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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/191


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NOTTE CCLXVII


— Sire, re Saleh adunò una potente armata delle truppe de’ suoi stati marini, che s’innalzò presto dal mare, e chiamò anche in aiuto i genii suoi alleati, i quali comparvero con un altro più numeroso esercito. Quando i due eserciti furono congiunti, egli si mise alla loro testa colla regina Farasse, la regina Gulnara e le principesse, che vollero pure prender parte all’azione. Alzaronsi nell’aere, e piombarono in breve sul palazzo e sulla città degl’Incantesimi, dove la regina maga, sua madre e tutti gli adoratori del Fuoco rimasero in un batter di ciglio distrutti.

«Gulnara erasi fatta seguire dalla donna della regina Laba, venuta ad annunciarle la notizia dell’incanto e della prigionia del re suo figliuolo; e le avea raccomandato di non darsi verun altro pensiero nella mischia, fuor di quello d’andare a prendere la gabbia e portargliela. Fu cotest’ordine eseguito com’ella desiderava; ne trasse fuori il gufo, e gettandogli addosso un po’ d’acqua, ch’erasi fatta recare:

«— Mio caro figlio,» disse, «lasciate questa forma straniera, e ripigliate quella d’uomo che è la vostra. —

«Sul momento Gulnara non vide più il brutto gufo, ma bensì il re Beder suo figliuolo, cui subito abbracciò con trasporti d’allegrezza, e ciò che in quell’eccesso di gioia non fu in grado di dire colle parole, le lagrime supplirono in modo che l’esprimeva con una forza infinita. Non poteva risolversi