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Storia del Canestro

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Continuazione della Storia degli Uccelli della Montagna di Kaf Il Paradiso di Schedad
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STORIA

DEL CANESTRO.

— Sire, la storia antica ci offre l’esempio d’un giovine re di nome Kemserai, stimabilissimo per tutte le sue buone qualità: non occupato che della felicità dei sudditi, la giustizia era l’unica regola [p. 5 modifica] delle sue azioni, ed i poveri erano da lui meglio accolti dei ricchi. La conoscenza del passato, che rende di solito grandi i principi, formava l’oggetto principale del suo studio; talchè, non volendo ignorare alcuno dei memorabili avvenimenti che accadevano nei vari stati dell’Asia, aveva fatto costruire un caravanserraglio, che si poteva con ragione ammirare come un superbo palazzo, e colà riceveva gli stranieri. Kemserai invitavali alla propria mensa, e dava loro, per servirli, schiavi d’ambo i sessi, incaricati di prevenirne i minimi desiderii. Gli stranieri soggiornavano dunque nella sua capitale senz’altro disturbo fuor di quello d’intertenere il re delle proprie avventure o di quelle onde potessero aver cognizione.

«Di tal guisa il re passava tranquillo i suoi giorni, regnando felicemente in un mondo ove tutto è perituro. La fortuna, stanca infine di colmarlo di meritati favori, l’abbandonò.

«Il riposo dell’anima sua, la calma che le buone azioni spargevangli su tutta la persona, l’amabile ilarità ond’era sempre accompagnato, scomparvero: un’agitazione che nulla poteva calmare, una profonda inquietudine e continua preoccupazione di spirito successero all’umore più eguale e dolce; i suoi occhi perdettero l’usata vivacità, ed il pallore gli coprì il volto. In breve, apparve come un fiore che, bello la mane, fa l’ornamento d’un giardino, ma sotto l’intemperie dell’aria appassisce, e muore quasi nello stesso momento in cui ha cominciato a vivere. L’alterazione della di lui salute e quella del suo spirito facevano già temere a tutti i signori della corte che, malgrado la sua giovinezza, essi avrebbero in breve la disgrazia di perderlo e piangere sulla sua tomba, quando un’improvvisa fuga lo tolse di repente agli sguardi dei sudditi. I grandi del regno nulla trascurarono per informarsi della sua sorte, ma vedendo [p. 6 modifica] riuscir inutili tutte le loro cure, determinaronsi a formare un consiglio che governasse durante la sua assenza. Dodici lune erano trascorse quando lo si vide tornar appunto nel momento in cui meno lo si aspettava. Era vestito di nero, d’eccessiva tristezza, e nulla potea sollevarlo. Infine, la sua insensibilità per tutte le cose relative alla vita diventò tale, che non erasene mai avuto esempio.

«I grandi del regno ed i visiri vennero a chiedere i suoi ordini, ma egli non volle darne alcuno. La sua indifferenza era tale, che non s’avvide dell’attaccamento singolare per lui concepito dai sudditi. Pure il principe era tanto amato, che il consiglio non volle eleggere altro re e risolse d’aspettare, per dieci anni, che avesse ricuperato lo spirito ed il carattere amabile, insomma tutte le belle doti che avevanlo fatto adorare. Inutili riescirono le istanze, onde indurlo a dimorar nella capitale; egli aveva deciso di allontanarsene, e vedendo impossibile di far accettare la propria abdicazione, si ritirò in una casetta costruita su d’un solitario monte, cui elesse per terminarvi i suoi giorni, senz’altra compagnia fuor di quella di una sorella chiamata Zahide. Questa principessa amava teneramente il fratello fin dall’infanzia; la sua beltà, la gioventù e lo spirito n’erano meno stimabili della sua pietà e del suo attaccamento pel santo Corano, che sapeva tutto a memoria.

«Ignoravasi la cagione dei dispiaceri del re; egli aveva sempre rifiutato di rispondere alle interrogazioni voltegli a tal proposito. Dopo essere stato qualche tempo nel suo ritiro, cadde pericolosamente ammalato, nè volle essere curato che da Zahide, sua sorella, la quale raddoppiò le preci per ottenere la guarigione del diletto fratello.

«La sua affezione non l’accecò sull’inutilità dei rimedii, e vedendo vicino il momento fatale in cui [p. 7 modifica] doveva chiudere gli occhi per sempre, lo scongiurò di confidargli la cagione della sua tristezza. — Principe abbattuto dalla sventura,» gli disse, «perchè non volete palesarmi la cagione dei vostri dolori? Le pene che provate, le risento ancor io vivamente; degnatevi riporre qualche fiducia in me; troverò forse il rimedio ai vostri mali. Chi sa anche se il gran Profeta, mosso dal mio dolore, non m’ispirerà il mezzo di arrecarvi sollievo! —

«Il re rispose, mandando profondi sospiri: — La mia storia è più lunga di quella di Feredbaad1 e più trista di quella di Wamakweazza2; pure voglio accordare alle vostre tenere cure ed all’affezione, che sempre mi dimostraste, ciò che mi domandate: vi dirò adunque la cagione delle mie sventure, e saprete in qual modo sono passato in un istante dalla gioia alla tristezza, e come il mio cuore abbia provato i colpi terribili della spada dell’afflizione. Quanto potrò dirvi non vi darà mai se non una leggera idea delle mie avventure; non vi sono parole abbastanza capaci d’esprimere ciò che vidi, ma voi lo volete, ed io vi soddisferò.

«Sapete che ne’ tempi felici della mia vita io passava parte de’ miei giorni cogli stranieri, che mi narravano le proprie avventure o quelle che conoscevano. Nel numero dei viaggiatori che riempivano di continuo il mio caravanserraglio, incontrai una specie di dervis vestito di nero. Malgrado la tristezza de’ suoi abiti, io ne distinsi l’aspetto, tanto interessante quanto dilettevole il suo discorso. Esso mi pareva [p. 8 modifica] perfino, secondo il modo d’esprimersi d’un nostro poeta, come un mare di delizie nel quale mi tuffava con piacere, o come un giardino di rose, che spandeva un olezzo d’amicizia onde il mio cuore era invaghito. Io era infine dilettato dalle storie che mi narrava, tanto l’arte di ben parlare eragli naturale; ma ricusava sempre di dirmi per qual ragione fosse sempre immerso in profonda meditazione, e perchè portasse il lutto.

«Nulla trascurai per sedurlo con doni; gli diedi abiti superbi, cinture di diamanti, borse d’oro e d’argento; in una parola, misi tutto in opra per indurlo a soddisfarmi: la mia perseveranza ed importunità infine lo commossero ancor più de’ miei doni. — Voi volete dunque,» mi disse, con raddoppiato dolore, «sapere ciò che m’è accaduto? Mi sarebbe più facile spiegarvi la storia dell’uccello anka3, che non il persuadervi delle mie disgrazie; desiderate piuttosto che tali avventure siano obliate, e soprattutto guardatevi dal convincervene per voi medesimo.» Io raddoppiai istanze e carezze, ed ecco che cosa mi raccontò.

«— La città di Medhochan è nel regno della China; quasi tutti i suoi abitanti sono celebri per la loro tristezza; non lasciano mai il nero, e gli stranieri che la temerità o la sventura attirano in quella città, trovano difficilmente i mezzi di contrarre qualche [p. 9 modifica] amicizia. Insomma, è solo in quella città che puossi conoscere la disgrazia ch’io provai; è colà che si può trovare la giusta cagione de’ miei dolori e della passione da cui è straziato il mio cuore, e che si potrà convincersi della verità del mio stato, più che non potrebbero fare tutti i racconti.» Sì dicendo, il dervis mi salutò, prese tutti i doni che gli aveva fatti, e lasciommi in preda alla più viva curiosità.

«Il mistero di quella storia ed i pochi dettagli de’ quali era accompagnata, servirono soltanto a raddoppiare in me il desiderio di conoscere cose tanto singolari. Fui spronato dalla brama di giudicare da me stesso d’una cosa sì poco comune; e tal desiderio, che fu la sorgente del cambiamento del mio carattere, s’accrebbe al segno, che non potei trattenermi, d’intraprendere il viaggio di Medhochan.»

NOTTE DLII

— «Portai con me molte pietre preziose, e travestitomi, partii sollecito per la China con una soddisfazione senza pari. Le precauzioni prese per non essere riconosciuto, riescirono perfettamente. Infine giunsi in quella regione che doveva riuscirmi sì funesta. La vista di quella terra mi allettò, perchè doveva soddisfare la mia fatale curiosità: trovata in breve una carovana, mi unii ad essa, che mi condusse in mezzo a quel grande impero; io l’abbandonai per seguire la strada di Medhochan, dove giunsi dopo aver sofferto con gioia le fatiche di sì lungo e penoso viaggio.

«Quasi tutto il popolo di questa città era infatti [p. 10 modifica] vestito di nero, come avevami detto il dervis; la tristezza più cupa regnava dovunque: non vi si riceveva alcuna accoglienza: non si attirava niuno sguardo, e tutti quelli che portavano il lutto, camminavano, per attendere ai propri affari, cogli occhi bassi, la testa coperta dal berretto, e sepolti, per così dire, nei propri abiti. Fui dunque obbligato di passare molti giorni nel khan dov’era diceso, senz’altra occupazione fuor di passeggiare per la città, e cercare qualcuno che volesse rispondere alle mie domande.

«Aveva tentato tutti i mezzi possibili per conversare con quelli che vedeva vestiti di nero, ma essi non mi ascoltavano, o rispondevano sol con un profondo sospiro. Mi persuasi che un uomo, il quale non fosse in gramaglia, mostrerebbesi più disposto a soddisfarmi. Dopo alcuni giorni, strinsi amicizia con un giovane mercante; era affabile cogli stranieri, cantava a meraviglia, e suonava bene vari strumenti: il suo viso era più bello del sole. Egli fu sì contento del mio conversare, che, dopo avermi usato molte cortesie, volle assolutamente condurmi a casa sua.

«Io accettai, ed il primo giorno che andai ad alloggiarvi, mi diede un gran pranzo nel quale fui trattato con buon gusto e pari magnificenza. In poco tempo divenni il suo amico e confidente. Vedendo ch’egli eludeva sempre le domande che la mia curiosità spronavami a fargli sulla tristezza ed il lutto sparso nella città, abbracciai un giorno le sue ginocchia, e lo supplicai, per l’ospitalità esercitata generosamente verso di me, d’istruirmene, e non rendere inutile un sì lungo viaggio da me non intrapreso se non in tale intenzione. Il giovine m’ascoltò con molta pena, e risposemi coll’accento dell’amicizia e dell’interesse: — Cessate, fratel mio, di voler essere istruito d’una cosa che può cagionarvi infinito dolore; imitatemi: io non volli mai [p. 11 modifica] conoscere lo stato al quale vidi ridotti quelli che tentarono l’avventura: il buon umore e la quiete dell’anima perduti, mi resero saggio a loro spese. Siatelo anche voi, ve ne scongiuro, pe’ miei consigli; pensate che quanto mi chiedete non può riescirvi che pericoloso, senza esservi d’alcuna utilità. —

«Tale rifiuto non facendo che aumentare la mia curiosità, gli narrai la mia storta e non gli nascosì il mio stato, nè la mia condizione. Questa confessione gli fece avere maggiori riguardi per le mie preghiere: ebbe pietà da mia ostinatezza, e mi disse con un sorriso amaro, ma pieno di benevolenza: — Amica del mio cuore, non si può spiegarvi questo mistero; per esserne istruito, bisogna uscire dalla città; è allora che, secondo mi fu detto, tutto sarà palese ai vostri occhi. - Partiamo all’istante,» gli dissi con vivacità.

