Grazia Deledda

1929 Indice:Deledda - Nell'azzurro, Milano, Trevisini, 1929.djvu Letteratura Vita silvana Intestazione 13 marzo 2020 100% Da definire

Questo testo fa parte della raccolta Nell'azzurro

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VITA SILVANA

Vi parrà un romanzo, o mia bionda e piccola lettrice, ma è una storia vera: tanto vera che io, per narrarvela, cambio i nomi delle persone e dei luoghi alle quali e nei quali accadde.

Figuriamoci in Sardegna, nella mia verde e sconosciuta Sardegna, e cominciamo.

***

Si chiamava Cicytella, nome che nei nostri dialetti sardi significa Franceschina: niente altro che Cicytella, perchè non aveva famiglia, non aveva nome: probabilmente era una trovatella, ma nessuno era anche certo di ciò. Dieci o dodici anni prima un [p. 8 modifica] vecchio pastore che cambiava il gregge dalla pianura alla montagna, all’entrata dei boschi, sul musco verde di un masso, aveva trovato una piccola bambina, riccamente vestita, ma quasi morta dalla fame. Figuratevi la sua meraviglia e un po’ anche il suo dispetto: perché quel vecchio pastore, che si chiamava zio Bastiano, era un uomo a cui i bambini davano orribilmente ai nervi, se vi potevano essere nervi sotto l’epidermide nera del suo corpo.

In gioventù Bastiano aveva molto sofferto per causa degli uomini: la sua vita di sventure era stata un vero romanzo, uno di quei romanzi sardi tutti pieni di odio e d’amore, d’inimicizie e di sangue, un romanzo che qui tornerebbe inutile e troppo lungo il raccontare: alla fine Bastiano, lasciato il suo villaggio per non più ritornarvi, venduti i suoi averi, si era comperato cento pecore e due grossi cani — chiamati Nigheddu e Biancu1, dal loro colore — e aveva cominciato la vita del pastore, calma, tranquilla, senza sventure e senza passioni, nei nostri boschi, sulle montagne di granito, nelle valli fertili, striate di torrenti d’argento, nelle pianure verdi dai pascoli lussureggianti, fra i placidi silenzi del cielo e delle campagne solitarie... Aveva finito col dimenticare tutto e tutti, e si trovava [p. 9 modifica] tanto bene in quella vita quasi selvaggia, lontano dagli uomini e dalle donne, che s’era deciso di vivere sempre così: non andava nei villaggi e nelle piccole città se non per vendere i suoi prodotti, comprare le cose più necessarie alla sua vita errante, ed affittare le pasture per il suo gregge.

Il suo gregge, i suoi cani! Era tutta la sua famiglia ed egli l’amava svisceratamente; e forse ne era ugualmente amato, almeno dai cani: conosceva, chiamava con cento nomi, una per una, le sue pecore, ed allorquando ne moriva qualcuna, per malattia o per vecchiezza, egli provava un immenso dolore.

Ed ecco ad un tratto quella piccola signorina veniva a turbargli l’anima e la vita.

Appena la vide, Bastiano si domandò se doveva o no scendere da cavallo — aveva anche un cavallo, un cavallino grigio dai grandi occhi languidi, chiamato Murrittu — e si decise per il sì quando la sentì piangere.

La prese fra le mani e l’esaminò come un oggetto curioso: la piccina poteva avere un anno, ma era mingherlina mingherlina, pallida, con gli occhi grandi castanei come i capelli, il profilo sottile e delicato.

Era vestita signorilmente, con biancheria fra i [p. 10 modifica] cui ricami si notavano due lettere: V. L. Ma Bastiano non conosceva neppure l’alfabeto.

— Si chiamerà Francesca — pensò macchinalmente. — Franceschina, Cicita... sì, Cicytella...

Era quello il secondo battesimo della bambina.

Intanto essa piangeva, piangeva sempre, spalancando gli occhi, e Bastiano, accorgendosi che quel pianto era desto da una gran fame, cominciò a sentire pietà della povera smarrita, e più che pietà interessamento, come scosso dal fascino innocente e supplicante di quei grandi occhi velati dalle lagrime.

Perdeu! — sacramentò. — Cosa devo fare?

Per tutta risposta una grande pecora dalle mammelle piene di latte si avvicinò alquanto: il pastore depose la bimba per terra e lì, su due piedi, munse la pecora; e caldo caldo fece bere il latte a Cicytella: due minuti dopo essa dormiva saporitamente, davanti a zio Bastiano, su una morbida pelle nera — sul cavallino che saliva, saliva, fra le ombre verdognole del bosco, su per il sentiero assiepato di felci color d’oro e di liane color di smeraldo — mentre le pecore, guidate dai cani, procedevano, sempre avanti.

Zio Bastiano aveva pensato subito di scendere al villaggio per restituire la bimba, che egli credeva fosse stata dimenticata (?!) in campagna da [p. 11 modifica] qualche comitiva di signori e signore venuti per divago, ma in quel momento gli era impossibile lasciare il suo gregge solo, sulla strada: quindi pensò di condurre prima questo ai pascoli destinati, poi ridiscendere al villaggio.

***

Zio Bastiano aveva settant’anni, ma era ancora vigoroso e svelto come un uomo di cinquanta.

I suoi capelli lunghi e inanellati erano bianchi come la neve, il suo viso, d’un bruno oscurissimo, fatto più scuro ancora da quella bianca e fluente cornice, era tutto increspato, specialmente agli angoli degli occhi e della bocca grande, pulitissimo, senza baffi, senza barba, senza macchie di sorta; i suoi occhi erano fulgenti, grandi e neri come in gioventù, il suo profilo regolarissimo, la fronte alta, il naso greco e il mento sporgente: in gioventù Bastiano doveva essere stato bellissimo; adesso l’insieme del suo viso aveva una strana espressione, l’espressione dell’uomo buono fatto insociabile dalle avversità e dalle sventure, che si sente cattivo pensando al male che ha sofferto; che si sente buono pensando all’avvenire, confidando nella sua coscienza e in Dio.

Così era lo zio Bastiano, il vecchio pastore [p. 12 modifica] dalle vesti pulite che ricordavano in lui il ricco e azzimato proprietario dei villaggi sardi; il vecchio pastore che non amava punto i bimbi, nelle cui mani era caduta Cicytella. Che cosa pensò durante il resto di quella giornata, speso da lui nel dar nuovamente da mangiare alla bimba, nel rimettere a nuovo e arredare una vecchia capanna che trovò lassù, nelle terre dove durante l’estate, doveva nascere il suo gregge?

Non sappiamo: ma la sera, quando accese il fuoco e alla sua luce rossastra vide Cicytella che dormiva su una stuoia, in un angolo ben riparato della capanna, pensò:

— Farò tutte le possibili ricerche per ritrovare i suoi parenti, ma se nessuno s’incarica di lei io non la consegnerò punto al Municipio, no; l’alleverò io e ne farò una brava donnetta che mi aiuti nella vecchiaia...

Quale mai doveva essere la sua vecchiaia se a settant’anni si sentiva ancora forte e pieno di vita?

— Cicytella! —. Probabilmente a quel nome il pastore univa anche un ricordo, perché il suo viso s’alterava ogni volta che egli lo pronunziava. Bastiano non poteva prendere sonno. Uscì dalla capanna e guardò le campagne sottostanti velate dalle ombre della notte. Tutto dormiva, anche le chiome [p. 13 modifica] del bosco che scintillavano in silenzio ai raggi della luna, anche il cielo sereno, verdognolo e trasparente, senza sfumature, chiuso fra le alte siepi fiorite, anche i grandi fiori della montagna dal forte profumo, e i grandi massi bruni e le roccie coperte d’ellera e di muschio che nella penombra della luna parevano castelli e torri rovinate.

Bastiano gustò a lungo l’incanto di quella notte di argento, poi si ritirò: guardò ancora la piccina e si stese sulla stuoia mormorando:

— Cicytella!

L’indomani scese al villaggio con la bambina, e in breve tutti furono informati dello strano modo in cui il pastore l’aveva trovata: figuratevi il subbuglio, la confusione, le ipotesi, le opinioni, i pareri di tutta quella buona gente che per due o tre giorni non pensò più ai fatti suoi parlando di Cicytella. Ma nessuno l’aveva perduta, nessuno la conosceva, nessuno aveva sentito parlare, neanche nei vicini villaggi, di quello smarrimento madornale.

In questi tempi si sarebbe subito ricorso ai giornali, ma allora i giornali erano cosa rara nel centro della Sardegna e Bastiano ignorava del tutto la loro esistenza. Quindi comprò un completo corredino per la bambina e se la riprese alla montagna. [p. 14 modifica]

***

Passarono dieci anni.

Bastiano mantenne la parola: in capo a quel tempo Cicytella era già una brava donnetta, una completa massaia, una bambina coraggiosa come un uomo, senza esagerazione. Il pastore aveva gelosamente conservato gli abitini che ella indossava il giorno in cui l’aveva ritrovata, affinché ciò facilitasse la sua ricognizione; ma dieci anni erano scorsi e i genitori di Cicytella non erano ancora comparsi; forse non comparirebbero mai più.

Impossibile narrare minutamente l’infanzia della bambina trascorsa nei boschi ombrosi e solitari, nelle ardenti pianure, nelle valli dirupate ove il torrente impetuoso rumoreggia in eterno fra gli ulivi, i salici e i pioppi dalla foglia argentea; sulle montagne nere flagellate dal sole, attraverso gli ampi e silenziosi paesaggi delle campagne sarde; luoghi che avevano formato il suo carattere ardente e coraggioso, che avevano influito a formare la sua anima e la sua fantasia, serie, forti, assennate. Nessuna bambola, nessun giocattolo era venuto nella sua vita: i suoi fidi amici d’infanzia erano stati gli agnellini bianchi e i grandi cani di zio Bastiano; i suoi divertimenti l’arrampicarsi sugli alberi per [p. 15 modifica] cogliere i nidi, sulle roccie, attraverso le liane e le macchie di lentischio, l’esplorare i nuraghes per ritrovare i favolosi tesori che i giganti vi lasciarono, o per cogliervi i fiori delle eriche e delle rose selvaggie, e suonare le leoneddas. Zio Bastiano non sapeva suonare questo armonioso e semitico strumento, ma Cicytella aveva preso lezioni da un pastore del Campidano e non solo suonava stupendamente arie che lo stesso Meyerbeer avrebbe ammirato, ma sapeva persino fabbricare quel flauto di canne.

