Odissea (Romagnoli)/Prefazione

Prefazione

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Omero - Odissea (Antichità)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1926)
Prefazione
Canto I

[p. V modifica]


[p. VII modifica]



Il poema d’Ulisse è palesemente diviso in tre parti. I primi quattro canti descrivono i viaggi di Telemaco alla ricerca del padre. Dal quinto al decimosecondo incluso si svolgono le vere avventure di Ulisse. E a questa parte, che costituisce il vero nucleo del poema, si uniscono strettamente anche alcuni dei canti seguenti, in cui appare Ulisse quasi ancora naufrago e straniero nella sua stessa patria. Negli ultimi canti è la trama contro i Proci, e la loro strage.

Questa divisione, palese, come ho detto, a prima vista, ha dato sempre buon giuoco ai separatisti. Il tono delle tre parti è differente: qual prova migliore che gli autori furono tre e non già un solo?

Ma chi formula simili illazioni, o ignora l’essenza, i fatti, i procedimenti di ogni arte; o se li conosce, immagina che le leggi dell’arte, ossia dello spirito umano, dovessero essere nell'antichità diverse da quelle d’oggi.

Ma questo non è. E legge primissima di qualsiasi opera narrativa di qualche estensione è la varietà. Legge, ottima legge, è anche l’unità, nel senso che l’opera d’arte deve [p. VIII modifica]essere organica, che tutte le sue parti devono concorrere a formare un tutto omogeneo, e che devono pur presentare una certa somiglianza tra loro, un aria di famiglia:


                              facies non omnibus una,
nec diversa tamen, qualem decet esse sororum.

Ma questo non vuol dire che il poeta si debba attenere ad una tetra monotonia di argomento e di stile. Una grande stoffa deve essere composta di molti fili, ed una narrazione di mole deve, accanto al tèma principale, accogliere altri episodi. Cosí nell'Odissea, il principale era certo costituito dalle avventure d’Ulisse. Ma con questo il poeta ha intrecciato le prime vicende e i viaggi di Telemaco, e i soprusi dei Proci nella reggia senza signore, e la sanguinosa vendetta d’Ulisse. Vicende tutte omogenee, e che di per sé non intaccano menomamente il carattere organico del poema.

Vero è che nell’Odissea ci sembra meno felice la materia dei primi quattro canti, nei quali Ulisse non appare. Ci vien fatto di ricordare il precetto d’Orazio:

Nec reditum Diomedis ab interitu Meleagri.
Nec gemino bellum Troianum orditur ab ovo.

E l’elogio che subito segue:

Semper ad eventum festinat et in medias res
Non secus ac notas auditorem rapit,

ci par quasi immeritato, a proposito dell’Odissea. Come! Aspettiamo Ulisse, e ci vien dinanzi Telemaco! Telemaco, che, diciamo la verità, non è mai divertentissimo? [p. IX modifica]Eppure, se si osserva a fondo, questa disposizione concorre come nessun'altra potrebbe alla piena efficacia del poema.

Prima di tutto, Ulisse è l’eroe simpatico, e il lettore deve approvare la implacabile strage da lui compiuta. Dunque bisogna convincerlo della protervia, della perfidia dei proci: e a questo sono essenzialmente rivolti i primi canti. Dopo il brevissimo prologo in Olimpo, il primo quadro che ci appare sulla terra, è quello dei Proci. Atena balza dall’Olimpo ad Itaca:

E trovò dunque i Proci magnifici. Stavano appunto
lí, dinanzi alla porta, godendosi al giuoco dei dadi,
seduti sopra pelli di bovi che avevano uccisi.

Ed i primi due canti sono tutti dedicati alla pittura delle loro soperchierie; e dopo il viaggio di Telemaco, quando, alla fine del quarto canto, si avvicina la comparsa d’Ulisse, ad essi torna il poeta, alla trama odiosa che essi tendono contro il figlio dell’eroe.

— Ma non poteva il poeta rimandare una simile pittura al ritorno d’Ulisse in patria; e cominciare il poema senz'altro con le avventure dell’eroe principale?

— Certo poteva; ma in linea artistica sarebbe stato grave errore. A metà dramma, a metà romanzo, non s’impianta una situazione nuova. Ad un certo punto, nulla dev'essere piú statico, anzi tutto dinamico. Tutto deve senza inciampi correre alla fine. Si possono riprendere tèmi già proposti, ma per tèmi nuovi non c'è piú posto. E Omero, infatti, riprende e svolge maestrevolmente le scene di soperchieria dei proci; ma che inciampo, che raffreddamento, se avesse dovuto incominciare a descrivere qui le condizioni d’Itaca! Invece, dopo la [p. X modifica]preparazione dei primi canti, il racconto procede senza inciampi, e le avventure d’Itaca sono, senza soluzione, il séguito delle avventure per le terre e i mari del mistero.

E d’altra parte, perché noi sappiamo che cosa attende l’eroe in patria, noi seguiamo con passione addoppiata tutti i suoi errori e i suoi viaggi, trepidiamo quando il capriccio dei venti lo avvicina e lo allontana dalla patria; e quando, seduto al timone, con la vela tesa, egli rimane immobile per lunga vicenda di giorni e di notti, tendendo lo sguardo verso il punto dell’orizzonte dove apparirà la terra agognata, noi vediamo seduta accanto a lui, avviluppata nel lungo peplo sanguigno, la Dea della vendetta.

Questo piano cosí efficace, è dovuto a riflessione, o non è piuttosto frutto di intuizione? La risposta non è possibile; ma neppure è necessaria. Certo, tanta logicità di costruzione non può essere opera del caso, né può risultare da giustapposizione, sia pur giudiziosa, di parti eterogenee. Essa rivela l’opera d’una mente unica. Ed è prova, e preziosa prova, della sua unità essenziale.

Certo, rimane innegabile il fatto che le parti dove entra in scena Ulisse, e massime quelle che descrivono i viaggi, sono piú colorite, piú poetiche, infinitamente piú interessanti delle altre. Ma c’è da stupirne? E non avviene cosí in tutti i romanzi scritti da che mondo è mondo? L’interesse dell’autore è naturalmente rivolto verso l’eroe piú che altrove; e dove l’eroe appare, quivi la fantasia del poeta si anima, quivi comincia il misterioso giuoco dell’ispirazione. E si aggiunga che le scene di viaggi derivano un proprio interesse dalla stessa materia, dall’avventura, che piú d’ogni altra attrasse ed attrarrà sempre l’interesse degli uomini. [p. XI modifica]


E oggi che non ci fanno piú velo i pregiudizi dell antica retorica, restituiamo all’Odissea il suo vero nome, il suo vero posto: è un romanzo, un romanzo d’avventure.

Ma come va che fra quanti romanzi d’avventure siano stati mai concepiti da mente umana, da Gil Games e dai novelloni egiziani sino a Stevenson o a Benoit, l’Odissea occupa un posto a sé, e tanto si distingue e si eleva su tutti gli altri, da parer quasi d’un’altra famiglia?

Le ragioni sono parecchie, ma si riassumono facilmente in una: l’eccellenza artistica. Tutti intendono, infatti, che se qualcuno dei sullodati romanzi d’avventura fosse scritto con lo stile, poniamo, di Salammbô, un confronto riuscirebbe possibile e tollerabile. Ma non ce n’è alcuno. Sembra quasi che la materia avventurosa, per il fascino intrinseco che permane suo retaggio anche in forme d’elaborazione umilissime, dissuada gli autori dalla cura stilistica, e quasi da ogni altra cura. L’Odissea, invece, è, come stile, un capolavoro assoluto. Perfetto sempre, anche nelle parti dove piú langue l’estro, nelle parti ispirate assurge a finezze di compagini e di nessi che l’arte non raggiunse piú mai, o raggiunse perdendo, come negli alessandrini, l’aerea vaghezza dell’estro musicale.

E quasi piú che dallo stile, la eccellenza dell’Odissea risulta dalla profonda psicologia dei suoi personaggi. Anche qui, i soliti romanzi d’avventure ci presentano fantocci. Invece, tutte le figure dell’Odissea sono di umanità individuale, sincera, profonda; e il protagonista Ulisse è un tale carattere, che si rimane perplessi se l’arte ne abbia piú mai creato un altro degno di stargli a fianco. Basti ricordare l’influsso enorme che [p. XII modifica]esso ha poi esercitato su tutta la letteratura del mondo, dall’Ulisse di Dante, alla scena finale del Faust1, al poemetto del Pascoli, a vari drammi moderni che con vario tòno riecheggiarlo le armonie omeriche.

Strano che proprio nella letteratura greca posteriore, specie nel Filottete di Sofocle e in qualche dramma d’Euripide, ci sia un’ondata di antipatia verso l’eroe d’Itaca. Ma presto si disperde nella gran simpatia delle epoche piú recenti.

E se pensiamo l’Ulisse dell’Odissea in confronto con gli altri eroi omerici, lo vediamo appunto circonfuso d’un’aureola di maggior simpatia, che deriva dalla sua maggiore umanità. Gli altri eroi, figli di Numi, son troppo protetti dai loro genitori; sicché, dinanzi al loro eroismo rimaniamo perplessi. Ulisse invece è perseguitato dai Numi. Abbandonato a sé stesso, tradito dai suoi principi, dimenticato dai sudditi obliosi, mal secondato da compagni di poca intelligenza, sembra come una simbolica immagine dell’uomo reale, posto, misteriosamente, in orribile solitudine in mezzo alle forze della natura, operatrici d’infiniti prodigi, ma o cieche od ostili. Unica sua alleata, Atena. Atena, cioè la propria intelligenza: cioè, ancora egli stesso. E non si avvilisce, né si piega. O si piega per risorgere piú tenace. Egli potrebbe ripetere il vanto del Prometeo goetheano:


Hat nicht mich zum Manne geschmiedet
Die allmächtige Zeit
Und das ewige Schicksal,
Meine Herrn und deine!

[p. XIII modifica]

Uomo. E non ha veruno degli irrigidimenti degli eroi convenzionali. Valoroso e coraggioso come nessun altro dei viventi — e lo dimostra nell’ora della gara o della pugna — non cerca però né pugne né gare. Ed è marito e padre esemplare e il pensiero di Penelope lo assilla continuo. Ma quando gli si offre un’ora di gioia, la coglie senza pensarci due volte.

E infine trionfa. E dopo il trionfo, che consentirebbe il riposo, riprende la sua vita errabonda. E il premio supremo è, ahimè!, la morte. Ma una morte serena, cullata dalla felicità che l’eroe ha procurato agli altri uomini:

                                             dal mare, una morte
placida a te verrà, che blanda e soave t’uccida,
fiaccato già da mite vecchiezza. E felici d’attorno
popoli a te saranno.


Questa è la favola d’Ulisse. Ed è, insieme, la favola dell’umanità, con le sue perpetue lotte, le poche gioie, i molti dolori, la vittoria coronata dalla morte. Ogni uomo legge in essa la propria favola triste. E qui risiede il fascino supremo del libro: per questo tutti preferiscono l’Odissea all’Iliade, sebbene questa nelle parti piú ispirate si elevi ad un clima d’ispirazione a cui non giunge il poema d’Ulisse.

Tutti gli altri personaggi dell’Odissea sono a gran distanza dal protagonista. Ma partecipano anch’essi la sua umanità, la sua semplicità. Chi non può leggere il testo — ed anche piú d’uno di quelli che possono leggerlo — deve spogliare le loro parole dalla convenzionale fanfara epica che suona, piú o meno, in tutte le versioni, e che, per riflesso, si crede di sentir suonare anche negli esametri greci; e per la giustezza e la verità del loro accento li sentirà moderni, [p. XIV modifica]contemporanei. In fronte ad una versione, sarebbe superfluo dimostrare un simile asserto. Si legga il poema, e se ne troveranno mille conferme in ogni episodio, nelle parole d’ogni personaggio.


E un altro elemento, fra i principali, del fàscino, consiste nel paesaggio. Tanta ne è l’evidenza, che chiunque legga con vero raccoglimento spirituale, con vero oblio, ha l’impressione di percorrere tappa per tappa, con lo scaltro eroe, l’avventuroso viaggio.

E qui sorge il problema: Omero descrive luoghi reali? O la sua è una geografia tutta fantastica ed immaginaria?