«Egli fu commosso del mio stato: mi precedette, ed io lo seguii. Giungemmo in un sito deserto vicino alla città. La solitudine di quel luogo inspirava segreto orrore. Camminato alquanto, scorgemmo un palazzo in rovine, nel mezzo del quale si vedeva un canestro sospeso ad una corda, che sembrava attaccata all’alto d’una volta semicrollata. Il giovine mercante mi presentò il canestro, e guardandomi con occhi bagnati di lagrime: — Ponetevi,» mi disse, «in questo canestro, giacchè assolutamente lo volete, e slacciate il nodo che v’imbarazza il cuore.» Appena v’entrai, mi vidi sollevato colla rapidità del fulmine, od eguale a quella del grifone che libra il volo nel più alto degli spazi aerei. Io fui in un istante sì prodigiosamente innalzato, che in breve toccai il cielo; volli guardar la terra, ma qual fu la mia meraviglia vedendo che quest’universo, poco prima si vasto per me, sembravami appena un punto. Fu allora che mi pentii della mia [p. 12 modifica] temerità ma non era più tempo; da chi poteva io aspettar soccorso in mezzo allo spazio? M’abbandonai alla disperazione, e chinai la testa, dicendo alla fortuna: — Colpisci, crudele, son pronto a ricevere i tuoi colpi. —

«Era in quella terribite situazione di spirito, quando il canestro si fermò in un luogo di delizie, e posò in mezzo d’un giardino che superava in beltà lo stesso sole. Discesi prontamente da un veicolo che avevami cagionato tanto allarme: tosto esso s’innalzò al firmamento, e lo smarrii di vista. Giudicate se la mia inquietudine fu in breve cambiata in piacere, quando mi trovai in un prato smaltato di mille variopinti fiori, il cui miscuglio offriva un gradito spettacolo, mentre l’odorato godeva de’ più rari profumi.

«Resi grazie a Dio per avermi condotto in quel delizioso paradiso. Dopo aver attraversato il giardino, ne trovai un altro pieno di fioriti rosai: mille uccelli dimostravano, coi loro gorgheggi, il diletto d’abitarlo. Si vedeva in mezzo di questo secondo giardino, un’ampia vasca, le cui acque, più trasparenti del cristallo, diffondevansi con grato mormorio in un numero infinito di canaletti fiancheggiati da rose e viole. Lievi ed olezzanti zeffiretti lambivano i fiori di quel divino soggiorno, e torreggianti pioppi sembravano andar superbi dell’ombra che intorno spargevano; il fondo della vasca era più scintillante delle faci che si portano davanti ai monarchi dell’Indie, e le sue sponde ornate de’ più preziosi tappeti, alcuni ricamati in oro, altri di broccattello, altri infine di un gusto che ne superava la magnificenza. Scorgevasi in un canto del giardino un trono d’oro, coperto da una tenda di raso, circondato da superbi sofà; un gran numero di vasi, pieni di gelati e vini squisiti, stavano dalle due parti del trono. La delicatezza delle mense che vedevansi ammannite al [p. 13 modifica] rezzo di quelle piante, sembrava rivaleggiare col lusso e la magnificenza; erano coperte da un numero infinito di delicati cibi, destinati piuttosto a rianimare un voluttuoso languente, che a rifocillare un viaggiatore. M’accinsi tosto a saziare la fame e la sete che mi tormentavano. Dopo aver ristorate le mie forze esauste dalle fatiche d’un lungo viaggio, resi ancora grazie a Dio di tutte le sue bontà, e scelsi l’ombra d’un pioppo per gustare il riposo di cui aveva bisogno, e riflettere ponderatamente su tutto ciò che vedeva d’opposto alle idee che il dervis ed il mercante m’avevano voluto dare. Non riesciva a comprendere il loro errore, essendomi parsi persone troppo oneste per volermi ingannare; infine, siccome è facile lusingarsi, mi persuasi ch’io provava distinzioni non ancora da altri meritate.

«Era notte quando mi destai. Vidi allora comparire, attraverso l’oscurità delle piante, molte fiaccole la cui luce era più brillante di quella delle stelle; udii un rumore confuso nell’aere, e vidi gran numero di fanciulle, la cui beltà mi parve ammirabile. La loro modestia, aumentata da mille grazie naturali, avrebbe commosso i cuori più insensibili, ed il loro splendore superava quello degli stessi angeli; candido n’era il seno, e spandeva odor di gelsomino: le sopracciglia somigliavano ad archi tesi: i visi brillavano più della luna, i loro capelli svolazzavano trascuratamente sugli omeri, 1a cui bianchezza gareggiava con quella dell’avorio, e che gli angeli avrebbero invidiata e bramata. Ciascuna di quelle vezzose portava una face più bianca della neve, e questa luce serviva a meglio distinguere tante attrattive.

«In mezzo di esse vidi una donzella superbamente vestita, la cui beltà superava la pompa e la ricchezza dell’abbigliamento. I suoi occhi somigliavano a quelli d’un giovino cervo; aveva capelli neri come [p. 14 modifica] un’Indiana e la carnagione candida come quella di una Greca. Ella s’avanzò con pari grazia e maestà, sedè sul trono d’oro, si tolse il velo, e tutte le fanciulle che la seguivano, simili a stelle, restarono in piedi davanti a lei per servirla. Al primo desiderio esternate, imbandirono varie mense, coprendole di confetture. I piatti d’oro e d’argento comparvero in un momento da tutte le parti, ed il loro splendore era superato dal cristallo che racchiudeva i liquori, il cui brillante uguagliava quello de’ diamanti del Mogol. Alcune di quelle belle vergini sollecitavansi a servir la principessa, altre parevano disputarsi l’onore di allettarne l’udito colla musica più tenera e melodiosa, altre cantavano.»

A questo passo, Scheberazade interruppe il racconto; i primi raggi del sole erano già penetrati nell’appartamento del sultano. Questi parve desideroso di conoscere la continuazione della maravigliosa storia, e la sultana la ripigliò, all’indomani, in tali sensi:

NOTTE DLIII

— «Intanto quella regina della beltà non diceva sillaba; i vini squisiti ed il suono degli strumenti furono per qualche tempo l’unico suo diletto. Finalmente alzò i begli occhi, e volgendosi ad una vergine del suo seguito le disse con accento di voce deliziosa: — Andate subito a percorrere il giardino e se vi trovate qualche straniero, conducetelo a me davanti. —

«La fanciulla obbedì, si alzò, percorse il giardino [p. 15 modifica] come un vento leggiero che dà la vita ai fiorì ed ai frutti, e fatti molti inutili giri, mi trovò infine al piede del pioppo ch’io non aveva lasciato. Accostatasi, mi disse: — Alzatevi, straniero; la regina vi domanda. —

«Io la seguii, e giunsi davanti al trono della principessa. L’assicurai che sarei felice d’essere l’ultimo dei suoi schiavi, indi, incrociando le braccia al seno, rimasi in piedi davanti a quella divina beltà. Io non osava rimirarla, perchè abbagliato da’ suoi vezzi. La vergine non tardò a volgermi la parola con infinita dolcezza, dicendo colla più squisita cortesia: — Straniero, prendete posto su quel sofà, e rassicuratevi; noi non disprezziamo gli stranieri gentili come voi, e che sembrano aver altrettanto spirito quanto ne dimostrate. —

«Obbedii: allora mi fece presentare un vaso pieno d’un liquore sì delizioso, che appena l’ebbi bevuto, mi sentii un uomo nuovo, e dimenticai tosto tutte le tristi impressioni che m’erano state date su quel delizioso soggiorno. La principessa fece ricominciare la musica, e le esecutrici furono spesso interrotte dai miei applausi.

«Intanto due giovani schiave facevano girare coppe piene di prelibato vino. Poco dopo tutte quelle beltà si alzarono, mettendosi a danzare colla grazia e precisione, con cui avevano eseguiti i concerti; le loro danze respiravano la più dolce voluttà. Le teste di quelle vezzose vergini erano adorne di berretti mollemente chinati sulle orecchie, e ballando, si davano continuamente mille baci d’amicizia. Spesso interrompevano la danza per bere alla reciproca salute, ed il vino diè loro in breve un bel rossore, che ne faceva maravigliosamente spiccare la candidezza della carnagione. La gioia ed i piaceri sembravano avere stabilito eterna dimora nei loro cuori. [p. 16 modifica]

«Intanto la regina; guardandomi con bontà, mi volse molte domande alle quali soddisfeci in modo che ne parve contenta. Volle conoscere il mio nome ed il paese, e mi chiese la ragione che m’aveva spinto a tentare quell’avventura. La raccontai tutto ciò che avevami detto il dervis, e le confessai che, da quel punto, il mondo essendomi divenuto insipido, non avea potuto resistere al desiderio di giùdicare da me stesso d’una cosa che faceva tanta impressione a quelli che n’erano stati testimoni. - Ma,» aggiunsi, e quanto mi stupisce, è il suo silenzio sur un oggetto sorprendente ed ammirabile come voi, principessa.

«- Io non ne sono maravigliata,» mi rispose; «quasi tutti quelli che vengono qui sono allettati dai piaceri della tavola, o della musica, o della danza, od infine dalla beltà delle mie schiave; e poi, credete ch’io mi degni di parlar seco loro? —

«La ringraziai d’una preferenza così lusinghiera, ed assicuratala che avrei volentieri passata la vita a vederla ed adorarla, notai che le mie proteste la immergevano in dolci meditazioni. — Prendete parte,» ella mi disse, «ai piaceri che qui si gustano, e ricordatevi di me, se per ventura fossimo divisi.

«— Come potrei dimenticarvi, o regina di beltà, se tante persone, indegne di voi, sospirano e gemono per esserne lontane?

«— Non son io ch’essi rammaricano, ma bensì i piaceri provati.

«— Come mai si può separarsi da voi?» ripresi con vivacità; e non siete forse tutti i piaceri stessi riuniti?

«— Ci rivedremo domani,» disse la vergine; «questo giardino è la mia solita passeggiata ed è destinato alle mie cene. Tutte le schiave che vedete sono ai vostri ordini, e potete liberamente disporre di tutte quelle che vi piaceranno. — [p. 17 modifica]

«Volli rifiutare una proposta che spiaceva al mio cuore, e che tanto opponevasi ai sentimenti inspiratimi da quella vezzosa creatura; e glielo dimostrai coi più teneri sguardi. — Contentatevi,» ella mi disse, «di ciò che ho fatto per voi, moderate la vostra impazienza, e non lasciatevi trasportare ai desiderii smoderati di cui potreste essere la trista vittima.» Le promisi quanto volle, per timore di perdere ciò che m’accordava. — Torno a ripetervi,» mi soggiunse, «che v’abbandono tutte le fanciulle al mio servigio; vi è anzi ingiunto di servirvene; scegliete arditamente: è una legge che v’è necessariamente imposta giacchè vi trovate qui. —

«La principessa si ritirò, e tutte le vergini del suo seguito, simili alle pleiadi, la seguirono; ma quella scelta da me, sola rimase. Quando il sole comparve sull’orizzonte, cominciando a dorare le vette dei monti, la beltà che m’aveva inebbriato, mi disse, lasciandomi: — Ci rivedremo stasera, se ancora mi sceglierete.»

