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Le Mille ed una Notti/Continuazione della Storia del Dormiente Svegliato

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Continuazione della Storia del Dormiente Svegliato
Storia del Dormiente Svegliato Storia di Aladino o la Lampada Meravigliosa
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NOTTE CCXCII

CONTINUAZIONE


DELLA STORIA DEL DORMIENTE SVEGLIATO.


— Sire,» disse Scheherazade al sultano delle Indie, «Abu Hassan sedè in mezzo alle acclamazioni degli uscieri, che gli auguravano ogni sorta di prosperità, e volgendosi a destra ed a manca, vide gli officiali delle guardie distribuiti in buon ordine ed in bel contegno.

«Intanto il califfo, uscito dal gabinetto, dov’erasi nascosto al momento che Abu Hassan entrava nella camera del consiglio, passò in un altro gabinetto che guardava in questa, d’onde potea vedere ed udire quanto accadeva nell’adunanza allorchè vi presiedea in sua vece il gran visir, e che qualche incomodo gli impediva d’assistervi in persona. Quello che subito gli piacque, fu di vedere che il giovane lo rappresentava sul trono quasi coll’egual gravità di sè medesimo.

«Quando Abu Hassan fu seduto, il gran visir Giafar, arrivato allora, gli si prosternò davanti appiè del trono, indi rialzatosi e voltosi alla sua persona: — Commendatore de’ credenti,» disse, «Dio ricolmi vostra maestà de’ suoi favori in questa vita, la riceva in paradiso nell’altra, e precipiti i suoi nemici nelle fiamme dell’inferno! — [p. 322 modifica]

«Dopo tutto ciò ch’eragli accaduto dacchè avevanlo svegliato, e ciò che udiva dalla bocca del gran visir, Abu Hassan più non dubitò di non essere il califfo, come aveva desiderato la notte scorsa; talchè, senza esaminare come o per qual avventura si fosse fatto un cambiamento di fortuna sì inaspettato, appigliossi sul momento al partito di esercitarne il potere. Laonde domandò al gran visir, guardandolo con gravità, se avesse qualche cosa da riferirgli.

«— Commendatore de’ credenti,» rispose il gran visir, «gli emiri, i visiri e gli altri officiali che seggono nel consiglio di vostra maestà, stanno alla porta aspettando il momento ch’ella si degni dar loro il permesso d’entrare, e venirle a rendere i loro soliti ossequi.» Abu Hassan gl’ingiunse subito di farli introdurre, ed il gran visir, voltandosi verso il capo degli uscieri, il quale non attendeva che l’ordine: — Capo degli uscieri,» gli disse, «il Commendatore de’ credenti comanda che facciate il dover vostro. —

«La porta fu aperta, ed in pari tempo entrati gli emiri ed i principali ufficiali della corte, tutti in abito magnifico di cerimonia, avanzaronsi in bell’ordine sino appiè del trono, e resero ad Abu Hassan i loro omaggi, ciascuno al suo posto, col ginocchio a terra e la fronte china fino al tappeto, come alla propria persona del califfo, e lo salutarono dandogli il titolo di Commendatore de’ credenti, giusta l’istruzione avuta dal gran visir; quindi tutti presero i loro posti, a misura che adempivano a questo dovere.

«Finita la cerimonia, e sedutisi tutti, si fece un alto silenzio. Allora il gran visir, sempre in piedi davanti al treno, cominciò a fare il suo rapporto intorno a parecchi affari, secondo l’ordine delle carte che teneva in mano. Erano, per vero dire, affari comuni e di poca conseguenza; ma nulladimeno non [p. 323 modifica] lasciò Abu Hassan di farsi ammirare, persino dal califfo. Infatti non si smarrì di spirito, e non parve menomamente imbarazzato; pronunciava giusto su tutti, secondo che il buon senso gli suggeriva, sia che si trattasse di accordare oppure di ricusare ciò che veniva richiesto.

«Il giudice di polizia, che teneva gli occhi su Abu Hassan, ed il quale si avvide che questi lo guardava particolarmente, udendosi chiamare, si alzò subito, ed accostatosi gravemente al trono, appiè del quale si prosternò col volto sino a terra: — Giudice di polizia,» gli disse Abu Hassan quando si fu rialzato, «andate sul momento, e senza perder tempo; in un tal quartiere ed in una via che gl’indicò; avvi colà una moschea dove troverete l’imano e quattro vecchi colla barba bianca; impadronitevi delle loro persone, e fate dare a ciascuno de’ quattro vecchioni cento nervate e quattrocento all’imano. Poi fateli salire tutti e cinque ciascuno sopra un camello, vestiti di cenci e col viso rivolto verso la coda della bestia. In tale equipaggio, li farete girare per tutti i quartieri della città, preceduti da un banditore che gridi ad alta voce:

«— Ecco il castigo di chi s’immischia in affari che non lo risguardano, occupandosi di gettare la discordia nelle famiglie de’ vicini, e cagionar loro tutto il male di cui sia capace.

«È inoltre mia intenzione che prescriviate loro di cambiar quartiere, col divieto di mai più rimetter piede in quello, dal quale saranno stati scacciati. Mentre il vostro luogotenente farà loro eseguir la passeggiata che v’ho detto, tornerete a rendermi conto della esecuzione de’ miei ordini. —

«Si mise il giudice di polizia la mano sulla testa per dinotare che andava tosto ad eseguire l’ordine ricevuto, sotto pena di perderla egli medesimo se vi [p. 324 modifica] mancava. Prosternatosi quindi una seconda volta davanti al trono e rialzatosi, se ne andò.

«Quell’ordine dato con tal fermezza, fece tanto maggior piacere al califfo, in quanto che conobbe da ciò che Abu Hassan non perdeva il tempo di approfittar dell’occasione per punire l’imano ed i vecchi del suo quartiere, poichè la prima cosa alla quale, vedendosi califfo, aveva pensato, era stata di farli punire.

«Intanto il gran visir continuava a fare il suo rapporto, e stava per finirlo, quando, tornato il giudice di polizia, si presentò per render conto della sua commissione. Si accostò al trono, e dopo la solita cerimonia del prosternarsi: — Commendatore de’ credenti,» disse ad Abu Hassan, «ho trovato nella moschea, indicatami da vostra maestà, l’imano ed i quattro vecchioni; e per prova che adempii fedelmente all’ordine ricevuto dalla sacra vostra persona, eccone il processo verbale sottoscritto da parecchi testimoni fra i primi abitanti del rione.» E nel medesimo tempo cavata dal seno una carta, la presentò al preteso califfo.

«Abu Hassan prese il processo verbale, lo lesse tutto intiero, financo i nomi de’ testimoni, tutte persone a lui note, e quand’ebbe finito: — Va bene,» disse, sorridendo, al giudice di polizia; «sono contento, e m’avete fatto piacere: tornate al vostro posto. Que’ bacchettoni,» disse fra sè, pieno di soddisfazione, «che permettevansi di chiosare sulle mie azioni, e trovavano mal fatto che ricevessi e trattassi in casa mia, i galantuomini, ben meritavano quest’avania e tale castigo.» Il califfo, che l’osservava, penetrò nel di lui pensiero, e sentì in sè stesso una contentezza inesprimibile d’una si bella spedizione.

«Abu Hassan si volse poscia al gran visir, e gli disse: — Fatevi dare dal gran tesoriere una borsa di [p. 325 modifica] mille pezze d’oro, ed andate al quartiere, dove ho mandato il giudice di polizia, a portarla alla madre d’un certo Abu Hassan, soprannominato lo Scapestrato. È un uomo conosciuto da tutto il rione sotto tal nome, e non v’ha alcuno che non sappia insegnarvene la casa. Andate, e tornate subito. —

«Giafar si mise la mano sul capo per dinotare che affrettavasi ad obbedire, e prosternatosi quindi davanti al trono, usci, ed andato dal gran tesoriere, che gli consegnò la borsa, la fece prendere da uno degli schiavi che lo seguiva, e recossi a portarla alla madre di Hassan. Trovatala, le disse che il califfo mandavale quel dono, senza spiegarsi più oltre; lo ricevette ella colla massima sorpresa, non sapendo immaginare cosa avesse potuto indurre il califfo ad usarle tanta liberalità, ed ignorando quanto accadeva in palazzo.

«Durante l’assenza del gran visir, il giudice di polizia fece il rapporto di diversi affari risguardanti il proprio ministero, che durò fino al ritorno del visir; appena fu questi rientrato nella camera del consiglio ed ebbe assicurato Abu Hassan d’aver adempito all’ordine ingiuntogli, comparve il capo degli eunuchi, cioè Mesrur, il quale, dopo aver accompagnato il falso califfo sino al trono, era rientrato nell’interno del palazzo, e con un cenno avvisò visiri, emiri e tutti gli officiali, che il consiglio era finito e potevano ritirarsi; in fatti essi, preso prima congedo con una profonda riverenza a’ piedi del trono, se ne andarono collo stesso ordine ond’erano entrati. Non rimasero dunque se non gli ufficiali della guardia ed il gran visir.

«Non si fermò Abu Hassan a lungo sul trono; ne discese alla stessa guisa che v’era salito, cioè assistito da Mesrur e da un altro officiale degli eunuchi, che lo presero sotto le ascelle, accompagnandolo fino [p. 326 modifica] all’appartamento, d’ondo era uscito. Vi entrò egli preceduto dal gran visir; ma fatti appena alcuni passi, esternò di aver qualche urgente bisogno, e tosto gli fu aperto un bellissimo gabinetto col suolo di marmo, invece che l’appartamento, dove trovavasi, andava coperto di ricchi tappeti al par degli altri luoghi del palazzo. Gli presentarono una calzatura di seta trapunta d’oro, ch’era costume di mettersi prima di entrarvi, ed egli la prese, ma ignorandone l’uso, se la posò in una delle maniche, ch’erano larghissime.

«Siccome accade spesso che si rida piuttosto d’una bagattella che non di qualche cosa d’importante, poco mancò che il gran visir, Mesrur e tutti gli officiali del palazzo che trovavansi presso di lui, non iscoppiassero dalle risa, per la voglia che loro ne venne, e così non guastassero tutta la festa; ma si contennero, ed il gran visir fu infine costretto a spiegargli che doveva calzarsene prima di entrare nel gabinetto.

«Mentre Hassan stava in quello, il gran visir andò a trovare il califfo, ch’erasi già posto in un altro luogo per continuar ad osservare Abu senza esserne visto, e gli raccontò l’accaduto, recandogli così nuovo piacere.

«Uscito Abu Hassan dal gabinetto, Mesrur, camminando innanzi per insegnargli la strada, lo condusse nell’appartamento interno, dove stava ammannita la mensa. Aperta la porta che vi metteva, parecchi eunuchi corsero subito ad avvertire le musicanti che il califfo accostavasi; tosto cominciarono esse un concerto di voci e di stromenti de’ più melodiosi, con tal diletto del giovane, che se ne trovò inebbriato di gioia e piacere, nè sapeva assolutamente cosa pensare di quanto vedeva ed ascoltava. — Se è un sogno,» diceva fra sè, «il sogno è lungo. Ma non è sogno,» continuava; «mi sento bene, ragiono, veggo, cammino, odo. Checchè ne sia, mi rimetto a Dio [p. 327 modifica] di ciò che sarà. Non posso però non credere di essere il Commendatore de’ credenti: non v’ha che un Commendatore de’ credenti che possa trovarsi nello splendore in cui sono. Gli onori ed i rispetti che mi furono resi e mi si rendono, gli ordini che ho dati e vidi eseguiti, ne sono prove più che sufficienti. —

«In fine, Abu Hassan tenne per fermo di essere il califfo, e ne fu convinto appieno quando si trovò in una sala magnifica e delle più spaziose, dove l’oro misto ai più vivaci colori, brillava in ogni parte. Sette compagnie di musicanti, tutte più belle le une delle altre, stavano in giro per quella sala; e sette lampadari d’oro, a sette bracciali ciascuno, pendevano da diversi punti della vòlta, dove l’oro e l’azzurro, ingegnosamente commisti, producevano maraviglioso effetto. Nel mezzo stava una mensa coperta di sette enormi piatti d’oro massiccio, che profumavano la sala coll’odore delle spezierie e dell’ambra, ond’erano condite le vivande. Sette giovani dame in piedi, di stupenda bellezza, vestite d’abiti di varie preziose stoffe e dei più vivaci colori, circondavano la tavola, tenendo in mano un ventaglio ciascuna, di cui dovevano servirsi per far aria ad Abu Hassan, mentre trattenevasi a mensa.

«Se mai mortale rimase stupito, fu certo Hassan quando entrò in quella magnifica sala. Ad ogni passo non potea trattenersi dal fermarsi per contemplare a bell’agio tutte le maraviglie che gli si offerivano alla vista, volgendosi ad ogni istante da una parte e dall’altra, con sommo diletto del califfo che l’osservava attentamente. In fine, avanzatosi fino in mezzo, sedè a tavola. Subito le sette belle dame, che vi stavano intorno, si misero ad agitare tutte insieme i loro ventagli per far aria al nuovo califfo, il quale, guardandole ad una ad una, dopo aver ammirata la grazia colla quale adempivano a quell’ufficio, disse loro, [p. 328 modifica] con un grazioso sorriso, credere che una sola bastasse a ventilarlo a sufficenza, e volle che le sei altre si mettessero a desco con lui, tre alla destra e tre alla sinistra, per tenergli compagnia. La tavola era rotonda, ed Hassan le fece collocare tutte all’ingiro, affinchè da qualunque parte volgesse l’occhio, non potesse incontrarsi che in oggetti gradevoli e divertenti.

«Obbedirono le sei dame, e si posero a mensa; ma Abu Hassan, accortosi che per di lui rispetto non mangiavano, ciò gli diede occasione di servirle egli medesimo, invitandole e sollecitandole a mangiare in cortesissimi termini. Chiese poi loro come si chiamassero, ed avendo ciascuna soddisfatto alla sua curiosità, udì che i loro nomi erano: Collo d’Alabastro, Bocca di Corallo, Faccia di Luna, Splendore del Sole, Piacere degli Occhi, Delizia del Cuore. Fece la stessa domanda anche alla settima, che teneva il ventaglio, e quella gli rispose chiamarsi Canna di Zuccaro. Le gentilezze che disse ad ognuna intorno ai loro nomi, fecero conoscere come possedesse moltissimo spirito, e niun può credere quanto ciò servisse ad accrescere la stima che il califfo, il quale nulla avea perduto di ciò che gli sentì dire su tal particolare, aveva già per lui concepito.

«Quando le dame videro che Hassan più non mangiava: — Il Commendatore de’ credenti,» disse una, volgendosi agli eunuchi presenti per servire, «vuol passare nella sala delle frutta; si rechi da lavarsi.» Alzaronsi allora tutte insieme da tavola, presero dalle mani degli eunuchi questa un bacile d’oro, quella una brocca del medesimo metallo, la terza una salvietta, e presentatesi col ginocchio a terra ad Hassan, il quale stava ancora seduto, gli porsero da lavarsi; ciò fatto, egli si alzò, e subito un eunuco tirò la portiera ed aprì la porta di un’altra sala, in cui doveva passare.»

[p. 329 modifica]Scheherazade cessò di parlare; il suo racconto era stato più lungo del solito, con grande soddisfazione del sultano, che quella storia divertiva assai. Il giorno seguente, essa la ripigliò in codesti sensi:


NOTTE CCXCIII


— Mesrur, il quale non aveva mai abbandonato Abu Hassan, andò innanzi, introducendolo in una sala simile in ampiezza a quella d’onde usciva, ma adorna di molte pitture de’ migliori artisti, ed arricchita di vasi dell’uno e dell’altro metallo, di tappeti e di altri mobili più preziosi. Eranvi in questa sala sette compagnie di cantatrici, diverse da quelle che trovavansi nella prima sala, e queste sette compagnie o piuttosto cori di musica cominciarono, appena comparve Hassan, un nuovo concerto. La sala era adorna di sette altri grandi lampadari, e la tavola del mezzo vedeasi coperta da sette grandi bacili d’oro, pieni a piramide d’ogni sorta di frutti della stagione, i più belli, scelti e squisiti che si potessero desiderare; intorno stavano sette altre giovani dame, ciascuna col ventaglio in mano, che superavano in leggiadria le prime.

«Que’ nuovi oggetti gettarono Abu Hassan in un’ammirazione maggiore di prima, e fecero che, fermandosi, prorompesse nei segni più sensibili di sorpresa e di stupore. Inoltrossi finalmente sino alla mensa, e quando vi fu seduto e ch’ebbe contemplate a bell’agio le sette dame, con un imbarazzo dinotante non saper egli a chi dare la preferenza, ordinò loro di lasciar i ventagli, per mettersi a tavola con lui, [p. 330 modifica] dicendo che il caldo non era sì molesto per aver d’uopo del loro ministero.

«Collocatesi le dame a destra ed a sinistra di Abu Hassan, volle egli, prima di tutto, sapere come si chiamassero, ed udì che ciascuna portava un nome diverso da quelli delle sette dame della prima sala, e che codesti nomi significavano parimente qualche perfezione dell’animo o dello spirito, che serviva a distinguerle le une dalle altre; ciò gli piacque estremamente, e lo dimostrò colle galanterie che disse anche in quest’occasione, presentando a ciascuna de’ frutti dei sette bacili. — Mangiatelo per amor mio,» disse a Catena de’ Cuori, che aveva alla destra, presentandole un fico, «e rendete più sopportabili le catene che mi fate portare fin dal primo istante in cui vi vidi.» Presentando poi un grappolo a Tormento dell’Anima: — Prendete quest’uva,» le disse, «alla condizione che farete al più presto cessare i tormenti che provo per amor vostro.» E così via via a tutte le altre. Per tal guisa Abu Hassan faceva che il califfo, il quale stava attentissimo a tutte le azioni ed a tutte le sue parole, sempre più si compiacesse d’aver trovato in lui un uomo che sì gradevolmente lo divertiva, ed avevagli dato occasione d’immaginare il mezzo di conoscerlo più a fondo.

«Quando Hassan ebbe mangiato, fra tutte le frutta che trovavansi su’ bacili, quelle che più gli piacquero, si alzò; e subito Mesrur, che mai non l’abbandonava, tornò ad andar innanzi, e lo introdusse in una terza sala, ornata ed addobbata magnificamente quanto le due prime.

«Vi trovò sette altri cori di musica e sette altre dame intorno ad una mensa coperta da sette aurei bacili, pieni di confetture liquide di diversi colori e di varie fogge. Volti gli occhi da tutte le parti con nuova maraviglia, si avanzò verso la tavola agli [p. 331 modifica] armoniosi concenti de’ sette cori musicali, che tosto cessarono appena fu seduto. Anche qui le sette dame si posero, per suo ordine, a’ di lui fianchi, e siccome non poteva usar loro la medesima civiltà di servirle, come aveva fatto alle altre, le pregò di scegliere da sè le cose che maggiormente gradissero; s’informò pure de’ loro nomi, che non gli piacquero meno, per la loro diversità, di quelli delle altre dame, e gli somministrarono nuova materia di conversare con esse, e dir galanterie, che lor fecero non minor piacere che al califfo, al quale nulla sfuggiva di quant’egli diceva.

