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Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini)/Delle cinque piaghe della Santa Chiesa/Capitolo IV

Capitolo IV

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Delle cinque piaghe della Santa Chiesa - Capitolo III Delle cinque piaghe della Santa Chiesa - Capitolo V
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CAPITOLO IV.

Della piaga del piede destro della santa Chiesa, che è la
nomina de’ Vescovi abbandonata al potere laicale.

72. Ogni società libera ha essenzialmente il diritto di eleggersi i propri ufficiali. Questo diritto le è tanto essenziale e inalienabile, come quello di esistere. Una società che ha ceduto in altrui mani l’elezione de’ propri ministri, ha con questo alienato sè stessa: l’esistenza non è più sua: quegli da cui l’elezione de’ suoi ministri dipende, può a suo grado farla esistere, e farla cessare da un momento all’altro; ed anche questo esiste, non esiste per sè ma [p. 54 modifica]per lui, per sua benigna concessione; ciò che forma un’esistenza apparente e precaria, ma non un’esistenza vera e durevole.

73. Ora se v’ha in sulla terra società che abbia il diritto di esistere, che è quanto dire, che abbia il diritto di esser libera; par tutti i cattolici è certamente la chiesa di Gesù Cristo: perciocchè questo diritto essa l’ha ricevuto dalla parola immortale del Divino suo fondatore; e questa parola, che sopravvive al cielo e alla terra, glielo ha garantito dicendo: «Io sono con voi fino alla fine de’ secoli (Matt. xxviii. 20)». La chiesa di Gesù Cristo non può adunque cedere in altrui mano il proprio governo, non può vendere nè alienare in alcun modo a chicchessia la elezione de’ propri governatori, perchè non può distruggere sè medesima; e qualunque cessione in questo proposito è irrita per sè, è contratto viziato nell’origine un patto nullo, a quel modo che è nullo qualsiasi vincolo d’iniquità.

74. Cristo elesse a principio gli Apostoli; questi elessero i loro successori1; e a’ successori degli Apostoli ha sempre appartenuto2, e immutabilmente appartiene l’eleggere degli altri a cui consegnare il deposito che dee tramandarsi illeso sopra la terra sino alla fine, e di cui ad essi soli sarà dimandato conto dal Padrone che s’è degnato di porlo nelle loro mani. Il perchè la colpa della mala scelta de’ prelati della chiesa piomberà sulla testa de’ prelati precedenti, i quali si sono lasciati i primi uscir di mano le elezioni de’ loro successori, o che non hanno usati i mezzi tutti in loro potere per rinvenire delle altre mani pure e idonee a cui trasmettere dopo di sè il sacro deposito della parola e delle istituzioni di Gesù Cristo.

75. Vero è che non essendo il governo istituito da Gesù Cristo nella sua chiesa una dominazione terrena, ma un servigio in favore degli uomini, un ministero di salute per le anime3; egli non è retto dall’arbitrio di una dura autorità, non si picca di un crudo diritto; ma egli si piega, e, fondato nell’umiltà e nella ragione, riceve la legge, per così dire, da que’ soggetti medesimi in vantaggio de’ quali è stato istituito, e la sua mirabile costituzione è appunto quella di potere ogni cosa pel bene e niente pel male: tale è la sola sua superiorità, il solo diritto che egli vanta, il diritto di giovare. Indi quel dolce principio dell’ecclesiastico reggimento, che in tutto manifestavasi ne’ primi secoli della chiesa, e particolarmente nella elezione dei primari pastori ed era questo «il clero giudice, il popolo consigliere.» Certamente ove si fosse trattato di un rigido e stretto diritto, nessuna parte poteva avere la plebe cristiana nella elezione de’ Vescovi; ma perchè era la sapienza e la carità quella che presiedeva all’esercizio del diritto che i governatori della chiesa avean ricevuto da Cristo, e lo temperava, ammollendone ogni durezza: perciò nulla decidevano arbitrariamente que’ savi prelati, nulla in secreto, nulla di proprio capo; volevano il testimonio altrui ed il consiglio, e giudicavano che il consiglio migliore di tutti, il consiglio meno soggetto ad ingannarsi fosse appunto [p. 55 modifica]quello dell’intero corpo de’ fedeli. Così la chiesa de’ credenti operava siccome un solo uomo; e sebbene in quest’uomo il capo si distinguesse dalle membra, tuttavia non rifiutava i servigi delle membra, e non si recideva da sè stesso per voglia di esser solo, e da quelle indipendente. Indi è che i desideri de’ popoli designavano e i Vescovi e i Sacerdoti4; ed era troppo ragionevole che quelli che dovevano abbandonare le proprie anime (e quando dico le anime, dico tutto ciò che posso dire, parlando di popoli, ne’ quali è viva la fede) alle mani d’un altro uomo, sapessero che uomo egli fosse, ed avessero confidenza in esso, nella sua santità e nella sua prudenza5. Ma ove il Vescovo ed il Sacerdote già non ritenga di pastore che il nome, non sia più il confidente, l’amico, il padre de’ fedeli, che a lui con piena fiducia abbandonano non pur ciò che aver possono di più caro, ma sè medesimi; ove il clero si restringa alle formalità o alle materiali e determinate cerimonie di culto, reso, quasi volea dire, simile agli antichi Sacerdoti del paganesimo6; quando le cose di quella religione, che insegna ad adorare Iddio in spirito e verità, sono venute a questo termine; non è difficile allora che il popolo si sottometta a ricevere con indifferenza qualsivoglia pastore gli s’imponga, e che il diritto di eleggerlo passi d’una in altra mano, d’uno in altro padrone, come farebbe la proprietà di un terreno o di una casa. E si pronunzieranno invettive contro l’indifferenza pubblica in materia di religione? quando si esige pur dal popolo, e lo si educa in modo, ch’egli sia disposto a ricevere a suo Vescovo qualsiasi incognito e straniero personaggio col quale nè ha comunanza alcuna di affetti, nè viacoli di ricevuti benefizi, e le cui sante opere nè mai vide, nè udì tampoco per fama? Dio voglia che non ne abbia se non di sante! Ma l’esigere, e rendere il popolo indifferente ai propri pastori, non è il medesimo che renderlo indifferente a qualunque dottrina gli s’insegni, indifferente ad essere condotto per una o per un’altra via? Non è un esigere che non s’abbia più degli uomini bisogno d’aver confidenza ne’ ministri della religione, cioè che s’abbia [p. 56 modifica]rinunziato ai bisogni ed ai rimorsi dell’anima, che in somma si possa far senza religione, o contentarsi al più della esteriorità e materialità di essa? E che è questo se non l’aver fatto al popolo un obbligo di una cieca, o per meglio dire irragionevole obbedienza, che è un sinonimo perfettissimo di indifferenza religiosa7? Vero è che quando si è riuscito ad ottener questo dal popolo cristiano, allora si è riuscito a pervertirlo, a distruggere nell’anima sua il cristianesimo, lasciandolo solo nelle abitudini: e di un popolo tanto infelice, che mediante una secreta, lenta e costante corruzione ha perduto senza accorgersi il principio religioso, di un tal popolo, dico, assopito sui suoi religiosi interessi, e già nel fatto indipendente da’ suoi Vescovi8, indifferente perciò a qualsiasi cherico presieda al coro, ed eseguisca le sacre cerimonie che non intende; si può dire giustamente quello che diceva un Padre del terzo secolo della chiesa, cioè, che «secondo il merito del popolo, Iddio provvede altresì i pastori delle chiese (Origen. in Iudic. hom. iv).»

76. Ma chi vuol trovare l’origine di tale e tanta sciagura, conviene risalga quell’epoca così fatale, onde cominciò alla Chiesa il periodo che chiamai della conversione della società, quell’epoca che spiega tutta la storia ecclesiastica dopo i sei primi secoli, perchè racchiude il seme di tutte le sue prosperità e di tutte le sue sciagure: quell’epoca in una parola, in cui il clero pesò immensamente nella bilancia del potere temporale, e perchè fu potente, fu parimente ricco9.

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Egli è evidente che tostochè il clero fu possente e ricco secondo il secolo, la politica de’ regnanti si vide interessata di assoggettarlo a sè, e perciò di aver parte nella elezione de’ prelati. Quindi le prime sedi, nelle quali la potestà laicale tirasse a sè le elezioni, furono quelle di Antiochia e di Costantinopoli, dove risiedevano gl’Imperatori, e dove i Patriarchi avevano un più esteso potere10.

77. Il combattimento col potere secolare che voleva tirare a sè le elezioni dei Vescovi durò per molti secoli: la chiesa si difendeva co’ canoni; ma questi sono rispettati in ragione della religione de’ principi; e della opinione religiosa de’ popoli, perciò la ragione in che venne meno la libertà nelle elezioni del clero, può essere una misura sicura del decremento della fede, della moralità e della pietà ne’ governi e nelle nazioni. Eccone una breve storia.

Già nel secolo VI cominciò a pesare immensamente nella bilancia degli elettori più che i meriti del candidato, il favore del sovrano: e allora i concili co’ loro canoni accorsero sollecitamente al pericolo, difendendo la libertà di quelle elezioni.

Il Papa Simmaco in un concilio tenuto a Roma l’anno 500, dove intervennero dugento e diciotto Vescovi, pubblicò un decreto in conferma delle elezioni canoniche de’ Vescovi contro la potestà laica, che continuamente vi volea porre le mani, il qual decreto comincia con queste parole: «Non ci piacque che abbiano verun potere a stabilire checchessia nella chiesa alcuni di quelli, a’ quali spetta il dovere di venir dietro, e non l’autorità di comandare;» e dopo questo esordio, fissa il modo antico di eleggere i Vescovi co’ voti del clero e del popolo11.

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Il concilio di Clermont dell’anno 535 (Can. 2) ingiunge che il Vescovo sia ordinato per l’elezione de’ cherici e de’ cittadini, e col consenso del Metropolitano, senza che ci abbia luogo la protezione de’ grandi, senza uso d’artificio, e senza costringere veruno per timori o per doni a scrivere un decreto di elezione: altrimenti sia il concorrente privato della comunion della chiesa che vuol governare (Can. 4).

Questa stessa premura di tener libere le elezioni dall’influenza della potenza temporale, si vede nel ii concilio d’Orleans dell’anno 533 (Can. 7), e nel iii dell’anno 53812 come pure nell’Avernese dell’anno 535, e in altri: il che mostra il bisogno che avea la Chiesa in questi tempi di difendersi in qualche modo dalla potenza temporale, che pur troppo sdrusciva continuamente in essa, e si faceva signora de’ suoi diritti.

A questa poco dopo è riuscito in Francia di far sancire per legge ecclesiastica la necessità dell’assenso regio, che già di fatto s’era reso necessario nelle elezioni de’ Vescovi: ciò che si fece col celebre canone del concilio v d’Orleans (549), nel quale però sono salvi i diritti del popolo e del Clero13. Nè l’assenso regio è punto irragionevole il chiedersi, anzi egli è certamente conforme allo spirito della Chiesa, spirito di unione e di pace, che vuole i ministri del Santuario a tutti accetti, e quindi molto più a’ capi de’ popoli; ma egli involge pur quell’assenso un sommo pericolo, cioè non forse si tramuti in comando14, non diventi grazia [p. 59 modifica]sovrana; imperocchè in tal caso la Chiesa libera per grazia, è serva per giustizia15; e la grazia di sua natura è arbitraria; sicchè l’avere o non avere la Chiesa i pastori più degni, sarebbe abbandonato al volere e al capriccio medesimo di persona laica perchè possente, e di quelli e quelle che più acquistino su di essa influenza.

E così si vide avvenire; e non solo fu grazia l’assenso, ma fu una grazia anche il comando; e finalmente fu una grazia venduta e si volle vender ben caro; e i beni della Chiesa16, l’avvilimento, l’anima fu la moneta destinata a comperarla17.

Questo pericolo diede cagione al Concilio iii di Parigi tenuto quattro anni dopo l’Orleanese, cioè nel 553, di rimettere in istato con un canone l’antica libertà delle elezioni, senza far più menzione di regio consenso.

«Nessuno Vescovo, dice il canone 8° di questo sinodo, sia ordinato contro la volontà de’ cittadini, ma solo quegli che l’elezione del popolo e de’ cherici ha con pienissima volonta’ dimandato. Nessuno venga intruso per comando del principe, o per qualsivoglia condizione, contro la volontà del Metropolitano, e de’ Vescovi comprovinciali. Che se taluno presunse con eccesso di temerità d’invadere per ordine del re l’altezza di questo onore, sia riputato indegno d’essere riavuto dai Comprovinciali di quel luogo, i quali lo riguardino per indebitamente ordinato.»

