Filocolo (Magheri, 1829)/Libro III

Libro III

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FILOCOPO


di


GIOVANNI BOCCACCIO




LIBRO TERZO


Ritornato Florio a Montoro, lieto per la campata Biancifiore non meno che per l’avuta vittoria, avendo ancora gli occhi alquanto della lunga sete sbramati, prendendo riposo del ricevuto affanno, incominciò a menar lieta vita, contentandosi dell’aiuto degl’iddii, il quale si vedea congiunto. E già gli parea che i fati benivoli gli fossero rivolti, ond’egli sperava tosto i suoi disiri adempiere. Adunque la sua festa era sanza comparazione in Montoro: e i cavalli che lungamente per lo suo amoroso dolore aveano negligente riposo avuto, ora inforcati da lui, e le redini tenute con maestrevole mano, correndo a diversi officii, rimettono le trapassate ore. E egli, vestito di drappi di Siria, tessuti dalle turchie mani, rilucenti dell’indiano oro, dimostra la sua bellezza coronato di frondi. Altre [p. 212 modifica]volte co’ cani e col forte arco nelle oscure selve caccia i paurosi cervi, e nelle aperte pianure i volanti uccelli gli fanno vedere dilettevoli cacce; e spesse fiate le fresche fontane di Montoro sono da lui con diversi diletti ricercate. Niuna allegrezza gli mancava fuori solamente la sua Biancifiore, la quale gli era troppo più lontana che la speranza non gli porgea.

Menando Florio, per la futura speranza che lo ’ngannava, lieta vita, la non pacificata fortuna, invidiosa del fallace bene, non potè sostenere di tenergli alquanto celato il nebuloso viso, ma affrettandosi d’abreviare il lieto tempo, con questi pensieri un giorno subitamente l’assalì. Era entrato lo innamorato giovane nell’ora che il sole cerca l’occaso in un piacevole giardino, d’erbe e di fiori e frutti copioso, per lo quale andando con lento passo assai lontano a’ suoi compagni, vide tra molti pruni un bianchissimo fiore e bello, il quale infra le folte spine sua bellezza serbava. Al quale rimirare Florio ristette, e pareagli che il fiore in niuna maniera potesse più crescere in su, sanza essere dalle circunstanti spine pertugiato e guasto, nè similemente dilatarsi, o divenir maggiore. Ond’egli incominciò a pensare e a ragionare fra se medesimo così tacitamente: Oimè, chi o qual cosa mi potrebbe più apertamente manifestare la vita e lo stato della mia Biancifiore che fa questo bianco fiore? Io veggio ciascuna punta delle circunstanti spine rivolta al fresco fiore, e quasi ognuna è presta a guastare la sua bellezza. Queste punte sono le insidie poste dal mio padre e dalla mia madre alla innocente vita della mia Biancifiore, le quali lei alquanto muovere non lasciano sanza amara puntura. Deh, misera la [p. 213 modifica]vita mia! Or di che mi sono io nel passato tempo, sperando, rallegrato tanto, che le infinite avversità apparecchiate a Biancifiore per me mi sieno di mente uscite? Oimè, perchè dopo la disiderata diliberazione ti lasciai io al mio padre? -. Con queste e con altre parole malinconico molto si ritornò alla sua camera, nella quale tutto solo si rinchiuse. E quivi gittatosi sopra il suo letto, cominciò a piangere con queste voci: O bellissima giovane, sono ancora cessate le malvage insidie poste alla tua vita da’ miei parenti? Morto è lo iniquo siniscalco, a te crudelissimo nimico: certo cessate dovriano essere. Ma io non credo che per la morte di colui la malizia del re sia menomata, e la mia fortuna rea credo che ti faccia spesso noia: ond’io credo che più che mai alla tua vita ne sieno poste. Oimè misero, dove ti lasciai io? Io lasciai la paurosa pecorella intra li rapaci lupi. Deh, dove lasciai io la mia Biancifiore? Tra coloro che sono affamati della sua vita, e disiderano con inestinguibile sete di bere il suo innocente sangue. Certo il comandamento della santa dea ne fu cagione, il quale volesse il sommo Giove che io non avessi osservato. Oimè Biancifiore, in che mala ora fummo nati! Tu per me se’ con continua sollecitudine cercata d’offendere perchè io t’amo, e io sono costretto di stare lontano da te acciò che io ti dimentichi; ma certo questo è impossibile, chè amore non ci legò con legame da potere sciogliere. Niuna cosa, altro che morte, non ci potrà partire, però che nè noi il consentiamo, nè amore vuole: anzi con più forze continuamente mi cresce nello sventurato petto, tanto che d’ogni cosa mi fa dubitare; e è cresciuto a tanta quantità, che quasi dubito [p. 214 modifica]che tu non m’ami, o che tu per altro non mi abandoni. O forse ancora per li conforti della mia madre, e per campare la vita, la quale con le propie braccia campai, lasci di non amarmi? Oimè, che amaro dolore mi sarebbe questo! O graziosa giovane, non dimenticar colui che mai non dimentica te: gl’iddii concedano che com’io ti porto nell’animo, tu porti me -. In simili ragionamenti e pensieri e pianti consumò lo innamorato giovane quel giorno e la maggior parte della notte, nè potea nel suo petto entrar sonno per la continua battaglia de’ pensieri e degli abondanti sospiri, i quali a’ suoi sonni contrastavano. Ma dopo lungo andare, la gravata testa prese temoroso sonno; e infino alla mattina, forse con non minori battaglie nel suo dormire che essendo desto, si riposò. Oimè, quanto è acerba vita quella dello amante, il quale dubitando vive geloso! Infino a tanto che Pocris non dubitò di Cefalo, fu la sua vita sanza noia, ma poi che ella udì al male raportante servidore ricordare Aurora, cui ella non conoscea, fu ella piena d’angosciose sollecitudini, infino che alla non pensata morte pervenne.

Venne il chiaro giorno, levossi Florio; il quale per lo lieve sonno non avea dimenticati gli angosciosi pensieri, e levato, non uscì della trista camera, come era l’altre mattine usato; ma in quella stando, si tornò sopra i pensieri del dì preterito; e in quelli dimorando il duca, che per grande spazio atteso l’avea, entrò nella camera dicendo: Florio, leva su, non vedi tu il cielo che ride? Andiamo a pigliare gli usati diletti -. E quasi ancora di parlare non era ristato, che, rimirandolo nel viso, il vide palido e nell’aspetto [p. 215 modifica]malinconico e pieno di pensieri, e i suoi occhi, tornati per le lagrime rossi, erano d’un purpureo colore intorniati: di che egli si maravigliò molto, e mutata la sua voce in altro suono, così disse: O Florio, e quale subita mutazione è questa? Quali pensieri t’occupano? Quale accidente t’ha potuto sì costringere che tu mostri ne’ sembianti malinconia? -. Florio vergognandosi bassò il viso e non gli rispose; ma crescendogli la pietà di se medesimo, perchè da persona che di lui avea pietà era veduto cominciò a piangere e a bagnar la terra d’amare lagrime. La qual cosa come il duca vide, tutto stupefatto, ricominciò a parlare e a dire: O Florio, perchè queste lagrime? Ove è fuggita l’allegrezza de’ passati giorni? Qual cosa nuova ti conduce a questo? Certo se i fati m’avessero conceduta sì graziosa coronazione, quale fu quella della notabile vittoria che tu avesti, a me da altrui che da te palesata, io non credo che mai niuno accidente mi potesse turbare. Dunque lascia il piangere, il quale è atto feminile e di pusillanimo cuore, e alza il viso verso il cielo, e dimmi qual cagione ti fa dolere. Tu sai che io sono a te congiuntissimo parente, e quando questo non fosse, sì sai tu che io di perfettissima amistà ti sono congiunto: e chi soverrà gli uomini negli affanni e nelle avversità di consiglio e d’aiuto, se i parenti e i cari amici non gli sovengono? E a cui similmente si fiderà nullo, se all’amico non si fida? Di’ sicuramente a me quale sia la cagione della tua doglia, acciò che io prima ti possa porgere debito conforto, e poi operando aiuto. Pensa che infino a tanto che la piaga si nasconde al medico, diviene ella putrida e guasta il corpo, [p. 216 modifica]ma, palesata, le più volte lievemente si sana. E però non celare a me quella cosa la quale questo dolore ti porge, però che io disidero donarviti secondo il mio potere intero conforto, e liberartene -.

Dopo alquanto spazio Florio alzò il lagrimoso viso, e così allo aspettante duca rispose: Il dolce adimandar che voi mi fate e ’l dovere mi costringono a rispondervi e a manifestare quello ch’io credea che manifesto vi fosse. E però ch’io spero che non sanza conforto sarà il mio manifestarmivi, dal principio comincerò a dirvi la cagione de’ passati dolori e de’ presenti, posto che alquanto le lagrime, le quali io non posso ritenere, mi impediscano. Ne’ teneri anni della mia puerizia, sì come voi potete sapere, ebbi io continua usanza con la piacevole Biancifiore, nata nella paternale casa meco in un medesimo giorno, la cui bellezza, i nobili costumi e l’adorno parlare generarono un piacere, il quale sì forte comprese il mio giovinetto cuore, che io niuna cosa vedea che tanto mi piacesse. E di questo piacere era multiplicatore e ritenitore nella mia mente un chiarissimo raggio, il quale, come strale, da arco mosso, corre con aguta punta all’opposito segno, così da’ suoi begli occhi movendo termina nel mio cuore, entrando per gli occhi miei: e questo fu il principale posseditore in luogo di lei. E con ciò sia cosa che questi ogni giorno più la fiamma di tal disio aumentasse, in tanto la crebbe, che convenne che di fuor paresse, e scopersemisi allora lei non meno di me che io d’essa essere innamorata. Nè questo fu lungamente occulto per li nostri sospiri, di ciò dimostratori al nostro maestro, il quale più volte con gravi riprensioni [p. 217 modifica]s’ingegnò ritrarre indietro quello che agl’iddii saria impossibile frastornare, ma fattolo alla notizia del mio padre venire, egli imaginò che, lontanandomi da lei, della mia memoria la caccerebbe: la quale, se per la mia bocca tutto Letè entrasse, non la poria di quella spegnere. Ma non per tanto egli faccendomi lontanare da lei, non fu sanza gran dolore dell’anima mia e di quella di Biancifiore. E in questo luogo mi rilegò in essilio, sotto colore di volere ch’io studiassi. Ma qui dimorando, e trovandomi lontano a quella bellezza in cui tutti i miei disiderii si terminano e termineranno, incominciai a dolermi, nè mi lasciava il doloroso cuore mostrare allegro viso: e di questo vi poteste voi molte fiate avedere. Ora, come la mia doglia fosse manifesta al re m’è ignoto, ma egli, o per questa cagione o per altra iniquità compresa ingiustamente sopra la innocente Biancifiore, cercò d’uccider lei e nella sua morte l’anima mia: e voi foste presente al nascoso tradimento, nè non vi fu occulto lei essere a vilissima morte condannata nè di ciò niente mi palesaste. Ma li pietosi iddii e il presente anello non soffersero che questo fosse, ma questi mostrandomi con turbato colore lo stato di lei, e gl’iddii ne’ miei sonni manifestandolmi, mi fecero pronto alla salute d’essa, e porgendomi le loro forze, con vittoria la vita di colei e mia insiememente scampai, e poi ricevetti debita coronazione di tale battaglia, avendo già rimessa la semplicetta colomba intra gli usati artigli de’ dispietati nibbi: di che io ora ricordandomi, parendomi aver mal fatto, mi doglio. E più doglie mi recano le vere imaginazioni che per lo capo mi vanno, che mi [p. 218 modifica]par vedere un’altra volta avvelenare il prezioso uccello, e condannare la mia Biancifiore a torto, e essere il fuoco maggiore che mai acceso. E quasi mi pare intorno al cuore avere uno amarissimo fiume delle sue lagrime, le quali tutte mi gridano mercè. Io non so che mi fare: io amo, e amore di varie sollecitudini riempie il mio petto, le quali continuamente ogni riposo, ogni diletto e ogni festa mi levano, e leveranno sempre infino a quell’ora che io nelle mie braccia riceverò Biancifiore per mia, in modo che mai della sua vita io non possa dubitare. Io non vi posso con intera favella esprimere più del mio dolore, il quale credo che più vi si manifesti nel mio viso che nel mio parlare non è fatto. Gl’iddii mi concedano tosto quel conforto che io disidero, però che se troppo penasse a venire, così sento la mia vita consumarsi nell’amorosa fiamma come quella di Meleagro nel fatato stizzo si consumò -. E questo detto, perdendo ogni potere, sopra il ricco letto ricadde supino, tornato nel viso quale è la secca terra o la scolorita cenere.

Non potè il duca, che con dolente animo ascoltava quello che non gli era mica occulto, vedendo Florio supino ricadere sopra il suo letto, ritenere le lagrime con fortezza d’animo; ma pietosamente piangendo, si recò lo ’nnamorato giovane, a cui in vista niuno sentimento era rimaso, nelle sue braccia; e rivocati con preziosi liquori gli smarriti spiriti ne’ loro luoghi, così gl’incominciò a dire: Valoroso giovane, assai compassione porto alla tua miserabile vita, tanta che più non posso, e forte mi pare a credere che vero sia che tu da amore così compreso sii come tu narri, con ciò sia cosa che [p. 219 modifica]amore sia sì nobile accidente, che sì vile vita non consentiria menare a chi lui tiene per signore, come tu meni; e io l’ho già provato: e massimamente avendo tu vera cagione di doverti rallegrare come tu hai, se io ho bene le tue parole ascoltate. Tu, secondo il tuo dire, ami più ch’altra cosa Biancifiore e similemente di’ che più che altra cosa ella te ama. Adunque se tu ben riguarderai a quel che io intendo di dirti, niuno uomo maggiore festa fare dee di te, nè essere, secondo la mia oppinione, più allegro, però che quello che più amando si disidera si è d’essere amato; però che, se tutte l’altre cose, che ad amore s’appartengono, sanza questa s’avessono, niuno intero bene nè diletto porgere porieno, però che gli animi sarieno disiguali. Dunque questo più che gli altri amorosi beni è da tener caro. A questo acquistare suole essere agli amanti molto affanno e noia, il quale se procacciando l’acquistano, tutta la loro fatica pare loro essere terminata, o la maggior parte: e di questo è l’antica età tutta piena d’essempli. Già hai tu inteso quello che Mimaleone sostenne da Ileo per acquistare la benivolenza d’Atalanta: quante volte portò egli sopra i suoi omeri le pesanti reti, e l’altre necessarie cose alle cacce, per acquistare quella, in servigio della cruda giovane, e quanto contentamento giunse nell’animo d’Aconzio, sentendosi con inganno avere acquistato l’amore di Cidipe? Questo amore tu l’hai dirittamente. Per questo niuno affanno ti conviene durare. Niuna turbazione nè malinconia dovresti avere nell’animo. E avendo questo, come tu hai, gelosia e ogni spiacevole sollecitudine dovria essere lontana da te: e là ove tu ti contristi, ti dovresti [p. 220 modifica]dell’acquistato bene rallegrare. Ancora ho compreso nel tuo parlare te avere gl’iddii e la virtù del tuo anello in aiuto. Or qual cosa pensi tu che contraria ti possa essere, se sì fatto aiuto hai con teco, come è quello degl’iddii, alla cui potenza niuna cosa può resistere? Lascia piangere a’ miseri alle cui sollecitudini solo il loro ingegno è rimaso aiutatore. Tu dei pensare che avendo gl’iddii cura de’ tuoi bisogni, se essi non concedono che tu al presente sii con la tua Biancifiore, non è sanza gran cagione. L’uomo non sa delle future cose la verità: a loro niuna cosa si nasconde. Tu dei credere ch’essi pensano alla tua salute, e io credo sanza dubbio che questa dimora non sia sanza gran bene di te. Il loro piacere si dee pazientemente sostenere. Se elli volessero, tu saresti ora con lei; e il volere contra ’l piacer loro andare fece alla molta gente di Pompeo perdere il campo di Tesaglia, assaliti dal picciolo popolo di Cesare. Mostra ancora che molto ti dolga l’essere stata Biancifiore voluta dal tuo padre fare morire, la cagione della qual morte dubiti non sia stata il re avere saputo te dolorosa vita menare per lei, e temi forse non a simile caso ritorni: la qual cosa se ritornasse non saria maraviglia, ma ragione, con ciò sia cosa che tu conosca il tuo padre muoversi ad ira contra Biancifiore per te, che tristo per lei vivi; e tu, non come disideroso della vita di Biancifiore, ti rallegri per che ella viva, ma in pianti e in dolori consumi la tua vita per abreviare la sua. Certo non è questo atto d’amarla, ma di mortale odio è sembiante. E posto che mai nulla novità seguire le dovesse dal tuo padre per lo tuo attristarti, sì dei tu volere il bene e il conforto e l’allegrezza di [p. 221 modifica]lei, se così l’ami, e se ella così t’ama come tu di’: le quali cose tu cerchi di torle, menando la vita che tu fai, però che tu dei credere che se questo le sarà raportato di te, ella di dolore si consumerà sentendo che tu ti dolghi. Adunque niuna cagione nè ragione vuole che tu questa vita meni. Tu ami e se’ amato, de’ quali il numero è molto piccolo a cui questo avvegna, tu se’ con l’aiuto degl’iddii, i quali hanno sempre sollecitudine della tua salute, e questo hai tu per opera veduto. Dunque confortati; e se per te non ti vuoi confortare, confortati per amor di lei e di noi, acciò che ella e noi abbiamo ragione di rallegrarci. Ben se’ lontano a lei, che credo che sanza comparazione ti sia noioso; ma non si può sì dolce frutto, come è quello d’amore, gustare sanza alcuna amaritudine; e le cose disiderate lungamente giungono poi più graziose. A Penolope parea dolce appressarsi alla morte, sperando che ogni domane dovesse tornare Ulisse prima da Troia, e poi non sappiendo da che luogo. Pensa che tu non sarai tutto tempo qui, nè sanza lei. Se io fossi in tuo luogo, io userei per più sano consiglio il simulare. Io mostrerei, faccendo festa, che più di Biancifiore nè mi calesse nè me ne ricordassi, e ristrignerei l’amorose fiamme dentro con potente freno. Forse, così faccendo, il tuo padre si crederebbe che dimenticata l’avessi, e concederebbeti più tosto il tornare a rivederla. Quello che detto t’ho tu hai udito, e io te l’ho detto sì come colui che in simil caso il vorrei da altrui udire; ma non per tanto se altro consiglio più savio vedessi, arditamente lo scuopri a me, chè io non intendo di contradirti nè partirmi mai dal tuo piacere. Priegoti quanto più posso, come congiunto parente e [p. 222 modifica]vero amico, che da te ogni paura e pensiero cacci, perciò che delle tue dubitazioni di lieve accertare ci possiamo. E i pensieri, come di sopra t’ho detto, non dei avere: e però levati su, e vinca il tuo valore i non dovuti pensieri i quali t’occupano per lo solingo ozio. Piglia alcuni diletti, come per adietro abbiamo già fatto, acciò che in quello nè i pensieri t’assaliscano, nè la tua vita sì vilmente si consumi. In questo mezzo spero che gl’iddii per la loro benignità provederanno graziosamente a porre debito fine a’ tuoi disiderii, forse ora da te nè da alcuno già mai pensato -.

Piacque a Florio assai il fedele consiglio del duca, e così, levata la testa, sospirando rispose: Carissimo parente, questa gentil passione d’amore non può essere che alcuna volta i più savi, non che me, quando le sono suggetti come io sono, non faccia tenere simile vita: e però di me non vi maravigliate, ma crediate che io sia tanto innamorato quanto mai giovane niuno fosse o potesse essere. E ciò che voi m’avete narrato, conosco apertamente esser vero; e però, disposto a seguire il vostro consiglio in quanto io potrò, mi dirizzo: andiamo, e facciamo ciò che voi credete che vostra e mia consolazione sia -. E detto questo, dirizzati amenduni uscirono della camera; e saliti sopra i portanti cavalli, andarono con gran compagnia ad una ordinata caccia, ove quel giorno assai festa ebbero e allegrezza.

Dico che molti giorni in sì fatta maniera faccendo festa, Florio ricoperse il suo dolore, avvegna che sovente a suo potere s’ingegnava di star solo, acciò che egli potesse sanza impedimento pensare alla sua Biancifiore. E quando avveniva che egli solo [p. 223 modifica]fosse in alcuna parte, incontanente incominciava ad imaginare d’essere col corpo colà ov’egli con l’animo continuamente dimorava. Egli imaginava alcuna volta avere Biancifiore nelle sue braccia, e porgerle amorosi baci, e altretanti riceverne da lei, e parlare con essa amorose parole, e essere con lei come altre volte era stato ne’ puerili anni. E mentre che in questo pensiero stava, sentiva gioia sanza fine; ma come egli di questo usciva, e ritornava in sè e trovavasi lontano ad essa, allora si mutava la falsa gioia in vero dolore, e piangea per lungo spazio ramaricandosi de’ suoi infortunii. Poi ritornando al pensiero, tal fiata si ricordava del tristo pianto che veduto l’avea fare nella bruna vesta temendo l’acceso fuoco, quando egli sconosciuto si mise in avventura per campare lei, e poi si dolea d’averla renduta al padre e di non aversi almeno fatto conoscere a lei, acciò che egli l’avesse alquanto consolata e fattala più certa dell’amore che egli le portava. E molte fiate fra sè si chiamava misero e di vil cuore, dicendo: Come è la mia vita da biasimare, pensando che io amo questa giovane sopra tutte le cose del mondo, e per questo amore vivo in tanta tribulazione lontano da lei, e non sono tanto ardito che io abbia cuore d’andarla a vedere, e lascio per paura d’un uomo, il quale più tosto a sè che a me offenderebbe. Perchè non vo io, e entro nelle mie case, e rapiscola, e menonela qua su meco? E avendola, ogni dolore, ogni gelosia, ogni sospetto fuggirà da me. Chi sarà colui che ardito sia di biasimare la mia impresa o di contrariarla? nullo: anzi ne sarò tenuto più coraggioso, là dove io debbo ora esser vilissimo [p. 224 modifica]riputato. Sono io più vile di Paris, il quale non a casa del padre, ma de’ suoi nimici andò per la disiderata donna, e non dubitò d’aspettare a mano a mano Menelao, sollicito richieditore di quella? Io non debbo aver paura che questa da alcuno radomandata mi sia, nè con ferro nè con altra maniera. Il peggio che di questo mi possa seguire, sarà che al mio padre ne dorrà: e se ne gli duole, e’ ne gli dolga! Io amo meglio che egli si dolga, che io di dolore muoia. E pur quand’egli vedrà che io abbia fatto quello di che egli si guarda, la doglia gli passerà, se passare gli vorrà, se non, sì l’ucciderà: che già l’avesse ella ucciso! e poi non ne sarà più. Io il voglio fare: cosa fatta capo ha. E posto che egli per questo si volesse opporre alla vita di Biancifiore, egli s’opporrà ancora alla mia: niuna cosa opererà verso di lei, che io come lei nol senta. Se egli per forza la mi vorrà torre, e io con forza la difenderò. Io non sarò meno debole d’amici e di potenza di lui: e quando egli pur fosse più forte di me, puommi egli più che cacciare del suo regno? Se egli me ne caccia, io starò in un altro. Il mondo è grande assai: l’andare pellegrinando mi ha cagione d’essercizio. Elli fu a Cadmo cagione d’etterna fama l’andar cercando Europa e non trovarla; a Dardano e a Siculo similemente il convenirli partire del loro regno fu cagione di grandissime cose. Io il pur voglio fare. Peggio ch’io m’abbia non me ne può seguire -. E poi ritornava al piangere: e in questi pensieri teneva la maggior parte della sua vita. E eravisi già tanto disposto che con opera il volea mettere in effetto, e avria messo, se il raffrenamento del duca e d’Ascalion [p. 225 modifica]non fosse stato, li quali il confortavano con migliore speranza, e il suo volere gli biasimavano.

Per questi pensieri, e per molti altri, era tanto l’animo di Florio tribolato, che in niuna maniera potea il suo dolore coprire, nè per alcun diletto rallegrarsi: e già gli era sì la malinconia abituata adosso, che appena avrebbe potuto mostrare sembiante lieto se voluto avesse. Egli avea sì per questo i suoi spiriti impediti, che quasi poco o niente era il cibo che egli poteva pigliare, e nel suo petto non poteva entrar sonno: per le quali cose il viso era tornato palido e sfatto, e’ suoi membri erano per magrezza assottigliati, e egli era divenuto debole e stracco. E la maggior parte del giorno si giaceva, e stava come coloro i quali, da una lunga infermità gravati, vanno nuove cose cercando, e niuna ne piace, e s’egli piace, non ne possono prendere. Della qual cosa al duca molto dolea e ad Ascalion similemente, nè sapeano che via tenere sopra questa cosa. Essi dubitavano di farlo sentire al re, temendo non egli facesse novità per questo a Biancifiore, e di questo a Florio ne seguisse peggio. E similemente dubitavano di tenerlo in quella maniera sanza farglielo sentire, dicendo: Se egli per altrui il sente, noi n’avremo mal grado, e cruccerassi verso di noi, e avrà ragione -. E in questa maniera, sanza pigliar partito, stettero più giorni, pur confortando Florio e dandogli buona speranza. A’ quali Florio rispondea sè non avere questo per amore, ma che il caldo che allora facea, il consumava. Ma questa scusa non aveva luogo a coloro che i suoi sospiri conoscevano; ma essi, quasi a ciò costretti, la sosteneano. [p. 226 modifica]

Standosi un giorno il duca e Ascalion insieme ragionando molto efficacemente de’ fatti di Florio, disiderosi della sua salute, Ascalion cominciò così a dire: Sanza dubbio niuna cosa è tanto da Florio amata quanto Biancifiore; e questo il re, col farlo stare lontano ad essa, e noi con parole più volte ci siamo ingegnati di tirarlo indietro, nè mai abbiamo potuto: fermamente credo che piacer degl’iddii sia, al quale volersi opporre è mattezza. Ma non per tanto a tentare alcuna altra via forse non sarebbe reo, e per avventura ci verrebbe forse il nostro intendimento compiuto -. - E che via vi parrebbe da tenere? - disse il duca. Ascalion rispose: Io il vi dirò. I giovani, come voi sapete, sono vaghi molto de’ carnali congiungimenti, però che la pronta natura gl’induce a quello e per questi sogliono ogni altra cosa dimenticare. Florio mai con Biancifiore carnale diletto non ebbe; e se noi potessimo fare che con alcuna altra bella giovane l’avesse, leggiere saria dimenticare quello ch’egli non ha per quello che possedesse; e posto che in tutto non la dimenticasse, almeno tanto in lei non penserebbe; e in questo mezzo il re o gl’iddii provederebbono sopra questo, in modo che noi sanza vergogna o danno ne riusciremo; e se questa via non ci è utile, niuna altra utile ne conosco -. Gran pezza pensò il duca sopra questo, e poi disse: Ascalion, io mi maraviglio molto di voi. Ecco che quello che divisate venisse interamente fatto, che avremmo noi operato? Niente: che scioglierlo d’un luogo e legarlo in un altro, non so che si rilevi. Ma tanto potrebbe avvenire, che di leggiere peggioreremmo nostra condizione: e il trargli Biancifiore di cuore non è sì leggier [p. 227 modifica]cosa che per questo io creda che fatto dovesse venire, ben che leggieri ci sia a provarlo, se buono vi pare -. Ascalion disse: Certo io l’avea per buono, però che, se egli avvenisse che per alcuna altra egli dimenticasse Biancifiore, più lieve sarebbe a trargli di cuore poi quell’altra che a volergli levare ora Biancifiore sanza alcun mezzo: con ciò sia cosa che le nuove piaghe con meno pericolo e meglio che l’antiche si curino e più tosto -. - Certo - disse il duca - questo è vero; e poi che vi pare, il provarlo niente ci costa; e però sopra questo pensiamo e veggiamo se niuna cosa ci giova, e se giovare la veggiamo, procederemo avanti con l’aiuto degl’iddii -.

Accordatisi costoro a questo, segretamente si misero a cercare di trovare alcuna giovane, la quale, il più che trovare si potesse, simigliasse Biancifiore, imaginando che quella più graziosa che alcuna altra gli sarebbe, e più tosto il potrebbe recare al disiderato fine. E cercando questo, da alcuno, il quale sempre in compagnia di Florio soleva andare, fu loro mostrate due giovanette di maravigliosa bellezza e di leggiadro parlare ornate, e discese di nobili parenti, le quali, secondo il detto di colui che le mostrò, assai delle bellezze di Florio si dilettavano, non come innamorate, però che non si sentiano eguali a lui, onde con la ragione raffrenavano la volontà. Le quali come costoro conobbero, assai si contentarono, dicendo: Prendiamle amendune, poi che Florio piace loro: elle s’ingegneranno bene di recarlo al loro piacere, e là dove l’una fallisse l’altra supplirà -. E questo diliberato, sotto spezie d’invitarle ad una festa, le si fecero chiamare all’ostiere. Le quali venute davanti al duca e ad Ascalion, [p. 228 modifica]il duca così disse loro: Giovani donzelle, nostro intendimento è di voler Florio di bella mogliere accompagnare; e cercando in questa città di donna che degnamente a lui si confacesse, nulla n’abbiamo trovata di tanta bellezza, nè di sì belli e laudevoli costumi, come voi due ci siete state laudate: e però per voi abbiamo mandato, acciò che voi proviate se lui da uno intendimento che egli ha possiate ritrarlo e recarlo al vostro piacere, per donargli poi per mogliere quale di voi due più gli piacerà -. A cui l’una di queste, chiamata Edea, così rispose: Signor nostro, noi ci maravigliamo non poco delle vostre parole, con ciò sia cosa che noi manifestamente conosciamo noi non essere giovani di tanta nobiltà dotate, quanta alla grandezza di Florio si richiede: e, d’altra parte, l’altissime ricchezze ci mancano, le quali leggiermente i difetti della gentilezza ricuoprono. E però caramente vi preghiamo che di noi voi non facciate scherno, e ancora vi ricordiamo che, sì come voi dovete del nostro onore essere guardatore, sì come buono e legittimo signore, che voi non vogliate esser cagione di cotal vergogna, però che pensar dovete che se a voi e a’ vostri noi siamo picciole, noi siamo a’ nostri grandissime e care -. Allora il duca rispose: Giovani donzelle, non crediate che io mi recassi a tanta viltà, quanta questa sarebbe, se questo fosse che voi dite, per farvi perdere il vostro onore; ma io vi giuro per l’anima del mio padre e per li nostri iddii che io quello che detto v’ho, lealmente v’atterrò, se alcuna di voi gli piacerà -. Disse Edea: Poi che con giuramento l’affermate, noi faremo il vostro piacere. Ditene come elli vi piace che noi facciamo, e così sarà fatto: poi gl’iddii [p. 229 modifica]concedano questa grazia a chi più n’è degna di noi due -. Rispose il duca: Il modo è questo. Voi sì v’adornerete in quella maniera che voi più crediate piacere, e andretevene sanza alcuna compagnia nel nostro giardino, nel quale egli è costumato di venire ogni giorno, sì tosto come i raggi del sole incominciano a essere manco caldi, usciretegli incontro, faccendogli quella festa e mettendolo in quel ragionamento che più crederete che piacevole gli sia: poi quale egli eleggerà di voi due, quella dico che sarà sua -.