«Già cominciava a calare il giorno, quando Abu Hassan fu condotto nella quarta sala, ornata, come le altre, delle più magnifiche e preziose suppellettili, e dove stavano pure sette grandi lampadari d’oro, pieni di ceri accesi; tutta la sala poi era illuminata da una prodigiosa quantità di fiaccole di stupendo effetto, nulla essendosi in fatti veduto di simile nell’altre tre, poichè non n’era stato bisogno. Hassan trovò ancora in quest’ultima sala, come nelle tre precedenti, sette nuovi cori di musica che concertavano tutti insieme in modo assai più giulivo degli altri, e sembrava ispirassero gioia maggiore. E quivi pur vide sette altre dame in piedi attorno ad una tavola su cui stavano pure sette bacili d’oro pieni di pastesfogliate, d’ogni sorta di confetture secche e di tutte le altre cose atte ad eccitare la sete. Ma quello che Abu Hassan non avea veduto nelle altre sale, fu una credenza guarnita di sette grossi fiaschi d’argento pieni di prelibati vini, e con sette tazze di cristallo, di bellissimo lavoro, poste vicino ai fiaschi.

«Fin allora, cioè nelle prime tre sale, aveva Hassan bevuto acqua sola, secondo l’uso che a Bagdad si osserva tanto fra il popolo e nei ceti superiori, quanto alla corte del califfo, dove non bevesi di solito [p. 332 modifica] il vino se non la sera, riguardandosi tutti quelli che si contengono diversamente quai viziosi, sicchè dessi non osano farsi vedere di giorno: uso tanto più lodevole, che si ha d’uopo di tutto il proprio senno per attendere nel giorno agli affari; e così, non bevendosi vino se non di notte, non veggonsi di pien meriggio ubbriaconi cagionar disordini per le vie di quella città.

«Entrò dunque Hassan nella quarta sala, ed inoltratosi fino alla mensa, vi sedè, restando molto tempo come in estasi ad ammirare le sette dame che lo circondavano; e trovatele più belle di quelle nelle altre sale vedute, s’invogliò di saperne i nomi di ciascuna in particolare; ma siccome il grande strepito della musica, e specialmente dei tamburelli suonati in ogni coro, non gli permetteva di farsi intendere, battè le mani per farla cessare, e tosto tutto fu silenzio.

«Allora, presa per mano la dama che stavagli più vicina alla destra, la fece sedere, e presentatale una sfogliata, le domandò come si chiamasse. — Commendatore de’ credenti,» rispose quella, «il mio nome è Mazzolino di Perle. — Non vi si potea imporre nome più conveniente,» ripigliò Abu Hassan, «e che facesse meglio conoscere ciò che valete; senza però biasimare chi ve lo diede, trovo che i bellissimi vostri denti ecclissano la più bell’acqua di tutte le perle della terra. Mazzolino di Perle,» soggiunse, «poichè tale è il vostro nome, fatemi il favore di prendere una tazza, e recarmi da bere colla vostra bella mano. —

«Andò subito la dama alla credenza, e ne tornò colla tazza colma di vino, presentandola ad Hassan in aria tutta graziosa; questi la prese con piacere, e guardandola teneramente: — Mazzolino di perle,» le disse, «bevo alla vostra salute; vi prego di versarvene altrettanto, e corrispondere al mio brindisi. «Corse la giovane alla credenza, e tornatane colla tazza in mano, prima di bere si mise a cantare un’ [p. 333 modifica] arietta che lo rapì non meno per la novità che per l’incanto d’una voce, onde fu maggiormente sorpreso.

«Dopo aver bevuto, il finto califfo scelse ciò che gli piacque ne’ bacili, e presentandolo ad un’altra dama, che si fece sedere accanto, la richiese anch’essa del nome. Rispose quella chiamarsi Stella Mattutina. — I vostri begli occhi,» soggiuns’egli, «risplendono e brillano più della stella di cui portate il nome; andate, e fatemi il favore di recarmi da bere.» Obbedì ella subito colla maggior grazia; trattò poi egli in egual guisa con una terza dama chiamata Luce del Giorno, e così di seguito fino alla settima, che tutte gli versarono da bere con gran diletto del califfo.

«Quando Abu Hassan ebbe finito di bere altrettante tazze quante erano le dame, Mazzolino di Perle, la prima cui erasi rivolto, andò alla credenza, prese un bicchiere, ed empitolo di vino, dopo avervi gettata una presa della polvere, ond’erasi servito il califfo il giorno precedente, venne a presentarglielo, e: — Commendatore de’ credenti,» gli disse, «supplico vostra maestà, per l’interesse che sento alla conservazione della sua salute, di prendere questa tazza di vino, e farmi la grazia, prima di bere, d’ascoltare una canzone, la quale oso lusingarmi non le dispiacerà; l’ho appunto composta oggi, e non l’ho peranco cantata ad alcuno.

«— Vi concedo con piacere la grazia,» le rispose Hassan, prendendo il bicchiere che quella gli presentava, «e vi comando, in qualità di Commendatore de’ credenti, di cantarmela, persuaso che una bella creatura come voi non possa far altro che cose dilettevoli e piene di spirito.» Prese la dama un liuto, e cantò, accordando la voce al suono dello stromento, la sua arietta con tanto brio, tanta grazia ed espressione, che rapì Abu come in estasi dal [p. 334 modifica] principio sino alla fine. La trovò egli sì bella, che gliela fece replicare, e non fu meno dilettato la seconda della prima volta.

«Finito il canto, Abu Hassan, che voleva lodare la dama come meritava, votò prima il bicchiere tutto d’un sorso. Poi, volgendo la testa alla bella donna come per parlarle, ne fu impedito dalla polvere, la quale fece sì repentinamente il suo effetto, che non potè se non aprire la bocca balbettando. Tosto gli si chiusero gli occhi e lasciando cader la testa sino sulla tavola, come uomo vinto dal sonno, si addormentò dello stesso profondo sopore del giorno precedente, circa alla medesima ora, in cui il califfo avevagli amministrato di quella polvere stessa; nel medesimo istante fu pronta una dama, che gli stava vicino, a prendere il bicchiere, cui si lasciò cadere di mano. Il califfo, il quale erasi dato da se quel divertimento con una soddisfazione superiore di quanta mai se ne fosse ripromessa, ed era stato spettatore dell’ultima scena, come d’ogni altra che Abu Hassan avevagli data, uscì dal luogo dove stava, e comparve nella sala tutto allegro d’essere sì ben riuscito nell’immaginato piano. Comandò primieramente che, spogliato Hassan dell’abito di califfo, di cui vestito lo aveano la mattina, gli rimettessero quello che indossava ventiquattr’ore prima, quando lo schiavo che l’accompagnava avevalo portato nel suo palazzo; quindi, fatto venire lo schiavo stesso, appena si fu questo presentato: — Riprendi.» gli disse, «quell’uomo, e tornalo a portare a casa sua sul suo sofà, senza far rumore; e ritirandoti, lascia egualmente aperta la porta.»

— Confesso,» disse il sultano alla sposa, la quale cessava di parlare, «che il califfo Aaron-al-Raschid conosceva assai bene l’arte di variare i propri piaceri. Sono curioso di sapere che cosa fece Abu Hassan [p. 335 modifica] quando si trovò in casa sua, dopo aver fruito un momento del supremo potere. — Sire,» ripigliò Scheherazade, «questo lo conoscerete la notte seguente.»


NOTTE CCXCIV


— Lo schiavo, preso l’addormentato, lo portò via per la porta segreta del palazzo, lo rimise in sua casa, come avevagli comandato il califfo, e tornò in fretta a rendergli conto dell’operato. — Abu Hassan,» disse allora il califfo, «desidero d’essere califfo un giorno solo, all’uopo di castigare l’imano della moschea del suo quartiere ed i quattro sceicchi e vecchioni, la cui condotta non gli piaceva: gli ho procurato il mezzo di soddisfarsi, e su questo articolo dev’essere contento. —

«Abu Hassan, rimesso dallo schiavo sul sofà, dormì fino alla domane assai tardi, nè si svegliò se non allorquando la polvere gettata nell’ultimo bicchiere da lui bevuto, ebbe fatto tutto il suo effetto. Allora, aperti gli occhi, fu sorpreso assai trovandosi in casa propria. — Mazzolino di Perle, Stella Mattutina, Alba del Giorno, Bocca di Corallo, Faccia di Luna,» gridò, chiamando le dame del palazzo che avevangli tenuto compagnia, ciascuna pel suo nome, per quanto se ne potè ricordare, «dove siete? Venite, avvicinatevi. —

«Hassan gridava di tutta forza, e sua madre, uditolo fin dal proprio appartamento, accorse al romore, ed entrando nella stanza: — Che avete mai, figliuolo?» gli chiese. «Che cosa vi è accaduto? —

«A tali parole, Abu Hassan alzò la testa, e guatando la madre fieramente e con disprezzo: — Buona [p. 336 modifica] donna,» le chiese a sua volta, «chi è mai che tu chiami tuo figlio?

«— Voi medesimo,» rispose la madre con dolcezza. «Non siete voi Abu Hassan mio figliuolo? Sarebbe la cosa più singolare del mondo che l’aveste in sì breve tempo dimenticato.

«— Io tuo figliuolo! vecchia esecrabile,» riprese Hassan; «non sai quello che ti dica, e sei una bugiarda! Io non sono quell’Abu Hassan che tu cerchi; sono il Commendatore de’ credenti.

«— Tacete, figliuolo,» replicò la madre; «non avete giudizio; vi prenderebbero per pazzo se vi udissero.

«— Una vecchia pazza sei tu,» tornò a dire l’altro, «e non io, come pretendi. Ti ripeto che sono il Commendatore de’ credenti, ed il vicario in terra del padrone de’ due mondi.

«— Ah! figlio mio!» sclamò la madre; «è mai possibile che vi oda proferire parole dimostranti tanta alienazione mentale? Qual maligno genio vi possiede per farvi tenere simili discorsi? La benedizione del cielo sia con voi, o vi liberi dalla malizia di Satana! Voi siete mio figliuolo Abu Hassan, ed io sono vostra madre. —

«Dopo avergli dati tutti i contrassegni che seppe immaginare per farlo rientrare in sè medesimo ed indurlo a comprendere che trovavasi in errore: — Non vedete,» continuò essa, «che questa camera dove siete è la vostra, e non già la stanza d’un palazzo degno del Commendatore de’ credenti, e che non l’abbandonaste dacchè siete al mondo, rimanendo inseparabilmente con me? Riflettete bene a tutto ciò che vi dico, e non istate a figgervi nell’immaginazione cose che non sono e non possono esser vere. Ancora una volta, figliuolo, pensatevi sul serio. —

«Abu Hassan ascoltò pacificamente le rimostranze della madre, e cogli occhi bassi e la mano sotto il [p. 337 modifica] mento, come uomo che rientri in sè per esaminare la verità di quanto vede ed ode: — Credo che abbiate ragione,» disse alla madre qualche momento dopo, quasi destandosi da profondo sonno, senza però cangiar positura; «mi sembra d’essere Abu Hassan, che voi siate mia madre, e ch’io mi trovi nella mia stanza. Ancora una volta,» soggiunse, volgendo gli occhi su tutto ciò che gli si presentava alla vista, «sono Abu Hassan, e non ne dubito più; non capisco come mi sia cacciata questa fantasia nella testa. —

«La madre credette di buona fede che suo figlio fosse guarito dalla perturbazione che gli agitava lo spirito, e ch’ella attribuiva ad un sogno; e preparavasi anzi a riderne con lui e ad interrogarlo intorno a codesto sogno, quando, d’improvviso, egli si mise a sedere sul letto, e guardandola di traverso: — Vecchia strega, vecchia maga,» le disse; «tu non sai quello che ti dica: io non sono tuo figlio, nè tu sei mia madre. T’inganni tu stessa, e vuoi darmela ad intendere. Ti dico che sono il Commendatore dei credenti, e non mi persuaderai del contrario.

«— Per carità, figliuolo, raccomandatevi a Dio, ed astenetevi dal tenere un linguaggio che potrebbe tirarvi addosso qualche disgrazia. Parliamo piuttosto d’altra cosa, e lasciate che vi racconti quanto ieri accadde nel nostro quartiere all’imano della nostra moschea ed a’ quattro sceicchi nostri vicini. Il giudice di polizia li fece prendere, e dopo aver fatto dare in sua presenza non so quante nervate a ciascuno, fece pubblicare da un banditore ch’era quello il castigo di chi immischiavasi negli affari altrui e facevasi un’occupazione di gettar la discordia nelle famiglie de’ vicini. Li fece poscia girare per tutti i quartieri della città col medesimo grido, e proibì loro di rimetter mai più il piede nel nostro rione. — [p. 338 modifica]«La madre di Hassan, la quale immaginar non poteva che suo figlio avesse avuto parte all’avventura ch’essa narrava, aveva cangiato espressamente discorso, considerando il racconto d’un tal caso come un mezzo capace di cancellar l’impressione fantastica, in cui lo vedeva, di essere il Commendatore de’ credenti.»

Con sommo rincrescimento del sultano, l’alba costrinse Scheherazade di rimandare alla notte seguente la continuazione dell’interessante novella.


NOTTE CCXCV


— Ma, sire, accadde tutto il contrario; quel racconto, invece di scancellar l’idea che pur sempre aveva d’essere il califfo, non servì che a ricordargliela e ad imprimergliela tanto più profondamente nell’immaginazione, quanto infatti non era fantastica, ma reale.

«Quindi, appena Abu Hassan ebbe inteso quel racconto: — Non sono più tuo figliuolo, nè Abu Hassan,» ripigliò egli; «sono certamente il Commendatore de’ credenti; non posso più dubitarne dopo ciò che tu mi narrasti. Sappi essere stato d’ordine mio se l’imano ed i quattro sceicchi, vennero puniti nel modo che mi dicesti. Sono dunque davvero il Commendatore de’ credenti, ti dico, e cessa dal ripetermi ch’è un sogno. Non dormo, ed era tanto desto quanto lo sono nel momento che ti parlo. Mi fai piacere confermandomi ciò che il giudice di polizia, al quale io ne diedi l’incarico, mi ha riferito, cioè che il mio ordine fu eseguito puntualmente; e me ne trovo assai contento, perchè quell’imano e [p. 339 modifica] quei quattro sceicchi sono veri ipocritoni. Vorrei saper ben io chi m’ha portato in questo luogo? Dio sia lodato di tutto! Ma quanto v’ha di vero è ch’io sono certissimamente il Commendatore de’ credenti, e tutte le tue ragioni non mi persuaderanno del contrario. —

«La madre, non potendo indovinare, nè immaginarsi nemmeno perchè suo figlio sostenesse con tal ostinazione e con tanta asseveranza d’essere il Commendatore de’ credenti, più non dubitò che non avesse perduto il senno, udendolo parlar di cose che nella mente di lei erano incredibili, sebbene in quella di Hassan avessero il loro fondamento. E in tal pensiero: — Figliuolo,» gli disse, «prego Iddio che abbia pietà di voi e vi faccia misericordia. Deh! cessate da un discorso sì privo di buon senso. Rivolgetevi a Dio; domandategli perdono, e che vi conceda la grazia di parlare come un uomo ragionevole. Che cosa direbbesi di voi se vi udissero favellare in tal guisa? Non sapete che i muri hanno le orecchie? —

«Rimostranze sì belle, lungi dall’acchetare lo spirito di Abu Hassan, non servirono se non ad inasprirlo vie maggiormente, ed adirandosi con più violenza contro la madre: — Vecchia,» le disse, «ti ho già avvertita di tacere; se continui ancora, mi alzerò e ti tratterò in un modo che te ne risentirai per tutto il resto de’ tuoi giorni. Sono il califfo, il Commendatore de’ credenti, e devi credermi quando te lo dico. —

«La buona donna, la quale vide che il figliuolo deviava sempre più dal suo buon senno invece di rientrarvi, si diè in preda ai pianti ed alle lagrime; e percuotendosi il volto ed il petto, mandava esclamazioni che manifestavano il suo stupore, ed il dolore profondo di veder Abu in quella terribile alienazione mentale.

[p. 340 modifica]«Hassan, invece di calmarsi e lasciarsi commuovere dalle lagrime della madre, dimenticossi anzi al punto di perdere verso di lei quel rispetto che la natura doveva inspirargli. Alzossi in furia, prese un bastone, e correndo a lei come un furioso col braccio alzato: — Maledetta vecchia,» le disse nella sua stravaganza, e con voce da incuter terrore ad ogni altro fuorchè ad una madre piena di tenerezza, «dimmi subito chi sono.

«— Figliuolo,» rispose la madre, guardandolo teneramente, invece di spaventarsi, «non vi credo abbandonato da Dio al punto di non conoscere quella che v’ha posto al mondo, e di sconoscervi voi medesimo. Non fingo nel dirvi che siete mio figlio Abu Hassan, e che avete gran torto d’arrogarvi un titolo che non appartiene se non al califfo Aaron-al-Raschid, vostro sovrano signore e mio, mentre quel monarca ci colma di beni, voi e me, per mezzo del regalo mandatomi ieri. In fatti, dovete sapere che il gran visir Giafar si prese ieri il disturbo di venirmi a trovare, e messami in mano una borsa di mille pezze d’oro, mi disse di pregar Dio pel Commendatore de’ credenti che mi facea quel dono. E tale liberalità non riguarda piuttosto voi che me, che ho appena pochi giorni da vivere? —

«A tali parole, Hassan non si contenne più. Le circostanze della liberalità del califfo, che sua madre andavagli raccontando, gli mostravano com’ei non s’ingannasse, e persuadevamo ognor più d’essere il califfo, poichè il visir non avevale portata la borsa che per di lui ordine. — Or bene, vecchia strega,» sclamò, «rimarrai convinta quando ti dirò che fui io a mandarti quelle mille pezze d’oro per mezzo del mio gran visir, il quale non fece che eseguire l’ordine da me datogli in qualità di Commendatore de’ credenti? Eppure, invece di credermi, non cerchi che [p. 341 modifica] a farmi perdere, colle tue contraddizioni, il giudizio, sostenendomi ostinatamente che sono tuo figliuolo. Ma non lascerò a lungo impunita la tua malizia.» Sì dicendo, nell’eccesso della sua frenesia, fu tanto snaturato da percuoterla spietatamente col bastone che teneva in mano.»

L’alba invitando il sultano alla preghiera, Scheherazade cessò di parlare; la domane, essa ripigliò in codesti termini:


NOTTE CCXCVI


— Sire, la povera madre, la quale non avea creduto che suo figlio passasse sì presto dalle minacce agli atti, sentendosi battere, si mise a strillare, gridando aiuto a tutta possa, finchè non furono accorsi i vicini; intanto il pazzo non cessava di percuoterla, chiedendole ad ogni colpo: — Sono il Commendatore dei credenti, sì o no?» Al che la buona madre rispondeva sempre queste tenere parole: — Siete mio figlio. —

«Il furore di Hassan cominciava a calmarsi alquanto, allorchè giunsero nella sua stanza i vicini; il primo a presentarsi si pose fra la madre e lui, e strappatogli di mano il bastone: — Che fate mai, Abu Hassan?» gli disse. «Avete perduto il timor di Dio e la ragione? Come mai un buon figlio pari vostro ha osato alzare la mano sopra sua madre? Non vi vergognate di maltrattare in tal guisa la vostra, essa che v’ama con tanta tenerezza? —

«Tutto pieno ancora del suo delirio, il giovane guardò chi gli parlava senza nulla rispondere, volgendo in pari tempo gli occhi smarriti su ciascuno [p. 342 modifica] degli altri vicini che l’accompagnavano. Quindi: — Chi è questo Abu Hassan del quale parlate?» chiese. «Son io che chiamate con tal nome? —

«Simile domanda sconcertò alquanto i vicini. — Come!» ripigliò quello che aveva già parlato; «non conosceto dunque più questa donna per colei che v’ha allevato, e colla quale vi abbiamo sempre veduto insieme: in una parola per vostra madre? — Siete tanti impertinenti,» replicò il furibondo; «io non la conosco, come neppure voi altri, e non voglio conoscerla. Non sono Abu Hassan; sono il Commendatore de’ credenti, e se lo ignorate, ve lo insegnerò a vostre spese. —

«A tale discorso, i vicini più non dubitarono della pazzia del giovane; e, ad impedire che non venisse ad altre estremità simili a quelle commesse contro la madre, afferratolo, ad onta della sua resistenza, lo legarono in modo di togliergli l’uso delle braccia, delle mani e de’ piedi; in quello stato, e fuor d’apparenza di poter nuocere, non giudicarono ancora opportuno di lasciarlo colla madre. Due della compagnia staccaronsi pertanto, e recatisi in tutta fretta all’ospizio de’ pazzi ad avvertire dell’accaduto il custode, questi giunse subito coi vicini, accompagnato da buona scorta d’inservienti, muniti di catene, di manette e d’un nervo di bue.