Dai tempi del fiducioso Polibio e dello scettico Eratostene giú giú sino ai dí nostri, corsero, intorno all’ardua questione, i classici fiumi d’inchiostro. E certo riuscirebbe tedioso riferire le infinite discussioni, e le animose diatribe. Ma oggi si è usciti infine, mi sembra, dalla sfera soggettiva, e si è poggiato il piede su un terreno assai piú solido.

Un diplomatico francese, che è anche dotto geografo e conoscitore del mondo antico, ricorse ad un metodo che non è proprio quello dei cartofilaci, e che, purtroppo, non è accessibile a tutti. S’imbarcò in uno yacht, e con l’Odissea sempre sotto gli occhi, girò tutto il Mediterraneo, a cercare le terre dell’Odissea. E le ritrovò tutte, o credè ritrovarle, con una corrispondenza precisa; ed espose punto per punto il suo periplo in due grossi volumi2. Libro di prolissità inverisimile, da sgomentare il piú intrepido lettore; ma che tuttavia riesce [p. XV modifica]il miglior commento, la migliore esegesi dell’Odissea. Molti dei particolari sono discutibili, discutibilissimi; ma in complesso, questa navigazione, dalla quale risulta viva l’immagine del Mediterraneo quale fu ai tempi d’Omero, riesce il miglior commento dell’Odissea. Poi vedremo come e perché. Ora vediamo i risultati del Bérard. Io avverto che nel riferirli mi allontano molto dalla sua esposizione, e mi servo piuttosto del prezioso materiale raccolto per elaborarlo liberamente.

Tralasciamo i viaggi di Telemaco, che pel nostro scopo interessano meno, e veniamo senz’altro ad Ulisse.

L'Isola di Calipso. Ulisse ci appare la prima volta nell’isola di Calipso. Ma che cosa ci dice Omero di quest’isola?

Che è tutta circondata dall’acqua, che è nell’ombelico del mare, che è alberata (I, 50 sg.), che è remota, che c’è una spelonca, che ci sono prati di fiori violacei e di petrosello.

Tutte indicazioni, è chiaro, troppo generiche. Dista una ventina di giorni di navigazione dall’isola dei Feaci; ma anche questa è indicazione vaga, e poi neppure sappiamo con precisione dove sia l’isola dei Feaci.

Ma una traccia troviamo forse nei nomi. Calipso è (Canto I)

                  la figlia d’Atlante, nemico dei Numi,
che tutti sa gli abissi del mare, che regge i pilastri
alti, che l’un dall’allro dividono il cielo e la terra.

Ora, nell'antichità il nome Atlante non designava, come ora, quell’insieme di catene parallele che va dall’Atlantico al golfo di Tripolitania, dal Capo Kotés alle Sirti. Atlante [p. XVI modifica]era un monte. Erodoto lo situa vicino alle colonne d’Ercole, e dice che non se ne scorge mai la sommità, perché è altissimo, e le nuvole non lo abbandonano mai, né d’estate, né d’inverno; e che gli indigeni dicono che è il pilastro del cielo.

Se ora apriamo un libro moderno d’istruzioni nautiche, vediamo che nello stretto di Gibilterra, sulla spiaggia africana, si eleva, sovrastando ad un punto d’approdo, un monte, detto delle Scimmie, che presenta due caratteristici picchi conici, l’uno vicino all’altro. Nei mesi di Luglio, Agosto, Settembre, i venti d’Est formano sulla sua cima continui strati di nubi. Ora, i navigatori antichi, che venivano solo nella buona stagione, coi venti d’Est, ne scorgevano la cima sempre perduta fra le brume, e coronata da un capitello di nubi su cui sembrava poggiasse il cielo. Fatto tanto piú strano ai loro occhi, perché si verificava proprio nei mesi d’Estate, quando nei loro paesi le cime dei monti erano sgombre di nuvole.

Ed ecco, dunque, l’origine del mito. Quello era un mostruoso gigante, confitto là da qualche potere superiore, a sostenere la volta celeste. Qualche volta, se le brume diradavano, si potevano distinguere anche i due picchi, le due mani protese a sostenere l’immane peso. Narrava Esiodo (Teogonia):

Per duro fato Atlante sostiene l’amplissimo cielo,
presso alle Espèridi, voci soavi, ai confin’ de la terra,
ritto: col capo lo regge, con l’infaticabili mani.

Ma Calipso? — Interroghiamo anche qui il nome. Kalypsó — è etimologia elementare — viene da kalypto, nascondo, e vorrà dire, su per giú, la Nascosta. Ora, ai pie’ del Monte delle Scimmie, e proprio alla base della cima piú alta, è l’isoletta [p. XVII modifica]di Perejil. «Anche quando l’aria è chiara — dicono le Istruzioni nautiche — riesce difficile trovar l’isola, distinguerla fra le innumerevoli insenature della spiaggia africana. In tempo brumoso, è impossibile». È, insomma, nascosta.

Ed ecco come quest’isoletta nascosta ai pie’ del monte, quasi protetta da lui, potè sembrare agli occhi degli antichi, la figlia del monte: ecco come si potè dire che Atlante aveva una figlia chiamata Calipso.

Scoperte queste tracce veramente significative, anche i particolari piú generici possono assumere non indifferente valore integrativo. Una visita all’isola presto convince che fra la descrizione omerica e la realtà esiste piena concordia.

Nell’isola descritta da Omero esistono prati di petrosello e di viole. E nella parte piú alta di Perejil, tutta rocciosa, è una gran distesa pianeggiante, tutta coperta di fiori violetti. E l’abbondanza di una varietà di petrosello (fenouil de mer) è tale e tanta, che ad essa l’isola deve il suo nome (perejil = petrosello).

E ancora, alberata è l’isola d’Omero, ed anche qui le rocce sono coperte da intrichi di arbusti spesso impenetrabili. Intorno allo speco di Calipso facevano il nido ogni sorta di uccelli,

gufi, e sparvieri, e cornacchie ciarliere che vivon sul mare;

e insopportabile è lo schiamazzo che uccelli d’ogni sorta fanno nell’isola di Perejil.

E infine, senza insistere su particolari meno caratteristici, c’è la grotta di Calipso. Un ingresso meraviglioso, un fjord, una larga insenatura cinta di alte pareti scoscese: acque mirabili trasparentemente, in fondo alle quali si stende un [p. XVIII modifica]fantastico tappeto di lapilli multicolori e d’alighe azzurre e purpuree; via via lungo le pareti, a livello dell’acqua, una zona di polpi rosso scarlatti; e, dappertutto, una profusione di meduse violette: è proprio il degno palazzo d’una dea marina.

Mancano nell’isola di Perejil alcuni dei particolari omerici: per esempio, gli alberi d’alto fusto, la vite e l’acqua sorgiva. E il Bérard, che vuole conseguire l’identità perfetta, trova tutti questi elementi in località finitime della spiaggia spagnuola ed africana.

Ma è poi necessaria questa identità? Io non lo credo; e mi pare che gli elementi coincidenti sian già tali da costituire una forte base all’ipotesi del Bérard. Perejil, presso Gibilterra, è proprio l’isola della divina Calipso.

L’isola dei Feaci. Partito sulla sua zattera dall’isola di Calipso, Ulisse naviga diciassette giorni, da Ovest ad Est. La direzione è sicura,

poiché gli aveva detto Calipso, la diva regina,
che governasse, l’Orsa lasciandosi sempre a sinistra.

Dopo diciassette giorni di navigazione, lo sorprende la tempesta. Tempesta da marinaio e non da letterato: il Bérard lo prova con la solita documentazione nautica ricca e precisa. La zattera è ridotta in frantumi, e Ulisse, sballottato due giorni e due notti dalla tempesta3, approda finalmente a Scheria, isola dei Feaci. [p. XIX modifica]

Già gli antichi (Tucidide, 1,25) identificarono la Scheria con Corcira, la moderna Corfú. Vediamo se si riesce a trovare qualche fondamento per tale identificazione.

Dunque, la moderna Corfú fu detta dagli antichi Kòrkyra, nome fenicio che significa vascello. Ma se risaliamo l’Adriatico, troviamo un’altra isola, la moderna Curzola, detta dagli antichi Kòrkyra mèlaina.

Abbiamo qui un doppione frequente nelle denominazioni marinaresche: il Bérard ne cita molti esempi. I navigatori fenici che venivano dal Sud, dettero il nome di Kòrkyra all’isola che prima offriva un rifugio a chi navigava verso l’Adriatico. E, trovato, piú a Nord, un secondo rifugio, lo battezzarono col medesimo nome.

Per solito questi doppioni sono identici. Vorremo credere che questa volta invece chiamassero Kòrkyra la prima isola, e la seconda, per distinguerla, con un nome diverso, che poi, in processo di tempo, tradottasene una parte in greco, divenne Kòrkyra mèlaina, Corcira la negra?

Non sarebbe inverisimile. Se non che, se traduciamo il mèlaina in semitico, abbiamo la forma aggettivale skher’a che è tutta una cosa con Scheria. Sarà opera del caso? Non mi sembra troppo verisimile. E ci parrà invece di leggere, oramai abbastanza chiara, una pagina dell’antica toponomastica. I Fenici chiamarono Kerkura secher’a tanto la prima isola quanto la seconda. In processo di tempo, dell’isola [p. XX modifica]piú settentrionale fu tradotto, come avveniva di frequente, un termine in greco, dell’isola piú meridionale rimase solamente, e nella forma semitica, l’epiteto: Scheria.

Ma perché i Fenici diedero all’isola questo nome di Kerfyura skher’a, La nave negra?

Qui abbiamo una delle prove principali, la principale, e, secondo me, incontrovertibile, della identificazione. Presso all’isola di Corfú, di fronte ai mari italiani e al grande stretto che apre l’Adriatico, si eleva una roccia caratteristica, che ha la forma d’un battello navigante, alti gli alberi, spiegate le vele, e attaccato dietro il canotto.

Ora, come non ricordare l’avventura omerica dei marinai feaci reduci dall’avere accompagnato Ulisse alla patria?

... la nave giungeva già presso alla spiaggia,
rapida i flutti solcando. Ma l’Enosigèo le fu sopra,
e in pietra la mutò, fe’ ch’essa mettesse radici,
con la man prona al fondo gravandola. E quindi, scomparve.

Questa coincidenza basterebbe da sola. E, ad ogni modo, incuora a cercare le minori concordanze, di valore, come dissi, integrale.

Il Bérard le ha trovate quasi tutte.

Il tratto piú caratteristico è l’ubicazione e la configurazione della città. Questa sorge sopra un’altura, fra due porti d’ingresso angusto; e fra l’acque dei due porti, fiancheggiata da cale che accolgono navi in bell’ordine, si stende una piazza pubblica.

Tutti questi elementi appaiono congiunti nella baia di Liapadais, fra Porto Alipa e Porto San Spiridione. Le [p. XXI modifica]fotografie del Bérard sono assolutamente convincenti. Entrambi i porti, e specie il Porto Alipa, con le sue insenature a trifoglio, che sembrano fatte apposta per le navi omeriche, corrispondono perfettamente alla descrizione omerica. Tra l’uno e l’altro si stende l’istmo, piano, e bene adatto a formare una piazza; e all’estremità dell’istmo, verso il mare, la collina, il penisolotto roccioso su cui sorgeva il palazzo d’Alcinoo. Congiunta all’istmo da un declivio abbastanza ripido, ma non impraticabile, si prestava mirabilmente alla costruzione d’una città antica. Alle sue basi, la spiaggia, l’àgora, dove si ormeggiano le navi e gli stranieri espongono le loro mercanzie, presso ai santuarî dove gl’indigeni adorano gli Iddii marini. Sul declivio, il gregge addensato delle case sale di terrazza in terrazza, e il tetto piano di ciascuna di esse serve di corte a quelle piú elevate. Alla sommità, è il palazzo del re.

Senza il sussidio delle fotografie, non giova seguire troppo il Bérard nella sua visita all’isola. Egli identifica il bosco, la prateria, la fonte, e il podere d’Alcinoo, lontano dalla città una voce d’uomo, dove Ulisse si separò da Nausica. E, piú importante, tra le scogliere del capo Pakka e del monte San Giorgio, il fiume dove approdò Ulisse. È in un semicerchio concavo, spoglio di rocce, e riparato dal vento. Ma da una parte e dall’altra il flutto urla e si spezza ai pie’ degli scogli, fra rocce crollate sin avanti nel mare: quelle dove si spellarono le mani d’Ulisse.

