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Parte quarta

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Parte terza Appendice
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Parte Quarta

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Ricompare la zia Carolina, la mia cara Tuina. Poco tempo dopo il crollo de’ suoi affari il mio povero nonno era morto e la casa fu venduta per conto dei creditori; allora la zia Carolina insieme alla nonna andarono ad abitare presso lo zio Cecco. Lo zio Cecco, al pari de’ suoi fratelli, era la bontà e la dolcezza personificate; copriva in quel tempo la carica di vice pretore a Caprino Bergamasco e scriveva segretamente alcune commedie non mai rappresentate. Suo fratello Bona, che percorreva pur esso la carriera giudiziaria, occupava i suoi ozi nel compilare un dizionario dei vocaboli a radice greca. Miti e semplici anime di galantuomini dalla vita intemerata, anche voi, o buoni zii, contribuiste a creare in me il rispetto della tradizione. Lo zio Bona andava a messa, lo zio [p. 194 modifica] Cecco era abbonato al Libero pensiero; avevano in proposito vivaci discussioni che naturalmente lasciavano ognuno nel proprio punto di vista e amici come prima. Io non dispero di rivederli lungo la valle di Giosafat, l’uno accanto all’altro, nella tribuna dei giusti. La nonna aveva pure un fratello consigliere alla Corte d’Appello di Milano, ma quello io non l’ho conosciuto; vidi appena il ritratto che gli fece il solito ritrattista della famiglia, Giovanni Moriggia, serio e imponente nei larghi risvolti della pelliccia di martora. Dove sarà andato a finire quel ritratto? Guarda esso forse dalla bottega di un antiquario gl’inconsapevoli pronipoti che passano?

Le due care donne, che in seguito alla perdita della bella casa di Caravaggio si erano ritirate nel piccolo paesello delle prealpi bergamasche, non tardarono a trovarvisi bene e ad invitarmi a passare un mese con loro. Fu un’oasi benedetta. È ben vero che, non essendo io più una bambina, la nonna non poteva prendermi come una volta sui ginocchi, nè io stessa compiere carponi attraverso le sedie del salotto quel viaggio le cui stazioni erano l’Etna o Mongibello e l’arlecchino fermausci cogli occhietti di vetro; l’arlecchino anzi non c’era più. Ma la zia Carolina era sempre [p. 195 modifica] così dolce, così sorridente, e allora più che mai, portando nel cuore la gioia del suo fidanzamento con un nobile piemontese, ufficiale nell’esercito liberatore. Oasi di pace Caprino, che lasciò nella mia mente un ricordo indelebile! Fu a Caprino che vidi per la prima volta le montagne, e fu là che incontrai la più cara, la più fedele delle amiche. Io vi godevo inoltre un poco di quella libertà, che fu in ogni tempo uno de’ miei bisogni più ardenti, così male soddisfatto in casa mia, dove non ero libera neppure alla notte. In fondo alla vallicella che sottostà al paese, scorre un torrente detto la Sonna, nelle cui acque la servetta della nonna andava a sciacquare i panni. Quando ella infilava il braccio nel paniere della biancheria e la zia Carolina mi diceva: — Vuoi andare anche tu? — esultavo. Si capisce che insieme a quella ragazza era come se fossi sola. Correvo, cantavo (falso), recitavo versi, coglievo erbette sconosciute; una fronda, un sasso, un movimento delle acque, il salto di una cavalletta, l’iridescenza di una farfalla, l’andare religioso delle formiche in fila, silenziose monachine brune, mi riempivano di sensazioni nuove. Non ero mai stata come allora in diretto contatto colla natura; ad ogni passo facevo qualche scoperta; e la gioia di sentirmi libera in [p. 196 modifica] mezzo all’aria, libera sotto il cielo, conferiva alle mie membra una leggerezza alata che mi portava in alto; sollevavo le braccia come per un volo e gridavo forte: — Dio! Dio! — per udire il suono della mia voce, per fissarlo nell’eco della valle. Tempo di primavera e quindici anni.... I sentieri laggiù erano sempre deserti, ma già l’amoroso fantasma dei sogni giovanili batteva alla porta suggellata del mio cuore; esso mi seguiva ancora senza volto e senza nome, col misterioso potere del profumo che annuncia la vicinanza del fiore. Non amavo; eppure pensieri d’amore mi attraversavano la mente e mi turbava in modo dolcissimo il sapere che a poca distanza dalla Sonna scorreva parallelo un altro torrente chiamato Sonno e che entrambi dopo quella corserella "in vicinanza coraggiosa e monda" si riunivano sotto l’arco di un ponte, altare e talamo, per uscire dall’altra parte, fusi in un torrente solo. — Come tutto ciò è bello, nevvero? — chiedevo alla zia Carolina e la zia Carolina con una sua intima letizia rispondeva di sì. È passato mezzo secolo e tanti dolori insieme e tanti disinganni; ma se chiudo gli occhi rivedo Caprino in un raggio di sole.

A Caprino ebbi anche la rivelazione di fiori che non conoscevo. I primi fiori che ricordo li [p. 197 modifica] avevo visti nel giardinetto della zia Claudia a Caravaggio; una raccolta più ampia e più varia la trovai a Casalmaggiore colla sua salvia cocinia, le ortiche d’America, le quali non pungono affatto e vestono graziosamente di rosa e di giallino, poi il geranio d’Africa, il geranio notturno, le fucsie, i nasturzi dorati, la madrevite che sostiene sulle esili braccia pensili cuori e quanti, quanti altri! Appena entrata nel cortile dello zio Cecco a Caprino fui investita dalla chioma fluente di una serenella che per le vie degli occhi e dell’odorato prese intero possesso di me. Ah! forse l’albero è disseccato, l’albero mortale del cortile, non quello che verdeggia in me ad ogni primavera, e che depongo oggi, fior di memoria, tra queste pagine. E le peonie fastose che se avessero profumo contenderebbero il primato alla rosa! E quelle anfore carnose di inebbriante aroma che sono i piccoli fiori dell’olea fragrans! E i gelsomini, stelle della siepe! E le tuberose, labbra d’amanti congiunte in un bacio! Ora la moda dei fiori è entrata in tutte le case, imperversa fin sulle tavole delle più modeste trattorie; sono fiori stereotipati a seconda della convenienza di chi li vende, resi volgari dall’abuso e dal carattere commerciale, privi d’odore, profanati dal filo di ferro che squarcia i loro [p. 198 modifica] teneri seni; così quando parlo di fiori intendo sempre i fiori coltivati in provincia da mani delicate e amorose, che ne conservano intatto la freschezza e il profumo. Povera è quella donna che non sa trovare nei fiori una delle più delicate gioie di questa vita.

Si allaccia pure a Caprino l’impressione più complessa che mi rimane del nostro nazionale riscatto. A Milano ero andata una volta, da piccina, col papà e colla mamma, in una famiglia di nostra conoscenza, che aveva le finestre sul Corso dedicato allora a Francesco Giuseppe, ma chiamato da tutti solamente Corso, per vedere l’entrata dell’imperatore e dell’imperatrice, e con mia grande delusione le finestre erano ermeticamente chiuse, le tendine rigorosamente abbassate, sì che al momento buono, rizzandomi in punta di piedi, mi fu dato di scorgere appena la cappottina bianca dell’imperatrice e il suo abito di seta nera rameggiato di verde. Intorno alla carrozza imperiale, deserto! Era poi venuto il giorno dell’allegrezza, quando si rise perfino in casa mia, e mio fratello Luigi si diede a preparare coccarde per tutti. Ma fu a Caprino tutto imbandierato per la festa dello Statuto, con ghirlande di sempreverdi erette ad arco di trionfo sulla contrada principale, con musica, con fuochi, [p. 199 modifica] con luminarie, coll’intero paese rovesciato fuori, che sentii per la prima volta palpitare, in mezzo al popolo entusiasmato, l’anima della patria.