Era quel giardino bellissimo, copioso d’arbori e di frutti e di fresche erbette, le quali da più fontane per diversi rivi erano bagnate. Nel quale, come il sole ebbe passato il meridiano cerchio, le due giovani, vestite di sottilissimi vestimenti sopra le tenere carni, e acconci i capelli con maestrevole mano, con isperanza di più piacere ad acquistare cotal marito, se ne entrarono solette, e quivi cercarono le fresche ombre, le quali allato ad una chiara fontana trovate, a seder si posero attendendo Florio. Venuta l’ora che già il caldo mancava, Florio malinconico, uscito della sua camera e con lento passo, di queste cose niente sappiendo, vestito d’una ricca giubba di zendado, soletto se n’entrò nel giardino, sì come egli era per adietro usato, e verso quella parte dove già avea il bianco fiore altra volta tra le spine veduto, dirizzò i suoi passi; e quivi venuto si fermò dimorando per lungo spazio pensoso. Le due giovinette s’avean ciascuna fatta una ghirlanda delle frondi di Bacco, e aspettando Florio si stavano alla fontana insieme di lui parlando; e non avendolo veduto entrare [p. 230 modifica]nel giardino, per più leggermente passare il rincrescimento dell’attendere, incominciarono a cantare una amorosa canzonetta con voce tanto dolce e chiara, che più tosto d’angioli che d’umane creature pareva: e di queste voci pareva che tutto il bel giardino risonasse allegro. Le quali udendo, Florio si maravigliò molto, dicendo: Che novità è questa? Chi canta qua entro ora sì dolcemente? -. E con gli orecchi intenti al suono, incominciò ad andare in quella parte ove il sentiva; e giunto presso alla fontana, vide le due giovinette. Elle erano nel viso bianchissime, la qual bianchezza quanto si convenia di rosso colore era mescolata. I loro occhi pareano matutine stelle; e le piccole bocche di colore di vermiglia rosa, più piacevoli diveniano nel muovere alle note della loro canzone. E i loro capelli come fila d’oro erano biondissimi, i quali alquanto crespi s’avolgeano infra le verdi frondi delle loro ghirlande. Vestite per lo gran caldo, come è detto sopra, le tenere e dilicate carni di sottilissimi vestimenti, i quali dalla cintura in su strettissimi mostravano la forma delle belle menne, le quali come due ritondi pomi pingevano in fuori il resistente vestimento, e ancora in più luoghi per leggiadre apriture si manifestavano le candide carni. La loro statura era di convenevole grandezza, e in ciascun membro bene proporzionate. Florio, vedendo questo, tutto smarrito fermò il passo, e esse, come videro lui, posero silenzio alla dolce canzone, e liete verso lui si levarono, e con vergognoso atto umilmente il salutarono. - Gl’iddii vi concedino il vostro disio - rispose; Florio. A cui esse risposero: Gl’iddii ne l’hanno conceduto, se tu nel [p. 231 modifica]vorrai concedere -. - Deh! - disse Florio - perchè avete voi per la mia venuta il vostro diletto lasciato? -. - Niuno diletto possiamo avere maggiore che essere teco e parlarti - risposero quelle. - Certo e’ mi piace bene - disse Florio. E postosi a sedere con loro sopra la chiara onda della fontana, incominciò a riguardare queste, ora l’una e ora l’altra, e a rallegrarsi nel viso, e a disiderare di potere loro piacere. E dopo alquanto le dimandò: Giovani donzelle, ditemi, che attendevate voi qui così solette? -. - Certo - rispose Edea - noi fummo qui maggior compagnia, ma l’altre disiose d’andar vedendo altre cose, noi qui, quasi stanche, solette lasciarono, e debbono per noi tornare avanti che ’l sole si celi: e noi ancora volontieri rimanemmo, pensando che per avventura potremmo vedere voi, sì come la fortuna ci ha conceduto -. Assai era graziosa a Florio la compagnia di costoro, e molto gli dilettava di mirarle, notando nell’animo ciascuna loro bellezza, fra sè tal volta dicendo: Beato colui a cui gl’iddii tanta bellezza daranno a possedere! -. Egli le metteva in diversi ragionamenti d’amore, e esse lui. Egli aveva la testa dell’una in grembo, e dell’altra il dilicato braccio sopra il candido collo; e sovente con sottile sguardo metteva l’occhio tra ’l bianco vestimento e le colorite carni, per vedere più apertamente quello che i sottili drappi non perfettamente copriano. Egli toccava loro alcuna volta la candida gola con la debole mano, e altra volta s’ingegnava di mettere le dita tra la scollatura del vestimento e le mammelle; e ciascuna parte del corpo con festevole atto andava tentando, nè niuna gliene era negata, di che egli spesse fiate in se medesimo di tanta dimestichezza e [p. 232 modifica]di tale avvenimento si maravigliava. Ma non per tanto egli era in se stesso tanto contento che di niente gli pareva star male, e la misera Biancifiore del tutto gli era della memoria uscita. E in questa maniera stando non piccolo spazio, questi loro e esse lui s’erano a tanto recato, che altro che vergogna non li ritenea di pervenire a quello effetto dal quale più inanzi di femina non si può disiderare. Ma il leale amore, il quale queste cose tutte sentia, sentendosi offendere, non sofferse che Biancifiore ricevesse questa ingiuria, la quale mai verso Florio non l’avea simigliante pensata; ma tosto con le sue agute saette soccorse al cuore, che per oblio già in altra parte stoltamente si piegava. E dico che stando Florio con queste così intimamente ristretto, e già quasi aveano le due giovani il loro intendimento presso che a fine recato sanza troppo affanno di parole, l’altra delle due donzelle chiamata Calmena, levata alta la bionda testa, e rimirandolo nel viso, gli disse: Deh! Florio, dimmi, qual è la cagione della tua palidezza? Tu ne pari da poco tempo in qua tutto cambiato. Hai tu sentito alcuna cosa noiosa? -. Allora Florio, volendo rispondere a costei, si ricordò della sua Biancifiore, la quale della dimandata palidezza era cagione, e sanza rispondere a quella, gittò un grandissimo sospiro, dicendo: Oimè, che ho io fatto? -. E quasi ripentuto di ciò che fatto avea, alquanto da queste si tirò indietro, cominciando forte a pensare con gli occhi in terra a quello che fatto avea, e a dire fra se medesimo: Ahi! villano uomo, non nato di reale progenie, ma di vilissima, che tradimento è quello che tu hai pensato infino a [p. 233 modifica]ora? Come avevi tu potuto per costoro o per alcuna altra donna mettere in oblio Biancifiore, tanto che tu disiderassi quello che tu disideravi di costoro, o che tu potessi mostrare amore ad alcuna, come tu a costoro toccandole, già mostravi? Ahi! perfidissimo, ogni dolore t’è bene investito, ma certo cara l’accatterai la tua nequizia. Ora come ti dichinavi tu ad amare queste, la cui beltà è piccolissima parte di quella di Biancifiore? E quando ella fosse pur molta più, come potresti tu mai trovare chi perfettamente t’amasse come ella t’ama? Deh! se questo le fosse manifesto, non avrebbe ella ragionevole cagione di non volerti mai vedere? Certo sì -. Con molte altre parole si dolfe Florio per lunga stagione; e così dolendosi tacitamente, Calmena, che la cagione ignorava, gli si rappressò, dimandando perchè a lei non rispondeva, dicendogli: Deh, anima mia, rispondimi; dimmi perchè ora sospirasti così amaramente, e dimmi la cagione della tua nuova turbazione, nè ti dilungare da colei che più che sè t’ama -. Allora Florio con dolente voce disse: Donne, io vi priego per Dio che elli non vi sia grave il lasciarmi stare, però che altro pensiero che di voi m’occupa la dolorosa mente -. E detto questo, levato si sarebbe di quel luogo, se non fosse che egli non le volea fare vergognare. Disse allora Edea: E qual cosa t’ha sì subitamente occupato? Tu ora inanzi eri così con noi dimestico, e parlando ne dimandavi e rispondevi cianciando, e ora malinconico non ci riguardi, nè ci vuoi parlare: certo tu ci fai sanza fine maravigliare -. A niuna cosa rispondea Florio, anzi a suo potere, col viso in altra parte voltato, si scostava da loro, le quali quanto più Florio da loro si scostava, [p. 234 modifica]tanto più a lui amorosamente s’accostavano. E in tal maniera stando, Calmena, che già s’era dell’amore di Florio accesa oltre al convenevole, più pronta che Edea, s’appressò a Florio, e quasi appena si ritenne che ella nol baciò, ma pur così gli disse: O grazioso giovane, perchè non ne di’ tu la cagione della tua subita malinconia? Perchè, dilungandoti da noi, mostri di rifiutarci, che ora inanzi eravamo da te sì benignamente accompagnate? Non è la nostra bellezza graziosa agli occhi tuoi? Certo gl’iddii si terrebbono appagati di noi, nè non crediamo che Io, tanto perseguitata da Giunone, fosse più bella di noi quando ella piacque a Giove, nè ancora Europa che sì lungamente caricò le spalle del grande iddio, nè alcune altre giovani crediamo essere state più belle di noi: e sì ne veggiamo il cielo adorno di molte! Adunque tu, perchè ne rifiuti? -. E con queste parole e molte altre, con atti diversi e inonesti sospirando guardavano di ritornare Florio al partito nel quale poco davanti era stato. Alle quali Florio disse così: Ditemi, giovani, se gl’iddii ogni vostro piacere v’adempiano, foste voi mai innamorate? -. A cui esse subitamente risposero: Sì, di voi solamente; nè mai per alcuna altra persona sospirammo, nè tale ardore sentimmo se non per voi -. - Certo - disse Florio - di me non siete voi già innamorate; e che voi non siate state nè siate d’altrui si pare manifestamente, però che amore mai ne’ primi conoscimenti degli amanti non sofferse tanta disonestà, quanta voi verso me, con cui mai voi non parlaste, avete dimostrata: anzi fa gli animi temorosi e adorni di casta vergogna, infino che la lunga consuetudine fa gli animi essere eguali conoscere. E che [p. 235 modifica]questo sia vero assai si manifestò nella scelerata Pasife, la quale bestialmente innamorata, con dubitosa mano ingegnandosi di piacere, e temendo di non spiacere, porgeva le tenere erbe al giovane toro. Ora quanto più avria costei temuto d’un uomo, in cui ragionevole conoscimento fosse stato, poi che d’un bruto animale dubitava? Certo molto più, però che era innamorata. E chi volesse ancora nelle antiche cose cercare, infiniti essempli troverebbe d’uomini e di donne, a cui le forze sono tutte fuggite ne’ primi avvenimenti de’ loro amanti. E però che di me innamorate siate non mi vogliate far credere, che io conosco i vostri animi disposti più ad ingannare che ad amare. E appresso, che voi non siate d’altrui innamorate, come voi dite, m’è manifesto, però che non m’è avviso che verso me, dimenticando il principale amadore, potreste dimostrare quello che dimostrate, chè il leale amore non lo consentirebbe. Onde io vi priego, belle giovani, che mi lasciate stare, però che voi con le vostre parole credete i miei sospiri menomare, e voi in grandissima quantità gli accrescete: e di me in ogni atto, fuori che d’amore, fate quello che d’amico o di servidore fareste -. Udendo questo, Edea, la quale le infinite lagrime non avea guari lontane, bagnando il candido viso, con lagrimevole voce, messesi le mani nel sottile vestimento tutta davanti si squarciò, dicendo: Oimè misera, maladetta sia l’ora ch’io nacqui! E in cui avrò io oramai speranza, poi che voi, in cui io ora sperava e per cui io credeva sentir pace, mi rifiutate, nè credete che ’l mio cuore per lo vostro amore si consumi, però che forse troppo pronta a volere adempiere i miei disiderii vi sono paruta? Crediate che niuna [p. 236 modifica]cosa a questo m’ha mossa altro che soperchio amore, il quale del mio petto ha la debita vergogna cacciata, e me quasi furiosa ha fatto nella vostra presenza tornare. Ahimè misera, sarà omai disperata la mia vita! O misera bellezza, partiti del mio viso, poi che colui per cui io cara ti tenea, e ti guardava diligentemente, ti rifiuta. Deh, Florio, poi che a grado non v’è consentirmi quello che lunga speranza m’ha promesso, piacciavi che io nelle vostre braccia l’ultimo giorno segni. Io sento al misero cuore mancare le naturali potenze per le vostre parole. Oimè, uccidetemi con le propie mani, acciò che io più miseramente non viva. Mandatene la trista anima alle dolenti ombre di Stige, là dove ella minor doglia aspetta che quella che ora sostiene. Ahimè, quanto degnamente da biasimare sarete, quando si saprà la dolente Edea essere per la vostra crudeltà partita di questa vita! -. Florio, che le lagrime di costei non potea sostenere, per pietà la confortava, dicendo: O bella giovane, non guastare con l’amaritudine del tuo pianto la tua bellezza; spera che più grazioso giovane ti concederà quello ch’io non ti posso donare. Ritruova le tue compagne, e con loro l’usata festa ti prendi, nè non impedire i miei sospiri con la pietà del tuo pianto: chè io ti giuro per li miei iddii, che se io fossi mio e potessimi a mia posta donare, niuna m’avrebbe se l’una di voi due non m’avesse. Ma io non posso quello che non è mio sanza congedo donare -. Cominciò allora Calmena a dire: O crudelissimo più che alcuna fiera, e come puoi tu consentire di negare a noi quel che ti domandiamo? Certo se tu hai il tuo amore ad altra donato, niuno amore [p. 237 modifica]è tanto leale, che a’ nostri prieghi non dovesse essere rotto. E pensi tu che s’egli avviene che per la tua crudeltà alcuna di noi sofferisca noiosa morte, che quella giovane di cui tu se’, se tu se’ per avventura d’alcuna, te ne ami più? Certo no, anzi biasimerà la tua crudeltà! E i nostri prieghi son tanti, che certo il casto Ipolito già si saria piegato. Or come ci puoi tu almeno negare alcuno bacio, de’ quali poco avanti ci saresti stato cortese, se sì ardite come tu ci fai fossimo state? Certo se alcuno ce ne porgessi con quel volere che noi il riceveremmo, egli sarebbe non poco refrigerio de’ nostri affanni. Deh, adunque, concedicene alcuno, acciò che gl’iddii più benivoli s’inchinino a concedere a te quello che tu disii, se alcuna cosa da te in questo atto è disiata -. A cui Florio rispose: Giovani donzelle, ponete fine a questi ragionamenti, però che quella parte che di me dimandate, più cara che altra è tenuta da me, con ciò sia cosa che niun’altra ancora ne sia stata conceduta a quella di cui io sono interamente, e più avanti non mi dimandate chè da me altro che dolore avere non potreste. E priegovi che me, che più di sospirare che di parlare con voi ora mi diletto, qui solo lasciate, e andatevene, però che ciò che mi dite è tutto perduto -. Questo udendo le due giovani, col viso dipinto di vergogna, della sua presenza si levarono sanza più parlare; e però che già il sole cercava l’occaso, tornate nel gran palagio si rivestirono, dicendo l’una all’altra: Ahi, come giusta cosa sarebbe se mai d’alcuno giovane la grazia non avessimo, pensando al nostro ardire, le quali avemo tentato di volere questo giovane levare alla sua donna sanza ragione, avegna che gl’iddii e [p. 238 modifica]egli ce n’hanno ben fatto quello onore che di ciò meritavamo! -. E rivestite, raccontarono al duca la bisogna come era, con non poca vergogna; e da lui, con grandissimi doni, sconsolate si partirono, tornando alle loro case.

Aveano il duca e Ascalion veduto apertamente ciò che Edea e Calmena aveano operato, e ora fu che essi credettero che il loro avviso riuscisse al pensato fine, ma poi che videro quello esser fallito, dolenti della amara vita di Florio, si partirono del luogo dove stavano e se ne vennero al giardino, dove Florio con dolore, pieno di pensieri soletto era rimaso, e lui trovarono pensando avere la bionda testa posata sopra la sinistra mano. I quali poi che pietosamente alquanto riguardato l’ebbero, così cominciarono a dire: Florio, Amore tosto nella disiata pace ti ponga -. Era Florio tanto nello imaginare la sua Biancifiore, che per la venuta di costoro, nè per lo loro saluto nè si mutò nè cambiò aspetto, ma così stette come colui che nè veduti nè uditi ancora gli avea. Allora Ascalion, distesa la mano, il prese per lo braccio, e lui tirando, disse: O innamorato giovane, ove se’ tu ora? Dormi tu, o se’, pensando, fuori di te uscito che tu al nostro saluto niente rispondi? -. Riscossesi allora tutto Florio, e quasi stordito, sanza niente rispondere, si mirava dintorno. Ma dopo molti sospiri, alquanto da’ pensieri sviluppato, alzata la testa, disse: Oimè, or chi vi mena a vedere la miseria della mia vita, alla quale voi forse credete levar pena con confortevoli parole, e voi più ne giungete? Se può essere, caramente vi priego che me qui solo lasciate, acciò che io possa quel pensiero ritrovare, nel quale io fui, quando scotendomi me [p. 239 modifica]ne cacciaste -. A cui Ascalion così rispose: Amore e maraviglia ci fanno qui venire, nè già da te intendiamo di partirci, se prima a’ nostri prieghi non ne dirai quale nuova cagione ti fa tanto pensoso -. Disse Florio: Niuna nuova cagione ci è del mio dolore: Amore solamente in questa vita mi tiene -. - E come? - disse allora il duca, - io mi credea che tu t’ingegnassi di seguire il mio consiglio, il quale io l’altrieri, quando così pensoso ti trovai, t’avea donato, e già mi parea che, quello piacendoti, cominciato avessi: e tu pure sopra l’usato modo se’ ritornato! Questa tua vita in niuno atto d’innamorato mi pare, onde forte dubitare mi fai che tu forse non sii del senno uscito, però che gli altri innamorati con varii diletti cercano di mitigare i loro sospiri, ma tu con pene mi pare che vadi cercando d’accrescergli. Se volessi dire che come alcuni altri non li potessi usare, sai che non diresti vero, però che niuna resistenza ci è: dunque perchè pure in sul dolore ti dai? Deh, com’io altra volta ti pregai, ancora ti priego che alcuni ne prenda, i quali usando valicherai il tempo con meno tristizia, e gl’iddii in questo mezzo provederanno a’ tuoi disii -.

Udite queste cose, Florio sospirando disse: Amici, ben conosco voi prontissimi alla mia salute, e veggo apertamente che la mia vita vi duole, nè similemente occulti mi sono i diletti che prendere potrei, a’ quali con tanta efficacia v’ingegnate di trarmi, pensando che io forse del senno sia uscito, perchè pure in dolore pensando dimoro: ora, acciò che voi conosciate come io sia a quelli prendere disposto, e ancora come voi del mio dolore non vi dovete maravigliare, io vi voglio dire qual sia la mia vita. Dico che diverse imaginazioni [p. 240 modifica]e pensieri m’occupano continuamente, delle quali alcuna ve ne dirò. Primieramente io sopra tutte le cose disidero di vedere Biancifiore, sì come quella che più che niuna altra cosa è da me amata. E dicovi che tante volte, quante ella nella memoria mi viene, tanto questo disio più focoso in me s’accende e togliemi sì da ogni altro intendimento, che se allora io la vedessi, crederei più che alcuno iddio essere beato; e sentendomi questo essere levato, solamente perchè io l’amo, e non per altro accidente, niuno dolore è al mio simigliante. Appresso questo, io vivo in continua sollecitudine della sua vita, temendo non ella, la quale so che m’ama come io lei, sostenga simili dolori a quelli che io sostengo, li quali, però che di più debole natura è che io non sono, dubito non la offendano o di gravosa infermità o di morte. E troppo più mi fa della sua vita dubitare l’acerbità del mio padre e della mia madre, li quali io sento prontissimi, e vederli mi pare, insidiatori della vita di lei. E niuna cagione falsa è che a lei inducere possa morte, che non me la paia vedere andare cercando al mio padre per fornire il suo falso volere, il quale altra volta gli venne fallito: e non pensa il misero che quella ora ch’ella morrà io non viverò più avanti. E in gravosissimo affanno mi tiene gelosia, e la cagione è questa: le giovani donzelle sono di poca stabilità e per la loro bellezza da molti amanti sogliono essere stimolate: e gl’iddii, non che le femine, si muovono per li pietosi prieghi a far la volontà de’ pregatori. Io sono lontano da lei, nè vedere la posso, nè ella me; molti giovani credo che la stimolano per la sua bellezza, [p. 241 modifica]la quale ogni altra passa: or che so io, se ella non potendo aver me, se ne prenderà alcuno altro, posto ch’ella non possa migliorare? Elli si suol dire che le femine generalmente hanno questa natura, ch’elle pigliano sempre il peggio. Con questi pensieri n’ho molti altri, li quali troppo penerei a volerli particolarmente spiegare; ma di loro vi dico che essi impediscono tanto la mia vita, che essi me l’hanno recata a noia; e per minor pena disidererei la morte, la quale ancora non pena riputerei, se gl’iddii donare la mi volessero, ma graziosa gioia. Veder potete come io mi posso a prendere alcuno diletto trarre: solo mio bene e sola mia gioia è il pensare a Biancifiore, e questo è quello che la poca vita che rimasa m’è, mi tiene nel corpo. Onde io vi priego che se la mia vita amate, non mi vogliate torre il poter pensare -.

Cominciò allora il duca così a parlare: Ben ci è manifesto te essere da tanti e tali pensieri stimolato, quanti ne conti, e da molti più. Ma tu non dei però volere con morte dar luogo al pensare più tosto che con diletto prolungare la tua vita, acciò che più tempo pensar possi. Onde, se nullo priego dee valere, noi ti preghiamo che tu prenda conforto, e da cotesti pensieri con continui diletti ti levi; e se t’è forse occulto, come tu nel tuo parlar dimostri, la cagione per che dei pigliar diletto, noi non ce ne maravigliamo, però che in così fatti affanni le più volte il vero conoscimento si suole smarrire. Ma noi, che di fuori da tale tempesta dimoriamo, conosciamo quali sieno le vie da uscire di quella: e però non ti siano gravi alquante parole, le quali se, ascoltate, metterai in effetto, [p. 242 modifica]ti vedrai sanza periglio venire a grazioso porto. Tu ti duoli del focoso disio che ti stimola di vedere Biancifiore però che vedere non la puoi. Certo ben credo che ti dolga; ma credi tu per questo dolore, che tu te ne dai, più tosto vederla? Certo no. Dunque sperando confortare ti dei, e dare alquanto sosta al presente disio, conoscendo, come tu fai, che al presente fornire non lo puoi con tuo onore. Pensa che la fortuna non terrà sempre ferma la rota: così come ella volvendo dal cospetto di Biancifiore ti tolse, così in quello ancora lieto ti riporrà. Similemente ti dico del pensiero che porti, non Biancifiore, per l’amore che ti porta, sostenga o gravosa infermità o morte, ciò è vano pensamento: e per niente il tieni, però che amore mai non porse morte ove le parti fossero in un volere. "Che ella infermasse io il disidererei, solo che per amore fosse, pensando che per quella infermità potrei conoscere me da lei tanto amato, che sì fatto accidente ne le seguisse per lo non potermi avere": oimè, quanto più è da pensare della sanità, la quale i sonni interi e le malinconie lontane essere dimostra: e però questo del tutto dei lasciare andare. Se dubiti non il tuo padre forse, come già fece, la voglia offendere, ciò non è da maravigliare, chè noi di niuna cosa abbiamo tanta ammirazione, quanto che egli ha tanto sofferta la sua vita, sappiendo come sia fatta quella che tu per lei meni. Onde ti dico che tenendo la maniera che fai, ragione hai di dubitare; ma volendo prendere conforto e seguire la via che io altra volta ti mostrai, niuna dubitazione te ne bisogna avere, chè io ti giuro per l’anima del mio padre che il re ama Biancifiore quanto figlia, e niuna cosa ad [p. 243 modifica]ira il potrebbe muovere contro ad essa, se non la tua sconcia vita. Se vuoi dire che gelosia ti stimoli, questo è contro a quello che davanti dicesti, cioè che Biancifiore più che sè t’ami, però che gelosia non suol capere se non in luoghi sospetti, e tu prima affermi niuna sospezione esserci, e appresso di’ te esser geloso. Ma certo, come che tu parli, a me pare che niuna cosa sia tanto amata da Biancifiore quanto tu se’: onde per questo niuno pensiero di lei avere ti conviene. Appresso, chi sarebbe quella sì folle, che avendo l’amore d’un così fatto giovane come tu se’, bello, gentile, ricco e figliuolo di re, lasciasse quello per niuno altro? Se vuoi dire: "le femine pigliano sempre il peggio", questo non s’intende per tutte, ma solamente per le poco savie, la qual cosa ancora negli uomini si truova. E veramente Biancifiore è savissima, e ciò nel suo portamento e nelle sue operazioni è manifesto. Or dunque, pensando bene queste cose, chi dovrebbe più confortarsi di te? Tu bello, tu ricco, tu gentile, tu amato da colei che tu ami, per amore della quale dovresti sempre pensare di vivere in modo che grazioso e sano le ti potessi presentare. Se simile caso fosse in me, io mi terrei oltre misura caro per più piacerle, nè per niuna cosa disidererei tanto la vita lunga, quanto per lungamente poterla servire. E tu, più vinto da ira e da malinconia che consigliato dalla ragione, cerchi la morte per conforto, e sempre in pensieri e in dolore dimori, e vai imaginando quelle cose le quali nè vedesti nè vedrai già mai, se agl’iddii piace. Folle è colui che per li futuri danni sanza certezza spande lagrime, e in quelle più d’impigrire si [p. 244 modifica]diletta, che argomentarsi di resistere a’ danni. Deh, se tu se’ uomo come sono gli altri, giovino tanti conforti, quanti noi ti diamo: vaglia il mostrarti la verità, come noi mostriamo! E non indurare pure sopra il tuo non vero parere: rallegrati che tanto manca il senno quanto il conforto ne’ savi -.

Florio, il quale sentiva in sè graziose parole all’animo innamorato, che di quelle avea bisogno, con men dolente viso così rispose: Amici, a’ subiti accidenti male si puote argomentare. Ma che che ’l mio padre si deggia fare, io pur m’ingegnerò di prendere il vostro consiglio, cacciando da me il dolore delle non presenti cose -. E questo detto, si dirizzarono tutti; e uscendo del giardino, per le stelle che già il cielo aveano de’ loro lumi dipinto, tornarono quasi contenti alle loro camere.

Mentre li fati trattavano così Florio, Biancifiore lasciata da lui al perfido padre tornò nell’usata grazia, dimorando ne’ reali palagi con non minore quantità di sospiri che Florio, avvegna che più saviamente quelli guardasse nell’ardente petto. Ma le trascorrenti avversità che il loro corso verso Florio aveano volto, con non usato stimolo ancora lui miserabilmente assalirono in questa maniera. Era nella corte del re Felice in questi tempi un giovane cavaliere chiamato Fileno, gentile e bello, e di virtuosi costumi ornato, a cui l’ardente amore di Florio e di Biancifiore era occulto, però che di lontane parti era, pochi giorni poi la crudel sentenza di Biancifiore, venuto. Il quale, sì tosto come la chiara bellezza vide del suo viso, incontanente s’accese del piacere di lei, e sanza misura la incominciò ad amare, e in diversi [p. 245 modifica]atti s’ingegnava di piacerle, avvegna che Biancifiore di ciò niente si curava, ma, saviamente portandosi, mostrava che di queste cose ella non conoscesse quanto facea. L’amore che Fileno portava a Biancifiore non era al re nè alla reina occulto; i quali, acciò che il cuore di Biancifiore di nuovo piacere s’accendesse e Florio fosse da lei dimenticato, contenti di tale innamoramento, più volte nella loro presenza chiamavano Fileno, a cui faceano venire davanti Biancifiore e con lei tal volta sollazzevoli parole parlare; ma ciò era niente, chè Biancifiore di lui si curava poco, anzi sospirando vergognosa bassava la testa come davanti le venia, sanza già mai alzarla per mirare lui, se ciò non fosse stato alcuna fiata in piacere del re o della reina, li quali ella conoscea essere di tale amore allegri, avvegna che Fileno pensasse che que’ sospiri, i quali dal cuore di Biancifiore moveano, uscissero fuori essendone egli cagione. Mostrando Biancifiore per conforto della reina d’amare il giovane cavaliere; avvenne che dovendosi ne’ presenti giorni celebrare una grandissima solennità ad onore di Marte, iddio delle battaglie, e nella detta solennità si costumasse un giuoco nel quale la forza e lo ’ngegno de’ giovani cavalieri del paese tutta si conoscea, Fileno propose di volere in quel giuoco per amore di Biancifiore mostrare la sua virtù; ma ciò, se alcuna gioia da Biancifiore non avesse la quale in quel luogo per soprasegnale portasse, non volea fare. Onde egli un giorno si mosse, vedendo Biancifiore stare con la reina e con dubbioso viso, davanti alla reina così a Biancifiore cominciò a parlare: O graziosa giovane, la cui bellezza Giove credo nel suo seno formasse, e a cui io per volere di [p. 246 modifica]quel signore, alla forza del cui arco non poterono resistere gl’iddii, sono umilissimo e fedel servidore, se i miei prieghi meritano essere dalla tua benignità uditi, con quello effetto che più graziosamente gli ti presenti gli mando fuori, e priegoti che, con ciò sia cosa che la festa del nostro iddio Marte, le cui vestige io sì come giovane cavaliere seguito, si deggia di qui a pochi giorni celebrare, e in quella il giuoco de’ potenti giovani, sì come tu sai, si deggia fare, e io intendo in quello per amore di te mostrare le mie forze, che tu alcuna delle tue gioie mi doni, la quale portando in quello per sopransegna, mi doni tanto più ardire, che io non ho, ch’io possa acquistare vittoria -. Biancifiore, udendo queste parole, di vergognosa rossezza dipinse il candido viso, sì tosto come il cavaliere si tacque, e non sappiendo che si fare si voltò verso la reina riguardandola nel viso con dubitosa luce. A cui la reina disse: Giovane damigella alza la testa: e perchè hai tu presa vergogna? Dubiti tu che ciò che ha detto il cavaliere non sia vero? Certo nella nostra gran città niuna donna dimora, la cui bellezza si possa adequare al tuo viso; e perchè egli ti domandi grazia, sì come quelli che per amore disidera di servirti, ciò non gli dee da te esser negata, ma benignamente alcuna delle tue cose, quella che tu credi che più gli aggradi, gli dona: chè usanza è degli amanti insieme donarsi tal fiata delle loro gioie -. Disse Biancifiore allora: Altissima reina, e che donerò io al cavaliere che ’l mio onore e la dovuta fede non si contamini? -. La reina rispose: Biancifiore, non dubitare di questo, chè a quelle giovani a cui i fati ancora non hanno marito conceduto, possono liberamente donare ciò che [p. 247 modifica]loro piace, sanza vergogna. E che sai tu se essi ancora costui ti serbano per marito? E però donagli: e acciò che più grazioso gli sia, prendi il velo col quale tu ora la tua testa cuopri. Egli è tal cosa, che se pur te ne vergognassi, potresti negare d’avergliele donato, affermando che da altra l’avesse avuto, però che molti se ne trovano simiglianti -. Biancifiore, costretta dal parlare della reina, con la dilicata mano si sviluppò il velo della bionda testa, e sospirando il porse a Fileno, il quale in tanta grazia l’ebbe che mai maggiore ricevere non la credeva. E rendute del dono debite grazie, con esso da loro allegro si partì. E venuto il tempo del giuoco, legatosi questo velo alla testa, niuno fu nel giuoco che la sua forza passasse: per la qual cosa sopra quello, in presenza di Biancifiore, meritò essere coronato d’alloro.

