Apri il menu principale

Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/116


98


Mi sento invecchiare ogni giorno più, e fin da oggi ne avrei bisogno d’uno, per aiutarmi a sostenere il maggior peso della corona. Torno al grande desiderio che ho di udirvi parlare: qualche cosa mi dice nell’animo che non siete muta. Or via, di grazia, signora, ve ne scongiuro, rompete quella lunga ostinazione, ditemi una sola parola, e dopo più non mi calerà di morire! —

«A tale discorso, la bella schiava, la quale, secondo il solito, aveva ascoltato il re sempre cogli occhi bassi, avendogli così non solo dato luogo a crederla muta, ma eziandio che non avesse mai riso in sua vita, si pose a sorridere. Il re di Persia se ne avvide con una sorpresa che lo fe’ prorompere in un’esclamazione di gioia; e più non dubitando ch’essa non volesse parlare, aspettò quel momento con un’attenzione ed un’impazienza da non potersi esprimere.»

Il giorno, comparso allora, costrinse Scheherazade a prorogare alla notte seguente la continuazione del racconto.


NOTTE CCLI


— Sire, la schiava ruppe finalmente il lungo silenzio, e così parlò: — Sire, ho tante cose da dire a vostra maestà, cessando dalla mia taciturnità, che non so da qual parte cominciare. Credo nonostante essere mio dovere ringraziarla in primo luogo di tutti i benefizi e di tutti gli onori, de’ quali m’ha ricolma, e domandare al cielo che la faccia prosperare, che distolga le malvage intenzioni de’ suoi nemici, e non permetta ch’ella muoia dopo avermi udita parlare, ma le conceda invece lunga vita. Dopo questo,