In sulla fine di questo medesimo secolo vi, il grande Pontefice S. Gregorio sentiva tutta l’importanza della libertà della Chiesa, e d’altra parte ben intendeva che i Vescovi che hanno ricevuto il loro innalzamento dalla potenza secolare; sono servi di essa. In occasione della morte di Natale Vescovo di Salona, metropoli della Dalmazia, scrivea il Papa in questo modo al soddiacono Antonino rettore del patrimonio di quella provincia l’anno 593: «Avvertite immediatamente il Clero ed il popolo della città, di eleggere concordi un Vescovo, e mandateci il decreto della elezione affine che il Vescovo sia ordinato col nostro assenso, come negli antichi tempi. Sopra tutto abbiate cura, che in tale opera non entrino nè regali, nè protezione di persone [p. 60 modifica]potenti; poichè quegli che è ordinato per tal via, è costretto ad ubbidire a’ suoi protettori, a spese de’ beni della Chiesa e della disciplina18

Nel 615 il Concilio v di Parigi proclamò pure la libertà delle elezioni; se non che Clotario II modificò il Concilio con un editto col quale protestava di voler bensì osservati gli statuti de’ canoni circa le elezioni de’ Vescovi, ma fatta però eccezione a que’ Vescovi che sarebbe piaciuto a lui che fossero ordinati, o che avrebbe mandati egli dal suo palazzo scelti fra i degni sacerdoti di corte: editto che anche sotto Dagoberto suo successore si fece valere19.

Il concilio Cabilonese però sotto Clodeveo ii nell’anno 650 dichiarò di nuovo irrite e nulle senza eccezione alcuna tutte quelle elezioni, che non procedessero secondo le forme stabilite da’ padri (Can. 10.)

E in questo tempo si vede in Francia una continua lotta, sebbene secreta e fatta con menature e riguardi, fra i re e il Clero; quegli per usurpare le elezioni vescovili, questo per tenerle libere20; lotta che s’ebbe varia vicenda, ma rimanendo sempre la chiesa se non del tutto oppressa, almeno premuta e intollerabilmente aggravata dal peso della forza.

I Papi non dormirono certamente sopra il pericolo ogni dì crescente, che la potestà de’ principi non invadesse le elezioni episcopali, invase le quali, la Chiesa intera pende nelle loro mani; e vedasi sul principio dell’viii secolo Gregorio ii scrivere fino in Oriente a quell’imperatore per ammonirlo e distorlo dal metter le mani in questo sacrosanto diritto che ha la Chiesa di dare a sè stessa i propri prelati21. Ma che? La prepotenza si rinnovava continuamente, e la Chiesa non poteva opporre che sempre nuove leggi, nuovi canoni, e nulla più.

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Il settimo concilio ecumenico in fatti, che fu tenuto a Nicea in questo stesso secolo l’anno 787, non mancò anch’egli di fare scudo alla chiesa di un suo canone contro alla prepotenza di questo mondo, che suol persuadere lecito a sè stesso tutto che può: «Ogni elezione, dice il santo concilio (Can. 3), di Vescovi, o Preti, o Diaconi, fatta da’ principi, rimangasi irrita secondo la regola che dice: Se alcuno usando delle potestà secolari ottiene per esse una chiesa, sia deposto, e sieno segregati tutti quelli che con esso comunicano. Conciossiacchè è necessario che quegli che hassi a promuovere all’Episcopato, sia eletto da’ Vescovi, come fu definito dai santi Padri che convennero appresso Nicea.»

Il sinodo tenuto l’anno 844 vicino alla villa di Teodone (Can. 2), mandò un solenne monitorio ai regi fratelli Lotario, Lodovico e Carlo, perchè le chiese non rimanessero più oltre vedovate di pastore, siccome accadeva dal dipendere le elezioni di quei Vescovi da’ principi, i quali in discordia fra loro, non avevano il tempo e l’animo agl’interessi della chiesa, e così la chiesa da tale servitù partecipava di tutte le vicende del potere laicale: «come legati di Dio, dicono con molta dignità e libertà que’ padri, noi vi ammoniamo, che le sedi, le quali rimangonsi vedove di pastore per le vostre discordie, debbano senza dilazione, e rimossa al tutto qualsiasi peste di eretica simonia, ricevere i loro Vescovi, i quali vogliano essere dati da Dio conforme l’autorità de’ canoni, e da voi regolarmente designati, e dalla grazia dello spirito consecrati.»

Intorno a questo tempo stesso il sommo pontefice Nicolò I, fortissimo difensore de’ canoni in ogni cosa, non mancò di parlare più volte altamente anche contro questo abuso di mescolarsi nelle elezioni de’ Vescovi la laica potestà, come si vede, fra gli altri documenti, nella lettera da lui diretta ai Vescovi del regno di Lottario, a’ quali comanda sotto pena di scomunica di avvertire il re perchè tolga via Ilduino dalla chiesa di Cambrai, che gli avea data, sebbene ne fosse indegno e irregolare, e che prometta «al clero e al popolo di quella chiesa di eleggersi da sè un Vescovo a quel modo che prescrivono i sacri canoni» (Ep. lxiii).

Sotto il successore di Niccolò il grande, che fu Adriano II, si celebrò l’ottavo concilio ecumenico in Costantinopoli nell’869, tempo in cui già la libertà della chiesa era stata oltremodo vulnerata22. Si fanno quindi con tutta la forza le stesse proteste in difesa di questa libertà, si ripetono le stesse massime dell’antichità in ordine alle elezioni de’ Vescovi: proibizioni di non ordinar Vescovi per autorità e comando di principe sotto pena di deposizione23: [p. 62 modifica]e fino divieto ai laici possenti di intervenire alla elezione de’ Vescovi, se non invitativi dalla chiesa24.

Ma che? quanto è tarda la ragione e la giustizia nella influenza che esercita sugli uomini in paragone delle passioni! e massime se queste hanno in loro pro la forza esterna? I principi cristiani, lungi dal prestare orecchio alle esortazioni della loro madre la Chiesa, ai suoi comandi, alle sue minaccie; non fecero che nuove usurpazioni sulla sua libertà, sostenute da sottigliezze legali e da violenza. Dico ciò in generale; perocchè certo non mancarono anche dei monarchi docili e rispettosi, i quali ubbidirono; e dirò di più, quasi tutti i principi sentirono una qualche influenza delle continue decisioni e leggi ecclesiastiche che venivano perseverantemente pubblicandosi da’ Pontefici e da’ Sinodi intorno la disciplina della Chiesa, della quale il punto massimo di tutti fu sempre considerato essere le elezioni: e però essi talora posero più di riserbo nell’estendere la loro potenza e padroneggiare le elezioni vescovili; non s’avanzarono a eludere le leggi canoniche che mediante de’ trovati più ingegnosi; finalmente posero delle dichiarazioni e clausole rispettose alle loro usurpazioni, che formavano una contradizione e una condanna manifesta delle medesime25. Ma tutto ciò non rese meno necessaria la vigilanza della Chiesa, e la fortezza di quegl’integerrimi speculatori d’Israele che pugnarono le guerre del Signore, e che il secolo non mancò di calunniare, attribuendo i loro generosi sforzi alla [p. 63 modifica]propria ambizione ed orgoglio, quando essi operavano, necessitati dalla giustizia, per la guarentigia del deposito loro affidato, e per isfuggire la sentenza di Cristo, che dee un giorno domandar loro un rigoroso conto di quel deposito.

78. Uno di questi generosi prelati della Chiesa, che in sulla fine del nono secolo difese in Francia con nobiltà e rettitudine episcopale la libertà delle elezioni vescovili, fu il celebre arcivescovo di Reims Incmaro. Basterà raccontare qui ciò che gli avvenne col Re Luigi iii.

Si teneva il Concilio di Fismes l’anno 881, a cui presiedeva l’arcivescovo Incmaro. Venuta a vacare la sede di Beauvais, per la morte del vescovo Odone, un cherico chiamato Odoacre si presentò al concilio con decreto di elezione del Clero e popolo di Beauvais ottenuto per favore della Corte. Il Concilio aveva il diritto di esaminare questo chierico, innanzi confirmarlo, ed avendol fatto, il trovò indegno. Fu stesa allora una lettera al re, nella quale i Padri esponevano i motivi pe’ quali non potevano, secondo i canoni, procedere alla consecrazione di Odoacre, e la si mandò al sovrano con una deputazione di Vescovi. In corte tosto ne fu grande rumorio: vi si diceva: «che quando il re permetteva di fare una elezione, dovea essere eletto quello che voleva egli26. Che i beni ecclesiastici erano in suo potere, e che li dava a chi gli piaceva27.» Il re scrisse una lettera ad Incmaro collo stile solito, incerto, contraddittorio. Protestavasi di «voler seguire i suoi consigli sì negli affari dello Stato come di quelli della Chiesa, pregandolo di aver per lui la premura stessa che avea avuto per gli altri re suoi predecessori:» poscia aggiungeva, in prova certamente di voler seguire i suoi consigli: «Io vi prego che col vostro assenso e col vostro ministerio io possa dare il vescovato di Beauvais a Odoacre vostro caro figliuolo, e mio fidato servo. Se avete per me questa compiacenza, io onorerò in tutto quelli che avete voi per più cari (Hincm. ep. 12, t. ii, p. 188).»

È dunque per una compiacenza verso un uomo, che si può dare al gregge di Cristo un Pastore? Si possono affidare le anime redente dal Sangue dell’uomo-Dio alle mani non di chi ha santità e prudenza, ma di chi è amato da un potente, è bramato da un re? acciocchè sia arricchito co’ beni dell’episcopato? Qual travolgimento d’idee?

Incmaro non mancò al suo dovere: rispose che «nella lettera del Concilio non v’avea cosa che fosse contro il rispetto dovuto al re, nè contro il bene dello Stato, e ch’essa non tendeva ad altro che a mantenere al Metropolitano ed a’ Vescovi della provincia il diritto di esaminare e di confirmare le elezioni secondo i canoni» «Che siate voi il signore delle elezioni, aggiunge, e de’ beni ecclesiastici, questi sono discorsi usciti dall’inferno e dalla bocca del serpente. Ricordatevi della promessa da voi fatta alla vostra consacrazione, e che fu sottoscritta di vostra mano; e presentata a Dio sopra l’altare innanzi a’ Vescovi; fatela voi rileggere in presenza del vostro consiglio; e non pretendete d’introdurre nella Chiesa quel che i grandi imperatori vostri predecessori non pretesero a loro tempo. Spero di conservarvi sempre la fedeltà e la divozione, che a voi debbo; e non mi diedi poco pensiero per la vostra elezione: non vogliate dunque rendermi mal per bene, col cercar di persuadermi in mia vecchiezza di allontanarmi dalle sante regole che ho seguite, grazie al Signore, sino al presente, pel corso di [p. 64 modifica]trentasei anni di vescovado. Quanto alle promesse che voi mi fate, non pretendo di domandarvi nulla, se non per la vostra salvezza, in benefizio dei poveri. Ma vi prego di considerare, che le ordinazioni contro i canoni sono simoniache; e che tutti quelli che ne sono mediatori sono a parte di questa colpa. Io qui non vi ho parlato di mio capo, nè spacciati i pensieri miei. Vi ho riferite le parole di Gesù Cristo, de’ suoi Apostoli, e dei suoi Santi, che regnano seco lui nel Cielo. Temete se non le ascoltate! I Vescovi però si raccolgano in Concilio, per procedere ad una regolare elezione col Clero e col popolo di Beauvais, e col vostro consenso.»

I Vescovi che parlavano in tal modo ai re la verità, e nol facevano per disprezzo, credevano di dare ad essi la maggior pruova del loro fedele e inviolabile attaccamento. Quanto poco ciò si conosce! E da chi avranno speranza i monarchi di udire la verità e la parola divina, se i Vescovi gliela occultano? Ah sappiano dunque discernere l’accento di quella apostolica libertà, che è ben tutt’altro che poco rispetto e divozione! Sappiano apprezzarlo i regnanti cattolici; sappiano, essere un dono inestimabile di Dio l’avere uomini che parlano loro per coscienza, e che per non violarla si fanno incontro alla loro indegnazione e a quella tanto più opprimente dei loro adulatori e servili ministri; nè a qualunque patto voglion tradirli, nè render loro piacenti menzogne; le quali sembrano pur accrescere la loro terrena potenza, ma veramente ne scavano lentamente i fondamenti, e ne preparano la ruina. La Chiesa «colonna e firmamento di verità,» fu sempre di questo avviso, che non si dovessero ingannare nè pur quei principi che vogliono essere ingannati, e che puniscono crudelmente chi non gl’inganna: e questa lealtà della Chiesa sempre amica, è destinata a consolidare i troni, dando loro per appoggio la giustizia e la pietà. E una voce sì fedele, fu tanto male interpretata! tanto male intesa! tanto calunniata da nemici mortali del principato, mascherati da zelanti suoi sostenitori! Sanno questi assai bene, che se il principe dà gli orecchi alle severe parole della Chiesa, essa Chiesa e lo Stato prosperano di comune accordo; e però di nulla sono più solleciti, che di far credere al principe, che la Chiesa detragga sempre a’ dritti suoi; e la libertà apostolica de’ Papi e dei Vescovi la fan passare per ambizione e detrazione temeraria della regia dignità.

