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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, VII-VIII.djvu/25


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noscere lo stato al quale vidi ridotti quelli che tentarono l’avventura: il buon umore e la quiete dell’anima perduti, mi resero saggio a loro spese. Siatelo anche voi, ve ne scongiuro, pe’ miei consigli; pensate che quanto mi chiedete non può riescirvi che pericoloso, senza esservi d’alcuna utilità. —

«Tale rifiuto non facendo che aumentare la mia curiosità, gli narrai la mia storta e non gli nascosì il mio stato, nè la mia condizione. Questa confessione gli fece avere maggiori riguardi per le mie preghiere: ebbe pietà da mia ostinatezza, e mi disse con un sorriso amaro, ma pieno di benevolenza: — Amica del mio cuore, non si può spiegarvi questo mistero; per esserne istruito, bisogna uscire dalla città; è allora che, secondo mi fu detto, tutto sarà palese ai vostri occhi. - Partiamo all’istante,» gli dissi con vivacità.

«Egli fu commosso del mio stato: mi precedette, ed io lo seguii. Giungemmo in un sito deserto vicino alla città. La solitudine di quel luogo inspirava segreto orrore. Camminato alquanto, scorgemmo un palazzo in rovine, nel mezzo del quale si vedeva un canestro sospeso ad una corda, che sembrava attaccata all’alto d’una volta semicrollata. Il giovine mercante mi presentò il canestro, e guardandomi con occhi bagnati di lagrime: — Ponetevi,» mi disse, «in questo canestro, giacchè assolutamente lo volete, e slacciate il nodo che v’imbarazza il cuore.» Appena v’entrai, mi vidi sollevato colla rapidità del fulmine, od eguale a quella del grifone che libra il volo nel più alto degli spazi aerei. Io fui in un istante sì prodigiosamente innalzato, che in breve toccai il cielo; volli guardar la terra, ma qual fu la mia meraviglia vedendo che quest’universo, poco prima si vasto per me, sembravami appena un punto. Fu allora che mi pentii della mia