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Le Mille ed una Notti/Storia di Beder, principe di Persia, e di Giauara principessa del regno di Samandal

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Storia di Beder, principe di Persia, e di Giauara principessa del regno di Samandal
Lettera del califfo Aaron-al-Raschid al re di Balsora Storia di Ganem, lo schiavo d'Amore, figliuolo d'Abu Aibu
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DI BEDER, PRINCIPE DI PERSIA,

E DI GIAUARA

PRINCIPESSA DEL REGNO DI SAMANDAL.


— Sire, la Persia è una parte della terra di tal vastità, da non essere senza ragione che gli antichi suoi sovrani hanno portato il titolo superbo di re dei re. In quante vi sono province, senza parlare di tutti gli altri regni conquistati, dominavano altrettanti re; e questi non solo pagavano grossi tributi, ma inoltre erano loro tanto sommessi, quanto i governatori lo sono ai re negli altri stati. [p. 90 modifica]«Uno di questi sovrani, che aveva cominciato il suo dominio con felici e grandi conquiste, regnava, sono ormai molti anni, con una prosperità e tranquillità tali, che lo rendevano il più contento di tutti i monarchi.

«Una sola cosa c’era in cui stimavasi sventurato, d’essere, cioè, molto avanti negli anni, e che nessuna delle sue donne gli avesse dato un erede per succedergli dopo la morte. Ne aveva nondimeno più di cento, tutte alloggiate magnificamente e separatamente, con molte schiave per servirle, ed eunuchi per custodirle. Malgrado tutte le sue cure a contentarle e prevenirne i desiderii, nessuna adempiva alle sue brame. Glie n’erano sovente state condotte dai paesi più lontani, ed egli non si contentava di pagarle senza contrattare del prezzo, tostochè gli piacevano, ma colmava eziandio i negozianti di onori, di benefizi e di benedizioni, per attirarne altri, nella speranza che finalmente avrebbe da qualcheduna un figliuolo. Nè v’erano buone opere ch’ei pur non facesse per rendersi propizio il cielo. Prodigava elemosine immense ai poveri, feceva grandi largizioni ai più divoti della sua religione, e nuove fondazioni, tutte reali, in favor loro, onde ottenere per le loro preci quanto ardentemente bramava.

«Un giorno che, secondo il costume praticato ogni dì dai re suoi predecessori, quando stavano di residenza nella capitale, egli presiedeva l’assemblea de’ cortigiani, dove trovavansi tutti gli ambasciatori e tutti gli stranieri distinti ch’erano alla sua corte, e dove discorrevasi, non già di cose riguardanti lo stato, ma di scienze, di storia, di letteratura, di poesia e d’ogni altro argomento capace di ricreare gradevolmente lo spirito; quel giorno, diceva, venne un eunuco ad annunciargli che un mercatante, il quale giungeva da paese assai lontano con una schiava, domandava il permesso di fargliela vedere. — Fatelo [p. 91 modifica] entrare, e dategli un posto,» disse il re; «gli parlerò dopo l’assemblea.» Introdussero il mercante, e fu collocato in un luogo d’onde poteva vedere il re a suo agio, ed udirlo parlare familiarmente con quelli ch’erano più vicini alla di lui persona.

«Il re soleva trattare così con tutti gli stranieri che dovevano parlargli, e lo faceva espressamente, affinchè si abituassero a vederlo, e scorgendolo favellare a questo ed a quello con famigliarità e bontà, prendessero confidenza a parlargli nella stessa guisa, senza lasciarsi abbagliare dalla grandezza e dallo splendore ond’era circondato, atta ad incutere soggezione a quelli che non vi fossero avvezzi. E lo stesso praticava eziandio cogli ambasciatori: pranzava alla prima con essi, e durante il pasto informavasi della loro salute, del viaggio e delle particolarità del loro paese. Ciò li abituava a trattare colla sua persona, e quindi dava loro udienza.

«Sciolta l’assemblea, ed andatisene tutti, senza che rimanesse niun altro fuor del mercatante, si prosternò questi davanti al trono del re, colla faccia a terra, e gli augurò l’adempimento di tutti i suoi desiderii. Alzatosi poi, il re gli chiese se fosse vero che gli avesse condotta una schiava, e se fosse bella.

«— Sire,» rispose il mercante, «non dubito che vostra maestà non ne abbia di bellissime, cercandosene per lei con tanta cura in tutte le parti del mondo; ma posso assicurare, senza tema di troppo apprezzare la mia merce, ch’ella non ne ha forse veduta ancor una che possa entrare in competenza con questa, ove se ne considerino la leggiadria, l’eleganza, le grazie e tutte le perfezioni, delle quali va adorna. — Dov’è?» ripigliò il re; «conducimela. — Sire,» rispose il mercadante, «l’ho lasciata in mano d’un officiale de’ vostri eunuchi; vostra maestà può quindi comandare che sia fatta venire. —

[p. 92 modifica]«Condussero la schiava, ed appena il re la vide, ne rimase incantato solamente a considerarne le belle e svelte forme. Entrò subito in un gabinetto, ove il mercante lo seguì con alcuni eunuchi. Aveva la schiava un velo a righe di raso rosso e d’oro, che le nascondeva il volto, cui avendo il mercante levato, il re di Persia vide una dama che superava in bellezza tutte quelle che possedeva allora o che avesse mai posseduto. Ne divenne fin da quel momento appassionatamente invaghito, e ne domandò il prezzo al mercante.

«— Sire,» rispose questi, «io ne diedi mille pezze d’oro a quello che me l’ha venduta, e calcolo d’averne sborsate altrettante ne’ tre anni che sono in viaggio per giungere alla vostra corte. Mi guarderò bene dall’assegnarle un prezzo per un sì gran monarca: supplico vostra maestà di riceverla a titolo di regalo, se le piace. — Ti sono obbligato,» riprese il re; «non è mio uso di trattare così coi mercanti che vengono sì da lontano colla mira di compiacermi; te ne farò tosto contare diecimila pezze d’oro. Sei contento?

«— Sire,» replicò il mercante, «mi sarei stimato fortunatissimo se vostra maestà avesse voluto accettarla per nulla; ma non oso ricusare tanta liberalità. Non mancherò di magnificarla nel mio paese ed in tutti i luoghi pei quali dovrò passare.» Gli fu contata la somma, e prima che se ne andasse, il re lo fe’ rivestire in sua presenza d’un abito di broccato d’oro.

«Il re fece quindi alloggiare la bella schiava nel più magnifico appartamento dopo il suo, e le assegnò parecchie matrone ed altre schiave per servirla, con ordine di farle prendere il bagno, di vestirla d’uno de’ più magnifici abiti che trovassero, e recarle, le più belle collane di perle, i diamanti più preziosi ed [p. 93 modifica] altre più ricche gioie, affinchè scegliesse da sè ciò che meglio le convenisse.

«Le officiose matrone, le quali non avevano altro scopo fuorchè di piacere al re, rimasero anch’esse maravigliate della bellezza della schiava, e siccome se ne intendevano: — Sire,» gli dissero, «se vostra maestà ha la pazienza di lasciarci tre soli giorni, c’impegniamo di fargliela allora vedere tanto al di sopra di quello ch’è presentemente, che più non la riconoscerà.» Stentò il re a privarsi per tanto tempo del piacere di possederla. — Acconsento,» rispose in fine, «ma a condizione che mi manterrete la vostra promessa...»

Scheherazade, a questo passo, cessò di parlare; e la notte seguente, con licenza del sultano, ripigliò il racconto in questi termini:


NOTTE CCL


— Sire, la capitale del re di Persia era situata in un’isola, ed il suo magnifico palazzo sorgeva sulla spiaggia del mare. Siccome le sue stanze prospettavano su codesto elemento, quello della bella schiava, non lontano dal suo, godeva anch’esso la medesima vista, tanto più gradevole, in quanto che il mare frangevasi quasi appiè delle mura.

«Scorsi i tre giorni, la bella schiava, abbigliata ed adorna magnificamente, trovavasi sola nella sua stanza, seduta sur un sofà ed appoggiata al davanzale d’una finestra che guardava sul mare, quando il re, avvertito che poteva vederla, entrò. La schiava, che intese camminare nella stanza in diverso modo delle donne che l’avevano fin allora servita, volse subito [p. 94 modifica] la testa per vedere chi fosse. Riconobbe il re, ma senza manifestare la menoma sorpresa, ed anzi senza nemmeno alzarsi per usargli cortesia e riceverlo, come se stata fosse la persona più indifferente del mondo, tornò a mettersi alla finestra come prima.

«Rimase il re di Persia estremamente stupito al vedere che una schiava sì leggiadra e ben fatta, conoscesse sì poco la civiltà. Attribuì tal difetto alla cattiva educazione datale ed alla poca cura ch’erasi presa d’insegnarle le prime creanze. Si avanzò verso di lei sino alla finestra, ove, ad onta della maniera e della freddezza colle quali avevalo accolto, essa si lasciò guardare, ammirare, ed anche accarezzare ed abbracciare fin ch’ei volle.

«Fra le carezze e gli abbracciamenti, il monarca si fermò per guardarla, o piuttosto divorarla cogli occhi. — Mia bellissima, mia vezzosa, mio tesoro,» sclamò egli, «ditemi, ve ne prego, d’onde venite, di qual luogo e chi sono i felici genitori che hanno posto al mondo un capolavoro sì sorprendente della natura come voi siete! Quanto vi amo e quanto vi amerò! Non ho mai provato per una donna quello che sento per voi; eppure assai ne ho vedute, e ne veggo ancora gran numero ogni giorno; ma giammai non vidi tanto attrattive riunite, che mi rapiscono a me medesimo per donarmi tutto a voi. Cuor mio,» soggiunse poi, «non mi rispondete nulla? non mi fate nemmeno conoscere per alcun segno di essere sensibile alle testimonianze che vi dò dell’estremo mio amore; nè rivolgete neppure gli occhi per dare ai miei il piacere d’incontrarli, a convincerli che non si può amare più di quello ch’io vi amo? Perchè conservate questo strano silenzio che m’agghiaccia? D’onde nasce tal serietà, o piuttosto quella tristezza che m’affligge? Vi duole della vostra patria, de’ vostri parenti, degli amici? E che! un re di Persia il quale v’ama, [p. 95 modifica] che v’adora, non è capace di consolarvi, e tenervi luogo d’ogni cosa al mondo? —

«Malgrado tutte le proteste d’amore che il re di Persia fece alla schiava, e checchè sapesse dire per eccitarla ad aprir bocca e parlargli, la schiava rimase in una freddezza sorprendente, cogli occhi bassi, senza alzarli per guardarlo, nè proferire una sola parola.

«Il re di Persia, lieto d’aver fatto un’azione, della quale era tanto contento, non la importunò più oltre, nella speranza che il buon trattamento che le farebbe, indurrebbela infine a parlare. Battè le mani, e tosto entrarono varie donne, alle quali ei comandò d’imbandire la cena. Quando l’ebbero servita: — Cuor mio,» disse alla schiava, «avvicinatevi, e venite a cenare con me.» Si alzò essa dal luogo dove si trovava, e sedutasi a lui rimpetto, il re la servì prima di cominciar a mangiare, servendola del pari a ciascun piatto durante il pasto. La schiava mangiò come lui, ma sempre cogli occhi bassi, senza rispondere una sola parola ogni qual volta le domandava se le vivande fossero di suo gusto.

«Per cambiar discorso, il re le chiese come si chiamasse, se fosse contenta del suo abbigliamento, delle gioie di cui andava adorna, cosa pensasse del suo appartamento e degli addobbi, se la vista del mare la divertisse; ma a tutte codeste domande ella mantenne sempre il medesimo silenzio, del quale ei non sapeva più cosa pensare. Immaginò che potesse forse essere muta. — Oimè,» diceva fra sè, «sarebbe possibile che Iddio avesse formata creatura tanto bella, perfetta e compita, e ch’ella avesse sì grande difetto? Sarebbe un vero peccato! Contuttociò non potrei trattenermi dall’amarla quanto l’amo. —

«Quando il re si fu alzato da tavola, lavossi le mani da una parte, mentre la schiava se le lavava [p. 96 modifica] dall’altra. Ne approfittò egli per domandare alle donne che gli presentavano il bacino e la salvietta, se la giovane non avasse loro mai parlato, e quella che prese la parola, rispose: — Sire, noi non l’abbiamo veduta nè udita parlare più di quello che l’abbia sentita vostra maestà. L’abbiamo servita nel bagno; l’abbiamo pettinata, acconciata, vestita nella sua stanza, e mai non ha aperta la bocca per dirci: Questo va bene, ne sono contenta. Noi le domandavamo: Signora, non avete bisogno di nulla? Bramate qualche cosa? Chiedete: domandateci. Non sappiamo se sia disprezzo, afflizione, imbecillità, o se sia muta; non abbiamo potuto cavarne una sola parola: ecco tutto ciò che possiamo dire a vostra maestà. —

«Il re di Persia, ciò udendo, fu più sorpreso di prima per quanto veniva a rilevare, e siccome credè che la schiava potesse avere qualche motivo di afflizione, volle tentar di rallegrarla, facendo a tal fine una riunione di tutte le dame del suo palazzo. Vennero tutte, e quelle che sapevano toccar di strumenti, ne suonavano; le altre cantarono o ballarono, o fecero l’uno e l’altro in pari tempo. Sollazzarono finalmente il re con varie sorta di giuochi. La schiava sola non prese veruna parte a tutti quei divertimenti; ma rimase al suo posto, sempre cogli occhi bassi, e con una tranquillità, di cui tutte le donne non furono sorprese meno del re. Ritiraronsi infine, ciascuna alle proprie stanze, ed il re, rimasto solo, dormì colla bella schiava.

«All’indomani il re si alzò più contento che non lo fosse stato di quante donne avesse mai fin allora vedute, e più appassionato per la bella schiava del giorno prima. E lo manifestò in breve, risolvendo di attaccarsi unicamente a lei, ed eseguì tale risoluzione. Lo stesso giorno congedò tutte le altre sue donne, donando loro i ricchi abiti, le gemme ed i monili che [p. 97 modifica] avevano pel proprio uso, ed una grossa somma di danaro per ciascheduna, lasciandole libere di maritarsi a chi loro più piacesse, e non tenne se non le matrone ed altre donne attempate, necessarie al servizio della bella schiava. Ma questa non gli diede neppur la consolazione di volgergli una sola parola per un intiero anno. Nondimeno non tralasciò egli di mostrarsi assiduissimo presso di lei con tutte le compiacenze immaginabili, e darle i contrassegni più manifesti d’una violentissima passione.

«L’anno era scorso, ed il re, seduto un giorno presso la sua bella, le protestava che il suo amore, invece di diminuire, cresceva ogni giorno più con maggior forza. — Mia regina,» le diceva egli, «non posso indovinare cosa ne pensiate; eppure non v’ha cosa più vera, ed io vi giuro che non desidero più nulla dacchè ho la fortuna di possedervi. Conto il mio regno, vasto com’è, meno d’un atomo, quando vi veggo, e vi possa dire mille volte che v’amo. Non voglio che le mie parole vi obblighino a crederlo; ma non potete dubitarne dopo il sacrifizio da me fatto alla vostra beltà, del gran numero di donne che teneva nel mio palazzo. Potete ricordarvene: è già un anno che le ho congedate tutte; nè me ne pento tanto al momento in cui vi parlo, quanto in quello che cessai di vederle, e non me ne pentirò giammai. Nulla mancherebbe alla soddisfazione, alla contentezza ed alla gioia mia, se mi volgeste una sola parola per di mostrarmi che me ne avete qualche obbligazione. Ma come potreste dirmela se siete muta? Aimè! temo purtroppo che ciò non sia! E come non temerlo dopo un anno intiero che vi prego mille volte al giorno di parlare, e che voi conservate un silenzio sì affliggente per me? Se m’è impossibile ottenere da voi potesta consolazione, faccia il cielo almeno che mi doniate un figlio per succedermi dopo la mia morte! [p. 98 modifica] Mi sento invecchiare ogni giorno più, e fin da oggi ne avrei bisogno d’uno, per aiutarmi a sostenere il maggior peso della corona. Torno al grande desiderio che ho di udirvi parlare: qualche cosa mi dice nell’animo che non siete muta. Or via, di grazia, signora, ve ne scongiuro, rompete quella lunga ostinazione, ditemi una sola parola, e dopo più non mi calerà di morire! —

«A tale discorso, la bella schiava, la quale, secondo il solito, aveva ascoltato il re sempre cogli occhi bassi, avendogli così non solo dato luogo a crederla muta, ma eziandio che non avesse mai riso in sua vita, si pose a sorridere. Il re di Persia se ne avvide con una sorpresa che lo fe’ prorompere in un’esclamazione di gioia; e più non dubitando ch’essa non volesse parlare, aspettò quel momento con un’attenzione ed un’impazienza da non potersi esprimere.»

Il giorno, comparso allora, costrinse Scheherazade a prorogare alla notte seguente la continuazione del racconto.


NOTTE CCLI


— Sire, la schiava ruppe finalmente il lungo silenzio, e così parlò: — Sire, ho tante cose da dire a vostra maestà, cessando dalla mia taciturnità, che non so da qual parte cominciare. Credo nonostante essere mio dovere ringraziarla in primo luogo di tutti i benefizi e di tutti gli onori, de’ quali m’ha ricolma, e domandare al cielo che la faccia prosperare, che distolga le malvage intenzioni de’ suoi nemici, e non permetta ch’ella muoia dopo avermi udita parlare, ma le conceda invece lunga vita. Dopo questo, [p. 99 modifica] o sire, non posso darvi altra maggior soddisfazione se non annunciandovi che sono incinta: desidero con voi che sia un maschio. Ciò che dir vi debbo, o sire,» soggiunse, «si è che senza la mia gravidanza (prego la maestà vostra di perdonare alla mia sincerità), io era risoluta a non amarvi mai, come pure a conservare un perpetuo silenzio, e che ora invece vi amo quanto debbo. —

«Il re di Persia, lieto d’aver udito parlare la bella schiava per annunciargli una nuova che tanto l’interessava, l’abbracciò teneramente. — Luce vivissima degli occhi miei,» le disse, «io non poteva risentire una maggior allegrezza di quella, della quale mi riempite. Mi avete parlato, e palesata la vostra gravidanza; non capisco più in me medesimo dopo questi due argomenti di giubilo, cui non mi attendeva. —

«Nel trasporto di letizia, nel quale trovavasi il re di Persia, non disse di più alla bella schiava, e la lasciò, ma in modo da far comprendere che in breve sarebbe tornato. Siccome voleva che il motivo della sua gioia fosse reso pubblico, lo manifestò agli officiali, e fece chiamare il suo gran visir, arrivato il quale, lo incaricò di distribuire centomila pezze d’oro ai ministri della sua religione, che facevano voto di povertà, agli ospitali ed agl’indigenti, in rendimento di grazie a Dio; e la sua volontà fu eseguita pegli ordini di quel ministro.

«Dato quest’ordine, il re di Persia tornò alla bella schiava, e: — Signora,» le disse, «scusatemi se vi lasciai sì repentinamente: me ne avete data voi medesima l’occasione; ma vi contenterete che ve ne parli un’altra volta; ora desidero sapere da voi cose di molta maggior conseguenza. Ditemi, ve ne supplico, mia dilettissima, qual ragione sì forte avevate per vedermi, sentirmi parlare, mangiare e [p. 100 modifica] dormire con me ogni giorno per tutto un anno, e conservare quella costanza irremovibile, non dico già di non aprir la bocca per parlarmi, ma nemmeno di farmi comprendere che intendevate benissimo tutto ciò ch’io vi diceva? Questo supera il mio intendimento, e non capisco come abbiate potuto trattenervi a tal segno; bisogna che il motivo ne sia ben istraordinario. —

«Per soddisfare la curiosità del re di Persia: — Sire,» rispose quella bella creatura, «essere schiava, trovarsi lontana dalla patria, aver perduta la speranza di non tornarvi mai più, col cuore trafitto di dolore vedendomi divisa per sempre da mia madre, da’ miei fratelli, da’ parenti, dalle mie conoscenze, non sono questi motivi abbastanza forti per aver conservato il silenzio che vostra maestà trova sì strano? L’amor della patria non è men naturale dell’amor filiale, e la perdita della libertà riesce insopportabile a chiunque non sia così sprovveduto di senno per non conoscerne il pregio. Può bene il corpo stare soggetto all’autorità d’un padrone, che ha la forza ed il potere in mano; ma la volontà non può venire padroneggiata, essendo essa tutta e sempre a sè medesima: vostra maestà ne ha veduto nella mia persona l’esempio. È molto ch’io non abbia imitato un’infinità d’infelici, cui l’amore della libertà ridusse alla trista determinazione di procurarsi in mille guise la morte, per un arbitrio che non può essere loro tolto giammai.

