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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, VII-VIII.djvu/39


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distolto di effettuare il mio progetto: io voleva assolutamente spegnere il fuoco che mi divorava. Tale ostinazione irritò alla fine la principessa; un rossore misto di collera e di pudore le salì al viso, e mi disse: — Ebbene, sarete pago. Almeno non usatemi alcuna violenza: io non mi oppongo più ai vostri desideri ma vi domando una sola grazia: quella di chiudere, cioè, gli occhi quando sarete per attingere le ricchezze dell’amore: nessuno ne fu e non ne sarà padrone fuor di voi. —

«Queste lusinghiere e dolci parole m’indussero a coprirmi il capo col lembo dell’abito: chiusi gli occhi, come aveva promesso, e riflettendo alla felicità che stava per gustare, mi credei il più felice degli uomini. La principessa allora disse con mesto accento: — Aprite gli occhi!» Io obbedii con trasporto, e mi trovai nel funesto canestro che avevami là trasportato. Il dolore e la disperazione soggiogarono i miei sensi: smarrii la ragione e svenni.

«Frattanto il fatal canestro s’innalzò nell’aere: rinvenuto, vidi che veniva riportato nelle rovine, in cui avevalo trovato. Volli abbandonare quei funesti luoghi, bestemmiando contro il cielo e contro il mio destino: ma fui assai sorpreso trovando il giovane mercatante, ch’era venuto ad aspettarmi tutti i giorni, ben dubitando della disgrazia che tosto o tardi dovevami accadere.

«Mi sentii commosso al vederlo, ed i miei occhi diventarono simili al mare agitato da impetuosi venti. Quel vero amico mi disse, percuotendosi il petto: — Oh principe sfortunato, ora in preda a tetra melanconia, quand’anche vi avessi intertenuto mille anni su tutto quello che vedeste, convenite che non avrei potuto istruirvi abbastanza, non facendo che vie più stuzzicare la vostra curiosità. Aveste la fatale temerità di giudicarne da per voi; l’avete veduto, ed