«Al loro arrivo, il giovane, il quale non aspettavasi sì spaventoso apparato, fece grandi sforzi per isciogliersi; ma il custode, ch’erasi fatto dare il nervo di bue, lo pose ben presto al dovere con due o tre buone nervate sulle spalle: Abu Hassan fu tanto sensibile a quel maltrattamento, che si acquetò, ed il custode, aiutato da’ suoi, fecero di lui ciò che vollero. Lo incatenarono, e messigli manette e ceppi, lo condussero all’ospedale.

«Non appena Abu Hassan si trovò nella strada, [p. 343 modifica] che videsi circondato da gran folla di popolo. Questi gli dava un pugno, quello uno schiaffo; altri lo caricavano d’ingiurie, trattandolo da pazzo, d’insensato e di stravagante.

«A tutti quei maltrattamenti: — Non v’ha,» egli diceva, «grandezza e forza che in Dio altissimo ed onnipotente. Si vuole ch’io sia pazzo, benchè mi trovi in tutto il mio senno; soffro quest’ingiuria e tutte queste indegnità per l’amor di Dio. —

«In tal maniera Abu Hassan fu condotto all’ospedale, messo ed attaccato in una gabbia di ferro; e, prima di chiudervelo, il custode, indurito a quel terribile mestiere, lo percosse senza pietà con cinquanta nervate sulle spalle e sulla schiena, continuando per più di tre settimane a fargli ogni giorno il medesimo regalo, ripetendogli ogni volta queste stesse parole: — Torna nel tuo buon senno, e di’ se sei ancora il Commendatore de’ credenti.

«— Non ho bisogno del tuo consiglio,» rispondeva il misero; «non sono pazzo, ma se dovessi diventarlo, nulla sarebbe più capace di gettarmi in tale disgrazia delle battiture con cui mi uccidi. —

«Intanto la madre di Abu Hassan veniva ogni giorno regolarmente a trovare il figliuolo, e non potea frenar le lagrime, vedendo sempre più scemare in lui il bell’aspetto e le forze, ed udendolo lagnarsi e sospirare pei tormenti che soffriva. In fatti, aveva le spalle, il dorso ed i fianchi lividi e pesti, e non sapeva da qual lato volgersi per trovar riposo. Fino la pelle gli si cangiò più d’una volta per tutto il tempo che fu trattenuto in quell’orribil dimora. Sua madre voleva parlargli per consolarlo, e procurar di scoprire se fosse sempre nella medesima condizione di spirito circa la mia pretesa dignità di califfo e di Commendatore de’ credenti; ma ogni qual volta apriva la bocca per dirgliene qualche cosa, ei la [p. 344 modifica] ributtava con tanta furia, che vedevasi costretta a lasciarlo, e tornarsene inconsolabile, scorgendolo ostinato in quella fissazione.

«Se non che le idee forti e sensibili da Abu Hassan conservate nello spirito, d’essersi veduto rivestito degli abiti di califfo, di averne realmente esercitate le funzioni, d’aver usato della sua autorità, e d’essere stato obbedito e trattato da vero califfo, le quali idee, al suo svegliarsi, lo avevano persuaso di esserlo infatti, facendolo poi sì a lungo persistere in tal errore, cominciarono insensibilmente a dileguarsegli dalla mente.

«— Se fossi califfo e Commendatore de’ credenti,» diceva talvolta fra sè, «perchè, svegliandomi, mi sarei trovato in casa mia, e vestito del solito mio abito? Perchè non mi sarei veduto circondato dal capo degli eunuchi, da tanti altri eunuchi e da una infinità di belle dame? Perchè il gran visir Giafar, che vidi ai miei piedi, tanti emiri, tanti governatori di province e tanti altri officiali, da’ quali mi trovava circondato, mi avrebbero abbandonato? È molto tempo, senza dubbio, che mi avrebbero liberato dal miserando stato in cui mi trovo, se esercitassi su di loro qualche autorità. Tutto ciò non fu che un sogno, e non devo far difficoltà a crederlo. Ho comandato, è vero, al giudice di polizia di castigare l’imano ed i quattro vecchioni del suo consiglio; ho ordinato al gran visir Giafar di portare mille pezze d’oro a mia madre, ed i miei ordini vennero eseguiti. Questo mi mette in dubbio, e non ci capisco nulla. Ma quante altre cose non vi sono che non comprendo, e che non comprenderò mai? Mi rimetto dunque nelle mani di Dio, che sa e conosce tutto.»

La sultana, scorgendo spuntare il fulgid’astro, tacque, ed il sultano alzossi con un desiderio sempre maggiore di ascoltar la continuazione di sì dilettevole [p. 345 modifica] storia. L’indomani, Scheherazade ripigliò in codesti sensi:


NOTTE CCXCVII


— Sire, Abu Hassan occupavasi ancora in simili pensieri e sentimenti, quando giunse sua madre, la quale, vedendolo sì estenuato e sfinito, versò lagrime in maggior copia di quante ne avesse fin allora sparse. In mezzo ai suoi singulti, lo salutò come il solito, ed il tapino glielo restituì, contro il suo costume dacchè trovavasi all’ospizio; cosicchè ella n’ebbe buon augurio. — Or bene, figliuolo,» gli disse, asciugando le lagrime, «come state? Come va il vostro spirito? Avete rinunciato a tutte le fantasticherie ed alle fandonie che il demonio vi cacciò in testa?

«— Madre mia,» rispose Hassan, in accento abbastanza pacato, ed in una maniera dimostrante il proprio dolore pegli eccessi, ai quali erasi contro di lei abbandonato, «riconosco il mio traviamento; ma vi prego di perdonarmi il delitto esecrabile che detesto, e del quale sono colpevole verso di voi. La stessa preghiera rivolgo ai nostri vicini per lo scandalo che loro ho dato. Fui deluso da un sogno, ma sì straordinario e somigliante alla verità, che posso asseverare che ogni altro, cui fosse accaduto, non ne sarebbe stato meno colpito, ed avrebbe forse dato in maggiori stravaganze che non m’abbiate veduto fare. Ne sono ancora, nel momento che vi parlo, sì turbato, che stento a persuadermi che quanto m’è accaduto ne sia uno, tanta somiglianza ha esso con [p. 346 modifica] quello che accade fra gente che non dorme! Checchè ne sia, io lo tengo e voglio costantemente tenerlo per sogno ed illusione; sono anzi convinto di non essere guari quel fantasma di califfo e di Commendatore dei credenti, ma Abu Hassan, vostro figliuolo. Sì, sono il figlio d’una madre che sempre onorai fino al giorno fatale, la cui memoria mi ricolma di confusione; che venero e venererò come debbo, per tutto il corso della vita. —

«A parole sì savie ed assennate, le lagrime di dolore, di compassione e di cordoglio che la misera madre versava da tanto tempo, convertironsi in lagrime di gioia, di consolazione, di tenero affetto pel caro figliuolo che ricuperava. — Figlio mio,» sclamò essa, tutta trasportata di gioia, e mi sento rapita di giubilo e di soddisfazione udendovi parlare così ragionevolemente, dopo ciò ch’è accaduto, come se vi mettessi al mondo una seconda volta. Bisogna che vi dichiari il mio pensiero sulla vostra avventura, e vi faccia notare una cosa alla quale non avete forse badato. Lo straniero che voi una sera conduceste a casa, se ne andò senza chiudere la porta della vostra stanza, come gli raccomandaste, e credo sia ciò appunto che abbia dato al demonio occasione di entrare ed immergervi nella terribile illusione in cui eravate. Perciò dovete, o figlio, ringraziar Iddio che ve n’abbia liberato, e pregarlo di preservarvi dal cadere più oltre negli agguati dello spirito maligno.

«— Voi avete trovata l’origine del mio male,» rispose Abu Hassan; «fu appunto in quella notte ch’ebbi il sogno, il quale mi sconvolse il cervello. Aveva per altro avvertito espressamente il mercante di chiudersi dietro la porta; ed ora, che so non averlo egli fatto, son persuaso, al par di voi, che il demonio, avendo trovata la porta aperta, sia entrato, e m’abbia poste tutte quelle fantasie in testa. Bisogna [p. 347 modifica] che a Mussul, d’onde veniva quel mercante, non sappiano come noi, a Bagdad, siamo convinti che il demonio sia origine di tutti i sogni spiacevoli che c’inquietano la notte, quando si lasciano aperte le camere nelle quali si dorme. In nome del cielo, cara madre, poichè per la grazia di Dio mi trovo perfettamente ristabilito dalla perturbazione mentale in cui era caduto, vi supplico; per quanto un figlio può supplicare una madre sì buona come voi, di farmi uscire al più presto da questo inferno, e liberarmi dalle mani del boia che m’abbrevierà infallibilmente la vita, se più qui rimango. —

«La madre di Abu Hassan, perfettamente consolata, ed intenerita al vedere il figliuolo affatto guarito dalla sua pazza fissazione di essere califfo, andò subito a trovare il custode che avevalo colà condotto e curato fin allora, ed assicuratolo come fosse al tutto ristabilito nella sua ragione, venne questi ad esaminarlo, e lo mise in libertà alla di lei presenza.

«Abu Hassan tornò a casa, e vi rimase parecchi giorni onde ristabilirsi in salute con migliori alimenti di quelli ond’era stato nudrito all’ospizio de’ pazzi. Ma quand’ebbe ricuperate le forze, nè più risentissi degl’incomodi sofferti pei maltrattamenti patiti nella sua prigione, cominciò ad annoiarsi di passar le sere senza compagnia. Laonde non tardò a riprendere il primiero tenore di vita, ricominciando, cioè, a fare ogni giorno provvigioni sufficienti per trattare la sera un ospite novello.

«Il giorno che rinnovò l’uso d’andare, verso il tramonto, in capo al ponte di Bagdad per fermarvi il primo forastiero che si presentasse, e pregarlo di fargli l’onore di venir a cena con lui, era il primo del mese, ed il giorno, come già dicemmo, in cui il califfo compiacevasi d’uscire, travestito, fuor di qualcuna delle porte della città, affine d’osservare da sè se nulla [p. 348 modifica] accadesse contro la pubblica quiete, nel modo che l’aveva stabilita fin dal principio del suo regno.»

Il giorno interruppe in quella Scheherazade, la quale, l’indomani, volgendosi al sultano suo sposo:


NOTTE CCXCVIII


— Sire, non era gran tempo che Abu Hassan stava seduto sur una panca praticata nel parapetto, allorchè, volgendo gli occhi dall’altra parte del ponte, vide il califfo che veniva verso di lui, travestito da mercante di Mussul, come la prima volta, ed accompagnato dal medesimo schiavo. Persuaso che tutto il male sofferto non provenisse se non perchè il califfo, da lui non conosciuto che per un mercante di Mussul, aveva lasciata aperta la porta nell’uscire dalla sua stanza, fremette allo scorgerlo, e: — Dio m’aiuti!» disse fra sè. «Ecco, se non m’inganno, il mago che m’ha incantato.» E volse tosto la testa dalla parte del fiume, appoggiandosi sul parapetto, per non vederlo, finchè fosse passato.

«Il califfo, che voleva continuare a goder del piacere provato per occasione di Abu Hassan, aveva avuta la cura d’informarsi di tutte le cose dette e fatte da questi nello svegliarsi il giorno successivo dopo averlo riportato a casa sua, e di quanto gli era accaduto; e provò nuovo diletto da ciò che ne seppe, o perfino dai maltrattamenti usatigli all’ospizio de’ pazzi. Ma siccome quel monarca era generoso e pieno di giustizia, ed aveva riconosciuto in Abu Hassan uno spirito atto a divertirlo ancor più, non dubitando inoltre che, dopo aver rinunziato alla pretesa sua dignità di [p. 349 modifica] califfo, quegli non avesse ripreso il solito tenore di vita, stimò opportuno, nel disegno di attirarlo presso di sè, di travestirsi il primo del mese da mercante di Mussul, come l’altra volta, per vie meglio eseguire quanto aveva a di lui riguardo stabilito. Scorse adunque Abu Hassan quasi nel medesimo tempo che ne fu da lui veduto, e dalla sua azione comprese tosto quant’egli fosse malcontento di lui, e come avesse intenzione di schivarlo. Laonde, rasentando il parapetto, dove stava l’altro, il più vicino possibile, quando gli fu dappresso, chinò la testa e lo guardò in faccia. — Oh! siete voi, fratello Abu Hassan?» gli disse. «Vi saluto: permettetemi, vi prego, di abbracciarvi.

«— Ed io,» rispose bruscamente il giovane, senza guardare il falso mercante di Mussul, «io non vi saluto: non ho bisogno de’ vostri saluti, nè delle vostre carezze. Andatevene.

«— Come!» ripigliò il califfo; «non mi conoscete più? Non vi ricordate della sera che passammo insieme in casa vostra, un mese fa, e durante la quale mi faceste l’onore di trattarmi sì generosamente? — No,» rispose l’altro col medesimo accento di prima, «non vi conosco, e non so di che cosa vogliate parlare. Andate, torno a ripetervelo, continuate la vostra strada. —

«Non si ributtò il califfo per quella ruvidezza di Hassan, ben sapendo essere una delle leggi da questi impostesi di non tener più commercio col forestiero che avesse una volta trattato; Abu Hassan glielo aveva già dichiarato, ma egli volle fingere d’ignorarlo. — Non posso credere,» tornò a dire, «che non mi riconosciate; non è molto che ci siamo veduti, ed è impossibile che mi abbiate sì facilmente dimenticato. Bisogna che vi sia accaduta qualche disgrazia, la quale v’ispiri tal avversione per me. Eppure dovete ricordarvi che vi dimostrai, coi miei buoni [p. 350 modifica] augurii, la mia gratitudine; ed anzi, sopra una certa cosa che vi stava a cuore, vi offrii il mio credito, che non è da disprezzarsi.

«— Ignoro,» riprese Abu Hassan, «quale esser possa il vostro credito, e non ho la minima voglia di metterlo alla prova; ma ben so che i vostri augurii ad altro non riuscirono che a farmi impazzire. In nome di Dio, ve lo ripeto ancor una volta, continuate per la vostra strada, e non angustiatemi maggiormente.

«— Ah, fratello Abu Hassan,» replicò il califfo, abbracciandolo, «non intendo separarmi da voi in questa maniera. Poichè la mia buona stella volle che v’incontrassi una seconda volta, bisogna pure che per la seconda volta esercitiate verso di me quell’ospitalità medesima che mi usaste un mese fa, e ch’io abbia l’onore di ber di nuovo con voi. —

«E di questo appunto protestò l’altro che saprebbesi ben guardare. — Ho bastante potere su me stesso,» soggiunse, «per astenermi dal trovarmi più oltre con un uomo che porta disgrazia come voi. Sapete il proverbio che dice: Prendi sulle spalle il tuo tamburo e vattene. Fatevene l’applicazione. È mestieri ripetervelo tante volte? Dio vi guidi! Mi avete cagionato male bastante; non mi ci voglio esporre di più.

«— Mio buon amico,» ripigliò il califfo, abbracciandolo nuovamente, «voi mi trattate con una durezza cui non mi sarei aspettato. Vi supplico a non tenermi discorsi sì oltraggianti, e persuadervi invece della mia amicizia. Fatemi dunque il favore di raccontarmi ciò che v’è accaduto, a me che altro non vi augurai se non del bene, che ve ne desidero ancora, e che vorrei trovare l’occasione di farvene, onde riparare al male che dite avervi io cagionato, se veramente io n’abbia colpa.» Abu Hassan aderì in fino alle istanze del califfo, e fattoselo sedere vicino: — La vostra incredulità ed importunità,» gli disse, «hanno [p. 351 modifica] spinto la mia pazienza agli estremi. Quanto sono per narrarvi vi farà conoscere se sia a torto che mi lagno di voi. —

«Il califfo sedè vicino ad Abu Hassan, il quale gli fece il racconto di tutte le avventure accadutegli dal momento del suo svegliarsi nel real palazzo fino a quello che si risvegliò di nuovo nella propria camera; e gliele espose come un sogno che si fosso avverato, con un’infinità di circostanze che il califfo sapeva al par di lui, e che gli rinnovarono il piacere già goduto. Gli esagerò quindi l’impressione, da quel sogno lasciatagli nello spirito, d’essere il califfo ed il Commendatore de’ credenti. — Impressione,» aggiunse, «che mi spinse a commettere stravaganze tali, che i miei vicini furono costretti a legarmi come un mentecatto e farmi condurre all’ospitale de’ pazzi, dove fui trattato in un modo che si può chiamare crudele, barbaro ed inumano; ma ciò che vi sorprenderà, ed a cui di certo non vi attendete, è che tutte codeste cose non mi accaddero se non per vostra colpa. Vi ricorderete della preghiera che vi feci di chiudere, uscendo di casa mia dopo cena, la porta della mia stanza. Non lo faceste, lasciandola invece aperta, talchè entrato il demonio, mi empì la testa di quel sogno, il quale, per quanto grato mi fosse parso, pur fu cagione d’immergermi in tutti i guai, de’ quali mi dolgo. Foste dunque voi la cagione, colla vostra negligenza, la quale vi fa garante del mio delitto, ch’io commettessi cosa sì orribile e detestabile, non solo alzando la mano contro mia madre, ma eziandio che poco mancasse non le facessi esalare l’anima a’ miei piedi, commettendo un parricidio, e ciò per un motivo che mi fa arrossir di vergogna ogni qual volta vi penso, ciò essendo perchè ella chiamavami suo figliuolo, come in fatti lo sono, e non voleva riconoscermi pel [p. 352 modifica] Commendatore de’ credenti, quale mi credeva d’essere, e sostenevale d’essere in fatto. Voi siete pure la cagione dello scandalo dato a’ miei vicini, quando, accorsi alle grida della mia povera madre, mi sorpresero accanito a volerla ammazzare; il che non sarebbe accaduto, se aveste avuto cura di chiudere, partendo, la porta della mia camera, come ve ne aveva pregato. Essi non sarebbero entrati in casa mia senza mia licenza, e, cosa che mi fa maggior pena, non sarebbero stati testimoni della mia follia. Non mi sarei trovato costretto a percuoterli, difendendomi contro di essi, e non mi avrebbero legato e maltrattato, come fecero, per condurmi e farmi rinchiudere nell’ospizio de’ pazzi, dove posso assicurarvi che ogni giorno, per tutto il tempo che rimasi in quell’inferno, non si mancò di trattarmi a furiose nervate. —

«Abu Hassan raccontava al califfo i suoi argomenti di lagnanza con molto calore e veemenza. Il califfo sapeva meglio di lui tutto ciò ch’era accaduto, e giubilava in sè medesimo di essere sì ben riuscito nel proprio disegno di gettarlo nell’errore nel quale vedevalo ancora; ma non potè udire quel racconto, fatto con tanta ingenuità, senza dare in un grande scroscio di risa.