«— Signora,» ripigliò il re di Persia, «sono persuaso di ciò che mi dite: ma erami finora sembrato che una persona leggiadra, ben fatta, di buon senso ed ottimo spirito come voi siete, schiava per suo malvagio destino, dovesse stimarsi felice di trovare un re per padrone.

«— Sire,» rispose la vezzosa donna, «per quanto [p. 101 modifica] si sia schiava, com’ebbi già l’onore di dire a vostra maestà, un re non può dominare la volontà. Siccome però ella parla d’una schiava capace di piacere ad un monarca e farsene amare, se la schiava è di condizione sì inferiore che non v’abbia proporzione, allora credo che possa stimarsi felice nella sua disgrazia. Ma pure, qual felicità? Essa non cesserà di ritenersi come una schiava strappata dalle braccia dei genitori, e forse d’un amante cui non lascerà d’amare per tutta la vita. Ma se la medesima schiava non cede in nulla al re che l’ha comperata, giudichi vostra maestà istessa del rigore della sua sorte, della miseria, dell’afflizione sua, del suo dolore, e di cosa possa ella essere capace. —

«Il re di Persia, maravigliato di quel discorso: — E che! signora,» replicò, «sarebbe possibile, come me lo fate intendere, che voi foste di sangue reale? Illuminatemi, di grazia, su tale proposito, e non aumentate viemaggiormente la mia impazienza. Istruitemi chi siano i felici genitori d’un tanto prodigio di beltà, chi sono i vostri fratelli, le sorelle, i parenti vostri, e soprattutto come vi chiamate.»

Scheherazade, scorgendo l’alba, cessò di parlare; il sultano, bramoso di sapere il nome e la storia della bella schiava, acconsentì con piacere ad ascoltare il seguito di quel racconto.


NOTTE CCLII


Scheherazade, ripigliando la parola: — Sire,» disse allora la bella schiava, «il mio nome è Gulnara del mare (1); mio padre, or defunto, era uno de’ più [p. 102 modifica] potenti re dell’onde, e morendo lasciò il suo regno a mio fratello chiamato Saleh (2), ed alla regina mia madre. Anche questa è principessa, figlia d’un altro potentissimo re del mare. Vivevamo tranquillamente nel nostro regno ed in profonda pace, quando un nemico, invido della nostra felicità, entrò con poderoso esercito nei nostri stati, penetrò fino alla capitale, e se ne impadronì, non dandoci se non il tempo necessario di salvarci in un luogo impenetrabile ed inaccessibile con alcuni officiali fedeli che non ci abbandonarono.

«In quell’asilo non trascurò mio fratello di pensare a’ mezzi di scacciare l’ingiusto usurpatore dei nostri stati; ed in questo spazio di tempo, presami un giorno in disparte: — Sorella,» mi disse, «gli eventi delle menome intraprese sono sempre incertissimi; io posso soccombere in quella che medito per rientrare ne’ dominii nostri; e sarei meno dolente della mia disgrazia, che non di quella che vi potesse accadere. Onde prevenirla e preservarvene, sarebbe mio desiderio vedervi prima maritata; ma nella trista condizione de’ nostri affari, non penso che possiate darvi ad alcuno de’ principi nostri. Bramerei che, poteste risolvervi ad entrare nel mio sentimento, di sposarvi, cioè, ad un principe della terra, ed io sono pronto a dedicarvi tutte le mie cure. Colla bellezza che possedete, son certo che non ve ne sarà uno, per quanto potente sia, il quale non si chiami beato d’innalzarvi al suo soglio. —

«Questo discorso di Saleh m’eccitò a fierissima collera contro di lui. — Fratello,» gli dissi, «dal lato di mio padre e di mia madre io discendo, come voi, dai re e dalle regine del mare, senza veruna miscela coi principi della terra; non intendo [p. 103 modifica] derogare non più di loro, e lo giurai fin dal momento ch’ebbi bastante cognizione per avvedermi della nobiltà e dell’antichità di nostra casa. La condizione alla quale siamo ridotti, non mi obbligherà a cangiar sentimento; e se dovete soccombere nell’esecuzione del vostro disegno, son pronta a perire con voi, piuttosto che seguire un consiglio al quale non mi sarei mai aspettata da parte vostra. —

«Mio fratello, ostinato in tal matrimonio, che non mi conveniva, a mio giudizio, volle dimostrarmi esistervi sulla terra monarchi, i quali non la cedevano a quelli del mare. Que’ suoi detti m’indispettirono a segno, che prorompendo in furibondi trasporti contro di lui, mi attirai durezze da parte sua, onde fui punta al vivo, ed egli mi lasciò tanto poco soddisfatto di me, quanto malcontenta era io di lui. Nel mio sdegno, slanciatami dal fondo del mare, andai ad approdare all’isola della Luna.

«Malgrado il vivo malcontento che m’aveva costretta a venire a gettarmi in quest’isola, non lasciai di vivervi abbastanza tranquilla, ritirandomi in luoghi remoti dove mi trovava comodamente. Le mie precauzioni però non impedirono che un uomo di qualche distinzione, accompagnato da vari servi, non mi sorprendesse mentre dormiva, trasportandomi poscia in casa sua; mi dimostrò egli molto amore, e nulla dimenticò onde persuadermi a corrispondergli. Quando vide che non guadagnava nulla colla dolcezza, credè di riuscir meglio colla forza; ma lo feci pentire sì bene della sua insolenza, che risolse di vendermi al mercante, il quale m’ha condotta e ceduta a vostra maestà. Era costui un uomo savio, dolce ed umano; e nel lungo viaggio che mi fece fare, mi diè ogni motivo di lodarmi di lui.

«Quanto a vostra maestà,» proseguì la principessa Gulnara, «se ella non avesse avuto per me [p. 104 modifica] tutte le considerazioni, delle quali le sono obbligatissima; se non mi avesse dati tanti segni d’amore, con una sincerità di cui non ho potuto dubitare; se, senza esitare, non avesse scacciate tutte le sue donne, non fingo nel dirlo, io non sarei rimasta con lei. Mi sarei gettata in mare da codesta finestra, dov’ella mi trovò la prima volta che mi vide in quest’appartamento, tornando così da mio fratello, da mia madre e da’ miei parenti. Avrei anzi perseverato in questo disegno, e lo avrei eseguito, se dopo alcun tempo avessi perduta la speranza di divenir madre. Ora mi guarderò bene dal farlo nello stato in cui mi trovo. In fatti, checchè potessi dire a mia madre ed a mio fratello, giammai non vorrebbero credere ch’io fossi stata schiava d’un re come vostra maestà, e non mai eziandio mi perdonerebbero il fallo commesso contro all’onor mio, di proprio mio consenso. Così, o sire, sia un principe od una principessa ch’io metta alla luce, sarà questo un pegno che mi obbligherà a non separarmi mai più dalla maestà vostra. Spero inoltre ch’ella non mi riguarderà più come una schiava, ma bensì come una donna non indegna del suo parentado. —

«La principessa Gulnara terminò in tal guisa di farsi conoscere e raccontare al re di Persia la sua storia. — Mia vezzosa, mia adorabile principessa,» sclamò allora quel monarca; «quali maraviglie non ho mai ora intese! Che ampia materia alla mia curiosità per interrogarvi su cose tanto inaudite! Ma prima debbo ringraziarvi della vostra bontà e della pazienza vostra a provare la sincerità e la costanza dell’amor mio. Non credeva di poter amare più di quello ch’io vi amava: eppure, dopo che so esser voi una sì grande principessa, vi amo mille volte di più. Ma, che dico principessa? voi non lo siete più: siete la mia regina, e regina di [p. 105 modifica] Persia, com’io ne sono il re; e questo titolo ben presto risuonerà per tutto il mio regno. Subito domani, o signora, sarà proclamato nella mia capitale, con feste non ancora vedute, le quali faranno conoscere che voi lo siete davvero. L’avrei già fatto da molto tempo, se mi aveste tratto più presto dal mio errore, poichè, dal momento in cui vi vidi, sono stato del medesimo sentimento d’oggidì, d’amarvi sempre, cioè, e non amar altre fuor di voi. Mentre aspetto di soddisfare appieno a me medesimo, e rendervi tutto ciò che v’è dovuto, vi supplico intanto, o signora, d’istruirmi più paratamente di questi stati e di questi popoli del mare che mi sono ignoti. Aveva ben inteso parlare di uomini marini, ma credetti sempre che fossero tutte favole. Eppure non v’ha cosa più veritiera dopo quello che ne diceste, e ne ho una prova ben certa nella vostra persona, in voi che siete di que’ siti, ed acconsentiste a diventar mia moglie, e ciò per un vantaggio di cui nessun altro abitante della terra può vantarsi fuor di me. V’ha una sola cosa che mi dà pena, e sulla quale vi supplico d’illuminarmi; non so, cioè, comprendere come possiate vivere, agire e movervi nell’acqua senza annegare. Fra noi non vi sono se non certe persone che abbiano l’arte di rimanere sott’acqua; ed anzi vi perirebbero, se non se ne ritirassero a capo d’un certo tempo, ciascuno secondo la sua destrezza e le sue forze.

«— Sire,» rispose la regina Gulnara, «soddisferò vostra maestà con molto piacere. Noi camminiamo in fondo all’oceano nel modo stesso che si cammina sulla terra, e respiriamo nell’acqua come si respira nell’aria; talchè invece di soffocarci, come soffoca voi, essa contribuisce alla nostra esistenza. E quello che vi parrà più maraviglioso, si è che non bagna i nostri abiti, e, quando veniamo sulla terra, [p. 106 modifica] ne usciamo senza aver bisogno di asciugarli. Il nostro comune linguaggio è lo stesso di quello, nel quale trovasi concepita la scrittura incisa sul sigillo del gran profeta Salomone, figlio di David.

«Non devo dimenticare che l’acqua non c’impedisce neppur di vedere nel mare; noi vi teniamo gli occhi aperti senza soffrirne verun incomodo. Siccome li abbiamo eccellenti, non manchiamo, ad onta della profondità dell’oceano, di vederci tanto chiaro quanto sulla terra. Lo stesso è alla notte; la luna c’illumina, ed i pianeti e le stelle non ci stanno nascosti. Ho già parlato de’ nostri regni: siccome l’oceano è assai più ampio della terra, ve n’ha perciò un maggior numero, e molto più grandi. Sono divisi in province, ed in ogni provincia v’hanno varie città popolatissime. Vi si trova finalmente un’infinità di nazioni, di costumi e d’usi diversi, come sulla terra.

«I palazzi de’ re e de’ principi sono superbi e magnifici; ve ne sono di marmo di vari colori, di cristallo di rocca, di cui il mare abbonda; di madreperla, di corallo, e d’altri materiali più ricchi. L’oro, l’argento ed ogni sorta di pietre preziose vi si trovano in maggior copia che fra voi. Non parlo delle perle; di qualunque gossezza siano sulla terra, non si guardano nemmeno ne’ nostri paesi: la gente minuta soltanto se ne adorna.

«Siccome abbiamo un’agilità maravigliosa ed incredibile di trasportarci dove vogliamo in meno che non si dica, non abbiamo d’uopo nè di carri, nè di cavalcature. Pure non v’ha re che non abbia scuderie e razze di cavalli marini, ma non se ne servono, di solito, se non nei divertimenti, nelle feste e nelle allegrezze pubbliche. Taluni, dopo averli ben ammaestrati, si compiacciono di montarli e mostrare la loro destrezza nelle corse. Altri li attaccano a carri di madreperla, adorni di mille conchiglie d’ogni [p. 107 modifica] specie de’ più vividi colori. Sono questi carri scoperti, con un trono ove i monarchi stanno seduti, quando compariscono in pubblico. Sono assai bravi nel guidarli da sè, e non hanno bisogno di cocchieri. Passo sotto silenzio un’infinità d’altri particolari curiosissimi, risguardanti i paesi sottomarini,» soggiunse la regina Gulnara, «che farebbero molto piacere a vostra maestà; ma ella vorrà contentarsi che rimetta a miglior tempo l’intertenernela, per parlarle d’un’altra cosa che presentemente mi sembra di maggior importanza. Quest’è, o sire, che i parti delle donne del mare sono diversi da quelli della terra; ed ho perciò giusto motivo di temere che le levatrici di codesto paese non mi assistano male. Siccome vostra maestà non v’ha minor interesse di me, troverei a proposito, se non le dispiace, per la sicurezza del mio parto, di far venire la regina mia madre, con alcuno mie cugine, ed in pari tempo il re mio fratello, col quale bramo assai di riconciliarmi. Saranno lieti di rivedermi quando avrò loro raccontata la mia storia, ed udranno che sono consorte del potente re di Persia. Supplico vostra maestà di permettermelo; essi saranno contentissimi di presentarle i loro rispetti, ed io posso prometterle che le sarà di non poco soddisfazione il vederli.

«— Signora,» rispose il re di Persia, «voi siete la padrona, fate ciò che più vi piace: procurerò di riceverli con tutti gli onori che meritano. Ma vorrei sapere per qual mezzo voi farete loro conoscere ciò che da essi desiderate e quando potranno venire, affinchè possa dar gli ordini necessari pel loro ricevimento, ed andarli io stesso ad incontrare. — Sire,» ripigliò Gulnara, «non v’ha bisogno di queste cerimonie; saranno qui in un momento, e vostra maestà vedrà in qual modo arriveranno. Non ha che ad entrare in questo piccolo gabinetto, e guardare per la gelosia.»

[p. 108 modifica]L’alba venne ad interrompere la sultana, la quale ripigliò l’indomani il racconto in questi sensi:


NOTTE CCLIII


— Sire, entrato il re di Persia nel gabinetto, la regina Gulnara si fe’ recare una cassettina ed un po’ di fuoco da una delle sue donne cui tosto rimandò, dicendole di chiudere la porta. Quando fu sola, prese da una scatola un pezzo di legno d’aloè, lo gettò nella cassettina, e visto sorgerne il fumo, proferì alcune parole sconosciute al re, il quale osservava con grande attenzione ciò ch’ella faceva; e non avevale ancora terminate, che l’acqua del mare cominciò ad intorbidarsi. Il gabinetto dove trovavasi il re di Persia era disposto in modo ch’ei se ne potè accorgere attraverso la gelosia, guardando dalla parte delle finestre che aprivansi sul mare.

«Si spalancò finalmente a qualche distanza l’onda, e tosto se ne sollevò un giovane ben fatto e di bella statura, coi baffi color verde mare. Una dama avanzata in età, ma d’aria maestosa, sorse alquanto dietro di lui, con cinque giovani dame, che non la cedevano in bellezza a Gulnara.

«Questa affacciossi immediatamente ad una finestra, e riconobbe il re suo fratello, la regina sua madre e le cugine, le quali anch’esse la riconobbero. La brigata s’inoltrò, come portata sulla superfice delle acque, senza camminare, e quando furono tutti a riva, slanciaronsi leggermente l’un dopo l’altro sulla finestra, dov’era comparsa Gulnara, essendosene quindi ritirata per far loro luogo. Il re Saleh, la regina madre e le sue parenti l’abbracciarono con tenerezza e colle lagrime agli occhi, mano mano che entravano.

[p. 109 modifica]«Quando Gulnara li ebbe ricevuti con tutti gli onori possibili, e fatti sedere sul sofà, la regina sua madre prese a parlare così: — Figliuola mia, somma è la mia gioia rivedendovi dopo sì lunga assenza, e son certa che vostro fratello e le vostre parenti non ne provino meno di me. Il vostro allontanamento, senza averne detto nulla a chicchessia, ci ha immersi in un’afflizione inesprimibile, e non sapremmo dirvi quante lagrime ne abbiamo versate. Altro non ci è noto del motivo che può avervi indotta a prendere sì strano partito, se non ciò che ne ha riferito vostro fratello intorno al colloquio avuto con voi. Il consiglio ch’egli allora vi diede, eragli sembrato vantaggioso pel vostro collocamento, nella perigliosa posizione in cui versavate, al par di noi. Non occorreva sdegnarsi tanto, se non vi gradiva; e mi permetterete di dirvi aver voi presa la cosa affatto diversamente da quello che dovevate prenderla. Ma lasciamo questi discorsi, per non rinnovar argomenti di dolore e dispiacere, cui dovete dimenticare con noi; partecipateci invece tutto ciò che v’è accaduto dal tempo che non vi abbiamo veduta, e dello stato in cui vi trovate di presente; sopra ogni altra cosa, diteci se siete contenta. —

«La regina Gulnara si gettò subito a’ piedi della madre, e dopo averle baciata la mano, alzandosi: — Signora,» rispose, «ho commesso un gran fallo, lo confesso, e non vado debitrice se non alla vostra bontà del perdono che vi compiacete accordarmi. Ciò che, per obbedirvi, vi debbo dire, vi farà conoscere essere invano che talora si ha ripugnanza per certe cose. Ho provato da per me stessa, che la cosa, alla quale la mia volontà era più ribelle, è appunto quella cui il mio destino m’ha, mio malgrado, condotta.» Le raccontò quindi le sue avventure dal momento che il dispetto l’aveva indotta a togliersi [p. 110 modifica] dal fondo del mare per venire sulla terra, e quando ebbe finito, dicendo come finalmente fosse stata venduta al re di Persia, presso il quale si trovava: — Sorella,» le disse Saleh, «aveste gran torto d’aver sofferte tante indegnità, e non potete lagnarvi se non di voi medesima. Avevate il modo di liberarvene, e mi maraviglio della vostra pazienza a rimanere tanto tempo nella schiavitù: alzatevi, e tornate con noi al regno da noi riconquistato sul fiero nemico ch’erasene impadronito. —

«Il re di Persia, il quale, dal gabinetto in cui trovavasi, intese quelle parole, fu nell’estrema agitazione. — Ah!» disse fra sè; «sono perduto, ed è certa la mia morte, se la mia regina, la mia Gulnara, ascolta quel pernicioso consiglio! Io non posso più vivere senza di lei, e coloro me ne vogliono privare!» Ma la consorte non lo lasciò a lungo in tal timore.

«- Fratello,» rispose sorridendo, «quanto intendo mi dimostra assai meglio d’ogni altra cosa la sincerità dell’amicizia che avete per me. Non potei tollerare il consiglio da voi suggeritomi di prendere in isposo un principe della terra. Oggi, poco manca che non mi adiri per quello che ora mi date, di sciogliere il nodo che mi lega al più potente e famoso di tutti i principi. Non parlo del dovere d’una schiava col suo padrone: sarebbe facile restituirgli le diecimila pezze d’oro che gli sono costata; parlo di quello d’una moglie col proprio marito, e d’una moglie che non può lagnarsi per alcun motivo di malcontento da parte sua. È un monarca religioso, saggio, moderato, che m’ha dato i più veraci contrassegni d’amore. Nè poteva darmene uno più manifesto, quanto di congedare, sino dai primi giorni che gli fui consegnata, il gran numero di donne che aveva, per attaccarsi unicamente a me. Sono sua moglie, e mi ha testè dichiarata regina di Persia onde partecipare a’ suoi consigli. Dirò [p. 111 modifica] inoltre che sono incinta, e che se ho la fortuna, col favore del cielo, di dargli un figlio, sarà questo un altro legame che mi stringerà a lui più indissolubilmente. Così, fratel mio,» prosegui Gulnara, «ben lungi dal seguire il vostro consiglio, tutte queste considerazioni, come vedete, non mi obbligano soltanto ad amare il re di Persia quanto ei m’ama, ma eziandio a rimanere e passar la vita con lui, più ancora per riconoscenza che per dovere. Spero che nè mia madre, nè voi colle mie buone cugine disapproverete la mia risoluzione, come anche la parentela da me incontrata senza cercarla, e che fa egual onore ai monarchi della terra e del mare. Scusate se v’ho dato l’incomodo di venir qui dal più profondo dell’onde per parteciparvelo, ed avere il bene di vedervi dopo una sì lunga separazione.