Nei meriggi ardenti, quando zio Bastiano e Cicytella avevano finito di mugnere le pecore, di fare il formaggio e la ricotta e il latte coagulato — l’avreste vista la piccina con le maniche rimboccate, il fazzoletto legato sulla nuca, tutta affaccendata, come se fosse stata lei a fare tutte quelle operazioni — zio Bastiano si coricava sull’erba molle, all’ombra degli alberi o delle grandi rupi ricoperte di muschio, e Cicytella gli suonava un’aria triste, armoniosa, sonnolenta, guardandolo furbamente come per dirgli: «Ti farò dormire anche se non ne hai voglia!» mentre lei stessa, come cullata dal mormorio del torrente, dal venticello che scuoteva intorno a lei gli alti pascoli di smeraldo, finiva col chiudere gli occhi al sonno.

Così d’estate, di primavera e d’autunno: ma [p. 16 modifica] nell’inverno quando la nebbia velava l’orizzonte e sui boschi brulli fischiava il vento e cadeva la neve, Cicytella non vagava per la campagna, non aiutava lo zio Bastiano, perché questi, sapendo che il freddo le avrebbe fatto male e un soffio impetuoso di vento avrebbe potuto sbatterla a qualche rupe o precipitarla in un burrone, glielo proibiva assolutamente. Ella rimaneva nell’ampia e ben coperta cucina, davanti al fuoco, e... cuciva!

Sì, Cicytella cuciva e tagliava meravigliosamente, e nell’inverno rattoppava e preparava per sé e Bastiano le vesti per tutto l’anno.

Era stato lui ad insegnare alla sua "figliuola" tante belle cose, altre ella le aveva apprese da una donna del villaggio nella cui casa aveva trascorso tutto il tempo da zio Bastiano impiegato a recarsi al sud dell’isola per vendere i prodotti, di due anni, delle sue pecore. Durante quel tempo Cicytella aveva un po’ sofferto, un po’ goduto, e molto imparato.

Sofferto perché si sentiva come imprigionata in quella casa, fra le pareti brune e i poveri mobili, lei ch’era avvezza allo sconfinato orizzonte, al verde, all’azzurro, ai molli seggioloni di muschio, alle amache di liane ed ai letti di felce e di eriche molli e profumate; perché non era vicina ai suoi amici, a Bastiano specialmente, di cui non [p. 17 modifica] aveva notizie: goduto perché, benché la donna dove stava non avesse figli, godeva la compagnia di altre bambine del vicinato, che le narravano tante cose strane e meravigliose, e che a loro volta si maravigliavano dei racconti che ella faceva loro della sua vita selvaggia; tante bambine fra le quali si aveva fatto qualche amica che giungeva a prometterle di visitarla spesso nei suoi boschi, nelle sue pianure, in casa sua, infine. Aveva goduto nel visitare le case vedute solo da lontano, le chiese povere e brune che a lei sembravano incantevoli; era andata in estasi nel sentire il suono melanconico, la musica divina dell’organo — lei che amava tanto, istintivamente, la musica — nell’aspirare il profumo della mirra e dell’incenso, quel mistico profumo tanto diverso dagli odori delle erbe e dei fiori, nel gustare i dolci che non aveva mai gustato, nel vedere da vicino gli svariati costumi degli uomini e delle donne, specialmente quello di qualche signora e signorina, nel vedere in qualche quadro dipinti i paesaggi che rassomigliavano ai luoghi dov’ella viveva e i mobili di qualche casa ricca e signorile.

A proposito però di queste ultime Cicytella aveva provato qualche delusione: spesso dalla cima di una montagna, nel guardare il profilo lontano

Sfumato nell’azzurro e nella luce,

di qualche grande casa di campagna, di qualche [p. 18 modifica] palazzo, di qualche villa, cinti dalla verzura del giardino, veniva colpita da strane idee — forse indistinti e misteriosi ricordi — sull’interno di quelle case, di quei giardini, e s’immaginava mobili di velluto, di legno scolpito, grandi specchi dalla cornice d’oro, statue di marmo e cortine di lampasso e fontane artistiche e fiori assai diversi da quelli ch’era avvezza a vedere: vedeva infine con lo sguardo della fantasia tutto il lusso e l’agiatezza delle case dei ricchi signori, e ora invece nel visitare i palazzi del villaggio non ritrovava nulla, proprio nulla, di tutto ciò.

Aveva molto imparato perché la donna le aveva molto insegnato. Dopo venti o trenta lezioni sapeva tagliare e cucire bravamente la sua camicia e quella di Bastiano, la sua gonnella e i calzoni di tela di Bastiano, il suo corpetto e le ghette di albagio di zio Bastiano. Per gli altri indumenti le sue manine non erano ancora adatte essendo essi di scarlatto, di velluto grosso, e di grossissimo albagio, ma col tempo avrebbe fatto anche quelli.

Figuratevi la sorpresa di zio Bastiano, quando al ritorno dal suo lungo viaggio Cicytella gli mostrò tante belle cose fatte da lei; egli le propose di rimanere nel villaggio per seguitare i suoi studi, per viverci sempre se così le fosse piaciuto, ma a quella proposta ella si fece seria, triste. No, non avrebbe [p. 19 modifica] potuto vivere lì, fra quelle pareti nere, in quelle stradicciuole scoscese, in quell’aria gelida in inverno, ardente d’estate, in quei luoghi senza verde, senza poesia!

Si ribellò all’idea del pastore, che fu costretto a ripigliarsela in campagna, in groppa al piccolo cavallo.

Nel tempo che era stata nel villaggio Cicytella era diventata magra, pallida, ma all’avvicinarsi di nuovo alla campagna, nell’aspirare di nuovo i profumi dei pascoli fioriti, del fieno fresco, quando i suoi occhi vagarono ancora sul vasto orizzonte sfumato in color rosa, il giocondo sorriso tornò sulle sue labbra, il suo viso s’imporporò e le narici del suo nasino si aprirono frementi, come in segno di gioia.

Tornò, ridendo, ad accarezzare i suoi grossi cani che l’accolsero festevolmente, a visitare i suoi agnellini favoriti, i suoi uccelli, tutti i suoi amici, infine, e da allora in poi non ritornò al villaggio che le domeniche per ascoltare la Messa — poiché zio Bastiano s’era fatto un dovere d’istruirla ed allevarla nella Religione cristiana, ed ella ne seguiva le massime con una divozione ed una intelligenza ammirabile — e per visitare le sue amiche che di tratto in tratto venivano anch’esse a trovarla, a trascorrere con lei giornate deliziose che non [p. 20 modifica] dimenticarono giammai. — Bastiano approvava tutto ciò che alla piccina piaceva di fare: era come affascinato da lei e l’amava tanto che spesso si domandava se davvero non era sua figlia. Se Cicytella gli fosse mancata, sarebbe morto di dolore. Essa riempiva tutto il vuoto della sua anima, della sua vita, e, piccola fata dei boschi, con un solo sorriso faceva svanire dal suo pensiero i tristi ricordi e le ultime disperazioni.

***

Così erano dunque passati dieci anni.

Impossibile fare perfettamente con la penna il ritratto di Cicytella: a prima vista, coi suoi abitini puliti sì ma quasi poveri, essa non mostrava una grande bellezza, qualcosa di rimarchevole; ma guardata attentamente, destava meraviglia e un artista sarebbe rimasto delle ore intiere a guardarla. Non era bionda, non era bruna. Il suo profilo, le forme eleganti della sua personcina piccola e sottile erano di un’estrema finezza, aristocratiche, regolarissime. I suoi capelli erano d’un biondo opaco, ondeggianti, quasi color rame, ma senza riflessi; la sua pelle morbida era anch’essa opaca, anch’essa di un colore bizzarro, calda, dorata dal sole; le labbra carnose, rossissime, la bocca piccola e i denti [p. 21 modifica] smaglianti; gli occhi... di che colore erano gli occhi?

Avete visto il cielo all’occidente, nel crepuscolo, dopo il tramonto del sole? Quella striscia splendida ma indefinita che lo fascia, mista di azzurro e di verde, di giallo e di viola, di color rosa e di oro come la madreperla? Gli occhi di Cicytella erano di quel colore che in una parola si potrebbe dire glauco, con una strana espressione, come quella degli occhi di un gatto alla luce delle candele: erano bellissimi e in loro si leggeva tutta l’anima della bambina, coi suoi affetti, i suoi sorrisi e le sue melanconie...

***

Un giorno d’autunno Bastiano rientrò nella capanna pallido come un morto, tremante di febbre, e si lasciò cadere sulla stuoia chiedendo acqua. Cicytella ne fu spaventata e gli chiese quasi piangendo che cosa aveva.

— Sono malato! Mi sento morire! — esclamò il vecchio pastore. — Vorresti farmi un favore, o mia piccola Cicytella? Scendi al villaggio e ritorna con un sacerdote. Ho anch’io i miei peccati...

La bimba impallidì anche lei, sentì una tremenda angoscia, pure si fece coraggio. Vide in lontananza un pastore e lo chiamò. [p. 22 modifica]

— Zio Francesco, — gli disse, — il mio babbo si sente male. Volete rimanere presso di lui finchè io non ritorni dal villaggio con un sacerdote? Se potessi trovare anche il medico condotto!

Il pastore voleva scendere lui, ma Cicytella esclamò:

— No, no, io sono più agile e farò più presto!

Prese il suo piccolo mantello foderato di pelo, se lo gettò sulle spalle e partì dopo aver baciato Bastiano.

Durante il cammino non fece che piangere, mentre ogni tanto mormorava: — Che sarà di me, se il mio babbo muore?

Arrivò a stento presso l’unico prete del villaggio, la cui casa era ingombra di gente. Quella mattina era arrivato da Sassari un giovane medico militare, cugino del prete, e tutti i notabili del villaggio erano là, a stringergli la mano, ad ammirare la sua brillante divisa. Non s’era mai visto in quei luoghi un simile signore e tutti lo riverivano come se fosse stato il re in persona. Il giovine era commosso di quell’accoglienza, benchè in fondo sorridesse dell’ingenuità di quella gente, ed anche lui a sua volta ammirava le belle fanciulle del paese che passavano sotto le finestre della casa.

Ne faceva anzi di tanto in tanto i complimenti alla vecchia serva, che in quel giorno, non [p. 23 modifica] ostante il trambusto che regnava in tutta la casetta, era la serva più felice del villaggio. D’un tratto ella disse al giovine:

— Dottor Azzo, ecco una bambina che si farà una bella, ma bella fanciulla!

