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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, VII-VIII.djvu/60


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ingannarti; io t’amo d’un affetto che non conosci, mentre tu non ami che le mie pene; ma saprò vendicarmi.

«Quanto sono infelice!» sclamò quindi; e sarà dunque indarno, o perfido, che, per soddisfarti, avrò scoperto un segreto cui era mio dovere di non penetrare? sarà invano che l’avrò tradito per isvelartelo? ben m’avveggo: tu spingerai la pervicacia sino a palesare alla mia padrona quanto ti dissi, e vedrai morire, senza una lagrima, una fanciulla che t’adora; ma io, io saprò impedirti di rivederla. Sperava che m’avresti concesso gli ultimi istanti del tuo soggiorno in questo giardino, il quale non sarà più per me se non un luogo d’orrore. Una parola, se tu ami la principessa, ti renderà infelice quant’io; l’amore m’aveva indotta a fartene un mistero: or sappi che la real donzella è tua domani, se vorrai sposarla e se io voglio renderti giustizia. Ma piuttosto che accondiscendere alla felicità della mia rivale, saprò fare uno spergiuro (di che non è capace un violento amore!), dichiarando, al cospetto di tutta la corte, che, sedotto dalle carezze, soggiacesti alle mie lusinghe; perderai così la fortuna alla quale mi sacrifichi, ed io servirò la mia padrona, che abborrisce più della morte dalle tue nozze. —

«Zahide fu imbarazzatissima di quella minaccia, e non sapeva a qual partito appigliarsi. Cosa sarebbe mai accaduto, se fosse, stata costretta a sposare la principessa? così la poca speranza d’essere utile al fratello ed il timore di perire inutilmente per lui, le fecero riguardare la vendetta di Mouna come il solo mezzo che la potesse cavar d’imbarazzo, facendola partire nel canestro. — Le tue riflessioni mi sono favorevoli?» riprese Mouna, accortasi dell’agitazione del suo spirito.

«— No, le tue minacce non m’hanno atterrito;