«— Sorella,» rispose il re Saleh, «la proposta da me fatta di tornare con noi, dietro il racconto delle vostre avventure, che non ho potuto udire senza dolore, non è stata se non per dimostrarvi tutto il nostro affetto, quanto in particolare io vi stimi, e come nulla maggiormente ci stia a cuore di quello che può contribuire alla vostra felicità. Per questi medesimi motivi non posso, quanto a me, non approvare una risoluzione sì ragionevole e degna di voi, dopo ciò che ci avete detto della persona del re di Persia vostro sposo, e delle grandi obbligazioni che gli professate. Riguardo alla regina vostra madre e mia, son persuaso che anch’ella sarà del medesimo sentimento. —

«Confermò quella principessa le parole del figliuolo. — Figlia,» diss’ella, volgendosi pure alla regina Gulnara, «grande è la mia gioia al vedervi contenta, e non ho nulla da aggiungere alle attestazioni del re vostro fratello. Sarei la prima a condannarvi, se non aveste tutta la gratitudine che dovete [p. 112 modifica] ad un monarca il quale v’ama con tal passione, ed ha fatto tante e sì grandi cose per voi. —

«Quanto il re di Persia, che stava sempre nel gabinetto, erasi afflitto pel timore di perdere Gulnara, altrettanta gioia provò sentendo come fosse risoluta di non abbandonarlo. Siccome non poteva più dubitare dell’amore di lei, dopo sì autentica dichiarazione, egli sentì raddoppiare il proprio affetto mille volte di più, e promise a sè stesso di dimostrarle la sua riconoscenza con tutti i mezzi che stavano in poter suo.

«Mentre il re di Persia intertenevasi così con sè medesimo, la regina Gulnara aveva battute le mani, comandando alle schiave, le quali erano subito comparse, di ammannire la merenda. Imbandita questa immediatamente, invitò essa la regina sua madre, il fratello e le sue parenti ad accostarsi alla mensa e mangiare. Ma ebbero quelli tutti il medesimo pensiero, che, cioè, senza averne domandato il permesso, trovavansi nel palazzo d’un re potente, il quale non avevali mai veduti e non li conosceva, per cui sarebbe stata la massima inciviltà il mangiare alla sua tavola senza di lui. Venne loro il rossore sul viso, e per l’emozione, che ne risentirono, gettarono fiamme per le nari e la bocca, con occhi accesi.

«Il re di Persia cadde in uno spavento inesprimibile a quello spettacolo, cui non si attendeva, e del quale ignorava la cagione: ma la regina Gulnara, la quale ne venne in dubbio, e che indovinò l’intenzione de’ parenti, fece loro comprendere, alzandosi, che sarebbe subito ritornata, ed entrò nel gabinetto, ove rassicurò il re colla sua presenza. — Sire,» gli disse, «non dubito che vostra maestà non sia contenta della testimonianza che poc’anzi ho resa per le grandi obbligazioni delle quali le sono debitrice. Non istava se non in me di annuire ai loro desiderii, [p. 113 modifica] tornando con essi nei nostri stati; ma non sono capace di un’ingratitudine, di cui sarei la prima a rimproverarmi. — Ah, mia regina,» sclamò il re di Persia, «non parlate delle obbligazioni che mi dovete; voi non me ne avete alcuna. Anzi, ve n’ho io stesso di sì grandi, che mai non potrò dimostrarvene la mia piena riconoscenza. Non avrei creduto mi amaste al segno ch’io veggo che m’amate: me lo faceste testè conoscere nel modo più luminoso. — Oh! sire,» rispose Gulnara, «poteva io far a meno di quello che ho fatto? E non faccio ancora abbastanza, dopo tutti gli onori ricevuti, dopo tanti benefizi onde m’avete ricolma, dopo tanti contrassegni d’amore a cui non posso rimanere insensibile! Ma, o sire,» aggiunse la donna, «tralasciamo questi discorsi per assicurarvi dell’amicizia sincera, di cui la regina mia madre ed il re mio fratello v’onorano. Essi sono impazienti di vedervi e di attestando in persona. Anzi, poco mancò che non me ne attirassi lo sdegno, volendo dar loro da colazione prima di procurare ad essi codesto onore. Supplico dunque vostra maestà di degnarvi d’entrare, ed onorarli della vostra presenza.

«— Signora,» rispose il re di Persia, «grande sarà il mio piacere di salutare persone che sì da vicino vi appartengono; ma quelle fiamme che ho veduto uscir loro dalle nari e dalla bocca, mi mettono spavento. — Sire,» soggiunse ridendo la regina, «quelle fiamme non devono ispirare a vostra maestà la minima inquietudine: desse altro non significano che la ripugnanza loro a mangiare nel suo palazzo, se ella non li onora della sua presenza, e non mangia con essi.»

Scheherazade si fermò a quel passo per questa notte; e la domane ripigliò la parola in codesti termini: [p. 114 modifica]

NOTTE CCLIV


— Sire, rassicurato il re di Persia da tali parole, si alzò ed entrò con Gulnara nella stanza, dove questa lo presentò alla regina sua madre, al fratello ed alle sue parenti, che tosto si prosternarono colla faccia contro terra. Il re di Persia corse subito ad essi e li costrinse ad alzarsi, abbracciandoli ad uno alla volta. Quando tutti furono seduti, il re Saleh, prendendo a parlare: — Sire,» disse al monarca persiano, «non sapremmo abbastanza dimostrare a vostra maestà la nostra allegrezza perchè la regina Gulnara, mia sorella, abbia avuto, nella sua disgrazia, la buona ventura di trovarsi sotto la protezione d’un sovrano sì potente. Possiamo assicurarla, ch’essa non è indegna dell’alto grado, cui le ha fatto l’onore d’innalzarla. Noi abbiamo sempre avuto per lei tanta affezione e tenerezza, che non potemmo risolverci ad accordarla a veruno dei possenti principi del mare, che ce l’avevano chiesta in isposa prima ancora che fosse giunta all’età opportuna. Il cielo ve la riservava, o sire, e noi non possiamo meglio ringraziarlo del favore impartitole, se non che chiedendogli d’accordare a vostra maestà la grazia di vivere lunghi anni con lei, in mezzo ad ogni sorta di prosperità e soddisfazioni.

«— Bisognava bene,» rispose il re di Persia, «che il cielo me l’avesse riservata come voi dite, poichè in fatti la passione ardente colla quale l’amo, mi fa comprendere ch’io non aveva mai amato prima di vederla. Non saprei mostrarmi abbastanza grato alla regina sua madre, nè a voi, o principe, nè a [p. 115 modifica] tutti i vostri parenti, per la generosità colla quale acconsentite a ricevermi in una parentela per me tanto gloriosa.» Ciò detto, li invitò a mettersi a tavola, e vi sedè anch’egli colla regina Gulnara. Finito il pasto, s’intertenne il re di Persia seco loro fino a notte inoltrata, e quando fu tempo di ritirarsi, li condusse in persona ciascheduno in un apposito appartamento da lui fatto preparare.

«Il re di Persia trattò quindi i suoi ospiti con continue feste, nelle quali nulla dimenticò di quanto potesse far apparire la sua grandezza e magnificenza, ed insensibilmente li indusse così a rimanere alla corte fino al parto della regina. Appena ne sentì questa gli annunzi, diede il re ordine perchè nulla mancasse di tutte le cose, onde potesse aver bisogno in tale congiuntura. Finalmente Gulnara sgravossi, dando alla luce un maschio, con grandissima gioia della regina sua madre, che lo raccolse, ed andò a presentare il bambino al re appena fu nelle prime fasce, ch’erano magnifiche.

«Ricevette il re di Persia quel presente con un giubilo più facile ad immaginare che ad esprimere, e siccome il volto del principino suo figliuolo era pienotto e splendente di bellezza, non credè potergli imporre nome più conveniente di quello di Beder (3). In rendimento di grazie al cielo, distribuì molte elemosine ai poveri, fece uscire i carcerati dalle prigioni, diede la libertà a tutti i suoi schiavi d’ambo i sessi, donò grosse somme ai ministri ed ai divoti della sua religione, e grandi largizioni pure concesse alla corte ed al popolo, ordinando pubbliche feste di più giorni per tutta la città.

«Quando poi la regina Gulnara fu in grado d’alzarsi, un giorno che il re di Persia, la di lui consorte, la [p. 116 modifica] regina sua madre, il re Saleh suo fratello e le principesse loro parenti conversavano insieme nella camera dell’augusta puerpera, entrò la nutrice col principino Beder in braccio; il re Saleh si levò subito dal suo posto, corse al bambino, e presolo dalle braccia della nutrice, si mise a baciarlo ed accarezzarlo con grandi dimostrazioni di tenerezza. Fece quindi parecchi giri per la stanza scherzando, tenendolo sollevato in aria colle mani, e d’improvviso, nel trasporto della sua allegria, si slanciò da una finestra aperta, e s’immerse col principe nell’onde.

«Il re di Persia, che non si attendeva a tale spettacolo, mandò spaventevoli grida nella tema di non più vedere il suo caro figliuoletto, od almeno di non rivederlo se non annegato; e poco mancò non esalasse l’anima in mezzo alla sua afflizione, al dolore e ad infiniti pianti. — Sire,» gli disse allora la regina Gulnara con volto ed accento atti a rassicurarlo, «vostra maestà non tema di nulla. Il principino è tanto mio quanto vostro figlio, e non l’amo meno che voi l’amiate: eppure vedete ch’io non me ne dimostro inquieta, nè debbo esserlo per alcun riguardo. In fatti, egli non corre verun pericolo, e vedrete in breve ricomparire il re suo zio, riportandolo sano e salvo. Benchè sia nato del vostro sangue, appartiene però anche al mio, e non lascia d’avere il medesimo nostro privilegio, di poter vivere, cioè, egualmente nel mare e sulla terra. La regina madre e le altre di lei parenti gli confermarono la medesima cosa; ma i loro discorsi non fecero molto effetto sul re per guarirlo dal suo spavento, nè gli fu possibile rimettersene per tutto il tempo che il principe Beder non comparve a’ suoi occhi.

«Finalmente il mare intorbidossi, e tosto si vide sorgerne il re Saleh col principino fra le braccia, il quale, sostenendosi per aria, rientrò dalla finestra [p. 117 modifica] medesima da cui era uscito. Stupì oltremodo il re di Persia rivedendo il principe Beder tranquillo come quando avevalo perduto di vista, e Saleh gli disse: — Sire, non ha provata vostra maestà una grande paura quando mi vide precipitarmi in mare col mio nipotino? — Ah, principe!» rispose il persiano monarca, «non ve lo saprei esprimere! Da quel momento lo credetti perduto, e mi ridonaste la vita riportandomelo, — Sire,» riprese il re Saleh, «me lo era immaginato, ma non eravi il menomo motivo di timore. Prima d’immergermi nell’acqua, ho proferite su di lui le misteriose parole incise sul sigillo del gran re Salomone, figliuolo di David. La stessa cosa pratichiamo con tutti i figliuoli che ci nascono nelle regioni del fondo del mare; ed in virtù di tali parole, essi ricevono il medesimo privilegio che noi abbiamo sugli abitanti della terra. Da quanto vostra maestà ha veduto, può giudicare del vantaggio acquistato dal principe Beder per la sua nascita dal lato della regina Gulnara mia sorella. Fin tanto che vivrà, ed ogni qual volta ne abbia voglia, sarà padrone di gettarsi in mare, e percorrere i vasti imperi che racchiude nel suo seno. —

«Dopo tali parole, il re Saleh, che aveva già rimesso il principino Beder fra le braccia della nutrice, aprì una cassettina ch’era stato a prendere al suo palazzo, nel poco tempo della di lui scomparsa, e che aveva portata piena di trecento diamanti grossi come uova di piccione, d’un egual numero di rubini di straordinaria grossezza, d’altrettante verghe di smeraldo della lunghezza di mezzo piede, e di trenta fili o collane di perle, di dieci per ciascuna. — Sire,» diss’egli al re di Persia, facendogli presente della cassettina, «quando fummo chiamati dalla regina mia sorella, noi ignoravamo in qual sito della terra si trovasse, e ch’ella avesse l’onore d’essere sposa [p. 118 modifica] d’un monarca potente come voi siete: ecco perchè venimmo colle mani vuote. Siccome non possiamo attestare abbastanza la nostra riconoscenza a vostra maestà, la supplichiamo ad aggradire questo debole contrassegno in considerazione dei segnalati favori che si è compiaciuto di farle, ed a’ quali non prendiamo minor parte di lei medesima. —

«Non si può esprimere la sorpresa del re di Persia alla vista di tante ricchezze racchiuse in sì piccolo spazio. — Come! principe,» sclamò egli, «voi chiamate debol pegno della vostra riconoscenza, quando nulla mi dovete, un dono d’inestimabile valore? Vi dichiaro una volta ancora che di nulla mi siete tenuti, nè la regina vostra madre, nè voi. Mi stimo troppo felice del consenso che avete dato alla parentela secovoi contratta. Signora,» disse quindi, volgendosi a Gulnara, «il re vostro fratello mi confonde in modo che non so rinvenirne, e lo supplicherei volontieri di accontentarsi ch’io ricusassi il suo presente, se non temessi d’offenderlo; pregatelo dunque che mi dispensi dall’accettarlo.

«— Sire,» ripigliò Saleh, «non mi sorprende che vostra maestà trovi straordinario questo presente: so che sulla terra non si è avvezzi a vedere pietre di questa qualità ed in tanto numero insieme. Ma se ella sapesse ch’io conosco dove sono le miniere d’onde si traggono, e che sta a mia disposizione di formarne un tesoro più ricco di tutti i tesori de’ re della terra, si maraviglierebbe come noi abbiamo avuto l’ardire di farle un dono di sì poca entità. Vi supplichiamo pertanto a non risguardarlo da codesto lato, ma da quello dell’amicizia sincera che ci obbliga ad offrirvelo, e non darci la mortificazione di ricusarlo.» Maniere sì civili costrinsero il re di Persia ad accettarlo, ed a farne grandi ringraziamenti a lui non meno che alla regina sua madre.

[p. 119 modifica]«Alcuni giorni dopo, Saleh dichiarò al re di Persia che la regina sua madre, le principesse sue cugine ed egli medesimo non avrebbero avuto maggior diletto che di passare la loro vita alla sua corte; ma che, essendo già molto tempo che trovavansi assenti dal regno, e la loro presenza eravi necessaria, lo pregavano a voler permettere che si accommiatassero da lui e dalla principessa Gulnara. Il re di Persia dimostrò loro gran dispiacere perchè non fosse in poter suo di rendere ad essi la medesima cortesia, andando a visitarli ne’ loro stati. — Ma siccome sono persuaso,» soggiunse, «che non dimenticherete la regina Gulnara, e verrete di tempo in tempo a trovarla, spero che avrò l’onore di rivedervi più d’una volta. —

«V’ebbero molte lagrime sparse da una parte e dall’altra al momento della separazione. Il re Saleh fu il primo a partire; ma la regina sua madre e le cugine furono, per seguirlo, costrette a strapparsi in certo qual modo agli abbracciamenti di Gulnara, la quale non sapeva risolversi a lasciarle partire. Scomparsa che fu la real comitiva, il re di Persia non potè trattenersi dal dire alla regina: — Signora, avrei risguardato come un uomo che abusar volesse della mia credulità, chi avesse intrapreso di farmi credere per vere le maraviglie delle quali fui testimonio dal momento, in cui l’illustre vostra famiglia ha onorato di sua presenza il mio palazzo. Ma non posso smentire i miei occhi: me ne ricorderò per tutta la vita, e non cesserò di benedire il cielo perchè vi abbia indirizzata a me piuttosto che a qualunque altro principe. —

«Il principino Beder fu nudrito ed educato nel palazzo, sotto gli occhi del re e della regina di Persia, i quali lo videro crescere ed aumentare di bellezza con grandissima loro soddisfazione; egli ne [p. 120 modifica] diede loro ancor di più a misura che progrediva nell’età, sia per la sua perpetua giovialità e le piacevoli maniere in tutto ciò che faceva, sia pei segni d’assennatezza e vivacità di spirito in ogni suo detto; e tale soddisfazione era loro tanto più sensibile, in quanto che il re Saleh suo zio, la regina sua avola e le sue cugine venivano spesso a prenderne parte. Non si ebbe molto stento ad insegnargli a leggere e scrivere, ed imparò pure colla medesima facilità tutte le scienze che convenivano ad un principe del suo grado.»

A questo passo, Scheherazade avvisò il sultano che cominciava ad albeggiare; Schahriar, curioso di udire il seguito di quella storia, permise alla sultana di continuarla la notte seguente.


NOTTE CCLV


— Sire, quando il principe di Persia fu all’età di quindici anni, disimpegnava di già tutti i suoi esercizi con molta maggior destrezza e grazia de’ maestri. Aveva inoltre una saviezza ed una prudenza veramente mirabili. Suo padre, che aveva conosciuto in lui, quasi fin dalla nascita, codeste virtù tanto necessarie ad un monarca; che avevalo veduto rinvigorirvisi fin allora, e d’altronde accorgevasi ogni giorno più degli acciacchi della vecchiaia, non volle attendere che la sua morte gli permettesse di salire al trono. Nè durò fatica a far aderire il suo consiglio alle proprie brame; ed i popoli udirono con tanto maggior giubilo la sua risoluzione, in quanto che conoscevano il principe Beder degno di comandarli. In fatti, essendo molto tempo che [p. 121 modifica] compariva in pubblico, avevano avuto tutto il comodo di notare com’egli non avesse quell’aria sdegnosa, fiera e ributtante così familiare alla maggior parte degli altri principi, che risguardano i loro inferiori con un’alterigia ed un disprezzo insopportabili. Vedevano, per lo contrario, ch’egli trattava tutti con una bontà che invitavali ad avvicinarsi a lui; che ascoltava favorevolmente quelli che dovevangli parlare; che loro rispondeva con benevolenza affatto speciale, e non negava nulla a chicchessia, quando giudicava giusto ciò che gli veniva domandato.

«Fu stabilito il tempo della cerimonia, e quel giorno, in mezzo al suo consiglio più numeroso del solito, il re di Persia, il quale si era prima seduto sul trono, ne discese, si tolse la corona dal capo, la depose su quella del principe Beder; ed aiutatolo a salire in vece sua, gli baciò la mano in segno che rimettevagli tutta la propria autorità ed il potere; quindi si collocò al di sotto di lui nel posto dei visiri e degli emiri.

«Tosto i visiri, gli emiri e tutti i primari ufficiali vennero a gettarsi appiè del nuovo sovrano, e gli prestarono il giuramento di fedeltà, ciascuno nel suo grado. Quindi il gran visir fece rapporto di parecchi affari importanti, su’ quali il giovane pronunciò con tal saviezza che destò l’ammirazione di tutto il consiglio. Depose poscia vari governatori convinti di malversazione, ponendone altri in loro luogo, con discernimento tanto giusto ed equo, che si attirò gli universali applausi, tanto più onorevoli, in quanto che niuna parte v’avea l’adulazione. Uscì allora dal consiglio, ed accompagnato dal padre, recossi all’appartamento della regina Gulnara, la quale, non appena lo vide colla corona in testa, gli corse incontro e lo abbracciò con moltissima tenerezza, augurandogli lungo e felice regno.

[p. 122 modifica]«Il primo anno del suo governo, il re Beder disimpegno tutte le funzioni reali con grande assiduità, prendendo, sopra ogni altra cosa, molta cura d’istruirsi dello stato degli affari e di tutto ciò che contribuir poteva alla felicità de’ sudditi. L’anno seguente, lasciata al consiglio l’amministrazione delle cose, sotto il beneplacito dell’antico re suo padre, uscì dalla capitale sotto pretesto di divertirsi alla caccia; ma in sostanza onde percorrere tutte le province del regno all’oggetto di correggere gli abusi, di stabilire dovunque il buon ordine e la disciplina, e togliere ai principi suoi malintenzionati vicini la voglia di nulla intraprendere contro la sicurezza e la prosperità de’ propri stati, mostrandosi sui confini.