Sotto tale aspetto appunto fu dipinta agli occhi di Luigi iii da’ suoi ministri la dignitosa e fedele risposta d’Incmaro: e mentre ella dovea aumentare nel giovine principe la venerazione per l’antico prelato, e la gratitudine, non fece che adontarlo, e condurlo a mortificare il generoso vecchio colla seguente risposta: «Se voi non acconsentite alla elezione di Odoacre, io avrò per cosa certa, che non vogliate voi rendermi il dovuto rispetto28, nè mantenermi i diritti miei; ma che vogliate in tutto resistere alla mia volontà. Contro un mio pari, farei uso di tutta la mia possanza per mantenere la mia dignità29; ma contro un mio suddito che vuoi deprimerla, mi servirò del mio dispregio. Non si andrà più oltre in questo affare, sin tanto ch’io non ne abbia informato il re mio fratello, ed i re miei cugini; perchè si raccolga un Concilio di tutti i Vescovi de’ nostri regni30, che sanzioneranno conforme alla dignità nostra. Finalmente, se necessità il voglia, faremo dall’altra parte quanto richiederà la ragione.»

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Se Incmaro avesse operato per ambizione o per interesse, una tale risposta, colla quale si vedea minacciato di perdere la grazia sovrana, l’avrebbe indubitatamente fatto piegare: ma l’uomo che opera per coscienza non si piega; non è capace il principe di farsi tradire da costui, perocchè la fedeltà, che questi ha verso il principe, è fondata nella fedeltà che ha verso Dio; ella non è una fedeltà d’interesse, ma una fedeltà di dovere. Incmaro in fatti liberamente rispose: e quanto al rimprovero di mancamento di rispetto e di ubbidienza, si contentò di dare una mentita solenne al segretario che scrisse la lettera del re. Circa il resto poi aggiunse: «Rispetto a ciò che dite, che voi farete, se necessità il voglia, quel che richiederà la ragione, veggo io bene che questo si dice per intimorirmi; ma voi non avete altra possanza, fuor quella che viene dall’alto: e piaccia pure a Dio, o per mezzo vostro, o per mezzo di chi gli aggrada, liberarmi da questa prigione; voglio dire da questo corpo vecchio ed infermo, per appellarmi a lui; che desidero di vedere con tutto il cuor mio; non perchè io lo meriti, che non merito altro che male, ma per sua grazia gratuita. Che s’io peccai acconsentendo alla vostra elezione, contra la volontà e minaccie di molti, prego il Signore che voi me ne diate il castigo in questa vita, affine di non soggiacervi nell’altra. E poichè vi sta tanto a cuore la elezione di Odoacre, mandatemi a dire in qual tempo i Vescovi della Provincia di Reims, con quelli che furono a voi deputati dal Concilio di Fismes, si potranno raccogliere. Io mi ci farò portare, se sarò ancora in vita. Mandate ancora Odoacre, con quelli che l’hanno eletto, sieno essi del palagio o della Chiesa di Beauvais; venite ancor voi, se vi piace: o vengano de’ commissari per voi; e si vedrà se Odoacre sia entrato nell’ovile per la porta. Ma sappia Egli; che se non viene, lo manderemo a cercare in qual siasi luogo si trovi nella provincia di Reims, e sarà da noi giudicato come usurpatore di una Chiesa, per modo che non farà mai più niuna ecclesiastica funzione in niun luogo di questa provincia; e tutti coloro che avranno avuto parte nella sua colpa, saranno scomunicati, sino a tanto che non soddisfacciano alla Chiesa.»

Parole così splendide, così degne de’ Vescovi de’ primi secoli non trattennero la prepotenza: i cortigiani, i quali fanno a gara a cui riesca di parlare parole più lusinghevoli negli orecchi del loro signore, e di mostrarglisi più devoti, trassero Luigi iii a impiegare la forza: l’intrusione di Odoacre fu consumata, armata mano: l’infelice Chiesa di Beauvais sostenne questo mercenario; non lo scrisse però nel catalogo de’ suoi pastori: un anno dopo, scomunicato per questo ed altri delitti, fu deposto, essendo già Luigi iii disceso nel sepolcro a render conto al divino giudice di sua condotta31.

79. Ciò che avea reso immensamente più facile l’impresa d’impadronirsi [p. 66 modifica]delle elezioni vescovili, tentata assiduamente dalla temporale potenza de’ principi, si fu la divisione del popolo dal Clero, avvenuta per le cagioni che ho accennato. Sempre più diviso il popolo da’ suoi pastori, e sempre più corrotto, cominciò a meno importargli d’averne di degni. E d’altro lato, essendo cangiate le sedi episcopali in posti di beatitudine temporale, per le dovizie riboccanti e gli onori, e quindi più aspirando ad essi i più avidi, ed ottenendoli i più briganti; era ben facile che il popolo guasto fosse comperato e venduto, e squarciato in partiti, e sommosso in tumulti, e reso fautore finalmente di indegni che l’adulassero, e nei quali egli amasse e cercasse i proprii suoi vizi, anzichè le virtù episcopali: disordini che diedero mesta cagione di escluderlo dalle elezioni intieramente: il che fu fatto prima in Oriente, dove anche prima, la potenza laicale padroneggiò le elezioni; e poscia in occidente: e ciò tolse ai canoni la loro sanzione, che nel popolo principalmente consisteva. Nè fu contento il Clero (assecondando in ciò, senza che egli se n’avvedesse, la politica de’ principi, se non per deliberato consiglio, certo per un cotal suo infallibile istinto) di riserbare a sè solo tutte le elezioni, senza consultare nè contare più per nulla il desiderio della moltitudine de’ fedeli; che nel Clero stesso ben presto prevalsero alcuni pochi sopra la grande maggioranza degli ecclesiastici32, e convertirono in un privilegio del loro ceto la facoltà di eleggere il Vescovo; e questi, che furono i canonici delle cattedrali, riuscirono a far confermare ciò che s’erano arrogato, con leggi della Chiesa. Esclusa pertanto dalle elezioni vescovili la gran massa del popolo, e quella altresì del Clero; il corpo elettorale fu stenuato, senza più alcuna forza da mantenere il dritto di eleggere, contro quelli che se ne volessero insignorire.

80. In questo stato di cose, al tempo de’ Papi francesi residenti in Avignone33, ebbero principalmente luogo le riserve pontificie, le grazie aspettative, e le annate per una conseguenza di quelle: in prima vedute di buon occhio dai principi, e talora da essi richieste, perchè indebolivano via più la sanzione del dritto che ha la Chiesa di eleggersi i pastori34; giacchè la [p. 67 modifica]sanzione che tutela il diritto, conviene che sia tanto forte, quanto il diritto è esteso; e però una persona sola, eziandiochè rivestita di qualunque dignità, non ha forza corrispondente all’estensione del dritto dell’eleggere i Vescovi per tutto il mondo: e però colle riserve universali fu assunta una responsabilità soverchiante le forze, fu intrapreso l’esercizio di un diritto immensamente vasto, alla cui guardia non si poteva mettere una potenza corrispondente: e un diritto senza guardia di altrettanta sanzione è precario, è un diritto perduto. Di qui i lamenti delle nazioni; di qui le umiliazioni de’ concordati, co’ quali la madre de’ fedeli è costretta da figliuoli malcontenti di discendere a patti con essi35: di qui finalmente quella piaga orribile nel corpo della Chiesa, per la quale, tolte le elezioni antiche, tolte le elezioni del Clero, spogliati i Capitoli del loro diritto, spogliati i Papi delle loro riserve, la nomina de’ Vescovi di tutte le nazioni cattoliche cadde nelle sole mani laicali, riservata la conferma (che è ben poca cosa) al Capo della Chiesa; con che fu consumata l’opera della forza vestita al di fuori di benigna pelle, cioè «la servitù della Chiesa sotto tutte le forme della libertà36». Ma prima di mostrare l’acerbità insofferibile di piaga sì orrenda, prima di parlare di questa finzione di libertà, di questa verità di servitù; io debbo trattenermi ancora ad annoverare le altre cause per le quali le elezioni Vescovili vennero a sì infelice stato, e continuarmi a narrare i combattimenti lunghi de’ santi Pontefici e de’ Pastori che tanto fecero, tanto soffrirono per impedirne l’avvenimento e mantenere la Chiesa libera di verace libertà, siccome fu costituita eternamente dal suo divino Fondatore.

81. Quando i condottieri del Nord guidarono i barbari alla conquista del Mezzodì, essi, dopo la conquista, s’intitolarono re di Francia, d’Italia, d’Inghilterra, cioè delle terre, anzichè de’ Francesi, degl’Italiani, degl’Inglesi, cioè delle persone. Essendo però impossibile ad un solo possessore, per forte che sia, conservare la proprietà della terra di sì vasti tratti di paesi, per la legge accennata, che «la sanzione atta a difendere un diritto, dee rispondere [p. 68 modifica]all’estensione del dritto stesso» que’ capitani, re di nuovo genere, inventarono i feudi, come mezzo di conservare a sè la proprietà de’ latifondi, cedendone l’usufrutto ad altri, che in tal modo cangiavano in altrettanti custodi fedeli di que’ terreni; di cui altramente sarebbero stati pericolosi assalitori, massime quei loro commilitoni, che non avrebber sofferto in pace per alcun modo il non partecipare delle comuni conquiste. Questi beneficati dal re, e chiamati in parte di uno interesse medesimo, furono que’ fedeli, da cui derivò poscia il nome di feudi; i quali al re giuravano fedeltà e vassallaggio di servigi determinati, massime del somministrar militi, e militare essi stessi nelle guerre che il re intraprendeva. Finissimo ritrovato per quelle circostanze. In tal guisa que’ conquistatori conservarono le proprietà delle terre, asservendo ad un tempo le persone coll’esca del dominio utile ad esse ceduto, il quale alla morte di ogni feudatario ricadeva alle mani del re, che ne investiva un altro suo fido, chi meglio gli piacesse37.

Ora, ben presto s’accorse la politica de’ nuovi padroni dell’Europa, che anche meglio che non sia a de’ soldati secolari, convenia loro affidare il deposito delle terre da conservare a de’ Vescovi e a delle Chiese: il che diede origine a’ feudi, e alle Signorie ecclesiastiche, già fino dal tempo di Clodoveo. Carlo Magno però fu quegli che sopra tutti sentì l’importanza di questo trovato. «Il Magno Carlo;» dice Guglielmo di Malmesbury «per fiaccare la ferocia delle nazioni germaniche, avea dato quasi tutte le terre alle Chiese, riflettendo con sommo avvedimento, che gli uomini di un ordine sacro non vorrebbero, così facilmente come i laici, buttar giù dalle spalle il fedele servigio dell’imperante. Oltracciò, ribellando i laici, gli ecclesiastici potranno frenarli coll’autorità della scomunica, e colla severità del potere38

Così grandi liberalità usate da’ principi co’ Vescovi, erano quello stesso che sono i regali de’ clienti ai giudici. Oltre a che, la stessa natura di queste regie munificenze traeva seco quasi necessariamente la servitù della Chiesa. I Vescovi cangiati in altrettanti vassalli, obbligati a prestare il giuramento e l’omaggio di feudalità nelle mani regie39: consorti del re, suoi cointeressati nella grandezza di questa terra, suoi devoti, suoi commilitoni nelle spedizioni e nelle guerre che intraprendere gli piaceva; non era possibile che sentissero più la forza di quel detto dell’Apostolo: «Nessuno che milita sotto il vessillo di Dio, non s’implica in negozi secolareschi (2 Timoth. ii, 4.);» nè che non s’avvezzassero a riguardare nel loro re unicamente il loro Signore temporale, e in sè stessi de’ servi suoi, partecipanti per grazia sua le sue ricchezze e il suo potere; [p. 69 modifica]dimenticandosi ad un tempo, che quel loro re era pur insieme un semplice laico, un figlio della Chiesa, una pecora del loro ovile, e ch’essi erano Vescovi messi dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio. Non era possibile in una parola che essendo divenuti uomini del re40, avessero egualmente presente di essere uomini di Dio; imperciocchè «nessuno può servire a due padroni (Matt, vi, 24).»