La fortuna, non contenta delle tribulazioni di Florio, condusse Fileno a Montoro pochi giorni poi la ricevuta vittoria. Il quale là onorevolemente ricevuto da molti, nella gran sala del duca, incominciò a narrare a’ giovani cavalieri suoi amici quanto fosse stato l’acquistato onore, disegnando con parole e con atti quanta forza e ingegno adoperasse per ricevere in sè tutta la vittoria, come fece. Poi, entrati in altri diversi ragionamenti, venuti a parlare d’amore, similemente sè propose esser assai più che altro innamorato, e di più bella donna, e come da lei niuna grazia era che conceduta non gli fosse se domandata l’avesse; e dopo molte parole disavedutamente gli venne ricordata Biancifiore. E Florio, che non era troppo lontano, e avea udite tutte queste cose, e piagneasi in se [p. 248 modifica]medesimo d’amore, che lui peggio che alcuno altro innamorato trattava, come udì ricordare Biancifiore, e per le precedenti parole conobbe lei essere quella donna di cui Fileno tanto si lodava, incontanente cambiato nel viso si partì da’ compagni tacitamente, e stato per picciolo spazio, ritornò nella sala con l’usato viso, e amichevolemente verso Fileno se n’andò. Il quale come Fileno il vide, levatosi in piè con quella reverenza che si convenia, incontro gli si fece. Allora Florio, per più accertarsi di ciò che sapere non avria voluto, mostrando di volere d’altre cose parlare con lui, presolo per lo braccio, sanza altra compagnia nella sua camera il menò. E quivi amenduni postisi a sedere sopra il suo letto, Florio con infinto viso de’ suoi accidenti e delle maniere de’ lontani paesi dov’egli era stato, lo incominciò a domandare; e poi quando tempo gli parve, gli disse: Se il colore del vostro viso non m’inganna, voi mi parete innamorato -. A cui Fileno rispose: Signor mio, sopra tutti gli altri giovani io amo -. - Ciò mi piace assai - rispose Florio, - però che nulla cosa m’è tanto a grado, quanto avere compagni ne’ miei sospiri; ma ditemi, se vi piace, da quella donna, cui voi amate, siete voi amato? -. Disse Fileno: Niuna cosa m’accende tanto amore nel cuore, quanto il sentire me essere amato da quella cui io più che me amo -. - Certo voi state bene - disse Florio; - ma ditemi, come conoscete voi che voi siate da quella, che voi tanto amate, amato? -. - Dirollovi - rispose Fileno: che io sia amato da quella cui io amo, tre cose me ne fanno certo. La prima si è il timido sguardare con focosi sospiri, nelle quali cose io apertamente conosco intero amore; appresso, me ne accertano [p. 249 modifica]le ricevute gioie, le quali sanza amore da gentile donna mai donate non sarieno. La terza cosa che questo mi mostra si è l’allegrezza della quale io veggo il bel viso ripieno d’ogni felice caso che m’avvenga -. - Ben sogliono essere le predette cose veri testimonii d’amore; ma ditemi, se vi piace, che gioia riceveste voi già mai dalla vostra donna: però che alcune sogliono donare gioie, le quali non sarieno degne di mettere in conto -. - Certo - disse Fileno - non è di quelle la mia, ma è da tenere carissima; e acciò che voi sappiate quanto io ne deggio tenere cara una che io n’ho qui meco, io vi dirò come io la ricevetti -. - Ciò mi piace - rispose Florio. Allora Fileno cominciò così a dire: Dovendo noi giucare nel giuoco che si fa nella solennità di Marte, pochi giorni ha passati celebrata, giucare, io nella sua presenza me n’andai, e umilmente la pregai che le piacesse a me, suo fedelissimo servidore, donare una delle sue gioie, la quale io per lo suo amore portassi nel giuoco. Essa, al mio priego mossa, benignamente in mia presenza con le dilicate mani questo velo si levò d’in su la sua bionda testa -; e traendo fuori il velo, il mostrò a Florio; e poi seguendo il suo parlare, disse: E appresso aggiunse che io per amore di lei mi dovessi portar bene. Onde se questo è assai manifesto segnale di vero amore, voi, come me, il potete conoscere -. - Ma è più che manifesto - rispose Florio, - e certo ogni altra cosa maggiore è da esserne da voi sperata -. Disse allora Fileno: Sicuramente che io molto più avanti ne spero, nè credo con l’aiuto de’ nostri iddii la mia speranza vegna fallita -. Florio, ancora di tutto questo non contento, gli disse: Fileno, se gl’iddii ve ne facciano tosto [p. 250 modifica]venire a quel che disiderate, ditemi, se licito v’è, se questa vostra donna è bella, e chi ella è -. Rispose Fileno: Signor mio, mai ella non mi comandò ch’io dovessi il suo nome celare, nè la sua bellezza richiede d’essere tenuta, a chi disidera di saperla, occulta, nè a voi niuna cosa sarebbe da nascondere; e appresso mi fido tanto nel buono amore che io conosco ch’ella mi porta, che posto che alcuni il sapessero e volesserlami, amandola, torre, non poriano. Onde, poi che vi piace di saperlo, io vi dirò il nome, il quale udendo conoscerete quanta sia la bellezza. La donna di cui io tutto sono, e per cui io amorosamente sospiro, si chiama Biancifiore, e dimora ne’ reali palagi del vostro padre in compagnia della reina. Voi la conoscete meglio che io non fo, e sapete bene quanta sia la sua bellezza, e quinci potete vedere se per graziosa donna io sono da amore costretto -. Riguardollo Florio allora nel viso sanza mutare aspetto, e disse: Veramente vi tiene amore per bella donna, e ora mi piace più ciò che detto m’avete, che prima non facea. Ma una cosa vi priego che facciate, che saviamente amiate e guardatevi di non lasciarvi tanto prendere ad Amore, che a vostra posta partire non vi possiate da lui, però che io, il quale vivo pieno di sospiri, per niuna altra cosa mi dolgo, se non per che io vorrei da lui partirmi, e non posso; e la cagione è però che io amai già una donna, e ancora più che me l’amo, e per quello che vedere me ne parve, ella amò me sopra tutte le cose, e in luogo di vero amore ella mi donò questo anello, il quale io porto in dito e porterò sempre per amore di lei; e poco tempo appresso lasciò me e donossi ad un altro di molto minor condizione che io [p. 251 modifica]non sono: per la qual cosa io ora mi vorrei partire da amare e non posso, e lei ho quasi del tutto perduta. Se a voi il simigliante avvenisse, certo elli sarebbe da dolerne a ciascuna persona che v’amasse -. Disse allora Fileno: Florio, buono è il consiglio che mi donate, e se io credessi che mi bisognasse, io il prenderei; ma sanza dubbio io la conosco tanto costante giovane, che mai del suo proposito, cioè d’amare me, non credo ch’ella si muti -. - Dunque avete voi vantaggio da tutti gli altri - disse Florio, - e se così sarà, più che nullo iddio vi potrete chiamare beato -. L’ora del mangiare gli levò da questo ragionamento, il quale non dilettava tanto all’una delle parti, quanto all’altra era gravissimo e noioso, e usciti della camera, lavate le mani, alle apparecchiate tavole s’asettarono.

Stette Florio alla tavola sanza prendere alcun cibo, rivolgendo in sè l’udite parole da Fileno, sostenendo con forte animo la noiosa pena che lo sbigottito cuore sentiva per quelle. Ma poi che le tavole furono levate, e a ciascuno fu licito d’andare ove gli piacea, Florio soletto se n’entrò nella sua camera, e serratosi in quella, sopra il suo letto si gittò disteso, e sopra quello incominciò il più dirotto pianto che mai a giovane innamorato si vedesse fare; e nel suo pianto incominciò a chiamare la sua Biancifiore e a dire così: O dolce Biancifiore, speranza della misera anima, quanto è stato l’amore ch’io t’ho portato e porto da quell’ora in qua che prima ne’ nostri giovani anni c’innamorammo! Certo mai alcuno donna sì perfettamente non amò, come io ho te amata: tu sola se’ stata sempre donna del misero cuore. Niuna [p. 252 modifica]cosa fu che per amore di te io non avessi fatto, niuna gravezza è che lieve non mi fosse paruta. E certo, quando il noioso caso della misera morte, alla quale condannata fosti, fu, niuno dolore fu simile al mio, infino a tanto che con la mia destra mano liberata non t’ebbi. Deh, misera la vita mia, quanti sono stati i miei sospiri, poi che licito non mi fu di poterti vedere! Quante lagrime hanno bagnato il dolente petto, nel quale io continuamente effigiata ti porto così bella, come tu se’! Nè mai niuno conforto potè entrare in me sanza il tuo nome. Niuno ragionamento m’era caro sanza esservi ricordata tu, di cui ora la speranza così spogliato mi lascia, pensando che me per Fileno abbi abandonato, e la cagione per che vedere non posso. Certo tu non puoi dire che io mai altra donna che te amassi: da assai sono stato tentato, mai niuna potè vantarsi che alquanto al loro piacere io mi voltassi. Nè in altra cosa conosco me averti già mai fallito: dunque perchè Fileno più di me t’è piaciuto? Deh or non sono io figliuolo del re Felice, nipote dell’antico Atalante sostenitore de’ cieli? Certo sì sono: e Fileno è un semplice cavaliere. Luce il viso suo di più bellezza che ’l mio? Mai no! E la sua virtù più che la mia? Or fosse essa pur tanta! Se forse valoroso giovane ti pare sotto l’armi, quanto il mio valore sia non ti dee essere occulto a tal punto in tuo servigio s’adoperò. Doni so bene che a questo non t’hanno tratta; ma io dubito che l’animo tuo, il quale solea essere grandissimo, sia impicciolito, e dubiti d’amare persona che maggior titolo porti di te, dubitando d’essere da me sdegnata. Certo questa dubitazione non dovea in te capere, però ch’io [p. 253 modifica]so te essere degli altissimi imperadori romani discesa; la qual cosa se ancora vera non fosse, non potrebbe tra te e me capere sdegno. Dunque, perchè m’hai lasciato? Ahimè, misera la vita mia! Quando troverai tu un altro Florio, che sì lealmente t’ami com’io t’ho amata? Tu nol troverai già mai! Tu m’hai data materia di sempre piagnere, però che mai del mio cuore tu non uscirai, nè potresti uscire; e sempre ch’io mi ricorderò me essere del tuo cuore uscito, tante fiate sosterrò pene sanza comparazione. E quello che più in questo mi tormenta, si è che io conosco te non poter negare l’essere di Fileno innamorata, però che egli m’ha mostrato quel velo col quale tu coprivi la bionda testa, quando con pietose parole ti domandò una delle tue gioie, e tu gli donasti quello. Oimè misero, ove si vogliono oramai voltare i miei sospiri a domandare conforto, poi che tu m’hai lasciato, ch’eri sola mia speranza? Oimè dolente, erati così noioso l’attendere di potermi vedere, che per così poco di tempo me per un altro, cui più sovente veder puoi, hai dimenticato? Io non so che mi fare: io disidero di morire e non posso -. E lagrimando per lungo spazio, ricominciava a dire: O Amore, valoroso figliuolo di Citerea, aiutami. Tu fosti del mio male cominciatore: non mi abandonare in sì gran pericolo! Tu sai che io ho sempre i tuoi piaceri seguiti. Vagliami la vera fede che io ho portata alla tua signoria, la quale me a sè sottomettere non dovea sanza intendimento d’aiutarmi infino alla fine de’ miei disii. Volessero gl’iddii che mai la tua saetta non si fosse distesa verso il mio cuore, nè che mai veduta fosse stata da me la luce de’ begli occhi di Biancifiore [p. 254 modifica]da’ quali ora per la tua potenza medesima tradito e ingannato mi trovo! Oimè misero, quante fiate già per la tua potenza mi giurò ella che mai me per altrui non lascerebbe, e io a lei simile promissione feci! Io l’ho osservata, ma ella m’ha abandonato. Ove è fuggita la promessa fede? E tu dove se’, o Amore, il cui potere è stato schernito da questa giovane? Come non ti vendichi, e me similmente? Se tu così notabile fallo lasci impunito chi avrà in te già mai fidanza? Tu perseguitasti il misero Ipolito infino alla morte perchè egli sdegnava tua signoria: come costei, che l’ha ingannata, non punisci? Io non ne cerco però grave punizione, ma solamente che tu la ritorni nel pristino stato; e se questo conceder non mi vuoi, consenti di chiudere con le tue mani i miei occhi acciò che più la mia vita in sì fatta maniera non si dolga. Deh, ascolta i prieghi del misero, o caro signore; rivolgiti verso lui con pietoso viso, acciò ch’egli possa avere alcuna consolazione anzi la morte, la quale tosto, in dispiacere del mio padre, prendere mi possa, il quale di questo male è cagione, però che se egli non fosse, io non sarei stato lontano, e essendo stato presente, la mia Biancifiore non avrebbe me per Fileno dimenticato: avvegna che ancora io credo che per paura di lui ella si sia ingegnata d’avere altro amadore. Oimè, che nulla cagione è che a me non sia contraria! A me avviene sì come alla nave, alla quale, già mezza inghiottita dalle tempestose onde, ogni vento è contrario. O misera fortuna, i tuoi ingegni aguzzano a nuocere a me, apparecchiato di ruinare! Oimè, perchè questo sia io non so. Tu fosti già a me benignissima madre, e ora mi se’ acerba [p. 255 modifica]matrigna. Io mi ricordo già sedere nella sommità della tua rota, e veder te con lieto viso onorarmi: e questo era quando il lieto viso di Biancifiore m’era presente, mostrandomi quello amore che parimente insieme ci portavamo; ma tu, credo, invidiosa di sì graziosa gioia com’io sentiva, non sostenesti tener ferma la tua volubile rota, ma voltando, non sanza mio gran dolore, allontanandomi dal bel viso, mi pingesti a Montoro. Qui con grandissimi tormenti stando, imaginava me essere nella più infima parte della tua rota, nè credea più potere discendere; ma tosto con maggiore infortunio mi facesti conoscere quella avere più basso luogo: e questo fu quando non bastandoti me avere allontanato da lei, t’ingegnasti d’opporre alle forze degl’iddii, volendola far morire, alla cui salute, non tua mercè, io fui arditissimo difenditore. E in tale stato, con più sospiri che per lo passato tempo avuti non avea, mi tenesti grande stagione, sperando io di dovere risalire, se si voltasse: però che tanto m’era paruto scendere, che ’l centro dell’universo mi parea toccare. Ma tutto ciò non bastandoti, ancora volesti che niuno luogo fosse nella tua rota, che da me non fosse cercato; e ha’mi ora in sì basso luogo tirato, che con la tua potenza, ancora che benigna mi ritornassi come già fosti, trarre non me ne potresti. Io sono nel profondo de’ dolori e delle miserie, pensando che la mia Biancifiore abbia me per altrui abandonato. O dolore sanza comparazione! O miseria mai non sentita da alcuno amante che è la mia! Avvegna che io non sia il primo abandonato, io son solo colui che sanza legittima cagione sono lasciato. La misera Isifile fu da Giansone abandonata [p. 256 modifica]per giovane non meno bella e gentile di lei e per la salute propia della sua vita, la quale sanza Medea avere non potea. Medea poi per la sua crudeltà fu giustamente da lui lasciata, trovando egli Creusa più pietosa di lei. Oenone fu abandonata da Paris per la più bella donna del mondo. E chi sarebbe colui che avanti non volesse una reina discesa del sangue degl’immortali iddii, che una rozza femina usata ne’ boschi? Oh quanti essempli a questi simili si troverebbero! Ma al mio dolore niuno simile se ne troverebbe, che un figliuolo d’un re per un semplice cavaliere sia lasciato dove la virtù avanza nell’abandonato. Deh, misera fortuna, se io avessi ad inganno avuto l’amore di Biancifiore, come Aconzio ebbe quello di Cidipe, certo alquanto parrebbe giusto che io fossi per più piacevole giovane dimenticato; ma io non con inganno, non con forza, non con lusinghe ricevetti il grazioso amore, anzi benignamente e con propia volontà di lei, cercando co’ propii occhi se io era disposto a prenderlo, e trovando di sì, mel donò: il qual ricevuto, a lei del mio feci subitamente dono. Adunque perchè questa noia? Perchè consentire me per altro essere dimenticato? Oimè, che le mie voci non vengono alle tue orecchi. Or volessero gl’iddii che mai lieta non mi ti fossi mostrata! Certo io credo che ’l mio dolore sarebbe minore, però che io reputo felicissimo colui che non è uso d’avere alcuna prosperità, però che da quella sola, perdendola, procede il dolore. E di che si può dolere chi dimora sempre con quello ch’egli ebbe? Tu ora m’hai posto sì abasso che più non credo potere scendere: nel quale luogo, sì come più doloroso [p. 257 modifica]che alcuno altro, mai sanza lagrime non dimorerò. Piaccia agl’iddii che sopravegnente morte tosto me ne cavi -. E poi che queste cose piangendo avea dette, rimirava all’anello che in dito portava, e diceva: O bellissimo anello, fine delle mie prosperità e principio delle miserie, gl’iddii facciano più contenta colei che mi ti donò, che essi non fanno me. Deh, come non muti tu ora il chiaro colore, poi che ha la tua donna mutato il cuore? Oimè, che perduta è la reverenza che io ho a te e all’altre cose da lei ricevute portata! Ogni mio affanno in picciola ora è perduto: ma poi che ella mi s’è tolta, tu non ti partirai da me. Tu sarai etterno testimonio del preterito amore, e così come io sempre nel cuore la porterò, tu così sempre nella usata mano starai -. E poi bagnandolo di lagrime, infinite volte il baciava chiamando la morte che da tale affanno col suo colpo il levasse, e più forte piangendo diceva: Oimè, perchè più si prolunga la mia vita? Maladetta sia l’ora ch’io nacqui e che io prima Biancifiore amai. Or fosse ancora quel giorno a venire, nè già mai venisse. Ora fossi io in quell’ora stato morto, acciò che io essemplo di tanta miseria non fossi nel mondo rimaso. Ma certo la mia vita non si prolungherà più! -. E postasi mano allato, tirò fuori un coltello, il quale da Biancifiore ricevuto avea, dicendo: Oggi verrà quello che la dolorosa mente s’imaginò quando donato mi fosti, cioè che tu dovevi essere quello che la mia vita terminerebbe: tu ti bagnerai nel misero sangue, tenuto vile dalla tua donna, la quale, sappiendolo, forse avrà più caro avermiti donato, per quello che avvenuto ne sarà, che per altro -. Mentre che Florio piangendo dolorosamente [p. 258 modifica]queste parole diceva, disteso sopra ’l suo letto, Venere, che il suo pianto avea udito, avendo di lui pietà, discese del suo cielo nella trista camera, e in Florio mise un soavissimo sonno, nel quale una mirabile visione gli fu manifesta.

Poi che Florio, da dolce sonno preso, ebbe lasciato il lagrimare, nuova visione gli apparve. A lui parea vedere in un bellissimo piano un gran signore coronato di corona d’oro, ricca per molte preziose pietre, le quali in essa risplendeano maravigliosamente, e i suoi vestimenti erano reali. E parevagli che questi tenesse nella sinistra mano uno arco bellissimo e forte, e nella destra due saette, l’una d’oro, e quella era agutissima e pungente, l’altra gli parea di piombo, sanza alcuna punta. E questo signore, il quale di mezza età, nè giovane nè vecchio, giudicava, gli parea che sedesse sopra due grandissime aquile, e i piedi tenesse sopra due leoni, e nell’aspetto di grandissima autorità. E quanto Florio più costui guardava, più mirabile gli parea, ventilando due grandissime ali d’oro, le quali dietro alle spalle avea. Ma poi che a Florio parve per lungo spazio avere lui riguardato, elli gli parve vedere dalla destra mano del signore una bellissima donna, la quale ginocchioni davanti al signore umilemente pregava; ma egli non poteva intendere di che, se non che, fiso riguardando la donna gli parve che fosse la sua Biancifiore. Poi alla sinistra mano del signore rimirando, vide un tempestoso mare nel quale una nave con l’albero rotto, e con le vele le quali piene d’occhi gli pareano tutte spezzate, e con li timoni perduti e sanza niuno governo. E in quella nave gli parea essere, a lui, tutto ignudo, [p. 259 modifica]con una fascia davanti agli occhi, e non sapere che si fare; e dopo lungo affannare in questa nave, gli parea vedere uscire di mare uno spirito nero e terribile a riguardare, il quale prendeva la proda di questa nave, e tanto forte la tirava in giuso che già mezza l’aveva nelle tempestose onde tuffata. Allora Florio, forte spaventato sì per lo fiero aspetto dello spirito sì che si vedea la morte vicina per la tempestante nave, con grandissimo pianto verso la poppa gli parea fuggire e gridare verso quel signore "Aiuto". Ma egli non parea che alle sue parole nè a’ suoi prieghi colui si movesse; onde Florio più temea sentendo ciascuna ora più la nave affondare. Poi dopo alquanto spazio gli parea che questo signore gli dicesse: "Io sono colui cui tu hai già tanto chiamato ne’ tuoi sospiri: non credere che io ti lasci perire". Ma per tutto questo niente si muove. Ma poi che a Florio piangendo con grandissima paura parve avere un grandissimo pezzo aspettato, a lui parve che la fascia, che davanti agli occhi avea, alquanto s’aprisse, e fossegli conceduto di vedere dove stava: e com’egli aperse gli occhi a riguardare, vide essere già quella nave tanto tirata sotto l’onde, che poco o niente se ne parea. Allora, forte piangendo, gli parea domandare mercè e aiuto, e alzando gli occhi al cielo per invocare quello di Giove, parendogli che quello di quel signore li fallisse, e egli vide una bellissima giovane tutta nuda, fuori che in uno sottile velo involta, e dicevagli: "O luce degli occhi miei, confortati". A cui Florio rispondea: "E che conforto poss’io prendere, che già mi veggo tutto sotto l’onde?". La giovane gli rispondea: "Caccia dalla tua nave quello iniquo [p. 260 modifica]spirito, il quale con la sua forza s’ingegna d’affondarla". A cui Florio parea che rispondesse: "E con che il caccerò io, che niuna arma m’è rimasa?". Allora parea a Florio che costei traesse del bianco velo una spada, che parea che tutta ardesse, e dessegliela; la quale Florio poi che presa l’avea, gli pareva rimirare costei e dire: "O graziosa giovane, che ne’ miei affanni tanto aiuto vi ingegnate di porgermi, se vi piace, siami manifesto chi voi siete, però che a me conoscere mi vi pare, ma la lunga fatica m’ha sì stordito, che il vero conoscimento non è con meco". Questa parea che così gli rispondesse: "Io sono la tua Biancifiore, di cui tu oggi, ignorante la verità, ti se’ tanto sanza ragione doluto"; e questo detto, parea a Florio che essa gli porgesse un ramo di verde uliva e disparisse. Poi parea a Florio con l’ardente spada leggerissimo andare sopra l’onde e ferire lo iniquo spirito più volte, ma dopo molti colpi gli parea che lo spirito lasciasse il legno, tornandosi per quella via onde era venuto. E partito lui, a Florio parea che il mare ritornasse alquanto più tranquillo, e il legno nel suo stato, di che in se medesimo si rallegrava molto. E volendo intendere a racconciare i guasti arnesi della sua nave, il lieve sonno subitamente si ruppe. E Florio dirizzato in piè, sospirando e quasi stordito per la veduta visione, si trovò in mano un verde ramo d’uliva: per la qual cosa vie più d’ammirazione prese, e incominciò a pensare sopra le vedute cose e sopra il verde ramo. E poi che egli ebbe lungamente pensato, e egli incominciò così fra se medesimo a dire: "Veramente avrà Amore le mie preghiere udite, e forse in soccorso della mia vita vorrà tornare Biancifiore in quello [p. 261 modifica]amore verso di me che ella fu mai, però che la voce di lei mi riconfortò nella affannosa tempesta ove io mi vidi, e diemmi argomento da campare da quella, e in segno di futura pace mi donò questo ramo delle frondi di Pallade: onde poi che così è, io voglio avanti piangendo alquanto aspettare che Biancifiore mi mostrerà di voler fare, che subitamente, sanza farle sentire ciò che Fileno m’ha detto, uccidermi con le propie mani". E questo detto riprese il coltello che sopra il letto ignudo stava, e quello rimise nel suo luogo; e sanza più indugio, come propose, così fece una pistola, la quale egli mandò a Biancifiore, in questo tenore:

"Se gli avversarii fati, o graziosa giovane, t’hanno a me con l’altre prosperità levata, come io credo, non con isperanza di poterti con i miei prieghi muovere dal novello amore, ma pensando che lieve mi fia perdere queste parole con teco insieme, ti scrivo. La qual cosa se non è com’io estimo, se parte alcuna di salute m’è rimasa, io la ti mando per la presente lettera, della quale volessero gl’iddii che io fossi avanti aportatore; e per quello amore che tu già mi portasti, ti priego che questa sanza gravezza infino alla fine legghi. E però che pare che sia alcuno sfogamento di dolore a’ miseri ricordare con lamentevoli voci le preterite prosperità, a me misero Florio, da te abandonato, con teco, sì come con persona di tutte consapevole, piace di raccontarle; e forse udendole tu, che pare che messe l’abbi in oblio, conoscerai te non dovere mai me per alcuno altro lasciare. Adunque, sì come tu sai, o giovane donzella, tu, in un giorno nata ne’ reali palagi con meco di pellegrino ventre, [p. 262 modifica]compagna a’ miei onori divenisti, che sono unico figliuolo del vecchio re: ne’ quali onori tu e io parimente dimorando Amore l’uno così come l’altro, ne’ nostri puerili anni, con la cara saetta ferì. Nè più fu in sì tenera età perfetto l’amore d’Ifis e di Iante che fu il nostro. E quello studio che a noi, costretti da aspro maestro, ne’ libri si richiedeva, cessante Racheio, in rimirarci mettevamo, mostrando lo inestimabile diletto che ciascuno di ciò avea. Oimè, che ancora niuno ricordo era nella nostra corte di Fileno, il quale di lontana parte dovea venire a donarti simile gioia. Ma poi la fortuna, mala sostenitrice delle altrui prosperità, invidiosa de’ nostri diletti, i quali con dolci sguardi e semplici baci solamente si contentavano per la età che semplice era, verso di noi innocenti volle la sua potenza mostrare, e, abassando con la sinistra mano la non riposante rota, il nostro occulto amore a sospette persone fece manifesto. Il quale dal mio padre, dopo gravi riprensioni maestrali, saputo, fui costretto di partirmi da te: nella quale partita, tu mia e io sempre tuo, per la somma potenza di Citerea, giurammo di stare, mentre Lachesis, fatale dea, la vita ne nutricasse. E nel mio partire mi vedesti piangere, e tu piangesti; e ciascuno di noi egualmente dolente, mescolammo le nostre lagrime. E sì come l’abbracciante ellera avviticchia il robusto olmo, così le tue braccia il mio collo avvinsero, e le mie il tuo simigliantemente; e appena ci era licito ad alcuno di lasciare l’uno l’altro, infino a tanto che tu per troppo dolore costretta nelle mie braccia semiviva cadesti, riprendendo poi vita quando io cercava teco morire, te riputando morta. Ora fosse agl’iddii [p. 263 modifica]piaciuto che allora il termine della mia vita fosse compiuto! Ma tu poi levata, e donatomi quello anello il quale ancora te mi tiene legata nel cuore e terrà sempre, mi pregasti che mai io non ti dovessi dimenticare per alcuna altra. Alle quali parole s’aggiunsero sì tosto le lagrime che appena ne fu possibile dire addio. E dopo la mia partita mi ricorda avere udito che tu con gli occhi pieni di lagrime mi seguitasti infino a tanto che possibile ti fu vedermi, sì come io similemente stetti sempre con gli occhi all’alta torre, ove te imaginava essere salita per vedere me. Tu rimanesti nelle nostre case visitando i luoghi dove più fiate stati eravamo insieme, e in quelli con sì fatta ricordanza prendevi alcuno diletto imaginando. Ma io misero, poi che i tristi fati da te m’ebbero allontanato, come gl’iddii sanno, niuno diletto si potè al mio animo accostare sanza ricordarmi di te; e ciascun giorno i miei sospiri cresceano trovandomi lontano alla tua presenza; e quelle fiamme le quali il mio padre credeva, lontanandomi da te, spegnere, con più potenza sempre si sono raccese e divenute maggiori. Oimè, ora quante fiate ho io già pianto amaramente per troppo disio di veder te, e quante fiate già nel tenebroso tempo, quando amenduni i figliuoli di Latona nascosi ci celano la loro luce, venni io alle tue porti dubitando di non essere sentito da’ miei minori servidori, e non temendo la morte che nelle mani degli insidianti uomini ne’ notturni tempi dimora, nè de’ fieri leoni, nè de’ rapaci lupi per lo cammino usanti in sì fatte ore! E quante volte già giovani donne per rattiepidare i miei tormenti, le cui bellezze sarieno agl’iddii bene investite, m’hanno del [p. 264 modifica]loro amore tentato, nè mai alcuna potè vincere il forte cuore, a te tutto disposto di servire! E poi, oltre a tutte l’altre tribulazioni, gl’iddii sanno quanto grave mi fosse ciò che di te intesi, quando ingiustamente condannata fosti alla crudele morte: alla quale io con tutte le mie forze, mercè degl’iddii che m’aiutarono, conoscendo la ingiustizia a te fatta, m’opposi in maniera che me con teco trassi da tale pericolo. E poscia ognora in maggiore tribulazione crescendo, dubitando della tua vita, mai non divenni vile a sostenere tormenti per te, nè mai per tutte le contate cose una fiata mi pentii d’averti amata, nè proposi di non volerti amare, ma ciascuna ora più t’amai e amo, avvegna che te io aggia tutto il contrario trovata, però che tu non hai potuto la minor parte delle mie miserie sostenere in mio servigio. Tu, mobile giovane, ti se’ piegata come fanno le frondi al vento, quando l’autunno l’ha d’umore private. Tu agl’ingannevoli sguardi di Fileno, il quale non lunga stagione t’ha tentata, se’ dal mio al suo amore voltata. Oimè, or che hai tu fatto? E se questo forse negare volessi tu, non puoi, con ciò sia cosa che la sua bocca a me abbia tutte queste cose manifestate. E oltre a ciò, volendomi mostrare quanto il tuo amore sia fervente verso di lui, mi mostrò il velo che tu della tua testa levasti e donastilo a lui: il quale quand’io il vidi, un subito freddo mi corse per le dolenti ossa, e quasi smarrito rimasi nella sua presenza. Oimè, come io volontieri gli avrei con le pronte mani levato il caro velo, e lui, che s’ingegnava di te levarmi, tutto squarciato, cacciandolo da me con grandissima vergogna; ma per non scoprire quello che nel mio cuore dimorava [p. 265 modifica]rava, e per udire più cose, sostenni con forte viso di riguardare quello per amore di te, immaginando che peraddietro la tua testa, a me graziosissima a ricordare avea coperta. Oimè, ora è questa la costanza che ho avuto inverso di te? Deh ora non sai tu quante e quali donne me hanno per maritale legge al mio padre addomandato? E quante e quali egli me n'ha già volute dare per volermi levare a te? Or non consideri tu quanti e quali dolori io ho già per te sostenuti per l’esserti lontano, e sostenga continuamente? Queste cose non si dovrieno mai del tuo animo partire, le quali mostra che assai da esso lontane sieno, vedendomi io essere per Fileno abbandonato. Deh ora qual cagione t’ha potuta a questo muovere? Certo io non so. Che forse mi rifiuti per basso legnaggio, sentendo te essere degli altissimi principi romani discesa, le cui opere hanno tanta di chiarezza, che ogni reale stirpe abumbrano, e me del re di Spagna figliuolo, ove reputando te più gentile di me, m’hai per altro dimenticato? Ma tu stoltissima giovane non hai riguardato per cui; perocchè se bene avessi cercato, tu avresti Fileno trovato non essere di real progenie nè di romano principe disceso, ma essere un semplice cavaliere. E forse più di bellezza in lui che in me ti muove, certo questo è vano movimento, conciossiecosachè egli non sia bellissimo nè io sì laido, che per quello dovessi essere lasciato da te. Se forse in lui più virtù che in me senti, questo non so io, ma certo da alcuno amico m’è stato rapportato segretamente, me essere nel nostro regno tra gli altri giovani virtuoso assai. Oimè, ch'io non so perchè in queste cose menome io scrivendo dimoro, [p. 266 modifica]piacere faccia parere il laido bellissimo, e colui ch’è sanza virtù copioso di tutte, e il villano gentilissimo riputare. Io mi piango con più doloroso stile pensando che quando tutte le ragioni di sopra dette aiutassero Fileno, come elle debitamente me difendono, perchè dovrei io essere da te lasciato già mai? Ove credi tu mai trovare un altro Florio il quale t’ami com’io fo? Quando credi tu avere recato Fileno a tal partito ch’egli per te si disponga alla morte com’io feci? Oimè, ove è ora la fede promessa a me? Deh, se io fossi molto allontanato da te con questa speranza con la quale io t’era vicino, alcuna scusa ci avrebbe: o dire: "Io mai più vedere non ti credea", o porre scusa di rapportata morte: delle quali qui niuna porre ne puoi, però che di me continue novelle sentivi e ognora potevi udire me essere a te più subietto che mai. Oimè, ch’io non so quale iddio abbia la sua deità qui adoperata in fare che tu non sii mia come tu suoli, nè so qual peccato a questo mi nuoccia. Fallito verso te non ho, salvo io non avessi peccato in troppo amarti dirittamente: al quale fallo male si confà la dolente pena che m’apparecchi, cioè d’amare altrui e me per altro abandonare. Ma tanto infino ad ora ti manifesto che, con ciò sia cosa che mai io non possa sanza te stare nè giorno nè notte che tu sempre ne’ miei sospiri non sia, se questo esser vero sentirò, con altra certezza che quella che io ti scrivo, per gli etterni iddii la mia vita in più lungo spazio non si distenderà, ma contento che nella mia sepoltura si possa scrivere: "Qui giace Florio morto per amore di Biancifiore", mi ucciderò, sempre poi perseguendo la tua anima, se alla mia [p. 267 modifica]non sarà mutata altra legge che quella alla quale ora è costretta. Io avea ancora a scriverti molte cose, ma le dolenti lagrime, le quali, ognora che queste cose che scritte t’ho mi tornano nella mente, avvegna che dire potrei che mai non escono, mi costringono tanto, che più avanti scrivere non posso. E quasi quello che io ho scritto non ho potuto interamente dalle loro macchie guardare; e la tremante mano, che similemente sente l’angoscia del cuore che mi richiama all’usato sospirare, non sostiene di potere più avanti muovere la volonterosa penna: onde io nella fine di questa mia lettera, se più merito d’essere da te udito come già fui, ti priego che alle prescritte cose provegghi con intero animo. Nelle quali se forse alcuna cosa scritta fosse la quale a te non piacesse, non malizia, ma fervente amore m’ha a quella scrivere mosso, e però mi perdona. E se quello che il tristo cuore pensa è vero, caramente ti priego che, se possibile è, indietro si torni. E se forse l’amore che tu m’avesti già nè i miei prieghi a questo non ti strignesse, stringati la pietà del mio vecchio padre e della misera madre, a’ quali tu sarai cagione d’avermi perduto. E se così non è, non tardi una tua lettera a certificarmene, però che infino a tanto che questo dubbio sarà in me, infino a quell’ora il tuo coltello non si partirà della mia mano, presto ad uccidere e a perdonare secondo ch’io ti sentirò disposta. Avanti non ti scrivo, se non che tuo son vivuto e tuo morrò: gl’iddii ti concedano quello che onore e grandezza tua sia, e me per la loro pietà non dimentichino".