Ed ecco i giunchi che Ulisse trova súbito come approda; ecco i boschi d’ulivi e d’oleastri dove trovò riparo la notte; ecco, risalendo la corrente, alle ultime cascatelle. i botri e i tónfani d’acqua perenne, dove Nausica e le ancelle [p. XXII modifica]risciacquavano i panni; ed ecco, infine, sotto a monte Viglio, la spiaggia, non piú rocciosa, ma cosparsa di una liscia moltitudine di lapilli, bene adatti a distendere la biancheria.

Ed ancora due particolari, che mi sembrano di qualche rilievo. Sul promontorio di Palaio Castrizza, che costituisce il fianco Ovest del porto di S. Spiridione, c’è un piccolo convento con un meraviglioso giardino. Basta dare un’occhiata alla fotografia per vedere che esso potrebbe suggerire ad un poeta una descrizione simile a quella che Omero fa dei palazzi d’Alcinoo. Ed è chiaro che anche sul promontorio ad Est, dove abbiamo immaginata la città d’Alcinoo, potrebbe e poté facilmente fiorirne uno simile.

Si ricorderà poi che la tempesta dei venti, dopo aver frantumata la zattera, e travagliato Ulisse due giorni e due notti, cessa improvvisamente.

Ecco d’un tratto cessò la bora, e tornò la bonaccia
senza piú alito.

Ma, ad onta di questa calma assoluta,

romoreggiavano i flutti con alto rimbombo alla terra,
con orrido ruggito, di schiuma coprivano tutto.

Ora, appunto dal monastero di Palaio Castrizza, in un placido pomeriggio, il Bérard potè osservare, che, col piú bel tempo, con un àsolo mitissimo ed intermittente, i flutti arrivavano urlando sino ai denti degli scogli, alle punte del promontorio, fin sulla scogliera a mezza costa. Ruggivano, scagliavano alti pennacchi di schiuma, e poi si ritiravano lontani, lasciando scoperte le asprissime rocce. [p. XXIII modifica] Come non ricordare la descrizione omerica:

Or, mentre questi pensieri volgeva nell’alma e nel cuore,
ecco un immane flutto lo sbattè sugli aspri frangenti.
Ei si lanciò con entrambe le mani, s’avvinse allo scoglio,
quivi si tenne gemendo, sin che fu passato il gran flutto.
Cosí potè schivarlo; ma poi, nel reflusso, di nuovo
sopra gli fu, lo sbatté, lo scagliò lontano nel mare.

I Ciclopi. Le prime due avventure che Ulisse racconta ad Alcinoo, son quelle dei Ciconi e dei Lotofagi. Poco servono al nostro scopo: veniamo senz’altro ai Ciclopi.

Anche qui il mito, assai piú trasparente, ci mette sulla via. Certo la favola dei Ciclopi ripete la sua prima origine dai vulcani, che hanno un grande occhio rotondo, mandano boati formidabili, lanciano massi enormi a enorme distanza, spingono tutto intorno una raggiera di braccia di fuoco.

Ma le personificazioni di questi fenomeni sembrano al popolo tutta una cosa coi selvaggi antropofagi, residui d’una antica umanità barbara e possente, che ancora vivevano qua e là anche sulle coste dei paesi mediterranei.

Il mito si può anche oggi rivivere, novellamente creare. Chi naviga, per esempio, il mare di Sicilia, lungo le coste di Catania, vedendo le spiaggie gremite di enormi sassi e gli isolotti scogliosi emergenti a poca distanza (i famosi Faraglioni) è naturalmente indotto a fantasticare che qualcuno li abbia quivi scagliati. E se, durante la notte, o anche durante il giorno, vedrà lampeggiare, udrà tuonare la vetta dell’Etna immane, crederà che quella mostruosa potenza sia stata appunto capace di cosí terribile effetto.

Che se poi, disceso a terra, tenterà, un po’ fuori dalle vie consuete, l’ascesa del monte, potrà intervenire ciò che [p. XXIV modifica]avvenne ad un mio amico di Catania: che oggi, tante decine di secoli dopo l’avventura di Ulisse, pastori selvaggi gli lancino contro, dalle creste inaccessibili, immani macigni. Anche oggi sembrano qui fondersi il mito derivato dal fenomeno naturale e il mito derivato dalle azioni umane.

E appunto alle falde dell’Etna la tradizione antica posteriore ad Omero (Euripide, Virgilio, Ovidio), situava l’antro del Ciclope e l’avventura d’Ulisse.

Ma è innegabile che qui non si riscontrano alcuni particolari di grande importanza. Per esempio, invano si cercherebbe nei famosi Faraglioni, sia pure nel maggiore (ne ho calcato io stesso il brevissimo suolo roccioso), la piccola isola che nell’Odissea sorge né troppo vicina né troppo lontana dalla terra dei Ciclopi, e dove sono un porto sicurissimo e bellissimo, una spelonca con una fonte, praterie umide, erbose, fittissime selve, torme infinite di capre selvagge.

E cosí Bérard ha cercato di meglio: ed ha trovato.

Noi sappiamo dalla stessa Odissea (VI, 4-5), che i Feaci vivevano anticamente in Ypereia, vicino ai Ciclopi.

Ora, se noi traduciamo in semitico, Ypereia (l’eccelsa) ci dà koum’a, e Ciclopia (cioè occhi rotondi: ops occhio, e kyklos circolo) ci dà Enotria (oin occhio, otar cingere)4. Un semita avrebbe detto dunque che i Feaci abitarono anticamente in Cuma d’Enotria.

Cosí vien sottoposto alla nostra considerazione il nome di Cuma. Rechiamoci nella regione di Cuma, saliamo sullo [p. XXV modifica]sprone di Camaldoli. Ed ecco apparire ai nostri occhi un singolar paese, che a prima giunta sembrerebbe quasi un paesaggio lunare. È la regione dei Campi Flegrei: una scacchiera di crateri vulcanici5, Agnano, Astroni, Solfatara, Santa Teresa, Cigliaro, Aversa, e molti altri; e in ciascuno di questi crateri si osserva un rialzo circolare (il sopracciglio) e una cavità nera; e spesso, nel fondo, un lago che riflette la luce del cielo: la pupilla.

Ecco dunque gli Occhi rotondi: ecco il paese dei Ciclopi. Qui sprofondò veramente le sue radici la leggenda che aprí cosí fulgido fiore nell’Odissea: qui ritroviamo ad uno ad uno, con precisione assoluta, tutti i particolari del racconto omerico.

In Omero, di fronte alla terra dei Ciclopi, c’è un’isoletta (nèsos lácheia); e di fronte ai campi flegrei v’è Nisida che vuol dire appunto isoletta (nesídion).

Ancora, nell’isoletta omerica c’è un porto singolare:

V’è ben sicuro un porto, né d’uopo di gómena è quivi,
né con macigni fissare le navi, né a poppa legarle:
basta soltanto lí dentro sospingerle, e attendere il giorno
che di salpare i nocchieri decidano, e soffino i venti.

Un porto simile non è comune, e, a prima giunta, sembra favoloso. Eppure, tale è, nell’isola di Nisida, Porto Pavone, formato dallo stesso cratere, il cui orlo s’è franto da una parte, lasciando entrare il mare. [p. XXVI modifica]

E se usciamo, come Ulisse ed i suoi compagni, da questo porto sicuro, e ci volgiamo verso la terra ferma, ecco la scogliera di Posillipo, tutta incavata di grotte. Ma nessuna è quella di Polifemo, ché ad esse non riesce possibile l’approdo. Ulisse dové approdare lí vicino, alla rada della Gaiola, dove pendii di tufo, che di gradino in gradino tagliano la scogliera sino al mare, conducono alla grotta del Ciclope, che, sebbene trasformata da costruzioni recenti, è sostanzialmente uguale a quella che vide Ulisse.

E nei dintorni, troviamo ancora i pini di cui parla l’Odissea. E la generica disposizione consente la costruzione di cui parla Omero: anzi la grotta è tuttora quasi imprigionata (peridédmeton) da un alto recinto di pietre piantate nel suolo, di pini e di querce alto chiomate. C’è anche grande abbondanza di lauri in tutti i dintorni, sebbene non proprio dove li vide Ulisse, intorno alla bocca, ora tutta fiorita di ginestre.

Usciamo ora, come Ulisse, dalla fatale caverna, saliamo nuovamente sulla nave, rivolgiamoci ancora a Nisida: e subito ci appariranno i due scogli immani lanciati dal Ciclope. Sono le due Guglie, l’una a N. O., l’altra a S. E. dell’isoletta: rocce sbriciolate, senza stabilità, quasi oscillanti, che sembrano quasi dover crollare agli urti dei flutti. Non tanto rocce emergenti dalle onde, quanto, dice il Bérard descrivendo una d’esse, cime di montagne lanciate in mare da un Ciclope furibondo.

L’Isola d’Eolo. L’indice del nome è qui sicurissimo. I particolari dell’avventura d’Ulisse sembrano invece quanto mai fantastici.

Vagante era quell’isola. Attorno un gran muro di bronzo
la circondava, infrangibile, e lisce muraglie di pietra,

[p. XXVII modifica]

Il muro di bronzo, e la muraglia di pietra, forse si possono spiegare. Stromboli appare ai navigatori altissima, erta, scoscesa, appunto come una muraglia signoreggiante sola tutto il mare intorno. Ed anche il bronzo, strano a prima vista, trova la sua spiegazione nella realtà. «Uno dei prodotti vulcanici di Stromboli, dice Spallanzani6, è il ferro speculare.... il metallo è cristalizzato in lame verticali alla roccia che gli serve di matrice. Le lame sono cosí nitide, cosí brillanti, che il piú fine acciaio non le supera. Non si vedono mai isolate: sono sempre unite insieme: formano gruppi di venti pollici e piú di circonferenza».

Già questo poteva suggerire al poeta la fantasia della muraglia di bronzo. Ma un’isola vicina, sempre secondo la descrizione di Spallanzani, rassomiglia anche piú all’isola dell’Odissea. «Il monte della Castagna può avere un miglio d’estensione costiera. Chi crederebbe che è formato per intero di smalti e di vetro? S’immagini un torrente che, precipitando da un luogo elevato, e rotolando di cascata in cascata, si sia tutto ad un tratto solidificato. Tale è l’aspetto della cima e dei fianchi del Monte della Castagna».

Ma l’isola vagante? Chi vide mai nella realtà un’isola tale? Questa isola Eolia d’Omero va posta davvero fra le piú strampalate fantasticaggini, e non ha certo nulla di comune con le vere isole Eolie.

Però la stessa meraviglia si raccontava di Delo, e dunque d’un’isola che esiste. Questo ci fa pensare che il mito avesse qualche base nella realtà.

E il Bérard la scopre. Stromboli è un vulcano; ed un [p. XXVIII modifica]tempo eruttava anche pomici galleggianti (Spallanzani). Ora, quale sarà stato l’aspetto dell’isola durante le eruzioni?

Ci risponde, in un’opera moderna, il Thévenot7, che descrive un fenomeno nel porto di Santorino. «Dal mattino alla sera, uscí dal fondo del mare una quantità enorme di pomici. E coprirono talmente il mare dell’Arcipelago, che per qualche tempo, e durante il dominio di certi venti, dei porti rimasero sbarrati, né alcuna barca, per piccola che fosse, poteva uscirne, se i battellieri non le facevano strada, attraverso le pomici».

Tale appare anche oggi Tera, tutta recinta di pomici fluttuanti. Tale, nei periodi di eruzione, dové apparire Stromboli agli occhi degli antichi navigatori. E s’intende bene come questa zona, che nel suo traballio sembrava coinvolgere tutta l’isola, desse origine alla leggenda d’isole fluttuanti in origine, e che in séguito, per prodigio divino (ossia quando fu conclusa l’eruzione di pomici), rimasero salde sulle loro basi.

E il Bérard trova inoltre una coincidenza che, per quanto speciosa, non mi sembra meno convincente. Secondo una credenza degli isolani, riferita da tutti gli autori antichi e moderni, il vulcano di Stromboli è calmo quando soffiano i venti del Nord, attivo quando spirano quelli del Sud. Non sarà forse da ricercare qui il germe dell’episodio di Eolo che accoglie gentilmente Ulisse quando giunge dai campi Flegrei, spinto dalle brezze settentrionali, e invece lo discaccia furioso quando torna spinto dai venti del mezzogiorno?