NOTTE DLIV

— «Non ebbi il tempo di rispondere; ella s’allontanò rapidamente. L’idea di rivedere la principessa non lasciandomi per tutto il giorno, lo passai solo sulle sponde d’un canale, senz’altra consolazione fuor di quella dei vini squisiti, dei dilicati cibi e d’una deliziosa passeggiata. Mi abbandonai a tutte le speranze che le idee del giorno innanzi mi davano per la sera, e tali idee offrironsi al mio spirito [p. 18 modifica] colla varietà e velocità delle acque del ruscello, il cui grato mormorio mi distraeva senza occuparmi. Il mio cuore pareva talora toccare all’apice della felicità; tal altra se ne trovava lontano, prevedendo sempre con tema ostacoli insuperabili: mille diversi pensieri m’agitavano di continuo mentre mi rifocillava. Finalmente calò la notte, e vidi comparire le fiaccole che tutto dovevano rischiarare.

«Io mi sentii fuor di me, vedendo la principessa, preceduta dalla sua leggiadra corte, e corsi a gettarmele ai piedi. Ella mi attestò maggior bontà e tenerezza del dì prima, e volle assolutamente farmi sedere ai suoi fianchi sul trono. S’imbandirono le mense, e presentate le coppe, la regina bevve alla mia salute. Quel nuovo favore m’infiammò di più, ed il mio amore non potendo più contenersi, la scongiurai a darmi la mano. Allora l’amabile donzella, volgendo su di me uno sguardo pieno di fuoco, accompagnato dal più dolce sorriso, dimostrommi, con tal eloquente silenzio, che non mi vedeva con indifferenza, e nel tempo medesimo porsemi la guancia. V’impressi un bacio: essa mi parve sparsa di gigli e di rose, e non potendo reprimere i miei trasporti, le baciai non solo le guance, ma anche le labbra più vermiglie del corallo.

«Tanta felicità mi tolse l’uso della ragione. — Oh regina di bellezza,» sclamai, «come siete cortese con uno straniero indegno della vostra bontà! Chi siete, bella principessa? siete uno spirito del cielo? siete un sole o una stella brillante del firmamento? Deh! soddisfate la mia ben fondata curiosità. —

«La principessa allora, alzando la testa con tutta grazia, rispose: Non abusate della mia bontà, vi prego.

«— No, madama: il risentirla e meritarla è forse [p. 19 modifica] un abusarne?» Allora ella mi porse la destra, e guardandomi nel tempo stesso con un viso pieno di dolcezza e d’attrative, mi passò la manca intorno al collo, dicendo: — Voi mi piacete, io v’adoro; ma siate sempre moderato con me.

«Indi ci si recarono vini squisiti e dilicati cibi; le coppe cristalline somigliavano a narcisi, e si fecero girare, animando così la gioia in tutti i cuori delle giovani bellezze che circondavano la regina, le quali, copertesi di preziosi cafetani, formarono svariate coppie di danze e canti, mentre; le suonatrici eseguivano deliziosi concerti. Le bella schiave si ritirarono, poscia a parte, per fruire di qualche riposo, dopo quelle scene che ne avevano infiammati i sensi e turbata quasi la ragione.

«La principessa, rimasta sola con me, mi prodigò mille baci, rianimando così con quelle carezze le mie speranze: mi gettai a’ di lei piedi, ed abbracciatili teneramente, accompagnai le tacite proteste d’amore de’ più ardenti sospiri: infine, non potendo più trattenermi, ruppi il silenzio. Ah!» le dissi con furibondo trasporto, «se potessi bella regina, mettere cuore contro cuore, anima contr’anima» se potessi insomma adorar liberamente tutti i vostri vezzi, se....

«Avrei detto di più; ma ella m’interruppe» È così, ingrato,» disse, «che mantenete le vostre promesse, e corrispondete al modo con cui vi distinguo? Quale fede posso avere in voi? è questa la prova della vostra ritenutezza ed obbedienza? Vi ho scelto per essermi amico, vi colmai d’attenzioni e di compiacenze; eppure siete tanto crudele da voler attentare al mio onore? I miei baci e le carezze mie non vi bastano forse? —

«Io tosto le risposi: — Beltà impareggiabile, mirate il tristo stato in cui mi riduce il fuoco che mi [p. 20 modifica] divora. Non sospiro se non il momento di bere l’acqua deliziosa onde voi siete la fonte. Lo strale più acuto dell’amore ha fatto una ferita insanabile al mio cuore. Voi siete l’acqua di Zulal 4: chi è l’infermo che non fu guarito sull’istante bevendo di codest’acqua? infine, chi è colui il quale, arso di sete ardente, avendo in mano una goccia di vino, preferirebbe lasciarsi consumare al piacere di berla? —

«La principessa, interrompendomi, soggiunse con aspetto irritato: — Voi siete un indiscreto, un insensato, che non conoscete il pregio de’ miei benefizi; ricusate la consolazione che cerco di darvi per moderare l’impazienza vostra, nella speme di conservarvi più a lungo a me vicino: vi cedo le mie vergini onde acchetare il fuoco divorante che v’arde il cuore e vi tormenta lo spirito: esse hanno tutte una carnagione più candida della neve, la bocca vermiglia: le loro labbra somigliano a corallo: lo splendore de’ denti, come un bel filo di perle, spicca vie meglio per quello de’ loro occhi più brillanti degli astri: eppure siete insensibile alla beltà loro! non avete riguardo alcuno per quanto esigo da voi!

«— Signora universale de’ cuori,» le risposi teneramente, «siate persuasa che sono grato ai benefizi onde mi colmaste, ma non posso trattenermi dall’amarvi. Voi mi rammentate le belle vergini che m’offriste; ma le stelle ponno desse paragonarsi al sole? no, vezzosa ammaliatrice dei cuori, no; ve lo confesso, faccio maggior caso d’una delle vostre pupille, che di tutte queste beltà riunite. Chi v’ha veduta, non deve più bramar di bere dell’acqua del delizioso [p. 21 modifica] Keuser5. Povero e mesto com’io era, son venuto a rifugiarmi presso la mia reina; benchè straniero, ho la fortuna di godere del suo cuore: beltà impareggiabile, quanto posseggo, lo tengo dalla bontà vostra; voi siete padrona della mia sorte; comandate, ed obbedirò.... Ma oimè! m’è dunque impossibile di meritare i sublimi vostri favori? —

«La celeste creatura, prendendo allora la parola: — Qual funesto desiderio!» disse; «voi siete il più sventurato dei mortali! A qual errore vi lasciate trascorrere? Dite d’amarmi: perchè dunque v’opponete a’ miei disegni? Tutto in me è a vostra disposizione, e non mi serbo se non una sola cosa che non potete ragionevolmente esigere, e ch’io non posso accordarvi senza infamia. Fuggite piuttosto; evitatemi, o siete il più insensato degli uomini: cessate dal chiedermi ciò che m’è impossibile accordarvi, temete di gustare un diletto fugace; il resto della vostra vita non sarebbe se non una serie di continui spasimi. —

«Ciò dicendo, mi gettò teneramente le leggiadre braccia al collo, scongiurandomi di obbliare quello che far doveva il tormente della mia esistenza. Volli rappresentarle ancora lo stato violento de’ miei desiderii, e rinnovai le istanze; ma dessa risposemi sempre in guisa sì determinata, che mi stancai di replicarle: mi dava speranza per l’avvenire, abbellendolo coll’idea del compimento delle mie brame. Infine, avendomi reso il più innamorato degli uomini, chiamata una delle ancelle, e messa la sua mano nelle mie, si ritirò per andar a gustare le dolcezze del riposo, raccomandandomi di consolarmi della di lei assenza con quella vaga creatura.

«Al sorger del sole, la bella schiava, la quale [p. 22 modifica] avrebbe meritato d’essere amata per sè stessa, accommiatossi da me, e correndo colla foga e la leggerezza d’un vento impetuoso che via passa, sparve come quella della notte scorsa, per andar a raggiungere le compagne. Mi trovai, dunque ancora solo nel giardino, la cui solitudine mi parve ognor più insoffribile. Vari pensieri m’agitarono: l’oggetto n’era sempre la principesca. — La tormentai troppo,» diceva fra me, «colle mie preghiere ed importune carezze; quel vago, oggetto non vorrà più far ritorno in questo giardino.»

NOTTE DLV

— «In breve altre idee succedendo a queste, io mi lusingai ch’essa non mi riduceva ad uno stato sì tristo, se non per provare la tenerezza e sincerità del mio amore. — Gran Dio! può essa dubitarne?» sclamava. «Ma che dico?» soggiungeva tosto; e io cerco di farmi vane illusioni: essa non mi ha trovato abbastanza tenero; sembrai forse troppo sensibile ai delicati vini che mi si offersero: io doveva disprezzare le schiave che mi ha date; or deve riguardarmi come un uomo unicamente dedito ai piaceri sensuali. Essa, si opporrà a tutto ciò che potrò chiederle; farà ancor più, si allontanerà da me, e più non la vedrò. Io m’ingannai; ciò ch’era d’oro lo resi d’argento; mi lasciai lusingare dalle false carezze di quella crudele, e credetti piacerle. Che cosa debbo pensare della di lei costanza? Aimè! il veleno della sua vista mi farà morire. — [p. 23 modifica]

«Allora mi percuoteva la testa, maledicendo il giorno in cui erami abbandonato a sì funesto amore, e facendomi i più amari rimproveri. Passai così il secondo giorno: quando il cielo cominciò a rischiararsi delle sue brillanti stelle, vidi le belle seguaci della principessa avanzarsi, secondo l’usato, nel giardino colle fiaccole; la regina sembrava tra esse come una palma, che, innalzando la superba cima fino alle nubi, domina sulle altre piante che la circondano. Allora, il fuoco dell’amore ricominciando ad ardermi assai più di prima, mi gettai a’ suoi piedi colla velocità del rapido torrente che cade dall’alto d’una rupe. Essa parve commossa della mia premura ed aiutandomi a rialzarmi con un’aria di compiacenza e d’amicizia, mi porse la mano, e postomi ancora sul trono ai suoi fianchi, ordinò, secondo il solito, di preparare il banchetto.

«Le mense furono tosto apparecchiate e servite; il ballo, il canto ed i concerti strumentali si fecero di nuovo udire; il vino cominciava già ad animare tutte le seguaci della principessa, ed a ripulire lo specchio dei loro cuori, che i dispiaceri potevano aver offuscato, allorchè la regina ordinò loro di andar al riposo. Trovandomi solo con lei, io non istetti molto a ricomiciar le carezze e le preghiere, spandendo lagrime che la sola passione poteva farmi versare. Mi ricordo altresì di averle detto con tutta la sommissione e la tenerezza possibile: — O sole abbagliante! e mar di bellezza! qual male può arrecare una formica in una quantità di zuccaro? qual danno cagionar può un’ape in una serra di fiori? Io era morto senza di voi: voi mi risuscitaste coll’acqua di vita; vorreste ora figgermi in cuore la spada della disperazione? M’innalzate fino al cielo colla bontà onde mi riceveste, ed ora opponete alle più tenere premure, ai più vivi desiderii, un rifiuto che mi [p. 24 modifica] piomba fino al centro della terra. Vi scongiuro, per l’ospitalità che generosamente esercitaste verso di me, di farmi giungere all’apice della felicità.