Da Caprino lo zio Cecco fu trasferito a Bergamo. Altra rivelazione di bellezza e di quel respiro antico, respiro delle cose che vissero prima di noi, verso le quali l’anima mia volava fin da quando i miei sguardi indagavano curiosi e soggiogati le forme fuori moda del baule della nonna. Si intende che la mia ammirazione per Bergamo fin dalla stazione sorvola la gaia leggiadria del borgo per salire ratta al fastigio della città medioevale, così fieramente rizzata a vedetta delle Alpi. Amo le sue porte, le sue chiese, i suoi palazzi e le viuzze sassose in mezzo al verde delle mura dove battè un giorno la zampa ferrata il destriero del Colleoni. Amo gli orticelli sospesi tra casa e casa, come panieri di fresche verdure, che si allietano in primavera di cento e cento rose. Lo zio Cecco andò ad abitare proprio nel centro della vecchia città, in via Porta dipinta, caro nome arcaico che mi faceva andare in estasi e fu quella una delle mie ultime oasi felici. Da quel punto la mia dolce Tuina spiccò il volo per seguire il marito nelle diverse destinazioni della sua carriera [p. 200 modifica] militare e da allora il vederci e, più, lo stare assieme divenne un piacere raro.

Io intanto continuavo a scrivere nei pochi momenti in cui mi era concesso di occuparmi a modo mio; vale a dire quell’oretta dopo pranzo durante la quale le zie o fumavano o dicevano le orazioni. Dopo le zie prendevano in mano la calza e la prendevo anch’io, perchè mai mi sarebbe venuto in mente di fare diverso da ciò che esse mi indicavano. L’obbedienza era talmente radicata in me, che se fossi rimasta zitellona in casa, avrei continuato a obbedire fino ai quaranta e ai cinquant’anni, insoddisfatta, rodendo il mio freno, ma incapace di pensare nemmeno un atto di ribellione. Dando la parte più vitale di me alla fantasia, che per essa viveva in un suo meraviglioso mondo e per tutto ciò che era materia e zavorra accettando l’adattamento, mi ero fatta dell’abitudine un guanciale di riposo, che sotto certi aspetti, era quasi un piacere. Dirò una cosa straordinaria, dalla quale risulterà meglio quel complesso di serietà ordinata e di grottesco candore che fecero della mia giovinezza un organismo a parte, diverso da tutte le altre giovinezze. Sappiano le mie lettrici che allorquando mi feci sposa, nella valigetta destinata a raccogliere sommariamente gli oggetti indispensabili a un breve [p. 201 modifica] viaggio di nozze, collocai fra questi il mio lavoro di calza.


Un articolo di Matilde Serao per la morte di Vittoria Aganoor, incomincia con queste parole rievocatrici della propria felice gioventù: "O inobliabili, o inobliati giorni di nostra gioventù in cui fremeva ed ardeva, nella nostra anima nuova, non una immensa speranza, ma un’immensa certezza! O primavera della nostra età, in cui nulla ancora sapevamo esprimere, ma tutto sapevamo comprendere; o primavera del nostro spirito, in cui potevamo soddisfare la nostra gaia fame intellettuale e placare la nostra sete inestinguibile intellettuale, al nutrimento più saporoso e alle sorgenti più cristalline! Sapete, allora, come vivevamo in Napoli? In continuo contatto spirituale con Francesco de Sanctis e con Ruggero Bonghi, di cui ogni pensiero e ogni parola erano nostro soave e forte pascolo; in continuo contatto con giovani già fervidi di talento e di dottrina come Giorgio Arcoleo, come Giustino Fortunato; in quotidiano contatto con pubblicisti come Rocco de Zerbi e Martino Cafiero. Conferenze, discorsi, articoli, volumi, giornali, in tutto ciò palpitava di una vita indicibile l’anima nostra, estatica, attraversata da violenti [p. 202 modifica] gioie, abbattute da profonde malinconie, ma capace di tutte le esaltazioni, ma risorgente dai suoi accasciamenti, come in una costante resurrezione". Non potrei trovare un’antitesi più stridente con quella che fu la gioventù mia. Quanta gioia in quell’anima librata a spirituale commercio cogli ingegni più eletti che placavano la(21) sua sete di intellettualità, cui ogni parola, ogni pensiero eran forte e soave pascolo! Come si comprende il palpito indicibile di quella vita in cui fremeva ed ardeva, non una immensa speranza, ma una immensa certezza! Trascrivendo queste parole rabbrividisco ancora. Sento ancora il freddo invincibile delle mie giornate d’inverno trascorse nel grigiore del malinconico salottino a cucire, a cucire, a cucire, coi ginocchi ravvolti in uno scialle, sulle mani due paia di guanti; e i vesperi desolati del luglio e dell’agosto, quando abbrancata ai ferri della finestra, nell’abbandono della rassegnazione, scrutavo sulle finestre lontane il ritmo di altre vite, poi che alla mia mancava anche la più lieve speranza. Io non so che sarebbe avvenuto di me se la mia intelligenza si fosse sviluppata in circostanze di serra calda, di coltivazione intensa, di luminosa fioritura, di omogeneità infine e di felicità. Non lo so. Forse sarebbe stato [p. 203 modifica] meglio forse peggio. Al pari dell’albero l’uomo nasce con una struttura propria, direi un temperamento, a cui il terreno più o meno favorevole, concede il più o il meno sviluppo. Anima ardente, ma pensosa e incline alla meditazione, una esistenza di gioia avrebbe probabilmente isterilita la mia attitudine al raccoglimento; obbligata invece a cercare in me stessa quella ragione di vivere che è il diritto di ogni creatura, obbligata a reggermi da sola, a parlare con me sola, ad alimentarmi da me, feci come uno che esiliato su un palmo di terra, non potendo espandersi in ampiezza, scava in profondità. Questo confronto me ne suggerisce un altro; somigliavo anche per molti versi al palombaro che, lasciandosi dietro lo splendore del sole e il tumulto della vita, scende silenzioso con una maschera sul volto verso ignorati abissi.

La mia maschera era tutto quello che si vedeva di me, e giudico mi coprisse molto bene perchè nessuno, nel breve cerchio delle nostre relazioni, sospettò neppure lontanamente, che io potessi divenire una scrittrice; anzi, molti anni dopo, allorchè si conobbe il mio nome, io lessi su alcuni volti una sorpresa non scevra di incredulità. Veramente non lo sapevo neppure io, non ci pensavo. Il grande romanziere Balzac, a cui la gloria [p. 204 modifica] arrivò tardi, scriveva a sua sorella; "Laura, Laura, i miei due soli e immensi desideri, essere celebre ed essere amato, saranno essi mai soddisfatti?" Io non ero tanto impaziente. È giusto dire che ero anche più giovane. Ad ogni modo scrivevo per mio sfogo, per mio piacere, per non so che cosa, non certo in vista della celebrità. Mi ritrovo meglio nelle Confessioni di S. Agostino a proposito de’ suoi anni giovanili: "Quello ch’io volevo, quello che io bramavo era d’amare e d’essere amato". Il bisogno di scrivere era bensì nato in me prima del bisogno di amare, ma quando fui giunta a quella stagione che fa cantare l’usignolo nella selva, le parole dell’ardente vescovo africano mi apparvero come il vero specchio dell’anima mia. Ero anche affascinata dallo stile di S. Agostino, così caldo, così appassionato, così moderno appena che si allontani dalla disputa coi Manichei per aggirarsi intorno ai delicati problemi della psiche. E per il loro calore, per la loro passione, mi entusiasmai successivamente di Foscolo, di Byron, di tutti coloro che avevano fortemente amato e scritto d’amore. Se i libri e la penna mi confortavano nel tedio monotono della mia esistenza, non è tuttavia su di essi che fissavo lo sguardo per l’avvenire. Scrivevo non pensando a scrivere; [p. 205 modifica] all’amore invece pensavo sempre, senza struggimento e senz’ansia, vestendo qua e là coi colori della mia immaginazione qualche fantasma stentatello, che non valeva più dello zufolo di Franklin pagato per argento e che era di stagno. Ma chi non ha nei propri ricordi uno zufolo di stagno creduto argento?

