte,
l’un e l’altro la destra a tempo move.
L’un e l’altro egualmente aggiunge a l’arte
astuzie e finte inaspettate e nove,
sí ch’accenna talvolta in una parte,
e poi riesce a l’improviso altrove,
con tanta leggiadria che mai non falla
la flagellata e travagliata palla.

46.Giá segnate ha due cacce ognun di noi,
onde stando del par, si cangia sito
fin ch’abbia il gioco alfín per l’un de’ doi
la vittoria o la perdita finito.
Ciascun si studia co’ vantaggi suoi
schivar il fallo e guadagnar l’invito,
ed a ben adoprar cauto procede
in un tempo con l’occhio il pugno e ’l piede.

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47.Piú volte e piú da quella parte e questa
gimmo e tornammo a la medesma guisa,
onde tra noi la palma in dubbio resta
a lance egual sospesa ed indivisa;
quand’ecco il crudo disco (oimè) s’appresta
a far che sia la pugna alfin decisa,
ch’è di metallo ben massiccio, e tondo
quasi un paleo di smisurato pondo.

48.Toglie il figlio d’Amicla il vasto peso,
che prima in alto poggia, e poi ruina,
ed ogni sforzo a la gran prova inteso,
l’un e l’altro ginocchio allarga e china.
L’alza a fatica, alfin poi che l’ha preso,
con piè ben fermo e faccia al ciel supina
le braccia allenta, e ’l turbine veloce
segue con la persona, e con la voce.

49.lo, che veggio il suo lancio andarne a vóto,
ché poco in sú si leva e si dilunga,
e che fatto piú lubrico dal moto
gli cade a piè pria ch’a mez’aria giunga,
mi provo anch’io, ma noi sollevo e roto,
ben che del premio alto desir mi punga,
prima che ’l guardi e ’l tocchi: acciò che ’l gitto,
essendo il cuneo egual, vada piú dritto.

50.Poi che d’intorno ho ben squadrato il giro,
tutto piú volte lo misuro e libro,
e per far meglio, e trar piú lunge il tiro,
la man su per l’arena io frego e cribro,
volgo in alto la fronte, e ’l ciel rimiro,
e su le membra mi bilancio e vibro,
perché vo’ che con scoppio e con rimbombo
saglia a le nubi, e poi trabocchi a piombo.

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51.Sovra la mole del volubil ferro
m’inchino, ed a scagliarlo alfin m’accingo:
in fra la base e ’l cuspite l’afferro
e fortemente ad ambe man lo stringo,
con gran prestezza il pugno indi disserro
e quel colpo funesto avento e spingo,
che fin che stian del Ciel salde le tempre,
fia memorando e lagrimabil sempre.

52.Zefiro, il peggior vento e ’l piú fellone
di quanti Eolo ne tien ne l’antro orrendo,
era in amar anch’egli il bel Garzone
giá mio rivale, e ne languiva ardendo.
Ma sprezzato da lui per mia cagione,
sé schernir, me gradir sempre veggendo,
sí fiera gelosia nel petto accolse
che tutto in odio il prim’amor rivolse.

53.E stando il nostro gioco ivi a vedere
su da l’alto Taigeta, il vicin monte,
mosso ad invidia de l’altrui piacere,
godea di fargli sol dispetti ed onte.
Or gli facea di testa i fior cadere,
or i capei gli scompigliava in fronte.
Talor la veste gli traea con rabbia,
e talor gli spargea gli occhi di sabbia.

54.È ben ver che talvolta in mezo a l’ira,
ben che crucciosa oltre suo stile e cruda,
lo Spirito malvagio arde e sospira
in risguardando il bianco sen che suda,
e mentre freme intorno e si raggira
avido di baciar la neve ignuda,
dolce il lusinga, e da’ bei membri amati
mitiga il gran calor con freschi fiati.

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55.Ma visto il tempo acconcio a la vendetta,
cangia in soffio crudel l’aura soave,
sí che di lá, dove la mano il getta,
torce a forza e distorna il bronzo grave,
e piú leggier che fulmine o saetta,
ch’alcun riparo a l’impeto non have,
con tanta furia per traverso il lancia,
che va dritto a ferirlo in su la guancia.

56.Sovra la manca guancia, ove tremante
palpita il polso entro la tempia cava,
il globo impetuoso e fulminante
percosse la beltá ch’io tanto amava.
Cade a lo sconcio colpo, e ’l bel sembiante
scolora, e sozzamente il macchia e lava,
perché tosto ne spiccia in su l’arena
di tepid’ostro una vermiglia vena.

57.Qual papavere suol da falce o vento
tronco il gambo languir pallido e chino,
tal era a punto; il solito ornamento
sparia dal volto, e lo splendor divino.
Moria nel labro il bacio, e giacea spento
in sepolcro di squallido rubino.
Gli occhi, giá de le Grazie alberghi fidi,
rimanean cave fosse, e voti nidi.

58.Tosto che quel bel viso io vidi tinto
del sangue (oimè) de la crudel ferita,
corsi a recarmi in braccio il mio Giacinto,
per dar con erbe a la gran piaga aita.
Ma poi ch’ogni opra allín nel corpo estinto
fu vana a richiamar l’alma fuggita,
piansi cosí, che de le stelle il Duce
parea fonte di pianto, e non di luce.

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59.Giuro per la beltá che sí mi piacque,
e che portò d’ogni altra in terra il vanto,
che quando il mio Fetonte ucciso giacque
non mi dolsi cosí, né piansi tanto.
E ben giusta cagione allor mi nacque
di sentir maggior duol, far maggior pianto,
ch’assai piú forte e piú mortale ardore
di quel ch’accese il mondo, arse il mio core.

60.Pindo sei sa, s’io piú cantai né risi,
sasselo il coro mio pudico e saggio.
Se ben su ’l carro d’or poscia m’assisi,
rotai gelato e ruginoso il raggio;
e passando di lá, dove l’uccisi,
nel mio sublime e sferico viaggio,
sempre cinto di nubi atre e maligne
sovra i campi versai piogge sanguigne.

61.Vòlsi per gloria sua, per mio conforto
lasciarne in terra una memoria bella.
Cangiai del gioco lo steccato in orto,
in aragna mutai la reticella,
e feci un nobil fior dal corpo morto
pullular in virtú de la mia stella,
che con note di sangue ha su le foglie
scritte le sue sventure, e le mie doglie.

62.Produssi ancor su le vocine rive
gemma di qualitá simile al fiore,
in cui pur di Giacinto il nome vive,
e di porpora e d’or serba il colore,
e la forza del fulmine prescrive,
e la peste discaccia e ’l mal del core.
Ride ne’ dí ridenti, e per costume,
quand’io mi turbo in Ciel, turba il suo lume. —

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63.Qui conchiuse il parlar lo Dio lucente,
quando colui ch’a premer l’uve insegna
— Questa — ricominciò — che veramente
merita gran pietá sciagura indegna
risovenir mi fa d’un accidente
peggior d’ogni altro che nel mondo avegna,
lo qual fin che su i poli il Ciel si giri,
sempre m’apporterá pianti e sospiri.

64.E si come nel caso acerbo e reo
non fur men gravi le ruine e i danni,
cosí non men d’Apollo ha Bassareo
dura cagion di dolorosi affanni;
perché ne l’infortunio onde cadeo,
misero, in su l’April de’ piú verd’anni,
si come anco in beltá non ne fu vinto,
cosí non cede Pampino a Giacinto.

65.Pampino (o bella Dea) che sovra l’erme
rive giá nacque del mio bel Pattolo,
fu de la stirpe degli Amori un germe,
fior di vera bellezza in terra solo.
Se non andasse ignudo, e fusse inerme,
poria rassomigliarlo il tuo figliuolo.
S’egli non avea gli occhi, ed avea l’ale,
potea parer Amor, nato mortale.

66.La bella fronte gli adornò Natura
di gentil maestá, d’aria celeste.
Dolce color di fragola matura
gli facea rosseggiar le guance oneste.
Ne la bocca ridea la grana pura
tra schiette perle in doppio fil conteste;
né quivi avea la rosa purpurina
prodotta ancor la sua dorata spina.

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67.La notte tenebrosa, il ciel turbato
si rischiarava de’ begli occhi al lume.
Il vago piede imporporava il prato,
la bianca mano innargentava il fiume.
Qualor liev’aura con soave fiato
confondendogli il crin, scotea le piume,
parea sparso su ’I collo il bel tesoro
sovra un colle d’avorio un bosco d’oro.

68.* Che veggio oimè» diss’io quando ferito
fui pria da lo splendor del chiaro raggio,
«chi è costui? di qual contrada uscito?
deh qual seme il produsse? o qual legnaggio?
Non giá, ben che tra selve ei sia nutrito,
di Ninfa il partorí ventre selvaggio.
No no, non nacque mai nel terren nostro
de la schiatta de’ Fauni un si bel mostro.

69.Esser non può giá mai che beltá tanta
di cosí roza origine proceda.
Mercurio è certo a la sembianza santa,
o piú tosto Himeneo, quant’io mi creda.
Ma dove son de l’una e l’altra pianta
i pennuti talari? ov’è la teda?
Poi c’ha il crin d’oro, esser dee forse Apollo
senza faretra e senza cetra al collo.

70.O se ’l giudicio mio non è fallace,
se non m’ingannan le fattezze rare,
sará, ben che non porti arco né face,
il figlio di colei che nacque in mare.
Ma scusimi la Dea, sia con sua pace,
io dirò ch’impossibile mi pare,
che membra sí gentili e sí leggiadre
deggian Marte o Vulcano aver per padre.

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71.Dimmi vago fanciul, dimmi chi sei?
Tua progenie dichiara, e tua lortuna.
Sí sí, so che m’appongo, e ’l giurerei,
certo del Sol ti generò la Luna,
perch’assai ti vegg’io simile a lei,
quand’è serena e senza nube alcuna,
e tal ti mostra ancor la fronte adorna
di due sí belle e giovinette corna.

72.Or qualunque tu sia, ben ch’io sia Dio,
per te mia deítate il Ciel disprezza,
e te mortai far possessor vogl’io
di quanta ho colassú gloria e grandezza;
però che se celeste è il sangue mio,
celeste è ancor la tua somma bellezza.
Privo di tanto ben, rifiuto e sdegno
!’eterne gioie del beato regno.

73.Non curo senza te, da te diviso
su le stelle abitar Nume immortale,
perch’essilio mi fora il Paradiso,
e lontan da la luce, ombra infernale.
Piú d’un sol guardo tuo, piú d’un sorriso
che del divino nèttare mi cale.
Abbiami, o siasi in Cielo, o siasi altrove,
(pur che Pampino m’ami) in odio Giove».

74.Mentr’io cosí parlava, ei de la loda
superbiva ridente e baldanzoso,
e dimenando la lasciva coda
dava segno che ’l cor n’era gioioso.
Or chi sará, che con pietá non m’oda?
O qual fia, che non pianga, occhio pietoso,
mentr’io racconto (ahi sfortunato) altrui
le delizie e i piacer, ch’ebbi con lui?

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75.Quando il meriggio col flagello ardente
sferza rabbioso la campagna aprica,
ne raccogliea, ne nascondea sovente
tra l’ombre dense una selvetta antica,
e scorgeane amboduo piacevolmente
il corpo essercitar con la fatica,
lanciando il tirso over la pietra in alto,
a la lotta, a la danza, al corso, al salto.

76.Né palme o lauri eran le spoglie e i pregi
de la vittoria ai duo felici Atleti,
ma ghirlande e sampogne, e di bei fregi
ricchi coturni, e zanii e dardi e reti;
ed oltre questi ancor, quantunque egregi,
altri premi piú dolci, e piú secreti.
Le pugne eran senz’ire e senza offese,
ed era arbitro Amor de le contese.

77.Quelle bellezze rustiche ed incolte,
quelle sue chiome scarmigliate e sparte
assai piú mi piacean di molte e molte
che polir suol lo studio, adornar l’arte.
Gli Orsacchini cacciava anco a le volte
e i Leoncini in questa e ’n quella parte;
ed io per le foreste e per le tane
gli porgea l’arco, e gli menava il cane.

78.Talor ne Tonde placide e tranquille
seco scendea del fiume amico e fido,
e lavandoci insieme, alte faville
traea dal freddo umor TArder di Guido.
Di gigli e rose e mille fiori e mille
si fregiava la ripa intorno al lido,
e facea con Iresch’erba in largo giro
corona di smeraldo al suo zaffiro.

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79.Gli aspri Egipani e i ruvidi Sileni
rompeano anch’essi il cristallino gelo.
S’attuffavan nel gorgo i Fauni osceni
col capo a l’acqua, e con le piante al cielo,
e scoprivan di fuor, curvando i seni,
de’ rozi dorsi il rabbuffato pelo.
Poi de’ pesci dorati in su le sponde
traean le prede da le lucid’onde.

80.Altri lungo il bel rio, ch’entro le vene
preziose ricchezze avea celate,
e diffondea su le purpuree arene
seminatrici d’oro acque gemmate,
le rilucenti pietre, ond’eran piene,
iva scegliendo, e le conchiglie aurate.
Ed io sempre a la pesca, al nuoto, al bagno
del vezzoso fanciullo era compagno.

81.Per qualunque di Lidia estrania riva
sempre il seguia con piè spedito e presto.
Se cantava talor, lieto io l’udiva,
se poi taceasi, io n’era afflitto c mesto.
La notte in odio avea, che mi rapiva
quel Sol, senza il cui lume or cieco resto.
Cosí passai, mentr’ebbi i fati amici,
col Satiretto mio l’ore felici.

82.Ma vòlse il Ciel che da me lunge un giorno
su ’l tergo (oimè) d’un fiero Tauro ascese.
Di verdi foglie un guernimento adorno
per lo petto e per l’omero gli stese.
Legato in fronte a l’un e l’altro corno
un fiocco di papaveri gli appese;
ed a la bocca per frenarlo al corso
di pieghevol corimbo ei fece il morso.

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83.Sovra la groppa di viole e rose
fabricogli le barde e le girelle.
Poi su le spalle floride e frondose,
com’ai destrier s’adattano le selle,
gli rassettò dintorno e gli compose
la sua dipinta e variata pelle;
e ’nsieme attorto con purpureo nastro
si fe’ di giunchi e ferule un vincastro.

84.Poi che ’l Toro crudel, ch’Orsi e Leoni
vinse di rabbia, acconcio ebbe in tai guise,
prese a montarlo, e ’n su i fioriti arcioni,
selvaggio Cavalier, lieto s’assise,
ed a disdosso, e senza staffe o sproni,
a governarlo intrepido si mise.
Cosí per balze alpestri e per vie torte
sferzava il suo uccisor verso la morte.

85.Fin che si fu nel prato a pien pasciuto,
e nel ruscello abbeverato intanto,
come intelletto e senno avesse avuto,
o stato fusse al suo Pastore a canto,
soffrendo il peso l’animal cornuto
cavalcar, maneggiar lasciossi alquanto,
onde Pampino mio parea per l’erba
altra Europa piú bella, e piú superba.

86.Ma perché forse troppo egli sen gisse
di tanta gloria e di tal soma altero,
o perch’invida il vide e se n’afflisse
Cinthia, c’ha de’ Giovenchi il sommo impero,
e con acuto stimulo il trafisse,
di mansueto ei diventò sí fiero,
ch’incominciò per discoscesi calli
a saltar fossi, ed a trascorrer valli.

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87.Per l’erte cime de la rupe alpina
impetuosamente i guadi passa,
e con corna traverse e fronte china
elei e roveri urtando, il capo abbassa,
e porta ne l’andar tanta ruina
che pietre spezza ed arbori fracassa.
Fiamme dagli occhi torvi aventa e scocca
ed orrendi bramiti ha ne la bocca.

88.Vede il Garzon ch’indomita e feroce
la bestia a traboccar va per la balza,
e con la man si sforza e con la voce
di placar quel furor, ma piú l’incalza,
che rinforza sbuffando il piè veloce,
apre le nari e l’irta coda inalza,
torce lo sguardo, e con oblique rote
la schiena incurva, e la cervice scote.

89.<«Dove dove ten corri? arresta i passi
Toro perverso, inessorabil Toro.
Non vedi (oimè) che tra quest’aspri sassi
miseramente e senza colpa io moro?
Non far non far che lacerata io lassi
tra pruni e sterpi questa chioma d’oro,
questa, ch’ai mio fedel cotanto piace,
e so ch’è del suo cor nodo tenace.

90.Io t’adornai le corna, e di bei fiori
le mani a coronarti ebbi sí pronte,
e tu nel fior de’ giorni miei migliori
precipitar mi vuoi da questo monte!
Vedi che son anch’io simile ai Tori,
come la tua, falcata è la mia fronte.
Sei pur ministro a coltivar la spica
de la Dea che di Bacco è tanto amica!

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91.Ma se di me, che troppo incauto fui,
pietá non hai, né curi un Nume santo,
portami almeno al mio Signor, da cui
forse avrò dopo morte onor di pianto.
Forma umana favella, e narra a lui
l’empia mia sorte e miserabil tanto;
e che piú duoimi esser da lui diviso,
che qui restar si crudelmente ucciso».

92.Questi esprimer piangendo ultimi accenti
gli udir le Ninfe de’ vicini colli,
le Ninfe, ch’a me poi meste e dolenti
vennerlo a referir con gli occhi molli.
Ma l’orgoglioso Bue, che d’ire ardenti
avea gli spirti infuriati e folli,
non curando i suoi preghi, o le mie doglie,
trasselo alfine ove lasciò le spoglie.