82. Effetto delle cose temporali usate ad un fine temporale è pur troppo, quello di accecare gli uomini; e tutta la possanza della Chiesa, tutta l’ecclesiastica libertà appartiene ad un ordine di cose spirituale e invisibile. Qual maraviglia pertanto, se venendo annesso alla potestà ed all’ufficio spirituale dell’episcopato, una grande potestà esterna e sensibile, un ufficio temporale e materiale; i Vescovi, uomini anch’essi, si restassero altrettanto, che i principi, accecati e occupati da questo accessorio, e in questo riponessero ben presto il nerbo principale della loro episcopale dignità; che con questo poter temporale ricevuto dal principe mescolassero e confondessero il potere spirituale ricevuto da Cristo; che questo potere invisibile col temporale mescolato e confuso, svanisse per così dire, e si perdesse dalla loro veduta; quindi che si chiamasse episcopato il beneficio annesso; non intendendosi più possibile una divisione dell’episcopale officio da temporale beneficio, nè come sussistere potesse quello senza di questo? Di vero le frasi correnti nello stile di quella età, depositarie delle comuni opinioni, provano manifestamente ciò che io dico; esse fondono ogni cosa insieme, in vece di dire che il re dona i beni temporali annessi alla sede episcopale, dicono che «dona, conferisce l’episcopato, conferisce la dignità episcopale, comanda, precetta che il tale sia Vescovo, per ordinazione del re il tale viene ordinato ecc.41

Ripeto, che queste maniere di dire non valevano, al tempo nel quale furono inventate, tutto ciò che significano: ma esse però predicavano ciò che un tempo avrebber valuto. Avviene appunto così: prima s’inventano delle frasi, e per qualche tempo corrono senza valore, e sono altrettante deboli condiscendenze che fa la verità alle passioni, altrettante menzogne. Dietro le frasi però non tardano le cose; conciossiachè v’ha una legge che spinge gli uomini a dire la verità, e che quindi li porta a realizzare le parole che proferiscono eziandiochè vanamente. Di che le maniere correnti del parlare di una nazione preaccennano il cammino che essa sta prendendo, a chi sa vedere il fondo delle umane vicende; e nelle maniere di esprimersi questi legge le tendenze de’ popoli, e profetizza a che vogliano riuscire i loro avviamenti. Quella identificazione de’ benefizi temporali colla dignità episcopale nell’uso del parlare, quell’attribuire al potere laicale la [p. 70 modifica]distribuzione delle pontificali dignità a quel modo che si distribuiscono i doni dipendenti di lor natura dall’arbitrio del donatore, chiaramente indicava l’adulazione, la corruzione del Clero, volto già alla bassa servitù de’ principi secolari, preferendo le ricchezze del secolo alla libertà di Cristo; e ne’ principi appariva la tendenza infaticabile di invader tutto, di conquistare la Chiesa come aveano conquistato il suolo: tendenza che poteva per qualche tempo sostenersi senza il suo naturale sviluppamento, per la pietà personale di alcuni; ma che doveva poi coll’aiuto del tempo indubitatamente cadere là dove gravitava, e maturare il frutto di cui portava il germe.

Così veggiamo che da principio, tolti alcuni atti arbitrari nelle elezioni, que’ re riconoscevano però nella chiesa il diritto di scegliere i propri pastori; e anche allorquando conferivano di loro arbitrio le sedie episcopali, solevano farlo con parole che temperassero la stranezza di quella loro ingiustizia, e che spirassero una cotale pietà, cauti di non offendere di un tratto l’opinione de’ Prelati e de’ popoli, ancora rigida, ancora fermata sulla norma de’ canoni e della verità, non resa bastevolmente flessibile e cortigiana42.

La pietà, la rettitudine e la politica di Carlo Magno andò più innanzi, e restituì alla chiesa anche quella parte di libertà che era stata violata da’ re della stirpe di Merovingi: e Lodovico il Pio imitò l’esempio del suo magnanimo genitore43.

Ma non così i re che vennero appresso.

83. Che i feudi alla morte di ciascun Vescovo ricadessero nelle mani del re, e che il re in sede vacante ne godesse il frutto, ciò che si chiamò la regalia, questo era comportabile, perchè nasceva dalla natura stessa de’ feudi; ma non si restarono qui. Per avidità di percepire questi redditi, i principi tennero le chiese lungamente prive de’ loro pastori44; impedendone le elezioni, [p. 71 modifica]esigendo che elegger Vescovo non si potesse senza il regio permesso45, e facendo per tal modo dipendere il Vangelo e la salute dell’anime dal volere del re, dal suo capriccio, e sopratutto dalla sua cupidigia. E perchè i semplici Sacerdoti godevano anch’essi de’ redditi della chiesa, fu comandato che la chiesa di Dio non avesse da quell’ora più il diritto di ordinarsi nè manco un minimo suo prete, se non per grazia e concessione sovrana46!

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84. Di più: gli uomini di legge, che sono nelle corti quello che i sofisti demagoghi sono in un popolo pervenuto alla corruzione, trovarono questo singolare argomento: «Il principale tira seco l’accessorio; ma i feudi fra i beni della chiesa sono il principale; dunque anche tutti i beni della chiesa devono prendere la condizione de’ feudi, e restar soggetti alla stessa legislazione47.» Con questa singolare argomentazione tutti i beni della chiesa ebbero l’alto onore di essere considerati come enti nobili, come beni di prim’ordine, e perciò beni in qualche modo regi48. Indi il re pretese non più sui soli feudi, ma su tutti i beni ecclesiastici indistintamente que’ diritti che aveva sui feudi: volle aver da tutti la regalìa, cioè i frutti de’ benefizi49 vacanti che alla morte del beneficiato dovean ricadere nelle mani del principe, il quale poi molte volte ne disponeva a suo buon piacimento come di cosa al tutto propria50. [p. 73 modifica]Talora si diede la forma stessa di feudi ai beni ecclesiastici liberi. Così furono infeudate le decime51; e facendosi de’ passi sempre più innanzi, per questa via si attribuirono queste decime o altri beni liberi infeudati in beneficio ai laici, come si faceva talora dei veri feudi alla morte de’ Vescovi o degli Abati52; e perchè si considerava indivisa la dignità spirituale col beneficio temporale, toccava a vedersi de’ laici, e per lo più de’ soldati, comandare nelle Abbazie in mezzo a monaci come abati, e negli episcopi in mezzo a chierici come Vescovi53.

85. Questa congiunzione indivisa del temporale fu pertanto cagione che l’usurparsi il temporale fu un medesimo che un usurparsi anche lo spirituale: e quindi le investiture date da’ principi co’ segni della potestà spirituale, l’anello ed il pastorale: quindi vacanza intera di vescovato ove il principe riserbasse a sè i benefizi54: quindi le elezioni tutte invase dal principe55; quindi un [p. 74 modifica]mercimonio di sedi episcopali vendute al maggior offerente: quindi levate sui troni della Chiesa anime vili, pel solo merito di esser vili, cioè di esser ligie al principe e di coltivare i vizi; quindi degradazione e corruzione trabocchevole nel clero e nel popolo, e tutti i mali che da questo orribile stato di cose si aggravavano in sulla misera Chiesa, i quali ridondavano poscia (e i monarchi non se n’accorgono) nello Stato medesimo, e lo urtavano, lo turbavano, il laceravano, e l’impedivano da quel progresso d’incivilimento, al quale (conservata la giustizia dal civile potere) e la natura e la Religione di Cristo in bell’accordo associate conducono per sè sole con soavissimo corso le nazioni.

86. Il clero in tale oppressione ogni giorno più perdea la coscienza della sua dignità, della sua libertà; e si stimava compensato di tali perdite, di cui non conosceva più il prezzo, coll’aumento delle ricchezze e del potere temporale56.

Non già, che sia mai mancata nella chiesa una voce solenne che s’innalzasse dal profondo dell’umiliazione per dire ancora la verità. Questa non sarà mai taciuta al mondo: perocchè la Chiesa immortale non sarebbe più, da quell’istante che cessasse dall’annunziarla. Ma era come una voce solitaria, erano come de’ lamenti e de’ gemiti che s’ascoltano qua e colà uscire in mezzo a funerea campagna.

Io mi contenterò di riferire un passo di Floro, Diacono di Lione, che in questo secolo x, in cui le elezioni de’ Vescovi erano venute a sì mal partito, e la loro libertà quasi del tutto perita, tolse a scrivere un libro appunto [p. 75 modifica]«sull’elezione dei Vescovi», per far sentire quale questa dovea essere, secondo le sante leggi della Chiesa, e per confutare quella opinione che già cominciava a prender piede nella corte, introducendosi insensibilmente, come un punto di dritto, «che fosse necessaria la volontà del re, perchè l’elezione del Vescovo fosse legittima e rata.»

Comincia dall’esporre nettamente la dottrina vera intorno alle ordinazioni episcopali, così dicendo: «È manifesto a tutti quelli che amministrano nella Chiesa di Dio l’uffizio sacerdotale, doversi osservare tutte quelle cose che l’autorità dei Sacri Canoni, e la consuetudine ecclesiastica comanda secondo la disposizione della divina legge e la tradizione apostolica intorno alle ordinazioni de’ Vescovi, cioè che, defunto il pastore, e resa la sede vacante, uno del Clero di quella, quegli che un comune e concorde consentimento del medesimo clero e di tutta la plebe avrà eletto, o con pubblico decreto designato notoriamente e solennemente, e che sarà consegnato da un legittimo numero di Vescovi, debba giustamente ottenere il luogo del pontefice mancato; non dubitandosi punto, che non debba esser cosa firmata dal giudizio e dispensazione divina ciò che fu celebrato con tant’ordine e legittima osservazione della Chiesa di Dio. Tali sono le cose che si rinvengono stabilite ne’ Concilî de’ Padri, e ne’ decreti de’ Pontefici della Sede apostolica, e dalla Chiesa di Cristo comprovati fin da principio.»

In prova di questa dottrina reca le parole di S. Cipriano, che in una lettera ad Antoniano, parlando dell’elezione di S. Cornelio, scrivea così: «Il Vescovo formarsi dal giudizio di Dio e del suo Cristo, dal testimonio di tutti i chierici, dal suffragio della plebe, e dal consenso degli antichi Sacerdoti, e degli ottimi (bonorum virorum).»

Dopo di che in tal modo soggiunge: «Secondo queste parole del beato Cipriano apparisce, che dal tempo degli Apostoli, ed appresso per anni quasi quattrocento, tutti i Vescovi delle Chiese di Dio sono stati ordinati, ed hanno legittimamente governato il popolo cristiano, senza alcun consulto della umana potestà. Quando poi cominciarono i principi ad esser cristiani, un manifesto argomento basta a convincerci, che, universalmente parlando, si mantenne nelle ordinazioni de’ Vescovi la libertà della Chiesa. Perocchè non era possibile che tenendo la monarchia di tutto il mondo un solo imperatore, questi potesse conoscere e scegliere tutti i Vescovi che si doveano ordinare in tutte le vastissime parti della terra, in Asia, Europa ed Africa. E tuttavia fu sempre compiuta e valida l’ordinazione che celebrò la santa Chiesa giusta la tradizione degli Apostoli, e la forma di una religiosa osservanza. Che poi in alcuni regni sia invalsa la consuetudine, che l’ordinazione episcopale si faccia consultando il principe; ciò vale ad aumento di fraternità, per aver pace e concordia col mondano potere; ma non a render più vera o autorevole la sacra ordinazione: la quale non già mediante la regia potenza, ma sì bene solo col cenno di Dio, e col consenso de’ fedeli della Chiesa si può conferire a chicchessia. Conciosiacchè l’episcopato non è un ufficio umano, ma un dono dello Spirito Santo... Di che avviene che il principe gravemente pecca se stima poter darsi per suo benefizio quello che solo la divina grazia dispensa: quando, il ministero della sua potestà in tale negozio dee venir dietro aggiungendosi, non andare innanzi preferendosi57

87. Ma conviene confessare, che il potere laicale con una perseveranza di [p. 76 modifica]tanti secoli nella costante tendenza di asservare la chiesa, mediante un’alternativa di benefizi e di soperchierie era arrivato finalmente tanto innanzi, che non poteva più; la conquista era compiuta: la Chiesa stessa sembrava stanca in questo decimo secolo di gridare e di protestare inutilmente contro alle usurpazioni, parea che non trovasse più nè voce nè fiato, o che fosse divenuta rauca; sì debolmente e di rado parlava.

Noi siamo al più infausto de’ secoli. Il Clero fuori della sua via, accecato dai beni temporali, e per poco assuefatto a mercanteggiare la dignità e la coscienza: s’aggiunse una notabile circostanza, valida ad aiutare la ecclesiastica servitù, cioè la potenza di Ottone I, che umiliò i grandi signori e rese più forte e assoluto il potere monarchico: grande beneficio alla società, se il potere monarchico non fosse stato istradato nella via dell’usurpazione de’ diritti della Chiesa. Con tale precedenza, con viziosa consuetudine, ogni accrescimento di sua forza non era che un accrescimento della stessa usurpazione58.

Nel principio del secolo xi si trovò dunque la libertà delle elezioni intieramente perita.

Dell’Inghilterra l’Abate Ingolfo contemporaneo di Gugliemo il conquistatore dice così:

«Da troppi anni a questa parte non si fa più alcuna elezione di prelati meramente libera e canonica; ma tutte le dignità tanto di Vescovi come di Abbati, la regia corte le conferisce coll’anello e il bastone a suo bel piacere»59.

Della Francia nel tempo di Filippo I così il Papa si lamentava con Procleo vescovo di Chalon:

«Fra gli altri principi di questo nostro tempo, che con perversa cupidigia mercanteggiando hanno del tutto conculcata la loro madre; abbiamo di sicura relazione saputo, che Filippo re de’ Franchi ebbe sì fattamente oppresse le Chiese gallicane, che sembra esser già pervenuto all’estremo suo punto il soperchio di sì detestabile tentativo. La qual cosa noi la portiamo in vero con tanto maggior cordoglio in quel reame, quanto che si sa come esso altre volte fu e per prudenza, e per religione, e per forza più potente ad un tempo e verso la romana Chiesa molto più devoto»60.