«Abu Hassan, il quale stimava il suo caso degno di compassione, e cui tutti avrebbero dovuto esser sensibili al par di lui, si scandalizzò moltissimo di quelle risa del falso mercatante di Mussul. — Vi beffate voi di me,» gli disse, «ridendomi così in faccia, oppure credete ch’io mi burli di voi, mentre vi parlo sul serio? Volete prove reali di quanto asserisco? Ecco, guardate voi medesimo; mi direte poi se io scherzo.» E sì dicendo, abbassatosi, e scoperte le spalle ed il petto, mostrò al califfo le cicatrici e le lividure prodotte dalle ricevute nervate.

«Non potè il califfo guardare quei segni di barbarie [p. 353 modifica] senza orrore: ebbe compassione del povero diavolo, e fu spiacentissimo che la burla fosse stata spinta tant’oltre. Rientrò tosto in sè medesimo, ed abbracciando di tutto cuore Abu Hassan: — Alzatevi, ve ne supplico, mio caro fratello,» gli disse colla massima serietà, «venite, ed andiamo a casa vostra; bramo aver nuovamente il piacere di star allegro stasera con voi. Domani, se lo permette Iddio, vedrete che tutto andrà per la meglio. —

«Abu Hassan, ad onta della sua risoluzione e contro il giuramento fatto di non ricevere più in casa per la seconda volta il medesimo forestiero, non seppe resistere alle carezze del califfo, cui sempre prendeva per un mercante di Mussul. — Acconsento,» diss’egli al falso mercante; «ma,» soggiunse, «ad una condizione che v’impegnerete con giuramento di osservare; ed è di farmi la grazia di chiudere, uscendo di casa mia, la porta della mia stanza, affinchè il demonio non venga a sconvolgermi il cervello come fece la prima volta,» Il falso mercante promise tutto, ed alzatisi amendue, s’avviarono verso la città. Il califfo, per rincorare viemaggiormente Abu Hassan: — Abbiate fiducia in me,» gli disse; «non vi mancherò di parola, ve lo prometto da uomo d’onore. Dopo di ciò non dovete esitare a fidarvi in una persona par mia, la quale vi augura ogni sorta di beni e di prosperità, e di cui vedrete gli effetti.

«— Non vi domando questo,» rispose l’altro, fermandosi d’improvviso; «mi arrendo di buon cuore alle vostre importunità, ma vi dispenso dai vostri augurii, e vi scongiuro in nome di Dio di non farmene alcuno. Tutto il male che mi è finora accaduta, non ebbe origine, insieme alla porta aperta, se non da quelli che già mi faceste.

«— Or bene,» replicò il califfo, ridendo fra sè dell’immaginazione sempre offesa di Abu Hassan, [p. 354 modifica] «poichè così volete, sarete obbedito, e vi prometto di non farvene mai più. — Mi fate piacere a parlarmi di tal modo, e non vi chiedo altro; sarò contentissimo purchè mi manteniate la parola; vi sciolgo da tutto il resto. —

«Così discorrendo, Abu Hassan ed il califfo, seguito dal suo schiavo, accostavansi insensibilmente all’abitazione del primo; il giorno era al tramonto, quando giunsero alla casa. Il giovane chiamò tosto la madre, e fece portare i lumi; pregato poi il califfo di sedere sul sofà, gli si pose accanto. In poco tempo la cena fu servita sulla tavola che venne loro avvicinata; mangiarono senza cerimonie, e quand’ebbero finito, la madre di Abu Hassan sparecchiò, pose sulla tavola le frutta, ed il vino colle tazze presso il figliuolo; poi se ne andò e più non comparve.»

— Buon Dio, sorella,» disse Dinarzade, «prevedo che Abu Hassan sia per tornar califfo; gli accadrà la medesima sventura? — No, sorella, e lo vedrai dal seguito di questo racconto, se il sultano, mio padrone, mi permetterà di finirlo.» Schahriar si alzò, e la notte seguente, Scheherazade ripigliò la novella in codesti sensi:


NOTTE CCXCIX


— Sire, Abu Hassan cominciò pel primo a versarsi il vino, e ne versò poscia al califfo. Bevvero cinque o sei bicchieri ciascuno, parlando di cose indifferenti, e quando il califfo vide che Hassan cominciava a riscaldarsi, fe’ cadere il discorso sul capitolo de’ suoi amori, chiedendogli se non avesse mai amato.

«— Fratello,» rispose familiarmente Abu Hassan, [p. 355 modifica] il quale credeva di parlare all’ospite come a suo eguale, «io non ho mai risguardato l’amore od il matrimonio, se volete, se non come una servitù, alla quale ebbi sempre ripugnanza di sottomettermi; e fino al presente, vi confesserò di non amar altro che la buona tavola, e soprattutto il buon vino; in una parola, non penso che a divertirmi bene, e conversare piacevolmente cogli amici. Non vi accerto però ch’io sia indifferente al matrimonio, nè incapace di affetto, se potessi imbattermi in una donna bella ed amabile come quella che vidi in sogno quella notte fatale, nella quale vi accolsi qui per la prima volta, e che, per mia disgrazia, lasciaste aperta la porta della camera; una donna che volesse ben passar le sere con me, che sapesse cantare, suonare più stromenti ed intertenermi gradevolmente; che non istudiasse, in somma, se non di piacermi e divertirmi. Credo, anzi, che cangerei tutta la mia indifferenza nel massimo attaccamento per una tal persona, e mi stimerei felicissimo di vivere con lei. Ma dove trovare una donna qual ve la dipinsi altrove che nel palazzo del Commendatore de’ credenti, presso il gran visir Giafar o i signori più possenti della corte, a’ quali non mancano mezzi di provvedersene? Preferisco dunque rimaner qui colla bottiglia; è un piacere di poca spesa, che tengo comune con essi.» Sì dicendo, prese la tazza e si versò da bere. «Prendete la vostra, che ne versi anche a voi,» disse poi al califfo, «e continuiamo a gustare un piacere sì grato. —

«Quando il califfo ed Abu Hassan ebbero bevuto: — È gran peccato,» ripigliò il primo, «che un galantuomo par vostro, il quale non è indifferente all’amore, conduca vita sì solitaria e ritirata.

«— Non ho nessun dispiacere,» rispose Abu Hassan, «a preferire la vita tranquilla che mi vedete [p. 356 modifica] fare, alla compagnia d’una donna, la quale non sarebbe forse di tal bellezza da piacermi, e d’altra parte mi cagionerebbe mille disgusti colle sue imperfezioni ed il suo mal umore. —

«Spinsero fra loro la conversazione assai innanzi su tal argomento, ed il califfo, il quale vide l’ospite al punto in cui lo desiderava: — Lasciatemi fare,» gli disse; «poichè avete il buon gusto di tutti gli onesti uomini, voglio trovarvi il fatto vostro, e non vi costerà nulla.» All’istante, prese la bottiglia e la tazza di Abu Hassan, nella quale gettato destramente un pizzico della polvere di cui erasi già servito, gliela colmò di vino, e presentandogliela: — Prendete,» continuò, «e bevete anticipatamente alla salute della bella che formar deve la felicità della vostra vita; ne sarete contento. —

«Il giovane prese la tazza ridendo, e crollando la testa: — Avvenga quel che può,» disse, «poichè lo volete, non saprei commettere un’inciviltà, nè disgustare un ospite del vostro merito per cosa di poca conseguenza. Eccomi dunque a bere alla salute della bella che mi promettete, benchè, contento della mia sorte, non faccia alcun fondamento sulla vostra promessa. —

«Non appena ebbe Abu Hassan votata la tazza, che un profondo sopore s’impossessò, come l’altre due volte, de’ suoi sensi, ed il califfo trovossi di nuovo padrone di disporre di lui a proprio talento: allora ordinò tosto allo schiavo, venuto seco lui, di prendere Abu Hassan e portarlo al palazzo. Lo schiavo obbedì; ed il califfo, che non aveva, come la prima volta, intenzione di rimandar l’ospite, chiuse, uscendo, la porta della stanza.

«Lo schiavo lo seguì col suo carico, e quando il califfo fu giunto al palazzo, fece coricare Abu Hassan sur un sofà nella quarta sala d’onde avealo fatto [p. 357 modifica] portare a casa assopito ed addormentato, era ormai un mese. Prima di lasciarlo solo, comandò gli fosse messo lo stesso abito del quale era stato di suo ordine rivestito per fargli rappresentare il personaggio di califfo; e ciò eseguito in propria presenza, comandò a ciascuno di andar a dormire, ed ordinò al capo ed agli altri officiali della camera, alle musicanti, ed anche alle dame ch’eransi trovate nella sala quando il giovane vi tracannava l’ultimo bicchiere di vino che cagionato avevagli il sopore, di trovarsi senz’alcun fallo all’indomani, allo spuntar del giorno, nel momento del suo svegliarsi, ingiungendo a tutti di ben rappresentare la propria parte.

«Il califfo andò a dormire anch’egli, avendo fatto prima avvertire Mesrur di venirlo a svegliare prima che entrasse nello stesso gabinetto nel quale erasi già nascosto.

«Non mancò Mesrur di destare il califfo all’ora prescritta. Si fece questi vestire in fretta, ed uscito per recarsi nella sala in cui Abu Hassan dormiva ancora, vi trovò gli ufficiali degli eunuchi, quelli della camera, le dame e le suonatrici alla porta ad aspettarne l’arrivo. Spiegata quindi loro in poche parole la sua intenzione, andò a collocarsi nel gabinetto chiuso di gelosie; entrarono poi dietro di lui Mesrur, e tutti gli altri officiali, le dame e le suonatrici, disponendosi intorno al sofà, sul quale giaceva Abu Hassan, in modo da non impedire al califfo di vederlo, e notare tutte le di lui azioni.

«Così disposte le cose, quando la polvere del califfo ebbe fatto il suo effetto, Abu Hassan si destò senza aprir gli occhi, e rigettò un po’ di pituita che fu raccolta in un baciletto d’oro, come la prima volta. In quel momento i sette cori musicali frammischiarono le bellissime voci al suono degli oboè, de’ flauti ed altri stromenti, e fecero sentire un gratissimo concerto.

[p. 358 modifica]«Estrema fu la sorpresa di Abu Hassan udendo musica tanto armoniosa, ed aperti gli occhi, si raddoppiò essa quando vide le dame e gli ufficiali che lo circondavano, e ch’egli credè riconoscere. Anche la sala nella quale trovavasi, gli parve la medesima di quella veduta nel primo suo sogno, notandovi la medesima illuminazione, le suppellettili stesse, gli stessi ornamenti.

«Cessò il concerto all’uopo di dar campo al califfo di osservare attentamente il contegno del novello ospite, e tutto ciò che nella sua sorpresa dir potesse; le dame, Mesrur e tutti gli officiali della camera, conservando profondo silenzio, rimasero ciascuno al suo posto con grande rispetto. — Aimè!» sclamò Abu Hassan, mordendosi le dita, ed a voce sì alta che il califfo l’udì con somma gioia; «eccomi ricaduto nello stesso sogno e nell’illusione medesima di un mese fa; non ho che ad attendermi di nuovo le nervate, l’ospitale de’ pazzi e la gabbia di ferro. Dio onnipotente,» soggiunse, «mi abbandono nelle mani della tua Provvidenza! Una malvagia persona, che ricevetti in casa mia ier sera, è la cagione di codest’illusione e de’ mali che me ne potranno derivare. Quel traditore e perfido uomo m’aveva con giuramento promesso di chiudere, uscendo di casa, la porta della mia camera; ma non l’ha fatto, ed il diavolo è entrato a sconvolgermi il cervello con questo maledetto sogno di Commendatore de’ credenti, e con tanti altri fantasmi, co’ quali mi fascina gli occhi. Dio ti confonda, Satana, e possa tu essere schiacciato sotto un monte di pietre!»

Il dì successivo, la sultana, destata di buon’ora dalla sorella, ricominciò di tal guisa: [p. 359 modifica]

NOTTE CCC


— Sire, dopo quest’ultime parole, Ahu Hassan chiuse gli occhi, e rimase raccolto in sè medesimo collo spirito assai conturbato. Poco dopo, riapertili, e volgendoli da una parte e dall’altra sopra tutti gli oggetti che se gli offrivano alla vista: — Gran Dio,» nuovamente sclamò con minor stupore e sorridendo, «mi rimetto nelle mani della tua Provvidenza, onde preservarmi dalla tentazione di Satana!» Poi, rinchiudendo gli occhi: «So,» continuò, «cosa debbo fare; dormirò finchè Satana mi lasci, e se ne vada d’ond’è venuto, quando pur dovessi aspettare fino a mezzanotte. —

«Ma non gli fu dato il tempo di riaddormentarsi, com’erasi proposto. Forza de’ Cuori, una delle dame da lui vedute la prima volta, se gli avvicinò, e sedendo sulla sponda del sofà: — Commendatore de’ credenti,» gli disse rispettosamente, «supplico vostra maestà a perdonarmi se mi prendo la libertà d’avvertirla di non ritornare a pigliar sonno, ma fare ogni sforzo per risvegliarsi ed alzarsi, cominciando già ad apparire il giorno. — Vattene, Satana,» disse Abu Hassan, udendo quella voce. Poi, guardando Forza de’ Cuori: «Son io,» le chiese, «che voi chiamate Commendatore de’ credenti? Mi prendete certamente per un altro.

«— È appunto a vostra maestà,» riprese Forza de’ Cuori, «ch’io dò questo titolo che le appartiene come sovrano di quanti musulmani esistono al mondo, di cui sono umilissima schiava, ed al quale ho l’onore di parlare. Vostra maestà vuol senza dubbio [p. 360 modifica] divertirsi, «soggiuns’ella, tingendo d’essersi ingannata, «a meno che non sia l’avanzo di qualche molesto sogno; ma quand’ella voglia aprir bene gli occhi, le nubi che possono ingombrarle l’immaginazione si dissiperanno in breve, e vedrà d’essere nel suo palazzo, circondata da’ suoi officiali e da quanti noi siamo qui suoi schiavi, pronti a prestarle gli usati servigi. Del resto, non deve vostra maestà maravigliarsi vedendosi in questa sala e non nel suo letto: si addormentò ieri così d’improvviso, che non volemmo risvegliarla per condurla alla sua stanza, contentandoci invece di adagiarla comodamente sopra questo sofà. —

«Forza de’ Cuori aggiunse tante altre cose ad Abu Hassan, le quali parevangli verosimili, ch’egli infine si mise a sedere, ed aperti gli occhi, la riconobbe al pari di Mazzolino di Perle e dell’altre dame già prima vedute. Avvicinatesi allora tutte insieme, Forza dei Cuori, riprendendo la parola: — Commendatore dei credenti e vicario del Profeta in terra,» gli disse, «aggradisca vostra maestà se nuovamente l’avvertiamo esser tempo ch’ella si alzi; ecco sorgere il giorno.

«— Siete tante moleste ed importune,» ripigliò il povero diavolo, fregandosi gli occhi; «io non sono il Commendatore de’ credenti: sono Abu Hassan, lo so benissimo, e voi non mi persuaderete del contrario. — Noi non conosciamo questo Abu Hassan del quale vostra maestà ci parla,» soggiunse Forza de’ Cuori, «e non vogliamo nemmeno conoscerlo: conosciamo vostra maestà pel Commendatore de’ credenti, ed ella non ci persuaderà mai di non esserlo. —

«Volgeva Abu Hassan gli occhi da tutte le parti, e rimaneva come incantato scorgendosi nella stessa sala in cui erasi già trovato; ma lo attribuiva ad un sogno simile a quello avuto, e di cui temeva le sinistre conseguenze. — Dìo m’abbia misericordia,» sclamò [p. 361 modifica] alzando le mani e gli occhi, come uomo che non sa dove sia; «mi rimetto nelle vostre mani! Dopo ciò che veggo, non posso più dubitare che il demonio non sia entrato nella mia stanza, e non mi turbi l’animo con tutte queste visioni.» Il califfo, il quale lo vedeva, ed avea udite tutte le sue esclamazioni, si mise a ridere sì di cuore, che duro fatica a trattenersi dallo schiamazzare.

«Intanto Abu Hassan erasi tornato a coricare, rinchiudendo gli occhi. — Commendatore de’ credenti,» gli disse subito Forza de’Cuori, «poichè vostra maestà non si alza dopo esserne stata avvertita, secondo il dover nostro, ch’era giorno, ed essendo necessario ch’ella attenda agli affari dell’impero, il cui governo le è affidato, useremo del permesso da lei concessoci per simili casi.» E nel medesimo tempo, presolo per un braccio, chiamò le altre dame, che l’aiutarono a farlo uscire dal letto, e lo portarono, per così dire, sino in mezzo alla sala, dove lo misero a sedere. Presesi poi tutte per mano, danzarono e saltarono a lui d’intorno al suono di tutti gli stromenti e di tutti i timballi, che gli si faceano rimbombare sopra la testa ed intorno alle orecchie.

«Abu Hassan trovossi in una perplessità inesprimibile di spirito. — Sarei io veramente califfo?» dicea fra sè. Infine, nell’incertezza in cui era, volle dir qualche cosa, ma il fracasso di tanti stromonti gl’impedivano di farsi udire; fece dunque segno a Mazzolino di Perle ed a Stella Mattutina, che teneansi per mano ballando a lui dintorno, di voler parlare. Fecero quelle tosto cessare la danza ed i suoni, ed accostatesi a lui: — Non mentite,» disse loro con ingenuità, «e ditemi, io verità, chi sono.

«— Commendatore de’ credenti,» rispose Stella Mattutina, «vostra maestà ci vuol sorprendere facendone simile interrogazione, come se non sapesse [p. 362 modifica] anch’ella di essere il Commendatore de’ credenti ed il vicario in terra del profeta di Dio, signore d’ambo i mondi, di questo nel quale ci troviamo e del futuro dopo la morte. Se ciò non fosse, bisognerebbe che un sogno straordinario le avesse fatto dimenticare quello che è. Potrebbe ciò ben darsi, quando, si consideri che vostra maestà ha questa notte dormito più del solito; nondimeno, se la maestà vostra me lo vuol permettere, le rammenterò ciò ch’ella fece ieri in tutta la giornata.» Gli raccontò allora il suo ingresso al consiglio, il castigo dell’imano e de’ quattro vecchi fatto eseguire dal giudice di polizia, il presente d’una borsa di mille pezze d’oro mandata per mezzo del suo visir alla madre d’un certo Abu Hassan; ciò che fece nell’interno del palazzo, e l’accaduto ai tre pasti statigli serviti nelle tre sale fino all’ultima. — E fu in quest’ultima sala che vostra maestà,» continuò ella a lui rivolta, «avendoci fatto sedere a tavola a’ suoi fianchi, ci fe’ l’onore di ascoltare le nostre canzoni e ricevere dalle nostre mani il vino, fino al momento in cui vostra maestà si addormentò nel modo che Forza de’ Cuori disse poco fa. Dopo quel tempo, vostra maestà, contro il suo solito, ha sempre dormito di profondo sonno fino al presente, ch’è giorno. Mazzolino di Perle, tutte le altre schiave e tutti gli ufficiali qui presenti, possono attestare la medesima cosa. Perciò, si metta dunque vostra maestà in grado di fare la sua preghiera, essendone ormai tempo.