Fatta la pistola, Florio piangendo la chiuse e suggellò; e chiamato a sè un suo fedelissimo servidore [p. 268 modifica]il quale era consapevole del suo angoscioso amore, così gli disse: O a me carissimo sopra tutti gli altri servidori, te’ la presente lettera, la quale è segretissima guardia delle mie doglie, e con studioso passo celatamente a Biancifiore la presenta, e priegala che alla risposta niuno indugio ponga, però che per te l’attendo. Se avviene che la ti doni, niuna cagione ti ritenga, ma sollecitamente a me, quanto più cheto puoi, fa che la presenti, acciò che degnamente possi nella mia grazia dimorare. Va, che ’l molto disio mi cuoce d’udire quello che a questa si risponderà; e guarda che niuno altro che quella propia a cui io ti mando la vedesse. Prese il servo la suggellata pistola, e quella, con istudioso passo, pervenuto in Marmorina nelle reali case, presentò a Biancifiore occultamente. La quale come Biancifiore la vide, primieramente con dolci parole domandò come il suo Florio stesse. A cui il servo rispose: Graziosa giovane, niuno sospiro è sanza lui. Egli si consuma in isconvenevole amaritudine, la cagione della quale è a me nascosa -. Udito questo, Biancifiore cominciò a sospirare, dicendo: Oimè, e per quale cagione potrebbe questo essere? -. - Per niuna, credo - rispose il servo, - se per amore di voi non è. Egli vi manda caramente pregando che sanza alcuno indugio alla presente pistola rispondiate; e io, se vi piacerà, attenderò la risposta -. Allora Biancifiore la presa pistola si pose sopra la testa, e, avanti che l’aprisse, la baciò forse mille fiate, e, partita dal messaggiere, gli disse che di presente la risposta gli recherebbe, e sola nella sua camera se n’entrò, dubitando che dir dovesse la presente lettera. E, rotto il tenero legame, apri quella, nè [p. 269 modifica]più tosto la prima parte ne lesse, che i begli occhi s’incominciarono a bagnare d’amare lagrime; e così, ognora più forte piangendo come più avanti leggeva, la finì di leggere. Ma poi che con pianti e con sospiri più fiate l’ebbe reiterata leggendo, angosciosa molto nella mente della falsa imaginazione di Florio, la quale avea di verità viso per lo mal donato velo, sopra ’l suo letto si pose, e a quella così al suo Florio rispose:

"Non furono sanza molte lagrime gli occhi miei, quando primieramente videro la tua pistola, o nobilissimo giovane, sola speranza della dolente anima, la quale con gravissima angoscia molte fiate rilessi. E certo ella non fu dal tuo pianto macchiata quasi in alcuna parte, a rispetto che le mie lagrime la macchiarono. E più volte leggendo quella, fra me pensai aver difetto d’intendimento, alcuna volta dicendo fra me medesima: "Io non la intendo bene, però che non potrebbe essere che intendimento di Florio fosse di scrivermi le parole che semplicemente guardando pare che questa pistola porga". Altra volta dicea: "Forse Florio mi tenta, e vuole vedere se io mi muto per asprezza di parole". Ma poi che ogni intendimento si cessò da me, e lasciommisi credere che tu credevi quello che scrivevi, appena credetti potere a tanto sforzare la deboletta mano che la penna in quella sostenere si potesse per volerti rispondere; ma poi che pure sforzandomi gl’iddii mi concedono potere a te rispondere, per questa, quella salute che per me disidero, ti mando. E se alcuna fede merita il leale amore ch’io ti porto, ti giuro per gl’immortali iddii che e’ non t’era bisogno distenderti in tanto scrivere [p. 270 modifica]per mostrarmi quanto sia stato o sia l’amore che mi porti, però che molto maggiore credo che sia che la tua lettera non mostra, nè tu per parole potresti mostrare. E similmente i lunghi affanni e i gran meriti, a quali io mai aggiunger non potrei a remunerare il più picciolo, per quella conobbi. Ma il sentirti piagnere della intera fede la quale mai nè ti ruppi, nè disiderai di romperti m’ha mossa a lagrimare e istrinta a scriverti, disiderosa di farti certo te mai da me non essere dimenticato, nè potere possibile mai divenire che io ti dimentichi. Io, o grazioso giovane, non credo me essere nata de’ ferocissimi leoni barbarici, nè delle robuste querce d’Ida, nè delle fredde marmore di Persia, dalle quali cose risomigliando passi di rigidezza i libiani serpenti; ma di pietoso padre e di benigna madre, sì come più fiate m’è stato detto, discesi, e per quella legge che sono gli umani corpi dalla natura tratti, e io similemente, ma non dalla fortuna. Nè appresi mai, nè so essere, nè disidero di saperlo, crudele e sanza umano conoscimento come tu imagini. Tu mi scrivi che Amore me, come te, ne’ nostri puerili anni, insiememente ferì: della qual cosa io non meno di te mi ricordo. E certo egli mi trovò atta e disposta ad amare come te similemente, nè più durezza credo che trovasse nel mio che nel tuo cuore, o abbia mai trovata. Per la qual cosa, se tu con affanni infiniti se’ lontano a me dimorato, io non dimorai mai nè dimoro con diletto a te lontana, anzi mi sento da diverse punture molestare per simile cagione che senti tu, nè mai infinta lagrima nè falsa parola per più accenderti udisti da me: ma volessero gl’iddii che possibile fosse [p. 271 modifica]te aver potuto vedere e udire le vere, le quali se vedute avessi, forse più temperatamente avresti scritto, quando dicesti me non essere costante a sostenere per te uno affanno, nè in amarti. Ma però che tutto questo spero con l’aiuto degl’iddii ancora doversi manifestare a te con apertissimo segno, più non mi stendo a scrivertene, essendo non meno da più grave dolore costretta, sentendo te credere essere da me per Fileno abandonato, sì come la tua lettera mostra, la quale quando vidi, assalita da non picciola doglia, per poco non morii. Oimè, quanto m’è la fortuna avversa! Tu vai cercando di mostrarmi cagioni per le quali io debbia aver te per Fileno lasciato, e quelle tu medesimo l’annulli: e veramente da annullare sono! E se di te quel senno non è partito che aver suoli, dovresti pensare che io non sono del senno uscita, che io non conosca manifestamente te di nobiltà avanzare Fileno, semplice cavaliere della tua corte, e me picciolissima serva di te e del tuo padre, a cui tu rimproveri, faccendoti beffe di me, me esser discesa degli antichi imperadori romani, i quali gl’iddii guardino che sì poco torni la loro potenza, che ad essere servi, com’io sono, torni la loro sementa. Nè ancora mi si occulta la tua virtù, nè la tua bellezza piena di graziosa piacevolezza, a me cagione d’intollerabile tormento: per le quali cose saresti più degno amante dell’alta Citerea che di me. E certo, ben che io ti conosca nobilissimo, virtuoso e pieno di bellezza più che alcuno altro, e me sanza alcuna di queste cose, non sono io però invilita ch’io non abbia ardire di perfettamente amarti, come che mi si convenga o no. Ora dunque, se tutte queste cose sono da me conosciute, come è [p. 272 modifica]credibile che io per Fileno te potessi dimenticare? E non ti ritenesti di dire che io, femina di fragilissima natura, niuna avversità per amor di te sostenere non avea potuto, volendo quasi dire che per alleggiare i sospiri, che per te, a me lontano, sento insieme con molte pene, cercai di volere prossimano amadore, il quale più spesso veggendo, mi rallegrassi. Oimè, che falsa oppinione porti, se questo credi! Ma certo più per tentarmi, che per altro il fai, però che io so che tu conosci che io mai dal mio nascimento, risomigliando da’ miei parenti, sanza avversità non fui, per la qual cosa a forza m’è convenuto divenire maestra di sostenere quelle: e se io l’ho sostenute grandissime tu il sai, che gran parte con meco insieme n’hai sentite. Pensa certamente che alcuni sospiri mai non furono cocenti come sono quelli i quali io per troppo disio di te mando fuori della mia bocca, nè lagrime mai con tanta copia bagnarono petto, quanto hanno le mie il mio bagnato, solo per lo tuo essere lontano. Ma veramente non molto tempo passerà che tu potrai dire che io sia fragile a sostenere l’avversità nelle quali io sono circuita, però ch’io sento la mia vita fuggire da me con istudioso passo, e l’anima, che il dolore del dolente cuore non puote sostenere, l’ha già più volte voluto abandonare, e solo alcuno conforto, che io allora ho preso sperando di rivederti, l’ha ritenuta. Ma se così fatti dolori aggiugni a quelli che io ho infino a qui sentiti, come fatto hai al presente per la tua pistola, io non aspetterò che l’anima cerchi congedo, anzi gliele darò costringendola del partire, se ella forse volesse dimorare. Io sono entrata in nuova dubitazione, la [p. 273 modifica]quale m’è a pensare molto grave, e appena mi si lascia credere. Ma Amore, che ammollisce i duri cuori, mel fa tal volta credere e alcuna altra discredere, che tu, o signor mio, scritto non m’abbia che io abbia te per Fileno dimenticato, acciò che io ragionevolemente di te piangere non mi possa, se per alcuna altra me hai costà dimenticata; ma tutta fiata non sono di tanta falsa oppinione che io il possa credere, anzi dico, qualora quel pensiero m’assale, niuna ragione farà mai che Biancifiore sia se non di Florio, o Florio se non di Biancifiore. Ma sanza fine mi s’attrista il cuore, qualora in quella parte della tua pistola leggo, ove scrivi me dovere avere donato a Fileno in segno di perfetto amore il velo della mia testa, il quale di’ che quando il ti mostrò, volontieri avresti levatogliele, squarciando lui tutto. La qual cosa volessero gl’iddii che tu fatto avessi, però che a me sarebbe stata non picciola consolazione nell’animo, e la cagione è questa: io non niego che quel velo, vilissima cosa, non fosse a lui donato dalle mie mani, ma certo il cuore nol consentì mai, ma così costretta dalla tua madre mi convenne fare. Per lo quale egli, forse pigliando intera speranza di pervenire al suo intendimento per tale segnale, più volte con gli occhi e con parole mi tentò di trarmi ad amarlo, la qual cosa credo impossibile sarebbe agl’iddii; nè mai da me più avanti potè avere. Nè è però da credere che in un velo o in altro gioiello si richiuda perfetto amore: solamente il cuore serva quello, e io, che più che altra giovane il sento per te, posso con vere parole parlarne. E che io niuna persona amai, se non solamente te, ne chiamo testimonii gl’iddii, a’ quali niuna [p. 274 modifica]cosa si nasconde: e però io ti priego che il velo, non volonterosamente donato, non ti porga nel cuore quella credenza che da prendere non è. Niuna persona è nel mondo amata da me se non Florio. Lascia ogni malinconia presa per questo, se la mia vita t’è cara, e spera che ancora fermamente conoscerai ciò che io ora ti prometto, e la tua vita con la mia insieme caramente riguarda: a luogo e a tempo gl’iddii rimuteranno consiglio, forse concedendoci migliore vita che noi da noi non eleggeremmo. Rifiuta i non dovuti ozii e seguita i leali diletti; e se tu mi porterai tanto nell’animo quanto io fo te, tu conoscerai me non essere meno affannata da’ pensieri che tu sii. E caramente ti priego che con sì fatte lettere tu non solleciti più l’anima mia, disposta a cercare nuovo secolo: che posto che tu con forte animo il mio coltello tenghi nella mano, a me corto laccio non farebbe sostenere di leggiere la seconda, solo che in quella così come in questa mi parlassi. Biancifiore non fu mai se non tua, e tua sarà sempre. Adoperino i fati secondo che ella ama, e sanza fallo contento viverai".

Biancifiore piegò la scritta pistola, piena di non poco dolore, e posta in sul legame la distesa cera, avendo la bocca per troppi sospiri asciutta, con le amare lagrime bagnò la cara gemma, e, suggellata quella, con turbato aspetto uscì della camera, a sè chiamando il servo, che già per troppa lunga dimoranza che fare gli parea s’incominciava a turbare. Al quale ella disse: Porterai questa al tuo signore, a cui gl’iddii concedano miglior conforto che egli non s’ingegna di donare a me -. E detto questo, piangendo [p. 275 modifica]baciò la lettera, e posela in mano al fedele servo, il quale sanza niuno indugio volto li passi verso Montoro, e là in picciolo spazio pervenuto, trovò Florio nella sua camera, ove lasciato l’avea, con grandissima copia di lagrime e di sospiri, a cui egli porse la portata pistola, dicendogli ciò che da Biancifiore compreso avea e le sue parole. E partito da lui, Florio aperse la ricevuta lettera, e quella infinite volte rilesse pensando alle parole di Biancifiore, sopra le quali faccendo diverse imaginazioni, sopra il suo letto con essa lungamente dimorò.

Diana, alla quale niuno sacrificio era stato porto come agli altri iddii fu, quando Biancifiore dal grandissimo pericolo fu campata, avea infino a questa ora la concreata ira tenuta nel santo petto celata, la quale non potendosi più avanti tenere, discesa degli alti regni, cercò le case della fredda Gelosia, le quali nascose in una delle altissime rocce d’Appennino, entro a una oscurissima grotta, trovò intorniate tutte di neve; nè v’era presso albero o pianta viva fuori che o pruni o ortiche o simili erbe; nè vi si sentia voce alcuna di gaio uccello: il cuculo e ’l gufo aveano nidi sopra la dolente casa. Alla quale venuta la santa dea, quella trovò serrata con fortissima porta, nè alcuna finestra vi vide aperta. Fu dalla immortale mano con soave toccamento toccata l’antica porta, la quale non prima fu tocca, che dentro cominciarono a latrare due grandissimi cani, secondo che le voci li facea manifesti; dopo il quale latrare una vecchia con superbissima voce, ponendo l’occhio a uno picciolo spiraglio, mirò di fuori, dicendo: Chi tocca le nostre porti? -. A cui la santa dea disse: Apri [p. 276 modifica]a me sicuramente: io sono colei sanza il cui aiuto ogni tua fatica si perderebbe -. Conobbe l’antica vecchia la voce della divina donna, e a quella con lento passo andando, con non poca fatica per gli inruginiti serramenti aperse la porta, la quale nel suo aprire fece un sì grandissimo strido, che di leggiero poria essere stato sentito infino all’ultime pendici del monte. E fatta la dea passar dentro, con non minore romore riserrò quelle, difendendo appena i bianchi vestimenti della dea dalle agute sanne de’ bramosi cani, a’ quali per magrezza ogni osso si saria potuto contare: caccia quelli con roca voce e con un gran bastone col quale sostenea i vecchi membri. Era quella casa vecchissima e affumicata, nè era in quella alcuna parte ove Aragne non avesse copiosamente le sue tele composte; e in essa s’udiva una ruina tempestosa, come se i vicini monti, urtandosi insieme, giugnessero le loro sommità, le quali per l’urtare pestilenzioso diroccati cadessero giuso al piano. Niuna cosa atta ad alcuno diletto vi si vedea: le mura erano grommose di fastidiosa muffa, e quasi parea che sudando lagrimassero; nè in quella casa mai altro che verno non si sentiva, sanza alcuna fiamma da riconfortare il forte tempo: ben v’era in uno de’ canti un poco di cenere, nella quale riluceano due stizzi già spenti, de’ quali la maggior parte una gattuccia magra covando quella occupava. E la vecchia abitatrice di cotal luogo era magrissima e vizza, nel viso scolorita; i suoi occhi erano biechi e rossi, continuamente lagrimando; di molti drappi vestita, e tutti neri, ne’ quali raviluppata, in terra sedea, vicina al tristo fuoco, tutta tremando, e al suo lato avea [p. 277 modifica]una spada, la quale rade volte, se non per ispaventare, la traeva fuori. Il suo petto batteva sì forte, che sopra i molti panni apertamente si discernea, nel quale quasi mai non si crede che entrasse sonno; e il luogo acconcio per lo suo riposo era il limitare della porta, in mezzo de’ due cani. La quale la dea veggendo, molto si maravigliò, e così disse: O antica madre, sollecitissima fugatrice degli scelerati assalti di Cupido, e guardia de’ miei fuochi, a te conviene mettere nel petto d’un giovane a me carissimo le tue sollecitudini, il quale per troppa liberalità si lascia a feminile ingegno ingannare, amando oltra dovere una mia nimica: e però niuno indugio ci sia muoviti! Egli è assai vicino di qui, e è figliuolo dell’altissimo re di Spagna, chiamato Florio, e sanza fine ama Biancifiore, nè mai sentì quel che tu suoli agli amanti far sentire. Va e privalo della pura fede, la quale egli tiene indegnamente, e, aprendogli gli occhi, gli fa conoscere com’egli è ingannato, amaestrandolo come gl’inganni si debbono fuggire -. La vecchia che in terra sedea, con la mano alla vizza gota, alzò il capo mirando con torto occhio la dea, e con picciola voce tremando rispose: Partiti, dea, da’ tristi luoghi, che niuno indugio darò al tuo comandamento -. Partita la dea, la vecchia si vestì di nuova forma, abandonando i molti vestimenti, aggiunse alle sue spalle ali, e lasciando le serrate case, sanza alcuno dimoro pervenne ove ella trovò Florio stante ancora sopra il suo letto leggendo la ricevuta lettera da Biancifiore. A cui ella occultamente con la tremante mano toccò il sollecito petto, e ritornossi alle [p. 278 modifica]triste case, onde s’era per comandamento di Diana partita.

Avea Florio più fiate riletta la ricevuta pistola, e già quasi nell’animo le parole di Biancifiore accettava, credendo fermamente da lei niuna cosa essere amata se non egli, sì come essa gli scriveva. Ma non prima gli fu dalla misera vecchia tocco il petto, che egli incominciò a cambiare i pensieri e a dire fra sè: "Fermamente ella m’inganna, e quello ch’ella mi scrive non per amore, ma per paura lo scrive. Briseida lusingava il grande imperadore de’ Greci, e disiderava Achille. Chi è colui che dalle false lagrime e dalle infinte parole delle femine si sa guardare? Se Agamenone l’avesse conosciute, la sua vita sarebbe stata più lunga, nè Egisto avrebbe avuto il non dovuto piacere. Sanza dubbio Fileno piace più a Biancifiore che io non faccio: e chi sarà quella che si levi un velo di testa, e donilo ad un suo amante, che possa far poi credere quelli non essere amato da lei? Certo niuna il potrebbe far credere, se non fosse già semplicissimo l’ascoltatore. E in verità e’ non è da maravigliare se ella ama Fileno: egli continuamente le è davanti, e ingegnasi di piacerle, e io le sono lontano, nè la potè, già è lungo tempo, vedere. Il fuoco s’avviva e vive per li soavi venti, e amore si nutrica con li dolci riguardamenti: e sì come le fiamme perdono forza non essendo da’ venti aiutate, così amore diviene tiepidissimo come gli sguardi cessano. Ma costei, se ella non mi ama, perchè con lusinghe accendermi il cuore". Poi ad altro ragionamento si volgea, e dicea: "Fermamente Biancifiore [p. 279 modifica]m’ama sopra tutte le cose, e questo, se io voglio il vero riguardare, non mi si può celare; ma se ella non mi amasse, Fileno me ne saria cagione, del quale io prenderò sanza dubbio vendetta".

In cotali pensieri stando, Florio fra sè ripeteva tutti i preteriti atti e fatti stati tra lui e Biancifiore, poi che Fileno tornò de’ lontani paesi nella sua corte, e quelli una volta pensava essere stati da Biancifiore fatti maliziosamente, e altra volta fra sè gli difendeva. Egli stette più giorni sanza alcuno riposo pieno di sollecite cure. Egli alcuna volta imaginava: "Ora è Fileno davanti alla mia Biancifiore e lusingala: ma perchè la lusingherebbe egli ch’ella l’ama oltra misura". Poi fra sè altrimenti imaginava. Egli andava vedendo con l’animo tutte quelle vie le quali possibili sono ad uomo di re per pervenire a un suo intendimento, e niuna credea che non ne fosse stata fatta da Fileno, se bisogno gli fu. Egli pensava che niuna persona mai parlasse a Biancifiore che da parte di Fileno non le parlasse, e da’ suoi servidori medesimi dubita d’essere stato ingannato: e così dimora in istimolosa sollecitudine, e non sa che si fare; e pensa che Fileno ordini di portarla via e che ella il consenta. Egli pensa che Fileno la domandi al re, e siagli donata per isposa. Egli pensa che i messaggi da Fileno a Biancifiore e da Biancifiore a Fileno siano spessissimi. Ma poi che egli ha diverse cose in sè rivolte, così cominciò a dire: "Non è del tutto da credere ciò che io imagino, chè forte mi pare che, se stato fosse, io non avessi alcuna cosa sentita: e però la scusa delle passate cose fatta da Biancifiore da ricevere. Ma chi sa di quelle che [p. 280 modifica]deono avvenire? Da un’ora a un’altra si volgono gli animi, da diversi intendimenti essendo tentati! Niuno rimedio è qui se non levare ogni cagione per la quale Biancifiore dal mio amore si potesse mutare, acciò che niuno effetto segua. Io tornerò, a dispetto del mio padre, in Marmorina, e solliciterò con i miei propii occhi il cuore di Biancifiore, e quindi la fuggirò in parte ov’io sanza paura d’alcuno potrò dimorare con lei. Se il mio padre della mia tornata si mostrasse dolente, e a Fileno farò levare la vita, o egli abandonerà i nostri paesi. Niuna cosa ci lascerò a fare, acciò che colei sia sola mia, di cui io solo sono e sarò sempre". E con questi pensieri, lasciati gli amorosi, il più del tempo dimorava, cercando, con amara sollecitudine, parte di quelli fuggire e parte metterne in effetto sanza alcuno indugio.

O amore, dolcissima passione a chi felicemente i tuoi beni possiede, cosa paurosa e piena di sollecitudine, chi potrebbe o credere o pensare che la tua dolce radice producesse sì amaro frutto come è gelosia? Certo niuno, se egli nol provasse. Ma essa ferocissima, così come l’ellera gli olmi cinge, così ogni tua potenza ha circundata, e intorno a quella è sì radicata che impossibile sarebbe oramai a sentire te sanza lei. O nobilissimo signore, questa è a’ tuoi atti tutta contraria. Tu le tue fiamme mostri nell’altissimo e chiaro monte Citerea, costei sopra i freddi colli d’Appennino impigrisce nelle oscure grotte. Tu levi gli animi alle altissime cose, e costei gli declina e affonda alle più vili. Tu i cuori che prendi tieni in continua festa e gioia, costei di quelli ogni allegrezza caccia e con subito furore vi mette malinconia. Essa fa cercare i solinghi luoghi, e con [p. 281 modifica]aguto intelletto mai non sa che si sia altro che pensare. Ad essa pare che le spedite vie dell’aere sieno piene d’agguati per prendere ciò che essa disidera di ben guardare. Niuno atto è che ella non dubiti che con falso intendimento sia fatto; niuna fede è in lei, niuna credenza: sempre crede essere tentata. E sì come tu di pace se’ veracissimo ordinatore, così questa con armata mano sempre apparecchia inimicizie e guerre. Ella, magrissima, scolorita nel viso, d’oscuri vestimenti vestita, igualmente ogni persona con bieco occhio riguarda: e tu, piacevolissimo nell’aspetto, con lieto viso visiti i tuoi suggetti. Ella non sente mai nè primavera, nè state, nè autunno: tutto l’anno igualmente dimora per lei il sole in Capricorno, e quanto più di scaldarsi cerca più ne’ sembianti trema. Ora, quanto è contraria la vostra natura! Ella si diletta d’essere sanza alcuna luce, e tu ne’ luminosi luoghi adoperi i santi dardi. Ella con teco quasi d’un principio nata, di tutti i tuoi beni è guastatrice. E le più fiate avviene che di quella infermità onde ella ha maggior paura, di quella è più spesso assalita e oppressa infino alla morte. Oltre a’ miseri miserissimo si può dire colui che seco l’accoglie in compagnia.

Florio s’apparecchia con diliberato animo di nuocere a Fileno: la qual cosa la santa dea conosce degli alti regni. E mossa a compassione di Fileno, così nel segreto petto cominciò a dire: "Che colpa ha Fileno commessa per la quale egli meriti morte o oltraggio da Florio? Niuna: non merita morte alcuno, perchè egli ami quello che piace agli occhi suoi. Cessi questo, che per cagione di noi il giovane cavaliere sia [p. 282 modifica]offeso". E detto questo la seconda volta discese del cielo e cercò le case del Sonno riposatore, nascose sotto gli oscuri nuvoli, le quali in lontanissime parti stanno rimote, in una spelonca d’un cavato monte, nella quale Febo con i suoi raggi in niuna maniera può passare. Quel luogo non conosce quand’egli sopra l’orizonte venendo ne reca chiaro giorno, nè quand’egli, avendo mezzo il suo corso fatto, ci riguarda con più diritto occhio, nè similemente quand’egli cerca l’occaso: quivi solamente la notte puote, e il terreno da sè vi produce nebbie piene d’oscurità o di dubbiosa luce. E davanti alle porti della casa fioriscono gli umidi papaveri copiosamente, e erbe sanza numero, i sughi delle quali aiutano la potenza del signore di quel luogo. Dintorno alle oscure case corre un picciolo fiumicello chiamato Letè, il quale esce d’una dura pietra, che col suo corso faccendo commuovere le picciole pietre, fa un dolce mormorio, il quale invita i sonni. In quel luogo non s’odono i dolci canti della dolente Filomena, i quali forse potessero mettere ne’ petti acconci al riposo alcuna sollecitudine con la sua dolcezza. Quivi non fiere, non pecore nè altri animali. Quivi Eolo nulla potenza ha: ogni fronda si riposa. Mutola quiete possiede il luogo, al quale niuna porta si truova, non forse serrando e disserrando potesse fare alcuno romore. Alcuno guardiano non v’è posto, nè cane alcuno v’è, il quale latrando potesse turbare i quieti riposi. Quivi non è alcun gallo il quale cantando annunzi l’aurora; nè alcuna oca vi si truova che i cheti andamenti possa con alta voce far manifesti. E nel mezzo della gran casa dimora un bellissimo letto di piuma, [p. 283 modifica]tutto coperto di neri drappi, sopra ’l quale si riposa il grazioso re co’ dissoluti membri oppressi dalla soavità del sonno. Appresso del quale un poco, giacciono i vani sogni di tante maniere e sì diversi, quante sono l’arene del mare o le stelle di che il nido di Leda s’adorna. Nella qual casa la dea entrò, continuo le mani menandosi davanti al viso e cacciando i sonni da’ santi occhi: e il candido vestimento della vergine diede luce nella santa casa. Nella venuta della quale, appena il re levò i pesanti occhi, e più volte la grave testa inchinando col mento si percosse il petto, e, rivolto più volte sopra il ricco letto, con ramarichevoli mormorii alquanto si pur destò. E appena levatosi sopra il gomito, domandò quello che la dea cercava. A cui ella così disse: O Sonno piacevolissimo riposo di tutte le cose, pace dell’animo fuggitore di sollecitudine, mitigatore delle fatiche e sovenitore degli affanni, igualissimo donatore de’ tuoi beni, se a te è caro che Cinzia si possa con gli altri dei, a te e a me igualmente consorti, di te laudare comanda che Fileno, innocente giovane, ne’ suoi sonni conosca l’apparecchiate insidie contro di lui, acciò che conosciutole, da quelle guardare si possa -. E questo detto, per quella via onde era venuta, appena da sè potendo sonno cacciare, se ne tornò.

Svegliò l’antico iddio gl’infiniti figliuoli, de’ quali alcuni in uomini, altri in fiere, e quali in serpenti, e chi in terra, e tali in acqua, e alcuni in trave e in sassi, e in tutte quelle forme le quali negli umani animi possono vaneggiare, v’avea di quelli che si trasformavano: tra’ quali poi che egli ebbe eletti quelli che a tali bisogni gli pareano sofficienti, appena destati, gli ammaestrò che essi [p. 284 modifica]dovessero i comandamenti della santa dea adempiere sanza alcuno indugio. A’ quali essi disposti, sanza più stare, del luogo si partirono per adempierlo.

