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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, VII-VIII.djvu/37


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«Allora mi percuoteva la testa, maledicendo il giorno in cui erami abbandonato a sì funesto amore, e facendomi i più amari rimproveri. Passai così il secondo giorno: quando il cielo cominciò a rischiararsi delle sue brillanti stelle, vidi le belle seguaci della principessa avanzarsi, secondo l’usato, nel giardino colle fiaccole; la regina sembrava tra esse come una palma, che, innalzando la superba cima fino alle nubi, domina sulle altre piante che la circondano. Allora, il fuoco dell’amore ricominciando ad ardermi assai più di prima, mi gettai a’ suoi piedi colla velocità del rapido torrente che cade dall’alto d’una rupe. Essa parve commossa della mia premura ed aiutandomi a rialzarmi con un’aria di compiacenza e d’amicizia, mi porse la mano, e postomi ancora sul trono ai suoi fianchi, ordinò, secondo il solito, di preparare il banchetto.

«Le mense furono tosto apparecchiate e servite; il ballo, il canto ed i concerti strumentali si fecero di nuovo udire; il vino cominciava già ad animare tutte le seguaci della principessa, ed a ripulire lo specchio dei loro cuori, che i dispiaceri potevano aver offuscato, allorchè la regina ordinò loro di andar al riposo. Trovandomi solo con lei, io non istetti molto a ricomiciar le carezze e le preghiere, spandendo lagrime che la sola passione poteva farmi versare. Mi ricordo altresì di averle detto con tutta la sommissione e la tenerezza possibile: — O sole abbagliante! e mar di bellezza! qual male può arrecare una formica in una quantità di zuccaro? qual danno cagionar può un’ape in una serra di fiori? Io era morto senza di voi: voi mi risuscitaste coll’acqua di vita; vorreste ora figgermi in cuore la spada della disperazione? M’innalzate fino al cielo colla bontà onde mi riceveste, ed ora opponete alle più tenere premure, ai più vivi desiderii, un rifiuto che mi