I Lestrigoni. I Lestrigoni! È un nome che, non solo per il suo significato tradizionale, bensí anche per il suono, [p. XXIX modifica]non si può udire senza raccapriccio. Eppure, ricondotto alla sua indiscutibile etimologia, risulta innocuo, quasi idillico. In greco, láis significa pietra, trygón tortora: Pietra delle tortore.

È una designazione locale. Ed altre ne offre il poema.

La piú caratteristica è la fonte Artacia, dove i compagni di Ulisse trovano la figlia di Antifate, re dei Lestrigoni. La etimologia che si offre spontanea, che il Bérard accetta senza discussione, e che io credo sostanzialmente accettabile, ci conduce ad árktos orsa. Dunque, la fontana dell’orsa.

Ora, è tuttavia famoso nei nostri mari il Capo dell’Orso, attraverso le Bocche di Bonifacio, a S. E. della punta Parau. Questo promontorio, che già duemila anni fa presentava la sua forma caratteristica8, rende incomparabili servigi alla navigazione. Salendo dai mari del Sud lungo la costa, dal Capo Arancio al Capo dell’Orso, è tutta una serie di promontori ed insenature una uguale all’altra, non distinguibili.

Ma, doppiato il Capo Ferro, ecco l’Orso, che, con la sua sagoma d’una evidenza impressionante, riconoscibile fra mille, guiderà i navigatori venuti dall’Est traverso i meandri e i canali delle Bocche di Bonifacio. E nell’angolo dell’ansa di Parau è appunto una fonte.

Non basta. Nel Porto pozzo, che qui apre alle navi il suo rifugio, c’è uno Scoglio colombo, vicino ad un Columbarium promontorium dei Romani. Il nome deriva dall’abbondanza enorme di uccelli marini, e specialmente di colombi. A chi sia costretto a passar la notte in uno di questi isolotti, [p. XXX modifica]l’orribile schiamazzo impedisce di chiudere occhio9. Questo è proprio il paese dei colombi, la Laistrygonia.

Tralasciamo, al solito, le coincidenze secondarie, che del resto non mi sembrano tutte convincenti, fermiamoci un istante a Telèpilo, nome della città dei Lestrígoni. Qui non seguirei il Bérard. A me pare che, poiché siamo nello Stretto di Bonifacio, il nome di Porta Lontana sembri coniato apposta per designare queste bocche, remote dai centri delle antiche civiltà, e che per gli antichi navigatori erano proprio come una porta che dai mari d’Oriente introduceva a quelli d’Occidente.

Bérard, esaminando i luoghi, ha poi trovato anche qui un preciso riscontro con la descrizione omerica:

Quivi giungemmo in un porto bellissimo: d’ambe le parti
muri di rocce si levano altissimi, a cingerlo tutto,
sorgono promontorî sporgenti dinanzi alla bocca,
l’uno di fronte all’altro; sicché molto angusto è l’ingresso.

Tutti questi particolari trovano piena corrispondenza. Anche ora si può osservare il contrasto fra il mare esterno, sempre agitato, e l’interno del porto, dove

                                                            né poco né molto
mai non si gonfia il flutto: ché sempre v’è bianca bonaccia.

Nel fondo del porto v’è una laguna, con una spiaggia di sabbia, dinanzi ad una pianura, dove termina una via scendente dalla montagna, che leva in fondo una muraglia di foreste. È la via, per cui si misero i compagni d’Ulisse, [p. XXXI modifica]

                                                            ove i carri
alla città, dalle cime dei monti, recavano legna.

Anche oggi, per questa costa, dalle foreste di Tempio scendono i carri carichi di legna; che ancora poco tempo addietro avevano le ruote intere, erano ciclopici10.

Circe. Siamo cosí giunti all’episodio di Circe. Circe, secondo Omero, abita nell’isola Eèa (Aiaie), dove sono la casa e le danze d’Aurora e il sorgere del Sole. Cioè, senza sofisticar troppo, in una terra dietro alla quale i navigatori vedevano sempre sorgere il sole. E c’è un porto sicuro, una scoscesa vedetta di rupi, macchie e boschi fittissimi, valli selvose, ampie strade. Quale sarà questo paese?

Anche qui ci guida il nome. Ci guida al promontorio Circeo, dove infatti, fin dai tempi antichi, la leggenda poneva il palazzo di Circe11.

Se non che, il Circeo è un promontorio, e Omero parla di un’isola. Ma la difficoltà, grave a prima vista, subito si risolve se badiamo alla reale configurazione del paese. Lungo il mare, da Astura a Terracina, per un centinaio di chilometri, una catena di dune orla il mare, una successione di lagune e paludi costeggia la duna, una striscia di foreste e macchioni [p. XXXII modifica]recinge le lagune e le paludi. E sabbie, paludi, foreste, formano veramente come un altro mare.

E il nostro promontorio, posto cosí fra le paludi e il mare, tanto dal mare, quanto dalla terra ferma, sembra appunto un’isola. Cosí dicono le istruzioni nautiche12; cosí, tanti secoli fa, diceva Strabone13.

Risoluta questa difficoltà pregiudiziale, tutti i particolari corrispondono. La Cala dei Pescatori, meraviglioso rifugio alle barche che possono superare l’angustissimo ingresso, è il porto dell’Odissea, sicurissimo, ma nel quale un dio stesso deve guidare la nave d’Ulisse. La vedetta scogliosa, dalla quale Ulisse può contemplare tutto il paese, è lo stesso Monte Circèo, il cui punto culminante raggiunge i 541 metri.

Dalla vetta di questo monte, Ulisse vede macchioni e selve; e tutta una selva costeggia anche adesso la linea delle paludi. «La vegetazione — dice Arnaldo Cervesato14 — attinge sovente il rigoglio funesto delle foreste vergini, e pare grandiosamente e paurosamente esotica con le sue felci giganti, alte spesso a statura d’uomo».

E cantava Aleardi:

Sí placida s’allunga, e di sí dense
famiglie di vivaci erbe sorrisa,
che ti pare una Tempe, a cui sol manchi
il venturoso abitatore.

[p. XXXIII modifica]

Attraversato questo mar di verzura, i compagni d’Ulisse trovano la casa di Circe, fra valloncelli selvosi (bèssai). Ed ecco, di fronte al monte Circeo, oltre il bosco e la palude, le falde dei Lepini, tutte intersecate di valloncelli boscosi.

Il piú importante è quello che ha nome da San Benedetto. Quivi, anche oggi, all’ingresso della valle, a pie’ della punta di Leano, a tre miglia da Terracina, si vedono le rovine del Tempio di Feronia.

Feronia era una Dea delle fiere15, giovinetta, bella, coronata di fiori di melograno. Evidentemente, è, con nome cambiato, la stessa Circe, che, se converte solamente in porci i compagni d’Ulisse, è però circondata da fiere d’ogni specie:

Tutto d’intorno, lupi movevano, e alpestri leoni,
ch’essa tenea domati, perché li molciva coi filtri.

E in questo valloncello si trova persino il mòly, il magico fiore dal nome divino, che Ermete offre ad Ulisse come antidoto contro i filtri di Circe:

Negra esso avea la radice, sembravan latte i suoi fiori:
moli lo chiamano i Numi; né facile cosa è sbarbarlo
per i mortali; ma tutto concesso è ai signori del cielo.

È l’Atriplex halimus, frequentatissimo in queste terre. Pallido giallastro il fiore, negra la radice. Né il Bérard, né un botanico suo amico riuscirono a sbarbare la pianta con la radice: tutti i gambi si rompevano fra le mani a livello del suolo. [p. XXXIV modifica]

Inesplicabile sembra invece l’epiteto eyryodèie — dall’ampie strade — onde Ulisse caratterizza il paese apparsogli dall’alta vedetta. Come poté scorgere ampie vie, dove non sono che macchioni e foreste impenetrabili?

La terra stessa del Lazio risolve la difficoltà; e con un fenomeno quasi prodigioso.

L’osservatore che, al principio d’Aprile, salga su una tomba dell’Appia, volgendo attorno lo sguardo, può contemplare un singolare spettacolo. L’asfodelo (porrazzo) che apre per tutta la campagna i suoi fiori biancorosei, striati di violetto, in alcuni punti si addensa fittissimo, in lunghissime linee, che, ora diritte, ora sinuose, si perdono lontano pei campi.

Sono antiche vie. L’asfodelo, che attecchisce di preferenza dove l’humus è poco profondo, si addensa naturalmente qui, dove appena un leggero strato di terriccio ricopre le pietre del lastrico.

E alcune di queste linee fiorite disegnano un sistema di vie ben conosciute, il romano. Altre sono anteriori all’età classica, e furono abbandonate da quando i Romani conquistarono queste regioni. Le loro diramazioni non concordano con veruna delle città classiche; e molte si dirigono invece verso le Paludi Pontine.

Queste furono un tempo fecondissime, le piú fertili e piú ricche del mondo preromano; e collegate con tutta una serie di rocche, le cui rovine coronano ancora le vette dei Lepini.

Strade dovevano certo congiungere questi campi a quelle rocche: e queste appunto ebbe a scorgere Ulisse dalla eccelsa vedetta.

Il paese dei morti. Ulisse, partito da Circe, naviga col vento del Nord (Canto X. 507). Il battello fila per tutto il [p. XXXV modifica]giorno attraverso il mare16, e la sera giunge al fiume Oceano, dove abitano i Cimmeri. Qui scendono, sopra una spiaggia bassa, coperta di salici e di pioppi (X, 509-10); e, dopo costeggiato un po’ il fiume Oceano (XI, 21), giungono alla casa di Ade (X, 512), dove scorrono l’Acheronte, il Piriflegetonte, e lo Stige.

Ora, a Sud del Monte Circeo, nella stessa costa tirrena, a un centinaio circa di chilometri, fu celebre in tutta l’antichità un Paese dei morti, nel quale appunto si supponeva avvenuto l’episodio della Nékyia17. È sulla riva Nord del Golfo di Napoli, nei Campi Flegrei, intorno ad uno dei cratèri spenti di cui già abbiamo parlato, e che anche oggi porta il nome di Averno. Questo cratere ha il suo sopracciglio intatto, meno verso il mare, dove s’apre una breccia che mette in un paese piano, occupato per tre quarti dal famoso Lago Lucrino. È una palude, o, meglio un golfo, che appena una piccola diga separa dal mare libero; ed è stato sempre tagliato da canali ed emissarî che versano le acque del Lucrino nella baia.

Eruzioni vulcaniche hanno mutato l’aspetto del paesaggio; ma nel complesso troviamo qui la precisa topografia dell’Odissea.

Ulisse, giungendo dall’alto mare, è entrato nel golfo [p. XXXVI modifica]Lucrino attraverso uno degli emissari, le cui acque sono spesso rapide e vorticose. In fondo al golfo ha trovato la spiaggia bassa, anche oggi caratterizzata da pioppi e da salici. Inoltrandosi, è giunto sulle spiagge dell’Averno.

C’è veramente una difficoltà. Omero parla del fiume Oceano, che, come sappiamo, nella geografia leggendaria e reale dei Greci era situato oltre le Colonne d’Ercole. Come identificarlo col nostro golfo Lucrino?

Il Bérard fa rilevare alcuni fatti toponomastici che risolvono la questione.

Il Lago Lucrino (da lucrum) fu detto prima dai Greci Plutònion (da plutos = dio della ricchezza, e poi ricchezza). Fu dunque, tanto per gli uni quanto per gli altri, Golfo della Ricchezza. Se adesso traduciamo in semitico, golfo ci dà kok, lucrinus ci dà ewan. E Kok-ewan, trascritto in greco, ci dà Ὠκεανός.

Dunque, per i primi navigatori fenici, che qui trovarono una terra propizia ai loro guadagni, questo fu l’Oceano, il golfo dei lucri. I Greci tradussero in Plutònion e i Latini dal greco in Lucrinus.

E Omero riferí il nome, che coincideva con quello del fiume Oceano di là dalle colonne d’Ercole18.

Comunque sia di ciò, la topografia, la nuda ossatura corrisponde. Ma basta all’identificazione? Se percorriamo quelle contrade fertili e ridenti di florida vegetazione boschiva, ci parrà strano che il mito, per una via o per l’altra, identifi[p. XXXVII modifica]casse proprio con queste le regioni infernali, sacre alla tristezza e alle tènebre.