Mentre che i fati le cose sinistre così per Fileno trattavano, Fileno di tutte ignorante si stava pensando alla bellezza di Biancifiore, con sommo disio disiderando quella, quando subito sonno l’assalì, e, gli occhi gravati, sopra il suo letto riposandosi s’adormentò. Al quale sanza alcuno dimoro furono presenti i ministri del pregato iddio adoperando ciascuno i suoi ufici: e parvegli nel sonno subitamente essere in un bellissimo prato tutto soletto, e rimirare il cielo, lodando le sue bellezze, e adequando quelle di Biancifiore alla chiarità delle stelle che in quello vedea. E così stando, subitamente uno di quelli uficiali in forma d’un caro suo amico gli parve che gli apparisse piangendo e correndo verso lui, e dicessegli: O Fileno, che fai tu qui? Fuggiti, ch’io ti so dire che l’amore che tu hai portato a Biancifiore t’ha acquistata morte. Tu non potrai essere fuori di questo prato, che Florio armato con molti compagni ci saranno suso, cercando di levarti la vita. Fuggi di qui, o caro amico, sanza niuno indugio. Non volere che io di tal compagno, quale io ti tengo, rimanga orbato -. E ancora non parea che questi avesse compiuto di parlare, che già dall’una delle parti del prato si sentiva il romore delle sonanti armi degli armati, i quali a Fileno pareva, come detto gli era stato, che venissero. Allora pareva a Fileno levarsi tutto smarrito, e non sapere qual via per la sua salute si dovesse tenere; anzi gli pareva che le [p. 285 modifica]gambe gli fossero fallite, nè di quel luogo potesse partire. Dove stando in picciolo spazio gli pareva vedersi dintorno Florio con molti altri armati, e con grandissimo romore gridare: Muoia il traditore! -, dirizzando verso lui gli aguti ferri sanza alcuna pietà ingegnandosi di ferirlo. A’ quali elli dicea: O giovani, se niuna pietà è in voi rimasa piacciavi che Fileno possa fuggendo la vita campare. Voi sapete che per amore io non meritai morte -. Non erano le sue parole udite, ma più aspramente e con maggiore romore gli parea ognora essere assalito, e parevagli essere in tante parti del corpo forato che potere campare non gli parea. Ma quelli ancora di ciò non contenti uscendo uno di loro gli parea che la testa gli volesse levare dal busto e presentarla a Florio. Allora sì gran dolore e paura gli strinse il cuore, che per forza convenne che il sonno si rompesse, e quasi tutto spaventato si rizzò in piè, rimirando dov’egli era, e con le mani cercando de’ colpi che gli parea avere ricevuti; e rimirando il suo letto, il quale imaginava dovere essere tutto tinto del suo sangue, e quello vide bagnato di vere lagrime. Ma poi ch’egli si vide essere stato ingannato dal sonno partita la paura, pieno di maraviglia rimase, non sappiendo che ciò si volesse dire, e dubitando forte si mise a cercare del caro amico che nel sonno avea veduto. Il quale trovato, a lui brievemente ciò che dormendo avea veduto, gli narrò; di che l’amico maravigliandosi così gli disse:

- Caro amico e compagno, ora non dubito io che gl’iddii con molta sollecitudine intendano a’ beni della umana gente. Certo tu mi fai sanza fine maravigliare di ciò che tu mi racconti, però che [p. 286 modifica]poco avanti io tornai da Montoro, e ivi da cara persona e degna di fede udii essere da Florio la tua morte disiderata e ordinata in qualunque maniera più brievemente potesse. E domandando io della cagione, mi rispose che ciò avviene per lo velo il quale da Biancifiore ricevesti, la quale Biancifiore egli più che alcuna cosa del mondo ama; e per questo è di te in tanta gelosia entrato, che se egli vedesse che Biancifiore con le propie mani ti traesse il cuore, forte gli sarebbe a credere che ella ti potesse se non amare. E adunque, acciò che questo amore cessi, egli cerca d’ucciderti: però per lo mio consiglio tu al presente lascerai il paese, e pellegrinando per le strane parti, te della tua salute farai guardiano. Tu puoi manifestamente conoscere te non essere possente a resistere al suo furore: dunque anzi tempo non volere perire, ma la tua giovane età ti conforti di poter pervenire a miglior fine che il principio non ti mostra. La fortuna ha subiti mutamenti, e avviene alcuna volta che quando l’uomo crede bene essere nella profondità delle miserie, allora subito si ritrova nelle maggiori prosperità -. A cui Fileno piangendo così rispose: Oimè, or che farà Florio ad uno che l’abbia in odio, se a me che l’amo ha pensata la morte? - A cui quelli rispose: Amerallo! Le leggi d’amore sono variate da quelle della natura in molte cose: in tale atto niuno volentieri vuole compagno. Nè per te fa di cercare gli altrui pensieri, ma pensare del tuo bene. Posto che Florio similmente volesse uccidere uno che odiasse Biancifiore, se’ tu però fuori del pericolo? Certo no: dunque pensa alla tua salute -. - Oimè! - disse Fileno - dunque lascerò io Marmorina e [p. 287 modifica]la vista di Biancifiore? -. - Sì - gli rispose quelli, - per lo tuo migliore -. Disse Fileno: Certo io non conosco che vantaggio qui eleggere si possa se solo una volta si muore. Buono è il vivere, ma meglio è tosto morire che vivendo languire, e cercare la morte, e non poterla avere -. - Non è - disse l’amico - a chi vive sperando nella potenza degl’iddii, come avanti ti dissi, però che le future cose ci sono occulte. E in qualunque modo si vive è migliore che il morire. Ogni cosa perduta, volendo l’uomo valorosamente operare, si può ricuperare, ma la vita no: però ciascuno dee essere di quella buono guardiano -. - Certo - disse Fileno - a chi può prendere speranza, e sperando aspettare, non dubito che di guardare la sua vita egli non faccia il migliore, che volere per un subito dolore morire. Ma come posso io così fare, che non tanto partendomi, ma solamente pensando ch’io mi deggia partire dalla vista del bel viso di Biancifiore, mi sento ogni spirito combattere nel cuore e domandare la morte, e l’anima, che sente questa doglia e questa tempesta, si vuol partire? -. A cui colui rispose: Non sono cotesti i pensieri necessarii a te, però che a coloro che in simile caso sono che se’ tu, conviene che facciano della necessità diletto. Tu vedi che tu se’ costretto di partire: non imaginare di prendere etterno essilio, ma imagina che per comandamento di Biancifiore, per cui non ti sarebbe grave il morire, se avvenisse ch’ella tel comandasse, tu sii mandato in parte onde tu tosto tornerai. Questa imaginazione t’aiuterà e faratti più possente a sostenere gli affanni della partita infino a tanto che tu poi, ausato, li sappia sostenere sanza tanta noia -. A cui Fileno disse: Questo che tu mi di’ m’è impossibile, però che [p. 288 modifica]il sollecito amore non mi lascia durare tale pensiero nel cuore, ma qualora più mi vi dispongo, allora più con i suoi m’assalisce: e chi è colui che possa la sua coscienza ingannare? -. Disse quelli: I pensieri d’amore non ti assaliranno, quando alcuna volta resistendo cacciati gli avrai da te, e la coscienza, posto che interamente ingannare non si possa, almeno l’uomo la può fare agevole sostenitrice di quello ch’e’ vuole, con un lungo e continuo perseverare sopra un pensiero -. - Certo questo vorrei io bene - disse Fileno. - Dunque potrai tu - gli fu risposto. Allora disse Fileno: Ecco ch’io mi dispongo al pellegrinare per lo tuo consiglio -. - Sì - disse quelli, - e io in tua compagnia, se a te piace -. A cui Fileno disse: No, io amo meglio dolermi solo, che menare te sanza consolazione -. A cui quelli rispose: Caro amico, ove che tu vadi, le tue lagrime mi bagneranno sempre il cuore, il quale mai sanza compassione di te non sarà: però lasciami avanti venire, acciò che tu, avendo la mia compagnia, abbi cagione di meno dolerti -. Disse Fileno: Amico, a me piace più che tu rimanghi, acciò che almeno, veggendoti, Biancifiore si ricordi di me e dello essilio ch’io ho per lei. E se accidente avvenisse per lo quale mi fosse licito il tornare, voglio che tu sollecito rimanghi a mandare per me, dove che i fortunosi casi m’abbiano mandato -. A cui quelli disse: Così, come a te piace, sarà fatto -. Fileno allora si partì da lui, e, ritornato alla sua casa, così cominciò piangendo a dolersi fra se medesimo:

"O misero Fileno, piangi, però che la fortuna t’è più avversa che ad alcuno. Sogliono gli altri, per odiare o per male operare, lasciare li loro paesi, o tal volta morire; ma a te per amore [p. 289 modifica]conviene che tu vada in essilio. Or che vita sarà la tua? Sarà dolente; ma certo io non la voglio lieta. Io conosco Biancifiore turbata, e scoprirmi il falso amore, mostrando nel viso d’avermi per adietro ingannato. Io mi fuggirò del suo cospetto, e fuggendomi piacerò a Florio e a lei, l’amore de’ quali m’era occulto quando m’innamorai. Il velo da lei ricevuto sarà sola mia consolazione e della mia miseria". E, questo in se medesimo diliberato, volontario essilio, seguendo il consiglio del suo amico, prese occultamente.

Quando Apollo ebbe i suoi raggi nascosi, e l’ottava spera fu d’infiniti lumi ripiena, Fileno con sollecito passo piglia la sconsolata fuga. Egli nella dubbiosa mente, uscito di Marmorina, non sa essaminare qual cammino sia più sicuro alla sua salute, ma del tutto abandonato a’ fati, piangendo pone le redine sopra il portante cavallo, e piangendo abandona le mura di Marmorina, con gli occhi rimirando quelle infino che licito gli è. Ma poi che l’andante cavallo lui carico di pensieri ebbe tanto avanti trasportato, che più non gli fu licito di vedere la sua città, egli con più lagrime incominciò ad intendere al suo cammino. E primieramente veduto l’uno e l’altro lito di Bacchiglione, pervenne alle mura costrutte per adietro dall’antico Antenore, e in quelle vide il luogo ove il vecchio corpo con giusto epitafio si riposava. Ma di quindi passando avanti, in poche ore pervenne alle sedie del già detto Antenore, poste nelle salate onde, nell’ultimo seno del mare Adriano: e in quel luogo non sicuro, salito in picciolo legno ricercò la terra. E pervenuto all’antichissima città di Ravenna, [p. 290 modifica]su per lo Po con le dorate arene se ne venne alla città posta per adietro da Manto ne’ solinghi paduli. Ma quivi sentendosi più vicino a quello che egli più fuggiva, dimorò poco, e salito su per li colli del monte Appennino, e di quelli declinando, scese al piano, pigliando il cammino verso le montagne, fra le quali il Mugnone rubesto discende. E quivi pervenuto, vide l’antico monte onde Dardano e Siculo primieramente da Italo, loro fratello, si dipartirono pellegrinando; e poco avanti da sè vide le ceneri rimase d’Attila flagello dopo lo scelerato scempio fatto de’ pochi nobili cittadini della città edificata sopra le reliquie del valoroso consolo Fiorino, quivi dagli agguati di Catellino miserabilmente ucciso. Alle quali avuta compassione, si partì, e sanza tenere diritto cammino errando pervenne a Chiusi, ove già Porsenna, secondo che gli fu detto, avea il suo regno con forze costretto ad ubidirsi. Nè troppo lungamente andò avanti ch’egli vide il cavato monte d’Aventino, nel quale Cacco nascose le ’mbolate vacche ad Ercule, strascinate nelle cave di quello per la coda. Ma dopo lungo affanno pervenne nella eccellentissima città di Roma, ove egli d’ammirazione più volte ripieno fu, veggendo le magnifiche cose, inestimabili ad ogni alto intelletto sanza vederle: e in quella vide il Tevero, a cui gl’iddii concederono innumerabili grazie. Egli vide l’antiche mura d’Alba, e ciò che era notabile nel paese. Ma quivi non fermandosi, volgendo i suoi passi al mezzo giorno, si lasciò dietro le grandissime Alpi e i monti i quali aspettavano l’oscurissima distruzione del nobile sangue d’Aquilone, e pervenne a Gaieta, etterna memoria della cara balia di Enea. E di quella pervenne [p. 291 modifica]per le salate onde a Pozzuolo, avendo prima vedute l’antiche Baie e le sue tiepide onde, quivi per sovenimento degli umani corpi poste dagl’iddii. E in quel luogo vedute l’abitazioni della cumana Sibilla, se ne venne in Partenope, nè quivi ancora fermato, cercò i campi de’ Sanniti, e vide la loro città. Donde partitosi, volgendo i passi suoi, vide l’antica terra Capo di Campagna posta da Capis, e, quindi partendosi, pervenne fra li salvatichi e freddi monti d’Abruzzi, fra’ quali trovò Sulmona, riposta patria del nobilissimo poeta Ovidio. Nella quale entrando, così cominciò a dire: O città graziosa a ciascuna nazione per lo tuo cittadino, come potè in te nascere o nutricarsi uomo, in cui tanta amorosa fiamma vivesse quanta visse in Ovidio, con ciò sia cosa che tu freddissima e circundata da fredde montagne sii? -; e questo detto, reverente per lo mezzo di quella trapassò. E continuando i lamentevoli passi, si trovò a Perugia, dalla quale partitosi, de’ cammini ignorante, pervenne alle vene ad Onci, onde le chiarissime onde dell’Elsa vide uscire e cominciare nuovo fiume. Dopo le quali discendendo, venne infino a quel luogo ove l’Agliene, nata nelle grotte di Semifonti, in quella mescola le sue acque e perde nome. Quindi mirandosi dintorno, vide un bellissimo piano, per lo quale volto a man destra, faccendo dell’onde dell’Agliene sua guida, non molto lontano al fiume andò, ch’egli vide un picciolo monticello levato sopra il piano, nel quale uno altissimo e vecchio cerreto era. E in quello mai alcuna scure non era stata adoperata, nè da’ circustanti per alcun tempo cercato, fuori che da’ loro antichi nell’antico errore delli non conosciuti iddii, i quali in sì fatti luoghi soleano adorare. In [p. 292 modifica]quello entrò Fileno, e non trovandovi via nè sentiero, ma tutto da vecchie radici o da grandissimi roghi occupato con grandissimo affanno infino alla sommità del picciolo monticello salì. Quivi trovò un tempio antichissimo, nel quale salvatiche piante erano cresciute, e le mura tutte rivestite di verde ellera. Nè già per antichità erano guaste le imagini de’ bugiardi iddii, rimase in quello quando il figliuolo di Giove recò di cielo in terra le novelle armi, con le quali il vivere etterno s’acquista. E era davanti a quello un picciolo prato di giovanetta erba coperto, assai piacevole a rispetto dell’altro luogo. Quivi fermato Fileno stette per lungo spazio; e rimiratosi dintorno e pensato lungamente, s’imaginò di volere quivi finire la sua fuga, e in quello luogo sanza tema d’essere udito piangere i suoi infortunii, e se altro accidente non gli avvenisse, quivi propose di volere l’ultimo dì segnare. E dopo lunga essaminazione, vedendo il luogo molto solitario, si pose a sedere davanti al tempio e quivi nutricandosi di radici d’erbe, e bevendo de’ liquori di quelle, stette tanto che agl’iddii prese pietà della sua miseria, sempre piangendo, e ne’ suoi pianti con lamentosa voce le più volte così dicendo:

- O impiissima acerbità dell’umane menti, che commisi io ch’io etterno essilio meritassi della piacevole Marmorina? Niuno fallo commisi: amai e amo. Se questo merita essilio o morte, torca il cielo il suo corso in contrario moto, acciò che gli odii meritino guiderdone. Se io forse amando ad alcuno dispiacea, non con morte mi dovea seguitare, ma con riprensione ammaestrare. Ora che riceverà da Florio chi odierà Biancifiore? Non so ch’elli gli si possa fare, se a quello che [p. 293 modifica]a me ha fatto vorrà con iguale animo pensare. Ahi, Fisistrato, degno d’etterna memoria per la tua benignità, il quale, udendo con pianti narrare la tua figliuola essere baciata, e di ciò dimandarti vendetta, non dubitasti rispondere: "Che farem noi a’ nostri nimici, se colui che ci ama è per noi tormentato?": tu il picciolo fallo con grandissima temperanza mitigasti, conoscendo il movimento del fallitore. Dimorar possi tu con pietosa fama sempre ne’ cuori umani! Ma certo egli non è men giusta cosa che io pianga i miei amori, che fosse il pianto del crudele artefice, che a Falaris presentò il bue di rame, al quale prima convenne mostrare del suo artificio esperienza. Io medesimo accesi il fuoco in che io ardo. Io, misero, fui il tenditore de’ lacci ne’ quali io son caduto. Chi mi costringea di narrare a Florio i miei accidenti, e di mostrargli il caro velo? Niuna persona. Ignoranza mi fece fallire: e però niuno savio piagne, perchè il senno leva le cagioni. Ma posto che io pur per ignoranza fallissi, eragli così gravoso a vietarmi che io più avanti non amassi? Certo io non mi sarei però potuto poi tenere di non amare, ma nondimeno per la disubidienza a lui, cui io singulare signore tenea, avrei meritato essilio o greve tormento; ma egli mai non mi comandò che io non amassi, anzi là ov’io non mi guardava cercava la mia morte. O ragionevole giustizia partita delli umani animi, perchè del cielo non provedi tu alle iniquità? Deh, misero a me!, non ho io per la sfrenata crudeltà di Florio perduta la debita pietà del vecchio padre e della benigna madre? Certo sì ho. Io gli ho lasciati per lo mio essilio pieni d’etterne lagrime. Non ho io perduta [p. 294 modifica]la graziosa fama del mio valore? Sì ho. Quanti uomini, ignoranti qual sia la cagione del mio essilio, penseranno me dovere avere commesso alcuna cosa iniqua, e, per paura di non ricevere merito di ciò, mi sia partito? I nimici creano le sconce novelle dove elle non sono, e le male lingue non le sanno tacere. La iniquità da se medesima si spande più che la gramigna per li grassi prati. Non sono io per lo mio tristo essilio divenuto povero pellegrino? Non ho io perduta gioia e festa? Non è per quello la mia cavalleria perduta? Certo sì. Oimè, quante altre cose sinistre con queste insieme mi sono avvenute per lo mio sbandeggiamento! Ma certo, per tutto questo, alcuna cosa del vero amore che io porto a Biancifiore, non è mancato. Più che mai l’amo: niuna pena, niuno affanno, nè alcuno accidente me la potrà mai trarre del cuore. E certo se egli mi fosse conceduto di poterla solamente vedere, come io vidi già, tutte queste cose mi parrebbero leggieri a sostenere. Il non poterla vedere m’è sola gravezza, questo mi fa sopra ogni altra cosa tormentare. Ella co’ suoi begli occhi, avvegna che falsi siano, mi potrebbe rendere la perduta consolazione. Io vo fuggendo per lei. Se l’amore di lei avessi, non che il fuggire ma il morire mi sarebbe soave! Ma poi che l’amore non puoi di lei avere, e il poterla vedere t’è tolto, piangi, misero Fileno, e dà pena agli occhi tuoi, i quali stoltamente nella forza di tanto amore, quanto tu senti, ti legarono. Oimè misero, io non so da che parte io mi cominci più a dolere, tante e tali cose m’offendono! Ma tra l’altre, tu, o crudelissimo signore non figliuolo di Citerea, ma più tosto nimico, mi dai infinite cagioni di dolermi di te e di biasimarti. [p. 295 modifica]Tu, giovanissimo fanciullo, con piacevole dolcezza pigli gli stolti animi degli ignoranti, e in quelli poi con solingo ozio rechi disiderati pensieri, fabrichi le tue catene, con le quali gli animi de’ miseri, che tua signoria seguitano, sono legati. Ahi, quanto è cieca la mente di coloro che ti credono e che del loro folle disio ti fanno e chiamano iddio, con ciò sia cosa che niuna tua operazione si vegga con discrezione fatta! Tu gli altissimi animi de’ valorosi signori declini a sottomettersi alla volontà d’una picciola feminella. Tu la bellezza d’un giovane, maestrevole ornamento della natura, con fallace disiderio leghi al volere d’un turpissimo viso, con diverse maculei adornato oltre al dovere, d’una meretrice. E, brievemente, niuna tua operazione è con iguale animo fatta, anzi sogliono i miseri, ne’ tuoi lacci aviluppati, prendere per te questa scusa: che la tua natura è tale che nè i doni di Pallade, nè quelli di Giunone, nè gentilezza d’animo riguarda, ma solamente il libidinoso piacere; e in questo credono alle tue opere aggiungere grandissime laude, ma con degno vituperio te e sè vituperano. Ma che giova tanto parlare? Tu se’ d’età giovane: come possono le tue operazioni essere mature? Tu, ignudo, non dei poter porgere speranza di rivestire. Le tue ali mostrano la tua mobilità, nè m’è della memoria uscito averti in alcune parti veduto privato della vista: dunque, come di dietro alla guida d’un cieco si può fare diritto cammino? Ahi, tristi coloro che in te sperano! Tu levi loro il pensiero de’ necessarii beni, e empili di sollecitudine di vana speranza. Tu gli fai divenire cagione delle schernevoli risa del popolo che li vede, [p. 296 modifica]e essi, miseri e di questo ignoranti assai volte di se stessi con gli altri insieme fanno beffe, nè sanno quello che fanno. Tardi conosco i tuoi effetti, ma certo, mentre ignorante di quelli fui, niuno suggetto avesti che più fede di me ti portasse, nè che più la tua potenza essaltasse: e ancora in quella semplicità ritornerei, se benigno mi volessi essere, come già fosti a molti. Oimè misero, che io non so che io mai contra te adoperassi, per la qual cosa così incrudelire in me dovessi, come fai! Io mai non ti rimproverai la tua giovanezza, nè biasimai la forza del tuo arco, come fece Febo, nè alla tua madre levai il caro Adone, nè scopersi i suoi diletti i quali con Marte prendea, come tutto il cielo vide. Io mai non adoperai contro a te, perchè tu mi dovessi nuocere; ma tu di mobile natura, e nescio di quel che fai, mi tormenti oltre al dovere. Solo in uno atto si conosce te avere alcun sentimento, in quanto mai non cerchi d’essere se non in luogo a te simigliante, avvegna che questa discrezione più tosto alla natura che a te si dovrebbe attribuire. Il tuo diletto è di dimorare ne’ vani occhi delle scimunite femine, le quali a te costrigni con meno dolore che i miseri che in tale laccio incappano; e poi con esse di quelli ti diletti di ridere, consentendo loro il potersi far beffe de’ tristi sanza niuno affanno d’esse: delle quali, schiera di perfidissima iniquità piene, non posso tenermi ch’io non ne dica ciò che dentro ne sento.

Voi, o sfrenata moltitudine di femine, siete dell’umana generazione naturale fatica, e dell’uomo inespugnabile sollecitudine e molestia. Niuna cosa vi può contentare destatrici de’ pericoli, commettitrici de’ mali. [p. 297 modifica]In voi niuna fermezza si truova: e, brievemente, voi e ’l diavolo credo che siate una cosa! E che ciò sia vero, davanti a noi infiniti essempli a fortificare il mio parlare se ne truovano. E volendo dalla origine del mondo incominciare si troverà la prima madre per lo suo ardito gusto essere stata cagione a sè e a’ discendenti d’etterno essilio de’ superiori reami. E questo malvagio principio in tanto male crebbe, che la prima età nello allagato mondo tutta perì, fuori che Deucalion e Pirra, a cui rimase la fatica di restaurare le perdute creature. Ma posto che la quantità delle femine mancasse, la vostra malvagità nella poca quantità non mancò. E non era ancora reintegrato il numero degli annegati, quando colei che l’antica Bambillonia cinse di fortissime e alte mura, presa da libidinosa volontà, col figliuolo si giacque, faccendo poi per ammenda del suo fallo la scelerata legge che il bene placito fosse licito a ciascuno. O cuore di ferro che fu quello di costei! Quale altra creatura, fuori che femina avrebbe potuta sì scelerata cosa ordinare, che, conoscendo il suo male, non s’ingegnasse di pentere, ma s’argomentasse d’inducervi i suggetti? Ma ancora che questo fosse grandissimo fallo, quanto fu più vituperevole quello che Pasife commise, la quale il vittorioso marito, re di cento città, non sostenne d’aspettare, ma con furiosa libidine essere da un toro ingravidata sostenne? Fu ciascuno de’ detti falli sceleratissimo, ma nullo fu sì crudelmente fatto quanto quello che Clitemestra miseramente commise: la quale, non guardando alla debita pietà del marito, il quale in terra era stato vincitore di Marte, per mare di Nettunno, ma presa del piacere d’un [p. 298 modifica]sacerdote, rimaso ozioso ne’ suoi paesi, consentì che, porto ad Agamenone il non perfetto vestimento, e in quello vedendolo avviluppato, Egisto miserabilemente l’uccidesse, acciò che poi sanza alcuna molestia i loro piaceri potessero mettere in effetto. Quanta fu ancora la lascivia di Elena, la quale, abandonando il propio marito, e conoscendo ciò che dovea della sua fuga seguire, anzi volle che il mondo perisse sotto l’armi che ella non fosse nelle braccia di Paris, contenta che per lei si possa etternalmente dire Troia essere strutta e i Greci morti crudelmente! Quanta acerbità e quanta ira si puote ancora discernere essere stata in Progne, ucciditrice del propio figliuolo per far dispetto al marito! E Medea simigliantemente! E in cui si trovò mai tanto tracutato amore quanto in Mirra, la quale con sottili ingegni adoperò tanto che col propio padre più fiate si giacque? E la dolente Biblis non si vergognò di richiedere il fratello a tanto fallo, e la lussuriosa Cleopatra d’adoperarlo. E ancora la madre d’Almeon per picciolo dono non consentì il mortale pericolo d’Anfirao suo marito? E qual diabolico spirito avrebbe potuto pensare quello che fece Fedra, la quale non potendo avere recato Ipolito suo figliastro a giacere con lei, con altissima voce gridando e stracciandosi i vestimenti e’ capelli e ’l viso, disse sè essere voluta isforzare da lui e, lui preso, consentì che dal propio padre fosse fatto squartare? Quanto ardire e quanta crudeltà fu quella delle femine di Lenno, che, essendo degnamente suggette degli uomini, per divenire donne, quelli nella tacita notte con armata mano tutti diedero [p. 299 modifica]alla morte? E simile crudeltà nelle figliuole di Belo si trovò, le quali tutte i novelli sposi la prima notte uccisero fuori che Ipermestra. Oimè, ch’io non sono possente a dire ciò che io sento di voi! Ma sanza dire più avanti, quanti e quali essempli son questi della vostra malvagità? O femine, innumerabile popolo di pessime creature, in voi non virtù, in voi ogni vizio: voi principio e mezzo e fine d’ogni male. Mirabil cosa si vede di voi, fra tanta moltitudine una sola buona non trovarsene. Niuna fede, niuna verità è in voi. Le vostre parole sono piene di false lusinghe. Voi ornate i vostri visi con diversi atti ad inretire i miseri, acciò che poi, liete d’avere ingannato, cioè fatto quello a che la vostra natura è pronta, ve ne ridiate. Voi siete armadura dello etterno nimico dell’umana generazione: là ov’egli non può vincere co’ suoi assalti, e egli incontanente a’ pensati mali pone una di voi, acciò che ’l suo intendimento non gli venga fallito. Guai etterni puote dire colui, che nelle vostre mani incappa, non gli fallino. Misera la vita mia, che incappato ci sono! Niuna consolazione sarà mai a me di tal fallo, pensando che una giovane, la quale io più tosto angelica figura che umana creatura riputava, con falso riguardamento m’abbia legato il cuore con indissolubile catena, e ora di me si ride, contenta de’ miei mali. Ma certo la miserabile fortuna che abassato per li vostri inganni mi vede, assai mi nuoce, e niuno aiuto mi porge anzi s’ingegna con continua sollecitudine di mandarmi più giù che la più infima parte della sua rota, se far lo potesse, e quivi col calcio sopra la gola mi tiene, nè possibile m’è lasciare il doloroso luogo -. [p. 300 modifica]

Era il pianto e la voce di Fileno sì grande, però che in luogo molto rimoto gli parea essere da non dovere potere essere udito, che un giovane il quale a piè del salvatico monticello passava, sentì quello, e avendovi grandissima compassione, per grande spazio stette ad ascoltare, notando le vere parole di Fileno; ma poi volonteroso di vedere chi sì dolorosamente piangesse, seguendo la dolente voce, si mise per lo inviluppato bosco, e con grandissimo affanno pervenne al luogo ove Fileno piangendo dimorava. Il quale egli nel primo avvento rimirando appena credette uomo, ma poi che egli l’ebbe raffigurato, il vide nel viso divenuto bruno, e gli occhi, rientrati in dentro, appena si vedeano. Ciascuno osso pingeva in fuori la ragrinzata pelle, e i capelli con disordinato rabuffamento occupavano parte del dolente viso, e similmente la barba grande era divenuta rigida e attorta, i vestimenti suoi sordidi e brutti: egli era divenuto quale divenne il misero Erisitone, quando sè, per sè nutricare, cominciò a mangiare. Nullo che veduto l’avesse ne’ tempi della sua prosperità, l’avrebbe per Fileno riconosciuto. Ma poi che il giovane l’ebbe assai riguardato, così gli disse: O dolente uomo, gl’iddii ti rendano il perduto conforto. Certo il tuo abito e le tue lagrime con le tue voci m’hanno mosso ad avere compassione di te; ma se gl’iddii i tuoi disiderii adempiano, dimmi la cagione del tuo dolore: forse non sanza tuo bene la mi dirai; e ancora mi dì, se ti piace, perchè sì solingo luogo hai per poterti dolere eletto -. Maravigliossi Fileno del giovane quando parlare l’udì, e voltatosi verso lui, non dimenticata la preterita cortesia, così gli [p. 301 modifica]rispose: Io non spero già che gl’iddii mi rendano quello che essi m’hanno tolto, perchè io i tuoi prieghi adempia: ma però che la dolcezza delle tue parole mi spronano, mi moverò a contentarti del tuo disio. E primieramente ti sia manifesto che per amore io sono concio come tu vedi -; e, appresso questo, tutto ciò che avvenuto gli era particularmente gli narrò. Dopo le quali parole, ancora gli disse: La cagione per che in sì fatto luogo io sono venuto, è che io voglio sanza impedimento potere piangere. E, appresso, io non voglio essere a’ viventi essemplo d’infinito dolore, ma voglio che infra questi alberi la mia doglia meco si rimanga -. Udito questo, il giovane non potè ritenere le lagrime, ma con lui incominciò dirottamente a piangere, e disse: Certo la tua effigie e le tue voci mostrano bene che così ti dolga, come tu parli; ma, al mio parere, questa doglia non dovria essere sanza conforto, con ciò sia cosa che persone, che molto l’hanno avuto maggiore che tu non hai, si sono confortate e confortansi -. Disse allora Fileno: Questo non potrebbe essere: chi è colui che maggior dolore abbia sentito di me? -. - Certo - disse il giovane, - io sono -. - E come? - disse Fileno. A cui il giovane disse: Io il ti dirò. Non molto lontano di qui, avvegna che vicina sia più assai quella parte alla città di colui i cui ammaestramenti io seguii, e dove tu non molto tempo ci fosti sì come tu di’, era una gentil donna, la quale io sopra tutte le cose del mondo amai e amo: e di lei mi concedette Amore, per lo mio buon servire, ciò che l’amoroso disio cercava. E in questo diletto stetti non lungo tempo, chè la fortuna mi volse in veleno la passata dolcezza, che quando io mi credea più avere la sua benivolenza, e avere [p. 302 modifica]acquistato con diverse maniere il suo amore, e io con li miei occhi vidi questa me per un altro avere abandonato, e conobbi manifestamente che ella lungamente con false parole m’avea ingannato, faccendomi vedere che io era solo colui che il suo amore avea. La qual cosa come mi si manifestò, niuno credo che mai simile doglia sentisse com’io sentii: e veramente per quella credetti morire; ma l’utile consiglio della ragione mi rendè alcun conforto, per lo quale io ancora vivo in quello essere che tu mi vedi, ricoprendo il mio dolore con infinta allegrezza. Le cose sono da amare ciascuna secondo la sua natura: quale sarà colui sì poco savio che ami la velenosa cicuta per trarne dolce sugo? Molto meno ha savio colui che una femina amerà con isperanza d’essere solo amato da lei lunga stagione: la loro natura è mobile. Qual uomo sarà che possa ammendare ciò che gl’iddii o li superiori corpi hanno fatto? E però sì come cosa mobile sono da amare, acciò che de’ loro movimenti gli amanti, sì come esse, si possano ridere: e se elle mutano uno per un altro, quelli possa un’altra in luogo di quella mutare. Niuno si dorrà seguendo questo consiglio. Tu, non avendolo seguito, ora per niente piangi: con ciò sia cosa che tu niente abbia perduto, di che ti duoli tu? Sì come tu di’, niente possedesti: e chi non possiede non può perdere; e chi non perde, di che si lamenta? Credesti alcuna volta, per alcuno sguardo fatto a te da quella giovane cui tu ami, che ella t’amasse: hai conosciuto che quello era bugiardo, e che ella non t’ama. Certo di questo ti dovresti tu rallegrare e rendere infinite grazie agl’iddii, che t’hanno aperti gli occhi avanti che tu in maggiore inganno [p. 303 modifica]cadessi. Se forse dello essilio che hai piangi, non fai il migliore: chè, pensando al vero, niuno essilio si può avere, con ciò sia cosa che il mondo sia una sola città a tutti. Ove che la fortuna ponga altrui, ella nol può cacciare di quello. In ciascun luogo giunge altrui la morte con finale morso. A’ virtuosi ogni paese è il loro. Lascia questi pianti e leva su, vienne con meco, e virtuosamente pensa di vivere, e metti in oblio la malvagità di quella giovane che a questo partito t’ha condotto: che de’ cieli possa fuoco discendere che igualmente tutte le levi di terra! -. A cui Fileno disse: Giovane, ben credo che il tuo dolore fu grande, e similmente il tuo animo, poi che con pazienza il potè sostenere; ma io mi sento troppo minore l’animo che la doglia, e però invano ci si balestrano confortevoli parole. Io sono disposto a piangere mentre io vivrò: gl’iddii per me del tuo buon volere ti meritino. Io ti priego per quello amore che tu già più fervente portasti alla tua donna, che non ti sia noia il partirti e ’l lasciarmi con continue lagrime sfogare il mio dolore -. - G l’iddii te ne traggano tosto di cotale vita - disse il giovane. E partitosi da lui, se ne tornò per quella via onde venuto era.

