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tacolo funebre che si presentò ai loro occhi, e rimasero immobili. Nessuno sapeva cosa pensare di quell’avvenimento. Zobeide, in fine, ruppe il silenzio. — Aimè!» disse al califfo; «son morti amendue! Avete fatto tanto,» continuò, guardandoli califfo e Mesrur, «a forza di ostinarvi che la mia schiava era morta, ch’essa lo è realmente, e senza dubbio sarà stato pel dolore d’aver perduto il marito. — Dite piuttosto, o signora,» rispose il califfo, ostinato del contrario, «che Nuzhatul-Auadat è morta prima, e che il povero Abu Hassan soccombette quindi all’angoscia d’aver veduto morire la moglie, vostra cara schiava: perciò dovete convenire d’aver perduta la scommessa, e che il vostro palazzo delle Pitture ora è proprio mio.

«— Ed io,» ripigliò Zobeide, irritata della contraddizione del califfo, «io invece sostengo che avete perduto voi, e che il vostro giardino delle Delizie mi appartiene. Abu Hassan è morto pel primo, poichè la mia nutrice vi disse, come a me, di aver veduto sua moglie viva piangere il marito morto. —

«Simile contrasto fra il califfo e Zobeide ne provocò un altro. Mesrur e la nutrice si trovavano nel medesimo caso: avevano anch’essi scommesso, ed ognuno pretendeva aver guadagnato. L’alterco andava sempre più riscaldandosi, e già il capo degli eunuchi colla nutrice stavano per venirne alle più grossolane ingiurie.

«Infine il califfo, riflettendo sull’occorso, conveniva tacitamente che Zobeide non aveva men ragione di lui a sostenere di aver guadagnato. Nel dispiacere che provava di non poter comprendere la verità, inoltrossi verso i due cadaveri, e sedè dalla parte della testa, cercando fra sè qualche spediente che dar gli potesse vittoria sopra Zobeide. — Sì,» sclamò poco dopo, «giuro, pel santo nome di Dio, di dare mille