E gli additò, attraverso la finestra che guardava nell’orto, Cicytella che era giunta a scoprire il vecchio sacerdote sotto un pesco, mentre leggeva tranquillamente, in un momento di quiete, il suo Breviario.

Il giovine la guardò fissamente e trasalì. Non era certo la bellezza della bimba che lo turbava in quella strana guisa: era qualche altra cosa che sulle prime egli non si seppe spiegare.

La guardò a lungo, attentamente. D’un tratto il prete e la bimba rientrarono in casa.

— Cugino Azzo, — esclamò il primo, — vuoi fare una buona azione? Questa bambina ha il padre malato; è venuta per pregarmi d’andare a trovarlo ed io volo. Vuoi venire anche tu, nella tua qualità di medico? Fra un’ora saremo di ritorno.

— Fra un’ora? È dunque un villaggio vicino?

— No, signor dottore — esclamò Cicytella avanzandosi tutta rossa, contenta all’idea di ritornare dal malato con un medico — è lassù sul monte, perché il mio povero babbo è un vecchio [p. 24 modifica] pastore. La malattia lo colse di repente, così che non gli lasciò neanche la forza di ripararsi nel villaggio.

Il giovine medico ascoltò la vocina tremula di Cicytella con somma attenzione, poi disse con premura:

— Andiamo pure.

— Oh, grazie, signor dottore!

Quando arrivarono alla capanna, zio Bastiano pareva moribondo, e la sola parola che ogni tanto mormorava era: — Cicytella, Cicytella.

Azzo l’esaminò.

— Febbre tifoidea! — disse. — Niente di grave, ma questa bimba bisogna che stia lontana.

Cicytella ebbe un lampo negli occhi e sentì sfumare dalla sua anima la gratitudine verso il giovine.

— Lontana! — gridò. — Lontana dal mio babbo? E chi lo guarderà, chi lo curerà, chi gli darà da bere e mangiare?

— Ed io non sono qui? — domandò zio Francesco.

Intanto Bastiano, porgendo la mano al sacerdote, chiedeva di confessarsi.

Cicytella, il pastore e il giovine medico lasciarono la capanna: Bastiano e il prete rimasero soli.

Azzo scrisse col lapis una ricetta e pregò zio Francesco di scendere al villaggio e comprare le [p. 25 modifica] medicine. Zio Francesco aveva accettato la parte d’infermiere perché il più affezionato amico di Bastiano: prese la ricetta e partì. Azzo e la bambina sedettero lontani dalla capanna, sui massi coperti di muschio, all’ombra dei grandi alberi. Il sole volgeva al tramonto, Cicytella singhiozzava e il giovine si domandava se non sognava. Dalla sua infanzia in poi non era più stato in campagna.

— Come ti chiami? — domandò a Cicytella.

— Cicytella!

— Vuol dire Franceschina, non è vero?

— Non lo so, mi chiamo Cicytella e il mio babbo che muore si chiama zio Bastiano! Oh, come farò, come farò io se il mio babbo muore?

— Non morrà, via, non piangere così, bambina: non è forse stato altra volta malato?

— No mai, mai! Babbo muore; non è vero che muore?

— Ma non hai mamma, non hai parenti? Vivete sempre in campagna?

— Sì, viviamo sempre in campagna. Non ho mamma, io, i nostri parenti sono pochi e non li conosco, eppoi il nostro villaggio è lontano.

— Come potete vivere in campagna? Sempre? — domandò il medico guardando melanconicamente la verde solitudine della montagna, ricordando [p. 26 modifica] le città ove sino ad allora aveva trascorso la sua vita, tra la folla e i rumori.

La bimba lo guardò con stupore.

— E lei, — esclamò, — come può vivere in città? Sempre?

Si alzò, gettando uno sguardo innamorato al bosco, al musco, al cielo scintillante, poi abbassò tristamente il capo mormorando:

— Se il mio babbo muore! Ah, sì, allora questa vita mi sarà dolorosa. Sempre sola!

Azzo la guardò in quell’atteggiamento, e pensò:

— È una bimba divina! Bisogna che ne scriva a Giacomo, se non per altro, perché venga a farne il ritratto. Ma no, forse rinnoverei il suo dolore!

— Cicytella, — disse poi, — andiamo a vedere il vostro gregge?

La bambina trasalì. Da un’ora non pensava più alle sue pecore, ai suoi cani, ai suoi agnelli.

— Venga, signor medico! —. E lo condusse un po’ più giù, dove pascolavano le pecore, vicino al ruscello che mormorava fra gli alti giunchi e le felci.

Zio Francesco ritornò presto. Il giovine dottore gl’insegnò come somministrare le medicine al malato e rinnovò l’avvertenza a Cicytella di stare lontana. [p. 27 modifica]

— Puoi venire con noi, in casa mia — le disse il prete con dolcezza, accarezzandole i capelli.

— No, rimarrò qui. Non entrerò dal mio povero babbo, ma rimarrò qui...

Essi partirono, e appena furono lontani la piccina entrò nella capanna e baciò la fronte ardente del pastore.

— Cicytella! — esclamò Bastiano. — Sta lontana da me, ma ascoltami. Sento che morrò, e in questi estremi momenti, mia povera bambina, una voce segreta mi dice che ritroverai i tuoi genitori.

— Siete voi il mio babbo, voi solo! Non morirete, no, fate di non morire perché anch’io morrò di dolore...

Bastiano sorrise, e facendo uno sforzo per dominare il caos che la febbre apportava alla sua mente, riprese:

— No, Cicytella, non son io il tuo babbo! Tu sai la tua storia, tu sai come eri vestita riccamente, e che forse sei figlia di genti ricche e civili, non di un povero e rozzo pastore come me. Ho conservato gelosamente le tue vesti: sono sotterrate in questo angolo di capanna, qui, sotto il mio capo.

Per mezzo loro potrai rinvenire la persona che ti smarrì, i tuoi parenti, ma siccome ciò, non essendo accaduto dopo tutte le mie ricerche in tutta la Sardegna, in dieci anni, non accadrà forse più, [p. 28 modifica] così ho pensato al tuo avvenire. Tutta la tanca che ora occupiamo col nostro bestiame è mia e sarà tua, come è mio e sarà tuo l’ubertoso pascolo che lasciammo nella pianura, prima di venir qui. Tu sai leggere. Ecco qui, in questa scatola di latta, il mio testamento.

— Ma allora siete ricco! — esclamò Cicytella giungendo le mani. — Ed io credevo che non avessimo che il cavallino, le pecore e i cani!

— Non è ancora tutto lì, cara Cicytella. Tu sei forte, vigorosa, istruita, sicché col prodotto delle tue pecore, senza pagare affitti di pascoli, potrai vivere bene, anche dando, se così vorrai, le tue pecore ad un altro pastore col quale dividere le rendite: inoltre ho pensato a procurarti qualcosa per il giorno in cui ti avrei lasciata sola. Ecco i miei risparmi. Sono duecento scudi!

Trasse dalle sue vesti una cassettina di ferro, una specie di salvadanaio, e gliela diede, mentre ella passava di meraviglia in meraviglia. Sino a quel giorno si era creduta poverissima, ed invece vedeva che poteva brillare fra le più ricche fanciulle del villaggio. Due tanche, cento pecore, duecento scudi, un cavallo, due cani!

Zio Bastiano fece chiamare l’altro pastore, e stendendogli la mano esclamò:

— Francesco, sei stato sempre il solo mio [p. 29 modifica] amico, il solo uomo che io, oltre don Martino (era il prete che lo aveva confessato) e Cicytella, abbia riconosciuto per persona buona, leale, affettuosa. Permetti che ti lasci un legato? Cicytella vuol seguitare la vita del pastore, la vita della campagna, non è vero?...

— Oh, sì, sì! — gridò la bambina.

— Ebbene, Francesco, tu che sei ancora giovine, tu, che Dio conserverà per lunghi anni, vuoi promettermi di vegliare su Cicytella come un padre, finché un altr’uomo, facendola sua moglie, non assuma la sua protezione?

Zio Francesco, estremamente commosso, posò la sua grossa mano sul capo biondo della bambina.

— Bastiano, ti giuro di vegliare su lei!

Il vecchio pastore gli rivolse un lungo sguardo di riconoscenza, poi richiuse gli occhi e mormorò:

— Ora, Cicytella, te ne prego, allontanati da me, come prescrisse il medico...

— Oh, babbo, babbo mio! — esclamò la bambina con accento straziante inginocchiandosi davanti a lui. — Tu non morrai, Dio nol vorrà!

— Son vecchio, addio, tuttavia speriamo... addio! — disse Bastiano a cui la febbre non lasciava più forza di parlare. Guardò a lungo la bambina: pensò che quella piccola creatura lo aveva preservato forse da molti peccati, lo aveva reso per [p. 30 modifica] dieci anni felicissimo: pensò che moriva con un solo dispiacere, lasciarla cioè quasi sola sulla terra, e rivolgendo uno sguardo a Francesco, per raccomandargliela un’ultima volta, fece un gesto perché si allontanasse.

Per tre giorni Cicytella pianse e pregò, fece altarini di musco e di fiori ai suoi santi prediletti, accese la lampada alla Madonnina che adorava, ma il Cielo non ascoltò le sue fervide preghiere. L’ora di Bastiano era suonata e Bastiano morì, non ostante le cure del dottor Azzo; morì da cristiano, raccomandando a Dio ed a zio Francesco la sua diletta Cicytella.

Il corpo del vecchio pastore fu portato al villaggio e sepolto onorevolmente nel cimitero. Cicytella si mostrò forte nel dolore: pareva fosse lei a far di tutto perché le esequie del suo vecchio amico riuscissero imponenti: comprò la terra che doveva ricoprirlo e vi fece piantare una croce di ferro.

Poi ritornò, non ostante le preghiere di don Martino che voleva ritirarla in casa sua, alle sue montagne, alla sua capanna, fra le sue pecore, alla sua vita solitaria e tranquilla, fra i silenzi azzurri del cielo e della campagna.

Ogni domenica però veniva al villaggio: faceva le sue divozioni, le sue visite, poi pregava [p. 31 modifica] vicino alla croce del vecchio pastore, ricoprendola di corone di musco, d’edera e di fiori campestri.