Partito il giovane, Fileno ricominciò il doloroso pianto; e increscendogli della sua vita, con dolenti voci incominciò a chiamare la morte così: O ultimo termine de’ dolori, infallibile avvenimento di ciascuna creatura, tristizia de’ felici e disiderio de’ miseri, angosciosa morte, vieni a me! Vieni a colui a cui il vivere è più noioso che il tuo colpo, vieni a colui che graziosa ti riputerà! Deh, vieni, chè il tristo cuore ti chiede! Oimè, ch’io non posso con la debole voce esprimere [p. 304 modifica]quanto io ti disidero. Poi che un solo colpo dei tuoi debbo ricevere, piacciati di concederlo sanza più indugio. Non sia l’arco tuo più cortese a me che al valoroso Ettore o ad Achille. Io tengo in villania il lungo perdono che da lui ho ricevuto. I doni disiderati, tosto donati, doppiamente sono graditi: concedi questo a me che tanto disiderata t’ho, e che con così dolente voce ti chiamo. Oimè, come sono radi coloro che con volonteroso animo ti ricevono, come ti riceverò io! Dunque, perchè non vieni? Non consentire che disiderandoti, come io fo, io languisca più. Io non ricuserò in niuna maniera la tua venuta. Vieni come tu vuoi, solo ch’io muoia. Io non fuggirei ora gli aguti ferri, nè le taglienti spade com’io feci già; l’agute sanne de’ fieri leoni non mi dorrebbeno, nè di qualunque altra fiera dilacerante il mio corpo: dunque vieni. O rapaci lupi, o ferocissimi orsi, se alcuni nel dolente bosco, bramosi di preda, dimorate, venite a me, facciasi il mio corpo vostro pasto: adempiete quel disio che altri adempiere non mi vuole. Oimè, perisca il tristo corpo, poi che perita è la speranza, cerchi la dolente anima i regni atti al suo dolore e vada con la sua pena alle misere ombre di Dite, ove forte sarà che maggior pena che ella al presente sostiene, vi truovi. O iddii abitatori de’ celestiali regni, se alcuno mai in questo luogo ricevette onore di sacrificio dolgavi di me. O driade, abitatrice di questi luoghi, fate che la misera vita mi fugga. O infernali iddii, rapite del mio misero corpo la vostra anima. Cessi che io più me e voi stimoli con le mie voci -. E così piangendo e gridando, tutto delle propie lagrime si bagnava, baciando sovente il candido velo, sopra il [p. 305 modifica]quale per debolezza sovente cader si lasciava. Ma Florio, rimaso a Montoro, presto a mettere in essecuzione le triste insidie sopra Fileno, udito che il misero per paura di quelle avea preso volontario essilio, lasciò stare le cominciate cose, e incominciossi alquanto a riconfortare, imaginando che poi che questo era cessato di che egli più dubitava, niuna altra cosa, fuori che prolungamento di tempo, al suo disio gli poteva noiare.

La santa dea, che due volte era discesa de’ suoi regni per impedire il ferventissimo amore tra Florio e Biancifiore cresciuto per lungo tempo, sentendo Florio rallegrarsi e il misero Fileno avere per le operazioni di lei preso dolente essilio, parendole niente aver fatto, propose del tutto di volere la sua imaginazione compiere. E discesa del cielo la terza volta, sopra un’alta montagna in forma di cacciatrice si pose ad aspettare il re Felice, che quivi cacciando su per quella doveva quel giorno venire. Ella avea i biondi capelli ravolti alla sua testa con leggiadro avolgimento, e il turcasso cinto con molte saette, e nella sinistra il forte arco portava. E quivi per picciolo spazio dimorando, di lontano vide il re Felice soletto correre dietro ad un grandissimo cervio, il quale verso quella parte ov’ella era fuggiva: al quale ella si parò davanti e con soavissima voce salutatolo, abandonato il cervio, il ritenne a parlar seco. A cui il re, non conoscendola, disse: Giovane donna, come in questo luogo sì sola dimorate? -. - Di qui non sono guari lontane le compagne - rispose Diana; - ma tu come a questi diletti intendi, con ciò sia cosa che il tuo figliuolo, per amor di colei cui tu tieni in casa, guadagnata ne’ sanguinosi [p. 306 modifica]campi, si muore? Io conosco il sopravegnente pericolo, e dicoti che se tosto rimedio a questa cosa non prendi, ella il ti torrà -. E questo detto, subitamente sparve. Rimase il re tutto stupefatto e pieno di pensieri quando, volendo consiglio domandare, vide la dea sparita, e così tra sè, voltando i suoi passi, disse: Veramente divina voce m’ha i miei danni annunziati -. E di grieve dolore oppresso, lasciata la caccia, si tornò in Marmorma.

Ritornato il re in Marmorina dentro al suo palagio, in una camera, soletto, con bassa fronte, si pose pensando a sedere ripetendo in sè l’udite parole dalla santa dea, e in sè rivolgendo che rimedio alle cose udite potesse pigliare. E in tali pensieri dimorando, la reina sopravenne; e vedendo il re turbato, si maravigliò, e timidamente così gli disse: O caro signore, se licito è ch’io possa sapere la cagione della vostra turbazione io vi priego che ella non mi si celi -. A cui il re rispose: Ella non ti si può nè dee celare, e però io la ti dirò: oggi nel più forte cacciare che io facea, correndo dietro a un cervio, non so che si fosse, o dea o altra creatura, ma in abito d’una cacciatrice, m’apparve una bella donna, la quale, dopo alquante parole, mi disse che se con subito provedimento noi non soccorressimo, che Florio per Biancifiore perderemmo: e questo detto, sparve subitamente, nè più la potei vedere. Onde io da quella ora in qua con grieve doglia sono dimorato e dimoro. Io conosco manifestamente che la fortuna, dei nostri beni invidiosa, si oppone a quelli, e vuolcene in miserabile modo privare. Io non so che consiglio pigliare. Io mi consumo pensando che per una serva io debba perdere il caro figliuolo acquistato [p. 307 modifica]con tanti prieghi. O maladetto giorno, o perfidissima ora della sua natività, perchè mai venisti? Egli non per nostra consolazione, ma per dolorosa distruzione di noi nacque: ma certo la cagione di tanta e di tale tristizia converrà che prima di me perisca. Questi mali e queste angosciose fatiche solo per la vilissima serva procedono. Io le leverò con le propie mani la vita: la mia spada trapasserà il suo sollecito petto: e di questo segua che puote! E certo se i fati altre volte la trassero delle cocenti fiamme, essi non la trarranno ora del mio colpo. Oimè, che mi parea incredibile per adietro, quand’io udiva che sola Biancifiore era ancora da lui dimandata, e diceva: "Se ciò fosse vero, già il duca e Ascalion me l’avrebbero fatto sentire!". Ma io credo fermamente che la puttana l’abbia con virtuose erbe, o con parole, o con alcuna magica arte costretto, però che mai non si udì che femina con tanto amore durasse in memoria d’uomo, quanto costei è durata a lui. Ma certo a mio potere l’erbe e le incantazioni le varranno altressì poco: come a Medea valessero! -.

Poi che il re, narrate queste cose, si tacque, la reina, dopo alcuno sospiro, così disse: Oimè, ora ha egli ancora nella memoria Biancifiore? Certo, se questo è, negare non possiamo che in contrario non ci si volga la prosperevole fortuna passata. Io imaginava che egli più non se ne ricordasse; ma poi che ancora gli è a mente, soccorriamo con pronto argomento -. - Niuno rimedio è sì presto come ucciderla - disse il re, - e acciò che infallibile sia il colpo, io l’ucciderò con la propia mano -. A cui la reina disse: Cessino questo gl’iddii, che un re si possa dire che colpevole nella morte [p. 308 modifica]d’una semplice giovinetta sia, o che le mani vostre di sì vile sangue siano contaminate. Se noi la sua morte disideriamo, noi abbiamo mille servi presti a maggiori cose, non che a questa; ma noi, sanza esser nocenti contro lo innocente sangue di lei, possiamo in buona maniera riparare; e ciò v’aveva io già più volte voluto dire, ma ora, venuto il caso, vel dirò. Io intesi, pochi dì sono passati, che venuta era ne’ nostri porti, là dove il Po le sue dolci acque mescola con le salse, una ricchissima nave, di che parte si venga non so, la quale, secondo che m’è stato porto, spacciato il loro carico, si vogliono partire: mandate per li padroni, e a loro sia Biancifiore venduta. Essi la porteranno in alcuna parte strana o molto lontana di qui, e di essa mai niuna novella si saprà: e a Florio date ad intendere che morta sia, faccendole fare nobilissima sepoltura e bella, acciò che più la nostra bugia somigli il vero. E egli, credendo questo, poi s’auserà a disamarla -.

Niente rispose il re a’ detti della reina, ma in se medesimo alquanto rattemperato pensò di volere tal consiglio seguire, e seguendolo imaginò che sanza fallo gli verrebbe il suo avviso fornito. E uscito della sua camera, a sè chiamò Asmenio e Proteo, giovani cavalieri e valorosi, e disse così loro: Sanza alcuno indugio cercate i nostri porti là dove il Po s’insala: quivi n’è detto che una ricchissima nave è venuta; fate che voi la veggiate, e conosciate di quella i signori, e sappiate di qual paese viene, e di che è carica, e quando si dee partire, e ordinatamente tutto mi raccontate nella vostra tornata, la quale sanza niuno indugio fate che sia -.

Mossersi i due giovani con quella compagnia che [p. 309 modifica]piacque loro, e, pervenuti a’ dimandati porti, montarono sopra la bella nave, ove essi onorevolemente ricevuti furono da Antonio e da Menone, signori e padroni di quella. E poi che Asmenio dimorato con loro alquanto fu, egli disse: Belli signori, noi siamo cavalieri e messaggi dell’alto re di Spagna, ne’ cui porti voi dimorate; e siamo qui venuti a voi per essere di vostra condizione certi, e per sapere qual sia il vostro carico, e da quali liti vi siate con esso partiti, e che intendiate di fare. Piacciavi che di tutte queste cose noi al nostro signore possiamo rendere vera risposta -. A cui Antonio, per età e per senno più da onorare, così rispose: Amici, voi siate i ben venuti. Noi, brievemente, siamo ad ogni vostro piacere disposti, e però alla vostra dimanda così vi rispondiamo, e così a chi vi manda risponderete: il presente legno è di questo mio compagno e mio, i quali, egli Menone e io Antonio siamo chiamati, e nascemmo quasi nelle ultime parti dell’ausonico corno, vicini alla gran Pompeia, vera testimonia delle vittorie ricevute da Ercule ne’ vostri paesi, e da lui edificata; e vegnamo dalli lontani liti d’Alessandria in questi luoghi, non volonterosi venuti, ma da fortunale tempo portati, nel quale gl’iddii, la mercè loro, ci hanno tanta di grazia fatta, che quasi tutto il carico della nostra nave avemo spacciato, il quale fu in maggior parte spezieria, perle e oro, e drappi dalle indiane mani tessuti; e intendiamo, ove piacere de’ nostri iddii sia, di cercare le sedie d’Antenore, poste nell’ultimo seno di questo mare, quando avremo tempo; e quivi di quelle cose che per noi saranno, intendiamo di ricaricare la nostra nave e di tornare [p. 310 modifica]agli abandonati liti. Se per noi si può far cosa che al vostro signore e a voi piaccia, come umilissimi servidori a’ vostri piaceri ci disponiamo -. Assai gli ringraziarono i due cavalieri e ultimamente gli pregarono che non fosse loro noia alquanti giorni attendergli, però che con loro credevano dovere avere a fare. A cui essi risposero che uno anno, se tanto loro piacesse, gli attenderebbono.

Tornarono i due cavalieri al re, e chiaramente ogni cosa udita da’ padroni gli narrarono. A’ quali il re disse: Tornate ad essi e domandateli se essi volessero una bellissima giovane comperare, la quale innumerabile tesoro ho cara, e con la risposta tacitamente tornate -. Ripresero i cavalieri il cammino, e, ricevuti con amorosi accoglimenti, a’ mercatanti la loro ambasciata contarono aggiungendo che dalla bella giovane inverso la reale maestà grandissimo fallo era stato commesso, per lo quale morte meritava - ma il signore, pietoso della sua bellezza, non ha voluto privarla di vita: ma, acciò che il fallo non rimanga impunito, la vuole vendere, come contato v’abbiamo -. A cui i mercatanti risposero ciò molto piacere loro: e se bella era quanto contavano, nullo migliore comperatore d’essi se ne troverebbe. - Adunque - disse Asmenio - arrecate i vostri tesori e venite con noi, acciò che voi veggiate che quello che vi diciamo è vero -.

Caricati i mercatanti i loro tesori, e presi molti loro cari gioielli, con li due cavalieri se ne vennero a Marmorina, ove dal re onorevolmente ricevuti furono. E quando tempo parve al re di volere che essi vedessero Biancifiore, egli disse alla reina: Va e fa venire la giovane -. Al cui comandamento la reina andata [p. 311 modifica]in una camera ove Biancifiore era, disse: O bella giovane, rallegrati, che picciolo spazio di tempo è a passare che il tuo Florio sarà qui; e però adornati, acciò che tu gli possi andare davanti e fargli festa, e che egli non gli paia che le tue bellezze sieno mancate -. Corse al cuore di Biancifiore una subita letizia, udendo le false parole, e per poco non il cuore, abandonato dalle interiori forze, corse di fuori a mostrare festa, per debolezza perì. Ma poi, quelle tornate ciascuna nel suo luogo furono, Biancifiore s’andò ad ornare. Ella i dorati capelli con sottile artificio mise nel dovuto stile, e, sè di nobilissimi vestimenti vestita, sopra la testa si puose una bella e leggiadra coronetta, e con lieti sembianti cominciò ad attendere, disiderosa d’udire dire: "Ecco Florio!".

Il re fece chiamare i due mercatanti, e con loro sanza altra compagnia, se ne entrò in una camera, e disse loro: Voi vedrete di presente venire una creatura di paradiso in questo luogo, la quale sarà al vostro piacere, se assai tesori avete recati -. E detto questo, comandò che Biancifiore venisse. Allora la reina disse a Biancifiore: Andiamo nella gran sala, non dimoriamo qui, acciò che di lontano possiamo vedere il caro figliuolo -. Mossesi Biancifiore soletta di dietro alla reina e venne nel luogo ove i due mercatanti dimoravano. E come l’aria, di nuvoli piena, porge alla terra alcuna oscurità, la quale poi, partendosi i nuvoli, da’ solari raggi con lieta luce è cacciata, così parea che dove Biancifiore giungeva, nuovo splendore vi crescesse. Videro i mercatanti la bella giovane, e, ripieni d’ammirazione, appena credettero che cosa mondana fosse, dicendo [p. 312 modifica]fra loro che mai sì mirabile cosa non era stata veduta. Elli comandarono che di presente i loro tesori fossero tutti aportati davanti al re; i quali venuti in grandissima quantità, così dissero: Signore, sanza altro mercatare, de’ nostri tesori prendete quella quantità che a voi piace, chè noi non sapremmo a così nobile e preziosa cosa porre pregio alcuno -. - Assai mi piace - rispose il re. E di quelli prese quella quantità che a lui parve e l’altra rendè loro. E essi, contenti di ciò che fatto avea il re, sopra tutto ciò che preso avea, gli donarono una ricchissima coppa d’oro, nel gambo e nel piè della quale con sottilissimo artificio tutta la troiana ruina era smaltata, cara per maesterio e per bellezza molto. Dopo i ricevuti tesori, il re con sommessa voce così parlò a’ mercatanti: A voi conviene, poi che comperata avete costei, sanza niuno indugio dare le vele a’ venti, nè più in questi paesi dimorare, non forse nuovo accidente avvenisse per lo quale il vostro e mio intendimento si sturbasse -. Dissero i mercatanti: Signore, comandate alla giovane, poi che nostra è, che con noi ne venga, che noi non l’avremo prima sopra la nostra nave, che essendo il tempo ben disposto, come elli ci pare che sia, che noi prenderemo nostro cammino e sgombreremo i vostri porti, però che per noi non fa il dimorare -.

Voltossi allora il re a Biancifiore, e disse: Bella giovane, a me ricorda che quando davanti mi recasti nella festa della mia natività il velenato paone, io giurai per lo sommo Iddio e per l’anima del mio padre, e promisi al paone che in brieve tempo io ti mariterei a uno de’ grandi baroni del mio regno: però, volendo osservare il mio voto, t’ho maritata, e il tuo [p. 313 modifica]marito si chiama Sardano, signore dell’antica Cartagine, a noi carissimo amico e parente. Egli con grandissima festa t’aspetta, sì come i presenti gentili uomini da sua parte a noi per te venuti ne dicono. Però rallegrati: e poi che piacere è di lui, a cui oramai sarai cara sposa, con costoro n’andrai, e noi sempre per padre terrai, là ove bisogno ti fosse tale paternità -. Le cui parole come Biancifiore udì, tutta si cambiò nel viso e disse: Oimè, dolce signore, e come m’avete voi maritata, che io nel gran pericolo che fui, quando ingiustamente al fuoco fui condannata, per paura della morte, a Diana votai etterna virginità, se dallo ingiusto pericolo mi campasse? -. - Come - disse il re - richiede la tua bellezza etterna virginità, la quale a’ venerei atti è tutta disposta? Giunone, dea de’ santi matrimonii, ti rimetterà questo voto, poi che il suo numero accresci -. - Oimè! - disse Biancifiore - io dubito che la vendicatrice dea giustamente meco non si crucci -. - Non farà - disse il re, - e posto che ciò avvenisse, questo è fatto omai, non può indietro tornare. Tu dovevi dirloci avanti se così avevi promesso. Imineo lieto e inghirlandato tenga nella vostra camera le sante facelline -. E questo detto, comandò che Glorizia sua maestra le fosse per servigiale donata, sì come della misera Giulia era stata, e che ella fosse da’ mercatanti tacitamente menata via, e i tesori riposti.

Biancifiore, che i segreti ragionamenti e l’abito de’ mercatanti e i ricevuti tesori tutti avea veduti, e il tacito stile che il re nella sua partenza teneva, e similmente l’unica servitrice a lei donata, e le ingannevoli parole della reina che detto l’avea: "Vieni, che [p. 314 modifica]il tuo Florio viene, nella mente ogni cosa notava, fra sè dolendosi, incominciò a dire: oimè, ch’è questo? In sì fatta maniera non sogliono le giovani andare a’ loro sposi, anzi si sogliono fare grandissime feste, e io con taciturnità sono cercata di menar via. Nè ancora si sogliono per le mie pari da’ mariti mandare tesori, anzi ne sogliono ricevere. Nè ancora costoro paiono uomini atti a portare ambascerie di sì fatte bisogne, ma mi sembrano mercatanti; e i segreti mormorii mi danno cagione di dubitare. E ove s’usa ancora una giovane andare a sì fatto sposo, quale egli dice che m’ha donato, con una sola servitrice? Oimè, che tutte queste cose mi manifestano che io sono ingannata! Io misera nata per aver male, non maritata ma venduta credo ch’io sia, come schiava da’ pirati in corso presa. Oimè, che farò? Comechè io mi sia, o venduta o maritata, come potrò io abbandonare il bel paese ove il mio Florio dimora? E questo dicendo, incominciò sì forte a piangere, che a forza mise pietà ne’ crudeli cuori del re e della reina: ma il re ciò non sofferse di stare a vedere, anzi si partì per paura di non pentersi, e la seconda volta comandò che portata ne fosse.

Già lasciava Febo vedere la sua cornuta sorella, disiosa di tornare alquanto con la sua madre, quando i mercatanti apparecchiati i cavalli, levarono Biancofiore di braccio alla reina semiviva, e con Glorizia insieme di quindi partendosi la ne portarono: e pervenuti alla loro nave, contenti di tale mercatanzia lei sopra quella posero, apparecchiando la più onorevole parte d’essa, e pregando gl’iddii che prospero viaggio loro concedessero. E date le vele a’ venti, si [p. 315 modifica]partirono con Biancofiore da’ vietati porti, comandato che ricercati fossero i lasciati liti di Sorìa.

Zeffiro ancora non era stato da Eolo richiuso nella cavata pietra, anzi soffiando correa sopra le salate onde con le sue forze, per la qual cosa i mercatanti prosperamente con la loro nave andavano a’ disiderati liti. Ma Biancifiore, che ora conosceva manifestamente il tradimento dello iniquo re, quivi venuta con continuo pianto, con più grave doglia veggendosi dalli occidentali liti allontanare, incominciò a piangere, e a dire così: Oimè, dolorosa la vita mia, ove sono io portata? Chi mi toglie da’ dolci paesi ov’io lascio l’anima mia? O Amore, solo signore della dolorosa mente, quanti e quali sono i mali, che io, per essere fedelissima suggetta alla tua signoria, sostegno! Ma tra gli altri notabili, come tu sai, io per te ebbi a morire di vituperevole morte, avvegna che per te simigliantemente da quella campassi, e ora, come vilissima serva venduta, per te, non so ove io mi sia portata. Se queste cose fossero manifeste, chi s’arrischierebbe mai a seguire tua signoria? Deh, perchè non mi uccidevi tu avanti, quando ne’ begli occhi di Florio m’apparisti, che ferirmi, acciò che io per la tua ferita tanto male dovessi sostenere? Oimè, ch’io non so quali liti saranno da me cercati, nè alle cui mani io misera debbo venire. Ma a niune verrò che iguale tristizia non sia la mia, poi ch’io lascio il mio Florio. Dove, o misera fortuna, ricorrerò per conforto, con ciò sia cosa che ogni speranza fuggita mi sia di potere mai lui rivedere? Io sono portata lontana da lui, e egli nol sa, nè sa dove: dunque dove sarò io da lui ricercata io come potrò lui ricercare, [p. 316 modifica]che la mia libertà è stata venduta a costoro infiniti tesori? Ahi misera vita, maladetta sie tu, che sì lungamente in tante tribulazioni mi se’ durata! O dolcissimo Florio, cagione del mio dolore, gl’iddii volessero che io non ti avessi mai veduto, poichè per amarti tante tribulazioni e tante avversità sostener mi conviene. Ma certo se io mai riveder ti credessi, ancora mi sarebbe lieve il sostenerle. Oimè, or che colpa n’ho io se tu m’ami? Io mi reputai già grandissimo dono dagl’iddii l’avere avuto da te soccorso, quando per te credetti morire nelle cocenti fiamme, ma certo io ora avrei molto più caro l’essere stata morta. Io non so che mi fare. Desidero di morire, e intanto mi conosco miserissima, in quanto veggio dalla morte rifiutarmi. Ora facciano gl’iddii di me ciò che piace loro: niuno uomo fu mai amato da me se non Florio, e Florio amo e lui amerò sempre. Nulla cosa mi duole tanto quanto il perduto tempo, nel quale già potemmo i desiderati diletti prendere e non gli prendemmo, ma quello ozioso lasciammo trascorrere, pensando che mai fallire non ci dovesse: ora conosco che chi tempo ha, e quello attende, quello si perde. O misero Fileno, in qualunque parte tu vagabondo dimori rallegrati, che io, cagione del tuo esilio ti sono fatta compagna con più misera sorte. A te è lecito di tornare, ma a me è negato. Tu ancora la tua libertà possiedi, ma la mia è venduta. Gl’iddii e la fortuna ora mi puniscono de’ mali che tu per me sostieni: ma certo a torto ricevo per quelli ingiuria, che come essi sanno mai non ti mostrai lieto sembiante se non costretta dalla madre iniquissima di colui di cui io sono. Oimè, quanto m’è la fortuna contraria! Ma [p. 317 modifica]certo ciò non è maraviglia, con ciò sia cosa che i figliuoli debbano succedere a’ parenti nelli loro atti: chi più infortunato fu che il mio padre e la mia misera madre, avvegna che di tutto io fossi cagione se io di ciò fui cagione, dunque maggiormente conviene che io infortunata sia, anzi posso dire che io sia esso infortunio. Rallegrinsi le loro anime ove che esse sieno: io porto pena del commesso male. O iddii, provedete alla mia miseria, poneteci fine. O Nettunno, inghiottisci la presente nave, acciò che la misera perisca. Racchiudi sotto le tue onde in un corpo tutte le miserie, acciò che il mondo riposi: elle sono tutte adunate in me; se tu me nelle tue acque raccogli, tutte l’avrai in tua balia, e potrai poi di quelle dare a chi ti piacerà. E tu, o Eolo, leva co’ tuoi venti le tese vele, che al mio disio mi fanno lontana. Ove è ora la rabbia de’ tuoi suggetti, che a’ troiani levò gli alberi e’ timoni, e parte de’ loro uomini e delle navi? Risurga, acciò che io più non sia portata avanti. Io disidero di morire ne’ vicini mari al mio Florio, acciò che il misero corpo, portato dalle salate acque sopra i nostri liti, muova a pietà colui di cui egli è, e da capo con le propie lagrime il bagni. O almeno abassa la potenza del fresco vento che ci pinge alla disiderata parte da costoro. Apri la via agli orientali e agli austri, acciò che negli abandonati porti un’altra volta sieno gittate le tegnenti ancore, e quivi forse da Florio, che già dee la mia partita aver sentita, sarò radomandata con maggior quantità di tesori a costoro. Niuna altra speranza m’è rimasa, in niuna altra maniera mai rivedere non credo colui che è solo mio bene. Oimè, i miei prieghi non sono uditi; e chi [p. 318 modifica]ascoltò mai priego di misero? Io m’allungo ciascuna ora più da te, o Florio, in cui l’anima mia rimane. E però rimanti con la grazia degl’iddii, i quali io priego che da sì fatta doglia come io sento, ti levino. Pensa d’un’altra Biancifiore, e me abbi per perduta: li fati e gl’iddii mi ti tolgono. Io non credo mai più rivederti, però che veggendomiti ciascuna ora più far lontana, disperata mi dispongo alla morte, la quale gl’iddii non lascino impunita in coloro che colpa me n’hanno -. E piangendo, con travolti occhi e con le pugna chiuse, palida come busso, risupina cadde in grembo a Glorizia, che con lei miseramente piangeva.

Li due mercatanti vedendo questo, dolenti oltre misura, lasciando ogni altro affare, corsero in quella parte, e di grembo a Glorizia la levarono, e lei non come comperata serva, ma come cara sorella si recarono nelle braccia, e con preziose acque rivocarono gli spaventati spiriti a’ loro luoghi, e così cominciarono a parlare a Biancifiore: O bellissima giovane, perchè sì ti sconforti? Perchè piangendo e con ismisurato dolore vuoi te e noi insieme consumare? Deh, qual cagione ti conduce a questo? Piangi tu l’avere abandonato il vecchio re, il quale, pieno d’iniquità e di mal talento, più la tua morte che la tua vita disiderava? Tu di questo ti dovresti rallegrare. E forse che ti pare che la fortuna miseramente ti tratti, però che tu a noi costi la maggior parte de’ nostri tesori, parendoti dovere avere preso nome di comperata serva, sotto la qual voce non pare che lieta vita si deggia poter menare; ma certo da tale pensiero ti puoi levare, però che noi non guarderemo mai a’ donati tesori per te, ma, conoscendo la tua magnificenza, [p. 319 modifica]in ogni atto come donna ti onoreremo. E se forse ti duole il dover cercare nuovi liti, imaginando quelli dovere essere strani e voti di varii diletti, de’ quali forse ti pareva la tua Marmorina piena, certo tu se’ ingannata, però che colà ove noi ti portiamo è luogo abondevole di graziosi beni, pieno di valorosa gente, nel quale forse la fortuna ti concederà più tosto il tuo disio che fatto non ti avrebbe onde ti parti: però che noi spesso veggiamo che quelli luoghi che paiono più atti a uno intendimento d’un uomo o d’una donna, quelli sono quelli ne’ quali mai tale intendimento fornire non si può; e così ne’ non pensati luoghi avviene che l’uomo ha quello che ne’ pensati disiderava. I futuri avvenimenti ci sono nascosi. Il primo aspetto delle cose doni speranza di quello che dee seguire: tu ricca, tu graziosa, tu bellissima! Le quali cose pensando, manifestamente si dee credere che gl’iddii a grandissime cose t’apparecchiano e che in te non dee potere lunga miseria durare. Piangano coloro a’ quali niuna speranza è rimasa. Noi ti preghiamo che tu ti conforti, con ciò sia cosa che noi manifestamente conosciamo che con aperte braccia felicità non pensata t’aspetta, alla quale gl’iddii tosto te e noi con prosperevole tempo, come cominciato hanno, ci portino -.

