Scola della Patienza/Parte prima/Capitolo IV

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CAP. IV.

Si vanno dichiarando ad una ad una le cinque sorti di pene, e d’afflittioni.


H
Avea una volta un gran Prencipe comandato, che se gli dipingesse un‘impresa à questo modo. Il corpo era una zucca, che stava sopra l’acqua, e come che intendesse benissimo la sua natura havea scritto di sopra questo motto: Iactor, non mergor. Sono sbattuta si bene: mà non sommersa. Poiche la leggierezza

[p. 106 modifica]del loro spognoso corpo insegna à nuotare alla zucche. Non molto diversa di questa impresa fù quell’altra, che riferisce Claudio Paradino, e fù dell’illustre Ammiraglio Cabothz; il quale levò per impresa un pallone da vento con questo motto: Concussus surgo. Percosso m’inalzo. Poiche questi palloni s’imparano à volare con le percosse.

Vi sono moltissimi huomini, che non imparano a metter cervello, se non con le percosse; e all’hora aspirano al cielo, quando comincia loro a parer vile la terra, e all’hora ergono la mente alle cose eterne quando stanno male fra queste caduche, e fra li Concussi surgunt. Percossi s’inalzano à guisa di palloni pieni di vento, i quali quanto più fortemente sono percossi tanto più in alto volano. E questo è quello, che noi habbiamo mostrato ne i trè primi ca[p. 107 modifica]pitoli precedenti Adesso veniamo al dichiarare le forme, e le specie delle istesse Afflittioni, e calamità, e quali dicemo esser di dieci sorti.

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