93.Scotendo il dorso con terribil crollo,
poscia ch’ebbe un gran salto in aria preso,
da sé lunge lo spinse, indi lasciollo
sovra il duro terren battuto e steso,
onde su le vertigini del collo
cadendo del bel corpo il grave peso,
fiaccò la nuca, e ’n guisa il capo infranse,
che la rigida selce anco ne pianse.

94.Lasso, con quai querele, e quali accuse
io maledissi allor le stelle tutte?
Pensate voi, poi che le luci ei chiuse,
se rimaser le mie di pianto asciutte.
Piansi, e d’ambrosia dolcemente infuse
le fredde membra, e di bel sangue brutte,
cosí stracciato in braccio io me l’accolsi,
e del suo fato, e piú del mio mi dolsi.

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95.«Dimmi Pampino mio, deh dimmi or quale
t’uccise empio e crudel mostro iracondo,
per dar a Bacco tuo doglia immortale,
ch’esser solea per te sempre giocondo?
Se forse ti sbranò crudo Cinghiale,
la ria progenie estirperò dal mondo,
senza lasciarne pur di tanto stuolo
a le saette di Diana un solo!

96.Se Tigre accesa d’ira, ebra d’orgoglio
de l’amato mio ben fu l’omicida,
or or dal carro mio scacciar la voglio,
come rubella, al suo Signore infida.
Se fier Leon mi diè questo cordoglio,
a quanti in grembo l’Africa n’annida
morte darò, né fia pur ch’ai Leoni
de la gran madre Cibele perdoni.

97.Ma se perfido Toro e maledetto
de’ tuoi d: non maturi il filo ha mozzo,
e con gloria sen va (come m’han detto)
del tuo sangue gentil macchiato e sozzo,
di mostrargli ben tosto io ti prometto
quanto il mio del suo corno ha miglior cozzo;
o il mio tirso fará ch’a lasciar abbia
sovra il tumulo tuo l’ultima rabbia.

98.Perché non seppi che calcar le spalle
bramav’i pur d’un Tauro iniquo e reo?
Ch’i destrier generosi e le cavalle
da l’armento Pisano e da l’Eleo,
e da’ presepi antichi e da le stalle
t’avrei recati del gran monte Ideo;
patria del bel fanciul da Giove accorto
sottratto a la cagion che mi t’ha morto.

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99.Se stati i miei pensier fusser presaghi
che per un vano e giovenil piacere
erano i tuoi desir cupidi e vaghi
d’essercitar cavalli o domar fere,
t’avrei dato di Rhea sferzar i Draghi,
t’avrei dato affrenar le mie Pantere,
fatto de la sua stessa aurea quadriga
t’avrebbe Apollo a mia richiesta Auriga.

100.Ahi l’Orco sordo, ond’altri unqua non riede,
mai non si placa e suo rigor non frange,
né mai rende Pluton le tolte prede
per ricco dono di chi prega e piange;
ché s’accettar volesse aurea mercede,
quant’oro accoglie e quante gemme il Gange,
quante ricchezze han gl’indi e gli Eritrei
in cambio del mio Pampino darei.

101.Deh che ’l poter morir caro mi fora
per unirmi al mio ben nel cieco regno!
Ma tu spietato Sol, che chiara ancora
porti la luce tua di segno in segno,
perché di far col Tauro (oimè) dimora
negli alberghi del Ciel non prendi a sdegno,
poi c’ha sepolto un Tauro empio d’inferno
un sí bel Sole in Occidente eterno?

102.Fuggano i Fauni la funesta sponda,
piangan le Ninfe la crudel fortuna,
scolorisca ogni fior, secchi ogni fronda,
copra l’infausto Ciel nebbia importuna,
rompa l’urna il Sangario, e l’acqua bionda
del mio Pattolo omai diventi bruna,
aborra Dioneo con le Baccanti
le liete mense e gli organi sonanti!».

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103.Cosí doleami, e ’l rozo stuol caprigno
seguiva alto ululando i miei lamenti.
Giaceva il busto squallido e sanguigno,
ma scintillavan pur gli occhi ridenti.
Ancora il volto amabile e benigno
rose fresche nutriva, e fiamme ardenti;
né da le labra smorte e scolorite
eran l’afflitte Grazie ancor partite.

I

104.Quand’ecco Atropo grida: «Il sommo Giove
piú non vuol (Bacco) omai che ti quereli.
Il Fato al pianger tuo con grazie nove
da l’usato tenor distorna i cieli,
e ’l gran decreto a cancellar si move
de le Parche implacabili e crudeli,
onde malgrado de le stelle ree,
non passerá ’l tuo amor Tacque letee.

105.Vive Pampino vive: e ben che sembri
spento de’ suoi begli occhi il lume chiaro,
vedrai tosto cangiati i vaghi membri
nel buon licor ch’altrui sará sí caro.
Ti diè (so che con duol te ne rimembri)
morendo aspra cagion di pianto amaro,
per dar al mondo tutto, or ch’egli è morto,
cagion poi di letizia, e di conforto >>.

106.Disse, e miraeoi novo allor m’apparse:
prese altra forma il Giovane infelice.
Il cadavere essangue abbarbicarse
vidi ratto nel suol con la radice,
e fatto lungo stipite, consparse
vari rampolli poi da la cervice.
Le braccia germogliar tralci novelli,
divenner foglie i panni, uve i capelli.

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107.Serpe la nova pianta, e i rami ombrosi
piegando intorno l’incurvate cime
serbano ancor ritorti e flessuosi
l’antica effigie de le corna prime.
Mutasi in vino il sangue, e sanguinosi
gli acini sono, onde ’l licor s’esprime;
e quella spoglia, eh’insensata e priva
era in tutto di vita, in Vite viva.

108.Tosto ch’io vidi il trasformato busto
vestir del vago Autunno i verdi onori,
e i tronchi ignudi del vicino arbusto
de la pompa arricchir de’ suoi tesori,
venni in desio d’assaporar col gusto
de’ bei racemi i generosi umori,
e da l’estinto autor de’ miei tormenti
còlsi i maturi grappoli pendenti.

109.Premuto il dolce frutto in fra le mani,
stille n’uscír melate e rugiadose,
e scaturir dal gonfio seno i grani
acqua odorata e di color di rose.
Raccolser meco stupidi i Silvani
quelle porpore belle e preziose,
e con le labra e con le man vermiglie
del prodigio essaltár le meraviglie.

110.Ed io quando di manna umidi e gravi
schiacciai col dente i turgidi rubini,
e vie piú dolci gli trovai che i favi,
di pampini fregiar mi vòlsi i crini;
ed «O Pampino» dissi, «ancor soavi
sono i costumi tuoi piú che divini.
Fatto il bel corpo tuo frondoso e verde
le sue prime dolcezze ancor non perde.

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111.Certo tu vivi, e per pietá l’Inferno
rivocò la sentenza aspra e severa,
né veder ti lasciò nel basso Averno
l’occhio fatai de la crudel Megera.
Non diè la terra al suo ornamento eterno
tomba commune a la vulgare schiera;
ma vergognossi, a cose vili avezza,
di nascondere in sen tanta bellezza.

112.Il mio gran Padre in arboscel ferace
cangiato t’ha per onorare il figlio,
e del volto, che giá fu sí vivace,
ti lascia ancora il bel color vermiglio,
e fa che ’l succo tuo dolce e mordace
tranquilli il petto e rassereni il ciglio,
e sgombri dal pensier le nebbie oscure
de le noiose ed importune cure.

113.O delizia del mondo e de’ mortali,
o del nèttar celeste essempio in terra.
Spiritosa bevanda, oblio de’ mali
e pace de’ dolor ch’altrui fan guerra.
Quai fur mai forze, o quai virtuti eguali
a l’invitto valor che ’n te si serra?
Ogni altro frutto omai per te s’aborra,
né teco in pregio altr’arbore concorra.

114.Qual piú famosa pianta in selva alberga
convien che ceda al tuo bennato stelo
e che qual serva tua curvi le terga
sotto quel peso ch’è sí caro al Cielo.
Non fia giá mai ch’a tanta gloria s’erga
il Fico, il Pruno, il Melagrano, il Melo.
La Palma istessa ancor, che qual Reina
sovra l’altre trionfa, a te s’inchina.

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115.Ed a ragion la prima laude avrai
da Fauni, da Pastori, e da Bifolci,
perché l’altre non dan, come tu dai,
diletti al senso sí soavi e dolci.
Tu piú d’ogni altra agli egri spirti assai
porgi ristoro, e ’l cor rallegri e molci.
Languiscon di te privi e balli e canti,
né son mai senza te mense festanti.

116.Or non cur’io, pur che tu meco viva,
che sacra a Giove sia la quercia antica.
Il ricco pioppo ad Hercole s’ascriva,
di Febo il dotto lauro esser si dica.
Abbia Minerva pur la verde oliva,
abbia Cerere pur la bionda spica,
la bella rosa a Citherea si dia,
sola di Bacco tuo la Vite sia».

117.Tacqui ciò detto, e ben capace fossa
cavar feci nel sasso, e ben agiata,
e ’l fresco fior de la vendemmia rossa
riporvi da la rustica brigata,
onde da sé, non pésta e non percossa
usci la prima lagrima rosata.
Poi cominciai ne l’apprestato bagno
col torchio a premer l’uve, e col calcagno.

118.Ferve giá l’opra, e giá viene a carpirsi
il novo parto de’ viticci opachi.
I Coribanti insani e gli Agathirsi
van quinci e quindi, e i Satiri imbriachi.
Chi sfronda i rami per ghirlande ordirsi,
chi svelle i raspi e chi ne spicca i vachi.
Chi n’empie il grembo da quel lato e questo,
chi n’attende a colmar fescina o cesto.

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119.Altri, come talor ne l’aia stanno
de le biade sgusciate i monti integri,
nel cavo vaso raccogliendo vanno
i grani in mucchi, e scegliono i piú negri.
Altri portando i pálmiti, che fanno
oltremodo brillar gli spirti allegri,
vien la gravida giá madre del vino
con risi e canti a scaricar nel tino.

120.Parte poi che fornito ha di comporre
il cumul tutto, onde la cava è piena,
l’uva, che giá calcata in rivi scorre,
a vicenda co’ piè sviscera e svena.
Giá spiccia il vino, e giá comincia a sciòrre
i suoi vivi torrenti in larga vena,
e fa bollir la violata spuma
da cui grato vapore essala e fuma.

121.Mugghia la turba intorno a le bell’onde
che ’l purpureo ruscel per tutto versa.
Nel canal che ne piove, e si diffonde,
quei tien la man, questi la bocca immersa.
Quei de le dolci stille e rubiconde
tutta ha dentro e di fuor la gola aspersa.
Questi dapoi che ’l ciottolo n’ha pieno,
v’attuffa il volto, e se n’innaffia il seno.

122.Chi stringe con le dita entro la tazza
di lieti fiori incoronata, il grappo,
chi di libarlo a pena si sollazza
col sommo labro, e chi tracanna il nappo.
Quel furor dolce e quella gioia pazza
fa che non curi alcun lino, né drappo,
onde fan rosseggiar l’uve bevute
l’ispide barbe, e le mascelle irsute.

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123.Alcun ve n’ha, che la vital rugiada
con un corno di bue per bere attigne,
e gustata che l’ha, tanto gli aggrada
la sostanza del Ciel data a le vigne,
che forza è poi che titubando cada
con luci enfiate e torbide e sanguigne,
e vinto da colui che mutò forma,
ebro vaneggi, o tramortito dorma. —

124.Non ebbe forza l’Inventor del mosto
di piú dir altro ai circostanti Numi,
ché l’amara memoria inondar tosto
gli fe’ le guance di duo caldi fiumi,
onde il sembiante in grave atto composto,
tacendo s’asciugò gli umidi lumi;
e poi ch’egli del tutto ebbe taciuto,
cosí parlò la Socera di Pluto:

125.— Ne’ vostri casi (o Dei) non vi consolo,
ché di pianto son degni, e di cordoglio;
ma chi langue d’Amor non è mai solo,
anch’io d’Iasio rammentar mi soglio.
Taccio quanto soffersi affanno e duolo,
ché l’antiche follie narrar non voglio.
Narrerò d’un Garzon tragedia tale
ch’io piansi piú l’altrui, che ’l proprio male.

126.Né trovar si poria chi farne fede
meglio di me, che ’l vidi, unqua potesse,
perch’ove bagna a la mia reggia il piede
l’onda di Scilla, il caso empio successe.
Videlo ancor costei, che tra noi siede,
e ’l vider seco le sue Ninfe istesse,
e v’accorse pietosa, e se ne dolse,
e tra le braccia il misero raccolse.

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127.Aci il gentile, un Pastorei Sicano,
fu giá di Galathea l’unico foco,
Galathea bella, che seguita invano
era da Polifemo in ogni loco.
Appo lui quasi stilla a l’Oceano
era ogni altra bellezza o nulla, o poco.
Onde ciascuna Ninfa empiea d’amore,
e ciascun uom d’invidia e di stupore.

128.Cedano i duo che qui lodati han tanto
di Semele il figliuolo e di Latona,
o qual maggior beltá celebra il canto
de le dotte sorelle in Helicona.
Il suo puro candor toglieva il vanto
a le bianche Colombe di Dodona.
Il suo dolce rossor faceva oltraggio
ai color de l’Aurora, ai fior di Maggio.

129.Una collina, che risponde al mare,
Vertunno con Netunno accoppia e mesce.
Per entro Tonde sue tranquille e chiare,
publico albergo al maldifeso pesce,
un pavimento lucido traspare,
lo qual vaghezza al vago sito accresce,
di nicchi fini e di lapilli tersi,
tutti smaltati di color diversi.

130.Lá ’ve da l’erba tremula indistinto,
agitato dal flutto, il giunco pende,
di vario musco il margine dipinto
molle di fresca arena un letto stende,
si d’alti sassi incoronato e cinto
che soffio d’Aquilon mai non l’offende.
Sol placid’aura intorno al curvo grembo
gl’increspa Torlo, e gl’innargenta il lembo.

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131.Tinta d’azurro ne le ripe estreme
par la verdura, e l’acqua è verdeggiante.
Ragionar ponno, e salutarsi insieme
il cultor, quinci e quindi, e ’l navigante.
Mentre l’un rade il lido, e l’altro il preme,
han communi tra lor Taighe e le piante.
L’un può col remo còr l’uve dal tralce,
l’altro i coralli mieter con la falce.

132.Qui solea Galathea, lasciando il ballo
de l’altre Ninfe e de le Dee marine,
dal tergo d’un leggier Pescecavallo
su l’asciutto smontar del bel confine.
Ed Aci de le membra di cristallo,
molli di perle, ed umide di brine,
con mille caldi sospiretti e mille
gli rasciugava le cadenti stille.

133.Un giorno uscita pur (come sofia)
a scherzar per le liquide campagne,
venne il suo amor per la cerulea via
separata a trovar da le compagne,
e discesa ove fa l’isola mia
un promontorio sol di tre montagne,
senza sospetto alcun d’insidia altrui
stavasi sola a trattener con lui.

134.Di duo pendenti d’indici zaffiri
gli avea guernito il destro orecchio e ’l manco,
e circondato con minuti giri
di tre linee di perle il collo bianco.
Teneagli con sorrisi e con sospiri
l’una mano a la guancia, e l’altra al fianco,
e dolce a sé stringendolo, nutriva
dentro il gelido sen la fiamma viva.

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135.E baciandol dicea: «Chi fia che sciolga
giá mai questo (o mio ben) caro legame?
Pria che si rompa, o ch’altri a me ti tolga,
vo’ che si rompa il mio perpetuo stame.
Frema, scoppi (se sa) s’adiri e dolga
il terror di Sicilia, il mostro inlame,
di cui piú fiera e spaventosa belva
non vive in tana, e non alberga in selva».

136.Fatto qui pausa ai vezzi, e se non tronche,
lentate le dolcissime catene,
segnavan con le pietre e con le conche
de le gioie la somma, e de le pene.
Su lo scoglio scolpian per le spelonche,
per la riva scrivean sovra l’arene,
suggellando i caratteri co’ baci,
Aci di Galathea, Galathea d’Aci.

137.Or mentre incauti e senz’alcun pensiero
stanno in tal guisa a trastullarsi i due,
ecco viene il Ciclopo orrido e fiero
a pascolar le pecorelle sue.
Sotto la manca ascella un cuoio intero
per zanio tien di ricucito bue.
Ben si scorge il crudel, quand’egli giunge,
isoleggiar su l’isola da lunge.

138.Non di lieve siringa o di sambuca,
ma di massicci abeti ha cento canne,
cento buche ogni canna, ed ogni buca,
misurato il suo giro, è cento spanne.
Questa suol, quand’avien ch’ei riconduca
la greggia a l’erba fuor, porsi a le zanne
ed accordar con cento fiati e cento
de’ diseguali calami il concento.

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139.«Ti reco, o Galathea, da quelle rupi
due pargolette e leggiadrette Damme,
pur che gli ardor ti piaccia interni e cupi
alquanto mitigar de le mie fiamme.
A te le dono, e le sottrassi ai Lupi,
che le toglieano a le materne mamme.
Ma te Lupa crudel non fia ch’io scolpi,
ch’assai peggio il mio cor divori e spolpi.