***

Due anni dopo. Era una bella mattina di autunno: sul cielo limpidissimo, d’un azzurro profondo e dorato, splendeva il sole: sulle pianure le messi bionde ondeggiavano come un mare d’oro: sulle montagne la nebbia cerula e profumata disegnava bizzarri meandri, dietro cui scintillava il verde dei boschi. Un pittore era lassù, fra quei vapori, ritto fra le rupi e i lentischi e ammirava il paesaggio fatto incantevole dai colori smaglianti di quell’ora. Aveva ad armacollo la sua scatola da pittore e un grosso binoccolo, ma non pareva pronto a servirsi né dell’una né dell’altro. Si rodeva lentamente l’unghia del dito mignolo e pensava:

— Oh, amico Azzo, perché mi facesti venire qui? Tu mi scrivesti: «Caro Giacomo, tu dici sempre che sei disperato, che non trovi più nulla che ti sembri degno del tuo pennello di paesista. Ebbene, io torno da un viaggio nell’interno della Sardegna e... ti consiglio di andarvi anche tu». Poi mi descrivevi a lungo questo paese. Ricordo ancora alcuni brani. Sì! Sì! Eccoli: «E caldo di poesia, scorrendo sui poggi e sulle valli e levandomi [p. 32 modifica] sulle creste rocciose dei monti mi svagai alle alpestri giogaie su cui eterno verdeggia il lentischio; a quelle selvose costiere, cui la scure sacrilega non avea ancora profanato: e coll’acceso pensiero volgeasi il mio occhio al lontano mare che nelle sue onde placide rifletteva la serenità dei cieli, tinti di rose nelle aurore primaverili, e di porpore smaglianti nei tramonti incantevoli».

Così pensava il pittore, ritto sul musco della montagna, guardando l’esteso panorama che gli si presentava davanti. Poi svolse il binoccolo e mormorò: — Bellezza e solitudine! Ma non c’è dunque nessuno in questa Sardegna? —. Questo signore poteva avere trentacinque o trentasei anni, ma non li dimostrava. Pareva giovanissimo ed era anche bello, biondo, con gli occhi bruni, velati da eleganti occhialetti montati in oro, le mani bianchissime, il portamento aristocratico, dal quale s’indovinava subito in lui l’artista ricco ed anche nobile che esercitava l’arte solo per divago, per vocazione, ma di tanto in tanto una strana ruga si disegnava sulla sua fronte, spiccata, nervosa, e allora su quel viso si leggevano non solo gli anni, ma anche un passato triste, doloroso.

Nel villaggio era andato subito da don Martino, raccomandato dal suo giovine amico Azzo, e aveva detto di chiamarsi semplicemente signor Giacomo [p. 33 modifica] Viola, venuto per dipingere qualche paesaggio delle montagne sarde.

Don Martino l’aveva accolto festosamente, contentissimo che qualcuno venisse a cercarlo nella sua solitudine. Il pittore si era messo subito al lavoro, girovagando nei dintorni, senza volere neanche una guida.

Quella mattina, mentre diceva: — Ma non c’è dunque nessuno in questa Sardegna? — quasi a smentire le sue parole si sentì una voce sottile che cantava in dialetto uno stornello, uno di quei bizzarri stornelli che chiamiamo mutos.

Quella vocina, fatta tremula dalla lontananza, impressionò stranamente il signor Giacomo. Rimase immobile per un momento e ascoltò attentamente.

Iscarpittas de bridu
Giuchet su visuré
Chin solos de cristaglio
     Iscarpittas de bridu:
     De mé — ses su abbagliu,
     Mai ti ere bidu.
Giuchet su visuré:
Mai ti ere bidu,
S’abbagliu — ses de mé.
Chin solos de cristaglio:
Mai ti ere bidu,
De mé — ses su abbagliu! —

[p. 34 modifica]

Il pittore non capiva una parola, pure la voce, il tono, il ritmo grazioso dello stornello, scendente dal folto del bosco come un canto d’uccello, quasi confuso col profumo dei lentischi e delle rose montane, lo colpirono in fondo all’anima; cento confusi ricordi, come d’arie suonate al pianoforte da una mano a lui cara, vennero al suo pensiero.

Alzò la testa. In alto, in alto, fra le rupi verdi disegnate sul fondo azzurro del cielo come i merli di un rovinato castello, vide un punto nero che si muoveva speditamente come in una strada piana. Il pittore non udiva più nulla ma era sicuro che quella voce era scesa di lassù. Riprese il binoccolo, lo aprì e guardò. Quel punto nero era una piccola creatura, vestita di bruno, coi capelli biondi saettati dal sole, i piedini ben calzati, il viso sorridente fra i ricci cadenti e le rose che adornavano gli occhielli della camicia bianchissima ed increspata. All’infuori di questa camicia, tutte le altre vesti erano oscure, dalla gonnellina al corsetto aperto sul davanti, dal grembiale al fazzoletto appuntato sul sommo del capo, ma i cui lembi svolazzavano liberamente sugli omeri. Si fermò d’un tratto, i suoi occhi glauchi e profondi spaziarono per l’immenso paesaggio; mentre il pittore la fissava come una apparizione soprannaturale — forse un angelo [p. 35 modifica] della montagna — invaso da un brivido, come colto dalla vertigine.

Prima era stata la voce a colpirlo, adesso il sembiante, l’espressione degli occhi. La vide allontanarsi rapidamente, sparire fra l’ellera delle rupi confinanti col cielo, e abbassò il binoccolo, passandosi una mano sulla fronte diventata pallida, molle di sudore.

— Mio Dio, mio Dio! — pensò. — Che sia lei?... Oh, che pazzia! —. Rise forte, aprì la sua borsa e schizzò rapidamente il paesaggio: e fra le rupi, sullo sfondo cerulo e verdognolo del cielo e dell’ellera disegnò la figura della bambina: la disegnò così bene, così perfettamente, che don Martino, quando al ritorno nel villaggio gli fu mostrato quello schizzo, esclamò:

— Oh, ecco qui Cicytella!

***

— Cicytella? Chi è questa Cicytella? — domandò il pittore.

Non era quello precisamente il villaggio dove Bastiano aveva fatto le sue prime ricerche, e d’altronde era corso molto tempo perché si ricordasse bene la storia della bambina; quindi don Martino si contentò di rispondere che Cicytella era una bambina trovatella, adottata da un vecchio pastore, che [p. 36 modifica] era morto dopo averla abituata a vivere nei campi, nei boschi.

Giacomo chinò penosamente la testa, e durante il resto della giornata rimase distratto, come occupato da un grave pensiero. Più spesso degli altri giorni la ruga si disegnava sulla sua ampia fronte, ma più spesso ancora strani lampi di una gioia infondata, misteriosa, gli attraversavano i grandi occhi oscuri e profondi, come se un raggio di sole, fatto più fulgido dal riflesso degli occhiali, venisse a rischiararli.

Il giorno dopo riprese la via della montagna, ma se poco aveva lavorato negli altri giorni, quel giorno non lavorò affatto: vagò l’intera giornata attraverso il bosco e le rupi, salì in cima, esplorò col suo binoccolo tutta la montagna; infine ridiscese scontento al villaggio. Aveva cercato invano Cicytella.

— Don Martino, — disse, — vorrei ben dipingere la bambina che vidi avant’ieri; dove posso trovarla?

— Domani, se vuole, — rispose don Martino, — se lei vuole, farò discendere Cicytella al villaggio.

— No! Voglio trovarla io, fra le sue pecore, fra l’erba della boscaglia ed il musco dei monti.

— Le darò una guida, allora.

Ma l’indomani né Giacomo né don Martino [p. 37 modifica] pensarono più a ciò: il villaggio fu di nuovo sottosopra.

Azzo, il brillante Azzo, ancor più brillante e rumoroso di prima col suo titolo di tenente, era arrivato d’improvviso.

Appena poterono trovarsi soli, sotto il verdeggiante pergolato dell’orticello di don Martino, Azzo afferrò le mani di Giacomo, e scuotendolo vigorosamente, esclamò: — Ebbene? Ebbene? Ebbene? Sembri pentito d’aver lasciato la tua Roma, la tua grande, la tua sublime, la tua rumorosa e splendida Roma, per venire qui, in questa povera e selvaggia e disabitata Sardegna, che non possiede che il verde delle sue terre, l’azzurro dei suoi cieli e l’ospitalità dei suoi abitanti.

— Non ne sono pentito! — esclamò sorridendo Giacomo.

— Hai visto quanto assurda è la triste fama che godono i Sardi, come uomini dal sangue ardente, dalle passioni feroci, propensi all’odio ed al delitto?...

— Ho veduto che qui quasi quasi non vi sono abitanti, e che i pochi che vi sono sono gente buona, forse troppo ignorante, ma ospitale ed inoffensiva.

— Va bene! Vedi il cielo...

— Immenso l’azzurro dei vostri cieli, — disse il pittore ripetendo la frase della lettera, — il verde [p. 38 modifica] eterno delle vostre convalli; ineffabili i vostri panorami.

— Dunque hai finalmente trovato?

Al signor Giacomo si illuminò ancora una volta il viso: balzò in piedi ed esclamò:

— Sì sì! Credo d’aver trovato! È una pazzia la mia, ne convengo, ma vedrai, è perfettamente eguale... Oh, che pazzia! Aspetta, aspetta!

Corse nella camera che aveva a sua disposizione in casa di don Martino e ritornò con lo schizzo della montagna. Azzo lo guardò un istante.

— Cicytella! — esclamò vivamente indietreggiando.

Giacomo lo guardò con stupore. Azzo ripeté:

— Cicytella!

— Dimmi, dimmi, non è vero che si rassomiglia?

— Sì, sì, rassomiglia...

Entrambi chinarono per alcuni istanti penosamente il capo: entrambi lo rialzarono ad un tempo e si guardarono fissi.

— Se fosse lei? — domandò con voce tremante Giacomo.

— Impossibile! Da Roma a qui...

— Tutto era possibile per quel vigliacco!

Un lampo d’odio e di dolore attraversò i grandi occhi profondi dell’artista. Quali terribili [p. 39 modifica] memorie ridestavano nel suo pensiero il piccolo viso dorato e gli occhi di Cicytella?

Probabilmente Azzo lo sapeva, perché gli prese le mani, gliele strinse fra le sue e mormorò:

— Amico, anch’io notai e da molto, la strana, perfetta rassomiglianza di questa bambina con Fosca: presi informazioni, e furono tali che mi fecero decidere a scriverti per farti venire qui, per farti incontrare con Cicytella. Giammai avrei fatto notarti questa bambina se tu stesso non l’avessi incontrata; giammai ti avrei fatto la minima allusione al suo viso se tu stesso non l’avessi notato; giammai ti avrei dato la benché minima speranza se tu stesso non avessi detto: «Tutto era possibile per quel vigliacco...». E giacché dici così, anch’io voglio ammetterlo...