«— Buono, buono,» riprese Abu Hassan, scuotendo la testa, «voi me la dareste ben ad intendere se vi volessi ascoltare. Ed io,» proseguì egli, «io vi dico che siete tante pazze, e che avete smarrito il cervello. È però gran peccato, perchè siete belle creature. Sappiate che da quando vi ho vedute, sono stato a casa mia; che ivi maltrattai mia madre; che fui condotto allo spedale de’ pazzi, dove rimasi mio malgrado più [p. 363 modifica] di tre settimane, durante le quali il custode non mancò di regalarmi ogni giorno di cinquanta nervate. E vorreste che tutto questo fosse sogno? Voi burlate.

«— Commendatore de’ credenti,» tornò a dire Stella Mattutina, «noi siamo pronte, quante qui siamo, a giurare, per quello che vostra maestà ha di più caro, che tutto ciò ch’ella dice è un mero sogno. Ella da ieri in poi non è uscita da questa sala, e non ha cessato di dormire tutta la notte fino al presente. —

«La sicurezza con cui quella dama accertava ad Abu Hassan esser vero tutto ciò ch’ella gli diceva, e ch’egli non era uscito dalla sala dacchè eravi entrato, lo immerse di nuovo in tal perplessità da non saper cosa credere di ciò ch’egli fosse e di ciò che vedeva. Rimasto alcun tempo inabissato ne’ propri pensieri: — O cielo!» diceva fra sè; «son io Abu Hassan od il Commendatore dei credenti? Dio onnipotente, illumina il mio intelletto: fammi conoscere la verità, acciò sappia come possa contenermi.» Scoprissi poscia le spalle ancora tutte livide dalle percosse ricevute, e mostrandole alle dame: — Guardate,» disse loro, «e giudicate se ferite simili possono venire in sogno. Quanto a me, posso assicurarvi che furono realissime, ed il dolore che ne risento ancora, mi è sicuro garante che non mi permette di dubitarne. Ma pure, se ciò mi fosse accaduto dormendo, sarebbe la cosa del mondo più straordinaria e maravigliosa, e vi confesso che supera il mio intendimento. —

«Nell’incertezza in cui Abu Hassan si trovava, chiamato un officiale del califfo, che gli stava accanto: — Avvicinatevi,» gli disse, «e morsicatemi la punta dell’orecchia, acciò giudichi se dormo oppure son desto.» Accostossi l’officiale, gli prese fra’ denti la punta dell’orecchia, e gliela strinse sì forte, che Abu Hassan proruppe in uno spaventevole strido. [p. 364 modifica]«A quel grido, suonarono in una volta tutti gli strumenti di musica, e le dame e gli officiali si posero a ballare, cantare e saltare intorno ad Abu Hassan con tal fracasso, che gli produsse una specie di vertigine, la quale fecegli commettere mille follie. Si mise a cantare come gli altri, lacerò il bell’abito da califfo ond’era vestito, gettò per terra il berretto che teneva in testa, e, nudo in camicia ed in mutande, alzossi bruscamente, gettossi fra due dame, e presele per mano, si mise a danzare e saltare con tanta azione, tanto movimento, e contorsioni sì buffonesche e piacevoli, che il califfo non seppe più contenersi nel luogo dove si trovava. La repentina allegria di Abu Hassan lo fece ridere con tal violenza, ch’ei si lasciò andare a rovescio, facendosi udire su tutto lo strepito degli strumenti e de’ timballi, e stette tanto tempo senza potersi frenare, che poco mancò non se ne trovasse incomodato. Finalmente rialzatosi, aprì la gelosia, e sporgendo la testa e sempre ridendo: — Abu Hassan, Abu Hassan,» sclamò, «vuoi dunque farmi morir dal ridere? —

«Alla voce del califfo, tutti tacquero, e lo strepito cessò. Abu Hassan, fermatosi come gli altri, volse la testa dalla parte onde si era fatta udire, e riconobbe il califfo, e nel medesimo tempo il mercante di Mussul. Non si sconcertò per questo; anzi, comprese in quel momento d’essere ben desto, e che tutto l’accaduto era vero e reale, e non un sogno. Prese subito il suo partito, ed entrò nella burla e nell’intenzione del califfo. — Ah, ah!» gli disse, guardandolo con franchezza; «eccovi qua, mercante di Mussul! E che! vi dolete che vi faccia morire, voi che siete la causa de’ maltrattamenti da me fatti a mia madre e di quelli che ho ricevuti io stesso per tanto tempo all’ospitale de’ pazzi; voi che avete tanto maltrattato l’imano della moschea del mio quartiere ed i quattro sceicchi miei vicini; [p. 365 modifica] non essendo stato io, me ne lavo le mani, ma voi che mi foste cagione di tanti travagli di spirito e tanti affanni! In fine, non siete voi l’aggressore, e non son io l’offeso?

«— Hai ragione, Abu Hassan,» rispose il califfo, continuando a ridere; «ma, per consolartene, ed indennizzarti di tutte le tue pene, son pronto, e ne ne chiamo Iddio in testimonio, a farti, a tua scelta, quella riparazione che vorrai impormi. —

«Terminando quelle parole, il califfo discese dal gabinetto, ed entrato nella sala, si fe’ recare uno de’ suoi più begli abiti, e comandò alle dame di fare le funzioni degli ufficiali di camera ed abbigliarne Abu Hassan. Vestito che l’ebbero: — Tu sei mio fratello,» gli disse il califfo abbracciandolo; «domandami tutto ciò che ti può esser grato, e te l’accorderò.

«— Commendatore de’ credenti,» riprese Abu Hassan, «supplico vostra maestà a farmi la grazia di spiegarmi cosa abbia ella fatto per isconcertarmi così il cervello, e qual fu il suo disegno; ciò m’importa di presente più d’ogni altra cosa, per rimettermi al tutto lo spirito nel suo stato ordinario. —

«Il califfo si degnò di dare ad Abu Hassan cotesta soddisfazione — Devi sapere anzitutto,» gli disse, «ch’io mi travesto spesso, e specialmente la notte, onde conoscere da per me se tutto sia in ordine in Bagdad; e siccome mi piace di sapere eziandio quello che accade nei dintorni della città, mi sono prefisso un giorno, ch’è il primo dì ciascun mese, per fare un gran giro al di fuori, ora da una parte, ora dall’altra, e sempre torno per il ponte. Ritornava da quel giro la sera che m’invitasti a cena in casa tua. Nel nostro colloquio, hai esternato che la sola cosa cui desideravi era d’essere califfo e Commendatore de’ credenti per lo spazio di ventiquattr’ore soltanto, affin di mettere alla ragione l’imano della moschea del [p. 366 modifica] tuo quartiere ed i quattro sceicchi suoi consiglieri. Il tuo desiderio mi parve adatto a darmi un soggetto di divertimento, ed in tal pensiero, immaginai sul momento il mezzo di procurarti la soddisfazione che bramavi. Portava con me una certa polvere che fa dormire, dal momento che la si prende, in guisa da non potersi destare se non dopo un dato tempo. Senza che tu te ne avvedessi, ne gettai una dose nell’ultima tazza che ti presentai e che bevesti; il sonno ti aggravò immediatamente le pupille, ed io allora ti feci prendere e portare al mio palazzo dal mio schiavo, lasciando, nell’uscire, aperta la porta della tua stanza. Non è mestieri dirti che cosa ti accadde nel mio palazzo ed in tutto il giorno fino alla sera, in cui, dopo essere stato ben trattato secondo i miei ordini, una mia schiava, che ti serviva, versò un’altra dote della stessa polvere nell’ultima tazza che bevesti. Fosti subito còlto dal sopore, ed io ti feci riportare a casa dallo schiavo stesso che ti aveva qui portato, coll’ordine di lasciar ancora aperta la porta della tua camera uscendo. Mi raccontasti tu medesimo quanto ti avvenne il giorno dopo ed i susseguenti. Non m’immaginava che tu dovessi patire quanto hai in queil’occasione sofferto; ma, come già me ne impegnai, farò di tutto per consolarti, e farti dimenticare i tuoi mali. Vedi dunque cosa possa fare per compiacerti, e domandami arditamente ciò che brami.

«— Commendatore de’ credenti,» soggiunse Abu Hassan, «per quanto grandi siano i mali da me patiti, sono scancellati dalla mia memoria dal momento che sento essermi venuti da parte del mio sovrano signore e padrone. Circa alla generosità, di cui la maestà vostra si offre con tanta bontà di farmi sentire gli effetti, non dubito menomamente della sua parola irrevocabile; ma siccome l’interesse non ha mai avuto alcun impero su di me, poichè ella mi concede [p. 367 modifica] questa libertà, la grazia che oso domandarle è di darmi libero adito presso la sua persona, onde avere la ventura di essere per tutta la vita l’ammiratore della sua grandezza. —

— Ma sorge l’aurora,» disse Scheherazade al sultano delle Indie; «domani, col permesso di vostra maestà, le dirò in qual guisa il califfo ricompensasse Abu Hassan del diletto avuto.»


NOTTE CCCI


— Quest’ultimo attestato di disinteresse terminò di conciliare ad Abu Hassan tutta la stima del califfo, il quale: — Ti son grato,» gli disse, «della domanda; te la concedo, coll’ingresso libero nel mio palazzo a qualunque ora, in qualunque sito io mi ritrovi.» E nello stesso tempo, gli assegnò un alloggio nel palazzo. Quanto a’ suoi stipendi, gli disse che non voleva avesse da fare co’ tesorieri, ma colla medesima sua persona, ed al momento stesso gli fe’ dare dal suo tesoriere privato una borsa di mille pezze d’oro; Abu Hassan fece profondi ringraziamenti al califfo, il quale lasciollo per andar a presiedere, secondo il solito, al consiglio.

«Il fortunato giovine colse quel tempo per recarsi ad informare la madre dell’accaduto, ed istruirla della sua buona ventura.

«Le fece conoscere che quanto eragli accaduto, non era un sogno; ch’era stato califfo, e ne avea realmente esercitate le funzioni un intiero giorno, ricevendone veramente gli onori; ch’ella non doveva dubitare di quanto le diceva, avendone avuta la conferma dalla propria bocca del califfo.

[p. 368 modifica]«Non tardò la nuova della storia di Abu Hassan a spargersi in tutta la città di Bagdad, ed anzi, passando nelle province vicine, si propagò alle più lontane, colle circostanze tutte singolari e dilettevoli che l’avevano accompagnata.

«Il nuovo favore di Abu Hassan rendealo sommamente assiduo presso il califfo. Giocondo d’umore per indole, siccome sapeva far nascere la gioia, ovunque trovavasi, co’ suoi frizzi e colle sue arguzie, il califfo non poteva star senza di lui, e non recavasi ad alcun divertimento senza chiamarvelo, conducendolo anche talvolta da Zobeide sua sposa, alla quale aveva narrato la di lui storia, ond’era stata infinitamente divertita. Zobeide accoglievalo assai bene, ma notò che ogniqualvolta accompagnava in casa sua il califfo, teneva sempre fitti gli occhi in una sua schiava chiamata Nuzhatul-Auadat (1); laonde risolse di avvertirne il califfo. — Commendatore de’ credenti,» gli disse un giorno la principessa, «voi forse non osservate al par di me che tutte le volte Abu Hassan qui v’accompagna, non cessa di tener gli occhi sopra Nuzhatul-Auadat, nè manca mai di farla arrossire. Non dubiterete certo non sia questo un segno positivo ch’essa non l’odia. Laonde, se voi acconsentite, li mariteremo assieme.

«— Madama,» rispose il califfo, «mi fate ricordare d’una cosa che dovrei aver già fatta. So il guasto di Abu Hassan pel matrimonio dalla medesima sua bocca, e gli aveva sempre promesso di dargli una donna di cui avesse ogni motivo di trovarsi contento. Son lietissimo che me ne abbiate parlato, e non so come la cosa mi fosse sfuggita dalla memoria. Ma val meglio che Abu Hassan abbia seguito la propria inclinazione colla scelta ch’egli ha fatta da per [p. 369 modifica] sè. D’altronde, giacchè Nuzhatul-Auadat non si mostra restia, non dobbiamo esitare su tal partito. Eccoli qui amendue: non hanno se non a dichiarare se vi acconsentono. —

«Gettossi il giovane a’ piedi del califfo e di Zobeide, per manifestar loro quanto fosse sensibile alla bontà che gli dimostravano. — Non posso,» disse, rialzandosi, «ricevere una sposa da migliori mani; ma non oso sperare che Nuzhatul-Auadat voglia darmi la sua di tanto buon cuore, quanto son pronto ad offerirle la mia.» Sì dicendo, guardò la schiava della principessa, la quale, da parte propria, manifestò abbastanza, col rispettoso silenzio e col rossore che le saliva alle guance, come fosse disposta ad eseguire la volontà del califfo e di Zobeide sua padrona.

«Si stipulò il matrimonio, e le nozze furono celebrate nel palazzo con grandi feste che durarono più giorni; Zobeide fecesi un punto d’onore di presentare ricchi donativi alla sua schiava, onde far piacere al califfo, e questi trattò del pari, dal canto suo, Abu Hassan in considerazione di Zobeide.

«Condotta la sposa alla dimora dal califfo assegnata al marito che l’attendeva con impazienza, la ricevette egli al suono di tutti gli stromenti e de’ cori del palazzo, che facevano risuonar l’aria di melodiosi concenti.

«Vari giorni passarono in feste ed in allegrezze solite in queste occasioni, dopo i quali lasciaronsi i nuovi sposi godere in pace de’ loro amori. Abu Hassan e la novella sua sposa erano contenti l’un dell’altro e vivevano in sì perfetta unione che, tranne il tempo speso a far la corte il primo al califfo, alla principessa Zobeide l’altra, stavano sempre insieme, nè mai si lasciavano. Vero è che Nuzhatul-Auadat possedeva tutte le qualità di una donna capaci d’ispirare amore ed affetto allo sposo, essendo fatta secondo i desiderii, intorno a’ quali erasi [p. 370 modifica] esternato al califfo, vale a dire, in grado di tenergli buona compagnia a tavola. Con tali disposizioni, non potevano mancare di passar insieme gradevolmente il tempo: talchè, la mensa loro stava sempre preparata ed ammannita, ad ogni pasto, delle più dilicate ed appetitose vivande che un oste avea cura di allestire e fornir loro; la credenza era sempre carica de’ vini più squisiti, e disposta in modo, che trovavasi a portata d’amendue gli sposi mentre sedevano a desco. Là, godevano un gratissimo solo a solo, intertenendosi di mille piacevolezze che facevanli schiamazzar più o meno dalle risa, secondo ch’erano meglio o men felicemente riesciti a dire qualche cosa di rallegrante. La cena era specialmente dedicata alla gioia: non vi si faceano servire se non di frutta eccellenti, di paste dolci e pasticci di mandorle; e ad ogni bicchiere che bevevano, eccitavansi l’un l’altro con nuove canzoni, bene spesso improvvisate a proposito intorno all’argomento onde favellavano. Quelle canzoni erano pure talvolta accompagnate da un liuto od altro istrumento che sapevano entrambi suonare.

«Passarono così un lungo spazio di tempo a tener buona tavola e divertirsi, senza mai pigliarsi pensiero della spesa, avendo l’oste, da loro scelto a tal uopo, dato ogni cosa a credito. Era dunque giusto che ricevesse qualche danaro, al qual fine presentò, loro il conto. Grossissima se ne trovò la somma, alla quale aggiunta l’altra cui poteva ascendere la spesa già fatta in abiti da nozze delle più preziose stoffe per ambedue, ed in gioielli di valore per la sposa, se ne trovò il totale tanto enorme, che si avvidero, ma troppo tardi, che di tutto il danaro avuto pei benefizi del califfo e della principessa Zobeide, in occasione del loro matrimonio, non restava più loro se non quanto precisamente occorreva per saldarlo. Ciò li condusse a fare gravi riflessioni sul passato, che [p. 371 modifica] non rimediavano al proselito. Abu Hassan fu di parere di pagar l’oste, e la moglie v’acconsentì; laonde, fattolo venire, gli sborsarono il dovuto, nulla dimostrando dell’imbarazzo in cui stavano per trovarsi allorchè avessero fatto quel pagamento.

«L’oste se ne andò contentissimo d’essere stato pagato in belle monete d’oro, non vedendosene altre nel palazzo del califfo; ma Abu Hassan e Nuzhatul-Auadat non lo furono troppo d’aver votatala borsa. Rimasero in silenzio, cogli occhi bassi, e molto inquieti dello stato, in cui vedeansi ridotti nel primo anno del loro matrimonio.»

La domane, la sultana delle Indie ripigliò il racconto in tal guisa:


NOTTE CCCII


— Sire, Abu Hassan ben si ricordava che il califfo, accogliendolo nel suo palazzo, avevagli promesso di non lasciarlo mancar di nulla. Ma quando considerava d’aver sciacquato in breve tempo le largizioni della sua mano liberale, e non essendo egli d’indole esosa, non voleva nemmeno esporsi alla vergogna di dichiarare al califfo il cattivo uso fattone ed il bisogno di trovarne di nuove. D’altronde, aveva ceduto il suo patrimonio alla madre, appena il califfo lo ebbe trattenuto presso la sua persona, ed era ben lungi dal voler ricorrere alla borsa di lei, a cui avrebbe fatto conoscere, con tal procedere, d’essere ricaduto negli stessi disordini come dopo la morte del padre.

«Da parte sua, Nuzhatul-Auadal, riguardando le liberalità di Zobeide, e la libertà che, maritandola, le [p. 372 modifica] aveva concessa, siccome una ricompensa più che sufficiente de’ servigi prestati e dell’affetto suo, non credevasi in diritto di dimandarle di più.

«Abu Hassan ruppe finalmente il silenzio, e guardando la consorte con viso ilare: — Comprendo bene,» le disse, «che voi pure voi trovate nello stesso imbarazzo di me, e cercate a qual partito dobbiamo appigliarci in una congiuntura sì difficile come questa in cui ci vien meno a un tratto il denaro, senza averlo preveduto. Non so quale esser possa il vostro sentimento; quanto a me, avvenga quel che può, il mio parere non è di diminuire per nulla la nostra solita spesa, e credo che dal vostro canto non me lo contrasterete. Il punto sta nel trovare il mezzo di provvederci senza aver la bassezza di chiederne, nè io al califfo, nè voi a Zobeide, e mi pare d’averlo trovato. Ma, a tal uopo, bisogna che ci aiutiamo scambievolmente. —

«Questo discorso piacque moltissimo a Nuzhatul-Auadat, e le infuse qualche speranza. — Io non era meno di voi occupata in simile pensiero,» gli diss’ella, «e se non mi spiegava, era perchè non vi scorgeva verun rimedio. Vi confesso che il progetto, onde mi parlate, mi fa il massimo piacere. Ma poichè trovaste il mezzo che dite, e che, per riuscire, vi fa d’uopo del mio soccorso, ditemi cosa debbo fare, e vedrete se mi saprò adoperare il meglio possibile.