140.Non mi sprezzar, perch’io di questa roccia
abiti l’aspra e ruvida latebra,
né perché ’l lume mio, ch’a goccia a goccia
per te si stilla, appanni una palpebra.
Non mi schernir, né far che sí mi noccia
l’orgoglio, onde ten vai tumida ed ebra.
S’io sempre a’ tuoi m’inchino e m’inginocchio,
aborrir tu non devi il mio grand’occhio.

141.Ben ch’abbia un occhio solo, io non son orbo,
il mio sguardo è di Lince, e non di Talpe,
ben ti scoprí l’altr’ier presso quel sorbo
il busto mio, ch’avanza Olimpo e Calpe,
col fanciul, ch’io farò pasto del corbo,
ad onta mia scherzar sotto quest’alpe.
Ma s’altra volta il colgo, il mal fia doppio:
io ten farò sentir tosto lo scoppio».

142.Cosí cantava, e volea piú dir forse
col guardo sempre intento a la marina,
quand’egli a caso invèr la falda il torse
che terminava la gran balza alpina,
e de la coppia misera s’accorse,
la qual non prevedea tanta ruina
e d’amor tutta cieca e tutta ardente
al periglio vicin non ponea mente.

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143.«Ah che ben ti vegg’io»> colmo d’orgoglio,
«non luggir, Galathea» disse il Gigante.
«Ti veggio, e la vendetta omai non voglio
piú differir di tante ingiurie e tante;
e vendicar mi vo’ con questo scoglio,
ch’è del tuo duro cor vero sembiante,
e la luce per te non troppo allegra
segnar di questo dí con pietra negra».

144.Detto e fatto in un punto, ecco un fracasso,
ond’intorno il ciel freme, e ’l mar rimbomba,
e d’alto in un precipitato a basso
mezo il gran monte impetuoso piomba.
Sovra il miser Garzon ruina il sasso,
e gli porta in un punto e morte e tomba.
Sotto la rupe, che T percote e pesta,
fulminato e sepolto insieme resta.

145.Io non so qual affetto a l’improviso
piú nel cor de la Ninfa allor s’avanzi,
l’ira contro il fellon, ch’abbia reciso
il bel nodo ch’Amor strinse pur dianzi,
o la pietá del Giovinetto ucciso,
lo qual sí bello ancor le giace innanzi
che non con altri forse atti e pallori
(se potesser morir) morrian gli Amori.

146.«Dunque per te» prorompe alftn gridando
«il fior d’ogni mio ben langue distrutto,
perfido Lestrigon, Mostro essecrando,
portento di Natura immondo e brutto?
Cosí grazia e mercé s’impetra amando?
Cosí s’ottien de le fatiche il frutto?
Non credo no, né fia mai ver, eh’un core
rozo e villano ingentilisca Amore.

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147.Ma che? Ben pagherai d’un tanto torto
la pena in breve, di quel lume privo
che quel terreno Sol, ch’oggi m’hai morto,
indegno fu di rimirar giá vivo.
Ben che ’l tuo sdegno insano e poco accorto
util gli fu, per essergli nocivo:
d’uccider ti credesti Acide mio,
e t’avedrai che d’uom l’hai fatto Dio».

148.Sí dice, indi quel corpo amato e bello,
ch’incapace è di vita, e di salute,
trasforma in chiaro e limpido ruscello
con la divina sua fatai virtute;
e poi c’ha del gentil fiume novello
con le lagrime sue Tacque accresciute,
il salso in un col dolce umor confonde
e rimescola insieme onde con onde.

149.Udiste, o Dei, del fiero il crudo sdegno,
non giá quanto a seguir n’ebbe dapoi.
Io ’l so, che ’l vidi, e parmi ancor ben degno
da ricordarsi e raccontarsi a voi.
Io ’l vidi, e ’l so, però che ’l vago ingegno
intento ad osservar negli atti suoi
ciò che disse, e che fe’, ciò che gli avenne,
piú salda impression mai non ritenne.

150.Cosí vedrete alfin, che pur il colse
la bestemmia fatai di Galathea:
onde quant’egli errò, tanto si dolse,
perdendo il Sol, la forma, e la sua Dea.
La giusta legge del destin non vòlse
ch’impunitá n’andasse opra sí rea.
Sovente vendicar le cose belle
(come simili a lor) soglion le stelle.

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151.Quando del colpo iniquo ed inumano
gonfiando insuperbito i suoi furori,
d’aver morto il rivai di propria mano
vantava seco i trionfali onori
e credea follemente il mostro insano
de la Ninfa gentil goder gli amori,
permise il Ciel che di lontan venisse
ad ingannarlo, ad acciecarlo Ulisse.

152.Giacea (sí come sempre avea per uso)
in fondo a l’antro suo scabroso e vecchio.
Aveagli il vel de la gran luce chiuso
un grave oblio da l’un a l’altro orecchio,
quando tra ’l vino e ’l sonno ebro e confuso,
il terso de la fronte unico specchio
con doglia incomparabile repente
fuor del concavo suo sveller si sente.

153.Non farian tal romor l’eterne rote
se cadesse del Ciel l’immensa mole,
o fusse pur, sí come esser non potè,
da l’epiciclo suo schiantato il Sole,
con quale strido e strepito si scote,
con qual furia il crudel s’arrabbia e dole,
mentr’il Guerrier nel ciglio il pai gli ficca,
e ’n su ’l bel del dormir l’occhio ne spicca.

154.Quasi fin nel cervel la rigid’asta
de l’acuto tizzon dentro gli caccia,
e de la gemma sua vivace e vasta
impoverisce la terribil faccia.
Quei con la fronte sanguinosa e guasta
pasimando distende ambe le braccia,
poi si leva, e tenton va con la mano,
ma l’aria stringe, e lui ricerca invano.

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155.Ricerca il feritor, né sa, né vede
dove, né come al suo furor si fura.
A l’avanzo de’ miseri ne chiede
che tien sepolti entro la grotta oscura,
ma la voce tremante indietro riede
ed è tolta a ciascun da la paura.
Il tuon del grido, il picchio de la clava
tutta fa risentir l’ombrosa cava.

156.Aprendo l’uscio alfín del cavo speco,
si terge il sangue, onde la fronte è sozza,
e quando al chiaro Sol si trova cieco
molti di quella turba uccide e strozza.
Smembra i compagni del facondo Greco,
come Leon faria Lepre o Camozza.
Parte al sasso n’aventa, e non indugia,
ch’un ne sbrana, un ne scanna, un ne trangugia.

157.Perduto il dí, ch’a lui per sempre annotta,
battesi ad ambe man l’estinto lume,
e da la piaga de la fronte rotta
fa di sangue sgorgar torbido fiume.
Fuor de le labra per l’opaca grotta
stilla bave sanguigne, e nere schiume,
e nel fango del suolo e ne la polve
se stesso immerge e bruttamente involve.

158.Del crin, che rabbuffato e non tonduto
con lunghe ciocche in su le spalle pende,
del mento inculto, squallido e barbuto,
da cui ben folto il pelo al petto scende,
del petto istesso, il cui pelame irsuto
rigido tutto e setoloso il rende,
gli aghi pungenti e l’irte lane e grosse
per ira e per dolor si straccia a scosse.

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159.Vuol pur trovar, per vendicar l’offesa,
chi gli serrò la lucida finestra.
Su l’entrata s’asside aspra e scoscesa
che fa spiraglio a la spelonca alpestra.
Sotto la mazza attraversata e stesa
uscir fa la sua greggia, e con la destra
mentre la chiusa sbarra inalza ed apre
di corno in corno annovera le capre.

160.Ma come saprá mai dove si celi
uom sí cauto, si scaltro, e sí sagace!
Chi può pensar, ch’un vello asconda e veli
l’insidioso ingannator fugace?
Monton s’infinge e mente i cozzi e i beli:
gli palpa il tergo, e quei camma e tace.
Cosí coverto di lanosa pelle
gli si sottragge, e passa in fra l’agnelle

161.Or poscia che non sol 1 ’ occhio gli ha tolto
col tronco arsiccio il Peregrino Argivo
ma, da l’infame arena il legno sciolto,
giá da la cruda man campato è vivo,
furia, ondeggia, vaneggia, e come stolto
non men di senno che di luce privo,
languendo a un punto e minacciando insieme,
piú del mar che ’l produsse orribil freme.

162.Uscito indi de l’antro, arbori intere
fiaccò con l’urto e con la man divelse,
né tra quell’ire sue superbe e fiere
questo tronco da quel distinse o scelse.
Sbarbò frassini antichi ed elei altere,
spezzò cerri robusti e querce eccelse,
e furibondo errò per tutto, e forse
cento volte quel di l’isola corse.

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163.Cerca e ricerca, ove Nessun s’appiatta,
ed alza il grido spaventoso e grande.
Ma quel Nessun che la bell’opra ha fatta
giá per Tacque lontan la vela spande.
Nessun per ogni tana ed ogni fratta
chiama, e Nessun risponde a le dimande,
fuor che dal cupo sasso i tre fratelli
che batton su l’ancudine i martelli.

164.Vola la nave, e quasi augel de Tonde,
batte de’ remi le spedite penne
e ne’ sali spumanti il rostro asconde
sospinta in alto da l’alate antenne.
Su le deserte e solitarie sponde
intanto ei con grand’impeto ne venne,
dove si fu pur finalmente accorto
che partito il navilio era dal porto.

165.Allor sí grossa rupe e sí pesante
spiccò dal fianco al gran monte vicino
e con braccio feroce e fulminante
lanciolla dietro al fuggitivo pino,
che pien di fere e carico di piante
un bosco sostenea su ’l tergo alpino,
e seco per lo ciel trattando il vento
trasse col suo Pastor tutto un armento.

166.Quasi animato monte imposto a monte,
in cima a l’alto ed elevato colle
piantato il crudo in piè, l’orribil fronte
presso le nubi alteramente estolle,
or minacciando al Cielo oltraggi ed onte,
or Fortuna appellando iniqua e folle,
or bestemmiando in atti orrendi e schifi
il vento, il mar, la vela, il remo, e Thifi.

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167.Quivi in sí fiere e sí crucciose voci
sue querele spiegò languide e meste
e d’urli sí terribili e feroci
l’aure intronò, le piagge e le foreste,
che, se ben de’ duo mostri in fra le foci
fremea pien di procelle e di tempeste,
giacer parve senz’onda il mar immoto
e tacer Euro, ed Aquilone, e Noto.

168.Fér tenore e risposta a’ suoi lamenti
le spelonche vicine e ’l mar istesso.
Gemer Gufi s’udír, fischiar Serpenti,
Lupi ulular per que’ vallon da presso.
Corser le Ninfe a que’ dogliosi accenti,
Nettuno il genitor vi corse anch’esso,
e ne piansero in suon flebile e rauco
Tritone, e Trotheo, c Melicerta, e Glauco.

169.«Va’ pur >> dicea «va’ dormi occhio dolente
tu, cui tanto è il dormir caro e soave,
e fra straniera e traditrice gente
fa’ pur il sonno tuo profondo e grave.
Va’ dormi va’, ma intanto ampio torrente
d’infruttuose lagrime ti lave.
Occhio sciocco, occhio pigro, occhio gravoso,
come t’ha concio il tuo mortai riposo!

170.Quando piú ne l’inganno e nel periglio
sguardo devevi aver d’Aquila e d’Argo,
allor men cauto il sonnacchioso ciglio
sparger ti piacque d’infernal letargo.
Va’ dormi va’, ma intanto egro e vermiglio
versa di sangue un rio tepido e largo,
e questa fosca tua vòta caverna
chiudi in sonno perpetuo, in notte eterna.

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171.Lasso, piú non sperar gli alti splendori
riveder mai de la tua fiamma antica,
né piante verdeggiar, né rider fiori
in valle ombrosa, o in collinetta aprica.
Fatta (tua colpa) de’ suoi chiari onori
vedova questa fronte oggi e mendica,
spento del volto mio l’unico raggio,
come farò, se luce altra non haggio?

172.Indarno indarno o Sol per me rinasci,
poi che m’ingombra sempiterna sera.
Trionfa pur, che negra benda or fasci
del lume mio l’inecclissata sfera.
Lieto omai Giove ogni sospetto lasci,
ché piú non osa il cor, la man non spera,
non spera piú con immortai trofeo
l’opra fornir, che ’ncominciò Tifeo.

173.Alcun piú qui de le conteste travi
da lunge il corso o de’ nocchier non spia.
Corran secure pur, corran le navi
per la piana del mar liquida via.
Vengan di merci preziose gravi,
radano a lor piacer la riva mia,
e spiegato per Tonde il volo audace,
senza spavento alcun passino in pace.

174.Or per trastullo lor, si com’io fossi
fera che giace incatenata e dorme,
de le grand’unghie mie, de’ miei grand’ossi,
de l’ampio ciglio e de la bocca informe,
de’ membri tutti smisurati e grossi,
de’ Satiri e Pastor seguendo l’orme,
verran le Ninfe intrepide e secure
a tòr con lunghe canne alte misure.

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175.Ed io, che giá sí grande e sí robusto
non ebbi eguale in paragon di forza,
or che del mio negletto inutil busto
caligine mortai la face ammorza,
mercé di chi v’affisse il remo adusto
e poi fuggí sotto mentita scorza,
mi rimarrò per mio maggior tormento
fischio a la plebe, ed agli augei spavento.

176.Deh quanto fu per me misera l’ora
quando il malnato passaggiero infido
girò la stanca e combattuta prora
a questo mio giá dolce antico nido!
Troppo felice lo mio stato fora,
se d’Etna il monte e di Trinacria il lido,
se queste rive un tempo amene e liete
viste mai non avesse il Greco abete.

177.È ver che quando il traditor m’assalse
per lasciarmi de l’occhio orbato e scemo,
vii omicciuol non osò giá, né valse
mover publico assalto a Polifemo:
ma con lusinghe allettatrici e false
tese l’insidia del mio danno estremo,
e seppe i suoi pensier perversi e rei
si ben dissimular, ch’io gli credei.

178.Quanto vaglia il mio braccio e quanto possa
faranne quest’arena eterna fede,
la qual di sangue per gran tratto e d’ossa
rosseggiar tutta e biancheggiar si vede.
Sallo de l’antro mio la cupa fossa,
che pien d’umane e di ferine prede
ha di teschi e di pelli intorno intorno
il negro muro orribilmente adorno.

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179.Onde s’allora un picciol cenno, un atto
scorto avess’io del suo villan talento,
pensar si può, se strazio egual mai fatto
fu da Lupo affamato in fra l’armento!
O che questo baston sparse in un tratto
Tossa n’avrebbe e le minugia al vento,
o ch’avrei forse a Tuorn malvagio e rio
fatto vivo sepolcro il ventre mio.

180.Nulla curo però quanti soffrire
possa per tal cagione oltraggi e torti,
nulla fra dolorose ombre languire
in un stato peggior di mille morti.
Quel ch’ogni pena eccede, ogni martire,
dove speme non è che mi conforti,
egli è solo il pensar che mi sia tolta
la bella, che dal mar forse m’ascolta.

181.M’ascolta forse, e piú che mai mi sprezza,
e giá vederla ad or ad or m’aviso,
ch’addita con insolita allegrezza
a le compagne il mio squarciato viso.
Strana miseria mia, da la bellezza,
per cui piango e languisco, esser deriso.
Bellezza (oimè) ch’a desperar m’induce,
e priva è di pietá, com’io di luce.

182.Or goda e rida pur, ch’a me s’asconda
per l’altrui fraude eternamente il giorno,
e che del lido favola e de Tonda
fatto io mi sia per queste spiagge intorno.
De l’una e l’altra mia piaga profonda
poco il danno cur’io, poco lo scorno,
pur che ’n riso sei prenda e n’abbia gioco
la soave cagion del mio bel foco».

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183.Detto questo il feroce, invèr la costa
de la montagna ripida e sublime,
ch’ai figlio di Titan giá sovraposta
del rubello del Ciel le terga opprime,
il passo move, e tacito s’accosta
a le piú rotte e dirupate cime.
Quivi sovra un scheggion de la pendice
stanco s’asside, e tra sé pensa e dice:

184.«Villano Cavalier, che con mentita
spoglia molto conforme al tuo timore
la fronte mia con la crudel ferita
senza luce lasciasti, e senza onore,
deh perché con la vista ancor la vita
non mi togliesti, e in un con l’occhio il core,
se con gli occhi del cor, di vista privo
veggio i miei danni, e non ho vita e vivo?

185.Io vivo, io veggio, e del mio strazio crudo
l’aspra cagion m’è piú che mai presente,
e mentre un occhio solo in fronte io chiudo,
mille un cauto pensier me n’apre in mente,
ch’altro di Galathea novello drudo
seco veder mi fa visibilmente.
11 vegg’io ben, se ben nottula, e peggio,
fuor che ’l vedermi cieco, altro non veggio.

186.Amor Nume possente, Amor Tiranno
per aggravar de’ miei martír la salma,
quando di me con arte e con inganno
l’assassin scelerato ebbe la palma,
pur come ristorar volesse il danno
de l’acciecato corpo a l’afflitt’alma,
per duol maggior, non per pietá che n’ebbe,
la vista raddoppiò, la luce accrebbe.