«— Perchè,» mi rispos’ella, «l’impazienza vostra vi fa correre alla vostra perdita? Chiunque vi tratti come faccio io, che non vi rifiutò cosa alcuna, potrebbe farvi tal ingiustizia, cagionarvi anzi la benchè minima pena, se non vi fosse astretto? Un giorno otterrete ciò ch’è male di chiedermi oggi, io ve ne do la mia parola: il vostro amore non può essere ancora soddisfatto.

«— Oh bellezza impareggiabile!» sclamai, io sospirando; «il tempo è incostante, i giorni e le notti non sono sempre le stesse, e la fortuna è volubile! Quando si ha spirito come voi, si deve sentire che la maggior follia è di lasciarsi sfuggire l’occasione favorevole. Potete rivocare la vostra parola? No, non siete capace d’ingannarmi! Perchè adunque ritardarla? Perchè, vezzosa regina, non eseguirla stanotte? Perchè scusarvi più a lungo, e propormi ritardi, dei quali non posso comprendere il motivo? Il tempo è come un vento impetuoso, che può distruggere in un attimo la messe del mio amore. Che diverrò io, se la mia felicità e le mie speranze svanissero? Non posso soffrire la vista della vostra schiava: voi sola mi cattivaste; abbiate pietà dello stato in cui mi riduceste, ed accordatemi il bene che ho tanto desio di gustare, io non posso più contenermi: la mia pazienza è stanca d’aspettare; ho troppo spesso lasciata sfuggire una sì bella occasione; non commetterò oggi lo stesso errore, e checchè avvenga, soddisferò la mia passione. —

«La regina, accortasi agevolmente dello stato in cui la passione mi riduceva, e vedendo di non potermi fuggire, acconsentiva un momento por timore, e rifiutava poco dopo per pudore. Ma nulla mi avrebbe [p. 25 modifica] distolto di effettuare il mio progetto: io voleva assolutamente spegnere il fuoco che mi divorava. Tale ostinazione irritò alla fine la principessa; un rossore misto di collera e di pudore le salì al viso, e mi disse: — Ebbene, sarete pago. Almeno non usatemi alcuna violenza: io non mi oppongo più ai vostri desideri ma vi domando una sola grazia: quella di chiudere, cioè, gli occhi quando sarete per attingere le ricchezze dell’amore: nessuno ne fu e non ne sarà padrone fuor di voi. —

«Queste lusinghiere e dolci parole m’indussero a coprirmi il capo col lembo dell’abito: chiusi gli occhi, come aveva promesso, e riflettendo alla felicità che stava per gustare, mi credei il più felice degli uomini. La principessa allora disse con mesto accento: — Aprite gli occhi!» Io obbedii con trasporto, e mi trovai nel funesto canestro che avevami là trasportato. Il dolore e la disperazione soggiogarono i miei sensi: smarrii la ragione e svenni.

«Frattanto il fatal canestro s’innalzò nell’aere: rinvenuto, vidi che veniva riportato nelle rovine, in cui avevalo trovato. Volli abbandonare quei funesti luoghi, bestemmiando contro il cielo e contro il mio destino: ma fui assai sorpreso trovando il giovane mercatante, ch’era venuto ad aspettarmi tutti i giorni, ben dubitando della disgrazia che tosto o tardi dovevami accadere.

«Mi sentii commosso al vederlo, ed i miei occhi diventarono simili al mare agitato da impetuosi venti. Quel vero amico mi disse, percuotendosi il petto: — Oh principe sfortunato, ora in preda a tetra melanconia, quand’anche vi avessi intertenuto mille anni su tutto quello che vedeste, convenite che non avrei potuto istruirvi abbastanza, non facendo che vie più stuzzicare la vostra curiosità. Aveste la fatale temerità di giudicarne da per voi; l’avete veduto, ed [p. 26 modifica] il vostro cuore è ora trafitto dal più vivo dolore. Ma ricordatevi che lo voleste a tutta forza. —

«Non gli risposi che con lagrime e sospiri e non potendo più a lungo sostenerne la vista, tornai verso la città: ei non volle abbandonarmi. Mi copersi di abiti lugubri, e voleva recarmi ogni giorno dinanzi al canestro; ma quel tenero amico m’assicurò che sarebbe sempre immobile per me, e che mai non moveva coloro che aveva già portati una volta. — Non imitate,» continuò, e la follia degli abitanti di codesta città; affrettatevi piuttosto di allontanarvene e cercare qualche conforto, viaggiando o tornando in seno alla vostra famiglia per dedicarvi al governo dei vostri stati. — «Convinto da quelle ragioni, ed il canestro rifiutandomi ogni giorno, come l’amico aveva detto, lo lasciai, dopo averlo più volte abbracciato, e tornai qui, ove foste spettatrice del dolore che m’affligge, e che avrà termine sol colla vita. —

«Quando il re Kemserai ebbe finita la sua storia, la sorella, commossa da quel racconto, gli disse: — Consolatevi, principe: per quanto singolari, le vostre sventure non sono senza rimedio: abbiate la pazienza dell’uccello astuto, il quale, quando una volta è preso, dice esser inutile il dibattersi, ma che con qualche sofferenza può liberarsi.

«— Voi cercate di lusingarmi,» rispose il re sospirando; «ma io non la vedrò più, questa luna del mondo.» E copiose lagrime irrigarongli le guance.» [p. 27 modifica]

NOTTE DLVI

— Quando Zabide gli ebbe lanciato sfogare per qualche tempo il suo dolore: — Promettetemi,» gli disse, «di non attentare ai vostri giorni durante un’assenza che m’è necessaria all’esecuzione d’un progetto che credo utile alla nostra situazione: la mia amicizia per voi non trova nulla d’impossibile; quanto mi narraste non è naturale; io saprò scoprire la verità: almeno v’adoprerò tutti gli sforzi, e se non posso diminuire la vostra mestizia, lungi dal biasimare, al mio ritorno, la disperazione vostra, sarò la prima, ve lo giuro pel nostro gran Profeta, ad approvarvi, somministrandovi anche i mezzi di finire una vita sì trista.

«— Me lasso!» rispose il re, con voce interrotta dai singhiozzi; e perderò la consolazione di vedere una diletta sorella, e non avrò quella di morire nelle sue braccia! Ecco ciò che il suo zelo e la sua amicizia mi procureranno.

«— Chi sa mai» soggiuns’ella, «se i vostri occhi non v’abbiano ingannato? Se qualche genio, invidioso della vostra beltà, non siasi preso giuoco di voi? Chi sa anche che non abbiate fatta impressione sul cuore di quella principessa?

«— Aimè!» sclamò il re; «questa felicità non può essere serbata ad un mortale; io non posso pretendervi, e di certo ho veduta una delle Huri del santo Profeta. La fiamma che mi divora n’è una sicura prova. — [p. 28 modifica]

«L’uccello della speranza abita sempre nel cuore d’un innamorato: Zahide parlò con tanta eloquenza al re, ch’ei le promise di non attentare a’ propri giorni durante la di lei assenza, ed anzi di conservarsi per rivederla. Allora la donzella fece i preparativi della partenza, ed il re le disse, abbracciandola: — Possa la stella della felicità seguire tutti i vostri passi! —

«Ma il cuore della germana era tanto addolorato, che non ebbe la forza di rispondere.

«Informossi ella con tanta esattezza della città di Medhochan, che vi giunse senza ostacoli ed ancor più facilmente, avendo nascosto il sesso, annerita la carnagione, e celate le belle chiome sotto un turbante: in una parola, non lasciando trasparir menomamente i vezzi accordatile dal cielo. Essa trovò là cosa come glie l’aveva descritta il fratello. Chiese al primo che incontrò la strada per recarsi al canestro, ma questi non le rispose che con un sospiro; accortasi che esciva dalla città, lo seguì, e pervenne alle ruine, ove trovò una ventina d’uomini vestiti di nero, i quali facevano inutili sforzi per collocarsi nel canestro.

«La principessa vi fu ricevuta appena si presentò. Vi entrò con vivacità, venne sollevata come un lampo in mezzo alle grida ed alle querele di quelli che si presentavano invano, e giunse nel giardino incantato, cui riconobbe per l’esatto racconto del fratello.

«Calata la notte, e quando le schiave ebbero preso i loro posti, si venne a cercarla per condurla davanti alla principessa; Zaide rimase colpita della di lei avvenenza: pure notò qualche abbattimento sul di lei volto, tristezza negli occhi, ed un velo di melanconia sparsa su tutta la persona, che voleva inutilmente nascondere. La principessa le fece una cortese, ma fredda ed imbarazzata accoglienza. [p. 29 modifica]

«Zahide, per soddisfare la sua curiosità, si credè obbligata a dimostrarle le medesime premure come se fosse stata quella che sembrava. L’interesse che cominciava a prendere a quella divina creatura, la commozione cagionatale dalla situazione del fratello, il desiderio di servirlo, tutti questi sentimenti, misti a curiosità, le diedero una vivacità che ingannò facilmente una persona indifferente come sembrava la principessa. Zahide volle prendersi qualche licenza e fare alcune carezze, ma furono severamente respinte.

«Le danze e la musica vennero eseguite come aveva veduto il re: si fe’ girare il vino in ampie coppe, e la principessa, sollecita di finire il pasto, offrì una delle ancelle a Zahide. — Permettetemi di rifiutarla,» rispose questa; «l’idolo della vostra bellezza è troppo presente al mio cuore, per non occuparmi fino al momento in cui potrò vederti. —

«Non parlando dell’inutilità onde poteva esserle quella schiava, le usò quella delicatezza per vedere se il fratello non avesse a rimproverarsi di aver accettate le schiave stategli offerte. Ma la regina le rispose con un’inquietudine ed un allarme che non potè nascondere: — Come! voi ricusate una di queste belle vergini?

«— È la sola cosa, sovrana di beltà,» disse Zahide, «ch’io possa rifiutare, di tutte quelle che vi degnerete offrire al vostro schiavo.

«— Questo rifiuto non viene qui ammesso,» interruppe la principessa. «La legge che vi permette di venirci,» continuò, e vi obbliga a far la scelta di una schiava. Altrimenti preparatevi a partire. —

«Zahide si arrese a tal minaccia. — Almeno degnatevi farne voi stessa la scelta, anima de’ miei pensieri,» aggiuns’ella.

«— Desse sono per me tutte eguali,» disse la principessa con umore; «prendetevi la più bella agli occhi vostri. [p. 30 modifica]

«— Io vorrei,» proseguì Zahide, «giacchè bisogna assolutamente sceglierne una o cessare dal vedervi, conoscere quella che vi sembra meno gradita, per attestarvi l’impressione che faceste sul mio cuore. —

«La principessa allora con accento impaziente: - Nessuno straniero,» disse, «non mostrò qui tal sangue freddo ed importunità come voi: prendete quella che più vi piacerà, ma prendetene una.»

NOTTE DLVII

— Zahide, vedendo che quel mezzo non poteva riescire, accordò la preferenza a quella che le parve avere fisonomia più vivace, e per conseguenza maggiore spirito. - Bella Mouna, fermatevi collo straniero,» le disse tosto la principessa ritirandosi.

«Mouna e Zahide sedettero sul sofà, e serbarono per qualche tempo profondo silenzio; l’una attendeva con impazienza che si pagasse a’ suoi vezzi il meritato tributo; l’altra pensava al modo di soddisfare la propria curiosità. Infine Mouna le si accostò, e volle che le sue carezze fossero l’esordio della conversazione e della conoscenza loro. Zahide vi corrispose con una freddezza che sorprese ed afflisse la vivace schiava.