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Della Germania ecco quello che dice S. Anselmo: Vescovo di Lucca, scrittore contemporaneo;

«Il tuo re » rivolge il discorso all’antipapa Guiberto «vende di continuo i vescovati pubblicando editti che non s’abbia d’aver per Vescovo quegli che è eletto dal Clero, o dimandato dal popolo, se non antiviene il regio volere, quasi che egli sia il portinaio di questa porta della quale la verità disse: A costui il portinaio apre! — «Voi squarciate le membra della Chiesa cattolica che avete invasa per tutto il regno, e cui, ridotta in servitù, tenete in vostra balia siccome vile schiava; e date di piglio alla libertà della legge di Dio col vile ossequio che rendete all’imperatore, diceudo: tutte le cose essere soggette al dritto imperiale, i Vescovadi, le Abazie, tutte le Chiese senza esclusione alcuna; quando il Signore dice: la mia Chiesa la colomba mia, le mie pecore. E Paolo: nessuno prende da sè stesso la dignità se non è chiamato da Dio come Aronne »61.

88. Ma in cotesti tempi tanto infelici, ne’ quali la Chiesa di Dio sembra irreparabilmente perire, Cristo suol ricordarsi della sua parola, si risveglia, e suscita qualche uomo straordinario, che con una immensa potenza morale, e certamente non umana, tutto affronta, a tutto resiste, e che a tutto riman superiore; rivendica la Chiesa, la ristora dalle sue perdite; e quasi direi rinvigorisce il regno dell’Eterno sopra la terra. Ognuno ha già compreso quale sia il mandato di Dio nel tempo di cui parliamo: ognuno s’accorge che noi abbiamo descritto Gregorio vii.

Quest’uomo per sempre memorabile ascese sulla Cattedra di Pietro l’anno 1073. Già al suo predecessore erano state portate le accuse non meno della dissolutezza sfrenata e della tirannide inaudita verso i cristiani suoi sudditi; che dello strazio che faceva della Chiesa Enrico iv; ma S. Alessandro ii, prevenuto dalla morte, non avea potuto por la mano entro la piaga profonda e mortale del corpo di Cristo62. Era riserbato dalla Previdenza all’umile monarca Ildebrando il durissimo ufficio di adoperare, dopo i dolci fomenti e lenitivi, altresì il ferro che con taglio ardito e maestro sanasse l’invecchiata cancrena63. Questi avea ricusato il pontificato: accettato poi [p. 78 modifica]per coscienza di non opporsi al volere divino, vide sì tetri estere i tempi, che volendo un Papa adempire i propri doveri, dovea rimanerne vittima. S’infiammò quindi d’uno spirito di sacrifizio, e mostrò tosto al mondo di avere quel sublime concetto dell’episcopato che aveano i Vescovi primi della Chiesa, scrivendo a’ suoi confratelli «Noi considerando, e pel breve termine di questa vita, e per la frivola qualità de’ comandi temporali, che niuno può ricever meglio questo nome di Vescovo, che allorquando patisce persecuzione per la giustizia abbiamo decretato d’incorrere più tosto le inimicizie degli iniqui ubbidendo ai divini comandamenti, che turpemente a quelli piacendo, provocare l’ira del cielo» (Ep. 11, Lib. ix.)

89. Innanzi tratto nulladimeno tentò con Enrico, il più paternamente che si potesse, tutte le vie della dolcezza e della pazienza; ma elle riuscirono affatto inutili: e i nunzi del pontefice, le sue lettere, le tante sue amorose premure egualmente spiegate ed illuse. Raccolse i Vescovi ed i Cardinali in Sinodo, e li addimandò di consiglio. Furono loro esposti i passi fatti dal padre de’ fedeli per disingannare il figliuolo traviato, e dall’altra parte le contumelie, gl’insulti, e l’aumento della scelleraggine col quale vi avea corrisposto Enrico; massime poi lo scisma che avea già tentato di fare nella chiesa col ministero di molti Vescovi corrotti, vilissimi suoi mancipî, in Lombardia ed in Germania; furono lette le lettere imperiali che recavano gli ambasciadori quivi presenti al Sinodo, piene d’ogni maniera di sagrileghi vilipendî; e s’udirono parlare gli ambasciadori, che in pieno concilio tennero al Papa il seguente discorso: «Comanda il re nostro signore, che tu deponga la sede apostolica e il papato, perchè è suo, e che non ingombri più questo santo luogo64:» furono considerate tutte le circostanze, la stranezza de’ tempi, il malore irremediabile senza un forte rimedio; e tutti i padri d’accordo, nessuno eccettuato, consigliarono il Papa, se v’avea mai circostanza in cui fosse espediente usare rigore, esser quella: doversi però tentare anche [p. 79 modifica]quest’ultima via: la Chiesa non doversi abbandonare; doversi, anzi lasciare a’ futuri secoli solenne esempio di ecclesiastica costanza; d’altra parte l’imperatore non aver ricevuto la corona incondizionatamente, ma bensì, sotto condizioni e patti giurati; esser seguìto un vero contratto fra lui, quando fu eletto imperatore, e il popolo cristiano; incontrati obblighi scambievoli: il popolo aver dato il giuramento di fedeltà condizionato al mantenimento de’ patti riguardanti principalmente la libertà e difesa della religione: di sua natura la Chiesa esser madre e tutrice dei cristiani; aver essa ricevuti i giuramenti imperiali in nome proprio e del popolo: non convenire al popolo svincolarsi da sè de’ suoi giuramenti, ma sì spettare al Capo della chiesa il provvedere alla salute di lui e della sua religione, siccome interprete e giudice de’ giuramenti: perciò esso il sommo pontefice essere oggimai obbligato in coscienza, sì per la causa della Chiesa come per quella del popolo fedele, di pronunziare la sentenza, dichiarando l’imperatore mancato a’ suoi giuramenti, e per conseguente il popolo disciolto altresì egli da’ suoi. Questo è il fondo e la vera spiegazione del consiglio dato unanimemente da tutto il sinodo al sommo pontefice Gregorio VII65. Gregorio pertanto, stretto dalla propria coscienza, scomunicò Enrico IV, e dichiarò i suoi sudditi sciolti dal loro giuramento di fedeltà l’anno 1076.

90. Questo gran fatto segna l’epoca, come ho già detto, del periodo di rifacimento della Chiesa. Esso fu il segnale di una terribil battaglia: la Chiesa sollevava la testa oppressa tanto tempo da un giogo ignominioso, e ciò dovea necessariamente dar cagione ad una disperata pugna fra l’oppressa, e la forza opprimente. Non trionfò se non dopo tre secoli di combattimenti. Svincolatasi con fortezza dalla servitù del potere laicale, il grande scisma d’occidente la dilacerò. Non appena fu estinto, che vennero le eresie del settentrione; e solo col concilio di Trento la Chiesa cominciò a riposare. Intanto le due gran massime di Gregorio VII, cioè la libertà dell’ecclesiastico potere, e la costumatezza de’ Cherici, fur poste immutabilmente: e la prima portò subitamente il suo frutto, dando forza alla Chiesa e valore di trionfare di tanti nemici; e il Concilio stesso di Trento frutto di lei si può nommare, dopo il qual Concilio cominciò sensibilmente a fruttare anche la seconda massima colla correzione che si venne facendo della disciplina clericale e de’ costumi.

91. Questa triplice orrenda lotta colla prepotenza, collo scisma e coll’eresia, era inevitabile. Lo scisma e l’eresia erano figlie della prepotenza, e sopravvivevano alla madre. Di tutti questi mali esisteva il seme fecondato, quando Gregorio VII ascese sul trono il rimedio fu potente, fu pronto; ma era impossibile che arrivasse tanto presto colla sua azione, da impedire lo scoppio di que’ mali che erano imminenti: se non potè impedirli que’ mali, egli giunse però a vincerli. La Chiesa fu trovata da Gregorio in uno stato simiglievole a quello, in cui si trova la terra nel punto del solstizio invernale — Sebbene l’astro vivificante, giunto al suo massimo allontanamento dal cerchio, che sovrasta alle nostre regioni, ritorni da quel punto estremo [p. 80 modifica]indietro dal suo corso, e al nostro meridiano si ravvicini; tuttavia egli non riviene così sollecito, che valga ad impedire i rigori maggiori della stagione, i quali cadono quando egli ha già dato la volta; ma per istranezze di freddi e di geli egli non è men vero che il sole è rivolto dal suo cammino, e che ritorna di sopra al nostro capo. Aspettiamolo: giungerà un dì, in cui egli squaglierà i geli, e ravviverà con benefico calore tutta l’intirizzita e isterilita natura.

92. Una osservazione però su quella parte di risoluzione del Concilio romano e di Gregorio, che fu occasione di tante dicerie e di tante calunnie contro la sede apostolica, cioè la soluzione del giuramento di fedeltà accordata a’ sudditi del re Enrico, non sarà qui inutile: e l’osservazione è questa.

La Providenza divina, noi abbiamo detto, coll’aver fatto entrare nella Chiesa le ricchezze e il potere del secolo (ciò che cominciò dalla conversione degl’imperatori romani, ma principalmente dalle invasioni de’ barbari che distrussero il romano impero e fondarono i regni moderni) ebbe in mira di santificare la società dopo aver santificato l’uomo, e di far entrare i principî del Vangelo nelle leggi e ne’ visceri dell’ordine pubblico. Se questa influenza benefica della religione si vide tosto a manifesti segni in una maggior giustizia ed equità che presiedette a’ vari rami di pubblica amministrazione, in ultimo si conobbe aver essa esercitata altresì un’azione potente e perseverante sulla stessa natura del potere supremo, ed aver finalmente cangiato l’indole di quel potere. Ma questa mutazione era stata operata così sapientemente, così a gradi, con tanta soavità, che la natura del supremo potere politico fu mutata prima che nessuno si fosse avveduto di ciò che il Vangelo tacitamente operava: e rimase dopo il fatto una ricerca assai sottile e difficile, quella di assegnare il modo e i gradi pe’ quali la religione del Cristo condusse ad effetto questo importantissimo tramutamento. In somma la monarchia pagana, o, se si vuole, dirò anzi la monarchia naturale, era assoluta; e il cristianesimo la rese costituzionale. Nessuno si offenda di questa parola: convengo pienamente, che ne’ tempi moderni ella fu profanata, ma ove mi si lasci esporre intero il mio pensiero, prima di giudicarlo; si troverà esser esso bene straniero a tante questioni pericolose, che si sollevano in questi tempi, ne’ quali si vuole il bene senza averlo distintamente conosciuto. Un ministro di Stato, un celebre scrittore in cui non può cadere alcun sospetto di favoreggiare l’insubordinazione de’ popoli scriveva, che «i Papi avevano educato la moderna monarchia d’Europa,» e che «la natura di questa monarchia, e ciò che l’innalzava tanto sopra i reggimenti de’ tempi antichi, era una legge fondamentale che ella avea ricevuto, cioè l’avere i monarchi, mossi da quello spirito di giustizia e di amore che infonde negli uomini il Vangelo, rimesso il diritto di punire ad appositi tribunali.» Così questo notissimo scrittore, che diceva anche egregiamente, non potersi formare una costituzione politica dalle mani degli uomini, riconosceva però, che la monarchia, col rendersi cristiana, avea ricevuto delle leggi fondamentali. Dopo di ciò, ognuno può vedere, che quando io parlo di costituzione, intendo qualche cosa di ben differente da tutto ciò che i partiti tentano a gara d’imporre ad un popolo e ad un regnante, differente dalle teorie di uomini ingegnosi e benevoli: io non intendo una costituzione formata dall’uomo; ma nata da sè stessa coll’opera de’ secoli e colla virtù misteriosa delle circostanze, il che è quanto dire una costituzione fatta da Dio: io intendo una costituzione che è l’effetto spontaneo di una dottrina resa comune per la sua potente evidenza, e che dopo aver soggiogata la persuasione de’ monarchi e dei soggetti, li ha fatti operare altresì d’accordo secondo i dettami. Ora io sostengo, che questa dottrina, ferma, invariabile, che meritò la fede di tutti quanti compongono la società europea, fu il Vangelo: e che la persuasione de’ monarchi e de’ popoli legata a quella dottrina, porta questa conseguenza, che il loro operare «cessò di essere arbitrario, cominciò ad aver principî immutabili:» questo è lo [p. 81 modifica]stesso che un dire, che i principi si sottomisero alla costituzione imposta loro dal Vangelo, e così accolsero e riconobbero il principio ed il seme immortale di tutte le civili riforme.

Una tale costituzione certamente non uscì alla luce, nè resesi perfetta all’istante stesso che gl’imperatori si fecero cristiani; perciocchè noi parliamo, ed è questo che si dee ben osservare di una costituzione di fatto. Conveniva che prima il Vangelo si conoscesse e si abbracciasse da’ popoli e da’ monarchi; poi ch’egli penetrasse ne’ loro cuori e signoreggiasse la loro persuasione, il che non si potea far così presto; conveniva poi, che da’ principî del Vangelo si deducessero le conseguenze, che si applicassero que’ principî alla maniera di governare, il che pure non picciol tempo esigeva; finalmente era bisogno che il cristianesimo negli animi dei monarchi acquistasse tal forza, che traesse da essi la risoluzione: «Noi siamo cristiani, vogliamo essere coerenti a noi stessi, vogliamo che la legge del Vangelo regoli la nostra potenza, trionfi delle nostre stesse passioni.» Questo era il gran fatto! e s’ottenne, ma un pò alla volta; e fino che questo vigore della religione non s’era spiegato ne’ monarchi, essi non bassavano ancora il superbo capo: nè da monarchi assoluti, potean rendersi, in ossequio del Dio divenuto fratello a tutti gli uomini, monarchi costituzionali. Ora io dico, che quando questa costituzione fu fatta, essa non fu limitata al solo articolo toccato dall’illustre uomo che abbiamo citato di sopra; ma ve n’ebbe degli altri, e tutti quelli che lo spirito evangelico venne di mano in mano e verrà alle nazioni dettando.