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187.Ninfa, or ch’a me non piú visibil sei,
raddoppiar m’udirai l’alto lamento,
ché la cagion s’accresce ai pianti miei,
e de la gelosia cresce il tormento;
e son, non che de’ salsi umidi Dei,
non che d’ogni augelletto, e d’ogni vento,
non che d’ogni animai del regno ondoso,
degli scogli e del mar fatto geloso.

188.Pesce felice, e te vie piú felice
Pesce c’hai cento braccia e cento branche,
cui sovente non pur da presso lice
mirar le membra cristalline e bianche,
ma toccarle talor non si disdice
dal lungo nuoto affaticate e stanche:
le stringi in cento guise, in cento nodi,
e di tal gloria insuperbisci e godi.

189.Felice e te, che ripiegata in arco
la coda incurvi e ’l tergo ispido e nero,
e di ragion talvolta e d amor carco
fai di te stesso a lei nave e destriero.
Poco ad Atlante il suo stellato incarco
invidii tu, di piú bel peso altero,
qualor portando i vaghi membri a galla
mordi il suo freno, e la sostieni in spalla.

190.Cieco dunque io non son, ben che si veggia
l’orbe di questo ciglio orbo rimaso,
ché ’l chiaro Sol, che nel mio cor lampeggia,
non tramontò nel miserabil caso,
e l’alma innamorata ancor vagheggia
il suo Oriente in quest’oscuro Occaso,
e la beltá, che piú di fuor non vede,
a riveder ne la memoria riede.

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191.Non è questo non è, ch’arde e sfavilla
le celesti varcando oblique vie,
il Sol, che le folt’ombre apre e tranquilla
de la mia mente, e può recarmi il die.
Tu di quest’occhio sol sei la pupilla,
tu sola il Sol de l’atre notti mie.
S’a me volgi sereno un solo sguardo,
basta ad illuminarmi il foco ond’ardo.

192.Perché piú contro il reo la lingua sciolgo,
pur troppo (ahi lasso) in sua ragione accorto?
E qual prò, se sdegnoso al Ciel mi volgo
sí com’ei fabro sia del mal ch’io porto?
Contro le stelle invan m’adiro e dolgo,
e d’altrui che di me mi lagno a torto,
se di sí fiero caso, e sí sinistro
io fui solo l’autor, solo il ministro.

193.Non fu non fu Nessun, che mi costrinse
a gir cieco e tapin, non so se ’l sai.
Perfida, quel che la mia luce estinse
fu lo splendor de’ tuoi lucenti rai.
Né meraviglia fia, se m’arse e vinse:
io meco ben mi meraviglio assai,
come quando talor mirar ti vuole,
o non s’acciechi, o non s’abbagli il Sole.

194.Io, se mi desse il Ciel che ’l mio perduto
lume per sorte racquistar potessi,
né sol quel che mi tolse il Greco astuto
ma, come un sol n’avea, mille n’avessi,
e quanti di Giunon l’augello occhiuto
girar ne suol ne l’ampia rota impressi,
quanti la Fama, e quanti il Ciel n’ha seco,
mirando gli occhi tuoi tornerei cieco.

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195.Miser, dunque a ragion m’offusco e caggio,
e cosí va chi sovra sé presume.
Cadde (com’odo) il giovane mal saggio
che troppo alzò le temerarie piume.
Cadde chi per lo torto alto viaggio
vòls’esser duce del paterno lume.
E quest’altier, ch’ai gran Motor fe’ guerra,
qui fulminato ancor giace sotterra.

196.Anco il Teban, ch’ambí d’esser eletto
Giudice degli Dei, cieco divenne.
Ed io, ch’a piú bel Sol con stolto affetto
de l’audace pensier spiegai le penne,
non mi dorrò, se si sfrenato oggetto
la mia debile vasta non sostenne.
Confesso de le tenebre il martire
esser picciola pena a tanto ardire.

197.S’aggiunse ancora a questo lampo ardente,
dura cagion ch’abbaccinai la vista,
de’ larghi pianti miei l’onda corrente
che versa tuttavia l’anima trista.
E qual potenzia mai fia sí possente?
qual cerviera virtú fia che resista,
quando insieme accoppiandosi in eccesso
han gli ardori e gli umori un varco istesso!

198.A questa grave e memorabil piaga
medicina non vai, cura non giova,
né d’erba per guarirla o d’arte maga
virtú (ch’io creda) in terra oggi si trova.
Tu, che m’apristi il cor, Ninfa mia vaga,
tu che ferisci e che risani a prova,
render a l’occhio mio la luce puoi
con una sola lagrima de’ tuoi.

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199.Folle come vaneggio! ancor l’insana
voglia a novi ardimenti ergo e sospingo?
ancor con speme temeraria e vana
adulando a me stesso, il cor lusingo?
e la Tigre del mar dolce ed umana
fatta al mio pianto, al mio pregar m’infingo?
chi m’aborrí mentr’ebbi il lume meco,
oso sperar che m’ami or ch’io son cieco?»

200.Qui tacendo sospira, indi dal loco
dove mesto sedea, lento risorge,
e ’l piè, come può meglio, a poco a poco
trae verso il sasso che ’n su ’l mar si sporge;
e poi che giunto lá, dove il suo foco
arder solea fra Tacque, esser s’accorge,
con piú placido volto e piú sereno
cosí rallenta a le parole il freno:

201.«Ma che cieco io mi sia, per che sia priva
la fronte mia de l’ornamento usato,
non è però che ’n me non splenda e viva
la face ardente del fanciullo alato:
né tu di me devresti esser si schiva
né tanto aver il cor crudo e spietato,
anzi mentre mi doglio in tua presenza,
se m’odiasti con l’occhio, amarmi senza.

202.Cieco è l’Herebo ancor, da cui ciascuna
trasse il principio suo creata cosa.
Cieca la Morte, cieca è la Fortuna
(possenti Dee), cieca la Notte ombrosa.
È cieco il Sonno, e quando il ciel s’imbruna
pur lieto in grembo a Pasithea riposa;
e pur de le sue fiamme accese il core
a la sua Psiche (ancor che cieco) Amore.

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203.Chi sa se ’l Re de l’amoroso regno,
del cui foco il mio cor sí forte avampa,
spingendo di sua man l’acceso legno
smorzò de l’occhio mio la chiara lampa?
Forse ch’a me, com’a fedel piú degno,
vòlse il viso onorar de la sua stampa.
Giusta legge stimò forse il protervo
che s’è cieco il Signor, sia cieco il servo.

204.Ma d’altra parte a chi da tante oppresso
gravi cure d’Amor si strugge e sface,
che perduto ha col core anco se stesso,
perduto ogni suo bene, ogni sua pace,
poca perdita ha perdere appresso
del Sol la luce, e cieco esser mi piace,
se quanto a l’altrui vista è di diletto
fora infausto a la mia doglioso oggetto.

205.Xon ha per queste rive o tronco o foglia,
non poggio adorno di fioretti e d’erbe,
che visibil imagine di doglia
in sé stampata per mio mal non serbe,
e ch’a quest’occhio la cagion non soglia
rappresentar de le mie pene acerbe,
a quest’occhio meschin, ch’or chiuso e spento
piú non fia spettator del mio tormento.

206.O ch’a quest’aspra rupe io lo girassi,
o ch’a questo scosceso arido scoglio,
veder pareami negli alpestri sassi
la durezza del cor, per cui mi doglio.
Yedea nel mar qualor piú irato fassi
il tuo superbo e minaccioso orgoglio;
e ne Tonde, ne Taighe, e ne l’arene
il numero vedea de le mie pene.

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207.Se d’Alfeo, se d’Oreto, o se d’Himera
Tacque per risguardar volgea la fronte,
tosto presente il simulacro m’era
di quel ch’io verso inessiccabil fonte.
Se la fiamma scorgea torbida e nera
ch’erutta la voragine del monte,
i miei sospiri fervidi e fumanti
e gl’incendii del cor m’erano avanti.

208.Misero, e quante volte i tronchi vidi
stringer le viti e l’edere seguaci?
e le conche tra lor per questi lidi
i nodi raddoppiar saldi e tenaci?
e i solitari mergi entro i lor nidi
darsi e i colombi affettuosi baci?
ed invido fra me dissi sovente:
«Deh perché voi felici, ed io dolente?»

209.Ma che tnembrar d’altrui, quasi molesta,
ogni gioia amorosa, ogni atto estrano?
Quante volte vid’io te stessa in festa
scherzar col Vago, ed io mi dolsi invano?
Sasselo il giusto sasso, e sassel questa
del torto mio vendicatrice mano,
che rotto il dolce nodo, e sciolto il laccio,
si te l’uccise (e ne piangesti) in braccio.

210.Oltre di ciò non poco io mi consolo
che la mia luce in tenebre si cange,
però ch’avezzo al pianto, e nato al duolo,
altro non so che trar de l’occhio un Gange.
Or l’occhio inteso ad un ufficio solo
piú non s’occúpa in risguardar, ma piange:
e piangerá fin che col pianto unita
stillandosi per l’occhio esca la vita.

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211.Tempo fu giá, che l’occhio ebro si volse
ai chiari raggi del suo vivo Sole.
Per l’occhio entrò la fiamma, il cor l’accolse,
e n’arde ancor, sí ch’ésca altra non vòle.
Allor l’occhio fu lieto, il cor si dolse:
ora gioisce il cor, l’occhio si dole.
Dolgasi pur, ragion ben fia, che quanto
v’entrò foco ed ardor, n’esca acqua e pianto.

212.Porgemi ancor la cecitá speranza
che forse fuor de’ soliti confini
con minor tema e con maggior baldanza
da oggi avante a me tu t’avicini,
e con Dori e Leucothoe in lieta danza
t’udrò talor cantar sovra i delfini,
e ben ch’io viva in tenebre sepolto,
avrá l’orecchio quel ch’a l’occhio è tolto.

213.Anzi tolto non giá, ciò non fia vero:
siami il Ciel quanto vuol crudele ed empio,
armisi pur l’ingiurioso Arciero
a mio sol danno, a mio perpetuo scempio.
Tòr non potran dal cupido pensiero
de la cara beltá l’amato essempio;
né tanto è quel dolor che l’alma attrista,
quant’è il piacer d’averti amata e vista.

214.Vantaggio dunque ogni mio danno io chiamo,
né piú quasi mi cal di luce esterna,
perché quella che tanto io goder bramo
godo assai piú con la veduta interna,
la qual fisa nel Sol, ch’adoro ed amo,
dove dianzi era breve, è fatta eterna,
sol tutta intesa al bel ch’ella desia,
or ch’altro oggetto piú non la desvia.

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215.Almen non fia che strale in me piú scocchi
Amor, né ch’io m’affisi in altri rai,
si ch’acceso il mio cor da sí begli occhi,
di bellezza minor non arda mai.
Anzi se i miei pensier non eran sciocchi,
10 stesso il primo dí che ti mirai,
ammorzar mi devea questa facella
per giá mai non mirar cosa men bella».

216.Tutti questi discorsi a Tonde, ai venti
sparge il meschino, e l’ode il vento e Tonda,
né v’ha chi per la spiaggia i mesti accenti
(salvo Ceíce ed Alclon) risponda.
Alfin nel fiero cor dopo i lamenti
Tira e ’l dispetto oltremisura abonda.
Vuol uccider se stesso, o ne l’aperta
gola del mar precipitar da l’erta.

217.La numerosa fistula, ch’aggrava
11 rozo fianco, ad ambe mani afferra,
ed ogni canna sua forata e cava
spezza col dente, e poi la scaglia a terra.
Il nodoso troncon, l’immensa clava,
che fece a mille fere oltraggio e guerra,
gitta lontano, e con le note estreme
in questa guisa si lamenta e geme:

218.«Fido baston, giá mio compagno antico,
che mi fosti gran tempo arme e sostegno,
rimanti in pace in questo lido aprico
or ch’io peggio che morto, orbo divegno.
Forse ad uso miglior destino amico
ti serba, e vólto in remo, o in curvo legno,
solcando i campi del gran padre mio
godrai tu la beltá, che non god’io.

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219.Né piú di mazza omai, né di sampogna
gagliardia, melodia vo’ che mi vaglia,
né piú d’onor, né piú d’amor bisogna
che ’n si misero stato unqua mi caglia.
Prenderò di me stesso ira e vergogna,
e se fia mai che la mia greggia assaglia
lupo, che per rubar venga dal bosco,
fuggirò brancolando a l’antro fosco.

220.Ma che? se per mio scampo io non ti reco
tra fere e mostri, e tra dirupi e poggi,
chi guiderá lo sventurato cieco?
dove sará che le sue membra appoggi?
Buona trave e fedel, vientene meco:
da te l’ultimo ossequio avrò fors’oggi.
Se ’n vita al tuo Signor fosti consorte,
ben devi ésca al suo rogo esser in morte.

221.Voi senza guardia intorno e senza guida
ve n’andrete dispersi o cari agnelli,
né potrá piú la vostra scorta fida
tergervi l’unghie, o pettinarvi i velli.
So che mossi a pietá de le mie strida
disdegnerete i pascoli e i ruscelli,
mostruosi formando e disusati
gemiti umani in vece di baiati.

222.A dio cari Molossi, e fidi Alani,
e voi Mastini miei pronti e leggieri,
del mio pregiato ovil campion sovrani,
forti custodi, intrepidi guerrieri.
Non piú di greggia omai, non piú di cani
al vostro afflitto Duce è di mestieri.
Né piú Pastor, né cacciator fia d’uopo
che d’esser pensi il misero Ciclopo.

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223.Di Cani uopo non m’è, se non sol quanto
ne sia, novo Attheon, lacero e morto,
o perché ne le tenebre e nel pianto
sia, qual cieco, da lor guidato e scòrto.
Lascio a te de la caccia il pregio e ’l vanto,
Cagna crudel, che ’l cor mi sbrani a torto.
Lascio in mia vece pascolar contento
il felice Pastor del salso armento.

224.Vienne Vienne o crudel, tu ’l corpo lasso
e la tremula man reggi e conduci.
Tu s’hai tanta pietá, da questo sasso
il piè vagante a precipizio adduci.
O perch’io non ricaggia a ciascun passo,
scopri il seren de le divine luci
che (sí come ancor cieco io ben discerno)
possente fora a rischiarar l’Inferno.

225.Tu quella che ’l Ciel crudo oggi gli nega
deh porgi, o Ninfa, al desperato aita,
rigida Ninfa, avara a chi ti prega
de la morte non men che de la vita.
Ahi che costei non m’ode, e non si piega,
perché la pena mia resti infinita!
Perché mi sia d’ogni miseria in fondo
Morte la vita, e vivo Inferno il mondo.

226.Or tu, che miri il mio destin perverso,
fabro Vulcan, da le sulfuree porte,
se di chi diè le tempre a l’Universo
il fulmine temprar t’è dato in sorte,
prima ch’io sia dal pelago sommerso,
pria ch’io di propria man mi dia la morte,
fingi di provarn’un per questo Cielo,
e quel che ’l duol non può, faccia il tuo telo.

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227.Ma ben cieco m’ha fatto, e stolto insieme
il dolor, che travolge i miei desiri.
Di morir bramo, e non sperando ho speme
di finir con la morte i gran martiri.
Mi rifiuta Pluton, forse che teme
il troppo fiero ardor de’ miei sospiri,
perche sa ben, ch’appo ’l mio incendio grave
è la fiamma infernal fresca e soave.

228.Pietoso (oimè) sol per mio mal diviene
il crudo Re de’ regni oscuri e bassi,
né vuol che quinci a le Tartaree arene
con la grand’ombra mia morendo io passi,
ché se dannato a quell’eterne pene
il pallido Acheronte oggi varcassi,
avrian veggendo in me maggior tormenti
qualche conforto le perdute genti.

229.Teme non forse il tenebroso Inferno
queste tenebre mie rendan piú fosco.
Teme non forse al mio furore eterno
raddoppi il Can la rabbia, e l’Hidra il tosco.
Teme non cresca al mio gran pianto Averno
e de’ mirti amorosi inondi il bosco.
Teme non beva in Lethe un dolce oblio
sí ch’io piú non rimembri il dolor mio».

230.Cosí diss’egli, e diè sí gran muggiti,
e tanti mandò fuor torbidi fumi,
che lasciò per gran pezza impalliditi
i chiari aspetti de’ celesti lumi.
Cadde il remo a Caronte, e sbigottiti
fuggirò i mostri ai piú profondi fiumi.
Stupir le Furie, e del sovran Tonante
ebbe novo timor l’arso Gigante.

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231.Fu quello il primo dí che tra gli Abissi
vide Cocito aperto il monte Etneo.
Il gran Peloro in cento lati aprissi,
e Pachinno si scosse, e Lilibeo.
Fremer Cariddi e latrar Scilla udissi,
con Arethusa si restrinse Alfeo,
e lungo spazio ancor poi ch’egli tacque
tremaro i lidi, e rimbombaron Tacque.

232.Pianse Nettuno il padre, e ’l crudo fato
mosse a pietá di quella ria sventura,
onde in un monticel fu trasformato,
lo qual ritiene ancor l’alta statura.
Mongibel fu poi detto, e ’n tale stato
nutrisce ancor nel sen la fiera arsura,
né cessa pien di furiosi incendi
d’essalar tuttavia sospiri orrendi. —

233.Poi c’ha raccolto a la favella il freno
la Dea feconda che perdé la figlia,
quella ch’alberga a l’Oceano in seno
in cotal guisa il ragionar ripiglia:
— Che torni in terra alfin ciò ch’è terreno,
esser certo non dee gran meraviglia.
Morte al corso mortai termine pose,
ultima linea de Fumane cose.