«Non ci volle meno di tutto un anno al giovane re per eseguire un piano sì degno di lui. E non era scorso molto tempo dal suo ritorno, quando il padre cadde pericolosamente ammalato, e subito conobbe da sè medesimo di non riaversene mai più. Aspettò con tranquillità l’ultimo momento della vita, e l’unica sua cura fu di raccomandare ai ministri ed ai signori della corte il figliuolo, pregandoli di proseguire nella fedeltà a lui già giurata; e non vi fu uno solo che non rinnovasse quel giuramento colla buona volontà della prima volta. Morì finalmente, con dolore sensibilissimo del re Beder e della consorte, che ne fecero seppellire la salma in un superbo mausoleo, con una pompa proporzionata alla sua dignità.

«Terminati i funerali, il re Beder non durò fatica ad osservare il costume di Persia, di piangere i morti un intiero mese, e non veder alcuno in tutto quel tempo; anzi avrebbe pianto il genitore per tutta la vita, se avesse ascoltato l’eccesso della propria afflizione, e se fosse stato lecito ad un gran re di abbandonarvisi intieramente. In quel frattempo, la [p. 123 modifica] madre della regina Gulnara ed il re Saleh, colle principesse loro parenti, giunsero alla corte, e presero parte al cordoglio prima di parlar ad essi di consolazioni.

«Scorso il mese, non potè il re dispensarsi dal permettere l’ingresso al gran visir ed a tutti i signori della corte, che lo supplicarono a deporre la gramaglia, e farsi vedere a’ sudditi e riprendere come prima la cura degli affari. Mostrò egli sulle prime tanta ripugnanza ad ascoltarli, che il gran visir si trovò costretto a prendere la parola, e dirgli così: — Sire, non n’è d’uopo rappresentare a vostra maestà esser lecito soltanto alle donne di ostinarsi a rimanere in un perpetuo lutto. Non dubitiamo ch’ella non ne sia persuasissima, e che già intenda di non seguirne l’esempio. Nè le nostre lagrime, nè le vostre sono capaci di ridonare la vita al re vostro padre, quand’anche non cessassimo di piangerlo per tutta la vita. Egli ha subito la legge comune a tutti gli uomini, che li sottopone al tributo indispensabile della morte. Non possiamo però dire che sia assolutamente estinto, poichè lo rivediamo nella sacra vostra persona; nè egli medesimo dubitò, morendo, di non dover rivivere in voi: ora sta alla maestà vostra il far vedere ch’egli non si è ingannato. —

«Non potè il re Beder resistere alle pressanti istanze; e deposta fin da quel momento la gramaglia, e ripreso il paludamento e gli ornamenti reali, cominciò a provvedere ai bisogni del regno e de’ sudditi colla medesima attenzione come prima della morte del padre, disimpegnandosene coll’universale approvazione; e siccome era esatto nel mantenere l’osservazione delle ordinanze de’ suoi predecessori, i popoli non si avvidero nemmeno di aver cangiato signore.

«Il re Saleh, il quale era tornato ne’ suoi stati [p. 124 modifica] subacquei colla regina sua madre e le principesse, quand’ebbe veduto il nipote riprendere le redini del governo, tornò solo in capo ad un anno, rallegrando così della sua vista il re Beder medesimo e la regina Gulnara.

«Una sera, al finir della cena, levate le mense e rimasti soli, mentre discorrevano di varie cose, insensibilmente il re Saleh venne alle lodi del nipote, ed attestò alla sorella quanto fosse contento della saviezza, colla quale questi governava, che acquistata gli aveva tanta riputazione, non solo presso i suoi vicini, ma ne’ regni più lontani eziandio. Il re Beder, che non poteva udir parlare tanto vantaggiosamente della sua persona, e neppur voleva, per creanza, impor silenzio allo zio, si volse dall’altro lato, e finse di dormire, appoggiando la testa ad un cuscino che gli stava di dietro.

«Dalle lodi che non risguardavano se non la condotta maravigliosa e lo spirito superiore in tutte le cose del re Beder, Saleh passò a quelle del corpo, e ne parlò come d’un prodigio, che non aveva nulla di simile sulla terra, nè in tutti i regni sottomarini ch’erangli noti. — Sorella,» sclamò egli d’improvviso, «qual egli è fatto, e tale che lo vedete anche voi medesima, mi sorprende che non abbiate ancor pensato ad ammogliarlo. Se non m’inganno però, ha già venti anni, ed a questa età un principe suo pari non deve rimanere scapolo. Ci voglio pensare io stesso, giacchè non ci pensate voi, e dargli in isposa una principessa de’ nostri regni che sia degna di lui.

«— Fratello,» rispose la regina Gulnara, «mi fate ricordare d’una cosa, della quale vi confesso di non aver avuto fin ad oggi alcun pensiero. Siccome egli non ha ancora dimostrato di avere veruna tendenza pel matrimonio, non ci aveva badato [p. 125 modifica] neppur io, e sono ben contenta che abbiate pensato a parlarmene. E poichè approvo moltissimo l’idea di dargli una delle nostre principesse, vi prego di trovarmene qualcuna, ma bella e compita tanto, che il re mio figliuolo sia costretto ad amarla.

«— Ne conosco una,» ripigliò Saleh, parlando sottovoce; «ma prima di palesarvi chi sia, vi prego osservare se il re mio nipote dorme; vi dirò perchè convenga prendere questa precauzione.» Gulnara si volse, e vedendo Beder nella situazione, in cui si trovava, non dubitò che non dormisse profondamente. Il giovane frattanto, lungi dal dormire, raddoppiò l’attenzione per non perder sillaba di quanto lo zio doveva dire con tal segretezza. — Non v’ha bisogno di tanti riguardi,» disse la regina al fratello, «e voi potete parlare liberamente senza timore di essere inteso.»

Schahriar avrebbe ben voluto sapere ciò che il re Saleh disse alla sorella; ma l’apparir dell’aurora lo costrinse a differire tal desiderio alla notte seguente.


NOTTE CCLVI


— «Non conviene,» riprese Saleh, «che mio nipote abbia sì presto cognizione di ciò che sono per dirvi. L’amore, come sapete, prendesi talvolta per le orecchie, e non è necessario ch’egli ami in tal guisa quella che sono per nominarvi. In fatti, preveggo molto difficoltà da vincere, non già dal lato della principessa, come spero, ma bensì da parte del re suo padre. Non ho che a nominarvi la principessa Giauara (4) ed il re di Samandal.

[p. 126 modifica]«— Come, fratello!» rispose la regina Gulnara; «la principessa Giauara non è ancor maritata? Mi ricordo d’averla veduta poco tempo prima che mi separassi da voi; essa aveva circa diciotto mesi, e fin d’allora era d’una bellezza sorprendente. Dev’essere oggi la maraviglia del mondo, se la sua beltà è da quel tempo sempre cresciuta. La poca età che essa ha più del re mio figliuolo, non deve distoglierci dal fare tutti i possibili sforzi onde procurargli un partito sì vantaggioso. Si tratta solo di sapere le difficoltà che vi trovate, e superarle.

«— Sorella,» replicò Saleh, «il re di Samandal è d’una vanità tanto insopportabile, che ritiensi superiore d’assai a tutti gli altri monarchi, e vi è poca apparenza di poter entrare in trattative con lui per questa parentela. Andrò nondimeno io medesimo a fargli la domanda della principessa sua figliuola; e se ce la niega, ci volgeremo altrove, dove saremo ascoltati più favorevolmente. Per questa ragione, come ben vedete,» soggiunse, «è meglio che mio nipote non sappia nulla del nostro disegno, finchè non siamo certi del consenso del re di Samandal, per tema che l’amore della principessa Giauara non s’impossessi del di lui cuore, e che noi non possiamo riuscire ad ottenergliela.» Conversarono ancora qualche tempo sul medesimo argomento, e prima di separarsi, convennero che Saleh tornerebbe immediatamente nel suo regno, per chiedere la mano della principessa Giauara al re di Samandal pel re di Persia.

«Gulnara e Saleh, i quali credevano che Beder veramente dormisse, lo svegliarono quando fu tempo di ritirarsi; il giovane riuscì a maraviglia nel fingere di svegliarsi come se avesse dormito di profondo sonno. Vero era però che non aveva perduta sillaba del loro discorso, e che il ritratto da essi fatto della principessa Giauara avevagli [p. 127 modifica] infiammato il cuore d’una passione per lui affatto nuova; erasi formato un’idea così vantaggiosa della bellezza di questa, che il desiderio di possederla gli fece passare tutta la notte in inquietudini che non gli permisero di chiudere un sol momento gli occhi.

«Alla domane, volle Saleh accommiatarsi dalla regina Gulnara e dal nipote. Il re di Persia, ben sapendo che lo zio non voleva partire così subito se non per andare, senza perder tempo, a lavorare alla sua felicità, non lasciò di cangiar colore a tali parole: e la sua passione era già sì forte, che non gli permetteva di rimanere, senza veder l’oggetto che la cagionava, tanto a lungo come giudicava che metterebbe lo zio a trattare del suo matrimonio. Prese quindi la risoluzione di pregarlo a permettergli d’andare seco lui; ma non volendo che la regina sua madre lo sapesse, onde procurarsi l’occasione di parlargliene in segreto, lo indusse a rimaner ancora quel giorno per intervenire il giorno appresso con lui ad una partita di caccia, deciso di approfittare della congiuntura per dichiarargli il suo pensiero.

«La partita di caccia si fece, e Beder trovossi parecchie volte solo collo zio, ma non ebbe l’ardire di aprir bocca per dirgli parola di ciò che aveva progettato. Nel più forte della caccia intanto, essendosi il re Saleh separato dal giovane, nè rimanendo presso questi alcuno dei suoi officiali o della sua gente, smontò da cavallo vicino ad un ruscello, ed attaccato il destriero ad un albero, il quale faceva bellissima ombra sulle sponde del rivo, si sdraiò mezzo sull’erba, e diede libero corso alle sue lagrime, che scorrevano in copia accompagnate da sospiri e singhiozzi. Rimase così lungo tempo in quello stato, immerso ne’ suoi pensieri, senza proferir accento.

«Intanto il re Saleh, più non vedendo il nipote, fu in gran pena di sapere dove fosse, e non trovando [p. 128 modifica] alcuno che potesse dargliene notizia, si separò dagli altri cacciatori per cercarlo, e finalmente lo scoperse da lontano. Aveva egli fin dal giorno precedente, e più chiaramente ancora nel giorno medesimo, notato che il giovane non avea la consueta sua giovialità, stava contro il solito pensieroso, e non era pronto a rispondere alle domande che gli venivano fatte, o rispondendo, non lo faceva a proposito; ma del motivo di quel cangiamento, non nutriva il minimo sospetto. Se non che appena lo vide nella situazione, in cui si trovava, più non dubitò che non avesse inteso il colloquio da lui tenuto colla regina Gulnara, e non fosse innamorato. Smontò assai lontano da lui, e legato il cavallo ad un albero, fece un gran giro, e gli si accostò senza rumore e tanto vicino, che l’udì proferire queste parole:

«— Amabile principessa del regno di Samandal,» sclamava egli, «non mi fu certamente fatto se non un debole abbozzo dell’incomparabile vostra beltà; talchè vi ritengo ancora più vezzosa, preferibilmente a tutte le principesse del mondo, che il sole non sia preferibilmente più bello della luna e di tutti gli astri insieme. Correrei in questo stesso momento ad offerirvi il mio cuore, se sapessi dove trovarvi; esso è vostro, e mai principessa alcuna, fuor di voi, sarà per possederlo. —

«Saleh non ne volle udire di più; s’inoltrò, e facendosi vedere a Beder: — Da quanto comprendo, nipote,» gli disse, «avete udito ciò che ier l’altro dicevamo, la regina vostra madre ed io, della principessa Giauara. Non era tale la nostra intenzione, ed abbiam creduto che dormiste. — Mio caro zio,» rispose il giovane, «non ne ho perduta sillaba, e ne provai l’effetto che prevedeste e non avete potuto evitare. Vi ho espressamente trattenuto col disegno di parlarvi, prima della vostra partenza, dell’amor mio; ma la vergogna di [p. 129 modifica] farvi la confessione della mia debolezza, se tale sia l’amare una principessa sì degna d’essere amata, mi chiuse la bocca. Vi supplico dunque, per l’amicizia che avete per un principe, il quale ha l’onore d’esservi prossimo parente, ad aver pietà di me, e non aspettare, onde procurarmi la vista della divina Giauara, il consenso del re suo padre al nostro matrimonio, a meno che non preferiste scorgermi morire d’amore per lei prima di vederla. —

«Tale discorso del re di Persia imbarazzò molto Saleh, che gli dimostrò quanto fosse difficile dargli la soddisfazione che desiderava; che non poteva farlo senza condurlo con lui; e siccome la sua presenza era tanto necessaria nel regno, da temer tutto ove se ne assentasse, lo scongiurò di moderare la sua passione fin che avesse disposte le cose in modo di poterlo contentare, assicurandolo che adoprerebbe tutta la possibile diligenza, e tornerebbe a rendergliene conto fra pochi giorni. Ma non ascoltò il re di Persia quelle ragioni. — Zio crudele,» rispose, «ben m’avveggo che non mi amate quanto n’era persuaso, e che preferite vedermi morire anzichè accordarmi la prima grazia cui v’abbia chiesto in mia vita!

«— Sono pronto a provare a vostra maestà,» replicò il re Saleh, «non esservi nulla ch’io tralasci per servirvi; ma non posso condurvi con me, se non abbiate prima parlato colla regina vostra madre. Che cosa direbb’ella di voi e di me? Io sono contento, se essa vi acconsente, ed aggiungerò a tal uopo le mie preghiere alle vostre. — Non ignorato,» ripigliò il re di Persia, «che la regina mia madre non permetterà mai ch’io l’abbandoni, e questa scusa mi fa meglio conoscere la vostra durezza a mio riguardo. Se mi amate come volete farmi credere, bisogna che torniate subito adesso nel vostro regno, conducendomi con voi.» [p. 130 modifica]La sultana, costretta qui ad interrompere il discorso, lo riprese l’indomani in codesta guisa:


NOTTE CCLVII


— Sire, Saleh, costretto a cedere alla volontà del re di Persia, trasse un anello che teneva in dito, sul quale stavano incisi i medesimi nomi misteriosi di Dio come sul sigillo di Salomone, che aveano per le loro virtù fatti tanti prodigi, e presentandoglielo, gli disse: - Prendete questo anello, ponetevelo in dito, e non temete nè le acque del mare, nè la sua profondità.» Il re di Persia prese l’anello, e postoselo in dito: — Fate come me,» tornò a dirgli il re Saleh; ed in pari tempo alzaronsi lievemente nell’aere, inoltrandosi verso il mare che non era lontano, e vi s’immersero.

«Non mise molto tempo il re marino per giungere al proprio palazzo insieme al re di Persia suo nipote, ch’egli subito condusse all’appartamento della madre, alla quale lo presentò. Il giovane baciò la mano all’avola, e questa lo abbracciò con grande dimostrazione di gioia. — Non vi domando,» gli disse, «notizie della vostra salute, poichè veggo che state benissimo e ne sono assai contenta; ma vi prego a darmene di quelle della regina Gulnara vostra madre e mia figliuola.» Il re di Persia si guardò bene dal manifestarle di essere partito senza prendere da lei congedo; ma l’assicurò invece d’averla lasciata in perfetta salute, e ch’essa lo aveva incaricato di farle i suoi complimenti. La regina gli presentò poscia le principesse; e mentre gli dava agio d’intertenersi secoloro, entrò in un gabinetto col re Saleh, ove [p. 131 modifica] questi le partecipò l’amore del re di Persia per la principessa Giauara, nato al solo racconto della di lei avvenenza e contro sua intenzione; che avevalo là condotto non potendo esimersene, e che stava per cercare i mezzi di procurargliela in matrimonio.

«Benchè il re Saleh, propriamente parlando, fosse innocente della passione del re di Persia, la madre lo biasimò nondimeno assai d’aver parlato della principessa Giauara alla di lui presenza, con sì poca precauzione. — La vostra imprudenza,» gli disse, «è imperdonabile: sperate voi che il re di Samandal, il cui carattere vi è tanto noto, avrà maggior considerazione per voi che non per tanti altri re, a’ quali ha con sì manifesto disprezzo negata la figliuola? Volete voi ch’ei vi rimandi nella medesima confusione?

«— Signora,» rispose Saleh, «v’ho già detto essere stato contro mia intenzione se il re mio nipote intese quanto narrai alla regina mia sorella sulla beltà della principessa Giauara. Il fallo è commesso, e dobbiamo pensare ch’ei l’ama perdutamente, e ne morrà d’affanno e di dolore se non gliela otteniamo in qualunque modo ciò sia. Non devo però nulla lasciar d’intentato a tal uopo, essendo io solo l’origine, benchè innocente, di tutto il male, ed userò di quanto sia in mio potere per rimediarvi. Spero, o signora, che approverete la mia risoluzione d’andar io medesimo a trovare il re di Samandal, con un ricco donativo di gioie, e chiedergli la principessa sua figliuola pel re di Persia vostro nipote. Ho qualche fiducia che non debba negarmela e voglia acconsentire d’imparentarsi con uno dei più possenti monarchi della terra.

«— Sarebbe da desiderare,» riprese la regina, «che non fossimo stati nella necessità di far simile domanda, della quale non è certo se avremo esito [p. 132 modifica] felice come desideriamo; ma giacchè si tratta della quiete e della soddisfazione del re mio nipote, vi do il mio consenso. Soprattutto però, poichè conoscete l’indole del re di Samandal, badate, ve ne supplico, di parlargli con tutti i riguardi, ed in modo sì urbano che non se n’abbia ad offendere. —

«La regina preparò colle proprie mani il presente, componendolo di diamanti, rubini, smeraldi e vezzi di perle, e pose il tutto in una cassetta ricchissima ed elegante. All’indomani, Saleh, preso commiato da lei e dal re di Persia, partì con un seguito eletto e poco numeroso de’ suoi ufficiali e servitori, e giunse in breve al regno, alla capitale ed al palazzo del re di Samandal, ove questi non tardò a dargli udienza, appena fu istruito del suo arrivo. Alzossi il monarca dal trono tostochè lo vide comparire, e Saleh, che volle per alcuni momenti dimenticare quello ch’egli era, si prosternò a’ suoi piedi, augurandogli l’adempimento d’ogni di lui desiderio. Subito il re di Samandal si abbassò per rialzarlo, e fattolo sedere accanto a sè, gli disse ch’era il ben venuto, e gli domandò se vi fosse qualche cosa in cui potesse servirlo.

«— Sire,» riprese il re Saleh, «quando non avessi altro motivo se non quello di presentare i miei rispetti ad uno de’ più possenti principi che vi siano al mondo, sì distinto per la sua saggezza e pel valore, non dimostrerei che debolmente a vostra maestà quanto io l’onori. Se ella potesse penetrarmi in fondo al cuore, conoscerebbe la grande venerazione ond’è ripieno per lei, e l’ardente desiderio che nutro di dargli prove del mio attaccamento.» E ciò dicendo, presa dalle mani d’un seguace la cassettina, l’aprì, e presentandogliela, lo supplicò a volerla aggradire.

«— Principe,» rispose il re di Samandal, «voi non mi fareste un dono così prezioso se non aveste [p. 133 modifica] a farmi una domanda proporzionata. Se è cosa che dipende dal mio potere, sarà mio grandissimo piacere di accordarvela. Parlate, e dite liberamente in che vi posso servire.

«— È vero, o sire,» riprese Saleh, «che ho una grazia da chiedere a vostra maestà, e mi guarderei bene dal domandargliela, se non istesse in suo potere l’accordarla. La cosa dipende tanto assolutamente da lei, che invano la chiederei ad ogni altro. Gliela domando dunque con tutte le possibili istanze, e la supplico a non volermela negare. — Se così è,» replicò il re di Samandal, «ditemi che cosa sia, e vedrete in qual maniera so, ove possa, rendervi servigio.