Dei classici trovati nella libreria di mio padre non ne lessi neppure uno; li giudicavo noiosi e freddi. Data la mia ignoranza la questione della forma non esisteva per me. Era, per disgrazia, anche il tempo in cui gli autori dei libri più in voga non si mostravano reverenti alla purezza della lingua; mi mancavano gli esempi nella vita come mi era mancato l’ammaestramento nella scuola. Molto tardi e per opera di alcuni pochi critici, che non finirò mai di ringraziare, incominciai a preoccuparmi della forma. Non studiai ancora, perchè la sola parola studio mi accapponava la pelle, ma mi guardai intorno, osservai, cercando di formarmi un gusto più fine, più esigente; compresi a poco a poco quanto l’aggiustatezza del periodo e la scelta delle parole aggiungano forza all’idea e sono arrivata al punto di prendere un vero diletto a vagliare i vocaboli e sentirmi quasi felice quando ne scopro uno nuovo. Che se talvolta l’antica [p. 206 modifica] pigrizia mi arresta sopra una frase fatta, tentando persuadermi dell’impossibilità di uscirne in altro modo, allora dò a me stessa questa strigliatina: "Manzoni, D'Annunzio, tutti coloro che sanno scrivere la troverebbero la frase giusta, la frase unica; dunque c’è, e se c’è, bisogna cercarla!". Lenti progressi i miei e sempre tardivi. Mi basta tuttavia una parola, un leggerissimo colpo di sprone per andare avanti.

Mio padre, udendomi una volta cantare nel corridoio interno del nostro appartamento, ammonì con quella sua dolce voce che anche nel rimprovero faceva sentire la carezza: "Tu non ti ascolti quando canti; prova ad ascoltarti". Non si poteva dirmi più garbatamente che stonavo. Mi veniva infatti di cantare nello stesso modo che scrivevo, badando al pensiero e non alla forma. Le romanze più sentimentali, i duetti più amorosi erano tutto ciò che io comprendevo in materia di musica, e quando avevo messo tutta la mia passione nella frase: Ah! forse è lui che l’animaSolinga nei tumulti mi pareva che neanche la Patti avrebbe potuto far meglio. C’era poi quel Lui anonimo che andava subito a posarsi sull’uno o sull’altro de’ miei zufoli di stagno e allora addio musica! Mi colavano sul volto vere lagrime. [p. 207 modifica] Io sono anche disposta a sorridere ora su queste fanciullaggini della verde età, nella quale siamo, chi più, chi meno, un po’ tutti cavalieri dell’ideale e corriamo colla lancia in resta ad espugnare mulini a vento. Sorridiamo pure dei lunghi sospiri e delle veglie e dei primi fiori dell’anima dedicati a persone che si conoscevano appena; uno sguardo ricambiato, una mano che s’indugia alla stretta, tanto bastava, e meno ancora, a immobilizzare il nostro cuore per mesi, per anni. Il mio fratellino minore, quando smise i calzoncini corti, si prese di una grande simpatia per una fanciulletta che vedeva qualche volta all’uscire di chiesa, alla quale non solo non aveva mai parlato, ma che paventava di accostare. "Il mio unico desiderio — mi disse un giorno in grande confidenza — è di possedere un fazzolettino, un bel fazzolettino ricamato, toccare con quello il lembo della sua veste e conservarlo per sempre". Sorridiamo, ma dolcemente, con riguardosa tenerezza, per non disperdere la nuvola lieve che ravvolge il bel sogno. Quanto sarebbe brutta la vita se l’uomo affacciatosi appena dovesse incontrare l’esperienza già fatta, con tutti i suoi compromessi, il male già pronto con tutte le sue armi, la laidezza matura con tutti i suoi orrori! Oh, sia benedetta l’illusione [p. 208 modifica] che ci lascia credere, che ci permette di amare! Dove troveremmo la deliziosa freschezza di quell’istante in cui, mentre ogni cosa intorno a noi è tranquilla e noi stessi ci sentiamo tranquilli, un campanello che scatta, un uscio che si apre, ci dà la sensazione improvvisa di avere al posto del cuore un uccello che batte le ali? E se la camera nella quale ci troviamo è buia, tosto si riempie di raggi, e se la percuote il sole noi vi vediamo danzare miriadi di stelle? Che importa se tutto ciò non ha la matematica certezza dell’abbaco? Il solo vero è dentro di noi. Quale afferrabile bellezza sarà più bella del nostro sogno?

Ricordo l’impressione disgustosa che mi diede una bimba di quattro anni; era il giorno di Natale e, trovandola che giocava con diversi balocchi degni di ammirazione, uscii ingenuamente a domandare: "Sono i doni del Bambino, nevvero?" — "Che sciocchezze! — rispose — Io non credo a queste grullerie; li ha comperati papà". Conosco una quantità di persone, oh Dio, quante! che in simile circostanza avrebbero riso; io invece trasalii con quel senso di angoscia che ci prende quando si spezza improvvisamente una cosa fragile e bella, goccia di cristallo o candore d’innocenza. Ricordo per antitesi un caldo meriggio [p. 209 modifica] d’estate, ed io in una traballante carrozzella accecata dal sole e dalla polvere della strada maestra. Avevo quattro volte quattro anni, buona vista e nessuna tara nel cervello, tuttavia un filo d’oro, volteggiando nell’aria, mi turbò improvvisamente. Una ninfa, una dea, forse, avevano nell’alba di quel giorno sciolte in quel posto le auree chiome ed un capello, conteso dagli zefiri, ondeggiava ancora da un albero all’altro, dall’uno all’altro cespuglio. Tutta presa dalla visione gentile, mi esaltavo poetando, senza più sentire la molestia del polverone e del caldo. Non pensai neanche per un attimo alla possibilità che un filo, strappato alla frusta del vetturino e indorato dal sole, avesse potuto creare il mirifico inganno.

Un libro che ebbe una grande influenza sul mio pensiero fu il Viaggio sentimentale di Lorenzo Sterne. Non avevo mai letto nulla di simile; mi parve quasi di trovarmi improvvisamente dinanzi a uno specchio che riflettesse una parte ignota di me. Come mai quel pastore evangelico conosceva così bene una piega riposta dell’anima mia celata a me stessa? Erano tutti i miei parenti quel viaggiatore, quel frate, quella dama della dèsobligence; avrei voluto non staccarmene mai; proseguire insieme ad essi il giro della terra; e [p. 210 modifica] non compresi allora la psicologia ironica e profonda che spezza nel punto culminante quel libro unico al mondo. Ma già la verga magica della rivelazione aveva percosso la roccia chiusa; più tardi, molto tardi al solito, quando da vent’anni non leggevo più il Viaggio sentimentale, lo ritrovai in certe attitudini del mio spirito, in certi modi di contemplare la vita: ciò senza mancare di fede alla mia appassionata ammirazione per Foscolo e per Byron, e leggendo pure con interesse la Bibbia, il dizionario delle Favole mitologiche e i versi di Guadagnoli. Eccomi assai lontana dai classici e priva di orientamento, in mezzo a letture disparate.

Continuavo a scrivere, perchè erano questi i momenti più belli della mia giornata, una valvola per mezzo della quale sfogavo pensieri, desideri, rimpianti; ed era anche una base di conversazione perchè tenevo circolo tutte le sere coi personaggi delle mie novelle, de’ miei romanzi e vivevo insieme ad essi come se fossero persone reali. I piaceri della fantasia hanno sui piaceri del senso questo grande vantaggio di non trovare ostacoli alla libera espansione; la fantasia non conosce limiti nè leggi; il suo dominio oltrepassa lo spazio, stringe in un solo amplesso il passato e l’avvenire, forza i cancelli del regno della Morte. Un risveglio [p. 211 modifica] crudele era quando, in certe sere di feste solenni, le mie zie si mettevano in mente di giuocare a tombola; supplizio indescrivibile per me che detestavo ogni sorta di giuochi e che vedevo portarmi via i pochi istanti preziosi della mia libertà per allineare fagioli in un rettangolo di cartone. Ma poteva l’estrattore gridare tutti i novanta numeri del giuoco, ed altri ancora, che i numeri della mia cartella restavano sempre vuoti, suscitando l’indignazione della zia Nina, la quale non mancava di chiamarmi egoista, mentre io, incorreggibile ragionatrice, andavo almanaccando perchè il mio desiderio di scrivere, che non chiedeva sacrifici ad alcuno, fosse egoismo, e non lo fosse l’imposizione fatta a me di sacrificare il mio unico svago per unirmi a giuocatori che non avevano alcun bisogno dell’opera mia.