234.Chi lagrimar non vuol, né vuol dolersi,
ad oggetti inmortali alzi il desio,
ch’i dolci frutti suoi tien sempre aspersi
d’amarissimo tosco il mondo rio.
Di questo ho tanti essempi, e si diversi,
che piú che Fonde son del regno mio.
Se fia ch’a dirne alcun la lingua io sciolga,
non so ben qual mi lasci, o qual mi tolga.

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235.Tacerò memorabili fra tutti,
Calamo e Carpo, gl’infortunii vostri?
Che non pur non lasciár con occhi asciutti
alcuno abitator de’ regni nostri,
ma dier materia entro i miei salsi flutti
d’amaro pianto ai piú spietati mostri;
e fér per gran pietá de’ lor cordogli
singhiozzar Tonde, e lagrirnar gli scogli.

236.Su per l’oblique e tortuose rive
del bel Meandro, e tra’ suoi guadi aprici
passavan lieti le cald’ore estive
di pari etá duo fanciulletti amici.
Simil beltá non si racconta o scrive
ch’altrui desser giá mai stelle felici.
Lasciato avrian per lor l’Alba Orione,
e la Diva di Deio Endimione.

237.Da che la bella coppia al mondo nacque,
mentre crescendo entrambo ivano al paro,
tanto il Genio de l’uno a l’altro piacque
che ’n perpetua amistá l’alme legare.
Scherzavan dunque in fra barene e Tacque
del fiume, che scorrea tranquillo e chiaro,
attraversando con suoi giri ondosi,
quasi serpe d’argento, i prati erbosi.

238.Piantato avean nel verde inargo un legno
e quivi appesa una ghirlanda in cima,
proposta in premio a qual de’ duo quel segno
giunto fusse nuotando a toccar prima.
Sforzavasi ciascun con ogni ingegno
d’acquistar vincitor la spoglia opima.
E ’n cosí fatti lor giochi e trastulli
travagliavano a prova i duo fanciulli.

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239.Sfavillan Tacque, assai piú belle e chiare
fatte da lo splendor che le percote,
in quella guisa che fiammeggia il mare
al folgorar de le lucenti rote,
quando l’Aurora, che ’n Levante appare,
dal vel purpureo le rugiade scote
e ’l Sol, che giovinetto esce di Gange,
col gran carro di foco il flutto frange.

240.Carpo nel nuoto essercitato e dotto
molto non è, ma Calamo gli è scorta,
ed or col tergo, or con la man di sotto
agevolmente lo sostiene e porta.
Talor poscia ch’alquanto ei Tha condotto
per mezo l’acqua flessuosa e torta,
dilungandosi ad arte, innanzi passa,
indi l’aspetta, ed arrivar si lassa.

241.Con tardo moto (a bello studio) e lento,
bramoso d’esser pur vinto e precorso,
pian pian rompendo lo spumoso argento
per la liquida via trattiene il corso.
Ma per poter trovarsi in un momento,
qualora uopo ne fía, presto al soccorso,
del caro emulo suo, che gli è davante,
con la provida man segue le piante.

242.Il giovinetto, che ’l compagno vede
indietro rimaner, quasi perdente,
tolto il vantaggio allor, che gli concede,
scorre Tumido arringo arditamente
e va, mentre rapir la palma crede,
dove l’impeto il trae de la corrente.
Giá giá stende la man superba e lieta,
tanto è vicina la prefissa meta.

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243.Ma pria ch’a tórre il bel trofeo la sporga,
ecco fiero e crudel turbo che spira,
e lá ’ve il rio volubile s’ingorga
soffiando a forza lo respinge e gira,
e senza che di ciò l’altro s’accorga,
l’onda l’assorbe, e ne la ghiaia il tira,
ratto cosí che Calamo l’ha scorto
sommerger no, ma giá sommerso e morto.

244.Che sospiri, che pianti, e che querele
sparse il meschin su ’l doloroso lito,
quando chiaro conobbe il suo fedele
esser da la vorace onda inghiottito?
«Fiume ingrato» dicea «fiume crudele,
che m’hai repente ogni mio ben rapito,
questa da te riceve empia mercede
chi tanta gloria e tant’onor ti diede?

245.L’Hermo, il Fattolo, e qual per gemme ed oro
piú famoso tra gli altri il mondo apprezza,
perdeano appo ’l tuo pregio i pregi loro,
ch’eri ben possessor d’altra ricchezza.
Quel c’ha titol di Re, corna di Toro,
mercé di quell’estinta alta bellezza,
ben ch’illustre corona abbia d’elettro,
ti reveriva, e ti cedea lo scettro.

246.Ma tu per far piú ricco anco il tuo fonte
trangugiarlo volesti, avaro fiume,
che se nel grembo il Po tenne Fetonte,
tu raccogli altro Sole, ed altro lume.
Lasso, che ’l Sol se ben da l’Orizonte
cader quando tramonta ha per costume,
piú chiaro poscia in su ’l mattin risorge:
ma ’l mio Carpo apparir piú non si scorge.

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247.Qual invidia al bel furto (oimè) vi spinse,
Naiadi quanto belle, inique e rie?
Ditemi chi d’Amor la luce estinse?
chi svelse il fior de le speranze mie?
Deh se mai di pietá forza vi strinse,
ite, cercate altrove onde piú pie.
Di qua fuggite, ove morendo giacque
l’ésca de le mie fiamme in seno a Tacque.

248.Lasciate questi, ov’albergar solete,
del crudo padre mio fondi omicidi,
né piú di que’ cristalli empi bevete,
ch’a si rara beltá fur tanto infidi.
Abbracciatemi intanto, e raccogliete
le tronche chiome mie tra’ vostri lidi;
e pria ch’io caggia a l’avid’acque in preda,
l’ultima grazia almen mi si conceda.

249.Sia sepolcro immortai l’urna paterna
a l’una e l’altra spoglia insieme unita,
dove a neri caratteri si scerna
questa memoria in ogni etá scolpita.
Arser del pari in una fiamma eterna
Calamo e Carpo, e vissero una vita.
Ebbero alfin, né spense l’acqua il foco,
una morte commun, commune un loco».

250.Cosí dice, e per gli occhi intanto versa
fiume ch’ai fiume umor novello aggiunge,
poi tace, e con la fronte in giú conversa
traboccando dal margo, al fondo giunge.
Riman la coppia misera sommersa,
felice in ciò, che pur si ricongiunge,
e ’nsieme ottien ne l’ultimo sospiro
morte d’argento, e tomba di zaffiro.

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251.Lavaro col licor gelido e molle
il freddo corpo le sorelle meste.
Rifiutò ’l peso il genitor, né volle
tra le sue ricettarlo onde funeste;
ma poi che vide alfine il garzon folle
da forza oppresso di destin celeste,
Io strinse in braccio, e con amaro lutto
cangiò Calamo in canna, e Carpo in frutto.

252.Or passar in silenzio io deggio forse
di Leandro infelice il caso mesto,
lo qual tanta pietate a Tonde porse
che ne piangono ancora Abido e Sesto?
Spettacol mai piú crudo il Ciel non scorse,
torto il mar non fe’ mai maggior di questo;
e ben ch’esser pietoso il mar non soglia,
l’uccise nondimen contro sua voglia.

253.Giá di quel foco il Garzonetto acceso
che la face d’Amor gli sparse in seno,
avea piú giorni impaziente atteso
e l’ingordo desio tenuto a freno,
tra lunghe cure ad aspettar sospeso,
che fusse il mar tranquillo, il ciel sereno,
per poter senza intoppo e senza impaccio
ricondursi nuotando ad Hero in braccio.

254.Ai suoi fervidi ardori erano d’Hero
le bellezze oltrabelle ésca soave,
onde spesso solca pronto e leggiero,
fatto a se stesso e navigante e nave,
l’angustie attraversar di quel sentiero,
che tra l’Asia e l’Europa è porta e chiave,
e la sua Donna a riveder veniva
sconosciuto e notturno a l’altra riva.

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255.Non sí veloce di difficil arco
al bersaglio volando esce saetta,
né Barbaro giá mai sí lieve e scarco
da le mosse a la meta il corso affretta,
com’ei passando a nuoto il picciol varco
per tragittarsi ove ’l suo cor l’aspetta,
vassene, e prende ogni procella a gioco,
per mezo l’acqua a ritrovare il foco.

256.Dolce gli è la fatica e la dimora,
grata la notte, ed importuno il giorno,
e costretto a partirsi, odia l’Aurora,
che sollecita è troppo a far ritorno.
Partito a pena poi, di ciascun’ora
conta i momenti e gira gli occhi intorno.
Tornar vorrebbe a la magion felice,
e sospira l’indugio, e tra sé dice:

257.«Son forse per gli sferici sentieri
rotti i cerchi del Ciel sempre rotante?
Son del Rettor del dí zoppi i destrieri?
Chiodato è il carro suo lieve e volante?
Chi del Vecchio, che vanni ha sí leggieri,
chiuse ha tra ceppi le spedite piante?
Che fan l’ancelle sue rapide e preste,
che non dan fretta al passaggier celeste?

258.Tu che non men del Tempo, Amor, hai l’ali,
e sei del Sol vie piú possente Dio,
pungi i pigri corsier con gli aurei strali,
ch’ogni minuto è secolo al desio.
Pur ch’abbia fin co’ turbini infernali
questo divorzio, e quest’essilio mio,
con far veloci i giorni, e l’ore corte,
bramo a me stesso accelerar la morte».

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259.Cosí languisce, e sette volte il Sole
ne’ lidi Iberi ha giá tuffato il raggio,
e circondando la terrena mole
altrettante è tornato al gran viaggio,
da che piangendo il giovane si dole
contro il Ciel, contro il mar del grave oltraggio,
che vede in nebbia, e ’n pioggia, e ’n fiamma, e ’n gelo
turbato il mare, e nubiloso il Cielo.

260.Preme la sponda, e ’n su lo scoglio ascende
che la Vergin sommersa ancora infama,
la crudeltá del pelago riprende,
le stelle inique, iniqui i venti chiama,
ed accusa Nettun che gli contende
la vista di colei che cotant’ama;
né potendo appagar gli occhi e i desiri,
co’ pensier la corteggia, e co’ sospiri.

261.Tutto soletto in su la ripa assiso
vagheggia di lontan gli amati lidi,
e rivolgendo a l’alta torre il viso,
co’ muggiti del mar confonde i gridi.
«Perché color» dicea «che non diviso
congiunge Amor, Fortuna empia dividi?
Perché non lasci in sí leali amori
i corpi unir, come s’uniro i cori?

262.Ben raccoglier devria sol una terra
due alme che son anco una sol alma.
Finir devria la procellosa guerra,
e i travagli del mar compor la calma.
Chi mi vieta il passaggio? e chi mi serra
in parte onde nocchier legno non spalma?
Qual invidia del Ciel per intervallo
un muro tra noi posto ha di cristallo?

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263.Che peggio far mi puoi? qual ria sventura
fu giá mai ch’agguagliasse il mio tormento?
Sí lungo tempo una procella dura
in un sí variabile elemento?
L’instabiltá del mar cangia natura,
perde per me sua leggerezza il vento.
Quel che non ebbe mai fermezza avante,
trovo sol per mio mal fatto costante.

264.Ahi quando fia che tanta rabbia cessi
sí ch’io per queste ingorde onde fallaci,
furtivo amante, a depredar m’appressi
de la mia Dea gli abbracciamenti e i baci?
Que’ baci, oimè, che far porian gl’istessi
Numi celesti divenir rapaci;
ben degni ch’altri per dubbiosa strada
di lá dal mare a conquistargli vada.

265.Barbaro Spirto, che di neve sparto
del gelato Gelone i monti agghiacci,
e qualor furiando esci de l’Arto
gonfi il mar, crolli il suolo, e ’l ciel minacci,
sola cagion perch’io di qua non parto,
soffio crudel, che dal mio ben mi scacci,
perché turbando questi ondosi regni
cosí cruccioso incontr’a me ti sdegni?

266.Ingrato invido Vento, or che faresti
s’Amor fusse al tuo core ignoto affetto?
Non negherai, ch’ancor che freddo, avesti
de la fiamma d’Atene acceso il petto.
Quando il bel foco tuo rapir volesti
chi turbò la tua gioia, e ’l tuo diletto?
chi tra le dolci allor prede amorose
per mezo l’aria al volo tuo s’oppose?

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267.Deh placa il tuo rigor, deh (prego) omai
piú moderato e mansueto spira.
Sostien’ ch’io vada, e poi perché piú mai
non possa indi partir, sfoga pur l’ira.
O se del mio dolor pietá non hai,
portami a quella onde ’l mio cor sospira;
poscia di lá partendo, ov’ella alberga,
fa’ pur che nel ritorno io mi sommerga».

268.Queste voci il meschin pregando invano
sparge inutili a l’aria, e senza effetti,
perch’Austro sordo ed Aquilone insano
ne portan via rimormorando i detti.
Volumi d’onde per l’instabil piano
s’urtan l’un l’altro in minacciosi aspetti,
onde l’ali di Dedalo desia
per trattar l’aure, ed accorciar la via.

269.Giá l’Hellesponto e l’Hemisperio tutto
copre la notte, orrenda oltre l’usanza.
Cresce l’ira di Borea, e pur del flutto
l’implacabile orgoglio ognor s’avanza.
Egli allor piú non vuol su ’l lido asciutto
la speme trattener con la tardanza;
e punto da lo strai che lo percote,
piú sofferir quel differir non potè.

270.Lo strai, che ’l cieco Arcier nel cor gli aventa,
gli è sprone al fianco, ond’a partir s’accinge.
Tre volte del gran gorgo i guadi tenta,
e tre le spoglie si dispoglia e scinge;
tre volte poi ne l’onda entrar paventa,
e tre de l’onda l’impeto il respinge.
Cosí d’esporsi in dubbio al gran periglio,
non sa ne’ casi suoi prender consiglio.

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271.Ma su la vetta intanto ecco ha veduta
la fiaccola d’Amor, ch’a sé l’invita:
onde rinfranca la virtú perduta,
e nel rischio mortai la rende ardita.
In lei ferma lo sguardo, e la saluta,
come nunzia fedel de la sua vita,
e contemplando quella fiamma aurata,
cosí scioglie la lingua innamorata:

272.«Ecco ne vegno, o luminosa, o fida
scorta a’ miei dolci errori, ecco ne vegno.
Non piú temo il furor d’Euro omicida,
non piú del crudo mar curo lo sdegno.
Tu sol per queste tenebre mi guida,
mentre m’appresto ad ubbidire al segno,
se ben mi favoreggia e mi conduce
altra stella, altra lampa, ed altra luce.

273.Ancor ch’io per la tua lucida traccia
segua quel Sol, che solo è mio conforto,
son dal lume però de la sua faccia,
piú che dal tuo splendor, per l’ombre scòrto.
Gli occhi suoi sono il polo, e le sue braccia
sono il mio dolce e desiato porto.
Arianna, Calisto, Helice, Arturo
non rischiarano tanto il cielo oscuro.

274.Non vanti no l’ambizioso Egitto
il suo lucente e celebrato Faro,
ch’assai piú da naufagio il core afflitto
assecura quel raggio ardente e chiaro.
E quantunque talor ne sia trafitto,
il languir m’è soave, il duol m’è caro.
Sarei con esso di passar ardito
l’onda di Flegetonte, e di Cocito».

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275.Tali accenti dogliosi ha sparsi a pena,
dispersi in un con le speranze a vóto,
che tutto ignudo in su la molle arena
depon le vesti, e s’apparecchia al nuoto;
e dando spirto al cor, sforzo a la lena,
la fuga al corso, ed a le membra il moto,
lá dove fanno i flutti aspra battaglia
con audacia infelice alfin si scaglia.

276.Sdegnasi forte il mio marito altero,
ch’ei lo disprezzi, e tanto ardir gli spiace,
onde col Re c’ha sovra i vènti impero,
fa lega per punir l’insania audace:
10 qual disciolto il suo drappel guerriero,
per far guerra maggior, fa seco pace,
e l’un e l’altro indomito Tiranno
con congiura crudel s’arma a suo danno.

277.Noto ne vien da l’Austro, e ’l sen di brine
carco, Tali d’umor, d’orror la fronte,
e stillante di piogge il mento e ’l crine
spezza le nubi, e fa del Cielo un fonte.
Vien dal nevoso e gelido confine
Borea di Scithia, e fa del mare un monte,
indi il ragguaglia, e i mobili cristalli
spiana in campagne, e poi gli abbassa in valli.

278.Sorge da’ Nabathei contro costoro
11 torbid’Euro, e l’Oriente scote,
né men superbo e rigido di loro
con orribil fragor Tonde percote.
Ma con piú torvo aspetto il crudo Coro
leva da l’Ocean gonfie le gote.
Piove tonando, e folgorando fiocca
l’irsuta barba, e la tremenda bocca.

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279.Da tai nemici combattuto il mare
con tumido bollor rauco stridendo
mar piú non giá, ma diventato pare
di caligini e d’urli Inferno orrendo.
È nero il ciel, ma fiammeggianti e chiare
le saette ch’ognor scendon cadendo
fanno per l’aria piú che pece bruna
de le stelle l’ufficio, e de la Luna.

