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Pagina:Neera - Una giovinezza del secolo XIX.djvu/232

206 Una giovinezza del secolo XIX


grizia mi arresta sopra una frase fatta, tentando persuadermi dell’impossibilità di uscirne in altro modo, allora dò a me stessa questa strigliatina: "Manzoni, D'Annunzio, tutti coloro che sanno scrivere la troverebbero la frase giusta, la frase unica; dunque c’è, e se c’è, bisogna cercarla!". Lenti progressi i miei e sempre tardivi. Mi basta tuttavia una parola, un leggerissimo colpo di sprone per andare avanti.

Mio padre, udendomi una volta cantare nel corridoio interno del nostro appartamento, ammonì con quella sua dolce voce che anche nel rimprovero faceva sentire la carezza: "Tu non ti ascolti quando canti; prova ad ascoltarti". Non si poteva dirmi più garbatamente che stonavo. Mi veniva infatti di cantare nello stesso modo che scrivevo, badando al pensiero e non alla forma. Le romanze più sentimentali, i duetti più amorosi erano tutto ciò che io comprendevo in materia di musica, e quando avevo messo tutta la mia passione nella frase: Ah! forse è lui che l’animaSolinga nei tumulti mi pareva che neanche la Patti avrebbe potuto far meglio. C’era poi quel Lui anonimo che andava subito a posarsi sull’uno o sull’altro de’ miei zufoli di stagno e allora addio musica! Mi colavano sul volto vere lagrime.