Giacomo si strinse la testa fra le mani, come se stesse per impazzire, come se con quell’atto volesse rattenere la sfuggente ragione.

— Dio mio, Dio mio, Dio mio!

— Le duole il capo, le duole la testa, caro signore? — domandò da lontano don Martino, avanzandosi verso i due giovani.

— Ma no! Ma no! Tante grazie — disse il pittore rimettendosi.

— Tanto meglio. Bisogna che domani, domani è domenica, non è vero? lei stia bene, per venire [p. 40 modifica] con me. Verrai anche tu, Azzo... verrà tutto il villaggio...

— Cospetto! — esclamò il medico, allarmato. — E dove?

— E dove, e dove? Domani è domenica, venticinque settembre, festa solennissima in tutti i villaggi qui vicini. In cima alla nostra montagna c’è una chiesa: c’è una madonnina: domani è la sua festa. Io sono il cappellano. Domani andremo sulla montagna e vi resteremo tutta la giornata, e lei signor Giacomo, troverà larga messe per i suoi quadri, fra i costumi e i paesaggi.

— Ci sarà Cicytella? — pensò il pittore.

Si riparlò di quella strana fanciulla: don Martino ripeté tutto ciò che sapeva sul suo conto, e soggiunse:

— Ma che bimba, che bimba è quella! Ha il coraggio d’un uomo, la bontà d’una santa. Se studiasse, col suo vivissimo ingegno, con la sua ardente fantasia, in pochi anni diventerebbe la donna più istruita di tutto il mondo, senza esagerazioni. I pensieri della sua mente sono sconfinati come gli orizzonti fra cui vive: la sua intelligenza è limpida, profonda, illimitata come i suoi cieli, come i mari che i suoi sguardi di lince scorgono in lontananza dalle alte cime ove passeggia... Ma non è una bambina quella: è un fenomeno. Bastiano le può aver [p. 41 modifica] dato tutto il coraggio, la fermezza, la poca istruzione che ha, ma gli altri sentimenti... gli altri sentimenti, buon Dio, chi può averglieli dati se non Voi? Sentite, l’ultima volta che scese al villaggio, dopo aver ascoltato in estasi la Messa cantata al suono dell’organo, mi chiese il permesso di vedere questo strumento, di farlo suonare in sua presenza: mentre il signor Luigi, il maestro di scuola, suonava, ella guardava i movimenti della sua persona sull’organo, con gli occhi ardenti, fissi, scintillanti... Dopo sorrise: si sedette e... suonò. Sì, suonò quasi meglio del signor Luigi.

Il signor Giacomo scambiò uno sguardo con Azzo, un lungo sguardo in cui si poteva sorprendere questo pensiero: anche Fosca andava pazza per la musica.

***

L’indomani mattina per tempissimo, don Martino, i suoi due giovani ospiti e tutta l’aristocrazia del villaggio partirono a cavallo per la montagna.

Don Martino non s’era ingannato: molta gente, molti costumi, molti tipi caratteristici.

Eppure Giacomo non s’interessò al quadro.

Nella penombra del bosco, nella luce argentea che gettava una specie d’aureola sul profilo delle [p. 42 modifica] rupi lontane, tra la folla, tra i cespugli fioriti, sul musco, fra l’ellera e le liane, per tutto il giorno, egli cercò un viso color d’oro, con gli occhi glauchi, dalle ciglia lunghissime, che gli faceva dimenticare o trascurare tutto il resto.

Azzo l’aiutò, ma quel piccolo viso non lo trovarono che dopo molte ricerche.

Cicytella era seduta, con altre bambine del villaggio, vicino alla spianata ove si ballava il ballo tondo paesano, e parlava allegramente con una sua piccola amica.

Azzo e Giacomo le si avvicinarono.

Una delle bambine diceva: — Andiamo noi pure a ballare.

— Impossibile: sono in lutto... — rispose Cicytella: poi si volse, vide Azzo e balzò in piedi, colpita dalla fisionomia e dalle vesti del giovine.

— Cicytella! — diss’egli con un sorriso. — Mi riconosci?

— Signor... signor...

— Signor Azzo!

— Oh, giusto! Signor Azzo, il cugino di don Martino. È di nuovo qui? Come sta?

Gli porse la mano con disinvoltura, come una vera e spiritosa signorina, mentre le sue compagne stralunavano gli occhi... Azzo la baciò teneramente esclamando: — Sono felice di rivederti, mia [p. 43 modifica] piccola amica. Io sto bene; grazie, e tu? Sei diventata ben grande. Vivi sempre in campagna?

— Sempre. E don Martino? Non l’ho ancora veduto. È qui? Oh, — esclamò sorridendo, — volete oggi visitarmi? Sto a due passi di qui. Lì, fra quegli alberi è la mia casa!

Vide Giacomo che la guardava stupefatto, pallido, tremante di nuovo al suono della sua voce, delle sue parole che non capiva, poiché ella parlava il dialetto che Azzo conosceva e parlava; e additandolo disse: — Avant’ieri ho visto questo signore, dalla montagna. È forse suo fratello, signor Azzo?

— Che dice? — domandò il pittore avanzandosi vivamente, perché capiva che la fanciulla parlava di lui.

— Dice d’averti veduto avant’ieri, dalla montagna...

L’ammirazione di Giacomo crebbe: egli non l’aveva veduta bene se non col binoccolo: essa l’aveva visto con i suoi grandi occhi, senza aiuto, e lo riconosceva.

— Non è mio fratello — disse Azzo. — È un signore che dipinge; tu sai che voglia dire dipingere?

Cicytella sorrise. Dallo sbattere frequente ed inquieto delle sue ciglia, Azzo s’accorse che [p. 44 modifica] Cicytella s’interrogava se mai sapeva il significato di quella parola.

— Non so come si fa a dipingere — ella disse con semplicità — ma so che dipingere significa fare le figure che si vedono nei quadri...

— Ma bene: bene! Questo signore vorrebbe dipingere la tua capanna, le tue pecore, i tuoi alberi. Lo vuoi anche tu? Ne hai piacere?

— Ma sì, immenso piacere! Verrà anche don Martino?

— Sì, ma per oggi è impossibile. È tardi e don Martino deve cantare il vespro. Domani verremo a cavallo alla tua capanna.

— Oh, che piacere!

Giacomo la guardava sempre: tutto lo colpiva; dalla espressione degli occhi al movimento delle labbra; dal colore strano dei capelli, al più strano accento della favella di lei.

Don Martino li raggiunse. Un’infinità di complimenti seguì fra lui e la bambina che egli chiamava «figlia mia». D’un tratto disse:

— Questo signor Giacomo è ricco, non ha figli e vorrebbe averne: non è vero, signor Giacomo? Vuoi andare con lui, Cicytella? — e ammiccò con malizia, per far capire al pittore che Cicytella s’arrabbiava quando le parlavano di lasciare la campagna. — Nella sua città, grande come tutta [p. 45 modifica] l’estensione di terra che tu vedi dalla cima più alta delle montagne, vi sono palazzi grandi come questa stessa montagna; vi son giardini che rassomigliano all’Eden ove Iddio pose Adamo ed Eva; vi son chiese tanto grandi che se tu ti collochi sulla porta più lontana non distingui quasi, nonostante la luce immensa che vi è, il sacerdote, che celebra la messa; tanto belle che ci si domanda se realmente fu l’uomo ad inalzarle, tanto ricche e maestose che ci si domanda se non siano esse il vero paradiso promesso ai credenti: vi son piazze che sono grandi come le nostre piccole pianure: vi è... vi è tutto ciò che realmente deve solo circondare le genti istruite, o che bramano di istruirsi, come la piccola figliuola mia. Là troverai professori che t’insegneranno a suonare, che t’insegneranno a dipingere, a render viva sempre dinanzi a te la memoria dei luoghi, città o paesaggi che ti colpiscono per la loro bellezza, a scrivere, a descrivere in prosa o in versi — perché credo che tu t’intenda anche di ciò — le tue montagne, le tue pianure, le gole dirupate, belle d’una fantastica ed orrida bellezza, le tue foreste verdi, i tuoi poveri villaggi, tutta infine la tua povera e selvaggia Sardegna.

Don Martino sedette sul musco di un masso, appoggiò vicino il suo bastone, si levò il cappello e lo pulì col suo grande fazzoletto azzurro a fiorami [p. 46 modifica] bianchi, poi guardò che effetto avevano fatto le sue parole sulla bambina.

Ai suoi tempi don Martino era stato a Roma, era giunto fino al Papa, aveva avuto da lui un rosario che conservava come una reliquia e, appena di ritorno al suo villaggio, poeta come era sin da bambino, aveva composto un poema in Logudorese, narrando le bellezze della Eterna Città, la sontuosa maestà del Vaticano e la bontà del Pontefice.

Cicytella l’ascoltò attentamente, guardò, sorridendo, il signor Azzo e il signor Giacomo che non cessava di fissarla; poi, senza scomporsi, disse:

— Don Martino, io non lascerei la mia capanna per mille palazzi...

— Neanche per vedere come son fatti? — domandò Azzo.

Cicytella trasalì, chinò la testa e mormorò: — Ma se lo so! —. E con la sua ingenuità confessò le strane idee che spesso l’assalivano nella sua verde solitudine, come lontane ed indistinte ricordanze che non poteva afferrare.

Ancora uno sguardo, a quelle parole, fu scambiato fra Azzo ed il pittore, un lungo sguardo pieno d’interrogazioni e di speranze.

— Oh, se ciò fosse?... — pensò Giacomo. — Se ciò fosse?...

Conversarono ancora a lungo con la fanciulla: [p. 47 modifica] fra le altre cose Azzo le chiese se giudicava tanto male gli uomini per stare sempre lontana da loro.

— Zio Bastiano me li dipinse a foschi colori — diss’ella con un lampo negli occhi — ma se tutti sono buoni come quelli che conosco io, davvero che zio Bastiano s’ingannava.

— Allora, perché persisti nella tua idea di viverne separata?

— Ma... ora ci sono avvezza! Potrebbe lei, avvezzo a vivere nelle città, vivere in campagna? Ma no! Le piace venirci qualche volta, ma non restarci: anche a me piacerebbe di venire qualche volta in queste grandi, in queste belle città, ma non restarci!