280.Nubi di foco gravide e di gelo
portate a forza da feroci venti
scoppiando partoriscono dal cielo
lampi sanguigni, e fulmini serpenti,
e mandan giú dal tenebroso velo
un diluvio di laghi e di torrenti.
Aver sembra ogni nube ed ogni nembo
i fiumi no, ma tutti i mari in grembo.

281.Per lo stretto canal, che ’n sí gran zuffa,
incapace di sé, si frange e freme,
va brancolando, e si contorce e sbuffa
il nuotator, ch’ai cominciar non teme.
In se stesso si libra, indi s’attuffa,
e le braccia e le gambe agita insieme.
L’acque batte e ribatte, e da la faccia
col soffio e con la man lunge le scaccia.

282.Serpe a lo striscio, al volo augel somiglia,
battello ai remi e corridore al morso.
Or l’ascelle agilmente a meraviglia
dilata e stende, or le ripiega al corso.
Or, sospeso l’andar, riposo piglia
e volge verso il mar supino il dorso.
Or sorge, e zappa il flutto, ed anelante
rompe la via co’ calci e con le piante.

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283.Scorrendo va con smisurati balzi
l’impetuose e formidabil’onde,
la cui piena possente or fa che s’alzi
presso a le nubi, or tutto in giú l’asconde.
Ei de le braccia ignude e de’ piè scalzi
con spesso dimenar l’orditi confonde;
e ben che sia nel nuoto abile e destro,
non gli giova de l’arte esser maestro.

284.Ben conosce il suo stato, e sa che ’n breve
al petto lasso è per mancar la forza,
perché del salso umor gran copia beve
e ’l vigor abbattuto invan rinforza.
Omai de’ membri a galla il peso greve
sostener piú non vai, se ben si sforza,
e lo spirto languente il corpo infermo
move a gran pena, e non può far piú schermo.

285.Mentre che co’ marittimi furori
giostra, e cerca al morir refugio e scampo,
l’alto fanal, che tra gli ombrosi orrori
mostra il camin di quel volubil campo,
ratto sparisce, e i vigilanti ardori
soffiato estingue del notturno lampo:
ond’ei smarrito, e desperato, e cieco
del suo fiero destin si lagna seco.

286.E di fiati rabbiosi ecco veloce
novo groppo l’assale, e lo circonda,
e ’n un punto medesmo in su la foce
per lo mezo si rompe un arco d’onda,
che soffogando il gemito e la voce
dentro quel cupo baratro l’affonda.
Due volte a piombo il trae l’onda vorace,
sorge due volte, ed a la terza giace.

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287.Ma pria che ’n tutto abbandonato e stanco
tra que’ globi spumosi involto péra,
mentre mira il ciel buio, e che vien manco
de l’amato balcon l’aurea lumiera,
traendo pur de l’affannato fianco
il debil grido, esprime umil preghiera,
e manda fiochi, e fievoli, e dolenti
a te madre d’Amor, questi lamenti:

288.«Diva, che nata sei di queste spume,
deh raffrena il furor de Tonde irate,
e poi ch’è spento il giá cortese lume,
ch’a quelle mi scorgea rive beate,
al suo svanir del tuo benigno Nume
e la luce supplisca, e la pietate.
Non voler consentir ch’uccidan Tacque
un servo di colei che di lor nacque.

289.Ma se ’l mio duro fin scritto è nel fato,
se ’n quest’onde morir pur mi conviene,
fa’ ch’almen sia ’l cadavere portato
innanzi a la cagion de le mie pene,
a quel terren felice e fortunato,
a quelle dolci un tempo amiche arene,
onde mi dian col pianto alcun ristoro
quegli occhi, per cui vissi, e per cui moro».

290.Di quest’estremo dir languido e mozzo
incerto il suono ed indistinto udissi,
e sepolto con l’ultimo singhiozzo
restò nel mar, che ’nfin dal centro aprissi.
Il mare in vista spaventoso e sozzo
le fauci aprí de’ suoi cerulei abissi,
e spalancando la profonda gola
il corpo tracannò con la parola.

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291.Or chi può d’Hero sua narrar la doglia?
Come strecciossi il crin, stracciossi il volto
quando da la finestra invèr la soglia
lo sguardo al novo giorno ebbe rivolto?
e vide ai rai del Sol la fredda spoglia
del suo bel Sole estinto, ed insepolto?
Gittossi in mar la misera fanciulla,
e sepoltura sua fu la tua culla.

292 D’amorosa pietá colmi i Delfini

lo sventurato accompagnar fur visti.

I mergi degli scogli cittadini

con gridi il circondar flebili e tristi.

Gli fér l’essequie i popoli marini
di Nereidi e Tritoni uniti e misti.

Ed io lo trasformai nel fior d’un’erba,
che di Leandro ancora il nome serba.

293.Ahi ma perché non narro, e dove lasso
d’Achille mio lo sfortunato fine?
L’istorie altrui racconto, e taccio e passo
le mie proprie sventure, e le ruine!
Scoglio sí duro, e di sí rozo sasso
non ricettano in sen Tonde marine
che quando ebb’io quel mesto annunzio udito,
non si fusse a’ miei pianti intenerito.

294.Tutti voi vi lagnate afflitti Dei,
tanto d’un van piacer può la membranza.
Se pianger voless’io quanto dovrei,
com’avrian mai quest’occhi acque a bastanza?
Tanto han vantaggio ai vostri i dolor miei
quanto Natura ha piú ch’Amor possanza,
perch’a l’amor, con cui s’amano i figli,
amor altro non è, che s’assomigli.

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295.Giove il gran padre tuo, madre d’Amore,
ebbe un tempo di me l’anima accesa,
ma del destino udito il fíer tenore,
e de le Parche la sentenza intesa,
perché figlio di lui molto maggiore
generarne temea, lasciò l’impresa:
e cosí Peleo a cotai nozze eletto,
Principe di Thessaglia, ebbe il mio letto.

296.Tra molti miei, di qualitá mortale,
simili al genitor, pegni produtti,
che ’n vece di purgar la parte frale
restár dal foco in cenere distrutti,
l’ultimo che campò l’incendio e ’l male
fu piú vago e gentil degli altri tutti,
di crin dorato, e d’una tal bellezza
che ne l’aria feroce avea dolcezza.

297.Ma l’oracol di Themi, il cui consiglio
è decreto fatai, m’atterrí forte.
Predisse ch’onor sommo a questo figlio
e somma gloria promettea la Sorte;
ma che su ’l fior degli anni alto periglio
gli minacciava a tradigion la morte,
pugnando in guerra: e di cotai tenzone
devea beltá di Donna esser cagione.

298.Io per assecurar l’amato infante
e da spade, e da lance, e da saette,
ne l’onda l’attuffai che fiammeggiante
le rive innaffia al gran Pluton soggette;
e quivi, se non sol sotto le piante,
ch’io tenni per le man sospese e strette,
del corpo in guisa gli affatai le tempre
ch’ei ne fu poscia impenetrabil sempre.

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299.Ciò fatto io lo condussi al buon Chirone,
che di Filira nacque e di Saturno,
colui ch’or fregia a l’orrida stagione
di sette e sette stelle il Ciel notturno.
Or questi ad allevar prese il Garzone
in solitario albergo e taciturno,
lá dove Pelio di tremende belve
le sue spelonche ombrose empie, e le selve.

300.Xé d’alimento dilicato e molle
nutrillo in languid’ozio, e ’n vii piacere.
Latte di rigid’Orse, aspre midolle
di Leoni il pasceano e d’altre Fere.
Effeminarlo in quell’etá non volle
tra delizie soavi e lusinghiere,
ma gli facea per la montagna alpestra
spedire il piede, essercitar la destra.

301.Or Levretta, or Cerbiatto, or Cavriuolo
gl’insegnava a pigliar per la foresta,
e quando il mio magnanimo figliuolo
ne riportava o quella preda o questa,
il fido suo governator non solo
il ricevea con allegrezza e festa,
ma con gran lodi ed accoglienze amiche
il premio gli porgea de le fatiche.

302.Di miei, di poma, o pur d’uva matura
gli apprestava al ritorno il grembo pieno,
e per farglisi egual ne la statura,
le ginocchia piegava in su ’l terreno,
e chino e basso con paterna cura
queste cose gli offria dentro il suo seno.
E ’l giovane prendea standogli al pari
dal cortese custode i doni cari.

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303.Ma se talor per caso in lui scorgea
immodesto costume, atto villano,
severissimamente il corregge a
col ciglio, con la lingua, e con la mano.
Ed ei terror de’ gran guerrier, temea
del Vecchio inerme un cenno, un guardo estrano;
e quella destra, che poi vinse Hettorre,
a la verga temuta iva a supporre.

304.Oltre il cacciar, ne l’armonia sonora
il discreto Centauro ivi l’instrusse.
De le piante e de’ semplici talora
a dimostrargli la virtú s’indusse.
Vòlse a la scherma ammaestrarlo ancora,
acciò ch’esperto in armeggiar poi fusse.
Spesso fattoi montar su ’l proprio dorso
l’addestrava al maneggio, e spesso al corso.

305.Mentre sotto tal guardia e ’n tale scola
l’alto fanciul la disciplina apprende,
la temeraria vela ecco che vola
e ’l mio liquido sen per mezo fende;
ecco Paride tuo, ch’ad Argo invola
la bella, ond’llio alte ruine attende:
dico colei che fu giá da te stessa
de l’aureo pomo in premio a lui promessa.

306.Tornoinmi allora il gran presagio a mente,
onde vòlsi impedir che non venisse;
e Protheo il confermò, che parimente,
quando il vide passar, gran mal predisse.
Tòr dunque l’ésca a quell’incendio ardente,
e l’origin troncar di tante risse
che rapir mi devean l’unica prole,
io m’ingegnai con opre e con parole.

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307.Vonimene ratto ove ’l mio sposo alberga,
e ’l prendo a supplicar che mi conceda
ch’io quel navilio in mar rompa e disperga,
usurpator de la maltolta preda,
e che col falso adultero sommerga
la rea del bianco augel figlia e di Leda,
ma si duro ritrovo il molle Dio
ch’essaudir nega in tutto il pregar mio.

308.Poscia ch’io son dal Re de Tacque esclusa,
che violar non può la legge eterna,
né vuole al fato opporsi, e gir ricusa
contro l’alto Motor che ’l ciel governa;
torno sotto color di nova scusa
del Tessalico monte a la caverna.
Quindi a Chitone il caro allievo io tolgo,
e poi súbito a Sciro il piè rivolgo.

309.Al Re di Sciro il diedi, e sotto panni
finti nascosto di reai Donzella,
il pargoletto Eroe passò qualch’anni
in compagnia di Deidamia la bella,
a cui scoprendo poi gli occulti inganni
che la froda chiudea de la gonnella,
per certezza del ver seco si giacque:
onde il famoso Pirro al mondo nacque.

310.La tromba intanto del Troiano Marte
suona per tutto, e l’universo fiede,
e ’l giovane fatai van con grand’arte
cercando intorno Ulisse e Diomede;
e poi ch’investigata hanno ogni parte,
giungono a la magion di Licomede.
Quivi presentali poi diversi doni
a Tancelle di Corte i duo Baroni.

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311.La turba de le vergini le voglie
volge de’ bassi oggetti a l’ésca vile
e qual cembalo o tirso, e qual si toglie
gemmato cinto, o lucido monile:
Pelide sol celato in altre spoglie
dissimular non può Tesser virile,
e disprezzando ciò ch’a donna aggrada,
tosto a Telmo s’aventa, ed a la spada.

312.L’astuto esplorator, che ’l ferro terso
avea tra gli altri arnesi a studio posto,
con un scaltro sorriso a lui converso,
del mentito vestir s’accorse tosto;
onde di quella larva il vel disperso,
l’abito feminile alfin deposto,
incitato ad armarsi, al campo Greco
con faconde ragioni il trasse seco.

313.L’alte prodezze sue, l’opre lodate,
di cui la fama in fin al Ciel rimbomba,
taccio, perché saranno in altra etate
nobil suggetto a la Meonia tromba;
onde de Tossa illustri ed onorate
solo il mirar la gloriosa tomba
invidi fará poi di tanti pregi
stupire i Duci, e sospirare i Regi.

314.Que’ valorosi e generosi gesti,
materia degna di si chiari carmi,
sí come a tutti voi giá manifesti,
d’ingrandir con encomii uopo non parmi.
Testimoni chiam’io, Numi celesti,
voi stessi sol di quant’ei fe’ ne Tarmi
poi ch’alcun, che presente or qui m’ascolta,
in quell’assedio ancor sudò talvolta.

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315.Sásselo il mio Xettun, che balte mura
penò molto a guardar, ch’ei prima eresse.
Apollo nostro il sa, che con sciagura
di contagio mortai gli Argivi oppresse.
E ’l sai ben tu, che spesso di paura
tremasti giá, ch’Enea non uccidesse;
né quella guerra fu men de le stille
sparsa del sangue tuo, che del mio Achille.

316.L’ingiustissima offesa io non ridico,
né voglio altrui rimproverar quel torto,
con quanta fellonia dal fier nemico,
con qual perfido aiuto ei mi fu morto,
per non crescer nov’odio a l’odio antico,
dove il mio intento è di recar conforto.
Non so però da qual invidia mossa
l’ira in petto divin cotanto possa.

317.De’ corsieri immortali altero tanto
nulla gli valse il governar le briglie.
Non gli giovò d’aver tra gli altri vanto
d’unico operator di meraviglie,
né che l’onde per lui Scamandro e Xanto
portasser del Troian sangue vermiglie,
impediti a passar ne l’Oceano
da’ corpi uccisi sol per la sua mano.

318.Dopo l’aver lasciata al campo Acheo
de l’amato Patroclo alta vendetta,
quando a Briseida sua, dolce trofeo
di sudor tanti, esser congiunto aspetta
ecco uscir d’arco dispietato e reo
avelenata e barbara saetta,
che mentr’ei stassi inginocchion nel tempio,
colpo in lui scocca insidioso ed empio.

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319.In quella parte inferior del piede
che nel suolo stampar suol le vestigia,
quella ch’ai ferri, a le ferite cede,
perché tocca non è da l’acqua Stigia,
l’assai di furto, e di lontano il fiede
con strai pungente il rio Pastor di Frigia,
lassa, e veder mi fa spenta e sparita
la mia speranza in un con la sua vita.

320.E veggio a un tempo la vermiglia vesta
d’orribil ostro e sanguinoso immonda,
quella che di mia man fu giá contesta
de le piú fine porpore de l’onda:
la guancia impallidir, cader la testa,
per la polve strisciar la chioma bionda,
e i begli occhi languir, cui gelid’ombra
di mortai nebbia eternamente ingombra.

321.O splendor de’ Pelasghi, o del Troiano
valor flagello e de l’orgoglio ostile,
s’era ne’ fati che cader per mano
devessi effeminata e non virile,
per mano (oimè) di tal, che di lontano
valse solo a ferir la plebe vile,
quanto miglior almeno il morir t’era
ucciso da l’Amazona Guerriera?

322.Soverchio è raccontar l’angosce interne
onde in quel punto addolorata io fui;
oltre ch’a dir le lagrime materne
cosí facil non è, come l’altrui.
Ben per queste d’umor fontane eterne
tutto il mar distillar deggio per lui,
e per lui giusto è ben che tanto io pianga
che nulla in lor d’umiditá rimanga.

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323.Devrei quanti ricetta entro il suo seno
il profondo Ocean torrenti e fiumi
tutti ne’ tristi miei raccòrre a pieno
giá de la cara luce orbati lumi.
Né so come, disciolto a Tonde il freno,
tra tempeste di duol non mi consumi,
e quante ha perle in conche ogni sua riva
non distempri per essi in pioggia viva.

324.Ma che giovar poriano i pianti amari,
s’irrevocabil perdita è la mia?
Nel mal ch’è certo, e che non ha ripari,
il non cercar rimedio il meglio fia.
Tra brutto e bel, tra nobili e vulgari
differenza non fa la falce ria.
Tronca il fil del Pastore e del Monarca
col ferro istesso una medesma Parca.

325.Strana legge di Fato e di Natura,
che de Fumane tempre il fragil misto
congiunta abbia al natal la sepoltura,
e svanisca qual fiore, a pena visto.
Pur col nov’anno il fiore e la verdura
de le bellezze sue fa novo acquisto;
ma l’uom poi che la vita un tratto perde,
non rinasce piú mai, né si rinverde. —

326.Cosi Theti ragiona, e la Dea bella
le dolci stille, onde le guance asperge,
poi che vede eh’ale un piú non favella,
con un candido vel s’asciuga e terge;
indi il bel volto, e l’una e l’altra stella,
che tenea chine al suol, solleva ed erge,
ed a la voce inferma ed impedita
da sospir, da singulti, apre l’uscita:

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327.— Dolci gli essempi, e dolci e belle invero
son le ragion — diss’ella —, Alme immortali,
con cui cercate agevole e leggiero
rendermi il fascio di sí gravi mali.
Ma di temprar in vece il dolor fiero,
voi l’inasprite con pungenti strali,
ché ’l rimembrar de’ vostri antichi danni
raddoppia forza ai miei presenti affanni.

328.Lassa, non piú del Ciel chiaro Pianeta,
non piú son io d’Amor madre gioconda,
non sarò piú la Dea ridente e lieta,
ma di doglie e di pianti Hidra feconda.
Questo mio cinto, ch’ogni sdegno acqueta,
vo’ che si cangi in Vipera iraconda.
Vo’ che di rose in vece il biondo crine
mi vengano a cerchiar triboli e spine.