Avevo, ed ho ancora, l’abitudine di disinteressarmi de’ miei scritti appena vi abbia posta la parola fine; la sola differenza sta nel fatto che ora li pubblico e allora li distruggevo. Non essendo per temperamento collettrice, tutta quella carta scritta mi dava noia. Sono d’altronde convinta di non aver disperso nessun capolavoro; vorrei anche poter distruggere, e sarebbe meglio [p. 212 modifica] buona parte delle mie prime pubblicazioni, ma spero che il tempo lo avrà già fatto. Al modo col quale mi sono formata, studiando a vanvera, leggendo a sorte, priva di consigli e di direttiva, dovevo necessariamente procedere a tentoni, a urti, a sbalzi, a cantonate, arrivando tardi a quella meta dove altri giungono di primo acchito. È bensì vero che alcuni critici troppo indulgenti credettero di scorgere una buona promessa in quei primi lavori abboracciati, superficiali, intinti nella pece delle cattive letture, e il pubblico, sorpreso forse di trovare nelle mie novelle la nota di un umorismo assolutamente raro nelle donne che scrivono, se ne divertì senza badare alla scorrettezza della forma e mi accolse con grande simpatia; ma io ebbi la fortuna di non inebbriarmi alle prime lodi. Riconosco in ciò una vera fortuna che auguro e raccomando vivamente a tutti i principianti. Non la quantità della lode soddisfa un solido criterio, ma la qualità. Senza fissare propriamente una meta, c’era latente in me il desiderio della qualità; sentivo di meritarmi una stima superiore a quella di semplice novellatrice, e se tanta sicurezza bastava per sorreggermi nella prova, devo confessare che solamente in seguito alla pubblicazione di Teresa si incominciò a prendermi sul [p. 213 modifica] serio. Ero già maritata e mamma quando scrissi quel romanzo, raccogliendo elementi psicologici che giacevano da molto tempo nel mio pensiero; da molto tempo conoscevo la vita di provincia e il mio spirito di osservazione si era lungamente indugiato sul problema della donna che rimane nubile.

Tante fanciulle posarono inconsapevoli per la mia Teresa, ed una che si chiamava veramente Teresa mi bastò vederla una volta sola. Pallida e mesta, seduta in disparte dalle sue sorelle, che giovani ed allegre scherzavano tra loro, cuciva una camicia per il fidanzato lontano, fidanzato già da dieci anni, il quale non veniva mai, ed al quale ella pensava sempre. Queste due antitesi, l’indifferenza di lui, la costanza di lei: ecco il romanzo sorto in un attimo intero e vitale. Gli altri personaggi, l’ambiente, l’intreccio, si formarono da sè; ma il rapido sbocciare di esso, fu come il fiore del pesco che sforza in un mattino d’aprile la corteccia del ramo nudo, coronando nell’improvviso sbocciare dei petali il paziente lavoro delle linfe. Non altrimenti la patetica storia della donna a cui manca l’amore germinava da lunghi anni nel segreto delle mie sofferenze, nelle ingiustizie di cui ero stata vittima, nella persecuzione che [p. 214 modifica] aveva attossicato fin dalle sorgenti la mia ingenua giovinezza. Era il dramma di tante anime femminili che si era ripercosso attraverso la deviazione di un’anima sulla speciale sensibilità dell’anima mia; e che avessi colpito nel segno me lo dissero innumerevoli lettere di ignote, e la loro commozione e le loro lagrime e il melanconico e pur dolce conforto di sentirsi comprese.

Non mi dilungherò a parlare dei libri che io scrissi, rammentando opportunamente il consiglio di Jacopo Todi: Dove è chiara la lettera non fare oscura glosa. Inoltre preparando queste Memorie la mia intenzione era solamente quella di far conoscere le circostanze un po’ eccezionali in cui si svolsero i primi anni della mia vita, quegli anni che sono per lo sviluppo dell’uomo ciò che il sole e la rugiada sono per la pianta. Poche volte nella storia si avvertirono cambiamenti così radicali come dalla metà del secolo scorso ai nostri giorni, e se considero ciò che erano di arretrato, fin da allora, gli usi e le abitudini delle zie venute dalla provincia a dirigere la mia educazione, posso credere di non essermi ingannata troppo a giudicare che un parallelo sarebbe interessante a farsi fra quel che ero io e quel che sono le fanciulle moderne. Ma non è di ciò che devo [p. 215 modifica] giunta oramai alla fine de’ miei ricordi, oltre i quali la mia personalità scompare entrando in una vita nuova, con un altro nome, in un’altra famiglia. Questa seconda vita non ho il diritto di rivelarla al pubblico; essa d’altronde aggiungerebbe ben poco alla veridica esposizione, che già feci, del come si andò raffinando fra elementi contrari quella sensibilità che non esito porre alla base del mio ingegno, qualunque esso sia. È certo che, meno sensibile, non avrei avvertito le offese fatte alla mia coscienza e ai miei sentimenti, non mi sarei rinchiusa in me a meditare, forse non avrei scritto o avrei scritto in modo diverso. Ora è proprio a questo modo che tengo più che ai maggiori elogi. Non so quanti punti mi darà in definitiva la critica; ma so che i miei lettori mi amano, so che ho fatto del bene a molti cuori titubanti, a molte anime in pena, ed è una così grande dolcezza quando la penso! Dovrei forse giustificare qualcuno de’ mie primi lavori impulsivi, superficiali, sciatti nella forma e acerbi nel pensiero, ma dopo di avere qui descritta la lunga Via Crucis, che dovetti percorrere senza aiuto di Cirenei nè pietà di Marie, che cosa potrei aggiungere che non sia oscura glosa di chiara lettera? La mia opera parla per me; disuguale, come forse nessun’altra, è nelle [p. 216 modifica] sue stesse imperfezioni la prova migliore dello sforzo continuo verso un’ideale più alto, e in questo sforzo sta la mia giustificazione. De claritate in claritatem è la gloria dei grandi; sia il dovere dei piccoli: A tenebris in lucem.

Io fo ora come uno che, avendo colto tutti i fiori della propria aiuola, fruga ancora le zolle cogli occhi e colle dita per vedere se ne sia rimasto indietro qualcuno. Eccomi alla fine della mia vita di fanciulla, Neera non è ancor nata, quantunque il bellissimo nome scorto in un libro scolastico delle Odi di Orazio mi avesse già colpita in modo straordinario e così tenace che allorquando, più tardi, volli scegliere uno pseudonimo non tentai neppure di cercarne un altro; per il momento solo l’armonico congiungimento delle sillabe mi attrasse, stringendomi nel fascino di una nota musicale, ben lungi dal sospettare che una nota personalità fosse già sorta in me. Gli anni erano passati senza portare nessun cambiamento nella mia esistenza. Mi vedo sempre nel melanconico salottino dalla tappezzeria cupa, china sul lavoro, le membra intorpidite, tesa la mente nel vacuo e penoso sforzo dell’aspettativa che logora l’ingegno e rammollisce la fibra; etisia morale di [p. 217 modifica] tutte le giovinezze rinchiuse. E mi vedo alla sera a leggere a voce alta il giornale che in quei primi anni di libertà stava prendendo un grande sviluppo. Dapprima fu il Pungolo; naturalmente gli articoli di politica non mi interessavano, ma fioriva allora una volta alla settimana l’appendice letteraria e questa me la sorbivo con compunzione. Vi si parlava di Iginio Tarchetti, di Barrili, di De Amicis. Scriveva un certo Giulio Pinchetti, giovane di promettente ingegno che morì suicida e io piansi come se lo avessi conosciuto. Uscì in quei giorni Una capinera di Giovanni Verga. Chi era Giovanni Verga? Uno nuovo, un siciliano, non si sapeva altro. Ebbi occasione di leggere il piccolo volume e ne provai una intima schietta gioia. Ecco, dissi fra me, uno che si farà strada! Ed era contenta del piacere che mi immaginavo avrebbe avuto lui. Gli è che sentivo un alito di vita venirmi incontro, quella che doveva essere la mia vera vita. Perchè invece erano tutti così lontani coloro che avrebbero calmata la sete ardente dell’anima mia? Leone Fortis teneva lancia in resta nelle cronache mondane. Indimenticabile quella che scrisse a proposito di una magnifica festa da ballo in costume offerta alla cittadinanza milanese dal Prefetto conte Pasolini. C’era la Quadriglia delle carte da giuoco colle [p. 218 modifica] dame nei quattro diversi costumi di regina di cuori, regina di quadri, regina di fiori, regina di picche, e i quattro re in costumi analoghi. C’era una Notte impressionante di brividi e di mistero; un Fuoco da far desiderar il supplizio di Savonarola ecc. ecc. Il colmo del successo fu l’entrata nella gran sala del ballo di due elegantissime slitte russe nelle quali stavano adagiate, in nivee vesti e pelliccie d’ermellino, due delle più belle signore della nostra aristocrazia. Il mattino appresso, rimestando sul fuoco il latte della mia colazione, ripensavo a tutti quegli splendori sembrandomi che il mondo fosse più bello quando le vecchie fatine regalavano alle piccole Cenerentole la nocciuola coll’abito di stelle per assistere alla festa del Principe. Tutto quel fermento di vita, che aveva portato seco la liberazione del giogo austriaco, pulsava intorno a me. Era il risveglio di una città che, oppressa da secoli, si riscuote con un prepotente bisogno di gioia, e i rapporti della vita cittadina, allora più intimi e più ristretti, me ne lasciavano giungere l’eco tentatrice. Erano le feste, erano i corsi sul bastione di porta orientale animati dalla presenza dell’aristocrazia che vi concorreva con bellissimi equipaggi; i ricchi borghesi facevano altrettanto, e chi non poteva andare in [p. 219 modifica] carrozza, seguiva egualmente a piedi il giro del Corso. La ristrettezza relativa della città e il buon accordo delle classi, non ancora corrose dal veleno dell’odio, metteva il piacere alla portata di tutti e facilitava le relazioni.

