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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, VII-VIII.djvu/26


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temerità ma non era più tempo; da chi poteva io aspettar soccorso in mezzo allo spazio? M’abbandonai alla disperazione, e chinai la testa, dicendo alla fortuna: — Colpisci, crudele, son pronto a ricevere i tuoi colpi. —

«Era in quella terribite situazione di spirito, quando il canestro si fermò in un luogo di delizie, e posò in mezzo d’un giardino che superava in beltà lo stesso sole. Discesi prontamente da un veicolo che avevami cagionato tanto allarme: tosto esso s’innalzò al firmamento, e lo smarrii di vista. Giudicate se la mia inquietudine fu in breve cambiata in piacere, quando mi trovai in un prato smaltato di mille variopinti fiori, il cui miscuglio offriva un gradito spettacolo, mentre l’odorato godeva de’ più rari profumi.

«Resi grazie a Dio per avermi condotto in quel delizioso paradiso. Dopo aver attraversato il giardino, ne trovai un altro pieno di fioriti rosai: mille uccelli dimostravano, coi loro gorgheggi, il diletto d’abitarlo. Si vedeva in mezzo di questo secondo giardino, un’ampia vasca, le cui acque, più trasparenti del cristallo, diffondevansi con grato mormorio in un numero infinito di canaletti fiancheggiati da rose e viole. Lievi ed olezzanti zeffiretti lambivano i fiori di quel divino soggiorno, e torreggianti pioppi sembravano andar superbi dell’ombra che intorno spargevano; il fondo della vasca era più scintillante delle faci che si portano davanti ai monarchi dell’Indie, e le sue sponde ornate de’ più preziosi tappeti, alcuni ricamati in oro, altri di broccattello, altri infine di un gusto che ne superava la magnificenza. Scorgevasi in un canto del giardino un trono d’oro, coperto da una tenda di raso, circondato da superbi sofà; un gran numero di vasi, pieni di gelati e vini squisiti, stavano dalle due parti del trono. La delicatezza delle mense che vedevansi ammannite al