329.Diverranno i bei mirti, i vaghi fiori
neri cipressi omai, stecchi pungenti.
Le Grazie amorosette e i grati Amori
Furie crudeli ed orridi Serpenti.
Còmici infauste e nunzie di dolori
le semplici Colombe ed innocenti.
Simile ai Corvi vestirá ciascuno
de’ miei candidi Cigni abito bruno.

330.Deh perché da la man di Radamanto
ricomprar non poss’io l’amato Amore?
Ché ’l core e l’alma io pagherei col pianto,
quando non fusser suoi Camma e ’l core.
Perché non potè almeno impetrar tanto
dal destin rigoroso il mio dolore,
che se ’n terra tra’ fior giace il bel velo,
tra le stelle lo spirto abiti in Cielo?

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331.Ah che mentr’ei laggiú langue in martiri,
10 non godrò lassú diletto interno.
Saran fiamme Tartaree i miei sospiri,
la mia misera vita un vero Inferno.
Fia Flegetonte il foco de’ desiri,
sará Cocito il mio gran pianto eterno,
e perché ’n quest’Abisso io mi consumi,
mancherá Lethe sol tra gli altri fiumi.

332.No no, non fia giá mai ch’onda d’oblio
spenga fiamma sí bella e si gradita,
né lascerò con tutto il dolor mio
d’adorarla sepolta e ’ncenerita.
E poi che ’l Ciel non vòle, e non poss’io
risuscitarlo e rendergli la vita,
col rogo e col sepolcro almen fia giusto
consolar l’ombra, ed onorare il busto.

333.Non può, qualor avien che Morte scioglia
11 vital nodo agli uomini infelici,
mostrar maggior d’amor segno e di doglia
la vera fé de’ piú perfetti amici
ch’accompagnando la caduca spoglia
con sacre pompe e con pietosi uffici,
con l’onor de l’essequie e de la fossa
dar quiete a lo spirto, albergo a Tossa.

334.Peso dunque di voi sará ben degno
meco impiegarvi a fabricar l’avello,
e tal sia de la fabrica il disegno
qual conviensi a coprir corpo sí bello;
e poi che la man vostra e ’l vostro ingegno
data avrá questa gloria a lo scarpello,
con pomposo apparato a lento passo
visitar meco il fortunato sasso. —

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335.Tace ciò detto, e senza altra dimora
a l’opra egregia alto principio dassi.
Prende a toccar le dolci corde allora
Apollo, e sforza a seguitarlo i sassi,
che tratti giá da l’armonia sonora,
dánno spirito al moto, e moto ai passi.
Corron veloci a la divina cetra
la Frigia selce, e l’Africana pietra.

336.E di Sparta e di Paro il marmo corre,
oh miraeoi di suon, forza di versi!,
onde si vede in un balen raccòrre
gran quantitá di porfidi diversi;
e mentre viensi il cumulo a comporre,
s’incominciano a far politi e tersi.
Giá cento fabri a prova e cento mastri
segan diaspri, affinano alabastri.

337.Mercurio allor da la seconda sfera
per dar effetto a’ suoi pensier leggiadri,
de l’Arti belle vi menò la schiera,
de l’industria gentil nutrici e madri.
Vennevi ancor del Ciel l’alta Ingegniera,
de’ modelli maestra e degli squadri:
Pallade dico, ad opra sí sollenne
da Mercurio chiamata, anch’ella venne.

338.Taccian di Caria i celebri Obelischi,
cedan di Menfi altera i Monumenti,
che ne’ secoli antichi ai Regi prischi
per memoria drizzár Barbare genti.
Di color verdi e rossi, azurri e mischi
sí varie son le gemme, e sí lucenti,
tai son de l’artificio i bei lavori,
che rendon grati i funerali orrori.

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339.Sovr’otto alte colonne, e sotto un cerchio
ripiegato in mez’arco, un’arca giace,
che la statua d’Amor tien nel coverchio
piangente, e ’n atto d’ammorzar la face.
Nulla di scarso, e nulla ha di soverchio
per esser d’un cadavere capace;
ed è di pietra lucida ma bruna,
semplice, schietta, e senza macchia alcuna.

340.Di qua di lá la machina funesta
ha d’una e d’altra parte un nicchio vóto.
La Morte in quella, e la Fortuna in questa
scolpite son, ch’aver sembrano il moto.
Ne l’altro spazio inferior che resta,
altri duo n’ha; ne l’uno espressa è Cloto,
Cloto che piagne, e Torride sorelle
par che ’n troncando un fil piangano anch’elle.

341.Dincontro a queste havvi le Grazie incise,
che vòlte a risguardar le Dee crudeli,
da le vedove chiome al suol recise
straccian dolenti le ghirlande e i veli.
Lo Scultor, che l’ha finte in cotai guise,
fa che ciascuna pianga e si quereli,
e per farla spirar, dona e comparte
de Tistessa Natura il fiato a l’Arte.

342.Vago festone a le cornici altere
tesse serpendo intorno intorno un fregio,
e v’ha di Cani sculti, e v’ha di Fere,
di dardi e lasse un magistero egregio.
In cima a l’arco Adon si può vedere
sovr’aureo trono e di mirabil pregio.
L’na gloria d’Amori alto il sostenta,
ed al vivo l’effigie il rappresenta.

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343.Posa il piè ne la base, e de le braccia
curvo in su l’anca l’un tien la figura,
l’altro appoggia a lo spiedo, ed ha da caccia
l’arco a la spalla, il corno a la cintura.
E ben tal nel sembiante e ne la faccia
del gentil simulacro è la scultura
che dal parlar in fòre, ond’egli è privo,
nulla quasi ha del finto, e tutto è vivo.

344.Presso a la pianta, a piè de l’alta cassa
tutto del bel Garzone in doppio ovato
di mezo intaglio e di scultura bassa
il natal con la morte è rilevato.
Quinci Mirra si vede afflitta e lassa
frondoso divenir legno odorato,
e dopo lungo affanno alfin sofferto
il fanciullo sbucciar dal tronco aperte.

345.Quindi si mira il fior d’ogni beltate
quando dal fier Cinghiai morto rimane
e come da le zanne aspre e spietate
ucciso resta ancor l’amato Cane.
Né de l’istesso Can Tossa onorate
hanno molto a giacer da lui lontane,
ch’a piè di quel, ch’è sacro al suo Signore,
ottiene anch’egli un tumulo minore.

346.In cotal forma illustremente adorno
de la gran tomba è il bel lavor scolpito,
e ’l drappello del Ciel la notte e ’l giorno
travaglia, acciò che ’n breve ei sia compito.
Ammaestra i maestri, e cura intorno
che sia l’ordin divin ben esseguito
con l’Artefice dotto di Cillene
l’architettrice Vergine d’Atene.

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347.Prima che da le man celesti e sante
fusse in colmo fornita opra sí bella,
nove volte Lucifero in Levante
precorse al gran camin l’Alba novella,
e mutato destriero, anco altrettante
guidò Notturno la piú bassa stella.
Comparso il nono Sol, comparve in tutto
l’edifício superbo a pien costrutto.

348.Ne l’ultimo mattin di tutti i nove
per celebrar l’essequie al caro estinto,
la figliuola mestissima di Giove
sorge col crin confuso, e ’l sen discinto,
e con gli amici Dei vassene dove
giace ancora il suo ben di sangue tinto:
ed ha l’urne degli occhi omai sí vote
che geme sí, ma lagrimar non potè.

349.Come di pietra alabastrina e tersa
statua gentil, che liquidi tesori
di vivo argento in vaga conca versa,
s’avien ch’adusta sia da fieri ardori,
o che sieno talor da man perversa
rotti i canali ai cristallini umori,
seccasi, e nega a l’orticel, che langue,
tronca le vene, il suo ceruleo sangue:

350.cosí costei, che ’n caldo umor la vita
(ben che immortale) ha distillata tutta,
non piagne piú, ma resta instupidita,
ne l’eccesso del duol fontana asciutta,
onde la bella guancia impallidita
discolora i suoi fior, quasi distrutta.
Non però giá, se bene il pianto manca,
d’addolorarla il suo dolor si stanca.

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351.Or perché ’l corpo del Garzon defunto
fin ne’ piú chiusi penetrali interni
giá tutto oleza imbalsamato ed unto
de’ preziosi aromati materni,
mentr’al mortorio in un medesmo punto
apparecchian la pompa i Numi eterni,
con la ruina de la selva impone
la pira accumularsi al morto Adone.

352.Vansi a troncar de la foresta annosa
le piante giá per lunga etá vetuste.
Cominciasi a sfrondar la chioma ombrosa,
tremano le radici aspre e robuste.
Scote la vecchia rovere nodosa
di roze ghiande le gran braccia onuste,
e percossa dal ferro e da la mano
si distacca dal ceppo, e cade al piano.

353.L’elce superba e ’l platano sublime
trabocca, e ’l faggio verde, e l’orno nero,
inchina il dritto abete al suol le cime
e precipita a terra il pino altero,
a la scure, che ’l fiede, e che l’opprime,
cede abbattuto il frassino guerriero,
e corron col mortifero cipresso
anco il cedro e l’alloro un fato istesso.

354.Fuggon le fere da’ covili usati,
abbandonan gli augei timidi i nidi;
abbracciano partendo i tronchi amati
le Ninfe allieve con lamenti e stridi,
ed ululando i Satiri scacciati
lasciano a forza i lor ricovri fidi,
si straccia Pale i crin lunghi e canuti,
e piagne il buon Silvan gli ozii perduti.

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355.Geme la terra intorno, e ’l bosco, ch’era
si ricco dianzi di verdure e d’ombre,
impoverito di sua pompa altera,
concede altrui le vie libere e sgombre;
e rischiarando la caligin nera,
or che raro arboscello ha che l’adombre,
senza invidia del prato, e fuor de l’uso,
scopre agli occhi del Sole il grembo chiuso.

356.Intanto pria ch’a sepelir si porti,
il letto si compon lugubre e mesto.
L’infima parte ha sovra rami attorti
di verdi strami un piumacciuol contesto.
Di sovra tien de’ piú bei fior degli orti
molle orditura il talamo funesto.
L’ordin supremo è poi di gemme e d’ori
e di glebe d’incenso e d’altri odori.

357.La coltra che ’l ricopre è cosí grande
che ’ntorno giú dal letticciuol trabocca,
e da capo, e da piedi, e da le bande
con le falde cadenti il terren tocca.
È d’un bruno broccato, il qual si spande
sovra tela d’argento e si disfiocca,
e d’un fregio di perle ad òr commiste
riccamato ha il gran lembo a quattro liste.

358.Son de l’istesso i morbidi origlieri
dove il morto fanciul la testa appoggia:
han pur di fosca seta i fiocchi neri,
e son trapunti a la medesma foggia.
Sparsa in su ’l volto i faretrati Arcieri
gli hanno di rose una vermiglia pioggia,
e gli ha la piaga del costato orrenda
fasciata Amor con la sua propria benda.

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359.Ed ecco il rame giá curvo e forato
con lugubre muggito alto risona,
e che ’ncominci l’ordine schierato
de l’essequie a partirsi, il segno dona:
primiero il vecchio Astreo vien col Senato
tra i ministri maggior de la Corona;
e tra costor Sidonio armato viene,
e con Dorisbe in nera veste Argene.

360.Sei quadriglie d’Araldi e di Trombetti
ivano innanzi a l’orrido feretro,
a cui di Cavalier’ fra gli altri eletti
due lunghe file poi ne venian dietro.
Quei sovra Ubini, e questi in su Giannetti
di pel conforme a l’armi oscuro e tetro,
e rauchi, e fiochi, e languidi, e soavi
sospiravano i fiati ai bronzi cavi.

361.In Alicorni a leggier morso avinti
ben cento coppie in armeggiar maestre,
con poppe ignude ed abiti succinti,
d’Amazoni seguian la turba equestre.
Non giá dardi dorati, archi dipinti,
ma brunite zagaglie arman le destre:
le fosche chiome innanellate a l’aure,
Vergini brune, e Giovinette Maure.

362.Bianche altrettante poi seguon le negre
a suon di sordi timpani e taballi,
piene d’incenso in testa han conche integre
ed urne in man di limpidi cristalli:
veston gonne sguernite e poco allegre,
e son cervi frenati i lor cavalli,
di gramaglie coverti, ed ogni corno
d’aride fronde e scolorite adorno.

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363.Succedean de ]a Corte di Canopo
attraversati di sanguigna banda
gli scudieri davante, i paggi dopo,
e di notturni fior cingean ghirlanda,
di quel color che ’l torrido Ethiòpo
da la fervida zona a noi gli manda.
Cotte avean di cottone a la Moresca,
tutti di pari etá giovane e fresca.

364.Purpureo carro alfin, ch’a biga a biga
su rote d’oro e d’ebeno conteste
traean venti Elefanti in doppia riga,
le due Donne portava afflitte e meste.
Sovrasiede a ciascuno un Nano auriga
e su ’l capo ha ciascun piume funeste,
umidi gli occhi, e pallidi i sembianti,
e tenebrosi e lagrimosi i manti.

365.L’illustrator degl’intelletti saggi,
l’eterno tesorier de l’aurea luce
senza fronde a le tempie e senza raggi
succede a questi, e ’l popol suo conduce.
Cingonlo quinci e quindi ancelle e paggi,
come Signor d’ogni altro lume, e Duce.
Le Stagioni co’ Mesi, il Tempo e l’Anno,
e la Notte col Dí dietro gli vanno.

366.Su la mole portatile d’un monte
vien quei che ’n Deio e ’n Delfo ha la sua reggia,
e di bei lauri in su la doppia fronte
di quel finto Parnaso ombra verdeggia.
Quivi per arte è fabricato un fonte,
lo qual d’argento e di cristallo ondeggia;
e presso Tonde assai simile al vero
v’ha di rilievo il volator destriero.

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367.Non consentí la Poesia che fusse
priva di lei la compagnia sollenne,
e tutta seco la famiglia addusse
fuor la Comedia sol, che non vi venne.
E tutti neri gli abiti costrusse,
i Cigni istessi nere ebber le penne:
le bianche penne co’ purpurei rostri
tutte eran tinte de’ piú puri inchiostri.

368.Con occhi molli, e languidi, e dimessi
le Muse afflitte, e con turbata faccia,
cinte il crin di mortelle e di cipressi,
una gran Lira d’or tirano a braccia.
Seguon d’absinthio incoronati anch’essi
cento Poeti la medesma traccia,
e di dogliose e querule elegie
fanno per tutto risonar le vie.

369.Mercurio col drappel de lo Dio biondo
vòlse ch’anco il suo stuolo unito andasse,
e ’n simil modo un numero facondo
d’altrettanti Oratori in schiera trasse;
e vi raccolse di quant’Arti ha il mondo
liberali e meccaniche ogni classe,
che di Minerva con ossequio sacro
precedeano e seguiano il simulacro.

370.L’imago ancor, qual l’adorò giá Roma,
tra mille palme di smeraldo e d’oro,
v’era de la Virtú, cinta la chioma
di verde oliva e d’immortale alloro.
Reggeano altre in su ’l tergo, immensa soma,
un caduceo di sovruman lavoro,
tutto d’argento smisurato ed alto,
salvo le serpi sol, ch’eran di smalto.

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371.Dopo costor con lo squadron di Theti
tabernacoli argentei e cristallini
portano statue orribili di Ceti,
Foche, Pistri, Balene, Orche e Delfini,
e chiusi in grosse gabbie e ’n doppie reti
gran Capidogli e gran Vecchi marini.
Havvi Rosmari ignoti agli occhi nostri,
Hippopotami immensi, ed altri mostri.

372.Da volubili ordigni indi son tratte
per meraviglia d’ineffabil arte
navi e galee con somma industria fatte,
che le vele han d’argento, e d’or le sarte.
Ignude il sen piú candido che latte
vengon Nereidi con le trecce sparte,
e vibran con le man lucide e bianche
arbori di corallo a cento branche.

373.La Dea del mar tra Ninfe e tra Garzoni
sovra un carro di chiocciole procede,
quei forma han di Sirene e di Tritoni,
questa ha di verde limo algosa sede;
e van facendo strepitosi suoni
mentre con lento andar movono il piede,
e tra battute e ribattute conche
fan le voci languir tremule e tronche.

374.Segue colei che ’l dono altrui dispensa
con larga man de le granite ariste.
Van di spiche dorate in copia immensa
spargendo nembi le sue Ninfe triste.
Conducon parte in spaziosa mensa
varie vivande accumulate e miste:
quanto apporta la terra, e l’aria, e ’l mare,
quanto il foco condisce, entro v’appare.

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375.Reca de l’abondanza il fertil corno
un’altra parte, di fin or costrutto,
c’ha di biade mature il grembo adorno,
e di semi fecondi è colmo tutto.
Squadra gli va di contadini intorno
con armi proprie a coltivar quel frutto:
vomeri, e zappe, e falci, e cribri, e pale
con quanto de la messe a l’opra vale.

376.Accompagnan di Cerere gli adusti
dal Sol ardente e rustici cultori
i custodi de’ prati e degli arbusti,
Pornona con Vertun, Zefir con Glori;
ed han canestri d’auree poma onusti,
e versan pieni cálati di fiori;
ed a queste ed a quelli il crin circonda
di Ciparisso la funerea fronda.