— Sospendete le vostre bontà per me,» disse l’amabile Zahide; «datemi il tempo di meritarle; ma degnatevi prima palesarmi ciò che sapete sulla principessa e sul canestro misterioso.

«— Caro straniero,» rispose l’altra, «che una catena di prosperità annodi tutti i giorni della tua vita! Io vorrei poter soddisfare la tua curiosità; ma, [p. 31 modifica] credimi, è meglio soddisfare piuttosto i desiderii delle anime nostre, ed approfittare d’una felice circostanza. —

«Zahide le attestò che bisognava prima di tutto rifondere alle sue esigenze. Mouna, ripigliando la parola, le disse con impazienza: — Noi siamo qui custodite, io e le mie compagne, nè c’è dato sapere ciò che tu chiedi. Sono sei anni che fui rapita da un mercante di schiavi, venduta in questo paese, ed unita a quelle che vedesti; noi abitiamo in un serraglio diviso da quello della principessa, non abbiamo comunicazione alcuna, e la vediamo soltanto, all’ora del pranzo, e la mattina, allorchè, lasciando lo straniero, noi andiamo a render conto al re ed al consiglio d’ogni suo detto. È con estreme precauzioni che gli eunuchi ci accompagnano al palazzo, e ci riconducono alle nostre solite abitazioni. È proibito a chiunque, pena la vita, di parlarci, ed a noi di rispondere. Tu vedi da ciò chiaramente,» continuò Mouna, «che questo racconto non merita d’interrompere i nostri piaceri. —

«Zahide, la quale non erasi mai trovata in tale situazione, rispose: — Mia cara Mouna, la tua grazia e beltà sedurrebbero facilmente il mio cuore; io rendo giustizia ad amendue, ma non sono in istato d’approfittare delle tue buone intenzioni a mio riguardo.

«— Chi te lo impedisce?» disse Moina con altrettanta inquietudine e vivacità.

«— Le attrattive della principessa m’hanno sì fortemente incatenata l’alma,» proseguì Zahide, «essa è in tal prodigiosa guisa sovrana del mio cuore, che sono incapace d’abbandonarmi ad altre idee.

«— Ahi me misera!» sclamò la tenera Mouna, piangendo; «che potrei io fare per piacerti, o il più crudele degli uomini? [p. 32 modifica]

«– Non disperarti, mia bella Mouna; forse potrò render giustizia a’ tuoi vezzi: ma, deh! lascia tralucere quelli del tuo spirito, capaci, quanto gli altri, di far impressione sui cuori. La principessa, bella com’è, non ha forse altrettanta vivacità ed attrattive.

«— Essa è impareggiabile,» rispose Mouna, raddoppiando le lagrime; «è un sole di perfezione. È vero che già da qualche tempo la sua letizia non ci sembra più quella di prima, e che lascia travedere molta ineguaglianza nel di lei umore: le sfuggono talvolta sospiri cui si sforza invano di trattenere: le sue cene sono più corte: giunge più tardi in giardino, e non pare occupata che dei mezzi di uscirne; in una parola, la dolcezza e giocondità, ch’eranle abituali, non ci animano più nei nostri sollazzi.

«— Ma da quanto tempo,» chiese Zahide, e hai tu notato tal cambiamento?

«— Da sei mesi circa,» rispose quella, «che uno straniero passò tre giorni con noi, ciò ch’era straordinario: giacchè spesso ci vengon tolti dopo la prima notte.

«Zahide la pregò di dipingerle lo straniero, e Mouna avendole fatto il ritratto del germano, essa raddoppiò le domande, e la schiava, benchè con impazienza, proseguì di tal guisa: — Quello straniero fece, secondo ogni apparenza, miglior compagnia alla principessa di tutti gli altri, giacchè le bontà ch’ella ebbe per lui furono grandi. Eppure aveva dormito colle mie compagne; talchè avrebbe dovuto partire nel medesimo giorno: ma la principessa, che sentiva al certo sommo piacere al vederlo, proibì alle schiave di palesare al re suo fratello ed al consiglio, che fosse rimasto qui due notti. Sarebbe stata una fortuna per lui se il terzo giorno avesse potuto moderare la fiamma che lo divorava per [p. 33 modifica] la nostra padrona; ma non potè pazientare, e la sua temerità fu punita. Da quel tempo i nostri cuori sono coperti di surmè 6, e tutti i nostri piaceri involaronsi con lui: ma non possiamo sperare di riverderlo, e quanto dobbiamo desiderare, è che la sua memoria si sperda per sempre.

«— Come poss’io credere,» riprese Zahide, «che la principessa abbia conservata per quello straniero una rimembranza sì viva? I piaceri di codesto giardino, le bontà ch’essa dimostra a tutti coloro che il canestro conduce di continuo alle di lei ginocchia, si oppongono al racconto che mi fai.

«— È facile il risponderti,» rispose Monna; «non vengono sempre stranieri: anzi, già da qualche tempo sono assai rari, e la principessa non aveva mai tanto aperto il giardino delle sue bontà quanto allo straniero onde mi sembri occupato. È vero che meritava tutto che potevasi accordargli: le mie compagne l’hanno ancora presente al pensiero, e ne parlano sempre; tu solo potrai profumare l’anima mia di egual olezzo, se corrispondi alle mie brame.

«— Continua il tuo racconto,» interruppe Zahide. «La principessa non aveva dunque dimostrata mai ad alcun altro tanta bontà?

— No, certo,» riprese Mouna; «ella si contentava, per lo indietro, di mostrare le sue bellezze, di farne ammirare gli effetti come un astro benefico, di volgere o lasciar cadere qualche sguardo de’ suoi begli occhi languidi, e permettere talvolta di bere alla sua salute; ma accordava di rado quest’ultimo favore; infine diceva talora qualche parola lusinghiera e cortese. Da quel tempo ha diminuito di molto i suoi favori, e [p. 34 modifica] tu stesso puoi averne giudicato. Del resto, i suoi vezzi, le sue grazie, il suo splendore, i vini squisiti, i profumi, le danze, la musica e la vista delle vergini onde uno straniero può disporre, inebbriano solitamente d’amore e piacere chi si presenta. Il rispetto li ha sempre trattenuti davanti alla principessa, ma hanno tutti soggiaciuto colla schiava, ch’ella ingiunge loro di condur seco, oppure si sono abbadonati eccessivamente ai vini deliziosi che servono con profusione. Da quel momento non li vediamo più: si assicura anzi ch’essi diventino inconsolabili, e che la memoria di questo giardino renda loro insipidi i piaceri del mondo. Fino ad ora io non poteva concepire un tale disgusto: ma sento che la tua assenza mi renderà insopportabile codesto soggiorno; ecco tutto quello che so, te lo giuro pel re dei geni.

— Tu vuoi adunque separarti da me per sempre,» riprese Zahide, «giacchè esigi che ceda alle tue voglie?

«— È il tuo sanguefreddo che mi dispera,» rispose la bella Mouna; «io sento la ragione de’ tuoi detti; ma in qual modo si può essere ragionevoli, quando si è soli con un leggiadro e simpatico oggetto?

«— Ho da farti una sola domanda,» riprese Zahide.

«— Come! mi farai sempre domande?» sclamò dolorosamente la bella schiava; «e non mi dimostrerai mai la tua tenerezza?

«— Un dì sarai contenta del mio operato: io farò, te lo giuro quanto sarà in mio potere.» [p. 35 modifica]

NOTTE DLVIII

— Vedendo che quell’assicurazione calmava alcun poco l’animo della tenera Mouna, essa proseguì: — Tu mi sembri ben giovane per trovarti qui già da sei anni?

«— Ne aveva dodici, signore, quando vi giunsi; ma ciò che sorprende me stessa, è che non avvenne alcun cambiamento nella mia persona.

«— Ciò non è nell’ordine di natura,» aggiunse Zahide; «tu sembri, infatti non aver che dodici anni. Eppure il numero prodigioso degli stranieri venuti qui, ed ai quali fosti abbandonata avrebbero dovuto....

«Aimè! se fosse un bene desiderato dalle mia compagne d’essere scelte, io sarei stata ben infelice. Tu sei il primo ad accordarmi una preferenza ch’io non m’aspettava di trovar tanto crudele. Sì, caro sultano del mio cuore, essa formerà il tormento della mia vita. Un segreto presentimento avevami finora impedito di desiderarla; appena ti vidi, me ne facesti nascere la voglia. Bramerei baciare i tuoi begli occhi, abbracciarti, e non separarmi più da te. Le rose del giardino della mia vita non sono ancora appassite, tu stesso ne convieni; perchè dunque o crudele, mi tratti con tal indifferenza? che cosa diranno le mie compagne? Come comparirò lor davanti, quando sapranno che mi sdegnasti? Io mi sentiva più felice allorchè non era stata scelta,» aggiunse poi, struggendosi in pianto.

«— Consolati, mia cara Mouna,» riprese Zahide [p. 36 modifica] con infinita dolcezza, «io non posso ancora risolvermi ad abbandonarti; confessa alle tue compagne che sono invaghito alla follia della regina; la tua vanità ne soffrirà meno. Però ti prometto di renderti affetto per affetto, se vuoi prestarmi un importante servigio.

«— Che cosa non farei per meritare i tuoi favori?» disse Mouna con tenerezza mista a lagrime.

«— Bisogna che tu cerchi di penetrare il mistero del canestro, e le ragioni dell’accoglienza che la principessa è costretta di fare a tutti quelli che qui conduce. Ciò ch’io vidi, il poco che mi dicesti, il mistero che si osserva nel render conto al re in presenza del suo consiglio, tutto mi sembra nascondere cose strane. Tu mi saprai dire domani ciò che avrai scoperto, e ti prometto di non iscegliere altra schiava; così avremo il tempo di rivederci.

«— Se è un mezzo d’intenerirti per me, sta certo che farò ogni sforzo per tornar istruita. —

«Allora Zahide si ritirò per adagiarsi sur un angolo del sofà, e disse a Mouna di porsi all’altra estremità.

«— Come! non dormirò neppure a’ tuoi fianchi?» sclamò Mouna con accento di dolore.

«— No,» rispose Zahide,» le cose non possono essere altrimenti; bisogna appagare le mie brame. —

«Mouna fu costretta ad obbedire, ma passò tutta la notte in pianti e sospiri. Quando l’uccello dalle ali dorate apprestavasi ad uscire dal nido in tutta la sua bellezza, ella si tolse da quel luogo, non senza aver dato un bacio alla leggiadra Zahide, la quale durò fatica a sciogliersi da’ suoi amplessi.

«Mouna si allontanò a malincuore dall’oggetto della sua passione, e Zahide, trovandosi sola, si abbandonò a tutte le riflessioni che quanto vedeva ed il suo interesse pel fratello potevano [p. 37 modifica] somministrarle. Percorse poi i due giardini, ed esaminò il padiglione del trono, colla speranza di farvi qualche osservazione onde poter approfittare, ma tutto indarno: la porta che serviva alla principessa per entrare nel giardino era grande e rivestita di marmo bianco adorno di bronzi dorati, ma chiusa ermeticamente, e non si poteva veder nulla a traverse. Zahide passò la seconda giornata a considerare tutti questi oggetti.