— Oh, — esclamò Giacomo dopo che Azzo gli spiegò queste ultime parole, — chiedile se le piacerebbe vivere in città nel caso che ritrovasse i suoi parenti, il suo babbo...

Azzo domandò: Cicytella diventò triste.

— Il mio babbo è morto! Io non ho parenti, non ho babbo! Oh, la mia mamma! Spesso sogno la mia mamma, bella, pallida, bionda, la mia mamma morta che mi dice: «Dormi, dormi, io veglio su te!».

Chi potrebbe descrivere il triste e melanconico accento delle sue parole? Lo sguardo che sollevò al cielo, limpido, sereno, confidente, e azzurro come appunto era il cielo che s’intravedeva tra le foglie [p. 48 modifica] degli elci scintillanti fra la brezza e i bagliori del tramonto?

Il giovine tenente ne fu commosso, nonostante la sua gaiezza, la sua indifferenza. Don Martino, l’ammonì, in italiano, per non esser ben inteso dalla bimba che non capiva se non imperfettamente quella lingua: — Perché l’attristate così, la mia povera figliuola? —. Passò la sua mano tremula, col pollice e l’indice imbruniti dal tabacco, sulla testolina di Cicytella e le chiese se restava per la novena.

Essa rispose di sì. — Prima di separarsi Azzo, il pittore e don Martino le regalarono un’infinità di dolci ed altre cosette che la fecero andare in estasi; — la baciarono, le promisero che l’indomani salirebbero senz’altro a visitarla nel suo dominio.

A poco a poco tutti lasciarono la montagna: quando sul mare lontano, sul confine del cielo glauco, fatto splendente dalle fulgide sfumature color viola del crepuscolo, s’alzò la luna, grande, purpurea, Cicytella era in chiesa e pregava. E quando il custode entrò per chiudere le porte e la vide inginocchiata nel cerchio d’ombra descritto dalla lampada tremolante, colla bionda testina china sulla balaustrata di legno, e le disse: — Che fai ancora qui, bambina? — ella fu per rispondergli:

— Pregavo per la mamma!

Uscì dalla chiesetta, e, attraverso il bosco [p. 49 modifica] illuminato fantasticamente dalla luna, ritornò alla sua capanna.

Il suo gregge s’era ritirato nella mandria assiepata dell’ovile: i grandi cani vegliavano attentamente. Accolsero con festa la piccola padrona, ma essa non era allegra come sempre, ma essa non fece che passare la sua manina bruna e nervosa sul loro dorso, poi li lasciò.

Era molto triste; checché avesse detto, le parole di don Martino, le parole di Azzo le echeggiavano ancora nell’anima, vi destavano una bizzarra impressione. — Famiglia, parenti, città!...

Cicytella amava la sua vita silvana, pure, dopo la morte di Bastiano, aveva sentito vaghi desideri di vivere in compagnia, con altre fanciulle, con un altro babbo; — di madre non poteva desiderarne, perché era convinta che la sua era in cielo.

Si mise a passeggiare lungo la spianata, ove era posta la sua capanna, con le manine incrociate sul petto, ripensando alle parole di don Martino, rivolgendo ogni tanto uno sguardo alla sua casa, al suo gregge, al suo cielo, d’un azzurro argenteo e profondo, come fosse sul punto di abbandonarli.

La sua casa! Sì, era una casa bella e buona, fabbricata dal muratore, col tetto rosso sul quale cresceva il musco verde—giallo e delicato, con due stanzette e la sua buona porta e le sue buonissime [p. 50 modifica] finestre. Cicytella, trovandosi ricca, aveva pensato di crearsi una vita agiata, aveva comunicato la sua idea a zio Francesco, senza i cui consigli non faceva mai nulla, e lui l’aveva approvata. Aveva fatto di più; aveva cercato lui il muratore, aveva lui diretto i lavori. E un mese dopo Cicytella, agli altri possedimenti aggiungeva la sua casa! Aveva, è vero, speso assai, ma che festa quando poté affacciarsi alla sua finestra, quando poté contemplare da lontano l’effetto pittoresco di quella casetta grigia e rossa fra il verde del suolo e il verde degli alberi. Ed era sua. Non contenta di ciò, volle anche ammobiliarla.

La prima stanzetta la lasciò per cucina, con gli arredi della vecchia capanna; nella seconda vi mise il suo bravo letto, la sua brava sedia, il tavolino e gli eleganti quadretti regalati da don Martino; e sul davanzale della finestra una cassettina di legno con una pianta di garofani che in breve diventò grandissima.

Là la sua vita trascorreva felice, tranquilla, fra gli azzurri ed immensi silenzi del bosco, solitaria, senza ricordi dolorosi del passato, senza inutili speranze per l’avvenire. Cicytella si sentiva forte, abituata ai lavori del pastore, contenta della sua vita, contentissima della sua casa, dove riceveva di tratto in tratto le sue amiche vecchie e giovani che [p. 51 modifica] l’amavano tanto, e alle quali era lieta di preparare una tazza di caffè; ma pure aveva qualche volta strane melanconie, un infinito desiderio di affetti più forti e di compagnia durevole. Vicino a sé, intorno a sé, avrebbe voluto sentire voci umane, ogni giorno, ogni momento: non le bastava più il mormorio del ruscello, lo stormire delle fronde, il belare del suo gregge e il canto degli uccelli; non le bastavano più, no, quegli indistinti rumori che parevano acquietarsi paurosamente quando il suono delle sue leoneddas e il ritmo bizzarro delle sue poesie risonavano argentini e melanconici. Finiva col ridere graziosamente di queste melanconie, ma esse tornavano sempre, più frequenti a misura che ella cresceva; tanto che quella notte, ripensando alle parole di don Martino, non poteva pigliar sonno e più che mai rimpiangeva il suo stato di bimba sola, senza famiglia e senza villaggio natio. Si ritirò a notte alta, quando la luna splendeva nel mezzo del cielo e sognò la bionda e bianca figura della donna ch’essa chiamava la "sua mamma". Senza parlare, il fantasma le additò un punto lontano: attraverso la nebbia che velava l’orizzonte, Cicytella credé di vedere il maestoso profilo d’una città immensa, bellissima: Roma! Attraverso le tende di una finestra spalancata, di un grande e ricco palazzo, Cicytella vide un signore che dipingeva un quadro: la montagna ove [p. 52 modifica] ella stava: ed in cima, fra i lentischi velati d’azzurro, una piccola pastorella.

Il pittore era Giacomo.

Cicytella guardò la donna bionda come per chiederle spiegazioni, ma essa sparì senza parlare e la fanciulla si svegliò con la strana impressione che il sogno sarebbe diventato realtà.

Albeggiava e Cicytella si alzò: e pensando che quel giorno doveva ricevere una grande visita, si diede premurosamente a pulire la sua stanzetta, la sua cucina. Poi attese impazientemente l’arrivo di don Martino.

Don Martino e i suoi due giovani ospiti arrivarono verso le nove. Era una magnifica giornata. Il pittore, nonostante la sua eterna e misteriosa preoccupazione, non potè far a meno di ammirare, lungo il tortuoso sentiero che serpeggiava pei fianchi boscosi della montagna, le fulgide tinte del nostro bellissimo cielo, le smaglianti ondulazioni delle lontane vallate immerse in un mare di sole e di solitudine, e i cangianti aspetti dei boschi che attraversavano. Gli alti alberi, dai tronchi nodosi, coperti di musco fiorito, scintillavano al sole, sul fondo dorato del cielo, dorati pur essi dalle prime sfumature di ambra dell’autunno.

I piccoli cavalli passavano agilmente e facilmente lungo il sentiero dirupato, sulle felci [p. 53 modifica] dall’acre profumo, sul tappeto color cioccolata delle foglie morte degli anni scorsi. D’un tratto don Martino diede loro l’alto. Si fermarono: Azzo e Giacomo guardarono davanti a loro, poi guardarono don Martino.

Il buon prete sorrise della loro sorpresa ed esclamò:

— Ecco la capanna, ovvero il castello di Cicytella!

Figuratevi la sorpresa dei giovani! Credevano che la capanna di Cicytella fosse come tutte le capanne dei pastori sardi, ed invece vedevano un palazzetto in miniatura, tinto di grigio, col tetto rosso, sotto il quale passava la brava ed elegante cornice dei veri palazzi! E che effetto quella pianta di garofani lussureggiante di foglie dal verde cinereo, fra cui sfavillavano i grandi fiori color rosa orlati di velluto!

E l’ovile; l’ovile lì accanto, pulito, circondato di una siepe anch’essa verde, addossato ad un alto mucchio di massi di granito ricoperti di muschio, d’eriche, di rovi verdi dalle more color viola! Quanta poesia, come ragione avea Cicytella di vivere lì fra l’incantevole calma della natura e la musica degli uccelli.

Cicytella spiava l’arrivo dei suoi amici dall’alto dei massi vicini all’ovile; appena li vide corse [p. 54 modifica] loro incontro. Fu baciata e ribaciata. Quando il signor Giacomo pose le sue labbra sulla fronte di lei, provarono entrambi una strana sensazione, che li costrinse a guardarsi fissamente per alcuni istanti.

— Signor Giacomo — disse alfine Cicytella con semplicità — stanotte ho sognato di lei!

E mentre aiutava Azzo a levar le selle ai cavalli, raccontò il suo sogno.

— Ma qui c’è la mano di Dio! — esclamò il pittore, che cominciava a capire il cattivo italiano di Cicytella.

— La mano di Dio! — esclamarono don Martino e la bimba ad una voce. — Ma perché?

— Perché? Il perché lo dirò più tardi... Oh, se questo è vero — aggiunse con enfasi sincera alzando gli occhi al cielo — se questo è vero, io, che dubitai sempre della vostra esistenza, o mio Dio, per cui forse fui castigato, diventerò il vostro più fervido credente, il vostro più fervido adoratore!

— Signor Giacomo — disse severamente don Martino, tuttavia commosso per quelle strane parole — non si deve dubitare dell’esistenza di Dio! È peccato! È follia! Non lo sente lei forse nell’ammirare gl’incanti della natura? Chi altri se non Lui può aver create tutte queste cose belle, così perfette che, se non altro, ci riconciliano con la vita? [p. 55 modifica]

Gli additò il cielo, il bosco, Cicytella. Giacomo chinò pensosamente la testa. Si convertiva? Forse...