Con pietose lagrime ascoltava Biancifiore le parole de’ confortanti, e avvegna che niuno conforto di quelle prendesse, nondimeno con rotte voci prometteva di confortarsi. Ma poi che i due mercatanti, parendola loro quasi avere riconfortata, la lasciarono con Glorizia, essa soletta in una camera della nave, donata a lei da’ signori, si rinchiuse, e in quella con tacite lagrime sopra [p. 320 modifica]il suo letto così cominciò a dire: O graziosissima Citerea, ove è la tua pietà fuggita? Oimè, come tante lagrime di me, tua fedelissima suggetta, non ti muovono ad aiutarmi? Chi spererà in te, se io, che più fede t’ho portata, per te perisco? E quando verrà il tuo soccorso, se nelle miserie non viene? Io non posso peggio stare che io sto. O misera a me, che feci io che io meritassi d’essere venduta? Or m’avesse avanti il re uccisa con le propie mani: almeno il termine de’ miei dolori sarebbe finito! Deh, pietosa dea, quand’io altra volta temetti di morire, tu da quel pericolo mi campasti: perchè ora più grave t’è in questo bisogno aiutarmi? Io mi diparto dal mio Florio, nè so quali paesi fieno cercati da me: e se io credessi propiamente i tuoi regni venire ad abitare, e’ mi sarebbero noiosi sanza Florio. Dunque comanda che come la saetta del tuo figliuolo con dolcezza mi passò il cuore per la piacevolezza di Florio, a me tornata in grave amaritudine, che ella mi si converta in mortal piaga, e tosto. Non consentire che io più viva languendo. Muovanti tante lagrime, quante io mando nel tuo cospetto, a questa sola grazia concedermi: e se a te forse la mia morte non piace, riconfortimi la seconda volta il tuo santo raggio, il quale nella oscura prigione, ov’io per adietro a torto fui messa, mi consolò faccendomi sicura compagnia. Io vo sanza alcuna speranza, se da te non m’è porta. Deh, non mi lasciare in tanta avversità disperata, ma sì come il tuo pietoso Enea negli africani liti, a’ quali io, più ch’io non disidero, già m’appresso, riconfortasti con trasformata imagine, così di me ti dolga, e fammi degna del tuo soccorso. A te niuna cosa s’occulta, il mio [p. 321 modifica]bisogno tu il sai: provedivi sanza indugio, acciò che il numero delle mie miserie non multiplichi. E tu, o vendicatrice Diana, nel cui coro io per difetto di virginità non avrei minor luogo, aiutami: io sono ancora del tuo numero, e disidero d’essere infino a quel tempo che l’inghirlandato Imineo mi penerà a concedere liete nozze. Concedi che io possa i tuoi beneficii interi servare al mio Florio, al quale se i fati non concedono che essi pervengano, prima la morte m’uccida che quelli tolti mi sieno -. E mentre che Biancifiore queste parole fra sè tacita pregando dicea, soave sonno sopravenutole, le parole e le lagrime insieme finio.

Diana, che delli alti regni conoscea la miseria in che Biancifiore era venuta per le operazioni di lei, in se medesima si riputò essere vendica del non ricevuto sacrificio, e temperò le sue ire con giusto freno, e i santi orecchi piegò a’ divoti prieghi di Biancifiore; e li suoi scanni lasciati, a quelli di Venere se n’andò, e così le disse: O dea, sono alle tue orecchie pervenuti i pietosi prieghi della tua Biancifiore, come alle mie? -. - Certo sì - rispose Citerea, - e già di qui mi volea muovere per andare a porgerle il dimandato conforto; ma tu, che niuna tua ira vuoi sanza vendetta da te cacciare, lascia omai le soperchievoli offese e perdona il disaveduto fallo alla innocente giovane, acciò che io non abbia cagione di contaminare i tuoi cori con più asprezza. Tu non meno di me se’ tenuta d’aiutare costei, però che ben che essa aggia me col core servita e serve, nondimeno ha ella te sempre con le operazioni servita, e ora a te, come a me, soccorso nella presente avversità domanda -. [p. 322 modifica]Adunque - disse Diana - andiamo: le mie ire sono passate, e vera compassione de’ suoi mali porto nel petto; porgiamole il dimandato conforto -. A cui Venere disse: Io la veggo sopra le salate onde vinta da angosciosi pianti soavemente dormire, e esserne portata verso il mio monte, al quale luogo io spero che ’l suo disio ancora farò con letizia terminare, avvegna che sanza indugio essere non può per quello che per adietro hai operato -.

Sanza più parlare si partì il divino consiglio, e amendue le dee, lasciati i luoghi, con lieto aspetto nel sonno si mostrarono alla dormente giovane. E Diana, che in quello abito propio che portare solea alle cacce, inghirlandata delle fronde di Pallade, l’apparve, e così le disse: O sconsolata giovane, l’avermi ne’ sacrificii, renduti agli altri iddii per lo tuo scampo, dimenticata, giustamente verso di te mi fece turbare: per la quale turbazione, essendone io stata cagione, hai sostenute gravose avversità. Ma ora i tuoi prieghi hanno addolcita la mia ira, e divenuta sono verso di te pietosa: per la qual cosa ti prometto che la dimandata grazia infino alla disiderata ora ti sarà da me conceduta, nè niuno sarà ardito di levarti ciò che tu nel cuore hai proposto di guardare -. Ma Venere, che tutta nel cospetto di Biancifiore di focosa luce sfavillava, involte le nude carni in uno sottilissimo drappo porporino, e coronata dell’amate frondi di Febo, così le disse: Giovane, a me divota e fedelissima suggetta, lascia il lagrimare, e nelle presenti avversità e nelle future con iguale animo ti conforta. Tu hai co’ tuoi prieghi mosse a pietà le nostre menti, e spera che tu sarai da Florio ricercata: e in quella parte [p. 323 modifica]nella quale più ti parrà impossibile di doverlo potere avere o vedere, tel troverai nelle tue braccia ignudo -. E queste cose dette, sparvero, e Biancifiore si svegliò: e lungamente pensando alle vedute cose, molto conforto riprese, e con lieto viso a Glorizia queste cose tutte raccontò; di che insieme prendendo buona speranza di futura salute, fecero maravigliosa festa.

Nettunno tenea i suoi regni in pace e Eolo prosperosamente pingeva l’ausonica nave a’ disiati liti, sì che avanti che Febea, nel loro partimento cornuta, avesse i suoi corni rifatti eguali, essi pervennero all’isola che preme l’orgogliosa testa di Tifeo. E quivi, di rinfrescarsi bisognosi, là ove Anchise la lunga età finì, presero porto, e, onorevolemente ricevuti in casa d’una nobilissima donna chiamata Sisife, a’ mercatanti di stretto parentado congiunta, più giorni quivi si riposarono. Con la quale Sisife dimorando Biancifiore, e nella mente tornandole alcuna volta Florio e la dolente vita, la quale egli dovea sentire poi che saputo avesse la partita di lei, pietosamente piangea, e con tutto che la sua speranza fosse buona e ferma, non cessava però di dubitare, nè per quella potea in alcun modo porre freno alle sue lagrime. La qual cosa Sisife vedendo un giorno così le disse: Dimmi, Biancifiore, se gl’iddii ogni tuo disio t’adempiano, qual è la cagione del tuo pianto? Io ti priego, s’elli è licito ch’io la sappia, che tu non la mi celi, però che grandissima pietà, che di te sento nel cuore, mi muove a questo voler sapere: la qual cosa, se tu mi dirai, tale potrà essere che o conforto o utile consiglio vi ti porgerò -. A cui Biancifiore disse: Nobile donna, niuna cosa vi celerei che domandata mi fosse da voi, [p. 324 modifica]solo ch’io la sapessi: e però ciò che dimandato avete, volontieri la vostra volontà ne sodisfarò, avvegna che invano consiglio o conforto mi porgerete. Io, dal mio nascimento isfortunata, non saprei da qual capo incominciare a narrare i miei infortunii, tanti sono e tali. Ma posto che sieno stati e sieno al presente molti, solamente amore mi fa ora lagrimare, con ciò sia cosa che io, più che alcuna giovane fosse mai, mi truovo nella sua potenza costretta per la bellezza d’un valoroso giovane chiamato Florio, figliuolo dell’alto re di Spagna, il quale è rimaso là onde io misera mi partii con questi signori della nave, i quali me comperata schiava portano, e non so dove. E ben che l’essere io di costoro mi sia grave, leggerissima riputerei questa e ogni altra maggiore avversità, se meco fosse il signore dell’anima mia, o in parte che io solamente alcuna volta il giorno vedere lo potessi. Ma non che alcuna di queste cose m’abbia la fortuna voluto concedere, ma ella solamente non sofferse che io vedere il potessi nella mia partita, o udire di lui alcuna cosa: anzi ingannata e semiviva, e tutta delle mie lagrime bagnata, fui di Marmorina tratta, ove io l’anima e ogni intendimento ho lasciata con colui di cui io sono tutta. E sanza fine mi maraviglio come dopo la mia partenza, considerando allo intollerabile dolore ch’io ho sostenuto, m’è tanto la vita durata: ma la morte perdona a’ miseri le più volte! -. E qui lagrimando, bassò la testa e tacquesi. E Sisife così le cominciò a parlare: Bella giovane, non ti sconfortare: sanza dubbio conosco il tuo infortunio essere grande e il dolore non minore che quello; ma per tutto questo, posto ch’è perduto il luogo ove meno dolore che [p. 325 modifica]qui sentivi, non dee però essere da te la speranza fuggita. E, appresso, nella presente vita si conviene le impossibili cose rifiutare, e l’avverse con forte animo sostenere. Niuno mai fu in tanta miseria che possibile non gli fosse l’essere in brieve più che altro felice. I movimenti della fortuna sono varii, e disusati i modi ne’ quali ella i miseri rileva a maggiori cose. Se a te pare impossibile di dover mai ritornare là ove Florio di’ che lasciasti, nè mai speri di rivederlo, fa che tu ti sforzi d’imaginare di mai non averlo veduto, e ogni pensiero di lui caccia da te. E quando tu riposata sarai là ove costoro ti portano, tu ne vedrai molti de’ quali non potrà essere che alcuno non te ne piaccia, e niuno sarà a cui tu non piaccia: colui che ti piacerà, colui sia il tuo Florio. Or conviensi che la tua bellezza perisca per amore d’un giovane, il quale avere non si può oramai? -. Quando Biancifiore ebbe per lungo spazio ascoltato ciò che Sisife le parlava, ella alzò la testa e disse: Oimè, quanto male conoscete le leggi d’amore! Certo elle non sono così dissolubili come voi nel parlare le mostrate. Chi è colui che possa sciogliersi e legarsi a sua volontà in sì fatto atto? Certo chi è colui che ’l fa, e far lo può, non ama, ma imponsi a se medesimo falso nome d’amante, però che chi bene ama, mai non può obliare. E come per niuno altro potrò io dimenticare il mio Florio il quale di bellezza, di virtù e di gentilezza ciascuno altro giovane avanza? E quando alcuna di queste cose in sè non avesse, sì n’è in lui una sola, per la quale mai per alcuno altro cambiare nol dovrei: che esso ama me sopra tutte le cose del mondo -. - Fermamente conosco - disse Sisife - che tu [p. 326 modifica]ami e che le tue lagrime da giusta pietà procedono; ma piacciati confortarti, chè impossibile mi pare che sì leale amore gl’iddii rechino ad altro fine, che a quello che tu e esso disiderate -.

Poi che i mercatanti furono alcuni giorni riposati, e il tempo parve al loro cammino salutevole, risaliti con Biancifiore sopra l’usato legno, a’ venti renderono le vele, e con tranquillo mare infino all’isola di Rodi se n’andarono. Quivi il tempo mostrando di turbarsi, scesero in terra, e con Bellisano, nobilissimo uomo del luogo, per più giorni dimorarono. E Biancifiore, ricevuta dalle paesane non come serva, ma come nobilissima donna, da tutte fu onorata, e, mentre quivi dimorarono, da tutte confortata fu, dandole speranza di futuro bene. Ma ritornato la terza volta il tempo da’ padroni dimandato, in su la nave risalirono. E già la nuova luna cornuta di sè gran parte mostrava, quando essi allegri pervennero a’ dimandati porti, ove il cammino e la fatica insieme finirono.

Quivi pervenuti, dico che al vento tolsero le vele e dierono gli aguti ferri a’ tegnenti scogli, e con fido legame fermarono la loro nave. E di quella con grandissima festa discesi, ringraziando i loro iddii, cercarono la città, e in quella con la bella giovane entrati, da Dario alessandrino furono graziosamente non sanza molto onore ricevuti, e massimamente Biancifiore. E in questo luogo per alquanti giorni dimorati, vi venne un signore nobilissimo e grande, il quale era amiraglio del possente re di Bambillonia, e per lui quel paese tutto sotto pacifico stato possedea. Il quale, come la bella nave vide, fece a sè di quella venire i padroni, e li dimandò qual fosse la loro mercantantia, [p. 327 modifica]e onde venissero. A cui i mercatanti risposero: Signore, noi lasciammo i liti quasi all’ultimo Occidente vicini, e quindi abbiamo, sanza altra cosa più, recata una nobilissima giovane, in cui più di bellezza che mai in alcuna si vedesse, si vede, la quale un grandissimo re, in quelle parti signoreggiante, ci donò per una grandissima quantità de’ nostri tesori che noi a lui donammo -. Disse allora l’amiraglio: Venga adunque la giovane, la cui bellezza voi fate cotanta, e se bella è come la vantate, e di nobili parenti discesa, e ancora casta virginità tiene, de’ nostri tesori quelli che vorrete prenderete e donereteci lei -. Piacque a mercatanti, e per lei incontanente mandarono, la quale, di nobilissimi vestimenti vestita e ornata, insieme con Glorizia davanti all’amiraglio si presentò. Il quale graziosamente la ricevette, e non sì tosto la vide, come a lui parve la più mirabile bellezza vedere che mai per alcuno veduta fosse, e comandò che a’ mercatanti fosse donato a loro piacere dei suoi tesori. E poi ch’egli ebbe di lei da loro ogni condizione udita, pietoso de’ suoi affanni così disse: Io giuro per i miei iddii che omai più la fortuna non le potrà essere avversa: alle sue tribulazioni io con grandissima felicità mi voglio opporre, e voglio provare se la fortuna la potrà fare più misera che io felice. E’ non passerà lungo tempo che il mio signore dee qui venire, al quale io intendo, in luogo di riconoscenza di ciò ch’io tengo da lui, donare questa bellissima cosa, nè conosco che gioia più cara donare gli potessi. E sì prometto per l’anima del mio padre che tra le sue moglieri io farò che questa sarà la principale, e sì farò la sua testa ornare della corona di Semiramis; e infino [p. 328 modifica]a quel tempo che questo sarà, tra molte altre giovani, le quali a simil fine si tengono, la farò sì come donna di tutte onorare, e sotto diligente guardia servare, con tutti quelli diletti e beni che niuna giovane dee potere disiderare -. E questo detto, comandò che onorevolemente alla gran Torre dello Arabo insieme con Glorizia fosse menata Biancifiore, e quivi con l’altre giovani donzelle dimorasse faccendo festa. Di questo furono assai contenti i mercatanti, sì per lo loro avere, il quale aveano forse nel doppio multiplicato, e sì per la giovane a cui prosperevole stato vedeano promesso da signore che bene lo poteva attenere. E a lei rivolti, con pietose parole la confortarono, e da essa piangendo si partirono, e pensarono d’altro viaggio fare con la loro nave. E quella, posta con l’altre pulcelle molte nella gran torre, non sanza molto dolore, infino a quel tempo che agl’iddii piacque la ’mpromessa di Venere fornire, dimorò.

Già allo iniquo re di Spagna, partita Biancifiore, pareva avere il suo disio fornito; ma ancora pensando che necessità gli era la sua malvagità con falso colore coprire, imaginò di far credere che Biancifiore fosse morta, acciò che Florio, sentendo quella morta essere, dopo alcuna lagrima la dimenticasse. E preso questo consiglio, per molti maestri mandò segretamente, a’ quali sanza niuno indugio comandò che fosse fatta una bellissima sepoltura d’intagliati marmi, allato a quella di Giulia. La quale compiuta, preso un corpo morto d’una giovane quella notte sepellita, la mattina co’ vestimenti di Biancifiore e con molte lagrime la fece sepellire, dicendo che Biancifiore era: e questo con tanto ingegno fece, che niuno era [p. 329 modifica]nella città che fermamente non credesse che Biancifiore fosse morta, da coloro in fuori a cui di tale inganno il re fidato s’era. E questo fatto, mandò a Montoro a Florio un messaggiere, il quale così gli disse: Giovane, il tuo padre ti manda che se a te piace di vedere Biancifiore avanti ch’ella di questa vita passi, che tu sii incontanente a Marmorina, però che subitamente una asprissima infirmità l’ha presa, per la qual cosa appena credo che ora viva sia -. Non udì sì tosto Florio questo, com’egli tutto si cambiò nel viso, e sanza rispondere parola, ristretto tutto in sè, quivi semivivo cadde, e dimorò tanto spazio di tempo in tale stato, che alcuno non era che morto nol riputasse. Il vermiglio colore s’era fuggito del bel viso, e la vita appena in alcun polso si ritrovava; ma poi che egli pure fu per alcuni in vita essere ancora conosciuto, con preziosi unguenti e acque, dopo molto spazio, con molta sollecitudine furono i suoi spiriti rivocati: e tornato in sè aperse gli occhi, e intorno a sè vide il duca e Ascalion piangendo, i quali con pietose parole il riconfortavano, e altri molti con loro. A’ quali egli dopo un gran sospiro disse: Oimè, perchè m’avete voi, credendo piacere, disservito? L’anima mia già contenta andava per li non conosciuti secoli vagando sanza alcuna pena ma voi a dolersi ora l’avete richiamata. Oimè, ora sento che la lunga paura, che io ho avuta della vita di Biancifiore, m’è nell’avvisato modo con pericoloso accidente venuta adosso. Quale infermità potrebbe sì subita sopravvenire a una fresca giovane, che a morte in un momento la inducesse? Fermamente che a forza è da’ miei parenti stata la mia Biancifiore recata a questa morte, [p. 330 modifica]se morta è, o se ora morrà -. E levatosi, comandò che i cavalli venissero, e preso il cammino con molta compagnia, cercando già il sole l’occaso, sempre piangendo se n’andò verso Marmorina, così nel suo pianto dicendo:

- O gloriosi iddii, della cui pietà l’universo è ripieno porgete i santi orecchi alquanto a’ miei prieghi, e non mi sia da voi negata l’usata benignità tornando crudeli discenda de’ cieli il vostro aiuto in questo espressissimo bisogno. Venga la vostra grazia, d’ogni noioso accidente cacciatrice, sopra la innocente Biancifiore, la quale ora per noiosa infermità pare che si disponga a rendervi la graziosa anima. Sostengasi per vostra pietà la sua vita, e siale renduta la perduta sanità, e la giovane età, nella quale essa dimora, prima di lei si consumi. Non muoiano in una morte due amanti. O buono Apollo, o luminoso Febo per cui ogni cosa ha vita, ascolta i miei prieghi! Non consentire che tanta bellezza alla tua simigliante per mortal colpo al presente perisca. O Citerea, o Diana, aiutate la vostra giovane. O qualunque iddio dimora nel celestiale coro, sturbate la costei morte, acciò che io, a voi fedelissimo servidore, viva. O Lachesis, tieni ferma l’ordita conocchia, composta da Cloto, tua fatale sorella, non lasciare ancora il dilettevole uficio, dove sì corto affanno hai infino a qui sostenuto. E tu, o morte, generale e infallibile fine di tutte le cose, in cui la maggior parte della mia speranza dimora, quasi imaginando che in te stia quella salute la quale io cerco, non mi consumare ferendo la mia Biancifiore: dilungati da lei per li miei prieghi. In te sta il donarlami e il torlami. Deh, [p. 331 modifica]non essere tuttavia crudele! Vincasi questa volta per prieghi la tua fierezza, e pietosa ti volgi a riguardare con quanta umiltà i miei prieghi ti sono porti, e riguarda quanta sia la noia che ricevo, se verso la bella giovane incrudelisci. Oimè, che io nol posso dire, ma il mio aspetto tel dee manifestare. Oimè, perdona, risparmiando un solo colpo, allo infinito valore che dal mondo si partirebbe morendo questa. Perdona a tanta bellezza quanta ella possiede: non si fugga per te tanta leggiadria quanta in costei si vede, nè si diparta per lo tuo operare il fedele amore che insieme lungamente ci ha tenuti legati con pura fede, il quale a mano a mano se la ferissi, per lo tuo medesimo colpo si ricongiugnerebbe. Ahimè, raffrena per Dio il tuo volere: leva la pungente saetta che già in sul tuo arco mi pare vedere posta, per uccidere colei in cui gl’iddii più di grazia che in alcuna altra posero. Sostieni che nel mondo si vegga costei per mirabile essemplo delle celestiali bellezze. Se alcuni prieghi ti deono fare pietosa, faccianti i miei, e questo sia sanza alcuno indugio: io non temo niuna cosa se non te. Riguarda le mie lagrime e il palido aspetto già dipinto della tua sembianza: sola questa grazia mi concedi, la quale se dura t’è a concederlami, concedi che quella saetta che il tuo arco dee nel dilicato petto di lei gittare, prima il mio trapassi, acciò che dopo il trapassare della mia Biancifiore io non rimanga per doverti biasimare, e più la tua crudeltà far manifesta nella poca vita che mi lascerai -.

Mostravasi già il cielo d’infiniti lumi acceso, quando così piangendo e parlando Florio entrò in Marmorina: [p. 332 modifica]per la quale tacito e sanza niuna festa, maravigliandosi e dubitando, passò infino che alle reali case pervenne. Nelle quali entrato con la sua compagnia, e da cavallo smontati, e salendo su per le scale, la perfida madre gli si fè incontro con dolente aspetto. A cui Florio, come la vide, dimandò che di Biancifiore fosse, se migliorata era o come stava, chè egli avanti venire non la si vedea. Alla cui domanda la madre niente rispose, ma abbracciatolo, cominciò a lagrimare, e lui menò davanti al padre che nella gran sala sedea, vestito di vestimenti significanti tristizia, tenendo crucciato aspetto, con molta compagnia.

Levossi lo iniquo re alla venuta del figliuolo, e fattoglisi incontro, lui teneramente abbracciò e baciò, dicendo: Caro figliuolo, assai mi sarebbe stato caro che ad altra festa la tua tornata fosse stata, o almeno più sollicita, acciò che licito ti fosse stato di avere veduta la vita in colei, la cui morte ora con pazienza ti conviene sostenere; e però sì come savio, con forte animo ascolta le mie parole. E siati manifesto che la bellissima Biancifiore è stata chiamata al glorioso regno, là ove le sante opere sono guiderdonate. E in quello Giove e gli altri beati della sua andata si rallegrano, i quali, invidiosi forse di tanto bene quanto noi per la sua presenza sentivamo, l’hanno a loro fatta salire. E ben che ella lietamente viva ne’ nuovi secoli, a noi gravissima noia ne’ cuori di tale partita è rimasa, però che infinito amore le portavamo, sì per la virtù e per la piacevolezza di lei, e sì per l’amore che sentivamo che tu le portavi. Ma però che nuova cosa nè inusitata è stata la sua partita, ma cosa la quale ogni giorno avvenire veggiamo, e a noi similmente con forte animo aspettare la [p. 333 modifica]conviene sanza speranza di poterla fuggire, ci conviene con pazienza tale accidente sostenere, e prendere conforto: però che sapere dobbiamo che per greve doglia da noi sostenuta non sarebbe a noi renduta la cara giovane. Adunque, caro figliuolo, confortati, chè se gl’iddii ci hanno costei tolta, elli non ci hanno levato il poterne una più bella cercare e averla. Noi te ne troveremo una la quale più bella e di reale prosapia discesa sarà, e a te in luogo di Biancifiore per cara sposa la congiungeremo. Certo ella nella sua vita, affannata da mortale infermità e già presso al suo passare, ebbe tanta memoria di te, che, chiamati me e la tua madre, con lagrime sopra le nostre anime puose che noi con ogni sollecitudine ti dovessimo del suo trapassare rendere conforto, e pregarti che per quello amore che tra te e lei era nella presente vita stato, che tu ti dovessi confortare, e niente ti dolessi, però che ella si vedea grazioso luogo apparecchiato ne’ beati regni, ne’ quali essendo, se le tue lagrime sentisse, molto la sua beatitudine mancheresti. E questo detto, con pietoso viso, e col tuo nome in bocca, rendè l’anima agl’immortali iddii: e però noi così te ne preghiamo, e per parte di lei e per la nostra. Ella ha lasciati i mondani affanni; non le volere porgere nuova pena, chè doppiamente offende chi contra coloro opera, che dopo la loro morte sono beatificati. Confortati, e della sua morte inanzi gioia che tristizia prendi, imaginando che ella in cielo, ove ora dimora, di te e dell’amore, che mentre fu di qua ti portò, si ricorderà, per merito del quale ragionando con gl’iddii delle tue virtù, li farà verso te benivoli: [p. 334 modifica]la qual cosa sanza grandissimo bene di te non potrà essere -.

Con grandissima pena sostenne Florio le parole dello iniquo re, ma poi ch’egli si tacque, Florio, gittata una grandissima voce, disse: Ahi, malvagio re, di me non padre ma perfidissimo ucciditore, tu m’hai ingannato e tradito! -. E messesi le mani nel petto, dal capo al piè tutta si squarciò la bella roba, e cadde in terra con le pugna serrate, e con gli occhi torti nel viso sanza alcun colore rimaso, risomigliando più uomo morto che vivo. Ma dopo picciolo spazio ritornato in sè, e alzata la testa di grembo alla madre, incominciò a dire: O iniquo re, perchè l’hai uccisa? Che aveva la giovane commesso ch’ella meritasse morte? Tu se’ stato cagione della morte di lei, e ora credi con lusinghevoli parole sanare la piaga che il tuo coltello m’ha fatta, la quale altro che morte mai non sanerà. Ora se’ contento, iniquo re! Omai hai quello che lungamente hai disiderato: ma io ti farò tosto di tal festa tornare dolente! -. E poi ricadde in grembo alla madre tramortito. E così piangendo e battendosi, sanza volere udire alcun conforto da nullo che vi fosse, tutta la notte stette, faccendo piangere chiunque il vedea, tanto era pietoso il suo parlare, che col doloroso pianto mescolato faceva.

Era la misera madre insieme con Florio piangendo, quando il nuovo giorno apparve, e con alcune parole lui confortare non potea. A cui egli disse: Siami mostrato il luogo ove la mia Biancifiore giace sanza anima -. A cui la madre rispose: Come vuoi tu andare in tale maniera a visitare la sepoltura di Biancifiore? Vuoi tu [p. 335 modifica]far fare beffe di te? Rattempera il tuo dolore in prima, poi temperato quello, v’andremo, chè certo niuna persona è che ora ti vedesse, che non credesse che tu fossi del senno uscito: e io similemente sanza fine di te mi maraviglio, non sappiendo onde questo si muova. Oimè misera, ora hai tu perduto ogni sentimento a Montoro, che tu vuogli, per una giovane di sì picciola condizione come fu Biancifiore, consumarti e privarmi di te, così nobile figliuolo? Hai paura che un’altra giovane non si truovi più bella di Biancifiore? Si farà! A’ nostri regni non è guari lontano il nobilissimo re di Granata, il quale si può gloriare della più bella figliuola che mai niuno uomo del mondo avesse: ella sarà tua sposa, se tu ti vuoi confortare -. A cui Florio disse: Reina, non volere porgere ora con lusinghevoli parole conforto colà dove con inganno hai messa tristizia: folle è colui che per medico prende il nimico da cui davanti è stato ferito a morte. Fammi mostrare dove giace colei cui uccisa avete, e a cui l’anima mia si dee oggi accompagnare -. Piangendo allora la reina, con lui, al quale niuno colore era nel viso rimaso, e i cui occhi aveano per lo molto piangere intorno a sè un purpureo giro, e essi rossi erano rientrati nella testa, e molti altri si mossero con loro, lui menando al tempio. Al quale andando Florio, ovunque egli giungeva vedea genti piene di dolore, e nuovo pianto facea cominciare, tanta era la pietà che ’l suo aspetto porgeva a chi ’l vedeva. E dopo alquanto pervennero al tempio dove Giulia sepulta stava, e dove le non vere scritte lettere significavano che quivi Biancifiore morta giacesse.