«— Ben mi aspettava,» ripigliò Abu Hassan, «che non m’avreste abbandonato in questa congiuntura che vi risguarda quanto me. Ecco dunque il modo da me immaginato per far in guisa che, nell’angustie in cui siamo, il denaro non ci manchi, almeno per qualche tempo. Consiste in una piccola superchieria che faremo, io al califfo e voi a Zobeide, e la quale, ne son certo, li divertirà e non ci sarà infruttuosa. Ecco qual è la soperchieria di cui intendo parlare: di morire amendue.

[p. 373 modifica]«— Di morire amendue!» interruppe Nuzhatul-Auadat. «Morite, se v’aggrada, voi solo; quanto a me non sono stanca di vivere, e non intendo, non ve l’abbiate a male, di morire nemmeno così presto. Se non avete altri mezzi da propormi, potete eseguirli da per voi, chè vi assicuro che non me ne immischierò affatto.

«— Siete donna,» ripigliò Abu Hassan, «voglio dire d’una vivacità e prontezza sorprendenti: appena mi date il tempo di spiegarmi. Ascoltatemi dunque un momento con pazienza, e quindi vedrete che anche voi bramerete morire della medesima morte della quale voglio morir io. Ben comprendete che non intendo parlare d’una morta vera, ma d’una finta.

«— Ah! così va bene,» interruppe nuovamente Nuzhatul-Auadat; «quando non si tratta che d’una morte finta, sono tutta a voi. Potete contare su di me; sarete testimonio dello zelo, col quale vi seconderò nel morire a questa foggia; poichè, a dirvela francamente, ho un’invincibile ripugnanza a morir così presto nel modo che poco fa l’intendeva,

«— Or bene, sarete soddisfatta,» continuò Abu Hassan; «ecco come la intendo per riuscire nel mio proposito. Io farò il morto: voi subito prenderete un lenzuolo, e mi farete i funerali, come se lo fossi veramente. Mi metterete in mezzo alla camera nel modo che si usa, col turbante sul viso, ed i piedi rivolti verso la Mecca, bell’e pronto per essere portato al luogo della sepoltura. Disposta così ogni cosa, manderete le grida e verserete le lagrime solite in simili occasioni, lacerandovi gli abiti e svellendovi i capelli, od almeno fingendo di strapparveli, ed andrete tutta in pianto e coi capelli sparsi a presentarvi a Zobeide. Vorrà la principessa sapere il motivo delle vostre lacrime, e quando ne l’avrete informata con parole [p. 374 modifica] interrotte da’ singhiozzi, essa non mancherà di compiangervi, e farvi dono di qualche danaro per aiutarvi a sostenere le spese del funerale, d’una pezza di broccato per servirmi di drappo mortuario onde rendere più magnifiche le mie esequie, e farvi un abito invece di quello che vi vedrà lacerato. Quando sarete tornata col denaro e la pezza di broccato, mi leverò dal mezzo della stanza, voi vi porrete al mio posto, farete la morta, e, dopo avervi involta nel lenzuolo, andrò anch’io dal califfo a rappresentare la scena medesima che voi avrete fatta con Zobeide, ed oso ripromettermi ch’egli non sarà, a mio riguardo, men liberale di Zobeide verso di voi. —

«Quando Abu Hassan ebbe finito di spiegare il suo pensiero intorno a ciò che aveva ideato: — Credo che la burla sarà molto dilettevole,» soggiunse tosto Nuzhatul-Auadat, «e m’ingannerò a partito, se Zobeide ed il califfo non ce ne saranno grati. Ora si tratta di ben rappresentarla: quanto a me, potete lasciarmi fare, mi disimpegnerò della mia parte per lo meno tanto bene quanto m’aspetto che voi vi disimpegnerete della vostra, e con tanto maggior zelo ed attenzione, perchè scorgo, al par di voi, il grande utile che ne dobbiamo riportare. Non perdiamo dunque tempo: mentre vado a prendere un lenzuolo, mettetevi in camicia od in calzoni; so seppellire al par di chicchessia, poichè quando mi trovava al servizio di Zobeide, e moriva qualche schiava mia compagna, aveva sempre io l’incarico di prepararla.»

Sorgeva l’alba, e Schahriar si alzò, ridendo fra sè della sottile astuzia messa in opra da Abu Hassan, per ottenere dal califfo nuovi favorii.

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NOTTE CCCIII


— Non tardò Abu Hassan a fare quanto avevagli detto Nuzhatul Auadat; si distese supino quant’era lungo sul lenzuolo messo sul tappeto in mezzo alla stanza, incrociò le braccia, e si lasciò fasciare in modo che parea non si avesse se non a metterlo nel feretro e portarlo a sotterrare. Sua moglie gli volse i piedi verso la Mecca, gli coprì il viso con una mussolina delle più fine, ponendovi sopra il turbante in guisa d’aver libera la respirazione; si scoprì poscia il capo, e colle lagrime agli occhi, i capelli penzolanti e sparsi, fingendo di strapparseli con alte strida, si mise a battersi le guance e percuotersi a gran colpi il petto, con tutte le altre dimostrazioni del maggior dolore. In tal condizione uscì, ed attraversato un ampio cortile, si recò all’appartamento della principessa Zobeide.

«Nuzhatul-Auadat metteva strida sì acute, che Zobeide le intese dalla sua stanza, e comandò alle schiave, che stavano allora presso di lei, di vedere d’onde provenissero quei lamenti e le grida che udiva. Corsero desse in fretta alle gelosie, e tornate ad avvertire Zobeide essere Nuzhatul-Auadat che inoltravasi tutta afflitta, la principessa, impaziente di sapere cosa le fosse accaduto, si alzò, andandole incontro sino alla porta dell’anticamera.

«Qui Nuzhatul-Auadat rappresentò a perfezione la sua parte. Appena scorse Zobeide, la quale teneva semiaperta la portiera dell’anticamera e l’attendeva, raddoppiò, inoltrandosi, le grida, si strappò a piene [p. 376 modifica] mani i capelli, si percosse le guance ed il petto più forte, e gettossele a’ piedi bagnandoli di lagrime.

«Zobeide, sorpresa di vedere la sua schiava in un sì straordinario dolore, le chiese cosa avesse, e qual disgrazia le fosse accaduta.

«Invece di rispondere, la falsa afflitta continuò per qualche tempo i singulti, fingendo di farsi violenza per trattenerli. — Aimè! mia onorevolissima signora e padrona,» sclamò infine con parole interrotte da singhiozzi, «qual maggiore e più funesta disgrazia poteva accadermi di quella che m’obbliga di venire a gettarmi ai piedi di vostra maestà, nell’infortunio estremo al quale veggomi ridotta! Dio prolunghi i giorni vostri in perfetta salute, mia rispettabilissima principessa, e vi conceda lungi e felici anni! Abu Hassan, il povero Abu Hassan, che onoravate della vostra bontà, che voi ed il Commendatore de’ credenti mi avete dato in isposo, più non esiste! —

«E terminando queste parole, la donna raddoppiò le lagrime ed i singhiozzi, gettandosi di nuovo appiè della principessa. Rimase Zobeide sommamente sorpresa a quella nuova. — Abu Hassan è morto!» sclamò; «quell’uomo sì pieno di salute, piacevole ed allegro! Per verità, non mi aspettava ad udire così presto la morte d’un uomo com’egli, che prometteva più lunga vita, e che tanto bene la meritava.» Nè potè trattenersi dal dimostrare colle lagrime il proprio dolore. Le schiave che l’accompagnavano, ed eransi più volte divertite del carattere gioviale di Abu Hassan, quando veniva ammesso ai convegni familiari di Zobeide e del califfo, espressero anch’esse, co’ loro pianti, il dispiacere della sua perdita e la parte che vi prendevano.

«Zobeide, le schiave e Nuzhatul-Auadat rimasero molto tempo col fazzoletto sugli occhi, a piangere e mandar sospiri su questa pretesa morte. Infine, la [p. 377 modifica] principessa Zobeide ruppe il silenzio: — Malvagia donna,» gridò essa, volgendosi alla finta vedova, «sei forse tu la cagione della sua morte. Gli avrai dati tanti motivi di duolo col fastidioso tuo umore, che finalmente sarai pervenuta a spingerlo nel sepolcro. —

«Nuzathul-Auadat dimostrò sentire gran mortificazione del rimprovero fattole da Zobeide. — Ah, signora!» sclamò; «non credo d’aver mai dato a vostra maestà, in tutto il tempo ch’ebbi la ventura di essere sua schiava, il minimo argomento di formare tale svantaggiosa opinione della mia condotta verso uno sposo che m’era sì caro. Mi stimerei la più di sgraziata di tutte le donne, se ne foste persuasa. Ho sempre amato Abu Hassan come una moglie amar deve un marito cui appassionatamente predilige, e posso dire, senza vanità, di aver avuta tutta la tenerezza ch’egli meritava, per tutte le compiacenze ragionevoli che aveva per me, e che m’erano un attestato del non men tenero amor suo. Sono persuasa ch’egli mi giustificherebbe pienamente nello spirito di vostra maestà, se fosse ancora al mondo. Ma, o signora,» soggiunse rinnovando le lagrime, «la sua ora è venuta, ed è la causa unica della sua morte. —

«Zobeide aveva in fatti sempre notato nella sua schiava una medesima eguaglianza d’umore, una somma docilità ed uno zelo tale pel di lei servigio, dimostrante com’essa, piuttosto che per dovere, agisse per inclinazione. Non esitò pertanto a crederle sulla parola, e comandò alla sua tesoriera di andar a prendere nel proprio scrigno una borsa di cento pezze d’oro ed una pezza di broccato.

«Tornò in breve la tesoriera colla borsa e col broccato, che d’ordine di Zobeide consegnò a Nuzhatul-Auadat, la quale, ricevendo un sì bel presente, gettossi a’ piedi della principessa, facendogliene [p. 378 modifica] umilissime grazie, con somma interna soddisfazione di essere riuscita nel proprio intento. — Va,» le disse Zobeide, «serviti della pezza di broccato per drappo mortuario sulla bara di tuo marito, e spendi il denaro a fargli esequie onorevoli e degne di lui. Modera quindi i trasporti del tuo cordoglio; avrò cura di te. —

«Non appena Nuzhatul-Auadat fu fuor della presenza di Zobeide, che asciugate con giubilo le lagrime, tornò frettolosa a render conto ad Abu Hassan dell’esito della rappresentazione.

«Nel rientrare, la donna diede in una grande risata trovando il marito nel medesimo stato in cui avevaio lasciato, cioè avvolto nel lenzuolo in mezzo alla stanza. — Alzatevi,» gli disse sempre ridendo, «e venite a vedere il frutto della giunteria da me fatta a Zobeide. Oggi non morremo ancora di fame. —

«Abu Hassan si alzò ratto, e rallegrossi assai colla moglie, vedendo la borsa e la pezza di broccato.

«Nuzhatul-Auadat era tanto lieta d’essere sì ben riuscita nella soperchieria fatta alla principessa, che non sapeva contenere la propria gioia. — Non basta,» disse, ridendo, al marito; «ora voglio fare a mia volta da morta, e vedere se sarete abbastanza destro da cavare al califfo quant’io ottenni da Zobeide.

«— Ecco appunto il genio delle donne,» riprese Abu Hassan; «ben si ha ragione di dire ch’esse hanno sempre la vanità di credere di valer di più degli uomini, quantunque il più delle volte non facciano nulla di bene se non per loro consiglio. Sarebbe bella ch’io non facessi quanto voi almeno presso il califfo, io che sono l’inventore dello strattagemma! Ma non perdiamo tempo in ciance inutili; fate la morta come me, e vedrete se non otterrò il medesimo esito. —

«Abu Hassan involse nel lenzuolo funebre la [p. 379 modifica] consorte, la mise nel luogo stesso dov’egli stava prima, le volse i piedi verso la Mecca, ed uscì dalla stanza tutto in disordine, col turbante scompigliato, come uomo in estremo affanno. In tale stato, andò dal cailiffo, il quale allora tenea consiglio secreto col gran visir Giafar e con altri visiri, in cui riponeva maggior fiducia, e presentatosi alla porta, l’usciere, sapendo aver egli libero l’ingresso, gli aprì. Entrò egli allora, tenendo con una mano il fazzoletto sugli occhi, onde nascondere le finte lagrime che lasciava scorrere in copia, e battendosi coll’altra forte il petto, con esclamazioni esprimenti l’eccesso d’un vivo dolore.

— Ma, sire,» aggiunse Schcherazade, «il giorno viene ad impormi silenzio, e m’astringe a rimandare a domani la continuazione del racconto.»


NOTTE CCCIV


— Il califfo, uso a vedere Abu Hassan con volto sempre ilare e spirante gioia, rimase molto stupito vedendolo comparire in sì tristo stato, ed interrotta l’attenzione che prestava all’affare del quale pariavasi in consiglio, gli chiese la cagione del suo dolore.

«— Commendatore de’ credenti,» rispose Abu Hassan con singhiozzi e sospiri reiterati, «non poteva accadermi disgrazia peggiore di quella che forma il soggetto della mia afflizione. Lasci Iddio vivere a lungo vostra maestà sul trono che occupa con tanta gloria! Nuzhatul-Auadat, ch’ella, per sua bontà, aveami data in consorte, onde passar il resto de’ miei giorni con lei, aimè!... —

«A tale esclamazione, Abu Hassan finse d’avere [p. 380 modifica] il cuore sì angosciato, da non poter proseguire, e proruppe in lagrime. Il califfo comprese che veniva ad annunziargli la morte della moglie, e ne parve sommamente commosso. — Iddio t’abbia nella sua misericordia!» gli disse in accento esternante quanto glie ne dispiacesse. «Era una buona schiava, e noi te l’avevamo data, Zobeide ed io, coll’intenzione di farti piacere; essa meritava di vivere molto tempo.» Allora gli scorsero le lagrime dagli occhi, e fu costretto a prendere il fazzoletto per asciugarle.

«Il dolore di Abu Hassan e le lagrime del califfo ne fecero versar puro al gran visir Giafar ed agli altri visiri, che piansero tutti la morte di Nuzhatul-Auadat, la quale, da parte sua, stava in grande impazienza di udire come il consorte sarebbe riuscito.

«Il califfo ebbe del marito il medesimo pensiero che Zobeide aveva avuto della moglie, immaginandosi che potesse esser egli la cagione della di lei morte. — Disgraziato,» gli disse con accento di sdegno, «fosti tu a far morire co’ tuoi maltrattamenti tua moglie! Ah! non ne dubito. Dovevi almeno avere qualche considerazione per la principessa Zobeide, mia sposa, che l’amava più dell’altre sue schiave, e che si degnò privarsene per cedertela. Ecco un bel segno della tua riconoscenza!

«— Commendatore de’ credenti,» rispose Abu Hassan, fingendo di piangere più amaramente di prima, «può mai vostra maestà nutrire un sol momento il pensiero che Abu Hassan, da lei colmato delle sue grazie e di benefizi, ed al quale fece onori cui egli non avrebbe mai osato aspirare, abbia potuto essere capace di sì nera ingratitudine? Io amava Nuzhatul-Auadat, mia sposa, e per codesti motivi e per tante altre belle sue qualità, ch’erano cagione ch’io avessi sempre per lei tutto l’affetto, tutta la tenerezza e tutto l’amore che meritava. Ma,» soggiunse, «essa [p. 381 modifica] doveva morire, e Dio non ha voluto lasciarmi godere più a lungo d’una felicità ch’io teneva dal favore di vostra maestà e di Zobeide, sua cara sposa. —

«Abu Hassan seppe infine sì destramente simulare il suo dolore con tutti i segni d’un verace cordoglio, che il califfo, il quale, d’altronde, non aveva mai udito che il favorito fosse andato in rotta colla moglie, prestò fede a quanto gli disse, e non dubitò della sincerità delle di lui parole. Era presente il tesoriere del palazzo, ed il califfo gli comandò di recarsi alla cassa, e dare al desolato sposo una borsa di cento pezze d’oro con una bella pezza di broccato: Abu Hassan gettossi a’ piedi del califfo per attestargli la propria riconoscenza e ringraziarlo dal donativo. — Segni il tesoriere,» gli disse il califfo; «la pezza di broccato è per servire di drappo mortuario alla tua defunta, ed il denaro per farle esequie degne di lei. Ben mi aspetto che le darai quest’ultimo attestato dell’amor tuo. —

«Abu Hassan non rispose a quelle parole cortesi del califfo se non con un profondo inchino nell’andarsene. Seguì poi il tesoriere, e quando furongli poste in mano la borsa e la pezza di broccato, tornò a casa contentissimo e soddisfatto in se stesso d’aversi presto facilmente trovato di che supplire all’angustia che cagionavagli tante inquietudini.

«Nuzhatul-Auadat, stanca d’essere rimastasi a lungo nella faticosa posizione, non aspettò che Abu Hassan le dicesse di lasciarla, ma non appena ebbe inteso aprire la porta, correndo a lui: — Ebbene,» gli disse, «è stato il califfo facile a lasciarsi illudere quanto Zobeide?

«— Guardate,» rispose l’altro celiando, e mostrandole la borsa e la pezza di broccato, «voi vedete ch’io non so men bene fare l’afflitto per la morte d’una donna che sta a maraviglia, che non voi la piagnolona per quella d’un marito pieno di vita. —

[p. 382 modifica]«Nonostante Abu Hassan ben prevedeva che quel doppio inganno non mancherebbe di avere conseguenze; laonde avvertì la moglie, per quanto seppe, su tutto quello che poteva accadere, all’uopo di agire di concerto; quindi aggiunse: — Quanto più riusciremo a gettare il califfo e Zobeide in qualche imbarazzo, tanto maggior piacere ne proveranno essi alla fine, e forse ce ne attesteranno la soddisfazione loro con qualche nuovo segno di liberalità.» Codest’ultima considerazione fu quella che più d’alcun’altra li incoraggiò a portare la finzione più lungi che lor sarebbe stato possibile.

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NOTTE CCCV

CONTINUAZIONE


DELLA STORIA DEL DORMIENTE SVEGLIATO.


— Sire, benchè vi fossero ancora molti affari da trattare nel consiglio che si teneva, pure il califfo, impaziente di andare dalla principessa Zobeide per farle i complimenti di condoglianza intorno alla morte della sua schiava, si alzò poco dopo la partenza di Abu Hassan, e rimise la seduta ad un altro giorno. Il gran visir e gli altri ministri, preso congedo, si ritirarono.

«Partiti che furono, il califfo, voltosi a Mesrur, capo degli eunuchi del palazzo, il quale era quasi inseparabile della sua persona, ed interveniva inoltre a tutti [p. 2 modifica] i suoi consigli: — Seguimi,» gli disse, «e vieni a prendere con me parte al dolore della principessa, per la morte di Nuzhatul-Auadat sua schiava. —

«Andarono insieme all’appartamento di Zobeide, e quando il califfo ne fu alla porta, schiusa la portiera, vide la consorte seduta sur un sofà, afflittissima, e cogli occhi ancora bagnati di lagrime.