Don Martino, per distrarlo, gli offrì una presa di tabacco, che egli si credette in dovere di accettare, poi seguirono Cicytella nell’interno della sua casetta.

Il caffè e latte era pronto.

Dopo la colazione uscirono. Giacomo fece alcuni schizzi: Cicytella fra le sue pecore; Cicytella che, sorridendo bonariamente, faceva il formaggio; Cicytella che si lavava al ruscello, Cicytella che suonava deliziosamente le leoneddas... Don Martino ogni tanto lo interrogava circa le misteriose parole che aveva rivolto a Dio, ma egli rispondeva sempre: — Più tardi! Più tardi.

A mezzogiorno ritornando alla casetta vi trovarono un’altra sorpresa: un magnifico pranzo preparato da zio Francesco. La mattina Cicytella aveva detto al pastore:

— Oggi don Martino e due signori che vogliono conoscere la nostra montagna verranno a visitarmi — e calcò con importanza su questa parola: — zio Francesco, volete farmi il piacere di venire da me a prepararci il pranzo?

Zio Francesco aveva accettato. Quando Cicytella e gli ospiti erano usciti, egli aveva ucciso una [p. 56 modifica] pecora. E quando essi ritornarono trovarono la mensa imbandita al rezzo dei grandi alberi susurranti.

Il profumo dell’arrosto e del sanguinaccio cotto fra le ceneri calde saliva fino al cielo; il signor Giacomo trovò più deliziosi i maccheroni preparati da zio Francesco che quelli che aveva mangiato a Napoli; Azzo trovò più saporite le costolette preparate da Francesco che quelle mangiate a Milano; don Martino mangiò più ricotta in quel giorno che in tutta la sua vita, dichiarando ch’era migliore di quella... dell’isola d’Elba... Immaginatevi la contentezza del pastore.

Cicytella rideva sempre, saporitamente, convinta che tutte quelle lodi venivano tributate a zio Francesco per farlo insuperbire.

— Volete venire con me a Sassari, oppure a... Firenze? — domandò Azzo al pastore. — Sarete accettato come cuoco nei primari alberghi e sarete pagato come un generale! Volete venire?

Zio Francesco ebbe un lampo negli occhi, poi guardando Cicytella disse: — Oh, verrei... ma, a chi lascio in custodia la mia bambina?

Cicytella rise ancora; quel zio Francesco credeva a tutto!

Quando la tavola fu sparecchiata, quando Cicytella ebbe servito il caffè, Azzo e il signor Giacomo, sdraiandosi mollemente sull’erba, si [p. 57 modifica] scambiarono un lungo sguardo. Un perfetto silenzio, l’azzurro e scintillante silenzio degli ardenti meriggi, regnava sulla montagna.

Il pittore provava uno strano peso alla testa, come se il sonno, un sonno profondo e voluttuoso, lo costringesse a chiudere gli occhi. E li chiudeva infatti, ma d’un tratto si scosse tutto, spalancò gli occhi e si drizzò a sedere. Aveva veduto Cicytella rivolgergli uno sguardo, forse istintivo, ma l’espressione di quello sguardo l’aveva colpito profondamente. Guardò a lungo il viso della bambina, si passò una mano sulla fronte ed esclamò:

— Vieni qui, Cicytella, siedi accanto a me: e lei, don Martino, ascolti la spiegazione delle mie parole circa l’esistenza di Dio... — Sorrise, accarezzò le guancie della bambina, e chiamato zio Francesco gli fece alcune domande.

***

Un quarto d’ora dopo ecco il bizzarro quadro che tutti quei personaggi rappresentavano.

Giacomo era svenuto: steso sull’erba, col capo appoggiato alla sella del cavallo, i capelli biondi e ricciuti sparsi in disordine sulla fronte bianca e fredda come il marmo, le labbra gelide e leggermente contratte, egli pareva morto. [p. 58 modifica]

Il cappello e gli occhiali erano sparsi per terra insieme a varii altri oggetti, fra i quali una fascia, una piccola camicia, una cuffietta ed altre vestine da bimba un po’ ingiallite dal tempo, ma riccamente e magnificamente ricamate. Tra le foglie ed i fiori dei ricami si osservavano due lettere rosse intrecciate: V. L. Le vestine erano quelle indossate da Cicytella il giorno ch’era stata ritrovata da Bastiano, gelosamente conservate prima da lui poi dalla bambina stessa.

Azzo, chino sul suo amico, pallido come lui, di gioia, d’una profonda e sincera commozione, cercava di farlo rinvenire applicandogli sulla fronte un fazzoletto bagnato d’acqua ed aceto.

Cicytella pareva pietrificata: appoggiata ad un tronco, i piedini in avanti, la testolina bionda da cui era volato il fazzoletto rigettata indietro, le dita intrecciate ad un nastro che s’era staccato dalla cuffietta, guardava fisso il viso del pittore. Sulle sue labbra spuntava un sorriso, nei suoi grandi occhi glauchi spuntava una lagrima. Cercava di muoversi, di parlare, ma non poteva.

Don Martino stava seduto. Sul suo viso calmo, su cui un ramo sporgente proiettava una lunga penombra tremula e verdognola striata dai fili d’oro della luce del sole, non si scorgeva che un benevolo sorriso. Anche a lui il venticello del meriggio [p. 59 modifica] scompigliava gli ultimi capelli d’argento biancastro e il suo grande e nero cappello era sepolto fra l’alta erba giallastra. La sua tabacchiera passava da una mano all’altra, semiaperta, irrequieta, mobile come lo sguardo limpido e sorridente del suo buon sacerdote.

L’avvenimento non stupiva don Martino: da lungo tempo egli lo aveva preveduto: così almeno pensava.

Cicytella era figlia del signor Giacomo.

Ed era stata questa scoperta a far svenire il giovine. Le informazioni da zio Francesco minutamente date circa il misterioso modo in cui la bimba era stata ritrovata, avevano finito col confermare nella mente del pittore il pensiero che Cicytella fosse una sua figlia smarrita, o rapitagli dodici anni prima. Azzo, che aveva conosciuto la madre della bambina, sin dal primo incontro avuto con quest’ultima era stato profondamente colpito dalla perfetta rassomiglianza delle due donne.

Gli stessi occhi, dal bizzarro ed indefinito colore, la stessa espressione dello sguardo, la stessa voce, lo stesso profilo, la stessa tinta dei capelli e della carnagione! Azzo sapeva la storia della bambina rapita e, chieste informazioni su Cicytella, era stato da queste colpito. Allora aveva pensato di far venire Giacomo in Sardegna, attirandovelo con descrizioni forse un po’ esagerate, ma affascinanti per [p. 60 modifica] un pittore di paesaggi vergini e silvestri; e Giacomo era venuto.

La rassomiglianza di Cicytella con la moglie, aveva destato in lui una pazza speranza, un delirio che lo aveva privato del sonno, della pace, quasi della ragione.

E anche lui aveva sentito ingrandire la sua speranza nel sentir zio Francesco narrare come Bastiano aveva trovato Cicytella, le sue lunghe ed infruttuose ricerche in tutta l’isola, la ricchezza degli abitini che Cicytella indossava.

— Zio Francesco — disse Azzo, commosso al pari del suo amico — potete ricordarvi la forma di questi abiti, il loro colore, la loro guarnizione, le cifre ed i ricami che avevano? Tu, Giacomo, te ne ricorderai benissimo, non è vero?

— Oh sì!

— Oh no! — disse il pastore con rammarico.

Cicytella s’alzò e sparì e ritornò, automaticamente, come se operasse in sogno. Essa infatti credeva di sognare. Depose innanzi a Giacomo un fagottino di roba e l’aprì: fece vedere al pittore i suoi abitini e lo guardò ansiosamente.

Giacomo guardò a sua volta ansiosamente le vesti e mandando un leggero grido svenne.

Aveva riconosciuto gli abitini che aveva sua [p. 61 modifica] figlia quando era stata rapita, quando si chiamava Luisina Viola.

***

Non è possibile descrivere la scena che seguì quando Giacomo rinvenne dopo il suo lunghissimo svenimento.

Si guardò attorno meravigliato, non ben memore di ciò che era accaduto, e l’atteggiamento dei compagni, per un momento immobili sullo sfondo abbagliante del cielo e dei boschi smaltato dal sole, lo colpì tanto che più tardi ne fece un bellissimo quadro ammirato in una delle ultime esposizioni d’Italia.

Ma quando vide Cicytella si ricordò di tutto: balzò in piedi, roseo in viso, palpitante, e le tese le braccia, come se non avesse potuto avanzare verso di lei. La bambina vi si precipitò esclamando:

— Babbo, babbo mio!... Non è vero che sei il mio babbo? Sì, perché da un’ora sento nel mio cuore riempirsi rapidamente il vuoto che vi regnava dalla morte del mio primo, ovvero del mio secondo babbo, di zio Bastiano!... Sì, tu sei il mio babbo; io ti amo... Dov’è la mia mamma? La mia mamma è morta?...

Guardò ansiosamente gli occhi dell’artista [p. 62 modifica] quasi per apprendere più presto la risposta, ed in essi infatti, prima che le labbra si fossero aperte, spuntò una lagrima.

— La mia mamma è morta!...

Giacomo accennò di sì, poi, per appagare le insistenti richieste di don Martino, raccontò perché Cicytella gli era stata rapita. Il vero nome della piccola era Luisina, ma rispettando la volontà di zio Bastiano, Giacomo seguitò a chiamarla con quel nome sardo.

Giacomo era figlio d’una ricca famiglia romana, e solo per vocazione, per l’amore al bello, all’arte, aveva preso lezioni di disegno, era diventato un bravo ed anche noto pittore.

Quindici anni prima aveva conosciuto la madre di Cicytella. La signorina Fosca M... e il pittore s’erano veduti la prima volta in un concerto, in casa d’una ricca e nobile signora. Fosca aveva venti anni. Bellissima, bionda, gli occhi glauchi sfolgoranti, quella sera Fosca aveva suonato, aveva cantato, era stata applaudita: e quella sera stessa Giacomo s’era pazzamente innamorato di lei.

Per qualche mese il giovine non toccò che due o tre volte i suoi pennelli, e queste due o tre volte i suoi pennelli schizzarono sulla tela il profilo di angelo della fanciulla.

Allora Giacomo li depose del tutto, convinto [p. 63 modifica] che non avrebbe trovato più nulla in fondo all’anima sua se non quando Fosca fosse stata la compagna della sua vita.