93. Tre stati adunque si distinguono del cristianesimo rispetto al parere politico; quando gl’imperanti non eran ancora entrati nella chiesa, quando entrati non aveano ancora subìto la salutare influenza del Vangelo, e quando questa influenza ebbe portato a loro prò i suoi più benefici effetti.

Fino che la Chiesa di Cristo non possedeva che il popolo, e il sovrano era a lei straniero, ella non potea rivolger la voce de’ suoi celesti ammaestramenti che al popolo, e gli diceva: «Tu, o popolo fedele, gemi sotto il dominio bene spesso tirannico di principi empî o superstiziosi che adorano i falsi numi: Sopporta in pace la tua oppressione: mira tutto ciò che avviene, come scritto nell’ordine della Providenza: ella veglia sopra di te: quella potenza non sarebbe in mano di principi infedeli, se non fosse anch’essa ordinata dall’eterna Providenza a tuo profitto; perchè ogni potenza viene da Dio, che è l’onnipotente. Non v’ha che il peccato che sia male, non v’ha che la virtù che sia bene. Curati di questa, e il resto abbandona alle sollecitudini del tuo padre che sta ne’ cieli. Quando a lai ne parrà, quando egli vedrà che un altro ordine di cose dia a te più copia di meriti per l’eterna vita; allora egli muterà le cose esteriori, e tu avrai fra di te i tuoi principi. Intanto rispetta quelli che ti son dati, ubbidiscili in tutto ciò che non è avverso alla legge di Dio; combatti, muori per essi: e questo non per timore, ma il fa’ per coscienza, cioè per onorare in essi quei Dio che dall’alto tutto dispone le cose umane.»

Quando poi venne il tempo in cui i principi si convertirono alla fede, al popolo tenne sempre lo stesso discorso; ma ella tolse ad ammaestrare anche i principi; e perchè nei principi non era ancora penetrato il Vangelo bene a fondo, e non l’avevano che alla superficie, ella parlò loro per così dire non in pubblico, ma in privato; e nel tempo che da una parte diceva al popolo. «Non ti consentirò mai di ribellare al tuo sovrano, sia egli pur discolo; o se tu se’ popol di Cristo, è l’umiltà che dei professare, la sommissione e il sacrificio:» dall’altra, prendeva separatamente i monarchi da parte, e diceva loro: Sappiate che voi non siete più che uomini: che gli uomini sono uguali innanzi all’Eterno; che voi sarete giudicati da Cristo come l’ultimo [p. 82 modifica]e il più tapino de’ vostri sudditi, e via più severamente, perchè sta scritto: «Giudizio durissimo sarà fatto di quelli che presiedono.» «Sappiate che il vostro stato è pauroso, e non desiderabile agli occhi della fede: che la giustizia e la carità sono le sole vie per le quali voi potrete sfuggire gli eterni supplizî, e salvare le anime vostre: che non dovete stimare nè porre il cuore alle grandezze da cui siete circondati, le quali alla morte tutto al più vi abbandoneranno, che siete fatti capi del popolo cristiano dalla Providenza non pel vostro, ma pel suo vantaggio; che la vostra dignità è un ministero, un servigio; e che per farvi più grandi degli altri, dovete rendervi i minori di tutti.» Tali erano le sublimi e umanissime verità che la Chiesa fece sonare agli orecchi, ed istillò negli animi de’ regnatori quando divennero suoi figliuoli: ed essi lo udirono con rispetto, e con maraviglia di trovare una nuova nobiltà, che non poteva esser lor data dalla potenza, nè dal fasto delle corone, ma solo dall’umiltà della croce del Salvatore. E che ne fu? Penetrarono il cuore e vinsero tali verità: e venne il lor tempo: e quasi su tutti i troni di Europa apparvero degli eroi, che praticarono tutte le virtù del Vangelo nella loro perfezione; i quali se con una mano amministravano la giustizia e pugnavano per essa; stendevano l’altra al soccorso de’ poveri, nuovi loro fratelli carissimi, fino a nutricarli e servirli personalmente, in essi mirando Cristo, che si mise nella persona di tutti i poveri, e fino ad incurvare le loro regie spalle sotto il prezioso peso di miseri infermi abbandonati da tutti come troppo stomachevoli in sulle vie.

Quando la Chiesa ebbe per tal modo ammaestrati nella teoria e nella pratica del Vangelo i principi non meno che i popoli, allora non parlò più loro in separato: chiamò per così dire la buona madre gli uni in presenza degli altri, e tenne con esso loro questo ragionamento: O principi, miei figliuoli, voi già siete illuminati dalla luce del Vangelo; volete voi conformarvi ad esso in ogni cosa? — Lo vogliamo. — E bene, vi rammenta che il Vangelo vi dice, come non il caso, ma Iddio colla sua benigna Providenza ha voi costituiti capi del suo popolo cristiano; acciocchè gli conserviate la pace, gli amministriate la giustizia, e sopra tutto gli manteniate e proteggiate il bene che è per lui il massimo di tutti, la sua religione: volete voi altro? — È giusto; non altro: noi porremo la gloria nostra in governare il popolo di Dio giustamente e pacificamente, e in difendere la Chiesa di Cristo, madre nostra. — Giurate dunque tutto ciò, giuratelo nelle mie mani, in presenza de’ vostri popoli. — Lo giuriamo. — Ma che sicurtà date voi del vostro giuramento? Non è egli secondo l’equità, che il vostro popolo, acciocchè abbia tutta la confidenza in voi, come in altrettante immagini di Cristo, si abbia altresì qualche pegno e sicurtà di quello che oggi voi gli promettete, acciocchè non possa avvenir mai che il popolo cristiano sia governato da principi o infedeli o ribelli alla Chiesa? — Troppo ragionevole: che Iddio mandi sopra di noi tutte le sciagure, se noi manchiamo a nostri giuramenti. — Dichiarate adunque; che sareste anche contenti di discendere dal trono, se vi allontanaste dall’ubbidienza della Chiesa? Dichiarate che voi sareste indegni di portare una corona cristiana, la quale fa vicario di Cristo solo Re de’ secoli colui che la porta, se diveniste inimici della sua Chiesa; e che perciò siete contenti che il giuramento di fedeltà non obblighi più i vostri sudditi dall’istante che foste precipitati in tale enormità? — Sì, sì, lo dichiariamo; siamo contenti di tutto ciò: conosciamo giusto che i figliuoli della Chiesa non sieno governati che da altri figliuoli devoti alla medesima Chiesa, perocchè se un principe non è che un ministro di Cristo, incaricato del bene de’ fedeli, egli non è più tale quando inferisce contro Cristo medesimo. — Orsù, principi e sudditi, miei cari figli, toccate adunque con pure mani questo sacrosanto volume del Vangelo: i mutui giuramenti onde oggi vi stringete, [p. 83 modifica]stiano a perpetua memoria quali leggi fondamentali e immutabili de’ regni cristiani: saranno essi fonti inesausti di pura felicità, finchè vengano religiosamente osservati: maledizione e sventura a chi primo gli infrange.

Questo non è un sogno: è un fatto realissimo: è la costituzione de’ regni cristiani, nata nel medio evo, in quel tempo in cui lo spirito del Vangelo era pervenuto a dominare e sottomettere a sè le più alte cime della società. Que’ principi penetrati dalla dottrina di Cristo, si sentivano più che mai ferventi per essa, e avrebbero voluto ogni cosa patire, prima di rinunziarvi: perciò sicuri di sè stessi, non temevano di pronunziare de’ giuramenti, che trovavano tanto equi, tanto umani, e di voler che con essi si legassero anche i loro discendenti come con fortunatissimi legami. L’equità e la carità verso i loro popoli, che lavati nelle acque di uno stesso battesimo, consideravano come proprî fratelli, oggetti venerabili e sacri, confidati alle loro mani dal re de’ regi; e lo zelo ardente della fede prevalse sull’ambizione, sull’amore della propria potenza; e per la gloria di questa fede, pel vero bene de’ popoli, furono assai contenti di tramandare a’ loro successori un imperio meno assoluto quanto alla forma, ma più nobile perchè più giusto, più pietoso, e consacrato anch’egli dalla Religione; accrescendo così di dignità morale, e con essa di stabilità e di consistenza quegli scettri che si abbassavano sotto a una legge eterna di amore e di giustizia, il servire alla quale è veramente e solamente regnare. Questa costituzione cristiana de’ regni, parte fu scritta, parte non iscritta, ma fu sempre consentita da tutti, e altre volte non v’avea principe, non popolo, che la mettesse in dubbio: perchè tutti concordi, tutti religiosi, non aveano cagione di farlo: era un bene comune: a tutti premeva di mantenerla. Talora ella si riduceva a leggi più speciali, più precise: tali erano quelle che presiedevano all’Impero romano, e al regno di Germania: veggiamolo nel fatto che abbiamo alle mani di Enrico.

94. Quando Enrico, minacciato di esser deposto per sempre da’ Signori tedeschi assembrati a Tribur, venne al Papa nel castello di Canossa, impetrando l’assoluzione della scomunica, per muoverlo a consentirgliela senza dilazione, addusse, che presto spirava l’anno da che era stato annodato colla scomunica, e l’urgenza in cui perciò lo mettevano «le leggi palatine», secondo le quali, se il re fosse stato un anno ed un giorno fuori della comunione della Chiesa, era dichiarato indegno del posto di re e decaduto ipso facto dal trono, senza potervi più essere ristabilito66; il che mosse il santo Pontefice a concedergli l’assoluzione; ingannato dagli atti di esterno pentimento che seppe simulare quell’infelice monarca.

Or come in Germania era fissato il tempo di un anno e di un giorno di scomunica per decadere dal regno; così presso tutti i troni cristiani s’avea per certo e consentito dalle parti interessate, che l’eresia e l’infedeltà privava del regno, e i giuramenti di fedeltà dati da’ sudditi non erano fatti che sotto condizione che il principe rimanesse nella fede cristiana cattolica67.

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Dopo di ciò egli è evidente, che la deposizione di un cristiano principe dipendeva da una causa, la decisione della quale appartiene al foro della Chiesa; perciocchè alla Chiesa s’appartiene il decidere della fede, e il ritenere o il rigettare dal suo seno i fedeli di ogni condizione; e oltracciò, essendo stata la Chiesa quella che, divenuta madre comune, aveva con una convenzione di amore ravvicinati e raggiunti i principi ai popoli, e dato al mondo lo spettacolo nuovo e commovente che quelli e questi si stringessero fraternamente le destre; conveniva che ella sola la Chiesa, depositaria del sacro patto, ne fosse altresì l’interprete, e nel caso di violazione, prima che le parti rivendicassero per via di fatto i violati diritti, ella ne dichiarasse la violazione.

Prima che queste cristiane convenzioni fra i popoli e i loro capi fossero strette; la sovranità era, come dicevamo, assoluta di diritto divino68; perocchè i fatti appartengono al diritto divino, come quelli che sono ordinati dalla Providenza: in quello stato la Chiesa non riconobbe mai il caso possibile che i sudditi cristiani si sottraessero dall’ubbidienza del loro sovrano. Ma quando i sovrani stessi, porgendo l’orecchio alle voci della equità e della carità, nobilitarono le loro corone, le fecero brillare di una luce celeste col sottometterle al Vangelo, e col volere che dai principî del Vangelo dipendessero; quando essi amarono di essere, anzichè i padroni di uomini schiavi, i ministri e i vicarî di Gesù Cristo per lo bene di uomini liberi; quando essi promisero, giurarono di voler esser tali, e si posero da sè stessi nella felice necessità di essere figliuoli riverenti alla Chiesa di Gesù Cristo; allora la sovranità divenne per così dire «di diritto umano-ecclesiastico,» e la Chiesa riconobbe darsi il caso, in cui i sudditi potessero venire sciolti da’ loro giuramenti di fedeltà.

Ma come una tale trasmutazione nella società non avvenne di tratto, ma insensibilmente, come dicevamo, e senza che occhio umano, per così dire, se n’accorgesse; ed offerendosi alla Chiesa l’occasione di pronunciare un sì rilevante giudizio per la prima volta al lampo di Gregorio vii; non è a stupire, se il passo di questo S. Pontefice sembrasse a molti cosa nuova, e di questa novità prendessero cagione di calunniarlo. Quelli però che lo calunniarono allora, n’avevano ben donde; e la Chiesa avea esercitato assai prima una giurisdizione che dipendeva dagli stessi principî di diritto pubblico cristiano, senza trovare la minima opposizione, senza che nessuno se ne [p. 85 modifica]fosse maravigliato, perchè essi erano atti non di rigore, ma di favore, e non contrariavano de’ vizi potenti ed ostinati.