Non dico questo per me, immobilizzata nel mio angolo d’ombra e nella mia parte di spettatrice, specola modesta dalla quale mi fu dato seguire il sorgere e l’ingrandire di una figura femminile, che la fortuna del nostro paese ha chiamato alla missione storica di prima regina d’Italia. Nessun titolo più glorioso cinse nei secoli una fronte di donna, nessuna donna accorse all’appello del destino, che le conferiva l’altissimo compito, con mani più colme di grazie. Ella apparve, nell’ora che l’Italia per opera de’ suoi uomini migliori assurgeva alla dignità di nazione, figlia del nostro sangue, fiore della nostra stirpe, Margherita di Savoia, l’unica, la predestinata. Quando entrò diciassettenne in Milano, sposa da pochi giorni, sembrava una bambina. Seduta per la prima volta al posto d’onore nella carrozza, coi lunghi capelli biondi fluenti sull’abito di mussolina rosa, terminando di calzare sulla mano il piccolo guanto, sorrideva al pubblico con amabile candore. Piacque subito, [p. 220 modifica] quantunque per l’età immatura non si potesse chiamare bella, piacque e si attese; nè l’attesa fu delusione. Di volta in volta che veniva a Milano, e veniva spesso, il pubblico si mostrava sempre più conquistato; la gentilezza, il tatto, l’intelligenza colla quale rappresentava la sua parte di futura regina erano davvero sorprendenti. La maternità le portò anche il dono della bellezza, una bellezza tutta sua che sfuggiva all’analisi, bellezza di luce e di colori come una fiamma accesa improvvisamente dietro la trasparenza di una immagine. Mi indugio a proposito in questa descrizione sperando di lasciare un ritratto veritiero di Margherita di Savoia che la fotografia si è affaticata a riprodurre in centinaia di pose invano, sempre invano; che i pittori in possesso della tavolozza credettero di rendere accumulando l’oro e la madreperla, le più tenere rose e l’azzurro più delicato senza avere maggior fortuna. Solo un poeta ci diede di lei la nota giusta, Carducci. Già nei primi versi dell’Ode, in quella magnifica invocazione così travolgente di entusiasmo:

          Onde venisti? quali a noi secoli —
          Sì mite e bella — ti tramandarono?


sentiamo di trovarci dinanzi a una donna non [p. 221 modifica] comune. Quali a noi secoli ti tramandarono? Che lunga schiera di eroi, di guerrieri, di re, composero la psiche di costei che ha lo sguardo d’aquila e di colomba? Tale era veramente lo sguardo di Margherita quando nella prima floridezza dei vent’anni passava in mezzo alla folla dominandola, Ella aveva un modo speciale di guardare e di salutare in pubblico, per cui ognuno restava convinto di avere avuto individualmente quel saluto e quello sguardo. La sua presenza dava la gioia, e di questa gioia era prodiga uscendo tutti i giorni per le vie più frequentate, esercitando colla sua fine intelligenza, colla sua femminilità sempre vigile, l’arte difficilissima di farsi amare dal popolo. Aveva a tal uopo delle trovate geniali. Comparve una volta al corso estivo sui bastioni portando, invece del cappello, un velo nero alla lombarda, capricciosamente rialzato, coi cinque grossi spilloni d’argento delle contadine brianzole. Fu un ardimento e fu un successo. Ella era d’altronde una di quelle rare donne a cui tutto sta bene; le tinte più arrischiate impallidivano al confronto della sua carnagione di una freschezza meravigliosa. Ma mi accorgo di accumulare anch’io parole su parole e non riesco a far comprendere che cosa sia stata per l’Italia nuova questa regina fanciulla, come [p. 222 modifica] senza eccezionalità di mente, senza bellezza assoluta, senza ambizione di dominio, per la sua sola grazia, per la luce della sua anima, traesse a sè tutti i cuori. Opera profonda di politica compresa con geniale intuizione del momento, vero trionfo di femminilità regale accanto ai trionfi del re guerriero. L’Italia non deve dimenticare quanto contribuì Margherita di Savoia a rendere cordiali i legami fra reggia e popolo. Dopo il delitto di Monza non venne quasi più a Milano. La incontrai poco tempo appresso in una via solitaria della Roma moderna. Nella carrozza abbrunata che avanzava lentamente, una forma indistinta si intravedeva appena sotto il fittissimo velo di lutto; celato il dolce sguardo tra d’aquila e di colomba; assente il sorriso che aveva dominato le folle; ermeticamente chiuso il bel volto sul mistero della sua luce. Pure attraverso un movimento quasi impercettibile del velo riconobbi la linea elegante del suo saluto, quel chinare del capo così grazioso, come non vidi in altra donna mai. L’ultima visione che me ne era rimasta portava la data inaugurante la prima Esposizione di belle Arti in Venezia, dove Ella apparve nella maturità della sua avvenenza, circonfusa ancora dal duplice fascino femminile e regale che la faceva sovrana per [p. 223 modifica] diritto di natura e, a ritrovarla in quella via deserta della Roma moderna tanto mutata d’animo e d’aspetto, mi si strinse il cuore. Lesse Ella forse il rispettoso compianto nel breve inchino della sconosciuta, poi che con tanta grazia rispose; e se mai questa pagina dovesse per singolare fortuna cadere sotto gli occhi della Augusta Donna, voglia Ella accogliere con pari grazia l’omaggio di una suddita, che non brigò mai l’onore di esserle presentata, ma che ammirò sempre in Margherita di Savoia l’ideale realizzato della prima regina d’Italia.

Tra le molte esperienze che mancarono alla mia giovinezza, devo tener conto anche delle malattie. Io non avevo ancor visto un ammalato, quando mio padre si lagnò di un malessere per il quale fu chiamato il medico. Bassotto, tarchiato, rosso in viso, cogli occhi che sprizzavano salute, questo giudizioso seguace di Esculapio (che seppe vivere quasi novant’anni) formava un contrasto perfetto col mio povero padre, sempre triste e malinconico, alto, sottile e pallido come un cero. Il dottore tuttavia non tenne conto di questi sintomi e non ordinò medicine. Disse appena: "Su, su, non si lasci abbattere, non è il caso, lei è sanissimo, stia allegro, mangi dei buoni risotti e non [p. 224 modifica] pensi agli anni. Ne abbiamo sessanta? Ebbene siamo uomini, uomini capisce? non vecchi!" Se ne andò lasciandoci nel cuore una sicurezza che ci rese tutti ciechi; così all’indomani mentre egli si lagnava ancora di essere stanco e le sue sorelle gli ripetevano le parole del dottore, io, chinandomi per baciarlo, sentii che diventava freddo. Al contatto delle mie labbra mormorò una sola parola: "Mi raccomando" e mi guardò; ma la pupilla era già spenta, il suo sguardo veniva dall’al di là.