Ebbe a lottare con la volontà della sua famiglia, perché la fanciulla apparteneva ad una modesta, quasi povera famiglia borghese, mentre lui era nobile e ricchissimo; ma riuscì a vincere questa volontà.

Chiese Fosca in isposa. Fu accettato con gioia, tanto più che la fanciulla lo amava.

Otto giorni prima delle nozze la trovò triste, cupa, con gli occhi rossi di pianto, e le chiese il perché.

— Giacomo — ella rispose — temo una grande sventura.

E gli mostrò una lettera anonima giuntale la mattina.

Nella lettera, fra mille parole violente, fra mille minacce le si ingiungeva di rifiutare Giacomo.

— Ma costui è qualche pazzo — disse lui sorpreso, poi con un sorriso: — a meno che non sia qualche amica invidiosa...

Fosca si mise a piangere mormorando:

— No, no! È un uomo, capace di uccidermi, di ucciderti, se non obbedisco alla sua volontà. Si chiama... — e disse il nome di un giovine. — Mi ha [p. 64 modifica] chiesta in isposa, e poiché l’ho sdegnosamente rifiutato, così ora minaccia di vendicarsi.

— Ma sei sicura che sia lui?

— Sì! Riconosco la scrittura. Lo temo... ho paura!

Giacomo la rassicurò, convinto invece che quella lettera fosse di qualche amica invidiosa; tuttavia, una settimana dopo, due giorni prima delle nozze, ebbe lui stesso qualche timore, perché a tarda sera, nel ritornare a casa sua, fu fermato per strada da un uomo grande, pallido, con gli occhi neri scintillanti.

— Così dunque — disse questi con voce bassa, ma minacciosa — lei è deciso a sposare la signorina Fosca?

— Sicuro, fra due giorni! È forse lei che scrisse la lettera anonima alla mia fidanzata?

— Sì! E son fortunato di ripetere a lei, a voce, ciò che la lettera dice. Se Fosca diventa la signora Viola mi vendicherò terribilmente. Glielo giuro...

Giacomo trasalì d’ira, quasi spaventato dal feroce accento di quelle parole, e ricordandosi dei sanguinosi insulti che la lettera conteneva a suo riguardo, spinto da un impeto d’indignazione, diede uno schiaffo al suo rivale; ma uno schiaffo così potente, così sonoro, così nervoso, che tutta la sua persona fu agitata come da una scossa elettrica. [p. 65 modifica]

Per fortuna impugnò rapidamente la sua rivoltella, altrimenti l’altro lo avrebbe strozzato, poi si sfidarono a duello per l’indomani, indicando il luogo e le armi.

L’indomani ebbe luogo il duello, ad insaputa di Fosca. Giacomo, espertissimo nelle armi, ferì il suo nemico, sebbene leggermente.

Da quel giorno il rivale lasciò Roma, e Giacomo, rassicurato, sposò Fosca.

Nacque Luisina: passò un anno e mezzo.

Giacomo e Fosca erano felicissimi; amavano pazzamente la loro bambina, si credevano i giovani più beati di tutta la terra, ma un giorno, ovvero una notte, accadde loro una tremenda sventura.

Allorché ritornarono da teatro, entrando nella stanza della bambina per rivederla, trovarono la finestra spalancata, il lettino disfatto, la piccina... sparita!

E la nutrice che dormiva nella camera attigua, pronta ad ogni chiamata della bambina, non aveva veduto né sentito nulla.

Fosca, presaga del vero, era caduta in deliquio: Giacomo, con la morte nell’anima e la febbre nel sangue aveva frugato per tutta la casa, il giardino, la via, chiamando disperatamente la figliuolina. Cercò nelle case attigue, ma tutto fu inutile. Luisina era sparita, forse per sempre. [p. 66 modifica]

All’alba si recò alla polizia. Quando ritornò, Fosca gli porse una lettera giunta allora allora. La giovane signora in quel momento personificava davvero il suo nome: livida in viso, gli occhi appannati, la fronte contratta, pareva la statua della sventura.

La lettera diceva:

«Vostra figlia è sparita, rapita da me. Inutile ricercarla; non la ritroverete mai più. Ella non saprà mai di chi è figlia, e lontanissima da voi, vivrà una vita di miseria e di stenti... Perché mi schiaffeggiaste?...».

Fosca cadde malata: un mese dopo era morta. Il povero Giacomo fu sull’orlo del tremendo abisso del suicidio e forse avrebbe consumato questo delitto se l’idea di vendicarsi, di ritrovare la sua bambina, non lo avesse sostenuto in vita. Anch’egli si ammalò, ma a furia di tempo e di cure guarì e, sulle prime aiutato dalla polizia e dagli amici, poi da solo, col suo denaro e la sua energia, riprese le ricerche.

Ma, come diceva la lettera, tutto fu inutile. Per dieci anni non ritrovò il benché minimo vestigio di sua figlia e del suo rapitore.

Allora stanco, disperato, chinò il capo e per trovare un refrigerio al suo dolore sempre vivo, ritornò, o cercò di ritornare alla sua arte: ma i suoi [p. 67 modifica] ideali erano infranti. Fosca era morta! Luisina forse era morta anche lei, o se viveva era una vita «di stenti e di miserie». E chissà qual vita l’artista avrebbe anche lui trascinato, nonostante le sue ricchezze, la sua gloria, la sua famiglia e i suoi amici se un giorno sulle vette rocciose delle montagne sarde, fra l’ellera e i lentischi sfumati sul cielo scintillante come l’acciaio, non avesse veduto il profilo bruno di Cicytella, i suoi occhi glauchi e i capelli biondi come quelli di Fosca!

***

Un mese dopo Cicytella, irriconoscibile nel suo vestito da signorina, di seta nera e merletto crema, coi capelli pettinati alla moda — i capelli che sembravano cambiati di tinta, ora più chiara e delicata, ma sempre profumati dall’odore silvestre delle foglie e dei fiori montani — lasciava con suo padre la Sardegna, diretti a Civitavecchia.

Imbruniva. Il cielo limpido, immenso, smaltato dalle tremule trasparenze del crepuscolo proiettava le sue tinte verdognole, le sue sfumature violacee sul Mediterraneo azzurro dalle onde scintillanti: la luna nuova cadeva sulle montagne sarde, alte, grigie, frastagliate, striate di nebbia cerula, coi fianchi coperti di boschi frementi alla brezza [p. 68 modifica] del mare: la costa si dileguava lentamente, bruna e solitaria, e da lontano gli alti scogli neri flagellati dalle onde argentee parevano piccoli castelli in rovina.

Giacomo, sul ponte, conversava animatamente con altri passeggieri, ma di tanto in tanto gettava uno sguardo inquieto su Cicytella che china sul parapetto, il viso appoggiato alla mano, i ricci scompigliati dalla brezza, guardava fisso il profilo dell’isola che si allontanava, bruno ed immobile fra le onde bianche ed il cielo glauco.

Ella cercava ancora la sua casetta, i suoi massi le sue siepi verdi, il bosco e le rupi dalle cui cime aveva spesso guardato questo mare che ora la trasportava a luoghi ignoti a lei, cercava le sue pecore, i suoi cani, il suo cavallino grigio, ascoltava attentamente se mai udiva il mormorio del ruscello, il fremito delle foreste e il canto degli uccelli, vedeva con la fantasia il villaggio nel cui modesto camposanto nereggiava la croce del suo vecchio babbo, del buon Bastiano, e sussultava pensando che nessuno più avrebbe deposto su quella croce le corone di fiori di musco, di rose montane e d’ellera olezzante...

Si ha un bell’essere felicissimi, vicini ad un padre che ci adora, in viaggio verso una terra divina, fatta meravigliosa da Dio e dagli uomini, [p. 69 modifica] promettente una vita di delizie, la vera vita, ardente e piena di piaceri e di meravigliose sorprese: fa sempre impressione, desta nell’anima una desolata malinconia il dire addio alla povera, deserta e solitaria terra ove si è passata l’infanzia, il lasciare per sempre i luoghi che conoscevamo in tutta la loro estensione, in ogni cespuglio, in ogni rupe, nei quali vagavamo liberamente, come se la loro azzurra e verde solitudine, animata solo da noi, ci appartenesse, fosse il lembo della terra destinato alla nostra esistenza.

Due lagrime spuntarono negli occhi di Cicytella, caddero nel mare... Il bruno profilo dell’isola che la fanciulla considerava come sua patria era diventato indistinto... anche i cespugli anneriti avevano tremolato un’ultima volta sul cielo, fatto color d’oro dai raggi della luna falcata, come per restituirle l’addio: poi tutto era sparito.

— Addio, addio, Sardegna...

Giacomo si avvicinò alla melanconica bambina.

— Cicytella — le disse posandole una mano sul capo — perché sei così triste, perché piangi?

Cicytella si sollevò, e stese la mano verso l’isola.

— È sparita, babbo, è sparita! La rivedrò forse? Rivedrò le mie pianure ondulate, le mie valli coperte di vigneti, d’ulivi, di mandorli, di [p. 70 modifica] pervinche dai fiori azzurri e d’alte canne susurranti? Rivedrò le mie montagne, i miei boschi, il mio cielo? E le mie piccole amiche? E don Martino, e zio Francesco? E la mia casetta, il mio gregge, e... la croce di zio Bastiano?...

L’artista l’abbracciò commosso: dal lampo degli occhi di Cicytella vedeva ancora una volta che ella era una fanciulla perfettamente buona: nell’accento delle sue parole riconosceva una fanciulla perfettamente artista.

— Mia piccola, mia cara Cicytella — esclamò — non disperarti! Ogni autunno verremo in Sardegna. Lo promisi a don Martino, a zio Francesco, ad Azzo che verrà anche lui, lo prometto a te. Verremo...

Allora Cicytella sorrise, e per dimostrare a suo padre che non era triste, discese insieme a lui nella sala, e mentre una signorina suonava il piano, ella cantò una poesia in dialetto sardo.

Poi a sua volta suonò le leoneddas, applauditissima...

***

Il signor Giacomo mantenne la promessa.

Ogni autunno Cicytella, alta, elegante, bellissima, viene nel Logudoro e, vestita d’amazzone, [p. 71 modifica] seduta arditamente a cavallo, visita le nostre valli, le nostre montagne, i nostri villaggi, prega nelle piccole chiese dei nostri monti, canta i nostri stornelli, parla il nostro dialetto, suona le leoneddas e chiama la Sardegna «il mio paese».

Suo padre l’accompagna sempre.

  1. Nero e Bianco