96. Ma oltracciò quelli che s’oppongono alla condotta tenuta dalla Chiesa con Enrico iv, fanno argomento delle loro interminabili ed amare declamazioni i mali che ridondarono per sì lungo tempo nella società della lotta della Chiesa coll’impero. Io vorrei pregar costoro in primo luogo, che sapesser vedere appunto in questi mali una delle ragioni per le quali la Chiesa s’astenne prima del secolo di Gregorio vii da simili estremità69; e però non volessero più far militar e questo essersi la Chiesa astenuta da simili pericolosi atti fino al secolo xi, il più corrotto di tutti, e nel quale non potè più sostenere il delitto, come una ragione contro alla giurisdizione della medesima. Di poi vorrei chiamarli a considerare freddamente la questione «se il passo di Gregorio era di tal natura da cagionare necessariamente tutti quei mali che ne seguirono.»

97. Quella lotta terribile non fu già a vero dire fra il sacerdozio e l’impero, come volgarmente si suol credere, ma fu una lotta, fatta «a nome del Sacerdozio e dell’impero»: fu più tosto il Sacerdozio diviso in due parti l’una delle quali combatteva per la Chiesa, ed era la Chiesa, l’altra combatteva per sè contro la Chiesa, e si copriva col colore dello zelo de’ diritti dell’impero. I nobili, come pure il popolo, erano concordi dalla parte del Papa70; ma contro il Papa erano molti Vescovi ricchi e possenti. La [p. 86 modifica]ragione è manifesta: il Papa non aveva punto intimato guerra al re, che amava con affetto paterno, e molto meno sua corona, e a nessuno de’ suoi diritti; che alcuno non ha mai voluto usurpargliene; ma la guerra il Papa l’avea intimata contro il Clero simoniaco e dissoluto: credendosi obbligato in coscienza di sterminare, anche a costo del proprio sangue, questi vizi oggimai tanto cresciuti, che avrebbero sterminata essi la Chiesa, se fossero stati più a lungo risparmiati71.

Intimoriti pertanto dalla integrità e santità di quest’uomo sollevato da Dio alla Cattedra apostolica per francheggiare il popolo d’Israello come un altro Sansone, tutti i chierici dissoluti, e quanti avevano comperato a sommo prezzo da Enrico i Vescovati, potenti per Signorie e per influenza nel governo dello Stato, si sollevarono di comune accordo, si strinsero in una lega formidabile per l’odio della virtù, la più potente delle passioni, usarono tutte le arti che può suggerire una malizia la più consumata72, e per segno di riunione diedero il grido a dover tutti difendere i sacri diritti del proprio sovrano.» Ma che dritto del proprio Sovrano pretendevano difendere questi Vescovi? Forse quello di essere simoniaco, e protettore impudente del concubinato del clero? Perocchè qual altro diritto del re Enrico veniva attaccato? Ebbe mai Gregorio vii intavolato la minima pretesa sopra qualche altro diritto del suo regno? Dimandò altro, se non che cessasse dal mercanteggiare le sedi vescovili, e dal prostituirle a persone infami? Fu certamente per cessare la totale e imminente rovina della Chiesa, che, non valendo gli altri mezzi, e rendendosi l’imperatore, sedotto appunto dalle perfide suggestioni de’ prelati suoi compagni di dissolutezza, sempre peggiore, egli lo scomunicò.

Ma non solo il Clero corrotto trascinò Enrico nel fondo di tanti mali73, [p. 87 modifica]egli ancor vel mantenne, e impedì che la lotta avesse fine. Era naturale: la guerra non può finire, se non vinto il nemico, e l’unico nemico era la corruzione di questo clero aulico.

Supponiamo che Enrico avesse dato orecchio alle paterne e giustissime voci del Capo della Chiesa; o che riconciliato la prima volta col Pontefice nel castello di Canossa, non fosse stato dai Vescovi iniqui, che si servivano di lui a scudo di sè e de’ propri vizi, travolto ne’ suoi antichi sregolamenti. Tutta la procella sarebbesi tosto abbonacciata: il re, come era stato assoluto senza dilazione dalla scomunica, così sarebbe rimasto in perfetta pace colla Chiesa: egli avrebbe conservato il suo regno, e il pio Pontefice, stringendosi al seno colle viscere le più paterne, l’avrebbe bagnate colle copiose lagrime della pura sua gioia. Ma se la pretesa lotta fra il sacerdozio e l’impero fosse così subito nel suo nascer finita, come di sua natura dovea, che ne sarebbe avvenuto de’ prelati intrusi, simoniaci, concubinari? Essi ne sentivano bene le conseguenze: sentivano che sarebbe stato de’ loro vizi: che della loro vita ribalda e sfrenata: che de’ ricchissimi benefici caramente da lor comperati: che delle loro donne: che della grazia del principe loro complice ravveduto. Ciò tutto spiega, e mostra ragione più chiara del sole per la quale una tal gente andasse nelle disperazioni all’udire Enrico riconciliato col Papa; e gli estremi mezzi adoperasse a farlo ricadere in precipizio, rompendola di nuovo così col Pontefice e colla Chiesa74.

98. Si vuole un’altra prova, che non erano i diritti dell’impero l’oggetto di quegli infelicissimi e sì lunghi contrasti? Richiamisi alla mente quanto avvenne mezzo secolo dopo fra Enrico V e Pasquale II. Questo immortale Pontefice ha fatto sentire un linguaggio, che nella bocca di qualsiasi Papa dell’antichità non si sarebbe potuto trovare nè più santo nè più elevato: e mostrò col suo contegno, come nella sede di Pietro non è venuto mai meno lo spirito dell’apostolato, e come il Vangelo di Gesù Cristo eterno non ha il ieri e l’oggi. Io credo di dover recare le proprie parole del componimento con Enrico V che questo gran Papa propose: conciossiachè esse sono un monumento luminosissimo, il quale prova non essersi potuto giammai spegnere nella Chiesa, nè manco ne’ secoli più miserandi, quell’altezza di pensiero che solleva il sacerdozio cristiano su tutte le altezze e su tutte le dovizie transitorie della terra, e il fa possente della sola parola di Dio. Nello stesso tempo questo brano di Pasquale II può dimostrare quanto i sommi pontefici abbiano conosciuto intimamente quel vero che noi continuamene diciamo, la servitù e la corruzione del Clero scaturire dall’implicarsi questo ne’ negozi secolari. Il Papa in somma con un atto di magnanimità senza esempio propone, [p. 88 modifica]che il Clero rinunzii ai feudi e a tutte le grandezze secolari, e che in cambio di questo abbandono gli sia restituita intera la sua libertà, proposizione sublime, trovandosi la Chiesa in quello stato, e di cui non fu fatto dagli scrittori delle ecclesiastiche istorie il conto dovuto; a cui resta ancora di render giustizia; e le meditazioni degli avvenire gliela renderanno, facendol brillare come uno de’ fatti più luminosi della storia della Chiesa. Sebbene tanta sublimità e bellezza della proposta di Pasquale, degna degli Apostoli, rendevala appunto agli occhi de’ suoi contemporanei strana, assurda: il Clero di Germania in udendola inorridì, si rivoltò contro il Papa, e rivoltò l’imperatore che pur l’avea da parte sua accettata e giurata: nè altro poteva aspettarsene. Ecco di nuovo l’affascinamento del Clero prodotto da’ beni temporali impedire per la terza volta, almeno, la pace fra il sacerdozio e l’impero: e l’impero togliersi all’ubbidienza della Chiesa per farsi ubbidiente e servo del Clero corrotto, lusingato e invanito del fumo di una vana adulazione, con cui questo genere di Clero, che non ha nè dignità nè libertà da vendere, sempre lo si guadagna. L’impero è dunque un puro pretesto, e accessorio nella gran lotta: il Clero corrotto giunge scaltramente a involgere l’impero nella sua propria causa, e combatte per sè a nome de’ diritti dell’impero, e col braccio di questo. Ma udiamo pure Pasquale.

Egli scrive all’imperatore in questa forma: «È sancito dalle istituzioni della divina legge, ed è proibito da’ sacri canoni, che i sacerdoti si occupino di cure secolari, nè vadano alla corte, se non forse per intercedere a favore di condannati o di altri a cui venga fatta ingiustizia — Ma nelle parti del vostro regno i Vescovi e gli Abati sono a tale da cure secolaresche occupati, che non possono a meno di frequentare assiduamente la corte e di esercitare la milizia; — e i ministri dell’altare son divenuti ministri di Stato, avendo ricevuto, dai re le città, i ducati, i marchesati, le zecche, le castella, ed altre cose pertinenti al servizio del regno. E di qui è prevalso un costume nella Chiesa, che i vescovi eletti non ricevessero più la consecrazione, se prima per mano del re non fossero investiti75. Talora anco ne vengono investiti altri, vivendo tuttavia i Vescovi: Ora da questi mali e da altri senza numero, che ben sovente accadevano per cagione di quell’investitura, furono scossi i nostri predecessori di felice memoria Gregorio VII e Urbano II, e ragunando frequenti Concilii di Vescovi, dannarono quelle investiture fatte per mano laicale; e se v’avessero cherici che tenessero per così fatto mezzo le Chiese, stimarono doversi essi deporre, e quelli che gli ebbero investiti scomunicarsi, a tenore del canone apostolico che dice così: Se un Vescovo, facendo uso della potestà del secolo, ottenne con tal mezzo una Chiesa, sia deposto, e scomunicati quelli che con esso comunicano — Per le quali cose noi comandiamo che sieno rimessi a te, o re Enrico figlio carissimo, e allo stato que’ diritti legali che manifestamente allo Stato appartenevano ne’ tempi di Carlo, di Lodovico, di Ottone e degli altri principi tuoi predecessori. E interdiciamo e proibiamo sotto il rigore dell’anatema, che quinci innanzi nessuno de’ Vescovi o degli Abati presenti o futuri invadano i regali diritti, cioè le città, i ducati, le marche, le contee, le zecche, le imposte, le avvocazie, i diritti de’ centurioni, e tribunali regi con loro pertinenze, la milizia e i castelli — Decretiamo poi che le Chiese rimangano libere colle loro oblazioni e possedimenti ereditarî che al regno manifestamente non appartenevano, come tu nel giorno della tua coronazione hai promesso all’Onnipotente Signore nel cospetto di tutta Chiesa76

[p. 89 modifica]È forse questo il linguaggio degli usurpatori? Tanta generosità, tanto abbandono di potenza temporale legittimamente acquistata dalla chiesa pe’ servigi prestati allo stato in molti secoli, è forse una prova dell’ambizione de’ Papi? della loro avidità!77 Ma qual ricambio si esige dalla potestà secolare per [p. 90 modifica]rinunziare a sì vasti diritti? Ci cova qualche fino secondario sotto? È egli questo un gioco della politica della corte romana? Iddio giudichi fra quelli che così opinano, e Roma. I Papi non dimandano ai re che la Libertà della Chiesa oppressa fino alla estinzione: oso dire, non hanno dimandato mai altro: qui termina tutta la loro ambizione e la loro avidità78. Ma pur troppo è appunto questa libertà, e l’esistenza della Chiesa che dispiace: e il domandarla e rivendicarla è il solo torto de’ Papi in queste lotte, che non si perdona. S’empia adunque il mondo delle grida: insulto alla maestà de’ troni! ambizioso usurpamento de’ loro diritti! Tale è lo spirito d’ingiustizia e di profonda menzogna che ha presieduto alle declamazioni contro questi romani pontefici, e si può anche dire alla stampa del secolo scorso: tale la cagione messa al nudo di quel zelo affettato per la dignità de’ monarchi in tempi che tutto si fa per disperderli dalla faccia della terra!! e i monarchi soli non se ne accorgono???

99. La proposizione che sostengo, cioè «la così detta lotta del sacerdozio e dell’impero non essere stata altramente se non una lotta fra il Clero depravato ricusante la riforma, e la Chiesa che pur riformarlo volea,» luce della luce più manifesta ad ogni passo della storia di quella contesa: basta aprire a caso i cronisti di que’ tempi; piglisi pure qualsivoglia senza eccezione di partito e di opinione, e in qualsiasi pagina l’occhio s’imbatta, io son per dire che subito esso si scontrerà in prove evidenti della verità che affermo; il che rende sorprendente la distrazione degli storici moderni, che tolse loro di considerare una verità cosi palmare e scritta in tutti i monumenti di quella età, dirò così, a carattere di lagrime e di sangue. Sarebbero inutili adunque altre prove, quando prove sono le intere storie. Ma la sopra indicata distrazione degli scrittori infilosofati mi muove ad aggiungere pur un fatto, che per quanto sia manifesto il vero egli nondimeno è stato così oscurato ed obliterato, che a molti l’udirlo parrà novità; e ciò che sa di nuovo, merita di esser comprovato con diligenza pel rispetto debito alle pubbliche opinioni. E il fatto che io vo’ qui recare sarà fuori del contrasto cogl’Imperatori di Germania, acciocchè si vegga, come il vero da me sostenuto sia [p. 91 modifica]universale di tutte le lotte ch’ebbero in quel tempo i Papi co’ principi; sarà cioè quanto passò fra Pasquale II e il primo Enrico re d’Inghilterra.