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Che dolore fu quello, non di parole nè di soverchie lagrime! Ma, come vuole il mio temperamento, discesi più profondamente in me, scavai nell’anima mia il sepolcro per quel padre adorato e da allora, non più divisa da ostacoli, soli noi due, vivemmo sempre insieme. Già fin dalla prima notte che me lo portarono via andai nella sua camera; le finestre erano aperte e vi entrava la luna. Subito fui presa da una grande dolcezza come se egli fosse ancora presente e mi dicesse: "Vedi? non ti abbandono". Perchè non sarebbe vero? Io intanto lo sentivo vicino a me e mi pareva che mi guardasse. Il raggio della luna si era adagiato sul letto fluido e molle a guisa di [p. 225 modifica]Bassorilievo di LINA ARPESANI [p. 226 modifica] [p. 227 modifica] fantasma. Mi avvicinai, tesi le braccia... "Oh! se egli potesse vedermi davvero, vedere una volta almeno quanto lo amo!" La vita ci aveva divisi, la morte ci univa in uno sposalizio d’anime. Nessuno ci avrebbe disgiunto mai più. Da quella notte il mio dolore divenne la mia forza. Incominciai allora veramente a vivere con mio padre, a interrogarlo e in ogni circostanza difficile a pensare in qual modo si sarebbe comportato lui stesso. Tenendolo così sempre presente mi sembrava di prolungare il suo soggiorno sulla terra e, poichè era entrato a far parte della mia vita interiore, non avevo quasi bisogno di parlargli: lo sentivo respirare nel respiro della mia coscienza. Pochi giorni prima di morire mi aveva detto che gli piacevo con un certo nastro rosso intorno al collo, ed io per fargli piacere lo misi ancora un giorno. La zia Nina dichiarò che ero senza cuore.

Se lasciando la sua forma terrena, lo spirito di mio padre non fosse rimasto così tenacemente avvinto al mio proprio spirito, se non mi fossi sentita io stessa la continuatrice, la mia solitudine non avrebbe avuto conforti. Nutrivo per il maggiore de’ miei fratelli, Luigi, una ammirazione appassionata che poteva sfogarsi solamente nelle lettere di famiglia essendo lui quasi sempre assente, prima [p. 228 modifica] per Università alla quale si iscrisse giovanissimo, poi per la campagna garibaldina, poi per la scuola alla Veneria di Torino, uscendone ufficiale d’artiglieria e dando nello stesso tempo gli esami al Valentino per la laurea di ingegnere. Egli aveva ricevuto dalla natura tutti i doni del corpo e della mente, per cui un alto problema di matematica gli riusciva altrettanto facile quanto un esercizio di equitazione, di nautica o di ballo. Di esame in esame, passò allo Stato Maggiore, alla direzione della scuola di guerra, alle Ambasciate; mai una volta gli venne assegnata in sede la sua città nativa, e per quanto il nostro reciproco affetto non ne subisse menomazione di sorta, la vita ci tenne lontani non solo, ma divisi da tutto un ordine di fatti e di idee; lui brillante ufficiale della nuova Italia a contatto colle lusinghiere realtà de’ suoi vent’anni, io meschina Cenerentola nutrita di magre fantasie. L’altro fratello era più giovane di noi, e il candore, la semplicità dell’animo suo me lo facevano considerare un eterno fanciullo. Aveva delle manie innocenti: per un po’ di tempo si pose a fabbricare scatole e scatolini; in seguito furono libri e libriccini, detronizzati da una raccolta multicolore di bastoncini di ceralacca. Studiava anch’egli matematiche e basta l’evocazione di questa [p. 229 modifica] parola per comprendere la differenza intellettuale che esisteva tra me e i miei fratelli; erano orizzonti inesplorati di idee, campi di osservazione sui quali non potevamo incontrarci. Io restavo sempre prigioniera della esuberante mia attività interna. Essi discutevano del calcolo integrale e differenziale, mentre a me cantavano nelle orecchie i versi di Byron e per contrapposto gridavo al vento: “No, no, Ossian non mi piace! È noioso”.


Gli ultimi avvenimenti della mia famiglia paterna corrono al loro fine. La povera zia Nina morì di vaiolo nero in due o tre giorni e Stefano, poichè io ero già accasata, rimase solo colla zia Margherita; l’anziana e il più giovane rampollo. Stefano si era appena laureato ingegnere e dal Politecnico stesso gli fu proposta la direzione di un grande stabilimento industriale a Rivarolo Ligure. Mi ero immaginata qualche volta il mio ingenuo fratellino curato di villaggio o medico condotto ad ascoltare con paziente benevolenza i peccatucci de’ suoi parrocchiani, od apparire sulla soglia dei miseri casolari apportatore di sollievo a chi soffre, od anche, poichè egli era di spiriti gai e festevoli ed incline alla onesta allegria, seduto sotto una pergola brindare alla festa della [p. 230 modifica] vendemmia. Tutto questo sì. Ma il bamboccione che scherzava sui ginocchi della zia Nina, il timido giovinetto che sognava di toccare con una pezzuola aerea il bianco lembo di un abito verginale, il neo ingegnere che non aveva mai passato una sera fuori di casa, lanciato così di punto in bianco nel bailamme di una officina genovese, capeggiando trecento operai di modi risoluti e d’ostica favella, era una cosa che non mi persuadeva. Egli invece partì tranquillo e sereno come per una partita di pesca, portando seco la nostra cara vecchietta, o vecchiorla, secondo il mio vizio inveterato di storpiare i nomi delle persone care.

I fatti, con mio felice scorno, diedero ragione a Stefano.

Accolto sulle prime con un po’ di diffidenza, quel foresto mingherlino dalla gentilezza di fanciulla, la sua franca condotta, la lealtà del suo procedere, gli conquistarono a poco a poco fabbrica e paese; i vecchi lo approvavano, lo stimavano i giovani, e le matrone con figlie da marito non gli lesinavano i loro complimenti. C’era però sempre la massa imponente di trecento operai da tenere in freno. Mio fratello si era fatto amare anche da loro sul principio di una giustizia al pari per tutti; ma della giustizia, al pari di tante altre belle cose, [p. 231 modifica] si possono fare almeno due versioni: una che serve per chi ha ragione e l’altra per chi ha torto. Avvenne per ciò che un bracciante, ribelle a qualsiasi persuasione di dovere, si fosse creato centro di un tale focolaio di discordia e di cattivo esempio da decidere mio fratello a licenziarlo. Il fatto in sè stesso non usciva dalle regole di una giusta disciplina, ma pare che l’operaio stesse meditando quella tale versione della giustizia a modo suo perchè qualcuno avvertì mio fratello di stare in guardia, avendo colui giurato la sua vendetta. "Dite a colui — rispose l’anima blanda del mio Stefano — che vado tutte le sere a trovare la mia fidanzata a *** e che ritorno a buio fitto per un dedalo di viuzze tortuose dove non penetra raggio neppure nelle notti di luna, e che non porto armi".

Il 18 febbraio 1881 fui svegliata da un telegramma di Stefano che mi annunciava essere la nostra zia Margherita agli estremi. La sapevo da qualche tempo indisposta, ma ero ben lungi dall’immaginare la gravità del male. Senza por tempo in mezzo corsi a prendere il primo treno per Genova. Era forse la peggiore giornata di quell’inverno; freddo intenso e neve a tutto scendere; [p. 232 modifica] tuttavia l’impressione più violenta del maltempo l’ebbi quando, lasciandosi dietro la pianura lombarda, il treno entrò sbuffando fra le due pareti di roccia che formano la vallata della Scrivia.

Avevo avuto fino allora l’abitudine di fare quel viaggio nella stagione dei bagni, per cui uscendo dalla estiva fornace milanese tendevo ansiosa la gola riarsa al primo apparire della Scrivia, balzante di sasso in sasso, con una gaia promessa di frescura, e mi trovai invece in un deserto di neve, così triste e melanconico e desolatamente freddo, da agghiacciarmi quel po’ di calore che mi restava ancora nel sangue. Oh! come può la condizione del tempo cambiare siffattamente la fisionomia di un paesaggio? Dove erano più nei villaggi liguri le piccole case dipinte di rosa colle foglie di basilico messe ad asciugare sul tetto e le ghirlande di pomodoro appese ai balconi? La neve copriva, sfondava, inabissava tutto; e insieme alla neve un vento di burrasca schiantava gli alberi ululando.