«— Sire,» disse allora Saleh, «dopo la fiducia che vostra maestà mi permette d’avere nella sua buona volontà, non dissimulerò più oltre che vengo a supplicarla d’onorarmi della sua parentela col matrimonio della principessa Giauara, sua onorevolissima figlia, corroborando così la buona intelligenza che da sì lungo tempo unisce i due regni. —

«A tale discorso, il re di Samandal proruppe in grandi scrosci di risa, lasciandosi andare rovescioni sul cuscino, al quale aveva appoggiato il dorso, in modo molto ingiurioso pel potente. — Re Saleh,» gli disse quindi con aria di sprezzo, «mi era immaginato che foste un principe di buon senso, saggio e prudente, ed il vostro discorso invece mi fa conoscere quanto mi sia ingannato. Ditemi, ve ne prego, dov’era il vostro pensiero quando vi formaste una chimera sì grande come quella, della quale mi venite parlando? Avete voi potuto concepire soltanto il pensiero di aspirare al matrimonio d’una principessa, figliuola d’un re sì grande e possente qual io sono? Dovevate considerare meglio in prima l’immensa distanza che passa fra voi e me, e non venire a farmi perdere in un momento la stima ch’io aveva della vostra persona. —

[p. 134 modifica]«Rimase il re Saleh sommamente offeso di risposta tanto oltraggiosa, e durò fatica a frenare il giusto suo sdegno. — Iddio, o sire,» soggiuns'egli con tutta la possibile moderazione, «ricompensi vostra maestà come merita; vorrà però concedermi l’onore di dirle ch’io non domando la principessa sua figliuola in matrimonio per me. Quando ciò fosse, ben lungi che se ne dovesse offendere vostra maestà, o la principessa medesima, crederei di far molto onore all’uno ed all’altra. Vostra maestà sa bene ch’io sono uno de’ re dal mare al par di lei; che i miei predecessori non la cedono in antichità ad alcun’altra famiglia reale, e che il regno avutone in retaggio non è meno fiorente, nè possente meno di quello che fosse ai tempi loro. Se ella non mi avesse interrotto, avrebbe in breve compreso che la grazia, cui le domando, non risguarda me, ma il giovane re di Persia, mio nipote, la cui potenza e grandezza, non meno delle qualità personali, non devono esserle sconosciute. Tutto il mondo sa che la principessa Giauara è la più bella creatura vivente sotto la volta de’ cieli; ma non è men vero che il giovane re di Persia può dirsi il principe più leggiadro, e compito che esista sulla terra ed in tutti i regni del mare; le opinioni non sono divise intorno a ciò. Laonde, siccome la grazia chiesta da me non può tornare se non a maggior gloria di lei e della principessa Giauara, ella non deve dubitare che il suo consenso ad una parentela sì proporzionata, non sia per essere seguito dall’universale approvazione. La principessa è degna del re di Persia, e questi non men degno di lei. Non v’hanno monarchi, nè principi al mondo che possano contrastarlo. —

«Il re di Samandal non avrebbe lasciato campo a Saleh di parlare tanto a lungo, se il furore, nel quale lo posero tai detti, gliene avesse data la libertà. Stette [p. 135 modifica] ancora buona pezza senza favella, dopo che Saleh ebbe cessato, tanto era fuor di sè. Proruppe finalmente in ingiurie atroci ed indegne d’un gran re. — Cane,» gridò, «osi tenermi questo discorso, e proferire soltanto il nome di mia figlia al mio cospetto? Pensi tu che il figlio di tua sorella Gulnara possa entrare in paragone colla figliuola mia? Chi sei tu? Chi era tuo padre? Chi è tua sorella, e chi tuo nipote? Suo padre non era un cane e figlio di cane al par di te? Si arresti l’insolente, e gli si tagli il capo. —

«Gli officiali, che in picciol numero trovavansi intorno al re di Samandal, si misero tosto in dovere d’obbedire; ma Saleh, ch’era nel vigor degli anni, leggero e disposto della persona, fuggì prima che avessero sguainata la sciabola, e raggiunse la porta del palazzo, dove trovò mille uomini de’ suoi parenti e della sua casa, ben armati ed equipaggiati, giunti appunto in quel momento. La regina sua madre aveva riflettuto alla poca gente che l’accompagnava, e presentendo la cattiva accoglienza che poteva fargli il re di Samandal, glieli aveva mandati, pregandoli di sollecitarsi. Quelli tra’ suoi parenti che si trovarono alla testa, congratularonsi seco stessi d’essere arrivati a proposito, quando lo videro venire colla sua gente in gran disordine, e ch’era inseguito. — Sire,» gridarono, mentr’egli li raggiungeva, «di che si tratta? Eccoci pronti a vendicarvi; comandate. —

«Il re Saleh raccontò loro in poche parole la cosa, e messosi alla testa d’un grosso squadrone, mentre gli altri restavano alla porta, di cui s’impadronirono, tornò indietro. Ora, siccome i pochi officiali e le guardie che l’avevano inseguito eransi sbandati, rientrò nell’appartamento del re di Samandal, il quale fu subito abbandonato dagli altri, e nel medesimo tempo arrestato. Il re Saleh lasciò gente bastante presso di lui per assicurarsi della sua persona, [p. 136 modifica] ed andò quindi d’appartamento in appartamento, cercando la principessa Giauara. Ma al primo rumore, erasi questa slanciata alla superficie del mare, colle donne trovatesi presso di lei, rifugiandosi in un’isola deserta.

«Mentre queste cose accadevano nel palazzo del re di Samandal, alcuni del seguito di Saleh, che alle prime minacce di quel re avevano presa la fuga, misero in grande affanno la regina sua madre, annunziandole il pericolo nel quale avevanlo lasciato. Il giovane re Beder, presente al loro arrivo, ne fu tanto più commosso, in quanto che si considerò come la primaria cagione di tutto il male che poteva derivarne; laonde non si sentì coraggio bastante per sostenere la presenza dell’avola, dopo il pericolo che per suo riguardo correva il re Saleh, e mentre la vide occupata a dare gli ordini necessarii a tale congiuntura, si slanciò dal fondo del mare, e non sapendo qual via prendere per tornare al regno di Persia, ricovrossi nell’isola medesima, in cui erasi rifugiata la principessa Giauara.

«Siccome il principe era fuor di sè, andò a sedere appiè d’un alto albero contornato da più altri, e stava ripigliando animo, allorchè, udendo parlare, tese l’orecchio; ma trovandosi un po’ troppo lontano per comprendere cosa si dicesse, si alzò, ed inoltratosi, senza far rumore, verso la parte d’onde veniva il suono delle parole, scoperse tra le fronde una bellezza, dalla quale rimase abbagliato. — Senza dubbio,» diss’egli fra sè, fermandosi, e considerandola con ammirazione, «è questa la principessa Giauara, che lo spavento ha forse costretto ad abbandonare il palazzo del re suo padre; se non è dessa, non merita però meno ch’io l’ami di tutto cuore.» Non fermandosi più oltre, uscì dal macchione, ed accostatosi con una profonda riverenza alla principessa: — [p. 137 modifica] Signora,» le disse, «non saprei ringraziar abbastanza il cielo del favore che oggi m’ha fatto di presentare a’ miei occhi ciò ch’ei vede di più bello. Non poteva accadermi più grande ventura dell’occasione di offerirvi i miei umilissimi servigi. Vi supplico, o signora, di accettarli: una persona come voi non si trova in questa solitudine senza aver d’uopo di soccorso.

«— È vero, signore,» rispose in aria assai mesta la principessa Giauara, «esser cosa veramente straordinaria per una dama del mio grado quella di trovarsi nella condizione, in cui mi vedete. Sono principessa, figlia del re di Samandal, e mi chiamo Giauara. Stava tranquillamente nelle mie stanze situate nel suo palazzo, quando d’improvviso udii uno spaventevole rumore. Vennero tosto ad annunciarmi che il re Saleh, non so per qual motivo, invaso il palazzo, erasi impadronito di mio padre, dopo aver fatto man bassa su tutti quelli della sua guardia che vollero resistere. Io ebbi appena il tempo di fuggire, e cercar qui un asilo contro la sua violenza. —

«Al discorso della principessa, Beder rimase assai confuso per aver così bruscamente abbandonata la regina sua avola, senza aspettare lo schiarimento della novella che le si era recata. Ma fu lieto che lo zio si fosse impadronito della persona del re di Samandal, non dubitando in fatti che questo monarca non gli accordasse la figliuola per ricuperare la libertà. — Adorabile principessa,» ripigliò egli, «giustissimo è il vostro dolore, ma è facile farlo cessare insieme colla cattività di vostro padre. E voi ne converrete quando sappiate ch’io mi chiamo Beder, e sono re di Persia, e che il re Saleh è mio zio. Posso assicurarvi ch’egli non ha verun disegno di impossessarsi degli stati del re vostro padre, non avendo altro scopo se non quello di ottenere per me l’ [p. 138 modifica] onore e la fortuna d’essergli genero, ricevendovi di sua mano in isposa. Io v’ho già dedicato il mio cuore al solo racconto della bellezza e delle vostre attrattive, e lungi dal pentirmene, vi supplico di riceverlo, e persuadervi che non arderà mai se non per voi sola. Oso sperare che non lo ricuserete, considerando che un re uscito da’ suoi stati unicamente per offerirvelo, merita riconoscenza. Soffrite dunque, bella principessa, ch’io abbia l’onore di andarvi a presentare a mio zio. Appena il re vostro padre avrà dato il consenso al nostro matrimonio, egli lo lascerà, come prima, padrone de’ suoi stati. —

«La dichiarazione di Beder non produsse l’effetto ch’egli se ne aspettava. Non l’aveva la principessa appena veduto, che alla sua bella apparenza, all’aria, alla buona grazia colla quale erasele accostato, essa lo riguardò come persona che non le sarebbe dispiaciuta; ma quando seppe da lui medesimo esser egli la cagione della violenza usata a suo padre, del dolore ch’ella ne provava, dello spavento avuto da lei medesima per la propria persona, e della necessità cui videsi ridotta di darsi alla fuga, lo considerò come un nemico, col quale non doveva avere commercio veruno. D’altra parte, per quanta disposizione avesse di acconsentire da per sè al matrimonio ch’egli desiderava, giudicando che una delle ragioni avute in considerazione dal re suo padre per ricusare questo parentado, era quella d’essere Beder nato da un re della terra, risolse di sottomettersi intieramente, su tale riguardo, alla di lui volontà. Ma non volle però dimostrar nulla, del proprio rancore; immaginò soltanto un mezzo di liberarsi destramente dalle mani del giovane, e fingendo di vederlo con piacere: — Signore,» ripigliò colla maggior cortesia, «voi siete dunque il figliuolo della principessa Gulnara, tanto celebre per la sua stupenda bellezza? [p. 139 modifica] Me ne rallegro assai, e mi compiaccio di scorgere in voi un principe sì degno, di lei. Il re mio padre ha gran torto di opporsi sì vivamente alla nostra unione: ma non appena vi avrà veduto, spero non esiterà a renderci amendue felici.» Sì dicendo, gli presentò la destra in segno d’amicizia.

«Beder, stimando d’essere al colmo della sua felicità, stese la mano, e presa quella della principessa, si chinò onde baciarla con rispetto; ma la giovane non gliene diè il tempo.

«— Temerario,» gli disse respingendolo, e sputandogli in viso, in mancanza d’acqua, «lascia la forma d’uomo, e prendi quella d’un uccello bianco, col becco ed i piedi rossi.»

A tal passo, Scheherazade cessò dal racconto, con grande rammarico della sorella e di Schahriar, impazienti amendue di sapere che cosa accadesse al principe Beder dopo la sua metamorfosi; al qual desiderio soddisfece la sultana delle Indie, ripigliando l’indomani in codesti sensi:


NOTTE CCLVIII


— Sire, quando Giauara ebbe pronunciate tali parole, il re Beder si trovò cangiato in uccello di quella forma, con egual mortificazione che maraviglia. — Prendetelo,» diss’ella poi ad una delle sue donne, «e portatelo nell’isola Secca.» Era quell’isola uno spaventoso scoglio dove non trovavasi goccia d’acqua.

«Prese la donna l’uccello, ma nell’eseguire l’ordine della principessa Giauara, sentì compassione [p. 140 modifica] pel destino del giovane. — Sarebbe peccato,» pensò, «che un principe sì degno di vivere, dovesse perire di fame e di sete. La principessa, sì buona e dolce, si pentirà forse anch’ella d’un ordine tanto crudele, quando le sarà passata la collera; è meglio che lo porti in un luogo ove possa morire di morte naturale.» Lo portò in fatti in un’isola fertilissima, e lo lasciò in un’amena campagna, sparsa d’ogni sorta d’alberi fruttiferi, ed irrigata da parecchi ruscelli.

«Ma torniamo al re Saleh. Dopo ch’ebbe cercato in persona la principessa Giauara, e che l’ebbe fatta cercare per ogni dove senza trovarla, fece rinchiudere il re di Samandal nel suo proprio palazzo sotto buona guardia; e dati gli ordini necessari pel governo del regno durante la di lui assenza, andò a render conto dell’azione commessa alla regina sua madre. Domandò, arrivando, ove fosse il re suo nipote, ed udì con grande sorpresa e dispiacere ch’era scomparso. — Sono venuti a dirci,» gli rispose la regina, «il grave pericolo in cui vi trovavate nel palazzo del re di Samandal; e mentr’io dava gli ordini per mandarvi altri soccorsi o per vendicarvi, egli disparve. Bisogna che siasi spaventato all’udire ch’eravate in pericolo, ed abbia creduto di non trovarsi in sicuro presso di noi. —

«Quella nuova afflisse sommamente il re Saleh, il quale si pentì allora della troppa facilità avuta nell’accondiscendere al desiderio del re Beder, senza parlarne prima alla sorella Gulnara. Mandò corrieri da tutte le parti; ma per quante diligenze facesse praticare, non gliene fu riportata veruna notizia, ed in vece della gioia ch’erasi già formata d’aver tanto avanzato un matrimonio, cui risguardava come sua opera, il dolore che provò per tal incidente, cui non si attendeva, fu assai più mortificante. Aspettando [p. 141 modifica] di averne nuova buona o cattiva, lasciò il regno sotto l’amministrazione della regina, ed andò a governare quello del re di Samandal, continuando a farlo custodire con molta vigilanza, usandogli però tutti i riguardi dovuti al suo carattere.

«Lo stesso giorno che Saleh era partito per tornare al regno di Samandal, Gulnara, madre di Beder, giunse presso la regina sua madre. Non erasi quella principessa maravigliata di non aver veduto tornare il figliuolo il giorno della sua partenza, immaginandosi che l’ardore della caccia, come gli era talvolta accaduto, l’avesse trasportato più lungi che non si fosse proposto. Ma quando non lo vide tornare nè all’indomani, nè il giorno seguente, cadde in un’agitazione facile a comprendersi per la tenerezza che per lui nudriva. E l’agitazione sua accrebbe di molto, quando seppe dagli ufficiali che l’avevano accompagnato, ed i quali erano stati costretti a tornare dopo averlo lungamente cercato col re Saleh suo zio senza trovarli, che bisognava fosse loro accaduta qualche cosa di grave o si trovassero insieme in qualche sito ch’essi non potevano indovinare; che avevano bensì trovato i loro cavalli; ma quanto alle persone, non ne avevano avuta veruna notizia, per quante diligenze praticassero onde ottenerne. Sul qual rapporto, prese ella il partito di dissimulare e nascondere il proprio dolore, e li incaricò di tornare indietro e far nuove indagini. Frattanto aveva presa la sua risoluzione, e senza dir nulla a nessuno, ed ordinato alle sue donne che voleva star sola, erasi gettata in mare per chiarirsi sul sospetto concepito, che il fratello Saleh potesse aver condotto il re di Persia con lui.

«Questa gran regina sarebbe stata con grandissimo piacere ricevuta dalla madre, se, appena l’ebbe veduta, non avesse tosto sospettato il motivo che la [p. 142 modifica] conduceva. — Figlia mia,» le disse, «non è per visitarmi che venite qui, ben me ne avveggo. Voi venite a chiedermi nuove del re vostro figliuolo, e quelle che io posso darvi non son buone se non ad alimentare la vostra afflizione al par della mia. Aveva provato un gran piacere vedendolo qui giungere con suo zio; ma quand’ebbi udito ch’era partito senza dirvene nulla, presi parte al dolore che ne avreste, sofferto.» Le fece poscia il racconto dello zelo col quale Saleh era andato a fare in persona la domanda della mano della principessa Giauara, e di ciò ch’era accaduto fin al momento in cui Beder ora scomparso. — Ho spedita molta gente alla sua ricerca,» soggiunse, «e mio figlio, testè partito per andar a governare il regno di Samandal, ha fatto pure da sua parte diligenti indagini: ma finora tutto invano; giova però sperare di rivederlo quando meno ce l’attenderemo. —

«La desolata Gulnara non si appagò alla prima di tale speranza, ritenne il suo caro figliuolo come perduto, e pianse amaramente, incolpando di tutto il fratello. Le dimostrò la madre la necessità di fare ogni sforzo onde non soccombere al dolore. — Vero è,» le diceva, «che vostro fratello Saleh non doveva parlarvi di quel matrimonio con sì poca precauzione, nè acconsentire giammai a condur via il re mio nipote senza prima darvene avviso. Ma siccome non v’ha certezza che il re di Persia sia perito, non dovete nulla trascurare per conservargli il regno. Non perdete dunque tempo; tornate alla vostra capitale: la vostra presenza v’è necessaria, e non vi sarà difficile tenere tutte le cose nello stato pacifico in cui sono, facendo pubblicare che il re di Persia si è degnato di venirci a trovare. —

«Non ci voleva meno d’una ragione sì forte come quella per obbligare la regina Gulnara ad arrendersi. [p. 143 modifica] Prese congedo dalla madre, e fu di ritorno al palazzo della capitale di Persia prima che si fossero avveduti ch’essa se n’era allontanata. Spedì subito corrieri per richiamare gli officiali mandati in cerca del figliuolo, ed annunciar loro che già sapeva dove si trovava, o che in breve lo rivedrebbero. Ne fece pure spargere la voce per tutta la città, e governò intanto tutte le cose di concerto col primo ministro e col consiglio, colla tranquillità medesima, come se il re Beder fosse stato presente.

«Per tornare al misero giovane, cui la donna della principessa Giauara aveva portato e lasciato nell’isola, come abbiam già detto, questo monarca fu all’estremo sbalordito quando si trovò solo e sotto la forma d’un uccello; e tanto più stimossi infelice in quello stato, in quanto che non sapeva dove fosse, nè in qual parte del mondo si trovasse il regno di Persia. Quand’anche l’avesse saputo, e fossegli stata abbastanza nota la forza delle sue ali onde arrischiarsi ad attraversare tanti mari per recarvisi, che cosa avrebb’egli acquistato se non di vedersi nelle medesime pene e nella difficoltà medesima in cui trovavasi, di non essere, cioè, conosciuto non diremo pel re di Persia, ma nemmeno per uomo? Fu dunque costretto a rimanersi dov’era, vivere nella medesima foggia e del cibo medesimo degli uccelli della sua specie, e passare la notte sur un albero.

«Scorsi alcuni giorni, un contadino, destrissimo nel prendere uccelli coi lacciuoli, giunse al sito dov’egli stava, e rallegrassi assai vedendo un sì bell’augello, d’una specie a lui ignota, sebbene fossero tanti anni che dedicavasi a quel genere di caccia. Adoperò quindi tutta l’arte, onde fu capace, e prese così bene le sue misure, che finalmente pigliò la bestiuola. Lieto di sì bella preda, la quale, secondo la stima che ne fece, doveva valergli, per la sua rarità. [p. 144 modifica] più di molti altri uccelli insieme di quelli che solitamente pigliava, lo mise in una gabbia e lo portò alla città. Giunto al mercato, un uomo lo fermò, e gli chiese quanto ne volesse.

