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storia. L’indomani, Scheherazade ripigliò in codesti sensi:


NOTTE CCXCVII


— Sire, Abu Hassan occupavasi ancora in simili pensieri e sentimenti, quando giunse sua madre, la quale, vedendolo sì estenuato e sfinito, versò lagrime in maggior copia di quante ne avesse fin allora sparse. In mezzo ai suoi singulti, lo salutò come il solito, ed il tapino glielo restituì, contro il suo costume dacchè trovavasi all’ospizio; cosicchè ella n’ebbe buon augurio. — Or bene, figliuolo,» gli disse, asciugando le lagrime, «come state? Come va il vostro spirito? Avete rinunciato a tutte le fantasticherie ed alle fandonie che il demonio vi cacciò in testa?

«— Madre mia,» rispose Hassan, in accento abbastanza pacato, ed in una maniera dimostrante il proprio dolore pegli eccessi, ai quali erasi contro di lei abbandonato, «riconosco il mio traviamento; ma vi prego di perdonarmi il delitto esecrabile che detesto, e del quale sono colpevole verso di voi. La stessa preghiera rivolgo ai nostri vicini per lo scandalo che loro ho dato. Fui deluso da un sogno, ma sì straordinario e somigliante alla verità, che posso asseverare che ogni altro, cui fosse accaduto, non ne sarebbe stato meno colpito, ed avrebbe forse dato in maggiori stravaganze che non m’abbiate veduto fare. Ne sono ancora, nel momento che vi parlo, sì turbato, che stento a persuadermi che quanto m’è accaduto ne sia uno, tanta somiglianza ha esso con