«Il califfo entrò, ed inoltratosi verso la sposa: — Signora,» le disse, «non è mestieri dirvi quanta parte io prenda alla vostra afflizione, non ignorando voi esser io tanto sensibile a ciò che vi dà pena, quanto lo sono a tutto quello che vi reca piacere; ma siamo tutti mortali, e dobbiamo rendere a Dio la vita ch’ei ne ha data, quando ce la domanda. Nuzhatul-Auadat, vostra schiava fedele, aveva molte belle doti che seppero conciliarle la vostra stima, ed approvo moltissimo che gliene diate prove anche dopo la sua morte. Considerate però che i vostri rammarici non la ritorneranno in vita; laonde, o signora, se vorrete credermi, e se mi amate, consolatevi di questa perdita, e prendete maggior cura d’una vita che sapete essermi assai preziosa e forma tutta la felicità della mia. —

«Se la principessa rimase dilettata dei teneri sentimenti che accompagnavano il complimento del califfo, essa fu d’altra parte maravigliatissima all’udire la morte di Nuzhatul-Auadat, alla quale non ci attendeva. La gettò quella nuova in tale stupore, che rimase alcun tempo senza rispondere; raddoppiava la di lei maraviglia sentendo notizia sì opposta a quella poco fa intesa, e rimase mutola. Si riebbe non pertanto, e finalmente ripresa la parola: — Commendatore dei credenti,» disse in aria e con accento che manifestavano ancora la sua sorpresa, «sono sensibilissima ai teneri sentimenti che mostrate d’avere per me; ma permettetemi di dirvi che non comprendo nulla [p. 3 modifica] nella nuova che mi recate della morte della mia schiava: essa gode d’ottima salute. Dio ci conservi entrambi, o signore! Se mi vedete afflitta, è per la morte di Abu Hassan suo marito, vostro favorito, ch’io stimava per la considerazione che avevate per lui, perchè voi aveste la bontà di farmelo conoscere, e perch’egli mi ha altre volte piacevolmente divertita. Ma, o signore, l’insensibilità in cui vi veggo per la sua morte, e la dimenticanza che ne mostrate in sì breve tempo dopo le assicurazioni che faceste a me medesima del diletto che provavate nel tenerlo presso di voi, mi sorprendono e m’empiono di maraviglia; e questa insensibilità maggiormente appare dallo scambio che volete farmi, annunziandomi la morte della mia schiava per la sua. —

«Il califfo, il quale credeasi perfettamente informato della morte della schiava, ed aveva motivo di crederlo da quanto aveva veduto ed inteso, si mise a ridere ed alzare le spalle udendo Zobeide parlar così. — Mesrur,» disse, volgendosi a questi, «che dici del discorso della principessa? Non è vero che le donne hanno alle volte certe astrazioni di spirito, che si ponno difficilmente perdonare? Chè alla perfino tu hai veduto ed inteso al par di me.» Poi, volgendosi a Zobeide: «Signora,» proseguì, «non ispargete altre lagrime per la morte di Abu Hassan; egli sta bene. Piangete piuttosto la morte della vostra schiava: è appena un momento che suo marito venne da me, tutto piagnolente ed in un’angoscia che mi fece molta pena, ad annunziarmi la morte di sua moglie. Gli ho fatto dare una borsa con cento pezze d’oro ed una pezza di broccato, per giovare a consolarlo ed a fare i funerali della defunta. Mesrur, qui presente, fu testimonio di tutto, e vi dirà la medesima cosa. —

«Quel discorso del califfo non parve alla principessa detto sul serio, e credè che volesse beffarsi [p. 4 modifica] di lei. — Commendatore de’ credenti,» rispose ella dunque, «sebbene sia vostro costume di motteggiare, vi dirò non esser questa l’occasione di farlo, e ciò che vi dico è cosa gravissima. Non si tratta qui della morte della mia schiava, ma bensì di quella di Abu Hassan suo marito, del quale piango la morte, che voi dovreste pianger meco.

«— Ed io, signora,» riprese il califfo colla massima serietà, «vi dico senza scherzi che v’ingannate; è Nuzhatul-Auadat ch’è morta, ed Abu Hassan trovasi vivo e pieno di salute. —

«Zobeide si offese della risposta secca del califfo, e:

«— Commendatore de’ credenti,» replicò vivamente, «Dio vi preservi dal rimanere più oltre in simile errore! Mi fareste credere che il vostro spirito non si trovi nel solito stato. Permettetemi ripetervi di nuovo essere Abu Hassan ch’è morto, e che Nuzhatul-Auadat, mia schiava, vedova del defunto, è piena di vita. Non sarà un’ora ch’ella è uscita di qui, dov’era venuta tutta desolata ed in uno stato che solo sarebbe stato capace di cavarmi le lagrime, quand’anche non mi avesse palesato, in mezzo a mille singhiozzi, il giusto motivo del suo affanno. Tutte le mie donne hanno pianto con me, e possono farvene sicura testimonianza. Vi diranno pure che le feci il dono d’una borsa di cento pezze d’oro e d’una pezza di broccato; ed il dolore che avrete notato sul mio volto entrando, era cagionato dalla morte di suo marito, e dalla desolazione in cui la vidi poco fa. Stava anzi per mandare a farvi i miei complimenti di condoglianza nel momento appunto che siete entrato. —

«A quelle parole di Zobeide: — Ecco, o signora, una strana ostinazione,» sclamò il califfo con una grande risata. «Ed io vi dico,» continuò, tornando serio, «essere Nuzhatul-Auadat quella ch’è morta. — No, [p. 5 modifica] signore,» ripigliò subito Zobeide, con pari serietà; «invece è Abu Hassan. Non mi darete ad intendere ciò che non è. —

«Salì il fuoco al volto del califfo per la collera, sedette sul sofà lungi dalla principessa, e volgendosi a Mesrur: — Va sul momento a vedere,» gli disse, «chi è morto dei due, e vieni tosto a dirmelo. Sebbene io sia certissimo che la morta sia Nuzhatul-Auadat, pure preferisco prendere questo partito, che ostinarmi di più d’una cosa che m’è perfettamente nota. —

«Non aveva il califfo finito, che già Mesrur era andato. — Vedrete,» continuò quindi, volgendo la parola a Zobeide, «fra un momento chi di noi due abbia ragione.

«— Per me,» rispose Zobeide, «so benissimo che la ragione sta dalla mia parte, e voi medesimo vedrete che Abu Hassan è il morto, come v’ho detto.

«— Ed io,» soggiunse il califfo, «sono sì certo essere Nuzhatul-Auadat, che son pronto a scommettere con voi quanto vorrete ch’essa non è più al mondo, e che Abu Hassan sta bene.

«— Non crediate di smovermi,» replicò Zobeide; «accetto la scommessa. Sono tanto persuasa della morte di Abu Hassan, che scommetto volontieri quanto ho di più caro contro ciò che vorrete, quand’anche sia di poco valore. Voi non ignorate che cosa abbia a mia disposizione, nè che cosa io più ami secondo le mie inclinazioni; scegliete e proponete: io darò il mio consenso, qualunque conseguenza ne possa accadere.

«— In tal caso,» disse allora il califfo, «scommetto dunque il mio giardino di Delizie contro il vostro palazzo delle Pitture: l’uno val ben l’altro. — Non si tratta di sapere,» rispose Zobeide, «se il vostro giardino valga più del mio palazzo: ciò poco mi cale. Si tratta che avete scelto quello che vi piacque delle cose che m’appartengono, come equivalente di quanto [p. 6 modifica] scommettete da parte vostra; accetto, e la scommessa è fissata. Non sarò la prima a disdirmene, ne prendo Iddio in testimonio.» Il califfo fece il medesimo giuramento, e cessarono ogni ulteriore alterco, attendendo il ritorno di Mesrur.

«Mentre il califfo e Zobeide contrastavano si vivamente, e con tanto calore, sulla morte di Abu Hassan o di Nuzhatul-Auadat, il primo dei finti morti, il quale aveva preveduto la loro contesa su quell’argomento, stava attentissimo a tutto ciò che poteva derivarne. Quand’ebbe scorto da lungi Mesrur attraverso la gelosia, presso cui stava seduto discorrendo colla moglie, notando che veniva direttamente alla loro dimora, comprese subito a qual fine era mandato, e disse perciò alla moglie di tornare a far la morta com’erano convenuti, senza perder tempo.»

A quel punto, l’aurora rischiarava già le stanze del sultano delle Indie, e Scheherazade rimandò alla domane il seguito di codesta storia.


NOTTE CCCVI


— Infatti il tempo stringeva, e tutto ciò che Abu Hassan potè eseguire prima dell’arrivo di Mesrur, fu di avvolgere nel lenzuolo la consorte, e stenderle addosso la pezza di broccato regalatagli dal califfo. Aprì poscia la porta della camera, e con volto tristo ed abbattuto, tenendosi agli occhi il fazzoletto, sedè al fianco della pretesa defunta.

«Aveva appena finito, che Mesrur si trovò nella stanza. Lo spettacolo funebre che tosto gli s’offerse, mise gli una gioia segreta riguardo all’ordine, di cui avevalo incaricato il califfo. Quando lo vide, Abu [p. 7 modifica] Hassan gli andò incontro, e baciandogli rispettosamente la mano: — Signore,» gli disse, sospirando e gemendo, «voi mi trovate nella massima afflizione che potesse mai accadermi per la morte di Nuzhatul-Auadat, mia diletta sposa, che onoravate della vostra bontà. —

«Intenerito Mesrur a quel discorso, non si potè trattener dall’offrire alla memoria della defunta il tributo di qualche lagrima. Sollevò un poco il drappo mortuario dal lato della testa per guardarle il viso che stava scoperto, e lasciandolo andare appena l’ebbe veduta: — Non v’ha altro Dio che Dio,» disse con un profondo sospiro. «Dobbiamo sottometterci tutti alla sua volontà, ed ogni creatura deve tornare al di lui grembo. Nuzhatul-Auadat, mia buona sorella,» soggiunse sospirando, «ben di poca durata fu il tuo destino! Dio ti usi misericordia!» Voltosi poscia ad Abu Hassan, che struggevasi in lagrime: «Non è senza ragione,» continuò, «se si dice che le donne cadono talvolta in astrazioni di spirito imperdonabili, e Zobeide, benchè mia buona padrona, è in tal caso. Essa volle sostenere al califfo, che voi eravate morto, e non vostra moglie; e per qualunque cosa le abbia potuto dire in contrario il califfo onde persuaderla, assicurandole anche la cosa sul serio, non vi è mai potuto riuscire. Mi ha perfino citato a testimonio per attestarle questa verità e confermargliela, poichè, come sapete, io mi trovava presente quando veniste a recargli la dolorosa nuova; ma tutto fu inutile. E duravano d’ambe le parti in un’ostinazione che non avrebbe finito, se il califfo, per convincere Zobeide, non si fosse determinato di mandarmi a voi per saper di nuovo la verità. Ma temo di non riuscire, poichè da qualunque lato si possano oggidì prendere le donne per far loro intendere le cose, sono esse d’una caparbietà insuperabile, quando siano una volta prevenute d’un sentimento contrario.

[p. 8 modifica]«— Iddio conservi il Commendatore de’ credenti nel possesso e nel buon uso del raro suo spirito!» ripigliò Abu Hassan, sempre colle lagrime agli occhi, e con parole tronche dai singhiozzi. «Voi vedete la realtà, e ch’io non ho ingannato il mio sovrano. Volesse Iddio,» sclamò per meglio dissimulare, «ch’io non avessi avuta occasione d’andargli ad annunziare nuova sì trista ed affliggente! Aimè!» soggiunse; «non so abbastanza esprimere la perdita irreparabile che oggi ho fatta! — È vero,» ripigliò Mesrur; «e posso assicurarvi che partecipo assai al vostro cordoglio; ma in fine bisogna consolarsi, e non abbandonarvi così al dolore. Vi lascio mio malgrado per tornare dal califfo; ma vi domando in grazia,» proseguì, «di non far levare di qui la salma finchè io non ritorni; voglio assistere alla cerimonia funebre ed accompagnarla colle mie preghiere. —

«Mesrur era già uscito per andare a render conto del suo messaggio, quando Abu Hassan, il quale lo accompagnava sino alla porta, gli dichiarò di non meritar l’onore che volevagli fare. Temendo poi che Mesrur non tornasse indietro per dirgli qualche altra cosa, lo seguì alcun tempo coll’occhio, e quando lo vide lontano a sufficienza, tornò a casa, e sbarazzando Nuzhatul-Auadat dal ferale indumento: — Ecco,» le disse, «rappresentata un’altra scena; ma già m’immagino che non sarà l’ultima, e certo Zobeide non vorrà stare al rapporto di Mesrur; anzi, se ne farà beffe, avendo troppe forti ragioni per non prestarvi fede. Dobbiamo perciò attenderci a qualche nuovo avvenimento.» Durante tale discorso, Nuzhatul-Auadat ebbe il tempo di ripigliare i suoi abiti, e così andarono ambedue a rimettersi sul sofà presso alla gelosia, onde poter scoprire ciò che accadesse.

«Intanto Mesrur, tornato da Zobeide, entrò nel gabinetto ridendo e battendo le mani, come uomo che [p. 9 modifica] avesse qualche grata cosa da annunziare. Il califfo, d’indole impaziente, voleva essere chiarito sul momento di quella faccenda; d’altronde era vivamente interessato al giuoco per la sfida della principessa; talchè, appena vide Mesrur: — Maledetto schiavo,» gli disse, «non è tempo di ridere. Non apri bocca? Parla arditamente: chi è morto del marito o della moglie?

«— Commendatore de’ credenti,» rispose subito Mesrur, prendendo un’aria seria, «Nuzhatul-Auadat è la morta, ed Abu Hassan n’è sempre dolente, come parve poco fa al cospetto di vostra maestà. —

«Senza dar tempo a Mesrur di proseguire, il califfo l’interruppe. — Buona nuova!» sclamò, prorompendo in una gran risata; «è appena un momento che Zobeide, tua padrona, possedeva il palazzo delle Pitture; adesso è mio. Ne avevamo fatto scommessa contro il mio giardino delle Delizie dopo che sei partito; non potevi adunque farmi il maggior piacere; avrò cura di ricompensarti. Ma non parliamone più: dimmi di punto in punto che cosa hai veduto.

«— Commendatore de’ credenti,» proseguì Mesrur, «giunto da Abu Hassan, entrai nella sua stanza ch’era aperta, e l’ho trovato sempre afflittissimo e piangente la morte di Nuzhatul-Auadat sua consorte. Stava seduto presso al capo della defunta, già avvolta nel funebre ammanto in mezzo alla camera, co’ piedi volti verso la Mecca, e coperta colla pezza di broccato, di cui la maestà vostra fece dono poco fa ad Abu Hassan. Dopo avergli attestata la parte che prendeva al suo dolore, mi avvicinai, e sollevando lo strato mortuario che copriva la testa, riconobbi Nuzhatul-Auadat, la quale aveva già il volto gonfio e tutto mutato. Esortai alla meglio il dolente a consolarsi, e ritirandomi, gli dissi che avrei desiderato trovarmi ai [p. 10 modifica] funerali di sua moglie, e perciò lo pregava ad attendere, pur farne levare il cadavere, ch’io fossi di ritorno. Ecco tutto ciò che posso dire a vostra maestà dietro l’ordine che m’ha dato. —

«Quando Mesrur ebbe finito il suo rapporto: — Non te ne chiedeva di più,» gli disse il califfo, ridendo di tutto cuore, «e sono contentissimo della tua esattezza.» Poi, volgendosi a Zobeide: «Or bene, signora,» soggiunse, «avete ancora qualche cosa da dire contro una verità sì evidente? Credete pur sempre che Nuzhatul-Auadat sia viva, e morto Abu Hassan, nè confesserete d’aver perduta la scommessa? —

«Zobeide non volle credere per nulla che Mesrur avesse riferita la verità. — Come! signore,» ripigliò essa, «v’immaginerete dunque ch’io voglia stare al rapporto di questo schiavo? È un impertinente che non sa cosa si dica. Non sono nè cieca, nè insensata: ho veduto co’ miei propri occhi Nuzhatul-Auadat nella massima afflizione; le parlai io medesima, e ben intesi ciò ch’ella mi disse sulla morte di suo marito.

«— Signora,» rispose Mesrur, «vi giuro per la vita vostra e per quella del Commendatore de’ credenti, cose a me le più care al mondo, che Nuzhatul-Auadat è morta, ed Abu Hassan vive. — Tu menti, vile e spregevole schiavo,» gli replicò Zobeide irata; «voglio confonderti sull’istante.» E tosto chiamate, battendo le mani, le sue donne, entrarono queste subito in gran numero. — Venite qui,» disse loro la principessa, «e dite la verità. Chi è la persona che venne a parlarmi un po’ prima che il Commendatore de’credenti arrivasse qui?» Le donne risposero tutte essere stata la povera afflitta Nuzhatul-Auadat. — E voi,» soggiunse, volgendosi alla sua tesoriera, «cosa vi ho comandato di darle ritirandosi? — Madama,» rispose quella, «ho dato a [p. 11 modifica] Nazhatul-Auadat, per ordine di vostra maestà, una borsa di cento pezze d’oro ed una pezza di broccato, che ella portò seco. — Or bene, sciaurato, schiavo indegno,» disse allora Zobeide a Mesrur con grand’ira, «che cosa avrai tu ora da replicare a tutto ciò che odi? Chi stimi tu ch’io debba ormai credere, a te od alla mia tesoriera, a tutte l’altre mie donne ed a me medesima? —

«Non mancavano a Mesrur ragioni da opporre al discorso della principessa; ma siccome temeva di viemaggiormente irritarla, prese il partito di contenersi, e rimase in silenzio, convinto però da tutte le prove che ne aveva, che Nuzhatul-Auadat, e non Abu Hassan, fosse cadavere.»


NOTTE CCCVII


— Durante questa contesa tra Zobeide e Mesrur, il califfo, il quale aveva udite le testimonianze prodotte d’ambo le parti, onde ciascuno faceasi forte, e sempre convinto del contrario di ciò che diceva la principessa, tanto per quello da lui medesimo veduto parlando con Abu Hassan, quanto da ciò che Mesrur gli aveva allora riferito, rideva di tutto cuore scorgendo Zobeide sì fieramente sdegnata contro Mesrur. — Signora, a dirla una volta ancora,» disse a Zobeide, «non so chi sia colui che disse cader le donne talvolta in astrazioni mentali: ma mi permetterete di citarvi come prova non aver egli detto nulla di più vero. Mesrur torna in questo momento appena dalla casa di Abu Hassan; ci vi dice di aver veduto co’ propri occhi Nuzhatul-Auadat morta in mezzo alla stanza, [p. 12 modifica] ed Abu Hassan vivo accanto alla defunta; e nonostante la sua testimonianza, che non si può ragionevolmente impugnare, non volete crederlo? È cosa che non so comprendere. —

«Zobeide, senza voler ascoltare le ragioni del califfo, ripigliò: — Commendatore de’ credenti, perdonatemi se vi tengo per sospetto: ben veggo che siete d’intelligenza con Mesrur per inquietarmi e spingere al colmo la mia pazienza; e siccome mi avvedo che il rapporto fattovi da Mesrur è cosa con voi concertata, vi prego di lasciarmi la libertà di mandar anche da parte mia qualche persona a casa di Abu Hassan per verificare se mi trovo in errore. —

«Il califfo acconsentì, e la principesca incaricò dell’importante commissione la sua nutrice. Era una donna d’età avanzata, rimasta sempre presso Zobeide fino dalla di lei infanzia, e che trovavasi presente coll’altre sue donne. — Ascolta, nutrice,» le diss’ella; «va da Abu Hassan, o piuttosto da Nuzhatul-Auadat, giacchè Abu Hassan è morto. Tu vedi già qual è la mia questione col Commendatore de’ credenti; non è dunque bisogno che ti dica di più: illuminami di tutto, e se mi porti una buona notizia, ci sarà un bel regalo per te. Va subito, e torna presto. —

«La nutrice partì con gran giubilo del califfo, lieto di vedere Zobeide in tal imbarazzo; ma Mesrur, estremamonte mortificato di vedere la principessa in tanta collera contro di lui, cercava i mezzi di calmarla, e di fare in modo che il califfo e Zobeide fossero egualmente contenti. Laonde fu lieto appena vide che Zobeide si decideva a mandare la nutrice da Abu Hassan; persuaso com’era che il rapporto che farebbe, non mancherebbe di trovarsi conforme al suo, e servirebbe a giustificarlo od a rimetterlo nelle di lei buone grazie.