«In vece di rispondere a tale interrogazione, il contadino domandò al borghigiano a sua volta, cosa intendesse di farne quando lo avesse comprato. — Buon uomo,» rispose l’altro, «cosa vuoi che ne faccia se non arrostirlo e mangiarmelo? — Per tal modo,» ripigliò il contadino, «credereste d’averlo ben comprato quando me ne aveste dato la più piccola moneta d’argento. Ma io lo stimo ben di più, e non ve lo cederei quand’anche me ne deste una pezza d’oro. Sono molto vecchio, ma in vita mia non ne ho ancora veduto uno simile. Corro a farne un presente al re: egli ne conoscerà il pregio meglio di voi. —

«Senza trattenersi al mercato, il contadino andò al palazzo, fermandosi davanti all’appartamento del re. Stava questi presso ad una finestra, d’onde vedeva tutto ciò che accadeva nella piazza. Quand’ebbe veduto il bell’uccello, ordinò ad un officiale degli eunuchi di andarglielo a comprare. L’officiale recossi dal contadino, e chiestogli quanto ne volesse: — Se è per sua maestà,» rispose colui, «lo supplicherete d’aggradire che gliene faccia un dono, e vi prego di portarglielo.» L’altro portò l’uccello al re, ed egli lo trovò tanto singolare, che incaricò l’officiale di dare dieci pezze d’oro al paesano, il quale partì contentissimo; quindi fece porre l’uccello in una magnifica gabbia, e dargli grano ed acqua in vasi preziosi.

«Il re, che stava per montar a cavallo per andare alla caccia, non aveva avuto tempo di veder bene l’uccello; se lo fece portare al suo ritorno, e recatagli dall’officiale la gabbia, per meglio considerarlo, il re medesimo l’aperse, e prese l’uccello in mano. Guardandolo con grande ammirazione, domandò [p. 145 modifica] all’officiale se l’avesse veduto mangiare. — Sire.» rispose colui, «vostra maestà può vedere che il vaso del suo cibo è ancora pieno, e non ho osservato che egli ne abbia preso.» II re disse che bisognava dargliene di più sorta, affinchè scegliesse quello che gli conveniva.

«Siccome la tavola era già preparata, si servì nel mentre il re prescriveva quell’ordine, e quando si ebbero deposti i piatti, l’uccello spiegò le ali, fuggì dalle mani del re, volò sulla tavola, e quivi si pose a beccare il pane e le vivande, or in un piatto ed ora nell’altro. Il re ne rimase sorpreso, in modo che mandò l’ufficiale degli eunuchi ad avvertire la regina di venir a vedere quella maraviglia; questa, saputa la cosa in brevi parole, accorse subito, ma appena ebbe veduto l’uccello, si coprì il volto col velo, e volle andarsene. Il re, maravigliata a quell’atto, tanto più che non v’erano se non eunuchi nella stanza, ed alcune donne che l’avevano seguita, le domandò il motivo di tal procedere:

«— Sire,» rispose la regina, «vostra maestà non vorrà stupirsene, quando saprà che quella bestiuola non è un uccello com’ella s’immagina, ma bensì un uomo. — Signora,» ripigliò il re, più sorpreso di prima, «voi vi burlate senz’altro di me; non mi persuaderete mai che un uccello sia un uomo. — Sire, Dio mi guardi dal prendermi giuoco di vostra maestà. Non v’ha cosa più vera di quanto ho l’onore di asserirle, e l’assicuro quello essere il re di Persia, chiamato Beder, figlio della celebre Gulnara, principessa d’uno de’ più grandi regni del mare, nipote di Saleh, sovrano di codesto regno, e nipote della regina Farasse, madre di Gulnara e di Saleh: è la principessa Giauara, figlia del re di Samandal, che l’ha così trasformato.» Acciò il re non potesse più dubitarne, gli raccontò come e perchè Giauara si fosse [p. 146 modifica] vendicata del maltrattamento fatto da Saleh al re di Samandal suo padre.

«Il re ebbe molto minor difficoltà a prestar fede a quella storia, conoscendo la moglie per una maga delle più abili che fossero mai state al mondo, e che siccome essa non ignorava nulla di tutto ciò che accadeva, veniva egli alla prima informato, per di lei mezzo, dei sinistri disegni de’ re suoi vicini contro di lui, e così li preveniva. Ebbe quindi compassione del re di Persia, e pregò istantemente la consorte di sciogliere l’incantesimo che lo teneva sotto quella forma.

«Acconsentì la regina con piacere, e: — Sire,» disse al re, «si degni vostra maestà d’entrare coll’uccello nel gabinetto, ed io le farò in pochi istanti vedere un principe degno della considerazione ch’ella ha per lui.» L’uccello, il quale aveva tralasciato di mangiare per istar attento al discorso dei reali sposi, non diede al re l’incomodo di prenderlo, ma passò pel primo nel gabinetto, e la regina v’entrò poco dopo con un vaso d’acqua in mano, su cui pronunciate certe sconosciute parole, finchè l’acqua cominciasse a bollire, ne prese allora alquanta in mano, e gettatala sull’uccello:

«— In virtù delle sante e misteriose parole or ora proferite,» disse, «ed in nome del Creatore del cielo e della terra, che risuscita i morti e mantiene l’universo nel suo stato, lascia questa forma d’uccello, e riprendi quella che ricevesti dal tuo Creatore. —

«Aveva la donna appena terminate queste parole, che, invece dell’uccello, il re vide comparire un giovane di bella statura, il cui leggiadro aspetto e l’aria distinta lo colpirono. Beder si prosternò prima di tutto, e rese grazie a Dio del favore concessogli: poscia, rialzatosi, prese la mano del re, e la baciò, [p. 147 modifica] per dimostrargli la sua profonda gratitudine; ma questi lo abbracciò con molta gioia, attestandogli la sua contentezza di vederlo. Volle egli ringraziar anche la regina, ma questa erasi già ritirata nel suo appartamento. Il re intanto lo fe’ sedere a mensa con lui, e dopo il pranzo, lo pregò di raccontargli perchè la principessa Giauara avesse avuta l’inumanità di trasformare così un principe amabile com’egli era, ed il giovane subito lo compiacque. Finito ch’ebbe, il re, sdegnato del procedere della principessa, non potè trattenersi dal biasimarla. — Era commendevol cosa per la principessa di Samandal,» ripres’egli, «di non mostrarsi insensibile alla violenza fatta al re suo padre; ma che abbia spinta la vendetta a tanto eccesso contro un principe che non poteva esserne incolpato, questo è ciò di cui non si giustificherà mai presso alcuno. Ma lasciamo codesti discorsi, e ditemi in che possa meglio servirvi.

«— Sire,» rispose Beder, «la mia obbligazione verso vostra maestà è tanto grande, che dovrei rimanere tutto il tempo della vita presso di lei onde attestarle la mia gratitudine; ma poichè ella non pone limiti alla sua generosità, la supplico a volermi concedere uno de’ suoi vascelli per ricondurmi in Persia, dove temo che la mia assenza, ormai già troppo lunga, non abbia cagionato qualche disordine; e fors’anco che la regina mia madre, alla quale nascosi la mia partenza, non sia morta di dolore nell’incertezza, in cui sarà stata, della mia vita o della mia morte. —

«Il re gli accordò colla maggior cortesia quanto domandava; e senza dilazione, diede l’ordine di allestire una nave, la più grossa e miglior veliera che avesse nella numerosa sua flotta. Il vascello fu in breve munito de’ suoi attrezzi, di marinai, di soldati, delle provvigioni e munizioni necessarie, ed [p. 148 modifica] appena spirò favorevole il vento, Beder vi s’imbarcò dopo aver preso commiato dal re, e ringraziatolo di tutti i benefizi, de’ quali gli andava debitore.

«Il vascello mise alla vela col vento in poppa, che lo fece progredire d’assai nella sua strada per dieci giorni continui; ma l’undecimo divenne alquanto contrario; poi aumentò, e finalmente fu tanto violento, che suscitò una furiosa tempesta. Non solo si allontanò il vascello dalla sua rotta, ma ne fu eziandio sì fortemente sbattuto, che infranti tutti gli alberi, e trasportato in balia del vento, naufragò sur una secca.

«La maggior parte dell’equipaggio rimase subito sommersa; i superstiti fidaronsi chi alla forza delle proprie braccia per salvarsi a nuoto, e chi si appigliò a qualche pezzo di legno o ad una tavola; fra questi fu Beder, che, trasportato ora dalle correnti, ora dall’onde, trepidante per l’incertezza del suo destino, si avvide finalmente d’essere vicino a terra, e poco lungi da una città di bell’apparenza. Approfittò egli delle poche forze rimastegli per approdare, e giunse infine sì presso alla riva, ove il mare era tranquillo, che toccò il fondo. Abbandonò allora subito la tavola ch’eragli stata di tanto soccorso, ma inoltrandosi nell’acqua per raggiunger la spiaggia, rimase sbalordito vedendo accorrere da tutte le parti cavalli, cammelli, muli, asini, buoi, vacche, tori ed altri animali, i quali, occupata la riva, tentarono impedirgli di mettervi il piede. Provò tutte le immaginabili difficoltà a vincere la loro ostinazione ed aprirsi il passo: e quando finalmente vi fu pervenuto, si ricoverò dietro alcuni scogli, finchè ebbe ripreso un po’ di fiato, ed asciugate le vesti al sole.

«Quando il principe volle inoltrarsi per entrare nella città, trovò di nuovo la medesima difficoltà cogli stessi animali, quasi avessero questi voluto [p. 149 modifica] distorglielo dal suo disegno, e fargli comprendere che ivi c’era pericolo per lui.

«Entrato infine Beder in città, gli si presentarono alla vista parecchie belle ed ampie vie, ma non incontrandovi anima vivente con grandissimo suo stupore, quella vasta solitudine gli fe’ considerare non essere senza motivo se tanti animali avevano fatto il possibile per costringerlo ad allontanarsene piuttosto che entrarvi. Nondimeno, inoltratosi, osservò parecchie botteghe aperte, che gli fecero conoscere non essere poi la città così spopolata com’egli si era alle prime immaginato, ed accostatosi ad una di queste, ove stavano esposti in vendita, in bell’ordine, frutti di molte sorta, salutò un vecchio che vi si trovava seduto.

La sultana, svegliatasi più presto del consueto, aveva fatto un racconto più lungo delle altre volte, ascoltato da Schahriar col medesimo piacere; laonde ottenne facilmente la notte successiva il permesso di continuare la novella.


NOTTE CCLIX


— Sire, il vecchio, occupato in qualche cosa, alzò la testa, e vedendo un giovane d’imponente aspetto, gli chiese in aria che denotava molta sorpresa, d’onde venisse, e qual occasione l’avesse colà condotto. Soddisfece Beder in brevi parole alle sue brame, ed il vecchio tornò a domandargli, se non avesse incontrato alcuno nel suo cammino. — Voi siete il primo ch’io abbia veduto,» rispose il re, «e non so comprendere come mai una città sì bella e di tanta apparenza, sia deserta. — Entrate, non [p. 150 modifica] restate più oltre alla porta,» ripigliò il vecchio; «forse ve ne avverrebbe qualche male. Soddisferò alla vostra curiosità con comodo, e vi dirò la ragione per cui è d’uopo prendiate tale precauzione. —

«Il principe non se lo fece dire due volte; entrò e sedè presso il vecchio: ma siccome questi aveva compreso, dal racconto della sua disgrazia, che il giovane aveva bisogno di cibo, gli presentò subito di che ristorar le forze, e quantunque Beder lo avesse pregato di spiegargli il motivo della precauzione presa di farlo entrare, non volle nonostante dirgli nulla finchè non ebbe finito il pasto, temendo che le cose disgustose, cui doveva palesargli, non gl’impedissero di mangiar tranquillamente. Infatti, quand’ebbe veduto che più non mangiava: — Dovete ringraziar bene Iddio,» gli disse, «d’essere giunto fino a casa mia senza verun sinistro incontro. — E perchè mai?» soggiunse Beder, agitato e spaventato. — Dovete sapere,» rispose il vecchio, «che questa chiamasi la città degli Incantesimi, ed è governata non già da un re, ma da una regina; questa, la quale è la più bella creatura del suo sesso di cui siasi mai udito parlare, è maga anch’essa, ma la più insigne e pericolosa che si possa conoscere. Ve ne convincerete quando vi sarà noto che tutti quei cavalli, quei muli, ed altri animali da voi veduti, sono altrettanti uomini come noi, ch’ella ha così trasformati per mezzo dell’arte sua diabolica. Quanti bei giovani entrano nella città sono arrestati da gente appostata da lei, e per amore o per forza condotti davanti alla malvagia. Li riceve essa con cortesi accoglienze, li accarezza, li invita alla propria mensa, li alloggia magnificamente, e prodiga loro tante facilità onde persuaderli che li ama, che non trova difficoltà a riuscirvi; ma non li lascia poi a lungo godere della pretesa loro felicità: non avvene uno ch’ella non trasformi, a [p. 151 modifica] capo di quaranta giorni, in qualche animale od in qualche uccello, secondo stima meglio. Voi mi parlaste di tutti quegli animali che vi si presentarono per impedirvi di approdare ed entrar nella città; questo è perchè non potendovi far comprendere in altra guisa il pericolo al quale vi esponevate, facevano ogni possibile sforzo per distogliervene. —

«Quel discorso afflisse sensibilissimamente il giovane re di Persia. — Aimè!» sclamò egli; «a qual estremità son io ridotto dalla funesta mia stella! Mi trovo appena liberato da un sortilegio, di cui sento ancor orrore, che veggomi esposto a qualche altro più terribile.» Ciò gli diede motivo di raccontare più patitamente la sua storia al vecchio, di parlargli della sua nascita, del grado suo, della sua passione per la principessa di Samandal, e della crudeltà da questa avuta di cangiarlo in uccello nel momento istosso in cui la vedeva, e facevale la dichiarazione del proprio amore.

«Allorchè il principe ebbe finito il racconto colla fortuna avuta di trovare una regina, la quale avevalo sciolto dall’incanto, e colle dimostrazioni della sua paura di ricadere in una sventura maggiore, il vecchio, per rassicurarlo: — Sebbene quanto v’ho detto della regina maga e della sua malvagità,» gli disse, «sia vero, ciò non deve peraltro mettervi nella grande inquietudine in cui vi veggo. Sono amato da tutta la città, non sono neppure ignoto alla regina, e posso dire ch’ella ha molta considerazione per me. È dunque gran ventura per voi che la vostra buona fortuna v’abbia rivolto a me piuttosto che a qualunque altro. Siete sicuro in casa mia, dove vi consiglio di rimanere, se lo volete. Purchè non ve ne allontaniate, vi garantisco che nulla vi accadrà che possa darvi motivo di lagnarvi della mia mala fede. Non è mestieri dunque che vi facciate violenza in checchessia.» [p. 152 modifica]A questo passo, lo spuntar dell’alba interruppe il racconto di Scheherazade; l’indomani, essa lo ripigliò, continuandolo le notti seguenti nella solita maniera.


NOTTE CCLX


— Sire, il re Beder ringraziò il vecchio dell’ospitalità usatagli, e della protezione che con tanta buona volontà gli accordava. Sedè quindi all’ingresso della bottega, e non appena vi comparve, che la sua gioventù ed il suo bell’aspetto gli attrassero gli sguardi di quanti passavano. Molti anzi fermaronsi, e complimentarono il vecchio perchè avesse acquistato uno schiavo sì leggiadro com'essi immaginavano; e ne parevano tanto più stupiti, in quanto che non potevano comprendere come mai un sì bel giovanotto fosse sfuggito alle attive ricerche della regina. — Non crediate che sia uno schiavo,» diceva loro il vecchio; «sapete che non sono tanto ricco, nè di condizione sì distinta per averne di tal bellezza. È un mio nipote, figliuolo d’un mio fratello ch’è morto, e siccome non ho figli, l’ho fatto venire per tenermi compagnia.» Si rallegrarono quelli con lui della soddisfazione che doveva provare pel suo arrivo, ma nel medesimo tempo non poterono trattenersi dal dimostrargli il loro timore che la regina non glielo rapisse. — Voi la conoscete,» dicevano, «e non dovete ignorare il pericolo al quale siete esposto dopo tutti gli esempi che ne aveste. Che dolore non sarebbe il vostro se ella gli facesse il trattamento medesimo come a tanti altri che sappiamo!

«— Vi sono ben obbligato,» rispose il vecchio, «della buona amicizia che mi dimostrate, e della [p. 153 modifica] parte che prendete a’ miei interessi, e ve ne ringrazio di tutto cuore. Mi guarderò bene dal pensar neppure che la regina voglia farmi il menomo dispiacere dopo tutte le bontà che non cessa d’avere per me. Nel caso ch’ella ne sappia qualche cosa e me ne parli, spero che non penserà menomamente a lui, appena le avrò detto ch’è mio nipote. —

«Era il vecchio tanto lieto all’udire le lodi che si davano al giovane re di Persia, che vi prendeva parte come se stato fosse suo proprio figliuolo, e concepì per lui un’amicizia, la quale vie più s’accrebbe mano mano che il soggiorno del giovane in casa sua gli diede campo di meglio conoscerlo. Era circa un mese che vivevano insieme, allorchè, stando un giorno Beder seduto, secondo il solito, all’ingresso della bottega, la regina Laba (così chiamavasi quella maga) venne a passare davanti alla casa del vecchio con gran pompa. Non ebbe appena il principe vedute le prime guardie che, marciavano a lei davanti, che, alzatosi, entrò nella bottega, e chiese all’ospite cosa ciò significasse. — È la regina che sta per passare,» rispose il vecchio, «ma restate, e non temete di nulla. —

«Le guardie della regina Laba, vestite d’abito uniforme, color di porpora, montate ed equipaggiate sfarzosamente, passarono in quattro file, colla sciabola sguainata, in numero di mille; e non v’ebbe un officiale che, passando davanti alla bottega del vecchio, non lo salutasse. Furono seguiti da egual numero di eunuchi, vestiti di broccato e meglio montati, i cui officiali gli fecero il medesimo onore. Dopo venivano a piedi, ed a passo grave, altrettante giovani damigelle, quasi tutte egualmente leggiadre, vestite con lusso, ed adorne di pietre preziose, colla mezza picca in mano; e la regina Laba compariva poi in mezzo a queste sopra un destriero tutto fulgido di [p. 154 modifica] diamanti, con una sella d’oro ed una gualdrappa d’inestimabile valore. Le damigelle salutarono anch’esse il vecchio mentre passavano, e la regina, colpita dall’avvenenza di Beder, si fermò davanti alla bottega. — Abdallah,» disse al vecchio (così chiamavasi questi), «ditemi, vi prego, è vostro questo schiavo sì vezzoso? È molto tempo che ne avete fatto l’acquisto? —

«Prima di rispondere alla regina, Abdallah si prostrò a terra, ed alzatosi: — Potente signora,» le disse, «è mio nipote, figliuolo d’un mio fratello morto da poco tempo. Siccome non ho prole, lo tengo come mio figlio, e l’ho fatto venire per mia consolazione, e perchè raccolga, dopo la mia morte, il poco che avrò da lasciargli.»


NOTTE CCLXI


— La regina Laba, la quale non aveva ancor veduto alcuno paragonabile a Beder, e già sentivasi presa per lui d’una forte passione, pensò, a tale discorso, di fare in modo che il vecchio glielo cedesse. — Buon padre,» ripigliò ella, «non vorreste usarmi l’amicizia di farmene dono? Non me lo negate, ve ne prego. Giuro pel fuoco e per la luce di farlo sì grande e potente, che mai uomo al mondo avrà raggiunta sì alta fortuna. Quando pur avessi idea di recar male a tutto il genere umano, egli sarà il solo, cui mi guarderò bene di farne. Spero che mi accordiate ciò che vi domando, e ripongo questa fiducia più ancora sull’amicizia che so avete per me, che non sulla stima in cui ho ed ebbi sempre la vostra persona.

«— Signora,» rispose il buon Abdallah, «sono [p. 155 modifica] infinitamente obbligato a vostra maestà di tutte le bontà che sì degna avere per me, e dell’onore che vuol fare a mio nipote. Egli non è degno di avvicinarsi a sì grande regina: supplico vostra maestà a permettere ch’egli se ne dispensi.