Eppure, se, distogliendoci dai particolari, ascendiamo un’altura, per esempio i Camaldoli, la generale configurazione della contrada ci appare assai differente. Tutta la zona che si estende fino al mare, interrotta da monticelli e da crateri, presenta, come già rilevammo, un singolare aspetto, di paesaggio lunare. E il mare e le isolette sfumanti all’orizzonte, risvegliano vaghe idee d’infinito, che invadono l’essere con arcano sgomento. Questi son pure i paesi che ispirarono a Giacomo Leopardi la divina ginestra.

Ed anche oggi, il Lago d’Averno, col suo piano lucido freddo metallico, ha un aspetto di tetra calma, che èvoca pensieri di morte e di dissoluzione. I fiori troppo rossi che ardono sulle sue sponde, sembrano i fuochi d’un mondo soprannaturale.

Ma c’è di piú. Udiamo la parola d’un geologo, di Giuseppe De Lorenzo (I Campi Flegrèi, 44):

«I crateri, quantunque estinti o in via d’estinzione, presentano ancora in molti punti le condizioni eruttive o suberuttive. che possono su questa amenissima plaga farvi ricordare od immaginare lo stadio di primo consolidamento della crosta terrestre, già raffreddata alla superficie, e resa capace di vita. Qua e là, infatti, dai crepacci dei tufi e delle lave esalano caldi vapori e sgorgano acque calde.

La costa settentrionale, occidentale e meridionale di Ischia è celebre per le sue fumarole e le sue acque termali, che da 30 centigradi arrivano fino a 97. La sabbia della spiaggia di Maronti a sud dell’Epomeo, può far salire il termometro a circa 87: nel mare contiguo l’acqua è quasi bol[p. XXXVIII modifica]lente. E cosí è calda l’acqua del mare nell’insenatura tra la spiaggia del Lucrino e la punta dell’Epitaffio, proprio sotto le stufe di Nerone, dove i vapori e le acque calde giungono fino a 93. E tra 50 e 93 oscillano le fumarole e le polle d’acqua, che sgorgano nella conca d’Agnano, dove erano già ricercate dagli antichi Romani. E l’acqua quasi bolle nel fondo del cratere della Solfatara, mentre le fumarole delle sue pareti giungono fino a 130 centigradi. Alle acque calde ed al vapore di acqua scottante si aggiungono altri gas, che provengono dal profondo seno della terra. Anzitutto l’anidride carbonica, che è resa tanto nota dalla Grotta del Cane».

Risaliamo ora con la fantasia a diecine e diecine di secoli, e immaginiamo queste contrade in pieno periodo eruttivo; e vedremo un paese che agli occhi dei primi navigatori poté realmente sembrare infernale.

E che effettivamente si trovasse ancora in tali condizioni in tempi storici, a memoria d’uomo, è confermato da una quantità di antiche leggende, che certo non derivano dall’Odissea.

Strabone, per esempio, ricorda la tradizione di tempi remotissimi, quando il sopracciglio dell’occhio, ossia l’orlo del cratère, era tutto nascosto da una selvaggia eccelsa foresta inaccessibile. Paurose leggende la circondavano. E si narrava che gli uccelli che volavano sul lago cadevano asfissiati per le esalazioni. E il luogo era creduto infernale, e nessuno vi si avvicinava senza aver prima implorato e offerto sacrifizî ai Numi d’Averno. E vi sgorgava una fonte, evitata da tutti, perché credevano fosse l’acqua di Stige.

Eforo poi (in Strabone, V, 244) dice che qui abitavano [p. XXXIX modifica]i Cimmerî, in case sotterranee, comunicanti fra loro, per sotterranei passaggi; e che qui ricevevano gli stranieri, in un santuario scavato a grande profondità; e che, per patrio costume, nessuno di loro poteva mirare la luce del sole, e solo di notte uscivano dalle loro buche. — Erano senza dubbio una tribú — o una consorteria — che sfruttava insieme le condizioni geologiche e l’umana credulità.

Ed ecco dunque ricostruita la regione dei Campi Flegrei, quale dové essere diecine e diecine di secoli fa, quando in Europa incominciarono a fiorire le leggende. Irta di selve selvagge, velata di nuvole ed esalazioni mortali, essa sarà sembrato il vero soggiorno della morte. E un poeta come Omero, parte ispirandosi alla leggenda, parte contemplando i luoghi stessi, può bene averne attinta ispirazione per la soprannaturale avventura del suo eroe.

Le Sirene. Anche il paese delle Sirene ci viene indicato da una tradizione antichissima. È il piccolo arcipelago di zone e d’isolotti a Sud della penisola sorrentina, nel golfo di Salerno e d’Amalfi (antica Pesto), alle porte dello Stretto di Capri. Virgilio li chiama Scopuli Sirenum. Oggi si chiamano Galli. Sono coperte da prati di narciso, e non inopportunamente il Bérard ricorda che le Sirene dell’Odissea cantano su un prato.

Ma quale sarà stata l'origine del mito?

Giuseppe De Lorenzo, ricorda il singolare profilo di Capri, che, vista da Camaldoli, assomiglia ad una testa di donna supina, con la gran chioma ondante effusa verso Oriente. Ed anche afferma, in un altro suo libro19, che [p. XL modifica]nel mito delle Sirene risuona chiaro «l’antico lamento di spose e di figli abbandonati nelle petrose isole e penisole dell’Egeo, e cui piú non tornarono i mariti e padri partiti sulle agili navi, i quali si fermarono in questi lidi incantati e qui, in oblivioso ozio facile vita menando, d’ingloriosa morte perirono».

E questa ipotesi contiene certo gran parte di verità. Ma la vista di quei luoghi incantevoli fa nascere un’altra idea. Anche in una povera fotografia, il fantastico giuoco di luci che abbraccia e imbeve, fra cielo e mare, quelle zone pittoresche, emana un fàscino strano. È quasi un paesaggio soprannaturale. E può essere che questa bellezza fantastica, unita col pericolo sempre imminente sui naviganti che si avventurarono in quei paraggi, desse origine alla leggenda della bellezza affascinante e fatale.

In fin dei conti, anche il mito è creazione fantastica, che muove da fatti naturali, ma li trasforma. Anzi, proprio in questa trasformazione consiste la creazione. Non conviene cercare d’ogni mito i precisi modelli nella natura; e non le sole forme definite, ma anche una impressione generica può dare origine a miti antropomorfi.

Le Rupi vaganti. Dopo le Sirene, Ulisse, a detta di Circe, deve scegliere fra due vie ugualmente pericolose. Una, dominata da Scilla e Cariddi, l’altra dalle Rupi vaganti20, fatali ai naviganti: [p. XLI modifica]

Mai nave d’uomini alcuna fu salva, che quivi giungesse
anzi le travi dei legni, confuse degli uomini ai corpi
alti marosi trascinano, e d’orrido fuoco procelle.

Siccome Scilla è in fondo alla costa calabra, e le Rupi vaganti devono esserle di contro, siamo di nuovo ricondotti alle isole Eolie. E l’isola Salina, coi suoi due picchi caratteristici (Monte dei Porri, m. 860, e Monte Fossa delle Felci, m. 962), che da lontano sembrano due isole distinte, ed in origine erano vulcani spenti, sarà certo tutta una cosa con le Rupi erranti di Omero. Anche in tempi storici si hanno ricordi di cataclismi avvenuti nelle sue acque; e le procelle di fuoco di cui parla Omero sono certo i ruscelli di lava che dalle cime dei monti precipitavano nel mare. E come per Stromboli, la leggenda del loro errare sarà nata dalle zone di pomici che dopo qualche eruzione avranno a lungo fluttuato intorno all’isola.

Scilla e Cariddi. Qui poggiamo sopra un terreno sicuro.

Ecco la Scilla d’Omero:

Poi due rupi vi sono, che il cielo infinito una attinge
con l’aspro vertice, e tutta la cinge una nuvola azzurra,
che non si dissipa mai; né mai su quel culmine eccelso,
sia pure estate, autunno pur sia, fulge l’aria serena.
Né vi potrebbe un uomo salire né scendere mai,
neppur se venti mani, se pur venti piedi egli avesse:
perché liscia è la pietra cosí come fosse raschiata.
Nel mezzo della rupe, vaneggia una fosca spelonca.

· · · · · · · · · · · · · · · · ·
Abita quivi Scilla, che terribilmente schiamazza:

è la sua voce come di cane spoppato di fresco.

La moderna rupe di Scilla, per quanto la sua punta sia stata abbattuta dal terremoto del 1783, corrisponde punto per punto [p. XLII modifica]alla descrizione omerica. Anche oggi, osservata da qualsiasi punto, dòmina il mare e le terre vicine. E il Bérard afferma che, avendo piú volte percorsi questi mari per accedere al Levante e per tornarne, ha sempre vista la costa di Sicilia ridente ed illuminata dal sole, e quella di Calabria brumosa e nascosta da grandi nuvole nere e da striscie bianche, il che, non solo concorda con le parole omeriche, ma spiega l’iperbole del poeta, che vede la roccia toccare il cielo.

Perfino il particolare del guaiolío trova fondamento nella realtà. Si oda Spallanzani (Viaggio nelle Due Sicilie, IV, 113-114). «Curioso di conoscere questo scoglio, famoso per tanti naufragi, presi una barca, e la diressi prima verso Scilla. È una roccia molto elevata.... Sebbene non tirasse affatto vento, ed io fossi ancora alla distanza di due miglia, incominciai ad udire un fremito, un murmure, e direi quasi un rumore, pari ad urli di cane. Non tardai a scoprirne la causa. Questa roccia tagliata a picco sul mare, chiude alla sua base parecchie caverne. Le onde, entrando con impeto in queste cavità profonde, si ripiegano su sé stesse, si spezzano, si confondono, schiumano d’ogni parte e producono tutti i diversi rumori che si odono di lontano».

Non meno sicura è l’identificazione di Cariddi.

Omero dice:

Ulisse, e l’altra rupe vedrai, ch’è di molto piú bassa:
l’una vicina all’altra: che distano un tiro di freccia.
Un caprifico grande vi sorge, un rigoglio di fronde;
e sotto a questo, inghiotte del mar l’onde negre Cariddi.
Tre volte al giorno fuori le gitta, tre poi le ringoia
terribilmente.

[p. XLIII modifica]

Ora, tutta la spiaggia siciliana di fronte a Scilla, dal Faro sino alla Grotta, ribolle di grandi risucchi. Qualche scoglio appare sotto l’acqua chiara. Uno si distingue fra essi, tra il Capo del Faro e la Punta sottile, di fronte a Scilla, al Capo Peloro. I marinai lo chiamano ancora Cariddi. La sua testa emerge appena, a qualche metro dalla riva, a Sud del Faro. È lo scoglio basso d’Omero.

E il confronto si può approfondire. Omero dice che

                                                                      la diva Cariddi
con gran frastuono l’acque salmastre del mare inghiottiva.
Quando vomíale, come caldaia sovresso un gran fuoco,
tutta con gran turbinio gorgogliava; e su alto la schiuma,
sino all’eccelsa vetta d’entrambe le rupi scagliava;
ma quando l’acque poi salmastre di nuovo inghiottiva,
tutta al di dentro appariva sconvolta; e la roccia d’intorno
levava orrido mugghio, la terra nel fondo appariva
bruna di sabbia.

Ed ecco come Spallanzani descrive il risucchio: «una specie di circolo che aveva al massimo cento piedi di circonferenza, dove l’acqua bolliva, si alzava, si abbassava, cozzava senza produrre turbine».

Il Bérard vuole spingere la coincidenza anche oltre, citando gli idrografi italiani, i quali dicono che la corrente Nord parte dal fondo, e reca alla superficie erbe e rimasugli vegetali. Questo potrebbe aver suggerito al poeta l’immagine del vortice che restituisce le cose ingoiate.

Ma è inutile insistere sui particolari. Non c’è bisogno, anche una volta, della coincidenza perfetta; ed è indiscutibile che anche qui la configurazione geografica è tale da aver potuto [p. XLIV modifica]suggerire al poeta la scena ch’egli finge. Poeta e non geografo, egli maneggia con la massima libertà gli elementi attinti alla natura.