377.Trae poscia del licor che brilla e fuma
la gente sua lo Dio giocondo e fresco.
Giovani scelti di novella piuma
portano avante la credenza e ’l desco.
Ciascuno ha in man d’un bel rubin che spuma
vasel d’oro distinto, e d’arabesco;
e per tutto il camino a quando a quando
vanno a prova bevendo, e propinando.

378.Di verde mitra adorno, havvi Filisco,
Sacerdote di Libero e Poeta,
con tutto quello stuol che ’l secol prisco
apellò Mimallonide e Maceta.
Oual di smilace il crin, qual di lentisco
cerchia, deposta ogni sembianza lieta;
e van tutti vibrando orribilmente
chi coltello, chi tirso, e chi serpente.

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379.Un plaustro a quattro rote, e sí leggiadre
ch’invidia fanno al carro de l’Aurora,
Xisa conduce in mezo a queste squadre,
nutrice di colui che Thebe adora;
e ’l letto genial, dove la madre
giacque col gran Motor, conduce ancora;
e del medesmo la corona porta,
di viti e d’edre in bianche fasce attorta.

380.Cinquanta dopo questa ebri Sileni
sovr’asinelli mansueti e pigri
cantando tuttavia versi epileni,
gran cuoia gonfie in braccio hanno di Tigri,
e versando ne’ calici, che pieni
tengono in man di bianchi umori e nigri,
dagli otri il vin, che si diffonde e cade,
di dolci stille ingemmano le strade.

381.Sovra un bel soglio d’or preme Lieo
la Fera ch’idolatra è de la Luna.
Laconico è il vestir d’ostro Eritreo,
il cui vermiglio la viola imbruna.
Intagliata nel seggio è di Penteo
la dolorosa e tragica fortuna.
Un Satirin, che siede a piè del trono,
gonfia un corno caprin con rauco suono.

382.Piangendo anch’ei, del genitor Dionigi,
cinto di menta il gran capo vermiglio,
senza la falce in man segue i vestigi
il suo barbuto, il suo membruto figlio.
Cavalca un animai pur di que’ bigi
con lunghe orecchie, e tien dimesso il ciglio.
Va con le vene al collo enfiate e grosse,
col naso acceso, e con le luci rosse.

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383.Tinti d’ebuli e mori i volti informi,
dopo ’l cultor degli orti Lampsacei
armenti di bicorni e di biformi,
gregge di semicapri e semidei,
Satiri, Fauni, ed altri, a lor conformi,
Numi esclusi dal Ciel, rozi e plebei,
sospingon da cent’argani tirato
un immenso Colosso e smisurato.

384.Forma ha d’immenso e giganteo colosso
d’oricalco dorato un Ithifallo,
cento cubiti lungo, e venti grosso,
si che stride al gran peso il piedestallo,
e nel mezo del vertice, che rosso
innestato il rubino ha su ’l metallo,
si chiara scintillar stella si scorge,
che Lucifero par quando in Ciel sorge.

385.Non vide Roma in fra le sue colonne
mai miracolo egual piantato e dritto,
né tra quante piú vaste edifíconne
Piramide maggior celebra Egitto.
Va de le Verginelle e de le Donne
di Cithera e di Gnido il coro afflitto,
e cantando per via meste canzoni,
l’incorona di serti e di festoni.

386.Passò poi de la Dea, che ’n Cipro impera,
tutto il corteggio, e con diversi incarchi.
Di cento Sagittari armata schiera
veniva innanzi con turcassi ed archi,
di brocchieri lunati a la leggiera
e di lievi loriche adorni e carchi,
senz’elmi in testa, e con corone aurate,
e l’armi erano azurre e d’or fregiate.

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387.Secondavano i primi anco altri cento
gravi le destre di spadoni e d’azze,
ch’avean di puro e ben forbito argento
le celate, le targhe, e le corazze.
Seguiva allin per terzo un reggimento
d’aste ferrate e di ferrate mazze,
e vario di color da l’altre truppe
neri gli arnesi avea, nere le giuppe.

388.Al tergo di costor cento Arieti
con cento Tauri di color simili
moveano il passo tardi e mansueti
con teste chine, e con cervici umili.
Aveano indosso serici tapeti,
aurei frontali intorno, aurei monili,
d’appio secco le corna inghirlandati,
e di vermiglio vel gli occhi bendati.

389.I Sacerdoti ancor son altrettanti
di coltella forniti e di securi,
con cui di forma e d’abito eleganti
cento donzelli, c’hanno i volti oscuri,
spiche di nardo, foglie d’amaranti
e calami di casia eletti e puri
portan con lento piè premendo il calle
dentro vasi gemmati in su le spalle.

390.Fanciulle arrecan poi candide e bionde
di lagrime di mirra altre vasella,
e sostien del licor, ch’entro s’asconde,
mille dramme di peso ogni donzella.
E non men che i primier, son le seconde
guernite di livrea splendida e bella.
Vermiglia han quelli in fin a’ piè la veste,
scorciate in bianca tunica van queste.

39

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391.Un’altra leglon pur di pedoni
segue, e son tutti inermi, e tutti astati.
Qui Nubi, e Garamanti, e Nasamoni
ed altri Negri in Ethi’opia nati
van con denti d’avorio e con tronconi
d’ebeno in man, di porpora addobbati.
Vibran molti di lor ricchi incensieri,
molti sostengon d’òr lampe e doppieri.

392.Se ben non venne a que’ pomposi uffici
per le note cagion la Dea di Cinto,
non però Cacciatori e Cacciatrici
lasciaro giá d’accompagnar l’estinto.
Chi trae per man da le Rifee pendici
Pardo leggiadro a ricca corda avinto;
chi da le rupi de la Caspia foce
Tigre o Pantera indomita e feroce.

393.Chi fier Leon da l’Africana arena,
chi superbo Cervier dal bosco Trace,
chi l’Orso bianco di Russia vi mena,
chi di Scithia il crudel Grifo rapace.
Chi d’Hircania o d’Epiro a la catena
conduce Alano altier, Molosso audace,
chi con bracco o levrier tratto a la lassa
o di Caria o di Creta in mostra passa.

394.Ravvi di Falconieri altri drapelli
con Giraffe, e Cameli, e Dromedari,
ch’entro eburnee prigion some d’augelli
portan su ’l dorso peregrini e rari,
quanti l’Indico Ciel n’abbia piú belli,
tutti di piuma differenti e vari,
e volar d’or in or ne lascian molti
sol co’ piedi legati, il resto sciolti.

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395.Ecco la bara alfin, che ben composte
con vari emblemi intorno ha varie imprese,
e d’armati guerrier tiene a le coste
di qua di lá due maniche distese,
e con mirabil ordine disposte
lumiere illustri in ogni parte accese,
e de’ torchi lucenti anco la cera,
simile in tutto al paramento, è nera.

396.Le Ninfe di Ciprigna e le donzelle
circondan quinci e quindi il cadaletto,
e sostengon tra via le braccia belle,
ch’accennan di cader, del Giovinetto.
Havvi anco altri valletti, ed altre ancelle,
che dolenti nel core e ne l’aspetto
la cuccia, de’ bei membri orrido albergo,
(peso dolce e leggier) portan su ’l tergo.

397.Ultima a tutti in neri panni avolta
Venere bella il funeral conchiude,
e con viso graffiato e chioma sciolta
de le stelle si lagna invide e crude,
battendosi con mano anco talvolta
il bianco petto e le mammelle ignude.
Turba di serve ha dietro, e d’ambo i lati
la fida guardia degli Arcieri alati.

398.Giunta ove ’l bel cadavere disegna
in preda dar de la funebre arsura,
e dov’è giá, d’un tanto dono indegna,
edificata la catasta oscura,
fa Citherea depor sovra le legna
il letto a piè de l’alta sepoltura,
indi supposta la facella a l’ésca,
fa che desto dal soffio, il rogo cresca.

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ÓI2

LA SEPOLTURA

399.Giá su le prime fronde a pena appresi,
si dilatan gl’incendii in un momento.
Sonan le gemme de’ fregiati arnesi,
e suda l’oro, e si disfa l’argento.
Stillan succhi d’Arabia i rami accesi,
ché giá gl’impingua l’odorato unguento.
Stride scoppiando in liquefarsi al foco
il nardo, il costo, il cinnamomo e ’l croco.

400.Piú nobil fiamma in terra unqua non arse,
né cener mai piú ricco si compose.
Chi di candido latte urne vi sparse,
e chi di negro vin tazze spumose.
Altri le mani ancor non avea scarse
di biondo mèle, e di piú rare cose.
Altri del sangue degli uccisi armenti
abbeverava le faville ardenti.

401.Vèrsanvi e lacci e reti ed archi e strali
volando intorno i lagrimosi Amori.
Le vaghe penne svèllonsi da l’ali,
e le fan cibo de’ voraci ardori.
Le tre d’Eunomia ancor figlie immortali
vi gittan dentro i lor monili e i fiori.
Vener le trecce d’or troncar si volle,
ed a le fiamme in vittima donollc.

402.Indi il bel rogo ancor, secondo il rito,
prende da manca a circondar tre volte,
ed inchinando il busto incenerito,
le bellezze saluta in aria sciolte.
Ma poi che giá Vulcan langue sopito,
e l’ossa amate ha in polvere rivolte,
di propria mano il cenere rimaso
raccoglie e serra entro ’l marmoreo vaso.

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403.Serrato il vaso, in cui chiudeasi quanto
Natura e ’l Ciel di bello unqua crearo,
Amor, che stava in flebil atto a canto,
quasi custode, al cimiterio caro,
cercava pur d’intenerir col pianto
l’aspro rigor di quel sepolcro avaro,
e con la punta del dorato strale
vi scolpí sovra un epitafio tale:

404.' O peregrin che passi, arresta il passo
al marmo, se non hai di marmo il core.
Giace sepolto Adone in questo sasso,
e giace seco incenerito Amore.
Nel cener freddo, e nel sepolcro basso
spento il lume è però, non giá l’ardore.
E che sia ver, tocca la pietra un poco,
che senz’altro focil n’uscirá foco ”.

405.Vi fu sospeso in un gran fascio involto
l’arco insieme con l’asta e con l’altr’armi,
e ’l dente de la Fera anco raccolto
restò trofeo di que’ medesmi marmi.
Fu poi con simil cura il Can sepolto,
e Febo aggiunse agli altri onori i carmi,
che su l’avel de l’animal trafitto
la memoria lasciò di questo scritto:

406.“ Qui sta Saetta, il Can, la cui bravura
le Fere spaventò non solo in terra,
ma quasi a quelle ancor pose paura
che ’l Zodiaco nel Ciel raccoglie e serra.
Pluton per far la sua magion secura,
in guardia de l’Inferno il tien sotterra,
che poi eh’ Hercol discese in quella Corte,
fidar non vuole a Cerbero le porte ’’.

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407.Poscia che ’l nobil marmo in cotal guisa
ha giá d’Adon le ceneri coverte,
la mesta Dea lá ’v’è la pietra incisa
del deposito caro, il piè converte;
e stata alquanto immobilmente fisa
con gli occhi in alto, e con le braccia aperte,
trangosciando piú volte, alfin si scote,
e rompe il suo tacer con queste note:

408.— Dolci, mentr’al Ciel piacque, amate spoglie,
giá dolci un tempo, or quant’amate amare,
poi che negano Tacque a tante doglie
fatte le luci mie di pianto avare,
prendete questi fiori, e queste foglie,
ultimi doni a le reliquie care,
e ’n vece de le lagrime dolenti
gradite questi baci, e questi accenti.

409.S’invido fato, avaro Ciel mi toglie
distemprar gli occhi in lagrimoso mare,
di questa tomba le funeste soglie
non mi torrá con gemiti baciare.
Se colei ch’ogni fior recide e coglie
reciso ha il fior de le bellezze rare,
10 spirto almen, ch’ascolta i miei lamenti,
gradisca questi baci, c questi accenti.

410.L’urna gentil, che le bell’ossa accoglie,
sará de’ voti miei perpetuo altare,
l’alte faville de l’accese voglie,
lá dove il cor sacrificato appare,
11 foco de’ sospir, che l’alma scioglie,
saran fiaccole e fiamme ardenti e chiare.
Ombra felice, se mi scorgi e senti,
gradisci questi baci, e questi accenti. —

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411.Qui tace, e chiede del suo core il core,
e gli è recato al primo cenno avante.
Ell’avea giá, quando il Sabeo licore
le viscere condí del caro amante,
sterpato e svèlto in fin dal centro fòre
del bel fianco sparato il cor tremante;
indi il serbò tra preziose tempre
di celesti profumi intatto sempre.

412.Tolto in mano quel cor, gli occhi v’affisse,
e contemplollo con pietoso affetto,
ed: — O del piú bel foco — indi gli disse —
e del piú puro ardor nobil ricetto,
che d’aver riscaldato unqua s’udisse
in Cielo o in terra innamorato petto,
cosí fuor di quel sen, ch’era tuo seggio,
lacerato ed aperto (oimè) ti veggio?

413.Forse mostrar mi vuoi che non contento
de l’amor, che vivendo in te bolliva,
dopo ’l cener gelato e ’l rogo spento
serbi ancor la tua fiamma accesa e viva.
Ahi ben il veggio, anzi in me stessa il sento,
che ben che del mio ben vedova e priva,
ancor estinto de’ begli occhi il lampo,
in pari incendio immortalmente avampo.

414.Or con qual degno onor, fuor che di baci,
sodisfar posso ad oblighi sí cari?
Ond’avrò per lavarti acque vivaci,
secca la vena de’ miei pianti amari?
Chi mi dará le luminose faci,
spenta la luce di que’ lumi chiari?
Fuor del bel volto, ove saranno i fiori?
Senza i fiati soavi, ove gli odori?

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415.Deh che farò? Per quanto almen mi lice,
io voglio al mondo pur con qualche segno
lasciar del nostro amor poco felice
grata memoria, ed onorato pegno.
S’agli altri Dei ciò far non si disdice,
s’altro mortai fu di tal grazia degno,
per qual cagion non potrò farlo anch’io!
o perché non l’avrá l’Idolo mio?

416.Farò dunque al mio ben l’istesso onore
che fece Apollo al suo fanciullo ucciso,
ché non fu certo il mio gentile ardore
di Giacinto men bel, né di Narciso.
E poi ch’ei fu d’ogni bellezza il fiore,
e di fiori ebbe adorno il seno e ’l viso,
e mi fu tolto in su l’etá fiorita,
vo’ che cangiato in fior ritorni in vita.

417.Tra i fiori, o fiore, il primo pregio avrai,
torrai lo scettro a la mia rosa ancora.
Vinti saran da te quanti giá mai
Glori in terra ne sparse, in Ciel l’Aurora.
Ornamento immortai de’ miei rosai,
perpetuo onor de la vezzosa Flora;
nova pompa del prato, e del terreno,
novo fregio al mio crine, ed al mio seno.

418.Farò sempre di piú, che d’anno in anno,
de la Parca malgrado e de la Sorte,
si rinovelli col mio duro affanno
la rimembranza di sí cruda morte;
e i miei devoti ad imitar verranno
con sollenne dolor piangendo forte,
come fec’io quando il mio ben perdei,
la trista pompa de’ lamenti miei.

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419.Questo fiume vicin, che giá si tinse
del nobil sangue del buon Re Ciprigno,
nel giorno istesso che ’l Cinghiai l’estinse,
col corno rotto correrá sanguigno.
Questo medesmo mar, che ’l lido cinse
dove l’oppresse il rio destin maligno,
nutrirá pesce tal nel grembo interno,
che riterrá d’Adone il nome eterno. —

420.Poi che cosí parlò, di nèttar fino,
pien di tanta virtú, quel core asperse
che tosto per miracolo divino
forma cangiando, in un bel fior s’aperse;
e nel centro il piantò del suo giardino
tra mille d’altri fior schiere diverse.
Purpureo è il fiore, ed Anemone è detto,
breve, come fu breve il suo diletto.

421.Rivolta poscia al fido stuolo amico
de’ servi Amori e de’ compagni Divi,
— Fu sempre — ripigliò — costume antico
d’onorar morti quei che s’amár vivi.
Osservasti ben tu l’uso ch’io dico,
accoppiando al dolor giochi festivi,
Bacco, quand’empia Morte Ofelte uccise:
cosí fece il mio figlio al padre Anchise.

422.Questo rito seguir dunque m’aggrada
ne le sacre d’Adon pompe funeste:
io vo’ ch’ogni anno in questa mia contrada
s’abbiano a celebrar tragiche feste;
e vo’ che vi concorra e che vi vada
spettatrice non sol turba celeste
ma del mar, de la terra, e de l’Abisso.
E di tre dí lo spazio abbian prefisso. —

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ói8

LA SEPOLTURA

423.Cosí ragiona, e l’immortai brigata
il pietoso pensier commenda e loda:
onde il gran banditor de l’ambasciata,
l’autor de l’eloquenza e de la froda,
su ’l capo impon la cappellina alata,
alate al piè le talloniere annoda,
né pur gli Dei del Ciel convoca e cita,
ma quanti il mondo n’ha, tutti gl’invita.

424.E per posar ne le cerulee piume
giá varca intanto il Sol Tonde marine,
e giá si lava entro le salse spume
Tumida fronte, e ’l polveroso crine.
Vedesi tinto il ciel d’ombra e di lume
nel tenebroso e lucido confine,
e ’n sé far mezo chiara e mezo oscura
de la notte e del giorno una mistura.