«Giunta la notte, la principessa comparve secondo il solito, ma ancor meno giuliva del giorno antecedente. Zahide le corse incontro, e dimostrolle maggior interesse e vivacità, conoscendo ormai la cagione della sua mestizia. La principessa le disse, rispondendo ai suoi lusinghieri discorsi: — E come! straniero, è così che riconoscete le mie bontà? mi sembrate pieno di dolcezza e civiltà, e cercate sedurmi; pure le vostre azioni non corrispondono all’esteriore.

«— Qual cosa può rimproverarmi la sultana del mio cuore? in che può esserle dispiaciuto il suo schiavo?» sclamò la sorella di Kemserai, cadendo ginocchioni.

«— Voi colmate la mia schiava di disprezzo,» riprese la principessa con dolore «qual può essere il motivo di tal freddezza?

«— L’amore che m’ispiraste,» replicò teneramente Zahide. «Sì, bella luna del mondo, questo amore rende il mio cuore incapace a tutto: la più bella delle huri mi sarebbe ora indifferente. Datemi le vostre belle mani, e permettete, baciandole, di mitigar il fuoco che mi divora; degnate aver pietà di un infelice che i vostri rigori condurranno alla tomba. —

«Più la principessa era imbarazzata; e più dimostrava di sembrar lieta; più voleva dimostrare civetteria, più Zahide raddoppiava le vivaci [p. 38 modifica] espressioni, le tenere proteste e le premure. Quando l’amore è padrone del cuore, è possibile d’esser civetta? La principessa porgeva la mano a Zahide, le diceva una tenera parola, o la guardava con dolcezza, ma tosto rimproveravasi un’azione che non aveva neppur commessa. Essa cercava distrarla dal suo amore facendole ora osservare una schiava, sia per applaudirla, sia per criticarne la danza, la figura od i talenti, ed ora lodava un pezzo di musica o le parole d’una strofa.

«Talvolta Zahide si prestava, per pietà, ai sotterfugi ispirati dall’amore, amandone troppo il motivo per non usarle quella compiacenza. Frattanto, onde convincersi della felicità di suo fratello, ora la ringraziava della sua bontà, ora spiegava in proprio favore il discorso ed il gesto più indifferente, e quel procedere metteva alla disperazione la principessa, tanto più che Zahide aveva egualmente rifiutato d’abbandonarsi alla seduzione, che i vini squisiti, cui le si presentavano di continuo, potevano cagionarle: era una risorsa che la principessa aveva ordinato alle sue schiave di non trascurare.»

Scheherazade, costretta dai primi raggi mattutini ad interrompere il racconto, lo ripigliò all’indomani in codesti termini:


NOTTE DLIX


— Giunta l’ora di ritirarsi, la principessa propose, secondo l’usato, una nuova schiava allo straniero, ma questi la rifiutò come un insulto. La principessa ne fu allarmata, insistette sulla legge con molta asprezza, e Zahide rispose: — Sultana de’ miei pensieri giacchè [p. 39 modifica] mi forzate ancora a scegliere una delle vostre schiave, vi obbedirò, benché mi sia perfettamente inutile, e non ne prenderò altra fuor della vaga Mouna. — .

«La principessa allora si ritirò; ma prima chiamata la schiava, le disse, in modo da non essere udita: — Se mi ami, mia cara Mouna, fa di tutto onde piacere a questo straniero: non ne abbiamo mai veduto di più importuno; tu sola puoi salvare i miei tristi giorni: essi sono in tua mano. —

«Mouna non aveva bisogno della brama di accontentare la sua sovrana per cercar di piacere allo straniero; le promise adunque di eseguirne volontieri gli ordini.

«Quando Zahide si trovò sola con Mouna, le disse: — Ne sai ora più di iersera?

«— Aimè! no,» rispose la tenera ancella; «ma io t’amo, e nulla obbliai per soddisfarti. Nel numero delle nostre familiari abbiamo una schiava, la cui età è tanto avanzata e la fedeltà sì nota, che le vien permesso d’uscire e recarsi qualche volta alla città: a colei mi rivolsi per soddisfarti, e la pregai d’informarsi su ciò che desideri sapere. Vedendo ch’essa erane imperfettamente istruita, malgrado il rischio che corriamo amendue facendo tali indagini, l’amore che nutro per te m’ha resa sì eloquente, seppi sì ben sedurla con piccoli regali, ch’ella recossi oggi dopopranzo da una merciaia sua amica, la quale viveva in una specie d’initimità colla defunta regina, e m’ha promesso d’indurla a dire quanto può sapere su ciò che qui avviene. Ecco, caro straniero, quello che ho potuto fare per accontentarti. —

«Zahide le attestò la propria riconoscenza, e la costrinse ad accettare uno scrignetto di diamanti per ricompensare, le disse, la vecchia schiava e la merciaia. — Tieni i tuoi diamanti,» ripetè mille volte la tenera Mouna; «quand’anche potessero servirmi, [p. 40 modifica] valgono essi un bacio che nulla t’impedisce di darmi, una carezza che potresti farmi, una tenerezza che dovresti attestarmi? Perchè mai diminuire l’obbligo che mi puoi avere? Ma tu sei un ingrato! Parla: posso io dimostrarti maggior amore? Debbo io espormi a maggiori perigli, per raddolcire la freddezza e la ingratitudine del tuo cuore?

«— Nulla può eguagliare la mia gratitudine» rispose Zahide; «ma tu vedi bene che, volendo essere istruito, non mi esporrò ad una precipitata partenza; perciò non posso ancora corrispondere al tuo amore senza essere informato del segreto del canestro, della principessa e del giardino: così ho risoluto, e sarà. Credimi adunque, passiamo questa notte come ieri. —

«Benchè tal proposizione fosse affliggente per la tenera schiava, l’aria risoluta di Zahide le fece palese che sognava acconsentirvi, ed il tempo destinato ai piaceri passò ancora per lei in lagrime, sospiri e singhiozzi; ma quando sorse il giorno, Zahide, per indurla a trascurar nulla sugli schiarimenti che doveva prendere, la chiamò per darle un bacio d’amicizia, cui non si aspettava, e che pose il colmo ai suoi voti.

«Zahide passò il giorno con maggior inquietudine della vigilia; sentiva che, malgrado tutte le sue cure, essa non poteva evitare che il canestro non la riconducesse all’indomani a Medhochan, o che l’inganno non fosse riconosciuto. L’uno e l’altro di questi avvenimenti l’affliggevano parimente, ponendola nella necessità di allontanarsi senza aver nulla scoperto per consolare il fratello. Tutto ciò che potè fare fu di abbandonarsi ai fortunati casi che potevano sopraggiungere.

«Infine calò la notte, e la principessa giunse nel giardino con tutta la corte, ancor più turbata ed [p. 41 modifica] inquieta. Zahide, dal canto suo avendo lo spirito maggiormente preoccupato, la cena fu assai più seria delle precedenti. Le giovani schiave si guardavano con sorpresa; gl’istanti di silenzio che succedevano di frequente erano assolutamente contro l’uso del giardino. Così, quando la principessa poteva avvedersene, lo rompeva d’improvviso col primo discorso che le si presentava, e che non era sempre degno della lucidità del suo spirito.

«Zahide però, la quale voleva sostenere la parte cominciata, le disse: — Come! bella regina de’ miei voleri, sembra che siate con me più austera dei giorni passati. Perchè turbate con inquietudini la felicità che ho di vedere la regina de’ miei pensieri?

«— Che cosa posso io dire,» ripigliò la principessa, «ad un uomo il quale si dice mio caldo amatore e schiavo, e che nondimeno cerca di spiacermi?

«— Io cerco di spiacervi!» sclamò la giovane vivamente; «io che darei la mia vita per un istante de’ vostri giorni! — Queste parole sono comuni,» interruppe la principessa; «e voi sentite che non possono riparare il torto che arreca nel mio animo il vostro procedere verso la mia schiava. In una parola, se il mio amante non è docile che cosa dovrei aspettarmi se dovessi averlo per marito? Credetelo adunque: preferirei perdere la vita piuttosto che sottomettermi ad un uomo sul quale ho sì poco impero, e che sdegna i miei presenti.

«— Quanto siete ingiusta!...» sclamò Zahide.

«— I vostri lamenti sono inutili; essi non mi persuaderanno,» proseguì incollerita la principessa; «sceglietevi una schiava, e separiamoci; è quanto possiamo fare di meglio. —

«Zahide la pregò di lasciarle ancora la sua fedele Mouna, che le fu accordata, malgrado la sorpresa che quella costanza faceva alle seguaci della regina, e la poca speranza che questa n’ebbe. [p. 42 modifica]

«Allorchè il giardino fu chiuso, una reciproca premura indusse Zahide ad interrogare, e Mouna a rispondere. — Vezzoso straniero,» le disse la giovane schiava, colla vivacità di chi crede aver riuscito, «l’amore mi fece tutto scoprire.

«— Ah! mia cara Mouna, quante obbligazioni ho verso di te,» interruppe Zahide.

«Quelle tenere parole compensarono la schiava di tutte le sue pene. — Ecco,» disse, «ciò che la vecchia mi ha riferito; ed è, io credo, quanto potevamo saperne.»

NOTTE DLX

«Il re di Medhochan, padre della principessa Zoloch e del principe Badanazer, che regna oggidì, moriva or son dieci anni; e la bella Gulsum, sua moglie, ne governò gli stati con un consiglio di visiri, istituito dal re prima della sua morte, essendo i figli ancor troppo giovani per fare senza tali sagge precauzioni.

«Gulsum era bella ed ancor giovane, e la fama della sua bellezza accrebbe per la saggezza del di lei governo e la cura colla quale si dedicò intieramente alla educazione dei fig1iuoli, giacchè le virtù del cuore aumentano sempre le attrattive fisiche, il re dei geni fa istruito delle perfezioni di questa principessa, e dubitò a lungo che la fama ne fosse esagerata: per giudicarne, comparve in persona alla di lei corte, e l’ammirazione delle sue virtù cangiossi in breve in uno sfrenato amore. [p. 43 modifica]

«La regina aveva giurato eterna fedeltà allo sposo, ed il re dei geni non potè mai ottenerne fuorchè segni di riconoscenza per le offerte di servigi che sempre le faceva, e per tutte le attenzioni, di cui, in qualche modo, la colmava ogni momento.

«La sola gratitudine è uno sprezzo per un amante: l’amore di quel re formidabile si convertì in furore. Cercò lunga pezza che cosa poteva fare per vendicarsi dell’indifferenza della regina, e risolse di punirla in modo che le fosse sensibile, senza però parer personale.

«Quella saggia principessa, piena dei migliori sentimenti, aveva posta ogni cura ad infondere nella principessa Zoloch tutte le virtù da lei medesima praticate; ed il genio, non potendo toglierne i principii e le prime impressioni, risolse di privarla almeno delle apparenze, affliggendo così una tenera e virtuosa madre.

«Per effettuare il suo disegno, il re dei geni fece sapere ai membri del consiglio, che non bisognava mai acconsentire alla divisione del regno di Medhochan, cui la regina Gulsum sarebbe necessariamente costretta pel matrimonio della principessa Zoloch. — Ma siccome,» aggiuns’egli, «non è sana politica il troncare a un tratto i privilegi e gli usi d’un paese, bisogna attaccare una sì grave difficoltà, e tante apparenze opposte all’idea che si ha della condotta di una principessa da marito, che giammai Zoloch non possa trovare alcuno che voglia sposarla, e se, per caso, facesse un matrimonio ineguale, il consiglio allora sarebbe in diritto di negarle la metà del regno. —

«Però, riflettendo non esser giusto che una giovine principessa, la quale non era colpevole d’alcun delitto, dovesse vivere nella tristezza, aggiunse di aver trovato un mezzo di rimediare ad ogni inconveniente. Il consiglio lo ringraziò delle sue buone [p. 44 modifica] intenzioni pel benessere e la conservazione dello stato, e lo pregò di partecipargli il progetto, essendo disposto ad eseguirlo.