«— Abdallah,» replicò la regina, «io mi era lusingata che mi amaste di più, e non avrei mai creduto che doveste darmi un segno sì evidente del poco conto in cui tenete le mie preghiere. Ma giuro di nuovo pel fuoco e per la luce, ed anche per quanto v’ha di più sacro nella mia religione, che non passerò oltre, se non abbia vinta la vostra ostinazione. Comprendo benissimo ciò che vi dà pena; ma vi prometto che non avrete il minimo argomento di pentirvi d’avermi così sensibilmente favorita. —

«Il vecchio Abdallah sentì una mortificazione inesprimibile, tanto per sè come per Beder, d’essere costretto a cedere alle volontà della regina. — Madama,» ripigliò egli, «non voglio che vostra maestà abbia motivo di nutrire sì cattiva opinione del rispetto che ho per lei, nè del mio zelo in contribuire a tutto ciò che può recarle piacere. Ho tutta la fiducia nella sua parola, e non dubito che non m’abbia a mantenerla. La supplico soltanto a differire un tanto onore a mio nipote fino al primo giorno ch’ella tornerà a passare. — Sarà dunque domani,» rispose la regina. E dicendo queste parole, chinò la testa per dimostrargli l’obbligazione che gli aveva, e riprese la via del suo palazzo.

«Quando la regina Laba ebbe finito di passare con tutta la pompa che l’accompagnava: — Figliuolo,» disse a Beder il buon Abdallah, ch’erasi avvezzato a chiamarlo così onde non farlo conoscere parlandogli in pubblico, «non ho potuto, come voi medesimo vedeste, ricusare alla regina ciò ch’ella mi ha chiesto colla vivacità, di cui foste testimonio, [p. 156 modifica] per non darle motivo di venirne a qualche violenza clamorosa o segreta, facendo uso della sua arte magica, e farvi, per dispetto contro amendue noi, un trattamento più crudele e segnalato che non a tutti quelli, de’ quali ha potuto finora disporre, come già vi narrai. Ho qualche ragione di credere ch’essa vi tratterà bene, come mi ha promesso, per la considerazione tutta speciale che ha per me. L’avete potuto vedere anche voi da quella di tutta la sua corte e dagli onori che mi vennero fatti. Sarebbe ben maladetta dal cielo, se m’ingannasse; ma non m’ingannerebbe impunemente, chè saprei vendicarmene. —

«Coteste assicurazioni, che parevano assai incerte, non fecero molto effetto sull’animo di Beder. — Dopo tutto ciò che mi avete detto della nequizia di questa perfida,» ripigliò egli, «non vi dissimulo quanto io tema d’avvicinarmi a lei. Sprezzerei forse tutto ciò che me ne narraste, e mi lascerei abbagliare dallo splendore della grandezza che la circonda, se non sapessi già per esperienza cosa sia il trovarsi a discrezione d’una maga. Lo stato in cui mi son veduto per l’incantesimo della principessa Giauara, e da cui mi sembra non essere stato liberato se non per ricadere quasi subito in un altro, me la fa riguardare con orrore.» Le lagrime gl’impedirono di proseguire, e fecero conoscere con qual ripugnanza si vedesse nella necessità fatale d’essere dato in balìa alla regina Laba.

«— Figliuolo,» ripigliò il vecchio Abdallah, «vi prego di non affliggervi; confesso che non si può fare gran fondamento sulle premesse, e neppure sui giuramenti d’una regina sì perniciosa. Voglio però sappiate, che tutto il suo potere non si estende sino a me. Essa non lo ignora, ed è per questo, a preferenza d’ogni altra cosa, ch’essa mi usa tanti riguardi. Saprei ben impedirle di cagionarvi il [p. 157 modifica] menomo male, quando fosse tanto perfida da osare d’intraprenderlo. Potete fidarvi di me, e purchè seguiate esattamente i consigli che vi darò prima di consegnarvi a lei, vi garantisco che non avrà su voi maggior possanza che non ne abbia sopra di me. —

«Non mancò la regina maga di passare l’indomani davanti alla bottega del vecchio Abdallah, colla medesima pompa del giorno precedente, ed il vecchio l’aspettava con molto rispetto — Buon padre,» gli diss’ella fermandosi, «dovete giudicare dell’impazienza in cui sono d’aver presso di me vostro nipote, dalla mia esattezza nel venire a rammentarvi di mantenere la promessa che mi faceste. So che siete uomo di parola, e non voglio credere che abbiate cangiato di sentimento. —

«Abdallah, il quale erasi prosternato a terra, appena aveva veduto avvicinarsi la regina, si rialzò tosto che quella ebbe finito di parlare; e siccome non voleva che alcuno intendesse ciò che doveva dirle, si avvicinò rispettosamente fino alla testa del suo cavallo, e parlandole sottovoce: — Potente regina,» le disse, «son persuaso che vostra maestà non prenderà in mala parte la difficoltà che feci fin da ieri di affidarle mio nipote: ella medesima avrà di certo compreso il motivo che n’ebbi. Voglio però cederglielo oggi, ma la prego di degnarsi di mettere in obblio tutti i segreti di quella scienza maravigliosa ch’ella in sovrano grado possiede. Considero mio nipote come mio proprio figliuolo, e vostra maestà mi metterebbe alla disperazione, se ella agisse con lui in altro modo di quello ch’ebbe la bontà di promettermi.

«— Ve lo prometto di nuovo,» ripigliò la regina, «e vi ripeto, col medesimo giuramento di ieri, che avrete amendue ogni motivo di lodarvi di me. Ben veggo di non esservi ancora abbastanza nota,» [p. 158 modifica] soggiunse; «non mi avete finora veduta se non col volto coperto; ma trovando vostro nipote degno della mia amicizia, voglio farvi vedere che non sono indegna della sua.» Sì dicendo, lasciò scorgere a Beder, ch’erasi avvicinato con Abdallah, una bellezza impareggiabile: ma il giovane ne fu pochissimo scosso. — In fatti, non basta esser bella,» disse fra sè; «bisogna che le azioni siano tanto regolari, quant’è compita la beltà.»


NOTTE CCLXII


— Mentre Beder faceva tali riflessioni cogli occhi fitti sulla regina Laba, il vecchio Abdallah si volse al giovane, e presolo per mano, lo presentò a lei. — Eccolo, o madama,» le disse; «supplico ancora una volta vostra maestà a ricordarsi ch’egli è mio nipote, e permettere che venga qualche volta a trovarmi.» La regina glielo promise, e per manifestargli la sua gratitudine, gli fece dare un sacchetto di mille pezze d’oro che aveva recate. Ricusò egli alla prima di riceverlo: ma la donna volle assolutamente che lo accettasse, e non gli fu possibile dispensarsene. Aveva ella fatto condurre un cavallo pel re di Persia, riccamente bardato come il proprio, che gli venne presentato, e mentre metteva il piede nelle staffe: — Dimenticava,» disse la regina ad Abdallah, «di domandarvi il nome di vostro nipote.» Rispostole che chiamavasi Beder (Luna Piena): — Hanno sbagliato,» ripigliò ella; «doveano piuttosto chiamarlo Schems (5). —

[p. 159 modifica]«Montato che fu il giovane a cavallo, volle collocarsi dietro alla regina: ma essa lo fece avanzare alla sua sinistra, e volle le camminasse allato. Guardò poi Abdallah, e fatto un inchino, riprese la sua strada.

«In vece di notare sul volto del popolo una certa soddisfazione accompagnata da rispetto alla vista della sua sovrana, Beder si avvide per lo contrario che veniva guardata con disprezzo, e che anzi molti scagliavanle contro mille imprecazioni. — La maga,» dicevano taluni, «ha trovato nuovo argomento di esercitare la sua nequizia. Il cielo non libererà mai il mondo dalla sua tirannide? — Povero straniero,» sclamavano altri, «quanto sbagli, se credi che la tua felicità abbia a durare lungamente: è per rendere più terribile la tua caduta, ch’essa ti solleva tanto in alto!» Simili discorsi gli fecero conoscere che il vecchio Abdallah avevagli dipinto la regina Laba qual era in fatto; ma siccome non dipendeva più da lui di sfuggire il pericolo in cui si trovava, abbandonossi alla Provvidenza, ed a ciò che piacesse al cielo di decidere della sua sorte.

«Giunse la regina maga al palazzo, e quando fu smontata da cavallo, si fece dar la mano da Beder, ed entrò con lui, accompagnata dalle donne e dagli officiali degli eunuchi. Gli fece visitare in persona tutti gli appartamenti, dove non vedevasi che oro massiccio, gioie e mobili di stupenda magnificenza. Condottolo poi nel proprio gabinetto, si avanzò con lui ad un balcone, d’onde gli fece pur osservare un giardino d’incantevole bellezza. Beder lodava tutto ciò che vedeva con molto spirito, in modo però che ella non potesse dubitare ch’ei fosse tutt’altro del nipote del vecchio Abdallah. Parlarono poi di cose indifferenti, finchè si venne ad avvertire la regina che la tavola era preparata.

[p. 160 modifica]«Alzaronsi la regina e Beder, ed andarono a mettersi a mensa. Era questa d’oro massiccio, ed i piatti della medesima materia. Mangiarono, ma non bevvero quasi fino alle frutta; allora la regina, facendosi empire l’aurea coppa di prelibato vino, dopo aver bevuto alla salute del re Beder, la fece colmare di nuovo senza lasciarla, e gliela presentò. La ricevette il principe con molto rispetto, e con un profondo inchino le dinotò che reciprocamente beveva alla di lei salute.

«In pari tempo, entrarono dieci donne cogli strumenti, coi quali fecero un grato concerto unitamente alle voci loro, mentr’essi continuarono a bere fino a notte inoltrata. A forza di bere, riscaldaronsi infine tanto l’una e l’altro, che insensibilmente Beder dimenticò che la regina fosse maga, e più non la riguardò se non come la più bella donna che esistesse al mondo. Appena la regina ebbesi accorta di averlo condotto al punto cui desiderava, accennò agli eunuchi ed alle donne di ritirarsi; obbedirono quelli, e Beder ed essa coricaronsi insieme.

«Alla domane, la regina ed il principe andarono al bagno appena furano alzati, ed uscendone, le donne che avevano servito il re, gli presentarono biancheria nitida ed un abito de’ più magnifici. La regina, che aveva anch’ella indossato un altro abito più sfarzoso di quello del giorno prima, venne a prenderlo, ed andati insieme al suo appartamento, fu loro imbandito un sontuoso pasto, dopo il quale passarono piacevolmente la giornata passeggiando in giardino, ed in varie sorta di divertimenti.

«La regina Laba trattò in questa guisa il re Beder per quaranta giorni consecutivi, com’era solita di fare con tutti i suoi amanti. La notte del quarantesimo, mentre stavano a letto, credendo la maga che Beder dormisse, si alzò senza far rumore; ma il giovane, che [p. 161 modifica] vegliava, ed il quale si avvide aver essa qualche disegno, finse di dormire, e stette attento alle sue azioni. Alzata che si fu, aprì una cassettina, d’onde cavò una scatoletta piena di certa polvere gialla, della quale presane alquanto, ne fece una striscia attraverso la stanza. Tosto quella striscia si cangiò in ruscello d’acqua limpidissima, con immenso stupore del re Beder, che ne tremò di spavento, e si sforzò vie maggiormente a fingere di dormire, per non far conoscere alla maga d’essere desto.»

Scheherazade essendosi fermata a queste parole, — Aimè! sorella,» sciamò Dinarzade, «quanto è infelice codesto principe! appena trovasi liberato da un sortilegio, eccolo subito esposto a subire una seconda metamorfosi! Vorrei ben sapere se ebbe la sorte di sottrarvisi. — Lo saprai,» rispose Scheherazade, «se il sultano, mio signore, lo permette.» Schahriar vi acconsentì, e la notte seguente ella ripigliò in questi sensi:


NOTTE CCLXIII


— Sire, la regina Laba attinse acqua di quel ruscello con un vaso, ne versò in un piatto dove stava un po’ di farina, e fece una pasta che manipolò per molto tempo; vi mise finalmente certe droghe che prese da varie scatole, e ne formò una focaccia, cui pose in una tortiera coperta. Siccome prima di tutto aveva acceso un gran fuoco, ne prese un po’ di brace, vi pose sopra la tortiera, e mentre la focaccia cuoceva, rimise al loro posto i vasi e le scatole ond’erasi servita; ed a certe parole ch’essa [p. 162 modifica] pronunciò, il ruscello, che scorreva in mezzo alla camera, scomparve. Quando la focaccia fu cotta, la levò dalla brace e la portò in un gabinetto; venne quindi a ricoricarsi accanto al giovane, il quale seppe sì ben dissimulare, ch’ella non ebbe il minimo sospetto aver egli nulla veduto di quanto aveva fatto.

«Beder, cui i piaceri ed i divertimenti avevano fatto dimenticare il buon vecchio Abdallah, suo ospite, dal momento che n’era partito, si ricordò allora di lui, e credè, dopo quanto aveva veduto fare alla notte dalla regina Laba, di aver bisogno del di lui consiglio. Alzatosi, manifestò alla regina il suo desiderio d’andarlo a visitare, e la supplicò di volerglielo permettere. — Come, mio caro Beder,» ripigliò la regina, «già v’annoiate, non dico di rimanere in un palazzo sì superbo, e dove trovar dovete tanti piaceri, ma della compagnia d’una regina che vi ama con tal ardore, e ve ne dà tanti contrassegni?

«— Grande regina,» rispose Beder, «come potrei annoiarmi di tante grazie e tanti favori de’ quali vostra maestà si degna colmarmi? Ben lungi da ciò, signora, domando questo permesso piuttosto per render conto a mio zio delle obbligazioni infinite che debbo a vostra maestà, che per fargli conoscere di non averlo dimenticato. Non disconvengo però che non sia in parte per questa ragione: poichè sapendo io che mi ama teneramente, ed essendo già quaranta giorni che non mi vede, non voglio dargli motivo di pensare ch’io non corrisponda ai suoi sentimenti per me, restando più a lungo senza visitarlo. — Andate,» rispose la regina, «v’acconsento, ma non istarete molto a tornare, se vi ricorderete che non posso vivere senza di voi.» Fattogli dare un cavallo riccamente bardato, Beder partì.

«Il vecchio Abdallah fu lieto di rivedere il [p. 163 modifica] giovane, talchè, senza aver riguardo alla sua qualità, lo abbracciò con tenerezza, ed il principe gli corrispose nella medesima guisa, affinchè niuno dubitasse ch’ei non gli fosse nipote. Sedutisi quindi l’uno accanto all’altro: — Ebbene,» domandò Abdallah al re, «come vi trovaste, e come vi trovate ancora con quella infedele, con quella maga?

«— Finora,» rispose Beder, «posso dire ch’essa ebbe per me ogni sorta di riguardi immaginabili, e tutta la considerazione e la premura possibile per meglio persuadermi d’amarmi immensamente. Ma stanotte ho notato una cosa che mi diede giusto motivo di sospettare non essere tutto ciò ch’ella ha fatto se non pure dissimulazione. Mentre credeva ch’io dormissi profondamente, sebbene fossi desto, mi avvidi che si allontanava da me con molta precauzione, e si alzò: questa precauzione, invece di farmi riaddormentare, mi spronò ad osservarla, fingendo però sempre di dormire.» E continuando il discorso, gli raccontò come e con quali circostanze le avesse veduto fare la focaccia, e terminando: «Fin a quel punto,» soggiunse, «confesso di avervi quasi dimenticato, con tutti gli avvertimenti onde mi foste cortese intorno alle sue malizie; ma quest’azione mi fa temere ch’ella non mantenga nè la parola che v’ha dato, nè i suoi solenni giuramenti. Ho pensato subito a voi, e mi stimo felice perchè ella m’abbia permesso di venire a trovarvi con maggior facilità che non mi fossi aspettato.

«— Nè v’ingannaste,» rispose il vecchio Abdallah, con un sorriso manifestante come non avesse neppur egli creduto, ch’ella dovesse operare diversamente; «nulla è capace d’obbligare la perfida a correggersi. Ma non temete, so il mezzo di fare in guisa che il male che vuol recarvi ricada su lei. Siete entrato molto a proposito in sospetto, e non [p. 164 modifica] potevate far meglio di ricorrere a me. Siccome colei non serba i suoi amanti più di quaranta giorni, ed invece di rimandarli onestamente, ne fa altrettanti animali, de’ quali popola le sue foreste, i parchi e le campagne, presi fin da ieri le opportune misure per impedire che non vi usi il medesimo trattamento. È troppo tempo che la terra sopporta quel mostro: bisogna che sia trattata anch’essa come merita.»


NOTTE CCLXIV


— Terminando queste parole, Abdallah mise in mano a Beder due focacce, e gli disse di conservarle per farne l’uso che stava per udire. — Mi avete detto,» continuò egli, «che la maga ha fatto questa notte una focaccia: è per farvene mangiare, non ne dubito, ma guardatevi bene dall’assaggiarne. Non lasciate però di prenderne quando essa ve ne presenterà; ma invece di metterla in bocca, fate in modo di mangiare invece una delle due che v’ho dato, senza ch’essa se ne avvegga. Subito ch’ella avrà creduto che abbiate mangiato della sua torta, non mancherà d’intraprendere di trasformarvi in qualche animale: non vi riuscirà, ed allora volgerà la cosa in celia, come l’avesse fatto se non per ridere, e mettervi un po’ di paura, mentre in fatti ne avrà un dispetto mortale nell’anima, e s’immaginerà di aver tralasciata qualche cosa nella composizione del suo pasticcio infernale. Quanto all’altra mia focaccia, ne farete a lei presente, e la solleciterete a gustarne. Ne mangerà, non foss’altro, per farvi vedere che non diffida di voi, dopo il motivo datovi di diffidare di lei. [p. 165 modifica] Quando ne avrà mangiato, prendete un po’ d’acqua nel cavo della mano, e gettandogliela in viso, ditele:

«— Lascia questa forma, e prendi quella del tale o tal altro animale che più vi piacerà.

«Venite allora da me coll’animale, ed io vi dirò cosa dovrete farne. —

«Beder dimostrò al vecchio Abdallah, ne’ termini più espressivi, quanto gli fosse grato per l’interesse ch’ei prendeva onde impedire che una maga sì perniciosa non avesse il potere di esercitare la sua malignità contro di lui; ed intertenutosi poi alcun tempo ancora con lui, se ne accomiatò finalmente, e tornò al palazzo. Arrivando, sentì che la maga lo aspettava con grandissima impazienza in giardino; andò a cercarla, e non appena la regina Laba l’ebbe veduto, gli corse incontro colla massima premura. — Caro Beder,» gli disse, «si ha ben ragione di dire non esservi cosa che faccia meglio conoscere la forza e l’eccesso dell’amore quanto la lontananza dell’oggetto che si ama. Non ho trovato riposo dacchè v’ho perduto di vista, e mi sembrano anni che non v’abbia veduto. Per poco che aveste tardato, mi preparava a venirvi a cercare io medesima in persona.

«— Signora,» rispose il giovane, «posso accertare vostra maestà di non aver avuto minore impazienza a tornare presso di lei; ma non mi fu possibile ricusare alcuni momenti di colloquio ad uno zio che mi ama, ed il quale non mi aveva da tanto tempo veduto. Voleva egli trattenermi, ma mi strappai alla sua tenerezza per venire ove l’amore mi chiamava; e della colazione che avevami preparata, mi contentai d’una focaccia che v’ho recata.» Beder, che aveva avvolta una delle focacce in un bel fazzoletto, la tirò fuori, e presentandogliela, soggiunse: — Eccola, o signora; vi supplico di aggradirla.