Il peggio fu quando, discesa alla stazione di San Pier d’Arena, il controllore mi strappò di mano il biglietto spingendomi fuori con grande premura di serrare le vetrate, ed io, per prima cosa, mi trovai a non vederci più, perchè una [p. 233 modifica] folata di vento mi aveva rovesciato il cappello sugli occhi; nè fu breve impresa districare il cappello dalla veletta avendo le mani occupate da una valigia, un ombrello, uno scialle, e il vento che soffiando proprio verso di me, mi cacciava negli occhi turbini di nevischio e mi sbatteva le sottane contro le gambe, impedendomi di fare un passo. "Un facchino! almeno un facchino per portarmi la valigia!" Cacciavo questo grido di disperazione tra i ghiacciuoli del mio fiato, ma non c’era intorno anima viva. Le poche persone giunte insieme a me, si erano squagliate in un battibaleno; attraverso le vetrate chiuse della stazione non scorgevo altro che usci chiusi. Da quella parte non c’era speranza di aiuto. Mi ingegnai allora a discendere sola la scarpata che conduce al paese, trascinandomi dietro il mio bagaglio, aguzzando gli occhi verso lo stradale per il quale doveva passare il modesto tram che conduce a Rivarolo.

Ma non si vedeva che neve. San Pier d’Arena era trasformato; case, botteghe e finestre tutte sbarrate ne avevano trasformato l’aspetto; e la solitudine e il profondo silenzio di quei luoghi così pieni di vita e la necessità di combattere ad ogni passo col vento che mi spingeva indietro incominciavano a confondere la mia abilità topografica, che non [p. 234 modifica]è mai stata forte, finchè vidi un sacco che scivolava lungo il muro, e sotto il sacco due gambe d’uomo. "Per carità, mi dica dove posso trovare il tram di Rivarolo!" implorai con tanto impeto che per miracolo non caddi nella neve io, la valigia, lo scialle e l’ombrello. Il sacco non si fermò, non si volse neppure dalla mia parte, solo una voce sgarbata rispose: "Eh! sì, vada a pigliare il tram oggi!" Scomparso rapidamente l’uomo dal sacco, non si scorgeva alla lettera più nessuno, nè un cane, nè un gatto, nulla. L’effetto che mi fece allora la misera vetrina di un mercantuccio, priva di imposte, col vetro sconquassato, dalle cui fessure il vento penetrava furioso facendo roteare e ballonzolare tre cuffiette da bimbo appese ad una funicella! Ma che nascono ancora bimbi in questa fine del mondo?!

Intirizzita, abbattuta dalla cattiva piega degli avvenimenti, pensando che ogni minuto di ritardo poteva essere fatale per lo scopo del mio viaggio, mi trovai dinanzi a una porticina vetrata che una tendina rossa indicava essere una osteria. Non era il caso di starci a discutere sopra; picchiai risolutamente. Una donna grassa e lenta venne ad aprirmi, guardandomi con indifferenza, ma alla mia domanda dove avrei potuto trovare il tram di [p. 235 modifica] Rivarolo, disse subito che non c’era nemmeno da pensarci, con quel tempo, un tempo mai visto! Replicai se fosse possibile trovare una carrozza. "Ma chi vuol mai che metta fuori una carrozza con quest’ira dì Dio?" soggiunse l’ostessa, e concluse suggerendomi di dormire la notte a S. Pier d’Arena, che l’indomani si sarebbe provveduto.

Ma la mia insistenza a voler partire dovette essere stata ben tenace, perchè mezz’ora dopo salivo in un trabiccolo che giaceva abbandonato nel cortile, uno di quegli antichi omnibus chiamati in paese scimmie, non so perchè; una vera carcassa spelacchiata che aveva perduto l’imbottitura, sulla quale dal soffitto sforacchiato nevicava come in piazza e vi nevicava certo da parecchie ore essendosi già formato una specie di rivoletto che dovetti saltare alla meno peggio per prender posto sullo stretto sedile dove rimasi appollaiata: rassegnata oramai alla mia sorte apersi l’ombrello. "Cara zia Margherita, in quale stato l’avrei trovata?" Questo era il pensiero dominante, il pensiero unico, mentre lo strano veicolo a trabalzi e a scossoni mi portava attraverso un deserto di neve verso la tristissima meta. Ma prima ancora di giungervi dovetti abbandonare la mia arca, per il fatto della sua mole antiquata, che non le permetteva di [p. 236 modifica]passare negli stretti vicoli che precedevano la casa di mio fratello, nella quale potei finalmente entrare solo dopo di avere sfangato un mezzo metro di neve per praticarmi un passaggio.

C’erano tutti e due i miei fratelli, e dall’espressione dei loro visi, compresi che tutto era finito. Mi confermarono che era morta nella notte e prima di entrare in altri particolari, vedendo che gocciolavo da ogni parte, mi trassero dinanzi al caminetto acceso e lì stettimo noi tre, soli superstiti della nostra famiglia, a ragionare di tante piccole cose lontane che in quel posto e in quell’ora acquistavano una trasparenza di rivelazione. A un tratto Luigi mi disse: "Vuoi vederla?" "Certamente" risposi, ma le forze non erano con pari prontezza sicure e il cuore mi palpitava di pietà. Tuttavia volli rimanere sola colla mia cara morta.

Volli che ella mi vedesse in quell’attimo di suprema verità. Giaceva bianca e morbida nella cassa aperta. Un leggero gonfiore intorno alle guancie le aveva raddolcito i contorni, rischiarata la carnagione. Il suo volto asciutto, tormentato dall’ardore, si era composto nella divinità della morte. Nessuna traccia più delle sue collere violente, nè de’ suoi sarcasmi. O mia Màrgula cara, Dio, che non ti aveva concesso le ali [p. 237 modifica] l’angelo, in premio delle tue virtù ti aveva dato la spada del guerriero, e quella brandendo combattesti le tue battaglie per il bene. Come riposi ora tranquilla, Màrgula, Màrgulina mia! Le parlavo a voce alta, non so se colla speranza che avesse da intendermi, o per il semplice bisogno di intrattenermi ancora una volta con lei, sotto la protezione del mistero di cui sentivo l’augusta presenza; nè mi accorsi del tempo che fuggiva, nè mi fu breve l’indugio. La voce sommessa dei miei fratelli dalla saletta mi chiamò ripetutamente. Allora mi chinai per l’ultimo addio sul feretro che tra poco avrebbe risuonato dei colpi sinistri del martello: Addio per sempre! Una lagrima cadde da’ miei occhi su un ramicello di camelie regalatomi poc’anzi dalla moglie del dottore e che mi era rimasto fra le dita. Con movimento istintivo posai fiore e lagrima sul petto della cara estinta, mormorando: "Lo sai, ora, che ti voglio bene?..."


Uno dopo l’altro tutti i miei vecchi sparivano così, lasciandomi un gran vuoto nel cuore. La zia Carolina si era abbattuta sull’inginocchiatoio, un mattino, mentre recitava le orazioni, chiudendo senza malattia la serena vecchiaia trascorsa nella pace degli affetti domestici, nella casa avita eretta [p. 238 modifica] sulle rocce del castello che aveva appartenuto alla famiglia di suo marito, serbando fino all’ultimo il suo dolce e composto sorriso, la sua tenera affezione per me, tanto ricambiata, ricordata sempre.