«Allora egli propose loro di radunare i balli, i conviti e le belle schiave in un luogo di delizie, che incaricavasi di far costruire, e per la consolazione della principessa e delle sue seguaci, promise loro che, finchè abitassero il giardino, non sarebbonsi mai accorte dell’impressione degli anni, e che conserverebbero la freschezza, la gioventù e la beltà di cui fossero dotate al momento che vi facessero dimora.

— Ciò non è tutto,» continuò egli; «gli stranieri saranno sempre trasportati da un canestro che servirà loro sia nell’andare, come tornando. Esso non s’incaricherà mai se non di quelli che si saranno determinati di propria volontà, e non mai più di uno alla volta; e quando il precedente sarà di ritorno, ogn’altra via, fuor del canestro, verrà severamente vietata ai curiosi. —

«Intanto, per rassicurare la virtù dei membri del consiglio, il re dei geni promise che tutti quelli i quali soccombessero ai vezzi delle schiave, o si abbandonassero troppo alle delizie del vino, verrebbero subito riportati nel canestro; ma che però chi mancasse di rispetto alla principessa, sarebbe trattato colla maggior severità.

«Mouna, nel proprio interesse, si guardò bene dal dire a Zahide che chi resistesse per tre giorni alle lusinghe delle schiave ed alle delizie del giardino, sarebbe in diritto di sposare Zoloch. - Queste condizioni,» ripres’ella, «furono accettate. Il re dei geni mise subito tutte le cose nello stato che voi vedeste, e per attirar gli stranieri, fece proclamare nella città di Medhochan che ognuno poteva presentarsi al canestro, onde vedere cose nuove e gustar piaceri singolari. Una tale speranza aveva attirato un infinito numero di curiosi. [p. 45 modifica]

«Il genio mise dunque ad esecuzione il suo progetto approvato dal consiglio: Zoloch fu divelta dalle braccia della madre per condurla ai piaceri di questo giardino, e Gulsum fu penetrata di dolore, al sapere il dettaglio dei sospiri e dei rammarici della figliuola. Il re dei geni si allontanò per evitare i rimproveri della regina; questa manifestò il suo risentimento ai membri del consiglio, ma essi addussero per iscusa la sicurezza e l’interesse dello stato.

«La regina non potè sopravvivere alla privazione della figlia, e morì di languore poco dopo. Badanazer, suo figlio, salendo al trono, approvò e seguì esattamente una legge sì conforme a’ suoi interessi, ed astringe tutte le schiave di andar ogni mattina a rendergli conto del modo di procedere dello straniero che le ha preferite.

«Ecco, signore,» aggiunse la tenera Molina, «quanto ho potuto scoprire; tu puoi facilmente farmi dimenticare il pericolo cui mi espose la mia indiscrezione: mantieni la parola che m’hai data, e rendimi felice!

«— Vorrei poterlo!» ripigliò Zahide con dolcezza.

«— Chi te lo impedisce, crudele?» proseguì la schiava, «Non parlami più dell’amore che nutri per la principessa: pensa che più non la vedrai. Il dispiacere che sentirai della sua assenza mi promette una vendetta, aimè! che non può soddisfarmi. Veggo che tu corri alla tua rovina, e ne sono già fin d’ora afflitta, io che darei la vita per la tua felicità.

«— Ma,» rispose Zahide, «qual prova puoi darmi della verità della tua storia? tu hai spirito; chi potrà rispondermi che non l’hai inventata per indurmi alle tue voglie?

«— Il vero amore,» rispose, Manna, versando un torrente di lagrime, «è incapace di mentire, e sei ben crudele, o straniero, di suppormi l’intenzione di [p. 46 modifica] ingannarti; io t’amo d’un affetto che non conosci, mentre tu non ami che le mie pene; ma saprò vendicarmi.

«Quanto sono infelice!» sclamò quindi; e sarà dunque indarno, o perfido, che, per soddisfarti, avrò scoperto un segreto cui era mio dovere di non penetrare? sarà invano che l’avrò tradito per isvelartelo? ben m’avveggo: tu spingerai la pervicacia sino a palesare alla mia padrona quanto ti dissi, e vedrai morire, senza una lagrima, una fanciulla che t’adora; ma io, io saprò impedirti di rivederla. Sperava che m’avresti concesso gli ultimi istanti del tuo soggiorno in questo giardino, il quale non sarà più per me se non un luogo d’orrore. Una parola, se tu ami la principessa, ti renderà infelice quant’io; l’amore m’aveva indotta a fartene un mistero: or sappi che la real donzella è tua domani, se vorrai sposarla e se io voglio renderti giustizia. Ma piuttosto che accondiscendere alla felicità della mia rivale, saprò fare uno spergiuro (di che non è capace un violento amore!), dichiarando, al cospetto di tutta la corte, che, sedotto dalle carezze, soggiacesti alle mie lusinghe; perderai così la fortuna alla quale mi sacrifichi, ed io servirò la mia padrona, che abborrisce più della morte dalle tue nozze. —

«Zahide fu imbarazzatissima di quella minaccia, e non sapeva a qual partito appigliarsi. Cosa sarebbe mai accaduto, se fosse, stata costretta a sposare la principessa? così la poca speranza d’essere utile al fratello ed il timore di perire inutilmente per lui, le fecero riguardare la vendetta di Mouna come il solo mezzo che la potesse cavar d’imbarazzo, facendola partire nel canestro. — Le tue riflessioni mi sono favorevoli?» riprese Mouna, accortasi dell’agitazione del suo spirito.

«— No, le tue minacce non m’hanno atterrito; [p. 47 modifica] ora riposiamo, domani farai ciò che ti converrà,» disse Zahide con fierezza; «io non ti temo. —

«Mouna dolente di tale costanza nel disprezzo, ed afflitta da quelle ultime parole che offendevano vie più il suo amor proprio, si decise ad obbedirle, malgrado la rabbia ed il dispetto che risentiva nel cuore, e si ritirò in un canto, agitata da mille pensieri diversi. Zahide non lo era meno; ma la fatica ed il bisogno, che si fanno agevolmente sentire in un cuore scevro di passioni, la immerse in profondo sonno.

«Mouna, la quale non poteva dormire, riguardò il sonno di Zabide come un nuovo insulto, e poco mancò non la immolasse al suo risentimento, risoluta pur di non sopravviverle. Venti volte ne concepì il pensiero, venti volte guardò il pugnale: ma vedendo infine comparire il giorno, volle rimirar ancora a sazietà l’oggetto da cui doveva essere divisa per sempre.»

A questo punto interessante del racconto, Scheherazade fu costretta d’interrompere il discorso: il giorno compariva, ed i suoi primi raggi avvertirono il sultano che bisognava recarsi a presiedere il consiglio. La notte seguente, Scheherazade, con grande letizia del consorte, riprese il racconto in questi termini:

NOTTE DLXI

— Mouna si alzò per avvicinarsi a Zabide, contemplolla con ebbrezza, volle ancora darle un bacio e guardò con cura se trovasse qualche cosa da serbare per sua memoria. Infine, nel disordine del [p. 48 modifica] sonno, Zahide lasciò scorgere ch’era donna; più Monna l’esamina, più se ne convince: crede appena a’ propri occhi, ma invano cercherebbe di dubitarne più oltre; un bellissimo seno semiscoperto n’è la menoma prova...

«La benda della sua passione cadde all’istante: i suoi desiderii si estinsero, e ritrovò la primiera innocenza. Il suo amor proprio, non più offeso dagli sprezzi sofferti, ricondusse la giustizia nel di lei cuore, rappresentandole il suo dovere in tutta l’estensione. Ella corse a svegliare la principessa onde parteciparle la scoperta.

«Questa, sempre occupata della passione concepita per Kemserai, accresciuta dalle prove cui la sua infelice situazione la riduceva, prove che il suo amore per quel principe le rendevano ancor più insopportabili, temendo di essere qualche giorno costretta a sposare alcuno degli stranieri che il canestro le portava di continuo, fu lieta del racconto di Mouna, e si determinò subito a sposare la straniera, la quale secondo ogni apparenza, non oserebbe mai scoprire un sesso cui aveva tanto interesse a nascondere. Questo progetto, conforme ai sentimenti del suo cuore, la liberava nel medesimo tempo dal genere di vita ch’erale divenuto insopportabile. Promise dunque a Mouna di darle la libertà e fare la sua fortuna, se non dichiarasse il sesso dello straniero, e si accontentasse di dire che la terza notte non aveva ancora soggiaciuto alla prova.

«Mouna obbedì, e quando ebbe fatta al re Badanazer ed al consiglio la dichiarazione conforme ai voleri della padrona: — Orsù,» disse il re, «vediamo uno sposo che aspettiamo già da tanto tempo; vediamo il più saggio e ragionevole degli uomini. —

«Tosto ordinò a due visiri di partire, facendosi seguire da tutti gli ufficiali della corona e della casa, [p. 49 modifica] per andar in cerca, nel giardino del genio, dello straniero che doveva sposare la germana. I suoi ordini furono eseguiti, ed i visiri ritrovarono la nostra eroina ancora addormentata. Si disposero in silenzio intorno a lei coi distintivi delle singole dignità, e rimasero cogli occhi chini, non osando rimirare colui che doveva essere cognato del re.

«Intanto Zahide si svegliò, e la sua maraviglia fu estrema nel vedersi in mezzo ad una corte sì brillante, sommessa e taciturna, mentre credeva trovarsi nel fatal canestro. — Ove son io?» sclamò ella varie volte. Il gran visir, prosternato al suolo, non rispose che co’ suoi rispetti e colla preghiera di volerlo seguire.

«Zahide aderì alle sue istanze, seguì il pomposo corteggio, e giunse al palazzo del re, il quale l’accolse seduto sul trono, colla principessa Zoloch ai fianchi. — Vieni,» le disse. «o straniero, la cui fedeltà e moderazione meritano ricompensa; dimmi il tuo nome, il tuo paese e la tua professione; tuo cognato non deve ignorare la tua storia: ma fanne in ispecial guisa la descrizione de’ vasti tuoi stati. —

«Zahide non avvezza all’accento ironico con cui le si parlava, si gettò ai piedi del re, e gli disse: — Che vostra maestà perdoni ai sentimenti che mi hanno qui condotta; io sono troppo, sincera per fingere più a lungo. —

«Zoloch, temendo ch’ella scoprisse un segreto sul quale aveva stabilito il proprio riposo, volle interromperla; ma Zahide, per far conoscere almeno alla principessa lo stato in cui l’amore avea ridotto il fratello, continua a parlare in questi sensi:

— Sire, il principe Kemserai....» A quel nome, Zoloch arrossì; ma Zahide proseguì, fingendo di non accorgersene: «Mio fratello,» disse, «è un re giovane ed infelice, che muore d’amore per la [p. 50 modifica] principessa Zoloch; egli non ha potuto resistere ai lacci che si tendono nei vostri stati agli stranieri, ed il canestro, portandolo qui, l’ha reso il più sventurato degli uomini. Io l’amo in guisa che non volli lasciarlo morire senza cercar di dargli qualche conforto; mi sono dunque esposta, sotto queste mentite spoglie, a tutti i perigli d’un lungo viaggio, per tentar l’avventura del canestro.