«— L’accetto di buon cuore,» riprese la regina [p. 166 modifica] prendendola, «e ne gusterò con piacere per amor vostro e di vostro zio, mio buon amico; ma prima voglio che, per amor mio, voi ne mangiate di questa da me fatta nel tempo di vostra assenza. — Bella regina,» le disse il giovane, ricevendola con rispetto, «mani come quelle di vostra maestà nulla possono fare se non di squisito, ed ella mi usa un favore del quale non saprei abbastanza attestarle la mia riconoscenza. —

«Beder sostituì destramente alla focaccia della regina l’altra che il vecchio Abdallah avevagli data, e ne ruppe un pezzo cui si pose in bocca. — Ah, regina!» sclamò mangiandolo; «non ho gustato mai nulla di più squisito!» Siccome stavano presso ad una fontana, la maga, vedendo ch’egli aveva inghiottito il boccone, e stava per mangiarne un altro, prese dal bacino un po’ d’acqua nel cavo della mano, e gettatagliela in volto:

«— Sciagurato,» gli disse, «lascia questa figura d’uomo, e prendi quella d’un brutto cavallo guercio e zoppo.»

A questo passo del suo racconto, tanto interessante per la sorte del principe Beder, la sultana fu costretta ad interrompersi; ma ripigliollo l’indomani con grande soddisfazione della sorella e del sultano dell’Indie.


NOTTE CCLXV


— Sire, nessun effetto fecero quelle parole, e la maga rimase estremamente sorpresa vedendo il principe nel medesimo stato, e dare soltanto segni di grande spavento. Le ne salì il rossore alla fronte, [p. 167 modifica] e siccome vide d’aver fallito il colpo, gli disse: — Non è nulla, caro Beder, rimettetevi; non ho voluto farvi alcun male: lo feci sol per vedere cosa ne direste. Potete accertarvi che sarei la più miserabile ed infame di tutte le donne se commettessi un’azione così nera, non dico soltanto dopo i giuramenti da me fatti, ma ben anche dopo i segni d’amore che vi diedi.

«— Potente regina,» rispose Beder, «per quanto io sia persuaso che vostra maestà non l’abbia fatto se non per divertirsi, non ho tuttavia potuto trattenermi dalla sorpresa. Com’è mai possibile non provare almeno qualche emozione a parole capaci di operare un cangiamento sì strano? Ma lasciamo, o signora, questi discorsi, e poichè io ho mangiato della vostra, fatemi la grazia di gustare della mia focaccia. —

«La regina Laba, non potendo meglio giustificarsi che dando al re di Persia tale prova di fiducia, ruppe un pezzo della focaccia, e lo mangiò; ma appena l’ebbe inghiottito, apparve tutta turbata, e rimase come immobile; allora Beder, attinta acqua senza perder tempo dalla medesima vasca, e gettatagliela in faccia:

«— Abbominevole maga,» gridò, «esci da questa figura, e cambiati in cavalla. —

«Nello stesso momento Laba si trovò trasformata in una bellissima cavalla, e la sua afflizione fu tale al vedersi in quello stato, che sparse copiosissime lagrime. Abbassò la testa fino ai piè del principe come per eccitarlo a pietà; ma quand’anche avesso voluto lasciarsi commovere, non istava più in suo potere di riparare al male che aveva fatto. Condusse la cavalla alle scuderie del palazzo, dove la consegnò nelle mani d’un palafreniere per imbrigliarla; ma di quanti freni il servo volle provarle, neppur uno si trovò adatto. Beder fece pertanto sellare due [p. 168 modifica] destrieri, l’uno per sè e l’altro pel palafreniere, e si recò, seguito da questo, fino alla casa del vecchio Abdallah, colla cavalla in mezzo.

«Abdallah, veduto da lungi il re Beder e la cavalla, non dubitò che quegli non avesse fatto quanto avevagli prescritto. — Maladetta maga,» disse tosto fra sè, pieno di gioia, «il cielo ti ha finalmente punita come meritavi.» Beder mise piede a terra arrivando, ed entrato nella bottega di Abdallah, lo abbracciò, ringraziandolo di tutti i servigi a lui resi, e raccontatogli in qual maniera fosse accaduta la faccenda, gli espose come non si avesse trovata briglia adatta alla bestia. Abdallah, che ne teneva una a tal uopo, la pose egli medesimo alla cavalla; e quando il giovane ebbe rimandato il palafreniere coi due destrieri: — Sire,» gli disse il vecchio, «or non è necessario fermarvi più oltre in questa città; montate sulla cavalla, e tornate al vostro regno. La sola cosa che vi raccomando è che nel caso doveste disfarvi dell’animale, vi guardiate bene dal consegnarlo colla briglia.» Beder gli promise di ricordarsene, e voltigli gli ultimi addii, partì.

«Appena il giovane re di Persia fu fuori della città, non capiva in sè medesimo della gioia d’essersi liberato da sì grave pericolo, ed avere a propria disposizione la maga origine di tutti i di lui timori. Tre giorni dopo la sua partenza giunse ad una grande città, e mentre entrava nel sobborgo, fu incontrato da un vecchio di qualche considerazione, che andava a piedi ad una sua casa di delizie. — Signore,» gli disse il vecchio fermandosi, «potrei domandarvi da qual parte venite?» Beder si fermò subito per appagarlo, e mentre il vecchio faceagli varie interrogazioni, sopraggiunse una vecchia la quale, fermatasi anch’essa, e guardando la cavalla, si mise a piangere dirottamente.

[p. 169 modifica]«Il principe ed il vecchio interruppero il loro colloquio per guardare la vecchia, e Beder le domandò per qual motivo piangesse. — Signore,» rispose la vecchia, «la vostra cavalla somiglia tanto ad una che aveva mio figlio, e cui piango ancora per amor suo, che la crederei quella medesima, se non fosse morta. Vendetemela, ve ne supplico, ve la pagherò ciò ch’essa vale, ed inoltre ve ne sarò infinitamente grata.

«— Buona donna,» riprese il re di Persia, «mi dispiace di non potervi accordare quello che mi chiedete; la mia cavalla non è da vendere. — Ah! signore,» insistè la vecchia, «non me la negate, ve ne scongiuro in nome di Dio! Morremo di dispiacere, mio figliuolo ed io, se non ci concedete questa grazia. — Buona madre,» replicò Beder, «ve la cederei volentieri, se fossi determinato a disfarmi di una sì buona bestia; ma quando così pur fosse, non credo che me ne vorreste dare mille pezze d’oro; poichè in tal caso non la stimerei meno. — E perchè non potrei darvele?» ripigliò la vecchia. «Acconsentite a venderla, e son subito a contarvele. —

«Beder, il quale vedeva la vecchia assai poveramente vestita, non potè credere ch’ella fosse in istato di possedere una così grossa somma; laonde, per provare se terrebbe il mercato: — Datemi il denaro,» le disse, «e la cavalla è vostra.» La vecchia staccò subito una borsa che le pendeva dalla cintura, e presentatogliela: — Pigliatevi l’incomodo di smontare,» gli disse, «per vedere se c’è tutto il danaro; nel caso che non vi fosse, avrò in breve trovato il resto; la mia casa non è lontana. —

«La maraviglia del giovine principe, quando vide la borsa, fu estrema. — Buona donna,» ripigliò egli, «non vedete che quanto vi dissi, non fu che per celia? Vi ripeto che la mia bestia non è da vendere. — [p. 170 modifica]«Il vecchio, stato testimonio di tutto quel colloquio, prese allora a parlare. — Figliuolo,» diss’egli a Beder, «bisogna sappiate una cosa, cui ben veggo che ignorate, ed è che in questa città non è lecito mentire in verun modo sotto pena di morte. Laonde non potete dispensarvi dal prendere il denaro di questa buona donna, e consegnarle la vostra cavalla, poichè ve ne dà la somma che le domandaste. Vi gioverà meglio fare la cosa senza strepito, anzichè esporvi alle disgrazie che potrebbero derivarne.»


NOTTE CCLXVI


Scheherazade, continuando il racconto:

— Sire, il principe Beder, afflittissimo d’essersi impegnato in quel cattivo negozio con tanta sconsideratezza, smontò con grande cordoglio. Fu pronta la vecchia ad afferrare la briglia e sbarazzarne la cavalla, ed ancor più a prendere un po’ d’acqua in mano da un ruscello, che scorreva in mezzo alla strada, e gettarla sulla cavalla pronunciando queste parole:

«— Figliuola mia, lasciate questa forma estranea e ripigliate la vostra. —

«Il mutamento si fece in un attimo; e Beder, vedendosi comparire davanti la regina Laba, svenne, e sarebbe caduto, se il vecchio non lo avesse sorretto.

«La vecchia, ch’era madre della regina Laba, e l’aveva istruita in tutti i segreti della magia, non ebbe appena abbracciata la figliuola per dimostrarle la propria allegrezza, che tosto, con un fischio, fece comparire un brutto genio di gigantesca forma, il quale, preso subito Beder sur una spalla, abbrancò e [p. 171 modifica] caricossi sull’altra la vecchia e la maga, e li trasportò in breve al palazzo della regina Laba, nella città degl’Incantesimi.

«La regina maga, furibonda, fece grandi rimproveri a Beder, appena fu di ritorno nel suo palazzo. — Ingrato,» gli disse, «così dunque tu e l’indegno tuo zio mi dimostrate la vostra riconoscenza, dopo tutto ciò che ho fatto per voi? Vi farò provare ad amendue il peso della giusta mia collera.» Non disse altro; ma presa un po’ d’acqua, e buttatagliela in viso:

«— Esci di questa figura,» disse, «e prendi quella d’un brutto gufo. —

«Tali parole furono seguite dall’effetto, e tosto essa comandò ad una delle sue donne di rinchiudere il gufo in una gabbia, e non dargli da mangiare nè da bere.

«La donna portò via la gabbia, e senza riguardo all’ordine della regina Laba, vi mise cibo ed acqua; intanto, essendo amica del vecchio Abdallah, lo mandò ad avvisare segretamente in qual guisa la regina avesse trattato suo nipote, e del di lei disegno di farli perire ambedue, affinchè egli si adoperasse ad impedirnela, e pensasse alla propria conservazione.

«Vide Abdallah che la regina Laba non meritava riguardo alcuno; non fece che fischiare in una certa maniera, e tosto comparve a lui davanti un gran genio con quattro ali, il quale gli chiese per qual motivo lo chiamasse.

«— Lampo,» diss’egli (chè così chiamavasi quel genio), «si tratta di conservare la vita al re Beder, figlio della regina Gulnara. Va al palazzo della maga, e trasporta ratto alla capitale della Persia la donna pietosa, alla quale essa ha data in custodia la gabbia, affinchè informi la regina Gulnara del pericolo in cui si trova suo figliuolo e del bisogno ch’egli ha [p. 172 modifica] del di lei aiuto; bada di non ispaventarla nel presentartele davanti, e dille bene da parte mia ciò ch’ella deve fare. —

«Lampo disparve, e passò in un attimo al palazzo della maga, dove, istruita la donna, la sollevò in aria e la trasportò alla capitale della Persia, deponendola sulla terrazza, che corrispondeva all’appartamento della regina. La donna discese per la scala che vi conduceva, e trovò Gulnara e la regina Farasse, sua madre, che discorrevano insieme intorno al tristo soggetto della comune afflizione. Fece ad esse una profonda riverenza, e dal racconto che loro espose, conobbero quelle il bisogno in cui il re Beder trovavasi d’essere prontamente soccorso.

«A tal nuova, la regina Gulnara, trasportata dalla gioia, la manifestò levandosi dal suo posto ed abbracciando la donna cortese per attestarle la propria gratitudine pel servigio che le aveva reso. Uscì poi subito, e comandò che si suonassero le trombe, i timballi ed i tamburi del palazzo per annunziare a tutta la città che il re di Persia fra poco sarebbe giunto. Tornò quindi, e trovato il fratello Saleh, cui la regina Farasse, per mezzo d’una certa fumigazione, aveva fatto venire: — Fratello,» gli disse, «il re vostro nipote, mio caro figliuolo, trovasi nella città degl’Incantesimi sotto la possanza della regina Laba. Tocca a voi, tocca a me d’andarlo a liberare; non c’è tempo da perdere.» [p. 173 modifica]

NOTTE CCLXVII


— Sire, re Saleh adunò una potente armata delle truppe de’ suoi stati marini, che s’innalzò presto dal mare, e chiamò anche in aiuto i genii suoi alleati, i quali comparvero con un altro più numeroso esercito. Quando i due eserciti furono congiunti, egli si mise alla loro testa colla regina Farasse, la regina Gulnara e le principesse, che vollero pure prender parte all’azione. Alzaronsi nell’aere, e piombarono in breve sul palazzo e sulla città degl’Incantesimi, dove la regina maga, sua madre e tutti gli adoratori del Fuoco rimasero in un batter di ciglio distrutti.

«Gulnara erasi fatta seguire dalla donna della regina Laba, venuta ad annunciarle la notizia dell’incanto e della prigionia del re suo figliuolo; e le avea raccomandato di non darsi verun altro pensiero nella mischia, fuor di quello d’andare a prendere la gabbia e portargliela. Fu cotest’ordine eseguito com’ella desiderava; ne trasse fuori il gufo, e gettandogli addosso un po’ d’acqua, ch’erasi fatta recare:

«— Mio caro figlio,» disse, «lasciate questa forma straniera, e ripigliate quella d’uomo che è la vostra. —

«Sul momento Gulnara non vide più il brutto gufo, ma bensì il re Beder suo figliuolo, cui subito abbracciò con trasporti d’allegrezza, e ciò che in quell’eccesso di gioia non fu in grado di dire colle parole, le lagrime supplirono in modo che l’esprimeva con una forza infinita. Non poteva risolversi [p. 174 modifica] a lasciarlo, e fu d’uopo che la regina Farasse glielo strappasse a sua volta, e dopo di lei l’abbracciarono egualmente lo zio e le principesse sue parenti.

«Prima cura della regina Gulnara fu di far cercare il vecchio Abdallah, cui andava debitrice della salvezza del re di Persia, e quando comparve alla di lei presenza: — L’obbligazione che vi debbo,» gli disse, «è tanto grande, da non esservi cosa ch’io non sia pronta a fare per dimostrarvi la mia riconoscenza; fatemi voi medesimo conoscere in che lo possa, e ne rimarrete soddisfatto. — Grande regina,» rispos’egli, «se la dama che vi spedii vuol acconsentire alla fede di matrimonio che le offro, e se il re di Persia volesse tollerarmi alla sua corte, io consacrerò di buon cuore al suo servizio il resto de’ miei giorni.» Si volse subito Gulnara alla dama, che trovavasi presente, e siccome questa le fece conoscere con un pudico rossore di non aver ripugnanza per quel nodo, ella prese le loro mani, ed unitele, si diè quindi pensiero, insieme al figliuolo della loro fortuna.

«Tale matrimonio porse motivo al re di Persia di volgere la parola alla madre. — Signora,» le disse sorridendo, «sono contentissimo del matrimonio che avete testè conchiuso; ve ne resta però uno al quale dovreste pensare.» Non capì alla prima la regina Gulnara di qual matrimonio intendesse favellare; vi pensò un momento, e compresolo: — È del vostro dunque che volete parlare,» ripigliò essa; «vi acconsento assai volentieri.» Guardò poi i sudditi marini del re suo fratello ed i geni che trovavansi presenti, e: — Partite,» disse loro, «percorrete tutti i palazzi dell’oceano e della terra, e venite a darci notizia della principessa più bella e degna del re mio figliuolo che potrete trovare.

«— Signora,» ripigliò Beder, «è inutile affannarvi tanto. Non ignorate senza dubbio che ho dato [p. 175 modifica] il mio cuore alla principessa di Samandal sulla semplice descrizione della sua bellezza: la vidi, e non mi pentii del dono che le feci. In fatti, non può esistere sulla terra, nè sotto l’onde una donna che le possa stare in confronto. Vero è che dietro la mia dichiarazione, mi ha trattato in guisa da poter estinguere la fiamma d’ogni altro amante meno di me acceso dell’amor suo; ma essa è scusabile, e non poteva trattarmi meno rigorosamente, dopo la prigionia del suo genitore, di cui io non cessava d’essere la cagione, benchè innocente. Forse il re di Samandal avrà cangiato di parere, ed essa non avrà più ripugnanza ad amarmi e darmi la sua mano, quand’egli vi abbia acconsentito.»


NOTTE CCLXVIII


— «Figlio mio,» replicò la regina Gulnara, «se non esiste al mondo che la principessa Giauara capace di rendervi felice, non è mia intenzione oppormi alla vostra unione, se è possibile che avvenga. Mio fratello faccia venire il re di Samandal, e così sapremo in breve, s’egli è sempre poco trattabile com’è stato. —

«Per quanto strettamente custodito fosse stato il re di Samandal dal momento della sua cattività fin allora, per ordine di Saleh, lo avevano però sempre trattato con molti riguardi, ed erasi addomesticato cogli ufficiali che lo custodivano. Il re Saleh si fe’ recare un bracere col fuoco, e gettatavi certa composizione, pronunciò alcune misteriose parole, ed appena il fumo cominciò a sollevarsene, il palazzo tremò, e videsi comparire il re di Samandal cogli officiali di [p. 176 modifica] Saleh che l’accompagnavano. Il re di Persia si gettò subito a’ suoi piedi, e rimanendo col ginocchio a terra: — Sire,» gli disse, «non è più il re Saleh che chiede a vostra maestà l’onore della sua parentela pel re di Persia; è questi in persona che la supplica di concedergli tale grazia. Non posso persuadermi ch’ella voglia essere la cagione della morte d’un re, che non può più vivere, se non isposa l’amabile principessa Giauara. —

«Il re di Samandal non soffrì più a lungo che il monarca persiano stesse a’ suoi piedi; ma abbracciatolo, ed obbligandolo ad alzarsi: — Sire,» gli disse, «mi dorrebbe assai d’aver contribuito in qualche cosa alla morte d’un monarca sì degno di esistere. Se è vero che una vita tanto preziosa non possa conservarsi senza il possedimento di mia figliuola, vivete, o sire, ella è vostra. È stata sempre sommessa alla mia volontà, e non credo vorrà ora opporsi.» Ciò detto, incaricò un suo officiale, cui il re Saleh avevagli permesso di tenere presso di sè, d’andar a prendere la principessa Giauara, e condurla sull’istante.

«Questa giovane era sempre rimasta dove l’avea incontrata il re di Persia. La trovò ivi l’officiale, e lo si vide in breve tornare con lei e colle sue donne. Il re di Samandal abbracciò la principessa, e: — Figlia,» le disse, «vi ho dato uno sposo: è il re di Persia che qui vedete, monarca il più compito che esista oggidì in tutto l’universo. La preferenza ch’egli v’ha dato sopra tutte le altre principesse, ci obbliga amendue a dimostrargliene la nostra gratitudine.

«— Sire,» rispose la principessa, «vostra maestà sa bene ch’io non ho mai mancato alla deferenza che doveva a tutto ciò ch’ella ha richiesto dalla mia obbedienza. Sono ancor pronta ad obbedire, e spero che il re di Persia vorrà dimenticare il [p. 177 modifica]maltrattamento che gli ho fatto: lo credo equo abbastanza per non imputarlo se non alla necessità del mio dovere. —

«Le nozze furono celebrate nel palazzo della città degl’Incantesimi, con una solennità tanto maggiore, in quanto che tutti gli amanti della regina maga, i quali avevano ripreso la primitiva forma, al momento in cui ebb’ella cessato di vivere, ed erano venuti a farne i più vivi ringraziamenti a Gulnara, al re di Persia ed a Saleh, vi assistettero; erano tutti figli di re, o principi, o di qualità distintissima.

«Finalmente lo zio di Beder condusse il re di Samandal al di lui regno, e lo ristabilì nel possesso de’ suoi stati. Il re persiano, al colmo dei propri voti, partì e tornò alla capitale della Persia, colla regina Gulnara, Farasse e le principesse; quest’ultime vi rimasero finchè il re Saleh venne a riprenderle e ricondurle nel suo regno sotto le onde del mare.»

Scheherazade finì di tal guisa la storia del re di Persia. Il sultano delle Indie avevala ascoltata con molto diletto, talchè accordò senza difficoltà alla sultana sua sposa il permesso di cominciarne un’altra. Ma già spuntava l’alba, e Schahriar fu costretto di aspettar la notte seguente per udire la nuova storia che la consorte promise di narrargli.


Note

  1. Gulnara significa, in persiano, rosa o fiore del melagrano.
  2. Saleh: questa voce araba significa buono.
  3. In arabo, Luna piena.
  4. Giauara, in arabo, significa pietra preziosa.
  5. Sole.