Questi, tralasciando l’isola del Sole, che sarà certamente la Sicilia, ma per la quale le caratteristiche date da Omero son troppo generiche, sono i risultati delle indagini e dei viaggi del Bérard. Dati tanto piú importanti quanto piú li vediamo quasi sempre coincidere con la tradizione. Per lungo tempo è sembrato segno di somma saggezza e di sommo acume respingere la tradizione e immaginarla come un tessuto di involontarie o di volute menzogne. Ma chi in una notte senza luce, avendo un lumicino insufficente a diradare le tenebre, spengesse anche quello, non sembrerebbe accorto agli uomini giudiziosi. La tradizione non bisogna accettarla ad occhi chiusi; ma neanche guardarla con occhi di nemici né di giudici dinanzi al reo. E quando un esame imparziale sembri accreditarla, conviene farne tesoro.

Ma prima d’andare oltre, mi sembra doveroso far cenno delle conseguenze che il Bérard ricava dai suoi numerosissimi ravvicinamenti. Egli immagina che Omero abbia avuto sott’occhio un periplo fenicio, nel quale si descriveva minutamente il Mediterraneo; e che non solamente abbia derivato da questo periplo le sue descrizioni topografiche, ma, o da nomi, o da altri particolari, trasformandoli con la fantasia, abbia attinta ispirazione per le sue avventure. Verbigrazia, la fuga del paese dei Lestrigoni sarebbe stata ispirata dal fatto che uno dei nomi semitici di quei paesi, significava per l’appunto fuga. [p. XLV modifica]

Per dire la verità, a me sembra che simile metodo si potrebbe certo attribuire a qualche cartofilace poeta alessandrino. Ma un Omero chino su uno scartafaccio, un Omero che fa libri di libri, non saprei concepirlo. Libri d’Omero furono il cielo, il mare, le foreste e il cuore umano.

Ma s’accetti o si respinga questa ipotesi, immutato rimane il valore delle ricerche, e, piú ancora, dei viaggi del Bérard.

Grazie ad essi, noi vediamo la geografia omerica dei viaggi di Ulisse adattarsi perfettamente alla geografia reale. Se Omero avesse inventato di sana pianta, di certo non ci potrebbero essere tali e tante coincidenze. Una base reale ci deve essere. E siamo pure ipercritici, peggio che ipercritici; ma dovremo sempre ammettere che in linea generale il paesaggio dell’Odissea è il paesaggio mediterraneo; e che Omero lo conobbe e s’ispirò ad esso direttamente.

Che poi in questo o quel punto si debba sostituire una località ad un’altra, che so, i faraglioni dell’Etna alle guglie di Nisida, è circostanza di poco rilievo: il carattere del paesaggio non muta. In questo sfondo Omero vide svolgersi le avventure di Ulisse. E quando anche noi lo abbiamo ben lucido dinanzi alle pupille dell’anima, vediamo in esso ricomporsi naturalmente tutte le circostanze e tutte le figure del poema. Il disegno lineare diviene prospettico, e l’aria s’insinua e circola tra le varie figure, che acquistano individualità, concretezza, vita.

E non è tutto. Questa diretta visione geografica ci mostra lucida la genesi dei miti, il loro rampollare, come piante, da radici terrestri. [p. XLVI modifica]

Nell’Odissea c’è una duplice serie di miti.

Una, di miti già formati al tempo d’Omero, e che il poeta raccoglie piú o meno fedelmente, dando ad essi la incomparabile veste dei suoi magici esametri. Questa origine la conoscevamo; ma ora la vediamo piú chiara. Dietro l’occhio rotondo, che, trafitto dal palo infocato d’Ulisse, stride, fúmiga, sprizza sangue, vediamo il roggio cratere del vulcano in eruzione. Dietro ai tentacoli mostruosi di Scilla vediamo levarsi, con un guaiolío misterioso, l’alta rupe càlabra traforata di caverne. Entro le pupille delle Sirene vediamo ridere la luce favolosa della marina di Capri.

Ma nuovo, e piú interessante, è vedere il mito che primamente nasce nell’animo del poeta, la trasformazione della realtà in poesia. L’Odissea, osservata coi nuovi criterî, ne offre numerosi esempi.

Per esempio, il Bérard, ricorda che nei paraggi di Scilla si pesca il pesce spada. Ed ecco, descritta da un viaggiatore, la pesca singolare: «I pescatori sono in una barca detta luntra, lunga diciotto piedi, larga otto, profonda quattro. La prora è piú spaziosa della poppa, per poterci stare l’uomo che vibra la lancia. Questa è di legno di càrpino, rigida, lunga dodici piedi, con una cuspide lunga sette pollici, irta ai lati di altri due ferri detti orecchie. Ritto sulla prora, il lanciere spia il pesce spada, e, appena lo vede, lo colpisce».

Come non ricordare Ulisse quando si avvicina a Scilla?

                                                  l’armi belle mi cinsi,
strinsi nel pugno due lunghe zagaglie, e sul ponte mi posi,
a prora; ché di qui m’aspettavo che Scilla apparisse.

[p. XLVII modifica]

Le due figurazioni sono identiche. Il moderno metodo di pesca risale senza dubbio a tempi antichissimi. Ed è piú che probabile che Omero abbia visto una pesca simile, e che l’immagine della vita reale, rimastagli nella rètina, abbia suscitata tutta l’invenzione di Ulisse contro Scilla. Questo fu e sarà sempre il processo della fantasia poetica.

Ancora, su tutte le coste della Sardegna, ma piú specialmente nel golfo di Porto Torres, dall’isola Asinara all’entrata delle Bocche, vicino al luogo ove abbiamo collocata la città dei Lestrigoni, si fa la pesca del tonno. Troppo lungo sarebbe descriverla. In due parole, i grossi pesci, che viaggiano in frotte, sono attirati mediante un sistema di reti in uno spazio circoscritto di mare, dove poi vengono massacrati a colpi di fiòcina.

Questa pesca viene tuttavia compiuta con gran solennità. Essa è ispiratrice, in Sicilia, di molti canti che l’accompagnano, e che non sono semplici spunti o ritornelli o cadenze, ma vere e proprie composizioni, con alternazioni fra una voce e il coro, con risposte, con elementari combinazioni di voci, insomma, con costruzione ed elaborazione artistica. Indici dunque, d’una singolare importanza tribuita a questa pesca, d’una concezione quasi religiosa, che certo dovrà risalire ad età antiche.

Senza dubbio, poi, questa pesca colpiva molto la fantasia degli antichi; e le rimembranze ne son frequenti nelle opere di poesia. Valga per tutte la possente descrizione di Eschilo, che appunto paragona al macello dei tonni la strage dei Persiani compiuta nelle acque di Salamina:

Ma come tonni, o come pesci in rete
già stretti, gli altri, con troncon’ di remi,

[p. XLVIII modifica]

con le schegge e i frantumi, li colpivano,
li sbranavano; e gemiti di morte
e trionfal clamore empiéano il pelago21.

Questo brano d’Eschilo ci permette d’integrare l’impressione che tutti riceviamo dalla pittura omerica. Entrambi i poeti concepiscono le loro stragi di uomini come gli orridi macelli compiuti nelle tonnaie. Tranne che in Eschilo il confronto è esplicito, ed implicito in Omero.

E d’ogni banda, a mille a mille, i Lestrígoni prodi
corsero tutti; e giganti, non gente sembravan mortale.
E da le rupi, con massi che niun uomo avrebbe levati,
ci lapidarono; e sorse da tutti le navi un frastuono
d’uomini uccisi, di navi spezzate. E infilati a le picche,
su li portar, come pesci, per farne banchetti nefandi.

Tutti adunque, i miti dell’Odissea, sono trasposizioni della realtà attraverso lo spirito del poeta. E qui si trova una delle ragioni, massima, del fàscino del poema. L’arte, espressione di vita, è soggetta alle medesime leggi della vita. Un fiore avulso dal suo gambo è immune da ogni impuro contatto del suolo, ma vive un giorno. E vivono un giorno, quanto può durare una moda, le opere d’arte che presumono staccarsi dalla realtà. L’Odissea è una pianta prodigiosa, che ha serbate intatte tutte le sue radici. Riaffondiamole nell’humus, ecco la linfa circolare di nuovo per ogni [p. XLIX modifica]vaso, dai fusti, alle foglie, ai verticilli dei fiori, che s’aprono con irradiazioni di luce e nembi di fragranze, ai gonfi ricettacoli che chiudono il mistero delle generazioni future.

Dunque, riflesso di vita, e non giòco d’immaginazione, e sia pur fervidissima, risulta sicuramente il poema d’Ulisse. E di tutta la vita. Come tutti i libri immortali, l’Odissea è universale. In essa appaiono riflessi il presente ed il passato, quali, in un punto del tempo, si rispecchiarono nella fantasia d’un sommo artista. Aguzziamo lo sguardo; e dietro il velo trasparente della leggenda vediamo linearsi distinte le immagini di misteriose età primeve.

È, nell’episodio del Ciclope, l’età dei bestioni primitivi, non piú randagi, ma tuttora ignari d’ogni civiltà, senza leggi, senza agricultura, senza case, cavernicoli, e solo esperti di pasturar greggi.

Un po’ meglio inciviliti sono i Lestrigoni. Accoppano, al par dei Ciclopi, gli stranieri, e ne fanno nefando banchetto; ma già riconoscono un re, hanno strade lisce, carri, belle eccelse reggie. Sono i famosi Ciclopi costruttori, il popolo che coprí tanta parte dell’Europa con le mura gigantesche di cui rimangono anche oggi le stupefacenti vestigia. Essi, dalle regioni centrali e montuose, chiuse ad ogni contatto e ad ogni civiltà, giunsero alle spiagge del mare, che provoca i rapporti fra gente e gente, ed è fattore potentissimo d’incivilimento. E qui trovarono un popolo di marinari già pervenuti ad una civiltà che illumina come un’aurora le nostre anime stanche. Un popolo pacifico:

ché né di frecce né d’archi si dànno pensiero i Feaci,
bensí d’antenne, di remi per navi, di legni veloci,
su cui traversan lieti le candide spume del mare.

[p. L modifica]

E lindi, giusti, concordi, operosi, leali. E le donne, casalinghe e vereconde.

Soverchiati e messi in fuga dalla marea ciclopica, i Feaci si rifugiarono in un’isola, all’estremità dei mari, dove non potevano raggiungerli i Ciclopi, non ancora esperti della navigazione. E il Mediterraneo è allora sconvolto in mille modi, le grandi civiltà che lo signoreggiano vengono ad un cozzo mortale, la guerra di Troia. Tutto il mondo arde in guerra, il grande albero della civiltà egèa, di cui forse i Feaci erano un ramicello, deve crollare abbattuto. Nascosta nell’angolo piú remoto dei mari, dove non giungeva il tumulto delle stragi, l’isola Scheria, conservata come per meraviglioso prodigio, brilla come un’oasi di felicità. Di qui ebbe forse origine la leggenda dell’isola dei Beati.

Ed ecco il popolo anche piú misterioso dei Cimmeri. Questo, se altro mai, ci sembrava interamente fantastico, fiore strano, senza nettario, germogliato senza radici. Ed ecco, invece, questo popolo esiste. Non dobbiamo allinearlo con le favole, ma con la storia di tanti altri popoli misteriosi che Erodoto vide e descrisse.

Ed ecco, finalmente, le immagini di un’età piú vicina ad Omero, l’età di Agamènnone, di Achille, d’Ulisse; le cui vestigia si potevano ancora osservare ai tempi del poeta.

E qui la pittura diviene infatti piú precisa, piú evidente, piú imperativa. I re, le regine, i principi, gli avventurieri, il popolo delle città, i pitocchi, i marinai, i pirati, i profughi, e corti, le assemblee, le battaglie, le liti, tutto appare nelle prodigiose pitture per cui Omero fu salutato, fin dai suoi giorni, e poi sempre nei secoli, poeta dei poeti. E qui non [p. LI modifica]c’è bisogno di rimuover veli, né di additare punti di vista ai non iniziati. Tutte queste immagini sono bene a fuoco, ben nitide, anche per le pupille del piú semplice lettore.