«— Come! non siete un uomo?» riprese il re.

«— No, sire, io mi chiamo Zahide,» rispos’ella, fregandosi il viso con un liquore preparato a tal uopo; indi, levatosi il turbante, che lasciò cadere i più bei capelli, parve sì leggiadra, che Badanazer ne fu colpito, e sentì gli strali dell’amore per la prima volta. Pure, non volendo comparire diverso da quello ch’era sempre stato, ed arrosendo d’un sentimento a lui sconosciuto, le disse con una falsa fierezza: — L’inganno che usaste, Zahide, meriterebbe la morte; chi sa pure se abbiate detto il vero sull’illustre vostra nascita? Ma io faccio grazia alle vostre attrattive: vivete vicino a Zoloch, senza speranza di rivedere vostro fratello, nè di tornare nei suoi stati. Per voi, sorella, continuate a cercarvi uno sposo: Zahide non è conforme alla legge. —

«Le due principesse si ritirarono: Zoloch, la quale, malgrado la conformità del nome, non osava lusingarsi che l’uomo cui amava fosse lo stesso di quello citato da Zahide, le volse tante domande, e questa le rammentò tante circostanze, che ormai, non dubitando più della verità, risolse di esporsi a tutto piuttosto che tornare nei giardini.

«Badanazer non tardò a venir a trovare colei che facevalo sospirare. Volle favellarle del proprio amore; ma, benchè lo trovasse amabile, Zahide lo trattò colla massima severità. Il principe se ne dolse, ed ella gli disse che, se voleva piacerle, bisognava le [p. 51 modifica] permettesse d’usare, colla principessa Zoloch, dell’autorità che le leggi imposte dal re dei geni, ed approvate dal consiglio, le davano sufficentemente.

«Badanazer fece sulle prime qualche difficoltà, ma finì col dirle: — Acconsento alle vostre brame, in quanto la cosa può dipendere da me, e non avrò altro volere fuor del vostro.

«— Da questo momento,» essa rispose, «io vieto le cene del giardino, e non voglio più che il canestro parta per andar a cercare altri stranieri.

«— Sono costretto a dirvi,» riprese il re, «che quanto proibite riguarda il re dei geni. Le parlerete voi stessa,» aggiunse poi, «essendomi facile di farlo venire: tutto quello che posso fare in quest’occasione, è di unire le mie preghiere alle vostre. Ma, mia sorella,» continuò, «non si mariterà dunque mai?

«— Perchè?» disse Zahide.

«— La legge m’ingiunge,» interruppe il re, «di far provare nei giardini lo sposo che il ciclo le destina.

«— Qualunque giuramento che abbia per oggetto una cosa impossibile nulla vale,» rispose Zahide con un’aria d’autorità onde il re fu sorpreso; «ed io ne farò uno più semplice, ma che osserverò religiosamente. Voi mi amate, sire?» aggiuns’ella con modestia; «ebbene! vi prometto di sposarvi, se potete privarvi, per mio amore, d’una cosa di cui il bisogno ed il piacere riuniti vi sproneranno a godere: vi do tre giorni per resistervi.

«— Acconsento,» rispose il re; «di che volete che mi privi? non v’ha nulla di cui non sia capace per provarvi il mio affetto.

«— Non vi conosco ancora abbastanza per esigere sagrifici,» rispos’ella; «ma se voi m’amate, potrete privarvi della cosa onde non vi avrò prevenuto. [p. 52 modifica] Su ciò io non voglio altro giudice fuor di voi stesso, e starò unicamente, alla vostra buona fede. —

«Badanazer partì per andar a riflettere col suo ministro, e trovare qualche luminosa privazione. Egli si era congedato dalle principesse sino alla sera del dì dopo, dovendo andar a caccia.

«Dopo lunghe meditazioni, il re credette aver trovato quanto cercava. — Io amo soltanto la caccia delle tigri, voi lo sapete, visir; andrò invece a quella delle gazzelle, da cui aborro; è un sacrificio che faccio alla bella Zahide, una penosa privazione che m’impongo: vedremo che ne dirà. No, quand’anche mi passassero cento tigri davanti, domani non ne ucciderò una sola, lo giuro. È un partito che deve convincerla del mio amore e del modo con cui si può resistere ai desiderii.

«Mentre il re prendeva questa risoluzione, le principesse trovarono il mezzo d’incaricare un uomo, che doveva seguire il principe alla caccia, di far quello che gli avrebbero ordinato. Zahide occupossi tutta la notte a preparare ciò che l’ufficiale, il quale conosceva bene il paese, le promise di far trovare al re. Le donzelle quindi si coricarono, aspettando il momento del ritorno di Badanazer, che arrivò trionfante, e voltosi alla sorella di Kemserai: — Voi assicurate, bella Zahide,» le disse, «che non si può vincersi? eppure oggi vi son pervenuto; ho fatto una caccia insipida, a vostro riguardo, ma spero di non ricaderci per molto tempo.

«— Siete dunque contento di voi?» riprese Zahide; «vediamo che cosa faceste.

«— Ho data la caccia alla gazzella,» diss’egli con fiducia.

«— In quale parte foste condotto?

«— Dalla parte dei palmeti; ma, a proposito, non [p. 53 modifica] sapete che cosa vi trovai? Uno squisito sorbetto, circondato di neve, in superbi vasi; giudicherete voi stessa della bontà di questo liquore, avendo dato ordine di recarvene.

«— Voi ne avete dunque gustato?» disse la principessa. — Senza dubbio,» riprese il re. «I miei ufficiali mi fecero notare inutilmente che non bisognava bere una cosa che non erasi veduta lavorare; ma faceva caldo, il sorbetto pareva così fresco, mi si presentava in guisa sì gradevole, che risi de11e loro osservazioni, e ben me ne trovai: non mi venne mai servita cosa più squisita, nè che mi facesse maggior piacere.

«— Questa confessione basta, principe, e voi mi avete resa la parola che vi diedi.

«— Come? che volete dire?» ripres’egli,» alquanto sconcertato, «Faceva caldo, aveva sete; è un gran male allora il bere?

«— Ecco la sorte della vostra legge decisa,» riprese Zahide, chinando modestamente gli occhi. «Giudicatene voi stesso. Non potete dire di non essere stato sufficientemente avvertito dell’innocente astuzia tesavi da me, ed alla quale soggiaceste ad onta delle ragioni che avete per resistere. Del resto, fui io a fare il sorbetto, e son lieta che vi sia piaciuto. —

«Quando l’imbarazzo del re fu alquanto dissipato, egli non sentì più che l’influenza della bellezza e dello spirito di Zahide, e cadendo ai suoi ginocchi, le disse:

«— Io vi cedo, ma per grande che sia in me la brama di soddisfare i vostri desiderii, non posso far nulla, senza consultar prima il re dei geni; ben vedete che il consiglio non oserebbe abrogare una legge fatta dietro le istanze di questi. Pure, bella Zahide, rassicuratevi; posso in un momento farlo comparir qui. — [p. 54 modifica]

«Ciò dicendo, Badanazer scrisse il nome del re dei geni ed il suo su alcuni fogli della più bella carta colorata e dorata che si trovasse in palazzo, la bruciò sur un fuoco di legno di sandalo e d’aloè, e tosto il genio comparve.

«Le principesse gli dipinsero la situazione dei loro cuori, e l’imbarazzo cui le riduceva la crudeltà della sua legge. Zahide gli fe’ sentir persino con finezza che aveva così operato per rancore. Il genio convenne d’essersi più volte rimproverata la severità della sua condotta. — Mia bella Zoloch,» aggiunse, «se distruggo l’incantesimo, del canestro, non pensate che gli anni ripiglieranno i loro dritti sulla vostra gioventù e sulle vostre attrattive?

«— Sì, signore, ci penso e mi vi sottometto; finchè piacerò, non m’accorgerò della legge comune:, quando cesserò di piacere, non mi sarà dessa indifferente? — «Il genio, commosso da quella prova d’amore, s’incaricò di distruggere il male da lui fatto, di togliere la memoria di quell’avventura a coloro che potessero vantarsi di aver ricevuto qualche favore dalla principessa, e di far abbandonar loro il lutto, non lasciando altra idea di quell’avvenimento fuor di quella che si può avere della voluttà in generale. — Non basta,» aggiunse poi; «il canestro non servirà che una sola volta: io gli darò ordine di andar a cercare il principe Kemserai. V’acconsentite voi, bella Zahide, e voi, vezzosa Zoloch, vorreste impedirmelo?» soggiunse sorridendo. La gioia dell’una ed il silenzio dell’altra gli mostrarono che quella proposta era loro gradevole.

«Mentre il piacere, la gioia e la speranza regnavano nel palazzo di Badanazer, il canestro partì, e si trovò in breve nella camera di Kemserai. Questo principe aveva appena un soffio di vita, ma la vista del canestro rianimandone le speranze, gli diede [p. 55 modifica] abbastanza forza per collocarvisi dentro senza alcun soccorso. Subito questo riprese il volo colla solita rapidità, e portò il principe nel palazzo ove Badanazer, la principessa ed il re dei geni lo aspettavano.

«Alla vista di Zoloch, Kemserai svenne; ma il genio gli fece trangugiare un liquore che gli rese all’istante la vita. L’amore e la diletta vergine avrebbero di certo operato tal miracolo, mettendovi però maggior tempo.

«Il re dei geni celebrò in persona il matrimonio dei quattro amanti, e non essendo loro più necessario, partì, lasciandoli fruire d’or innanzi dell’amore beato senza inquietudini.»

«Scheherazade terminò così la storia del canestro. Lo spirito ed il coraggio di Zahide piacquero assai al sultano, e specialmente a Dinarzade, per la quale le avventure meravigliose avevano sempre attrattive. Incoraggita dalle dimostrazioni lusinghiere del consorte, la sultana promise per la domane il racconto d’un episodio della vita di Schedad, sultano dello Yemen. La notte seguente, voltasi al sultano delle Indie, essa riprese la parola in questi termini:


Note

  1. Consolazione nell’afflizione: è un libro arabo di Alì ed Hassan, «soprannominato Tenoukhi, da Tenouk, una delle arabe tribù.
  2. È un romanzo scritto in versi persiani, contenente gli amori di Wamak e d’Azza, celebri amanti che vivevano prima di Maometto.
  3. È un uccello che i Persiani chiamano simurg, e gli Arabi anka, e che noi tradurremo per grifone. Quest’uccello, secondo gli Orientali, è mostruoso; parla ogni sorta di lingue, è ragionevole e capace di religione. Thamurath, il terzo re di Persia, della prima dinastia, seconda i Piehdaziani, fu trasportato su codest’uccello nelle regioni immaginarie. Gli Orientali dicono che da gran tempo l’anka sta ritirato sulla montagna di Kaf, che circonda il mondo, e che questo luogo è sconosciuto. Ciò che fa dir loro: — Tanto varrebbe insegnarvi la dimora dell’anka, o darvi sue notizie. —
  4. Zulal significa acqua dolce, limpida e squisita come la si beve in paradiso.
  5. Uno de’ fiumi del paradiso di Maometto; le sue acque sono più candide e dolci del latte.
  6. Il surmè è un color nero, di cui le Orientali pingonsi sovente le sopracciglia e che serve loro d’allegoria per la tristezza ed il dolore.