«Abu Hassan intanto, sempre di sentinella alla [p. 13 modifica] gelosia, scoprì da lontano la nutrice, e subito comprese essere un’ambasciata da parte di Zobeide. Chiamò dunque la moglie, e senza esitar un momento sul partito da prendere: — Ecco,» le disse, «la nutrice della principessa che viene ad informarsi della verità; ora tocca a me a fare l’estinto. —

«Tutto era preparato. Nuzhatul-Auadat avvolse lesta il marito nel lenzuolo, gli gettò sopra la pezza di broccato regalatale da Zobeide, e gli mise sul volto il turbante. La nutrice, nella fretta che aveva di soddisfare alla sua commissione, era venuta di buon passo, ed entrando nella stanza, scorse Nuzhatul-Auadat seduta alla testa di Abu Hassan, tutta scarmigliata e lagrimosa, che percoteasi le guance ed il petto, mandando acute strida.

«Avvicinatasi alla falsa vedova: — Mia cara Nuzhatul-Auadat,» le disse in aria di grande tristezza, «non vengo qui a turbare il vostro dolore, nè ad impedirvi di sparger lagrime per un marito che sì teneramente vi amava. — Ah, buona madre!» interruppe lamentevolmente la falsa vedova; «voi vedete la mia disgrazia, e di quale sventura mi trovo oggi oppressa per la perdita del mio caro Abu Hassan, che Zobeide, mia amata padrona e vostra, ed il Commendatore de’ credenti; mi avevano dato in consorte! Abu Hassan! Mio caro sposo!» sclamò ancora; «che cosa v’ho fatto io perchè mi abbandonaste sì presto? Non ho io sempre seguito più i voleri vostri che i miei? Aimè! Che cosa sarà della povera Nuzathul-Auadat? —

«Rimase la nutrice estremamente sorpresa vedendo il contrario di ciò che il capo degli eunuchi aveva riferito al califfo. — Quel brutto muso nero di Mesrur,» sclamò, alzando le mani, «meriterebbe che Iddio lo confondesse di aver suscitata tal discordia tra la mia buona padrona ed il Commendatore [p. 14 modifica] de’ credenti colla insigne menzogna che ha loro riferita! Bisogna, figliuola mia,» disse poi, volgendosi alla mesta, «che vi narri la cattiveria e l’impostura di quell’iniquo schiavo, il quale ha sostenuto alla nostra buona padrona, con inconcepibile sfrontatezza, che voi eravate morta, e che Abu Hassan viveva!

«— Aimè! mia buona madre,» sclamò allora la giovane, «volesse Iddio ch’ei dicesse il vero! Non sarei nell’afflizione in cui mi vedete, e non piangerei uno sposo tanto a me caro.» Terminando queste parole, si scioglieva in lagrime, e mostrava maggior desolazione raddoppiando i pianti e le grida.

«Intenerita la nutrice dalle lagrime di Nuzhatul-Auadat, le sedè vicino, e mescolandovi le proprie, si avvicinò insensibilmente alla testa del morto, ne sollevò alquanto il turbante, e gli scoprì il volto per vedere di riconoscerlo. — Ah, povero Abu Hassan!» disse subito, ricoprendolo; «prego Iddio che v’abbia nella sua misericordia! Addio, figliuola,» soggiunse all’afflitta vedova; «se potessi tenervi compagnia più a lungo, lo farei con tutto il cuore; ma non posso fermarmi più oltre: il dovere mi costringe ad andar sollecitamente a liberare la nostra buona padrona dalla dolorosa inquietudine, in cui la immerse quel negro malnato coll’impudente sua menzogna, assicurando, anche con giuramento, che eravate morta. —

«Appena la nutrice di Zobeide ebbe chiusa, uscendo, la porta, Nuzhatul-Auadat, la quale ben giudicava che più non tornerebbe, tanta erane la fretta di recarsi dalla principessa, asciugò le lagrime, e sbarazzato al più presto il marito di quanto aveva intorno, andarono ambedue a riprendere il loro posto sul sofà presso alla gelosia, attendendo tranquilli il fine di quella burla, e sempre pronti a trarsi d’impaccio, da qualunque lato si volessero prendere.

[p. 15 modifica]«La nutrice di Zobeide intanto, ad onta della vecchiaia, aveva sollecitato, tornando, il passo ancor più che non avesse fatto nell’andare; il piacere di portar alla principessa la buona nuova, e più ancora la speranza d’una bella ricompensa, la fecero giungere in breve tempo; entrata quasi senza fiato nel gabinetto della principessa, le rese conto della sua commissione, e raccontò con ingenuità a Zobeide quello che aveva veduto.

«Ascoltò questa il rapporto della nutrice con un piacere de’ più sensibili, e ben lo dimostrò, imperocchè appena ebbe colei finito, essa le disse con accento denotante causa vinta: — Racconta dunque la medesima cosa al Commendatore de’ credenti, che ci considera come sprovvedute di senso comune, ed il quale vorrebbe così darci ad intendere che non abbiamo nessun sentimento di religione, nè verun timore di Dio. Dilla a quel malvagio schiavo negro, il quale ha l’insolenza di sostenermi una cosa che non è, e ch’io so meglio di lui.»


NOTTE CCCVIII


L’indomani, la sultana delle Indie, svegliata dalla sorella, continuò in tali termini:

— Mesrur, il quale erasi aspettato che la gita della nutrice ed il rapporto ch’ella farebbe sarebbergli stati favorevoli, rimase vivamente mortificato perchè ne fosse riuscito il contrario. D’altronde, sentivasi punto al vivo dall’eccesso di collera da Zobeide contro di lui concepita per un fatto di cui credevasi certo più di verun altro. Talchè fu lieto d’aver l’ [p. 16 modifica] occasione di sfogarsi liberamente colla nutrice piuttosto che colla principessa, alla quale non ardiva rispondere per timore di perderle il rispetto. — Vecchia sdentata,» diss’egli senza riguardo alla nutrice, «sei una bugiarda; non è vero nulla di quanto tu dici; ho veduto io co’ miei propri occhi Nuzhatul-Auadat distesa morta in mezzo alia stanza.

«— Sei un mentitore ed insigne bugiardo tu stesso,» rispose con cipiglio insultante la nutrice, «per osar di sostenere tal falsità, a me che esco adesso dalla casa di Abu Hassan, e l’ho veduto cadavere; a me che lasciai in questo medesimo istante sua moglie piena di vita!

«— Non sono un impostore,» ripigliò Mesrur; «sei tu che cerchi d’ingannarci.

«— Ma è una grande sfrontatezza,» replicò la nutrice, «d’osare di smentirmi così in presenza delle loro maestà, io che ho testè veduto co’ miei propri occhi la verità di quanto ho l’onore di asserire.

«— Balia,» tornò a soggiungere Mesrur, «faresti meglio a non parlare: tu vaneggi. —

«Non potè Zobeide tollerare quella mancanza di rispetto di Mesrur, il quale, senza verun riguardo, trattava così ingiuriosamente alla di lei presenza la nutrice; laonde, non lasciando tempo a questa di rispondere all’atroce ingiuria: — Commendatore de’ credenti,» disse al califfo, «vi domando giustizia contro quest’insolenza, che non vi concerne meno di me.» Nè potè dir altro, tanto era fuor di sè pel dispetto; il resto rimase soffocato dalle lagrime.

«Il califfo, il quale aveva udito tutto quell’alterco, si trovò in estremo imbarazzo; aveva un bel pensare, non sapeva cosa credere di tutte quelle contraddizioni. La principessa, da parte propria, come anche Mesrur, la nutrice e le schiave che trovavansi presenti, non sapevano cosa giudicare di quell’avventura, [p. 17 modifica] e stavano in silenzio. Il califfo finalmente: — Signora,» disse, volgendosi a Zobeide, «veggo bene che siamo tutti tanti mentitori, io pel primo, tu Mesrur, e tu nutrice: almeno pare che l’uno non sia più credibile dell’altro; alziamoci dunque tutti, ed andiamo in persona sui luoghi a riconoscere da qual lato sia la verità. Altro mezzo non veggo per chiarire i nostri dubbi e metterci l’animo in quiete. —

«Ciò detto, il califfo si alzò seguito dalla principossa, e Mesrur andò, innanzi per alzare la portiera. — Commendatore de’ credenti,» gli disse, «mi è di grande consolazione che vostra maestà siasi appigliata a tal partito, e ne proverò una ben maggiore quando avrò fatta vedere alla nutrice, ch’essa non già vaneggia, poichè quest’espressione ebbe la sventura di dispiacere alla mia buona padrona, ma bensì che il rapporto, da lei fatto non è veritiero. —

«Nè la nutrice rimase senza replica. — Taci, muso di carbone,» ripigliò essa; «non v’ha qui alcuno fuor di te che possa vaneggiare. —

«Zobeide, ch’era immensamente sdegnata contro Mesrur, non potè soffrire ch’ei tornasse alla carica contro la nutrice; laonde, prese nuovamente le sue parti: — Perfido schiavo,» gli gridò, «checchè tu possa dire, sostengo che la mia nutrice ha riferita la verità; quanto, a te, ti ritengo come un mentitore.

«— Signora,» rispose Mesrur, «se la nutrice è così sicura che Nuzhatul-Auadat viva, e morto sia Abu Hassan, scommetta dunque qualche cosa contro di me: essa non l’oserà. —

«Fu presta alla riscossa la nutrice. — L’oso tanto,» disse, «che ti prendo in parola. Vedremo se ardirai disdirti. —

«Mesrur non si disdisse; allora fecero scommessa, la nutrice ed egli, in presenza del califfo e [p. 18 modifica] della principessa, d’una pezza di broccato d’oro a fiori d’argento, a scelta d’entrambi.

«L’appartamento dal quale uscirono il califfo e Zobeide, benchè lontano, era nonostante rimpetto alla dimora dei morti vivi. Abu Hassan, che li vide venire, preceduti da Mesrur, e seguiti dalla nutrice e dalle donne di Zobeide, ne avvertì tosto la consorte, dicendole ch’era l’uomo il più ingannato del mondo se non istavano per essere onorati dalla loro visita. Guardò Nuzhatul-Auadat anch’essa per la gelosia, e veduta la medesima cosa, benchè il marito l’avesse in prevenzione avvertita che ciò poteva accadere, non potè far a meno dall’esserne sgradevolmente sorpresa. — Cosa faremo noi?» sclamò. «Siamo perduti!

«— Niente affatto, non temete,» rispose Abu Hassan con imperturbabile sangue freddo; «avete già dimenticato quello che dicemmo, in proposito? Facciamo soltanto i morti insieme come già la facemmo separatamente e come ne siamo convenuti, e vedrete che tutto andrà per la meglio. Dal passo col quale vengono, saremo accomodati prima che giungano alla porta. —

«In fatti, Abu Hassan e la moglie presero il partito di avvolgersi alla meglio nel lenzuolo, e in tale stato, postisi in mezzo alla stanza l’uno accanta all’altra, ciascuno coperto colla sua pezza di broccato, aspettarono cheti cheti la bella compagnia che li veniva a visitare.


NOTTE CCCIX


— Sire, l’illustre compagnia giunse finalmente. Aprì Mesrur la porta, ed il califfo e Zobeide entrarono nella camera, seguiti da tutti gli altri. Impossibile riesce dipingere la loro sorpresa alla vista dello [p. 19 modifica] spettacolo funebre che si presentò ai loro occhi, e rimasero immobili. Nessuno sapeva cosa pensare di quell’avvenimento. Zobeide, in fine, ruppe il silenzio. — Aimè!» disse al califfo; «son morti amendue! Avete fatto tanto,» continuò, guardandoli califfo e Mesrur, «a forza di ostinarvi che la mia schiava era morta, ch’essa lo è realmente, e senza dubbio sarà stato pel dolore d’aver perduto il marito. — Dite piuttosto, o signora,» rispose il califfo, ostinato del contrario, «che Nuzhatul-Auadat è morta prima, e che il povero Abu Hassan soccombette quindi all’angoscia d’aver veduto morire la moglie, vostra cara schiava: perciò dovete convenire d’aver perduta la scommessa, e che il vostro palazzo delle Pitture ora è proprio mio.

«— Ed io,» ripigliò Zobeide, irritata della contraddizione del califfo, «io invece sostengo che avete perduto voi, e che il vostro giardino delle Delizie mi appartiene. Abu Hassan è morto pel primo, poichè la mia nutrice vi disse, come a me, di aver veduto sua moglie viva piangere il marito morto. —

«Simile contrasto fra il califfo e Zobeide ne provocò un altro. Mesrur e la nutrice si trovavano nel medesimo caso: avevano anch’essi scommesso, ed ognuno pretendeva aver guadagnato. L’alterco andava sempre più riscaldandosi, e già il capo degli eunuchi colla nutrice stavano per venirne alle più grossolane ingiurie.

«Infine il califfo, riflettendo sull’occorso, conveniva tacitamente che Zobeide non aveva men ragione di lui a sostenere di aver guadagnato. Nel dispiacere che provava di non poter comprendere la verità, inoltrossi verso i due cadaveri, e sedè dalla parte della testa, cercando fra sè qualche spediente che dar gli potesse vittoria sopra Zobeide. — Sì,» sclamò poco dopo, «giuro, pel santo nome di Dio, di dare mille [p. 20 modifica] pezze d’oro di mia moneta a chiunque mi dirà chi dei due sia morto prima. —

«Ebbe appena il califfo finite tali parole, che udì di sotto il broccato che copriva Abu Hassan una voce gridargli: — Commendatore de’ credenti, fui io a morire pel primo; datemi le mille pezze d’oro.» E nel medesimo tempo vide Abu Hassan, il quale, sbarazzatosi della pezza di broccato che lo copriva, si prosternò a’ suoi piedi. La moglie si sbarazzò anch’ella dagl’impacci ed andò a gettarsi a’ piedi di Zobeide, coprendosi, per le convenienze, colla pezza di broccato; ma Zobeide mise un alto strido, che aumentò lo spavento di tutti gli astanti. Rinvenuta però alla fine dalla paura, inesprimibile fu la gioia della principessa, vedendo la sua cara schiava risuscitata quasi nel momento ch’era inconsolabile per la di lei morte. — Ah, cattivella!» sclamò; «tu sei cagione che ho molto sofferto in più d’una guisa, per amor tuo. Ti perdono nonostante di buon cuore, vedendo che non sei morta. —

«Il califfo, da parte sua, non aveva preso la cosa tanto a cuore; lungi dallo spaventarsi all’udire la voce di Abu Hassan, poco mancò, per lo contrario, che il riso non lo soffocasse, vedendoli amendue sbarazzarsi degl’indumenti, ed udendo il favorito chiedere gravemente le mille pezze d’oro da lui promesse a chi essergli detto chi fosse morto pel primo. — E che, Abu Hassan,» gli disse il califfo, scoppiando ancora dalle risa; «hai dunque giurato di farmi morir dal ridere? E d’onde ti venne l’idea di sorprenderci così, Zobeide ed io, per un lato, dal quale non istavamo in guardia contro di te?

«— Commendatore de’ credenti,» rispose Abu Hassan, «voglio dichiarvelo senza dissimulazione. Vostra maestà sa benissimo che io ho sempre amato a far buona tavola. La moglie, ch’ella mi ha dato, non [p. 21 modifica] rallentò guari questa passione; anzi, trovai in lei inclinazioni favorevoli ad aumentarla; con tali disposizioni, giudicherà facilmente la maestà vostra, che quand’anche avessimo avuto un tesoro immenso come il mare, con tutti quelli di vostra maestà, avremmo in breve trovato il mezzo di vederne il fondo, ed è appunto ciò che accadde. Dappoichè siamo insieme, non abbiamo risparmiato nulla per trattarci lautamente colle liberalità della maestà vostra. Questa mattina, fatti i conti coll’oste, abbiam trovato che, soddisfacendolo, e pagando inoltre gli altri debiti, non ci restava più nulla di tutto il denaro che possedevamo. Allora sorsero in folla ad invaderci lo spirito ed ingombrarci la mente le riflessioni sul passato ed i proponimenti di far meglio per l’avvenire: facemmo mille progetti che poscia abbandonammo. Finalmente, la vergogna di vederci ridotti in sì misero stato, o di non osar dichiararlo a vostra maestà, ci fece immaginare questo spediente per supplire ai nostri bisogni, divertendovi con questa piccola mariuoleria, che supplichiamo vostra maestà di volerci perdonare. —

«Contentissimi furono il califfo e Zobeide della sincerità di Abu Hassan, nè parvero sdegnati dell’occorso; anzi, Zobeide, la quale aveva sempre presa la cosa sul serio, non potè trattenersi a sua volta dal ridere, pensando a tutto ciò che Abu Hassan aveva immaginato per riuscire nel suo intento. Il califfo, che mai cessato avea dalle risa, tanto parevagli singolare quell’invenzione: — Seguitemi amendue,» disse ad Abu Hassan ed a sua moglie alzandosi; «voglio farvi dare le mille pezze d’oro da me promesse, pel contento cui provo che non siete morti.

«— Commendatore de’ credenti,» ripigliò Zobeide, «contentatevi, ve ne prego, di far dare le mille pezze d’oro ad Abu Hassan; a lui solo voi le dovete. Quanto a sua moglie; è affar mio.» E nello stesso tempo [p. 22 modifica] comandò alla sua tesoriera, che l’accompagnava, di consegnare altre mille pezze d’oro a Nuzhatul-Auadat, per dimostrarle, dal proprio canto, il suo giubilo di trovarla ancora in vita.

«Per tal guisa, Abu Hassan e la sua consorte conservarono a lungo le buone grazie del califfo Aaron-al-Raschid e di Zobeide sua sposa, ed acquistarono dalle loro liberalità di che provedere in copia a tutti i propri bisogni pel resto della vita.»

La sultana Scheherazade terminò così la storia del Dormiente svegliato. — In verità,» disse il sultano delle Indie, «questa storia è delle più belle, e l’ho sentita con gran piacere. — Sire,» rispose la sultana, «ne so un’altra che non vi recherà minor diletto, e di cui comincerò domani il racconto, se vostra maestà me lo concede.»


NOTTE CCCX


Scheherazade, nel por termine alla storia di Abu Hassan, aveva promesso al consorte di narrargliene un’altra all’indomani, che non l’avrebbe meno divertito. La sorella Dinarzade non mancò dal rammentarle, prima dell’alba, di mantenere la sua parola, e che il sultano avevale dimostrato di essere pronto ad udirla. Tosto Scheherazade, senza farsi aspettare, cominciò la novella seguente in codesti sensi:

  1. Cioè Divertimenio che ricorda, o che fa rammemorare.