Ultima rimaneva la zia Claudia, trascinando quella sopravvivenza a sè stessa che è la forma più malinconica dell’invecchiare. Il corpo che si trasfigura perdendo le linee e i colori, il brio di vita che si ottenebra a poco a poco, anticipando nella mente il buio dell’al di là, accompagnano la dipartita dell’essere caro di uno sconforto, quasi una umiliazione che nessuno se non l’ha provata può intendere. Oh! bello trasvolare, come la zia Carolina, dall’uno all’altro mondo prima che la malattia ci afferri, che la decadenza ci scomponga, trasvolare, puri d’anima e di corpo, in una elevazione dello spirito a Dio! Già da qualche anno la povera zia Claudia era entrata in quella trasformazione di tutta la persona che fa dire con una frase popolare, ma efficacissima: "Non è più lei!" E intorno a lei, nell’isolamento pieno di tristezza e di rimpianti in cui viveva, ogni cosa era cambiata, logora, sfasciata, morta innanzi ancora che lei morisse. Un peggioramento improvviso, del quale non fui avvertita, pose fine alle sue sofferenze. [p. 239 modifica]

Nel treno, che mi conduceva a Caravaggio il giorno del funerale, pensai che vedevo questo paese per l’ultima volta, e nel mettere piede sull’ampio viale del Santuario, mi sentii battere il cuore. Tutta la mia vita risorgeva da quell’oasi, dove avevo passato i più bei giorni della mia infanzia e dove sapevo di dover trovare solo una nuda bara. A passi lenti, con una esitazione sacra per tutte le memorie che si ridestavano in me, mi avviai verso il paese, fermando gli occhi su ognuna di quelle fronde, su ognuno di quei muricciuoli o di quelle panchine tra albero e albero come per fissarne il disegno nella mia mente. Entrai nella piccola chiesa di San Bernardino, alquanto profana nel suo barocco voluttuoso e nelle pieghe delle cortine che abbracciano gli altari con morbidezza di alcova, ma tanto cara alla mia visione fanciullesca per i bei colori dell’ornamentazione e per quell’aria vecchiotta che in ogni tempo mi tenne sotto il suo fascino. Dinanzi all’arco a tre porte che mette al paese, colla statua della Madonna campeggiante nel mezzo, fiancheggiata da due angeli che imboccano la tromba, una attrazione magnetica mi fece volgere gli sguardi sullo [p. 240 modifica] squallido fabbricato, a destra entrando, così squallido e repulsivo, ma che si illuminava a’ miei occhi di ridenti e splendenti immagini perchè, appena voltato l’angolo, sapevo di trovare quella reggia di tutti i sogni, che era la casa dei miei nonni. "Dopo, dopo - dissi per calmare la mia impazienza anzitutto il dovere"; e voltai a sinistra dove per viuzze secondarie delle quali improvvisavo il ricordo passo a passo, giunsi a quella che era stata la dimora della zia Claudia.

Nelle rare ed affrettate visite, che le facevo durante gli ultimi anni, per non perdere un solo istante della di lei compagnia, non uscivo nemmeno dal salottino angusto in cui si spegneva la sua attività, che era stata così grande, così prodiga di sè stessa. Questa volta invece, sapendo di non tornare più, volli compiere un giro pietoso nelle stanze deserte, sotto il portico, attraverso il giardino, un giorno così lieto di fiori, di frutta e di fanciulli. Ad ogni passo era una desolazione; del giardino non restava più nulla; alberi e fiori divelti, appena qualche erbaccia, pestata dai gatti, macchiava qua e là il terreno di chiazze giallastre fra le quali razzolavano tre o quattro galline, sollevando mucchietti di terriccio. Filosofo e prigioniero, solo l’alloro rimaneva appoggiato al muro, [p. 241 modifica] curve le rame sulla fossa dell’immondezzaio. Mi sovvenni allora che egli mi aveva ispirato una delle mie prime riflessioni sui rapporti fra la natura e l’uomo. Dovunque girassi lo sguardo i ricordi sorgevano. Riconobbi la sedia sulla quale la zia Claudia faceva sedere le povere donne che venivano a farsi strappare un dente o a prendere consiglio dal dottore; non serviva mai per nessun altro e giaceva ancora sotto il portico, quantunque il dottore fosse morto da molti anni; giaceva rudero abbandonato in mezzo alle altre rovine, ai muri che si scrostavano, ai parati stinti, ai mobili appannati, agli specchi opachi; vecchiaia e distruzione di tutte le cose intorno a una povera vecchia, che si era sentita morire ogni giorno un poco, insieme alla sua casa che moriva. Salii, da ultimo, la breve rampa dello scalone, dove volava un tempo il mio piede leggero per andare a beccuzzare i chicchi oblunghi d’uva galletta, che dal giardino saliva a vestire il terrazzo di grappoli biondi, dei quali rimaneva, unico ricordo, un macabro intreccio di ceppi arsicci e contorti. Posava sovr’essi in quel momento una cocciniglia rossa che mi parve l’anima sopravissuta della mia prima gioventù. E sulla parete dello scalone - oh! sorpresa dolcissima - ecco intatti i versi [p. 242 modifica]dell’Edmenegarda quali io ve li scrissi:

"O giovinette, gioia vereconda...."

Ed ora l’ultimo pellegrinaggio, il più tenero, il più doloroso. Da molti anni non attraversavo il paese, dall’infanzia forse. Affacciandomi alla piazza mi parve di sognare. Fra me e le cose intorno si interponeva uno spazio confuso, come se il tempo trascorso vi avesse sospesi veli di nebbia a rendere i contorni meno materiali. Qualche indizio di tale stato d’animo dovette trapelare dalla mia persona, perchè dalla soglia delle botteguccie, dinanzi ai canestri delle ortolane, alcuni curiosi stavano a guardare questa incognita con una certa meraviglia per il fatto che se un forestiero va a Caravaggio, ci va per il Santuario e non per vedere il paese. Avevo una gran voglia di gridare: "Badate, non sono forestiera, ho conosciuto questo paese prima di voi, vi ho succhiato il primo latte...". Fantasticava: "se incontrassi la mia nutrice? o i suoi figli? o la mercantina che mi vendeva gli spilli dai variati colori? ma no, vaneggio, tutti sono morti!...". Improvvisamente mi trovai dinanzi ad un ammasso di calce mostruosamente tormentata e sforacchiata che mi diede l’esatta impressione di un pugno negli occhi. Oh! Dio, cos’è questo? [p. 243 modifica] Una casa in stil novo, in stile liberty? E ciò a Caravaggio!

Una malinconia sottile si impossessò del mio spirito; mi sentii straniera, atomo disperso di una generazione lontana. Il senso della morte non mi era mai apparso così generale e profondo negli uomini, nelle cose, nel pensiero, nel sentimento. Ma quando la vidi, essa, l’arca santa dei miei anni migliori, la casa benedetta dei miei nonni, non ebbi più alcun pensiero, nè di morte, nè di vita. Dovetti appoggiarmi alla casa di contro, perchè mi si piegavano i ginocchi, e di là guardai attraverso le palpebre umide, le sei finestre della bella facciata semplice e la finestretta dell’ammezzato dove la zia Carolina mi insegnava:

"Arlequin tient sa boutique".


Vedevo pure di scorcio la chiesetta di S. Giovanni dove mio padre e mia madre si erano sposati, e una grande tenerezza mi disfaceva il cuore. A passi guardinghi, come se stessi per commettere un delitto, traversai la strada e mi avvicinai alla porta. Era chiusa. Trattenendo il respiro mi posi in ascolto. Nessuna voce, nessun rumore. Tremavo in tutte le vene. Quel piccolo ordigno di ferro sul [p. 244 modifica] quale le mie pupille si fissavano ipnotizzate era il saliscendi che la mano piccoletta aveva premuto tante volte.... La mia commozione è al colmo, non posso resistere, il desiderio è più forte di me. Appoggio un dito e la porta si apre scampanellando. Che momento!

Al suono improvviso accorse una servetta chiedendomi chi cercavo. Non avendo alcun piano prestabilito, dissi a caso il primo nome che mi passò per la mente, intanto che i miei occhi frugavano ansiosi l’andito, delusa di trovarlo non più quale era rimasto nella mia memoria, ma scialbo, triste e muto, imbiancato da cima a fondo come un sanatorio, in luogo della calda tinta ambrata d’un tempo che sembrava trattenere sulle pareti il palpito della vita. Avrei voluto andare avanti, penetrare nelle stanze, nella cucina sonora di voci, splendente di terse stoviglie, vedere se qualche vestigio rimanesse ancora dei tempi felici; chiudere gli occhi e trovare al buio la bella sala colle paradisee e lo spicchio di cocomero dipinto sul soffitto, l’angoluccio dove la vecchia Teresa preparava il corredo della mia bambola, la camera ridente dei miei sonni infantili colle ampie tende azzurre a ghirlande di rose che palliavano sulle finestre i primi raggi del mattino; ma la servetta teneva [p. 245 modifica]aperta la porta con un tacito invito. Per guadagnar tempo le chiesi a chi apparteneva ora la casa; mi disse che vi abitava il direttore dell’ospedale, e questo fu l’ultimo colpo della realtà che disperse i dolci fantasmi del passato. Un istante ancora, un ultimo sguardo, ferma sulla soglia ad invocare l’impossibile miracolo, poi uno scroscio di pianto ricacciato in gola e la fuga.




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