Una sofistica ipercritica presumeva farci vedere che quelle immagini erano false. False erano le lenti che essa ci offriva. Dopo le mirabili scoperte archeologiche, rileggiamo ad occhio nudo l’Odissea, e vediamo la verità. Chi mai, per addurre un solo esempio, potrebbe darci una immagine di Creta piú fedele di quella d’Omero?

Levasi in mezzo al mare purpureo la terra di Creta,
bella, ferace, tutta recinta dai flutti. Novanta
quivi son le città, numerar niun potrebbe le genti.
Parla ciascuna una lingua diversa, commista. Qui Achèi,
quivi i Cretesi puri, magnanimi, quivi i Cidònî.
e, in tre tribú divisi, coi Dori i divini Pelasgi.
Cnosso, la gran città, qui levasi, dove Minosse
per nove anni regnò, che solea favellare con Giove.

E usciamo dai confini di Grecia. Il poeta conduce il lettore in giro per tutto il mondo, vuoi nelle avventure d’Ulisse, vuoi nei racconti di questo o di quel personaggio. Racconti di vicende reali e di vicende inventate, come quelli che sovente Ulisse improvvisa. Ma l’invenzione ha piú valore della realtà, perché deve sembrare verisimile.

Ed ecco la vita di Creta, propizia agli audaci e agli avventurieri. Le pronte incursioni temerarie nell’Egitto, che con la sua pingue vita facilmente adescava pirati e non pirati. E la frodolenza dei Fenici e la loro abilità di predoni. E re Echeto che strazia barbaramente i prigionieri. E mille e mille altre immagini, che dobbiamo oramai ascrivere alla storia e non alla favola. [p. LII modifica]

E i limiti del mondo reale sono angusti alla fantasia del poeta. Egli ascende all’Olimpo, si sprofonda nel regno delle tenebre. Le leggende germinate in epoche remotissime e fluttuanti in forme vaghe, di progenie in progenie, nella mente degli uomini, trovano nell’Odissea una forma mirabile, definitiva. La Nékyia è senza dubbio piena d’interpolazioni. Ma poi, quante meraviglie! Vediamone almeno una:

E poi Tàntalo vidi, che spasimi orrendi soffriva,
entro un padule immerso, che il mento giungeva a lambirgli.
Languiva egli di sete, né un sorso poteva gustarne:
ché, quante volte il vecchio, per ansia di ber, si chinava,
tante, assorbita l’acqua spariva; e d’intorno ai suoi piedi
negra la terra appariva: ché un Dio la rendeva risecca.
Ed alberi fronzuti gran copia di penduli pomi
gli profondevano attorno, granati, dolcissimi fichi,
pere soavi, mele, con verde fiorita d’ ulive.
Ma quante volte il vecchio tendeva le mani a ghermirli,
tante lanciava il vento le rame alle nuvole ombrose.

E questa spontanea aspirazione alla universalità s’appiglia e imprime il sigillo del suo stile anche all’invisibile mondo dei concetti.

Noi moderni difficilmente riusciamo ad intendere che cosa fosse per gli antichi la gnòme, la sentenza etica. Non esisteva allora né una scienza né il concetto d’una scienza psicologica o etica; e le gnòmai erano la icastica espressione di tutta la saggezza umana, come s’era venuta accumulando di progenie in progenie. Erano il viatico spirituale d’ogni uomo intelligente.

E noi tutti, né sappiamo né potremo sapere mai che [p. LIII modifica]forma rivestisse ai tempi di Omero il patrimonio di queste gnòmai. Poniamo che fosse oro. Omero raccoglie quest’oro, e lo foggia in forme perfette, definitive.

Virtú dello stile. E per stile intendo un complesso di caratteri: suono assoluto delle parole, nel loro complesso e negli elementi: loro irradiazioni ideologiche, loro compagini, e nelle compagini interferenze di suoni e di immagini, architettura della frase e del periodo: in una parola, cristallizzazione della materia parlata.

E dello stile si può e si deve fare un’analisi che dimostrando la eccellenza assoluta del poema in ogni sua parte, vale a spiegarne il fàscino profondo. Un saggio, limitato piú che altro al colore e al suono delle parole, ne diede il Foscolo nelle sue bellissime osservazioni sul cenno di Giove. Leggendole si vedrà la vera via per giungere alla intelligenza artistica del testo omerico.

La sede per una simile disamina non potrebbe essere che un commento, e piuttosto orale che scritto, e non già una prefazione. Tuttavia mi credo in dovere di recare almeno un brevissimo esempio, di tre versi (V, 401).

καὶ δὴ δοῦπον ἄκουσε ποτὶ σπιλάδεσσι θαλάσσης·
ῥόχθει γὰρ μέγα κῦμα ποτὶ ξερὸν ἠπείροιο
δεινὸν ἐρευγόμενον, εἴλυτο δὲ πάνθ´ ἁλὸς ἄχνῃ.

In una buona lettura ritmica, il romorio del mare risulta espresso con evidenza sorprendente. [p. LIV modifica]

Abbiamo due serie di suoni, una di quelli dell’alto mare estuante, l’altra dei flutti che urtano il lido.

La prima, di colore cupo, distinta dal prevalere dell’u, è variata di tre vocaboli, δοῦπος, la cupa romba generica, κῦμα il flutto rigonfio, ἐρεύγομαι (rugio) il fosco ruggito delle onde correnti.

La seconda, anche piú evidente, rende con finissime combinazioni di aspiranti, dentali, nasali, sibilanti, liquide, i rumori, molto piú vari, delle onde che si frangono al lido. ποτί ξερόν l’urto secco. In σπιλάδεσσι θαλάσσης, che nella lettura risulta σπιλαδέσσι θαλάσσης il flagellio, lo schiaffeggío fitto incessante delle piccole onde sulle rupi. In πάνθ´ ἁλὸς ἄχνῃ, il suono minuto, trito, quasi la polverizzazione dell’acqua dopo che le grandi masse si sono infrante contro gli scogli.

E tutte, purché lette con fine pronuncia, e con la debita scaltrezza ritmica, risultano cosí le descrizioni del mare nell’Odissea. La perfezione d’orecchio del poeta, la sua abilità nel compaginare sillabe e vocaboli, son prodigiose. E cosí avviene che tutta l’Odissea, anche ad orecchi non perfettamente scaltriti, suoni continuamente di mare. È una sinfonia marina, è la sinfonia del Mediterraneo.

E non solo in questo genere di pitture, dove tra fenomeno e parola intercede rapporto semplice, cioè fra cose omogenee, da suono a suono, si mostra la eccellenza artistica di Omero. Anche piú mirabile appare la sua virtú creatrice quando il rapporto è piú complesso, tra fenomeni visivi e parola, e perciò la traduzione assume carattere anche piú arduo e trascendente. Ma di questo parlerò nella prefazione all’Iliade. [p. LV modifica]

È luogo comune affermare che la obiettività dei poemi omerici sia tale e tanta da mascherare completamente la personalità del poeta.

E se si vuole intendere che, non parlando mai Omero di sé stesso, il suo poema non ci dice nulla intorno ai dati materiali della sua vita, siamo d’accordo.

Ma se si vuole intendere, e credo molti intendano cosí, che attraverso agli esametri dei due poemi non si riesce a scorgere neanche un piccolo lembo della grande anima omerica, allora io mi chiedo se alcun altro poeta abbia mai svelato altrettanto sé stesso nelle sue opere. E che altro mai è quella magica atmosfera, quella luce soprannaturale che circonda tutti i suoi personaggi, tutte le sue scene, se non il riflesso della sua anima? Chi favella, per bocca di Achille, di Nestore, di Ulisse, se non Omero stesso, che distribuisce fra i suoi eroi prediletti le convinzioni ch’egli ha sulla giustizia, sulla santità, sull’amicizia? E le figure bieche, Tersite, Antinoo, Melanzio, che altro sono, se non le immagini del male, col rilievo e col risalto che assumono, quando si rispecchiano in un animo retto, per virtú della sua reazione?

E quale mai testimonianza potrebbe illuminare il carattere del poeta meglio del divino episodio del cane Argo? La povera bestia riconosce dopo venti anni il padrone; e impotente a muoversi, abbassa le orecchie ed agita la coda. E l’eroe che attraverso a mille pericoli mortali ha temprato il cuore come una spada, rivolge il capo e nasconde una lagrima. [p. LVI modifica]

Ma in fronte ad una prefazione, non giova specificare né insistere su questo punto. Ciascuno, leggendo con questo spirito, potrà veder chiari, nell’animo di ciascun personaggio, i riflessi della molteplice anima d’Omero.

Invece, vorrei richiamare l’attenzione su certi luoghi dai quali traspare non solamente lo spirito, ma anche, forse, alcuna materiale condizione della vita d’Omero.

È antica osservazione che nei poemi Omerici spesso spesso s’imbandisce la tavola. È verissimo. E, a cercar meglio, si vede che la facilità e l’abbondanza dei banchetti sono in Omero indice e caratteristica di felicità. Si banchetta sempre in Olimpo. Banchettano i Numi quando scendono fra i mortali; e s’indugiano sinché c’è da mangiare. Cosí nelle corti. Ricordiamone una, quella d’Eolo e dei suoi figli.

Passano il tempo in conviti. Vivande hanno sempre lí pronte
a mille a mille; e il giorno la casa vapora di fumi,
suona di canti.

E il tòno diviene anche piú caldo, il colorito piú acceso quando non si descrivono banchetti e conviti di lusso, ma di soldati, d’avventurieri, di povera gente, Cosí, per recare il piú evidente esempio, quello nella misera capanna d’Eumèo. E tutta l’ospitalità del povero e buon porcaro è descritta con tócchi di vivezza e sentimento profondi.

E con che intenso indefinibile senso di piacere si descrive (XIV) l’allestimento d’un caldo letto improvvisato!

Sopra la terra ammucchiò gran copia di frasche, vi stese
la pelle d’un villoso caprone, selvatica folta.

[p. LVII modifica]

Meglio questo, che un letto di porpora. E Ulisse rifiuta il letto regolare che gli vorrebbero ammannire le ancelle di Penelope

Ma quegli, come uom troppo tapino ed avvezzo ai travagli,
dormir fra le coperte del letto non volle; e nell’atrio
sopra una pelle di bue non concia dormí, sopra velli
di pecora.

Ed anche piú c’è questo intimo senso di piacere nella descrizione del rifugio che Ulisse trova quando approda naufrago all’isola Scheria. Un ulivo ed un oleastro hanno intrecciati i loro rami cosí fitti da impedire l’accesso al sole ai venti alla pioggia. Dentro, mucchi enormi di foglie asciutte.

Molto fu lieto Ulisse divino quando egli la vide,
si rannicchiò là nel mezzo, si ricoprí tutto di foglie.
Come chi senza vicini soggiorna all’estremo d’un campo,
suole celare sotto la cenere negra uno stizzo,
per conservare il seme del fuoco: cosí tra le foglie
restò nascosto Ulisse.

E ancora, sentite che brivido di voluttà corre pei versi, quando si ricordano, pure accennate, le notti d’amore entro la morbidezza e la fragranza di alcove divine, mentre fuori rugge la tempesta e fischia il temporale?

E come tutto all’improvviso si anima, si arricchisce di colori, si moltiplica di particolari, nelle pitture di mezzo carattere: nelle scene della capanna d’Eumèo, nell’incontro col capraro Melanzio, nel pugilato con l’accattone Iro!

E quanta precisione e che amore, quando Ulisse costruisce [p. LVIII modifica]qualche cosa: il letto nuziale, per esempio, o la zattera, abbattendo gli alberi al bosco, compaginandone i tronchi, costruendone le sponde e gli alberi. C’è come un presentimento della poesia di Robinson.

E dovunque c’è un rifugio dopo il pericolo, un pasto abbondante dopo la fame, un caldo riparo asciutto dopo le intemperie, qui il verso diviene piú lucido, gli epiteti piú intensi; qui la calda fiamma che divampa dai ciocchi arsi, il pingue fumo delle carni, l’inebriante fragranza del vino, e il fàscino dei racconti, mentre fuori stride la pioggia e fischiano i venti, avvincono il lettore, gli fanno vivere la vita d’Ulisse.

Ché il poeta partecipa tutte le vite; ma piú lo interessa, e con maggior vivacità egli la riproduce, la vita dell’avventuriere. Avventuriere egli stesso.

E cosí io mi figuro il poeta dell’Odissea.