Nel qual tempio entrati, la reina mostrò [p. 336 modifica]a Florio la sepoltura nuova, e disse: Qui giace la tua Biancifiore -. La quale come Florio la vide, e le non vere lettere ebbe lette, incontanente perduto ogni sentimento, quivi tra le braccia della madre cadde, e in quelle semivivo per lungo spazio dimorò. Quivi corsa quasi tutta la città, di doppio dolore compunti, faceano sì gran pianto e sì gran romore, che se Giove allora gli spaventatori de’ Giganti avesse mandati, non si sariano uditi. Ciascuno era tutto stracciato e di lugubri veste vestito, e gli uomini e le donne, e alcuni, ma quasi tutti, credeano Florio morto giacere nelle braccia della reina: per la qual cosa il piangere Biancifiore aveano lasciato, e tutti Florio miseramente piangeano. Ma poi che Florio fu per lungo spazio così dimorato, il cuore rallargò le sue forze, e ritornate tutte per gli smarriti membri, Florio si dirizzò in piè, e cominciò a piagnere fortissimamente, e a gridare e a dire: Oimè, anima trista, ove se’ tu tornata? Tu ti cominciavi già a rallegrare, parendoti essere da me disciolta e cercare nuovi regni. Oimè, perchè hai tu tornato il diletto che tu sentivi, parendoti che io fossi morto, in grieve noia, rendendomi la vita? Ora di nuovo sento i dolori che la trista memoria aveva messi in oblio, mentre che tu in forse fuori di me dimorasti -. E appresso questo gittatosi sopra la nuova sepoltura, incominciò a dire: O bellissima Biancifiore, ove se’ tu? Quali parti cerca ora la tua bella anima? Deh, tu solevi già con lo splendore del tuo bel viso tutto il nostro palagio di dilettevole luce fare chiaro: come ora in picciolo luogo, tra freddi marmi, se’ costretta di patire noiosa oscurità! Misera la mia vita, che tanto sanza te dura! O dilicati marmi, cui [p. 337 modifica]mi celate voi? Perchè colei che più che altro piacque agli occhi miei mi nascondete? Voi forse insieme col mio nimico padre, invidiosi de’ miei beni, mi celate quello che io più mi dilettai di vedere, servando la natura d’Agliauro, con voi insieme d’una qualità tornata. Ma se gl’iddii ancora vi concedano d’esser lieti ornamenti de’ loro altari, apritevi, e concedete che io vegga quel viso che già assai fiate, vedendolo, mi consolò; il quale io vedutolo, possa contento prendere spontanea morte. Sostenete che gli occhi miei nel picciolo termine della vita loro serbata abbiano questa sola consolazione, poi che licito non fu loro, anzi ch’ella mutasse vita, rivederla. O inanimato corpo, come non t’è egli possibile una sola volta richiamare la partita anima, e levarti a rivedermi? Io l’ho dalla passata sera in qua richiamata in me tante volte: richiamala tu una sola, e solamente la tieni tanto che tu mi possi morendo vedere seguirti. Oimè, Biancifiore, quale doloroso caso mi t’ha tolta? Deh, rispondimi, non ti odi tu nominare al tuo Florio? Deh, qual nuova durezza è ora in te, che ’l mio nome che ti solea cotanto piacere non è da te ascoltato, nè alle mie voci risposto? Come ha potuto la morte tanto adoperare che il vero e lungo amore tra noi stato si sia in poco di tempo partito? Oimè, giorno maledetto sii tu! Tu perderai insieme due amanti. O Biancifiore, io, misero, fui della tua morte cagione! Io, o misera Biancifiore, t’ho uccisa per la mia non dovuta partenza! Per ubidire al mio nemico ho io perduta te, dolcissima amica! Oimè, che troppo amore t’è stato cagione di morte! Io ti lasciai paurosa pecora intra li rapaci lupi. Ma, certo, amore mi conducerà a simigliante [p. 338 modifica]effetto, e come io ti sono stato cagione di morte, così mi credo ti sarò compagno. Io solo ti potea dare salute, la quale omai da te avere non posso. Gl’iddii e la fortuna e ’l mio padre e la morte hanno avuta invidia a’ nostri amori. Io, o morte perfidissima, s’io credessi che mi giovasse, il tuo aiuto dimanderei con benigna voce. Certo tu se’ stata in parte che essere dovresti pietosa e ascoltare i miseri; ma però che i miseri e quelli che più ti chiamano sono più da te rifiutati, io con aspra mano ti costrignerò di farti venire a me -. E posta la destra mano sopra l’aguto coltello, incominciò a dire: O Biancifiore, leva su, guatami: apri gli occhi avanti ch’io muoia, e prendi di me quella consolazione che io di te avere non potei. Io ti farò fida compagnia. Io per seguirti userò l’uficio della dolente Tisbe, avvegna che ella più felicemente l’usasse ch’io non farò, in quanto ella fu dal suo amante veduta. Ma io non farò così. Io vengo: riceva la tua anima la mia graziosamente, e quello amore che tra noi nel mortale mondo è stato, sia nell’etterno -. Questo detto, si levò di sopra la sepoltura, la quale delle sue lagrime tutta era bagnata, e tratto fuori l’aguto ferro, dicendo: Il misero titolo della tua sepoltura, o Biancifiore, sarà accompagnato di quello del tuo Florio -, si volle ferire con esso nello angoscioso petto. Ma la dolente madre con fortissimo grido, preso il giovane braccio, disse: Non fare Florio, non fare, tempera la tua ira, nè non voler morire per colei che ancora vive -. Il romore si levò grandissimo nel tempio, e ’l pianto e le grida non lasciavano udire niuna cosa. Ma poi che Florio da molti fu preso, e trattogli della crudele mano l’aguto coltello egli [p. 339 modifica]piangendo disse: Perchè non mi lasciate morire poi che la cagione m’avete porta? Questa morte potrà indugiarsi alquanto ma non fallire. Consentite innanzi ch’io muoia ora, ch’io viva con più dolore infino a quel termine che, sanza essere tenuto, mi fia licito d’uccidermi -. - O caro figliuolo, perchè il tuo padre e me, e tutto il nostro regno tanto vuoi far miseri? Confortati, che la tua Biancifiore vive -. A cui Florio rivolto disse: Le vostre parole non mi inganneranno più; con niuna falsità più potrete la mia vita prolungare -. - Certo - disse la reina - ciò che della sua morte abbiamo parlato, sanza dubbio è stato falsamente detto: ma al presente noi non ti mentiamo -. - E come poss’io credere - disse Florio - che voi ora diciate il vero, se per adietro siete usati di mentire? -. Disse la reina: Di ciò veramente ci puoi al presente credere; e se ciò forse credere non volessi, i tuoi occhi te ne possono rendere testimonianza, che questa che qui giace è un’altra giovane, e non Biancifiore -. - E come può questo essere - disse Florio - che tutta Marmorina piange la morte sua, e ciascheduno rende testimonio d’averla veduta mettere in questo luogo? -. - Di ciò non mi maraviglio io - disse la reina - che certo quelli che qui la misero credono che ella sia. Ma noi per darti questo a credere, acciò che tu la dimenticassi, demmo la voce che morta era Biancifiore, e una giovane morta in quell’ora che tal voce demmo, tratta della sua sepoltura occultamente, ornata de’ vestimenti di Biancifiore, qui a sepellire la mandammo: e che questa sia un’altra, com’io ti dico, tu il puoi vedere -. E fatta aprire la sepoltura, a tutti si manifestò che questa non era Biancifiore, ma [p. 340 modifica]un’altra giovane. - Adunque - disse Florio - Biancifiore dove è -. - Ella non è qui al presente - disse la reina; - ov’ella sia, andianne al nostro palagio: io tel dirò -. - Certo, io dubito ancora de’ vostri inganni - disse Florio; - voi avete in alcuno altro luogo sotterrata la giovane, e ora col darmi ad intendere che viva sia, e che in altra parte mandata l’avete, volete la mia vita prolungare: ma ciò niente è a pensare -. - Fermamente - disse la reina - Biancifiore è viva. Partiamci di qui, che tutto ti dirò nel nostro palagio come la cosa è andata sanza parola mentirti -.

Allora si levò in piè Florio con la reina e altra compagnia assai, e tornarono nel loro palagio, dove il re doloroso a morte di queste cose, le quali tutte avea sapute, trovarono. E quivi pervenuti, e trattisi tacitamente in una camera, la reina così cominciò a dire a Florio: Noi, il tuo padre e io, sentendo che in niuna maniera Biancifiore di cuore ti potea uscire ben che lontano le dimorassi, proponemmo di pur volere che ella di mente t’uscisse, e fra noi dicemmo: "Già mai questa giovane del cuore non uscirà a Florio mentre viverà, ma se ella morisse, a forza dimenticare gliele converrà, vedendo che impossibile sia ad averla". E quasi deliberammo d’ucciderla: poi per non volere essere nocenti sopra il giusto sangue di lei, mutammo consiglio, e a ricchissimi mercatanti, venuti ne’ nostri mari per fortuna, fattigli qua venire, infinito tesoro la vendemmo loro, e essi ci promisero di portarla in parte sì di qui lontana, che mai alcuna novella per noi se ne sentirebbe. E come essi l’ebbero portata via, noi comandammo che la nuova sepoltura fosse fatta, nella quale dando [p. 341 modifica]voce che Biancifiore era morta, con occulto ingegno quella giovane che dentro vi vedesti vi facemmo mettere, credendo fermamente che dopo alquante lagrime il tuo dolore insieme con lei dimenticassi. E però a te, come a savio, sanza fare queste pazzie, le quali hai da questa sera in qua fatte, ti conviene confortare, e fare ragione che mai veduta non l’avessi, e lasciarla andare. Noi ti doneremo la più bella giovane del mondo e la più gentile per compagna: quella t’imagina che sia la tua Biancifiore -.

Quando Florio ebbe queste cose dalla madre udite, teneramente cominciò a piagnere, e così alla madre disse: O dispietata madre, ove è fuggito quello amore che a me, tuo unico figliuolo, portar solevi? Quali tigre, quali leoni, quale altro animale inrazionale ebbe mai tanta di crudeltà, che più benigno verso li suoi nati non fosse che tu non se’ verso di me? Come, poi che tu conoscevi l’amore che io portava a Biancifiore potesti mai tu consentire o pensare che sì vile cosa di lei si facesse come fu venderla? Deh, ora ella t’era come figliuola, e tu come figliuola la solevi trattare quando io c’era: or che ti fece ella che tu sì subitamente incrudelire verso di lei dovessi? L’altre madri sogliono francare le serve amate da’ figliuoli, ma tu la libera hai fatta serva perchè io l’amo. Oimè, che il tuo cuore con quello del mio padre è tornato di ferro! Di voi ogni pietà è fuggita. In voi niuna umanità si trova. A voi che facea se io amava Biancifiore, o se ella amava me? Perchè ne dovevate voi entrare in tanta sollecitudine? Io credo che in te è entrato lo spirito di Progne o di Medea. Ma la fortuna mi farà ancora vedere che il crudele vecchio e tu, [p. 342 modifica]vinti da focosa ira di voi medesimi, con dolente laccio caricherete le triste travi del nostro palagio, con peggiore agurio che Aragne non fece quelle del suo. E io ne farò mio potere, rallegrandomi se la fortuna mi concede di vederlo, e dirò allora che mai gl’iddii niuna ingiusta cosa lasciano sanza vendetta trapassare. Voi prima con ardente fuoco la morte della innocente giovane cercaste, la quale io con l’aiuto degli iddii col mio braccio campai, punendo degnamente colui che di tale torto, in servigio di mio padre, si facea difenditore: così avessi io con la mia spada voi due puniti, quando in questo palagio lei paurosa vi rendei! Ma certo, se allora ella fosse morta, io con lei moria. Ora l’avete venduta e mandata in lontane parti, acciò che io pellegrinando vada per lo mondo. Ma volessero i fati che ella fosse ora qui, che io giuro, per quelli iddii che mi sostengono, che io più miseramente di qui partire vi farei che Saturno, da Giove cacciato, non si partì di Creti! E allora provereste qual fosse l’andare tapini per lo mondo, come a me converrà provare, infino a tanto ch’io ritruovi colei la quale con tanti ingegni vi siete di tormi ingegnati. E certo se non fosse che io non ho il cuore di pietra, come voi avete, io non vi lascerei di dietro a me con la vita; ma non voglio che di tale infamia, pellegrinando, la coscienza mi rimorda. Voi avete disiderata la mia morte, della quale poi che gl’iddii non ve n’hanno voluti fare lieti, nè io altressì ve ne credo rallegrare, ma inanzi voglio lontano a voi vivere che presenzialmente della morte rallegrarvi -.

Faceva la reina grandissimo pianto, mentre Florio diceva queste parole, dicendo: Oimè, caro figliuolo, [p. 343 modifica]che parole son queste che tu di’? Cessino gl’iddii che tu possi vedere di noi ciò che tu di’ che ne disideri di vedere, avvegna che niuna maraviglia sia del tuo parlare, imperciò che, sì come adirato, parli sanza consiglio. Niuna creatura t’amò mai, o potrebbeti amare, quanto tuo padre e io t’abbiamo amato e amiamo: e ciò che noi abbiamo fatto, solamente perchè la tua vita più gloriosa si consumi, che oramai non farà, l’abbiamo adoperato. Perchè dunque ci chiami crudeli e disideri la nostra morte? Maladetta sia l’ora che il tuo padre assalì gl’innocenti pellegrini. Ora avesse egli almeno tra tanta gente uccisa colei che nel suo ventre la nostra distruzione in casa ci recò! Oh, ella niuna cosa disiderava tanto quanto la morte, e intra mille lance stette, e niuna l’offese. I suoi iddii, più giusti che i nostri, non vollero che tale ingiuria rimanesse impunita. Ora mi veggo venire adosso quello che detto mi venne ignorantemente, quando la maladetta giovane per noi nacque, la quale recandolami in braccio, dissi lei dovere essere sempre compagna e parente di te. Ora il veggo venire ad essecuzione -.

Il re in un’altra camera dimorava dolente, in sè tutti i casi ripetendo dall’ora che il misero Lelio avea ucciso infino a questa ora, maladicendo sè e la sua fortuna; e ricordandosi di ciò che di Marmorina gli era stato contato e del morto cavaliere nel suo cospetto, le cui parole ritrovò mendaci, si pensò tutto questo essere piacere degl’iddii, al volere de’ quali niuno è possente a resistere. E però in sè propose di volere per inanzi con più fermezza d’animo lasciare a’ fati muovere queste cose, che per adietro non avea fatto. Ma Florio, cambiato viso e mostrandolo meno [p. 344 modifica]dolente, lasciò la madre piangendo nella camera, e, rivestito d’altre robe, venne nella gran sala, là ove egli molti di tale accidente trovò che parlavano. Egli si fece quivi chiamare il vecchio Ascalion e Parmenione e Menedon e Messaallino, a’ quali elli disse così: Cari amici e compagni, quanta forza sia quella d’amore a niuno di voi credo occulta sia, però che ciascuno, sì com’io penso, le sue forze ha provate. E là dove questo non fosse, manifestare vi si puote, se mai di Elena, o della dolente Dido, o dello sventurato Leandro e d’altri molti avete udito parlare: i quali chi l’etterno onore con vituperevole infamia non curava d’occupare, chi di perdere la propia vita si metteva in avventura per pervenire a’ disiati effetti, e chi una cosa e chi un’altra facea per venire al disiato fine. E ultimamente, ove a tutti i detti essempli di sopra mancasse per lungo trapassamento di tempo degna fede, in me misero si puote la sua inestimabile potenza conoscere, il quale dagli anni della mia puerizia in qua ho tanto amato e amo Biancifiore, che ogni essemplo ci sarebbe scarso. E certo in alcuno amore i fati non furono mai tanto traversi quanto nel mio sono stati, però che sanza alcuno diletto infinite avversità me ne sono seguite, e ora in quelle più che mai sono. E che l’amore di Biancifiore abbia sopra me grandissima forza e muovami a grandi cose, potrete appresso per le mie parole comprendere. Come io v’ho detto, dalla mia puerizia fu Biancifiore amata da me: del quale amore non prima il mio padre s’avvide, che sotto scusa di mandarmi a studiare, mandandomi a Montoro, da lei mi dilungò, pensando che per lontanarmi ella si [p. 345 modifica]partisse del cuore, dove con catena da non potere mai sciogliere la legò amore in quell’ora ch’ella prima mi piacque. E questo non bastandogli, acciò che più intero il suo iniquo volere fornisse, lei a morte falsamente fece condannare: ma gl’iddii che le mal fatte cose non sostengono, prestandomi il loro aiuto, fecero sì che io di tal pericolo la liberai. Della qual cosa il mio padre dolente, dopo lungo indugio vedete quello che egli ha fatto: che egli lei, sì come vilissima serva, ha a’ mercatanti venduta, e mandatala non so in che parti. E perchè questo non pervenisse a’ miei orecchi, falsamente mostrò che Biancifiore di subita infermità morta fosse, un’altra giovane morta in forma di lei sotterrando: della qual cosa io sono sanza fine turbato. E certo, se licito fosse di mostrare la mia ira contro al mio padre e alla mia madre, io non credo che mai di tale accidente tale vendetta fosse presa quale io prenderei! Ma non m’è licito, e dubito che gl’iddii ver me non se ne crucciassero. Ora è mio intendimento di già mai non riposare, infino a tanto che colei cui io più che altra cosa amo, ritrovata avrò. Ciascun clima sarà da me cercato, e niuna nazione rimarrà sotto le stelle la quale io non cerchi. Io sono certo che in quale che parte ella sia, se non vi perverremo, la fama della sua gran bellezza cel manifesterà, nè ci si potrà occultare. Quivi, o per amore o per ingegno o per denari o per forza intendo di rivolerla. E perciò ho io fatti chiamare voi, sì come a me più cari, per caramente pregarvi che della vostra compagnia mi sovegnate, e meco insieme volontario essilio prendiate e massimamente te, o Ascalion, le cui tempie già per molti anni bianchissime, più [p. 346 modifica]riposo che affanno domandano, acciò che sì come padre e duca e maestro ci sii, però che tutti siamo giovani, e niuno mai fuori de’ nostri paesi uscì, e il cercare i non conosciuti luoghi sanza guida ci saria duro. Nè ti spiaccia la nostra giovane compagnia, però che come figliuolo i tuoi passi divotamente seguirò. E in verità questo, di che io e te e gli altri priego il mio partire di qui, credo che degl’iddii sia piacere acciò che i miei giovani anni non si perdano in accidiose dimoranze: con ciò sia cosa che noi non ci nascessimo per vivere come bruti, ma per seguire virtù, la quale ha potenza di fare con volante fama le memorie degli uomini etterne, così come le nostre anime sono. Adunque voi ancora come me giovani, non vi sia grave, ma al mio priego vi piegate, e qualunque di voi in ciò come fedele amico mi vuole servire liberamente di sì risponda, sanza volermi mostrare che la mia impresa sia meno che ben fatta: chè quello ch’io fo, io il conosco, e invano ci balestrerebbe parole chi s’ingegnasse di farmene rimanere -.

Tacque Florio, e Ascalion così gli rispose: O caro a me più che figliuolo, tu mostri nel fine delle tue parole di me avere poca fidanza, e simile nel pregare che fai di che io mi maraviglio. Certo non che a’ tuoi prieghi ma a’ tuoi comandamenti, se la mia vecchiezza fosse tanta che il bastone per terzo piede mi bisognasse, mai dalla tua signorevole compagnia nè da’ tuoi piaceri mi partirei infino alla morte. Ben conosco come amore stringe: e però muovati qual cagione vuole, che me per duca e per vassallo mi t’offero a seguirti infino alle dorate arene dello indiano Ganges e infino alle ruvide acque di Tanai, e per [p. 347 modifica]li bianchi regni del possente Borrea, e nelle velenose regioni di Libia, e, se necessario fia, ancora nell’altro emisperio verrò con teco. Le quali parti tutte cercate, dietro a te negli oscuri regni di Dite discenderò, e se via ci sarà ad andare alle case de’ celestiali iddii, insieme con teco le cercherò, nè mai da me sarai lasciato mentre lo spirito starà con meco -. Così appresso ciascuno degli altri giovani rispose, e si profersero lieti sempre al suo servigio, dicendo di mai da lui non partirsi per alcuno accidente, e che più piaceva loro per l’universo con lui affannare, che nel suo regno, sanza lui, in riposo vivere. Allora li ringraziò Florio tutti, e pregolli che sanza indugio ciascuno s’apprestasse di ciò che a fare avesse, ch’egli intendea con loro insieme di partirsi al nuovo giorno vegnente appresso quello.

E queste cose dette, se n’andò davanti al re, che dolente dimorava pensoso, e così gli disse: Poi che voi avete avuti gl’infiniti tesori, presi dalla venduta Biancifiore, più cari che la mia vita o che la mia presenza, assai mi spiace, però che da voi partire mi conviene, e andare pellegrinando infino a tanto che io truovi colei cui voi con inganno m’avete levata, nè mai nella vostra presenza spero di ritornare se lei non ritruovo la quale ritrovata, forse a voi con essa ritornerò: priegovi che vi piaccia ch’io vada con la vostra volontà -. Udendo il re queste cose, il suo dolore radoppiò, e non potendo le lagrime ritenere, alzò il viso verso il cielo, dicendo: O iddii, levimi per la vostra pietà la morte da tante tribulazioni! Non si distendano più i giorni miei: troppo son vivuto! Chi avrebbe creduto ch’io fossi venuto nell’ [p. 348 modifica]ultima età ad affannare? -. Poi rivolto a Florio così gli disse: O caro figliuolo che mi domandi tu? Tu sai che io non ho, nè mai ebbi altro figliuolo che te, e in te ogni mia speranza è fermata. Tu dei il mio grande regno possedere, e la tua testa si dee coronare della mia corona. Tu vedi che la mia vita è poca oramai, e i miei vecchi membri ciascuno cerca di riposarsi sopra la madre terra: la quale vita se forse troppo ti pare che duri, prendi al presente la corona. Oimè, or che cerchi tu, poi che a tanto onore se’ apparecchiato? Dove ne vuo’ tu ire? Che vuo’ tu cercare? E chi sarà colui, mentre che tu vivi, che nell’ultimo mio dì degnamente mi chiuda gli occhi? Oimè, caro figliuolo, dalla natività del quale in qua io ho sempre per te tribulazioni intollerabili sostenute, concedi questa sola grazia a me vecchio. Fammi questa sola consolazione, che io sopra la mia morte ti possa vedere. Statti meco quelli pochi giorni che rimasi mi sono della presente vita. A te non si conviene d’andare cercando quello che cercare vuoi: e se pur cercare vuoi colei, falla cercare ad altri, o indugiati dopo la mia morte a ricercarla, però che male sarebbe se io in quel termine che tu fuori del reame stessi, passassi ad altra vita, e convenisse che tu fossi cercato -.

Florio allora così rispose: Padre, impossibile è che io rimanga, e veramente io non rimarrò: io in persona sarò colui che la cercherò; se voi mi concedete ch’io vada io andrò, e se voi nol mi concedete, ancora andrò. Dunque piacciavi ch’io vada con la vostra licenza, acciò che io, della vostra grazia avendo buona speranza, se mai avviene che io colei cui io vo cercando ritruovi, io possa con più sollecitudine e con maggiore sicurtà [p. 349 modifica]tornare a voi. Nè crediate che niuna grande impromessa che mi facciate qui ritenere mi potesse, chè certo tutti i reami del mondo alla mia volontà sommessi mi sarebbero nulla sanza Biancifiore. Se forse la mia partita quanto dite vi grava, ciò, inanzi che voi la vendeste, dovavate pensare acciò che, vendendola, cagione non mi donaste di pellegrinare: però che conoscere potevate me tanto amarla che ove che voi la mandaste io la seguirei. Gli avvenimenti di dietro poco vagliono o niente -.

Vedendo il re Florio disposto pure ad andare, nè potendolo con parole rivolgere da tale intendimento, così gli disse: Caro figliuolo, assai mi duole il non poterti da questa andata levare, e però ella ti sarà conceduta, e con la mia grazia andrai; ma concedi a me e alla tua madre, co’ quali tu già è cotanto tempo non se’ stato, che alquanti giorni della tua dimoranza ci possiamo consolare e poi con l’aiuto degl’iddii prendi il cammino -. A cui Florio rispose a ciò non essere disposto, però che troppo gli parea aver perduto tempo, e però sanza indugio avea proposto di partirsi. A cui il re disse: Figliuolo, adunque oramai a te stia il partire; fermato ho nell’animo d’abandonarti a’ fati e di sostenere questo accidente e ogni altro che di te per inanzi m’avvenisse, con forte animo, però che quanto io per adietro a quelli ho voluto con diversi modi resistere, tanto mi sono trovato più adietro del mio intendimento, e vedute ho le cose pur di male in peggio seguire. Ma poi che disposto se’ all’andare, fa prendere tutti i tesori che della tua Biancifiore ricevemmo, e degli altri nostri assai, e quelli porta con teco, e in ogni parte ove la fortuna ti conduce fa che cortesemente [p. 350 modifica]e con virtù la tua magnificenza dimostri: e appresso prendi de’ cavalieri della nostra corte quelli che a te piacciono, sì che bene sii accompagnato. E poi che rimanere non vuoi, va in quell’ora che li nostri iddii in bene prosperino i passi tuoi, a’ quali acciò che più brieve affanno s’apparecchi, primieramente cercherai le calde regioni d’Alessandria, però che a quelli liti i mercatanti che Biancifiore ne portarono, quivi mi dissero di dovere andare. La quale se mai avviene che tu ritruovi e che il tuo disio di lei s’adempia, o caro figliuolo, sanza rimanere in alcuna parte ti priego che tosto a me ritorni, però che mai lieto non sarò se te non riveggo. E se prima che tu torni si dividerà l’anima mia dal vecchio corpo, dolente se n’andrà agl’infernali fiumi: la qual cosa gl’iddii priego che nol consentano -.

Fece allora Florio prendere i molti tesori e fare l’apprestamento grande per montare sopra una nave, posta nel corrente Adice, vicino alle sue case. Le quali cose vedendo la reina uscì della sua camera, e bagnata tutta di lagrime venne a Florio nella sala dove con li compagni dimorava, e disse: O caro figliuolo, che è quello ch’io veggo? Hai tu proposto d’abandonarci così tosto? Ove ne vuoi tu ire? Che vuoi tu andare cercando? Oimè, come così subitamente ti parti tu da me? Non pensi tu quanto tempo egli è passato che io non ti vidi, se non ora? E ora con tanta tristizia t’ho veduto che se veduto non t’avessi, mi sarebbe più caro! Deh, per amor di me, non ti partire al presente. Non vedi tu le stelle Pliade, le quali pur ora cominciano a signoreggiare? Aspetta il dolce tempo nel quale Aldebaran col gran pianeto insieme [p. 351 modifica]surge sopra l’orizonte: allora Zeffiro levandosi fresco aiuterà il tuo cammino, e il mare, lasciato il suo orgoglio, pacifico si lascerà navicare. Deh, non vedi tu tempo ch’egli è? Tu puoi vedere ad ora ad ora il cielo chiudersi con oscuro nuvolato, e levandoci la vista de’ luminosi raggi di Febo, di mezzo giorno ne minaccia notte: e poi di quelli puoi udire solversi terribilissimi tuoni e spaventevoli corruscazioni e infinite acque. E tu ora vuoi i non conosciuti regni cercare, ne’ quali se tu fossi, non saria tempo di partirtene per tornare qui? Deh, or non ti muove a rimanere la pietà del tuo vecchio padre, il quale vedi che del dolore che sente di questa partita si consuma tutto? Non ti muove la pietà di me, tua misera madre, la quale ho de’ miei occhi per te fatte due fontane d’amare lagrime? Oimè, caro figliuolo, rimani. Ove vuoi tu ire? Tu vuoi cercare quello che tu non hai, per lasciare quello che tu possiedi, nè forse avrai già mai! Tu vuoi cercare Biancifiore, la quale non sai ove si sia: e se pure avvenisse che tu la trovassi, chi credi tu che sia colui che a te forestiero e strano la rendesse? Non credi tu che le belle cose piacciano altrui come a te? Chiunque l’avrà, la terrà forse non meno cara che faresti tu. Lasciala andare, e diventa pietoso a stanza de’ miei prieghi. E se tu non vuoi di noi aver pietà, increscati di te medesimo e de’ tuoi compagni, e non vogliate in questo tempo abandonarvi alle marine onde, le quali niuna fede servano, avvegna che esse con li loro bianchi rompimenti mostrano le tempeste ch’elle nascondono; e i venti similemente sanza niuno ordine trascorrono, ora l’uno ora l’altro, e fanno strani e pericolosi ravolgimenti di loro in mare, [p. 352 modifica]e sogliono in questi tempi con tanta furia assalire i legni opposti alle loro vie, che essi rapiscono loro le vele e gli alberi con dannoso rompimento, e talora loro o li percuotono a’ duri scogli, o li tuffano sotto le pericolose onde. Temperati e rimanti di questa andata al presente: la qual cosa se tu non farai, più tosto delle dure pietre e delle salvatiche querce sarai da dire figliuolo, che di noi. E se a te e a’ tuoi compagni, i quali paurosi ti seguitano conoscendo questi pericoli, farai questo servigio di rimanere, io m’auserò a sostenere la futura noia, pensando continuamente che da me ti debbi partire, nè mi sarà poi la tua andata sì noiosa come al presente sarà, se subitamente m’abandoni -. A cui Florio rispose: Cara madre, per niente prieghi, e dell’audacia che hai di pregarmi mi maraviglio. Fermamente, se io già col capo in quelli pericoli che tu m’annunzi mi vedessi, io più tosto consentirei d’andare giuso e di morire in quelli, che di tornare suso per dovere con voi rimanere, però che sì fattamente avete l’anima mia offesa, che mai perdonato da me non vi sarà, infino a tanto che colei cui tolta m’avete, io non riavrò. E però voi rimarrete, e io co’ miei compagni, come la rosseggiante aurora mostrerà domattina le sue vermiglie guance, ci partiremo sopra la nostra nave, la quale forse ancora qui carica tornerà del mio disio -.

Piangendo allora la reina, che pur Florio fermo a tale andata vedea, così disse: Figliuolo, poi che nè priego nè pietà ti può ritenere, prendi questo anello, e teco il porta, e ognora che ’l vedi della tua misera madre ti ricordi. Egli fu dello antichissimo Giarba re de’ Getuli, mio antico avolo: e acciò che tu più caro il tenghi, siati [p. 353 modifica]manifesto ch’egli ha in sè mirabili virtù. Egli ha potenza di fare grazioso a tutte genti colui che seco il porta, e le cocenti fiamme di Vulcano fuggono e non cuocono nella sua presenza, nè è ricevuto negli ondosi regni di Nettunno chi seco il porta. Il mio padre, pacificato col tuo, quando a lui per isposa mi congiunse, il mi donò acciò che graziosa fossi nel suo cospetto. Egli ti potrà forse assai valere se ’l guardi bene. Priegoti che, se vai, il tornare sia tosto: e priego quelli iddii, i quali, vinti da’ molti prieghi, graziosamente ti ci donarono, che essi ti guardino e conservino sempre, e a noi tosto con allegrezza ti rendino -. Prese Florio l’anello, e quello per caro dono ritenne; e lei lasciata, a suoi compagni si ritornò.

Sentì Ferramonte, duca di Montoro, di presente lo ’nganno fatto a Florio, e la partenza che fare dovea de’ suoi regni; onde egli chiamato Fineo, valoroso giovane e suo nipote, la signoria di Montoro infino alla sua tornata gli assegnò, e sanza niuno dimoro a Marmorina se ne venne a Florio. Il quale, lui e’ compagni trovati, narrata la cagione della sua venuta, pregò Florio che in compagnia gli piacesse di riceverlo in tale affare. Il quale Florio ringraziò assai, e lui per compagno benignamente ricolse, pregandolo ch’egli s’apprestasse per venire il seguente giorno.

Acconci i molti arnesi e’ gran tesori nella bella nave, e Florio e’ suoi compagni e’ servidori tutti di violate veste vestiti, e i corredi della ricca nave e i marinari similemente, la notte sopravenne. E i sei compagni per riposarsi in una camera insieme se n’andarono, nella quale [p. 354 modifica]del loro futuro cammino entrati in diversi ragionamenti, Florio così cominciò a parlare: Cari amici, quanto la potenza del mio padre sia grande è a tutto il mondo manifesto, e similemente che io gli sia figliuolo, e il grande amore che io ho portato e porto a Biancifiore è da molti saputo: per la qual cosa nuovo dubbio m’è nell’animo nuovamente nato. Noi non sappiamo certamente in che parte Biancifiore sia stata portata, nè alle cui mani ella sia venuta, onde io dico così: s’egli avvenisse che noi forse portati dalla fortuna pervenissimo là ove Biancifiore fosse, tale persona la potrebbe avere, che sentendo il mio nome, di noi dubiterebbe, e lei occultamente terrebbe infino che nel luogo dimorassimo, e massimamente i mercatanti, che di qui la portarono. E se forse lei possente persona tenesse, sentendomi nel suo paese, ragionevolemente m’avrebbe sospetto, e di quello o mi caccerebbe, o in quello forse occultamente m’offenderebbe, o lei guardando da’ nostri agguati, con maggiore guardia serverebbe: per la quale cosa, acciò che ’l mio nome non possa porgere ad alcuni temenza, o insidie a noi, mi pare che più non si deggia ricordare, ma che in altra maniera mi deggiate chiamare; e il nome il quale io ho a me eletto è questo: Filocolo. E certo tal nome assai meglio che alcuno altro mi si confà, e la ragione per che, io la vi dirò. Filocolo è da due greci nomi composto, da "philos" e da "colon"; e "philos" in greco tanto viene a dire in nostra lingua quanto "amore" e "colon" in greco similemente tanto in nostra lingua risulta quanto "fatica": onde congiunti insieme, si può dire, trasponendo le parti, fatica d’amore. E in cui più fatiche d’amore [p. 355 modifica]sieno state o sieno al presente non so: voi l’avete potuto e potete conoscere quante e quali esse siano state. Sì che, chiamandomi questo nome, l’effetto suo s’adempierà bene nella cosa chiamata, e la fama del mio nome così occulterà, nè alcuno per quello spaventeremo: e se necessario forse in alcuna parte ci fia, il nominare dirittamente non ci è però tolto -. Piacque a tutti l’avviso di Florio e il mutato nome, e così dissero da quell’ora in avanti chiamarlo, infino a tanto che la loro fatica terminata fosse con grazioso adempimento del loro disio.

Mentre la notte con le sue tenebre occupò la terra, i giovani si riposarono, e la mattina levati, accesero sopra gli altari di Marmorina accettevoli sacrificii al sommo Giove, a Venere, a Giunone, a Nettunno e ad Eolo e a ciascuno altro iddio, pregandoli divotamente che per la loro pietà porgessero ad essi grazioso aiuto nel futuro cammino. E fatti con divozione i detti sacrificii, s’apparecchiarono per montare sopra l’adorno legno con la loro compagnia nobile e grande. Ma venuti alla riva del fiume, videro quello con torbide onde più corrente che la passata sera non era: per la qual cosa mutato consiglio, comandarono a’ marinari che la nave menassero nel porto d’Alfea, e quivi li attendessero. E essi, fatti venire i cavalli, e montati, con molte lagrime dal re e dalla reina, e dagli amici, e da’ parenti, dando le destre mani, dicendo addio, si partirono; e lasciata Marmorina, al loro viaggio presero il meno dubbioso cammino.