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tella s’interrogava se mai sapeva il significato di quella parola.

— Non so come si fa a dipingere — ella disse con semplicità — ma so che dipingere significa fare le figure che si vedono nei quadri...

— Ma bene: bene! Questo signore vorrebbe dipingere la tua capanna, le tue pecore, i tuoi alberi. Lo vuoi anche tu? Ne hai piacere?

— Ma sì, immenso piacere! Verrà anche don Martino?

— Sì, ma per oggi è impossibile. È tardi e don Martino deve cantare il vespro. Domani verremo a cavallo alla tua capanna.

— Oh, che piacere!

Giacomo la guardava sempre: tutto lo colpiva; dalla espressione degli occhi al movimento delle labbra; dal colore strano dei capelli, al più strano accento della favella di lei.

Don Martino li raggiunse. Un’infinità di complimenti seguì fra lui e la bambina che egli chiamava «figlia mia». D’un tratto disse:

— Questo signor Giacomo è ricco, non ha figli e vorrebbe averne: non è vero, signor Giacomo? Vuoi andare con lui, Cicytella? — e ammiccò con malizia, per far capire al pittore che Cicytella s’arrabbiava quando le parlavano di lasciare la campagna. — Nella sua città, grande come tutta l’e-