Sopra un legno di mercanti, e, chi sa, di pirati, di costa in costa, d’isola in isola, percorre tutto il Mediterraneo, che sembra veramente infinito. Disteso a prora, dal primo all’ultimo raggio di sole, mentre le vele gonfie rapiscono a volo il battello, a pari dei gabbiani, contempla, con le avide pupille del poeta, le infinite parvenze del cielo e del mare. A notte, giacendo a poppa, come Ulisse nel battello dei Feaci, avvolto in una ruvida coltre, fissa le stelle roteanti attorno all’Orsa, unica immune dai lavacri d’Ocèano, sinché giunge a sopirlo il sonno datore d’oblio.

E nelle interminabili bonacce, tocca la sua lira, e canta ai marinari. Canta le gesta degli eroi. Ma spesso, forse piú [p. LIX modifica]spesso, per allietare i poveri compagni, narra storielle comiche e salaci. Efesto che, zoppicando, gira per l’Olimpo a mescer vino: Giunone, che per conseguire i suoi fini, lusinga Giove, lo irretisce nell’amore e lo fa addormentare: la bellissima Afrodite ignuda e allacciata con Ares entro le reti inestricabili del troppo industre marito. E quanto differenti, i commenti dei Numi, da quelli che sperava lo sposo oltraggiato!

APOLLO
Figlio di Giove, Ermète benigno che l’anime guidi,
t’adatteresti a restare schiacciato fra solidi ceppi,
pur di giacere in letto vicino a la bella Afrodite?
ERMETE
Deh! se mai questo avvenisse, Signore che lungi saetti,
ceppi tre volte tanti vorrei m’irretissero tutto,
e tutti i Numi e tutte le Dive veniste a vedermi,
ed io giacer potessi vicino a la bella Afrodite!

.

Ed ecco, il battello giunge in vista alle spiagge di Troia. I nocchieri greci approdano ai lidi sacri, dove un tumulo ricorda l’eroismo e la sventura d’Aiace. Il poeta scende meditabondo sulla via deserta, adora la tomba eroica. Levando gli occhi, vede disegnarsi sul cielo la fatale collina dove un giorno sorgeva Troia. Move a lenti passi verso la città fatale. Verso lui scende, travolgendo i suoi flutti vorticosi, lo Scamandro, gonfio come non vide mai i fiumi della patria. Gli sembra quasi avverso, minaccioso, e che lo respinga [p. LX modifica]al mare. Un impeto d’orgoglio patrio solleva i gorghi della sua anima contro l’impeto del fiume straniero. Nella sua fantasia è nata, alla vita dei secoli, la lotta fra Achille e lo Scamandro.

Il poeta avanza. Ecco, ancora frondoso, ancora, forse, intatto, il caprifico d’intorno a cui Achille ed Ettore avevano corsa la loro gara di morte. Ecco il luogo dove l’eroe troiano, che costringeva all’ammirazione i piú fieri nemici, aveva piegato per sempre le ginocchia invincibili.

Il poeta avanza. Il suo piede calca già le larghe lastre della via troiana, avanza tra i ruderi, negri sul fuoco del tramonto, delle mura immani, costruite dalle mani divine d’Apollo e di Posídone. Nella penombra del crepuscolo, le rovine mutilate sembrano ricomporsi, tutta l’antica città rivive. Allo svolto d’una strada, alta, bella, bianca nelle sue vesti di porpora, gli appare la divina Andromaca, che alza fra le braccia il pargolo Astianatte.

E torna al naviglio ed al mare. E la danza dei flutti armonizza nel suo fervido sangue la danza dei numeri poetici, pura e armoniosa come quella che intrecciano gli astri nella cerulea notte.

E il battello approda ad una città florida e popolosa. Si scende nell’àgora che protende le sue lastre di marmo sino entro l’onde del mare, si espongono le mercanzie, si intrecciano i traffici. I marinari corrono la notte in cerca di amori fugaci. Il poeta è accolto nelle case dei principi, nella casa del re. E il re lo fa sedere vicino a sé, partecipare al suo banchetto. E quando i valletti hanno poi levati i cibi dalle mense, e le tazze circolano coronate di vino fumoso, il poeta prende la sua cetera e canta. Canta, ora, gli eroi [p. LXI modifica]formidabili, e le lunghe battaglie, e i colpi terribili, e il fasto delle corti, e il fàscino delle bellissime donne. E i giovani ascoltano con occhi ardenti, le donne chinano il capo. La figlia giovinetta del re, quasi fanciulla, non distoglie un istante gli occhi dal cantor prodigioso.

E dopo una settimana di venti contrarî, ecco, sul far della sera, levarsi la brezza di terra. Partire, di nuovo partire! Di nuovo errare su l’onde! Il poeta saluta gli ospiti, il buon monarca, la semplice regina. E vede, egli che ha già i capelli segnati da qualche filo bianco, brillare una lagrima nei puri occhi della reginetta. Addio, Nausica, addio! Altra è la legge della mia vita!

E si riprende la corsa pei mari noti e per gl’ignoti, in cerca della fortuna, e, forse, della morte.

E la fantasmagoria continua. Dinanzi agli occhi del poeta passano scene e scene meravigliose. Nuovi mari senza confine, bonacce interminabili, burrasche sterminatrici, scogliere immani, e ai loro fianchi, orride caverne, dalle quali sbucano spesso fauci d’orridi mostri.

Ma talvolta, ridendo sul mare una bianca bonaccia, la barca poteva entrare in un’alta grotta mirabile. E una fantastica irradiazione azzurra avvolgeva tutto, rendeva tutte le cose pervie ed imbevute e raggianti esse stesse di luce soprannaturale. E sulle pareti emergenti, e sulle sommerse, e sul fondo, un mobile corruscare di piropi, di smeraldi, di zaffiri, di crisòliti, componeva e scomponeva senza tregua le trame incandescenti d’una sinfonia luminosa. Questa era la casa d’una fata, la reggia d’una Dea!

Ma d’un tratto tutte le luci e tutti i colori si spengevano. La caverna era buia. La mano protesa ad afferrare [p. LXII modifica]le gemme prodigiose, non stringeva che viscide alighe. Ed ecco, uno, due, cinque, dieci tentàcoli, sferzano il braccio incauto, lo avvinghiano, trascinano l’imprudente, con forza irresistibile, nei regni della morte. Scilla, la terribile Scilla? Che fare? Fuggire. Meglio perdere uno dei cari compagni che tutti!

Eia fantasmagoria continuava. Qui su la vetta d’un’alpe inaccessibile, un vorticar di fumo, un lampeggiar di fiamme, un tempestare di bombiti orrendi. E pietre immense erano scagliate dalla cima, giú giú per le balze, sino a sfiorare i fianchi del battello.

Anche di qui, fuggire! E calava la notte negra, senza stelle. Aperte le vele ad un alito di vento, i nocchieri si abbandonavano al dèmone.

E il dèmone li spinge miracolosamente, di notte, per una gola angusta, entro un difficile porto. Il battello approda ad una spiaggia declive, e rimane lí fisso, senza bisogno d’àncora, fasciato da un buio impenetrabile.

Ma all’alba, dopo l’inquieto sonno, quale paesaggio d’incanto s’illuminava ai loro occhi! Entro una luce purissima, boschi profondi, orti, giardini, dove tutti i fiori e tutti i frutti, questi appena turgescenti, quelli maturi, altri quasi disfatti, imbevevano l’aria d’aromi inebrianti come liquori. Erano gli orti elisi? No, era la patria di gente felice. E fra loro i nocchieri passavano alcuni giorni di sogno.

E il poeta beveva, beveva con tutti i sensi la fantasmagoria prodigiosa. Tutte le parvenze del mondo esterno, ingolfandosi impetuose pei suoi cinque sensi, colpivano, ferivano prodigiosamente la sua anima profonda. Ed essa rispondeva all’urto con la parola. Ogni immagine, sonora, luminosa, [p. LXIII modifica]olfattiva, tattile, trovava il subito riflesso nell’armonioso vocabolo. Che, nato dal prodigio, prodigiosamente rievocava le immagini, risuscitava nel cervello degli uditori le visioni meravigliose.

Son corsi piú di trenta secoli, e l’opera màgica non ha perduto ancor nulla della sua efficacia. Ed io ho già troppo discorso. Suoni ora libera la voce del poeta.


  1. La visione finale di Faust è evidentemente una reminiscenza dell’ultimo episodio, profetizzato da Tiresia, della vita di Ulisse
  2. VICTOR BÈRARD, Les Phéniciens et l’Odyssée, Parigi 1902.
  3. Gl’ipercritici fanno sfoggio d’incredulità a proposito di Ulisse che rimane due giorni e due notti aggrappato ad un trave senza bere e senza mangiare. Ma il Bérard cita l’esempio recente (Dicembre 1900) d’un naufrago, il meccanico inglese Whiteway, che passò altrettanto tempo aggrappato ad un’antenna; ed infine fu raccolto e salvato. Anche qui l’aderenza alla realtà riesce provata. Omero racconta storie e non favole.
  4. La piú comune etimologia che connette Enotria con oinos (vino) è falsa. A provar la giustezza dell’altra, basta il fatto che per i primi Greci italioti, Cuma fu Κύμη ἐν τοῖς Ὀπικοῖς (rad. ὀπ = vedere).
  5. Si confronti il bellissimo libro di Giuseppe De Lorenzo: I campi flegrèi.
  6. Vedi Spallanzani, Viaggio per le Due Sicilie.
  7. In Bérard, op. cit., II, 189.
  8. Tolomeo lo chiama Ἄρκτου ἄκρα (III, 3, 4).
  9. Lamarmora. Viaggio in Sardegna, I. 115-117.
  10. Lamarmora, op. cit., II, 45-46.
  11. Non è questo solo. L’isola di Circe è delta da Omero Αἰαίη. Ai-Ai-a vuol dire in ebraico isola dello sparviero e κίρκος in greco vale anche sparviere. Sulla medesima costa abbiamo poi Astura (astore), Caieta (l’aquila: αἰητής) Vulturnus (il vulture). È una sola famiglia onomastica, marinaresca. Veduti dal mare, questi promontorî davano idea di grandi uccellacci appollaiali sulla costa.
  12. Situata all’estremità Sud delle Paludi Pontine, questa montagna, vista da lontano, ha l’apparenza d’un’isola. Bérard, II, 267.
  13. Strab. V, 232: τὸ Κιρκαῖον ὄρος νησίζον θαλάττῃ τε καὶ ἕλεσι.
  14. Latina Tellus, pag. 326.
  15. Fera-Feronia, come Fidus-Fidonia, Boves-Bubona, Petrus-Petronia, Poma-Pomona, Bellum-Bellona.
  16. XI, II: τῆς δὲ πανημερίης τέταθ´ἱστία ποντοπορούσης. Questo verso ci assicura che giungono all’Oceano solo a notte, e determina cosí assolutamente il valore da tribuire all’espressione πείρατα Ὠκεανοῖο (XI, 13).
  17. Ἐμύθευον δ´ οἱ πρὸ ἡμῶν ἐν τῷ Ἀόρνῳ τὰ περὶ τὴν Νέκυιαν τὴν Ὁμηρικὴν καὶ δὲ καὶ νεκυομαντεῖον ἱστοροῦσιν ἐνταῦθα γενέσθαι καὶ Ὀδυσσέα εἰς τοῦτο ἀφικέσθαι, κ.τ.λ. Strabone, l.c.
  18. Il quale fu concepito anch’esso, in origine, come un κόλπος ἐμπορικός, un golfo dei guadagni. Si vedano le acutissime osservazioni del Bérard.
  19. Giuseppe De Lorenzo. La terra e l’uomo, nel capitolo: Il golfo
  20. Cosí va inteso, senza dubbio, il πλαγκταί. Io tradussi prima cozzanti (che è rimasto ancora in questa edizione) per la loro identificazione con le Simplegadi, che risulterebbe dai versi 69-72. Ma questi versi sono certo interpolati; e caduta l’identificazione, non c’è ragione di allontanarsi dal valore etimologico del vocabolo.
  21. Nei Cavalieri di Aristofane, il coro dice a Cleone: «Sopra il sasso - della Pnice, come tonni i tributi aspetti al passo». E nelle Vespe dello stesso poeta, i vecchi ateniesi, parlando dei Persiani sconfitti, dicono: «Gl’inseguimmo, fiocinandoli come tonni, con le lance — nelle brache — ».