Enrico, come ogni altro principe di quel tempo, facea alto e basso de’ vescovati. Il Papa l’avvisò che erano cosa sacra; che non si potea farne mercato; che la Chiesa dovea conferire le sedi, che doveano sortirsi a successori degli apostoli chiamati da Cristo per mezzo delle canoniche elezioni: il re ripugnava: andare e venir lettere, ambascerie79. Pasquale immobile come scoglio; S. Anselmo allora primate d’Inghilterra, con lui. Questo santo Arcivescovo avea già sofferto troppe persecuzioni ed esigli per la libertà da Guglielmo immediato predecessore di Enrico: questi richiamatolo dal bando per politica, accoltolo con onoranza: ma non potutolo corrompere, nè aver mai da lui l’omaggio de’ Vescovi investiti da mano regia. A finire il dissidio con Anselmo, nuova ambasciata è spedita al Pontefice, tre Vescovi pel re, e due monaci pel primate. Ritornano senza aver nulla ottenuto. In presenza de’ Vescovi e de’ nobili assembrati dal re sono lette le lettere del Papa ad Anselmo piene di dignità e di costanza80: la causa par [p. 92 modifica]finita, il re finalmente arrendesi. Ma che? qui appunto, nello stringere della pace, in sul restituirsi alla Chiesa i sacri suoi diritti violati, sono i tre Vescovi nunzi al Papa quelli che surgono a intorbidare ogni cosa: essi con una impudente e appena credibile menzogna rivoltano il re di nuovo nel reo partito, e mantengono la schiavitù della Chiesa. L’impostura smascherata poscia e punita di scomunica fu questa. Essi asserirono, il Papa aver loro parlato segretamente, dando licenza al re di fare quello che proibiva nelle sue lettere, e non averlo egli voluto mettere in iscrittura, acciocchè gli altri principi non togliessero occasione di volerne il medesimo81. In vano i due monaci compagni di ambasceria protestano, negano il fatto: vilipenderli, opprimerli. Così perì allora ogni speranza di concordia, e non fu ostinazione del re, ma nequizia di Vescovi adulatori, simoniaci, infamemente perduti.

Egli è dunque una evidente ingiustizia degli storici moderni l’abbandonar che fanno il merito della questione, per trattenersi in un punto accessorio di procedura, quando dimenticano la causa per la quale si combatteva, e tutti sono occupati dei combattenti. I combattenti o i capi de’ combattenti erano i Papi ed i Sovrani: ma la causa per la quale si combatteva era quella del Clero, pugnando i primi per volerlo restituire all’antica virtù e dignità, i secondi per mantenergli i vizî: sicchè i principi non erano, per così dire, che condottieri al soldo della feccia del ceto ecclesiastico, il quale sotto il loro scudo, siccome fa sempre, cercava anche allora l’impunità.

100. Che dunque? Conveniva che il Capo della Chiesa si lasciasse impaurire dalla forza bruta di cui disponeva il Clero corrotto? Conveniva che l’animo de’ successori di San Pietro venisse meno considerando la difficoltà dell’impresa? O che all’aspetto de’ mali che sarebbero nati dalla invincibile caparbietà degli ecclesiastici ricusanti gli avvisi e le leggi salutari, si fossero [p. 93 modifica]ritratti dal provvedere alla salute della Chiesa da Dio loro affidata e già venuta nell’estremo pericolo! Poteva essere una tale viltà d’animo degna de’ sovrani pontefici? O non dovevano questi con tanta maggiore grandezza d’animo e spirito di sacrificio accingersi a quell’opera, che la fede nella parola di Cristo loro diceva dover essere in fine di certissimo riuscimento?

D’altro lato, quando mai si operò una grande riforma sulla terra, senza grandi scompigli? Quando si distrussero degli abusi universalmente invalsi, e inveterati senza ostacoli e contradizioni? Un popolo ha egli mai racquistato la perduta dignità senza sacrifizî? S’è mai resa felice una nazione, se non in passando per grandi sventure sostenendo le prove più dure? E la cattolica chiesa, questa comunanza di popoli, avvilita, schiava, si pretenderà che potesse farsi risorgere dal profondo dell’abbiezione, e ridivenire libera, senza una grande scossa, una grande sociale agitazione? Non sanno dunque ciò che si dicano quelle testicciuole che con tanta confidenza di sè stesse tolgono pur a sindacare quei grandi, i quali furono destinati dalla Providenza i primarî conduttori delle cristiane nazioni, e da essa incaricati della riformazione della umanità.

101. Io interrogo degli storici i più nemici de’ Pontefici, degli scrittori protestanti; ne dimando Hume e Robertson; e questi non possono a meno di riconoscere il fatto, che «il risorgimento della umana società venuta all’estrema degradazione, non pur della Chiesa, coincide coll’epoca del Pontificato di Gregorio VII82.» Bastava un occhio non infetto dal colore di passione, ad accorgersi che questa coincidenza non è casuale, e che ella si spiega mediante quegli atti umani e sublimi del Pontefice, contro i quali essi tanto declamano, e che pure, considerati nel pieno dei loro effetti, sono indubitatamente ridondati non meno in pro della Chiesa che della civil società, la causa delle quali è associata, o piuttosto una ed indivisibile. Ma il nostro argomento non riguarda che la libertà della Chiesa nelle elezioni de’ Vescovi83, e perciò restringiamoci pure a queste sole.

102. Il grido di libertà mandato da Gregorio riscosse la Chiesa di Dio da quella specie di assopimento da cui s’era lasciata prendere: parve un grido nuovo, dilettevole, utile: la fede, la giustizia, la dignità della Chiesa, come faville spente si ravvivarono a quel soffio in tutti i petti; e le Chiese particolari, i prelati quanti ne rimanevano di santi nella chiesa, risposero all’appello84, si arruolarono al segno della causa comune, ripeterono le antiche dichiarazioni e proteste [p. 94 modifica]contro le usurpazioni secolari, in iscritti e in canoni, i quali sì nulli o radi apparivano nel secolo precedente85.

Manifestamente l’opera fu guidata da Dio. E qual umano consiglio poteva soccorrere in tanto estremo della Chiesa? Onde trovare un uomo quasi direi singolare nelle storie, e dopo trovatolo, collocarlo sulla sedia apostolica, che a un mondo vecchio e marcito osasse di comandare una piena riforma, che affrontasse tutte le potenze, e i nemici intestini, che in pochi anni con undici Concilî colpisse tutti i disordini più solenni e più inveterati, e ne ripurgasse la Chiesa e che lasciasse finalmente in eredità a’ suoi successori delle massime rese da lui evidenti e precise, che uniche poteano reggere il governo combattuto della Chiesa? Onde, se non per divino consiglio, poteva ordinarsi altresì quella lunga serie di Pontefici che succedettero al settimo Gregorio, i quali furono un Vittore iii, un Urbano ii, un Pasquale ii, un Gelasio ii, e un Calisto ii, partecipi dello spirito di fortezza e di rettitudine di quel grande, in cui come in padre e in maestro comune tutti risguardavano86, i quali continuassero la grand’opera dell’affrancamento delle elezioni, e dell’appuramento de’ costumi senza che pur un solo smentisse sè stesso, o mutasse la via sicura che trovava tracciata dinanzi a sè87? Nè meno ci [p. 95 modifica]voleva: chè fu solo una continuazione di sforzi, una quasi ostinata perseveranza nelle stesse massime, più durevole della vita di un sol uomo, un’infaticabile, coraggiosa predicazione della verità fatta con apostolico petto da molti Pontefici seguiti che parevano un Pontefice stesso vivente in tutti immortale, com’era uno stesso il Pontificato, che potè rompere i pregiudizi, dominare le passioni, e far penetrare fino negli animi de’ sovrani la forza lenta della ragione, e piegarli finalmente sotto Cristo, come avvenne quando rinunziarono solennemente alle loro usurpazioni il 1122 a Wormazia, e l’anno seguente nell’ecumenico Concilio di Laterano, quarantanove anni appunto dopo che Gregorio vii aveva anatematizzato la prima volta l’abuso delle investiture! E chi altri se non la divina Providenza mise finalmente il perfezionamento e il suggello alla grand’opera, quando per un abbattimento d’imprevedute circostanze e casi condusse Ottone iv nel mille duecento e nove, Federico ii nel 1213, e nel 1220; e finalmente Rodolfo i nel 1285 a rinunciare agli abusivi diritti di regalla, di spoglio, e di deporto, che ancora impacciavano non poco la libertà della Chiesa?

103. Si può dire che la Chiesa, e la Santa Sede che la guidava, avesse pienamente trionfato colle promesse giurate da Rodolfo in Losanna, e tutto prometteva che la libertà delle elezioni oggimai fosse stabilita per sempre, e che indi si dovesse attendere il rifiorimento universale del gregge di Gesù Cristo.

Ma fu allora che l’inimico dell’uman genere trovò un nuovo e più sottil mezzo d’intorbidare la pace e la prosperità della Chiesa, e questo fu, debbo dirlo? le smoderate Riserve. La prevalenza che la Santa Sede avea acquistata [p. 96 modifica]con un trionfo così giusto e così puro sopra le potenze del secolo, la affidò di tanto; le sue necessità quasi ve la costrinsero, ed altre cause più deplorabili entrarono in parte di sì grave mutazione di disciplina. Non già che la Santa Sede non abbia diritto di riserbare le elezioni a sè, ove uno straordinario bisogno l’esiga: non manca a quella Sede mai il dritto, diciamolo ancora, di salvare la Chiesa, ma furono le riserve ordinarie e universali che sollevarono contro essa tutti gl’interessi. Le querele cominciarono quasi a un tempo colle riserve, e già nel secolo xiii, per far tacere gli Inglesi, Gregorio ix dovea permettere che non conferirebbe più benefizî di padronato secolare (Ep. xiii.). Poco dopo si richiedeva al Concilio di Lione un provvedimento (Ann. 1245.); e non ottenutolo, da per tutto venne meno il rispetto dovuto alla madre di tutte le Chiese, e atti ostili uscirono contro di essa. In Inghilterra Eduardo III annullava le provisioni pontificie (Ann. 1343.). In Francia il Clero gallicano faceva decreti da sè stesso, coi quali imponeva leggi al Papa, e Carlo vi nel 1406 gli abbracciava que’ decreti come leggi dello Stato. Se il Concilio di Costanza, pressato da tutte parti a dar di piglio alle riserve pontificie, se ne rattenne per un cotal resto di riverenza verso il supremo Gerarca, succedette ben presto quello di Basilea più impaziente e più ardito, e ne fece man bassa; e i decreti di Basilea contro le riserve, la grazie aspettative e le annate, si accolsero come piovuti dal Cielo dalla Francia che li avea provocati, e nel 1438 passarono nella troppo famosa prammatica sanzione. La Germania ne imita l’esempio tosto dopo nel 1439. e poco appresso cedendo sempre più i sommi Pontefici, si compongono le discordie coi concordati di Eugenio iv e di Nicolò v degli anni 1446 e 144888. L’abuso questa volta era dalla parte della Chiesa: dobbiamo confessarlo coi sommi Pontefici stessi, che ne convennero ingenuamente. E così l’affare delle riserve andò a finire in modo, che la Sede apostolica per cagione di esse fu tanto umiliata, quando era stata prima gloriosamente innalzata pel trionfo da lei riportato nell’affare delle investiture.

104. Ma ciò che v’ha di più deplorabile, sono le conseguenze funestissime che lasciò questo affare nella Chiesa anche dopo che fu in qualche modo terminato. La guerra delle investiture era stata più procellosa, è vero; ma le ferite sue erano di una natura più benigna, e più facili ad essere rammarginate. Roma brillava, in quel suo combattimento, di tutto lo splendore della giustizia, della magnanimità e del disinteresse, e la sola forza bruta, la sola scostumatezza e la mensogna era contro di lei89. Non così [p. 97 modifica]nell’affare delle riserve. A tutte le nazioni, alle Chiese, ai principi, in quest’ultimo affare parve non vedere attivo in Roma che un basso interesse. Ciò non irritava tanto gli animi, quanto li disgustava; ed è assai men dannosa l’ira, che il dispregio; è assai men perdita quella de’ beni temporali esposti alla violenza della persecuzione, che quella della propria morale dignità. Pur troppo la Providenza divina, che volea ripurgare dalla cupidigia quella prima Sede cui non abbandona giammai, dovette farle subire la prova più amara e la più rigorosa. Ella permise che quella cupidigia fosse vinta per le vie della violenza, dell’odio e del dispregio; e pur troppo ella non cede giammai se non al peso della forza che l’opprime. Ma la sconfitta di Roma lasciò negli animi impresse disposizioni a lei sì contrarie, che la Chiesa di Gesù Cristo ne rimase oltremodo indebolita. Questa circostanza fu quella che sommamente favorì le eresie del secolo xvi: queste trovarono i principi allassati e illanguiditi nella stima e nell’amore della santa Sede, perchè di lei scandalizzati, però non disposti a sostenerla; se non anco lieti di vedere brulicare degli audaci ribelli di mezzo al Clero stesso contro i Papi, che intuonassero libertà da di sotto al giogo vecchio e nojoso. Quella libertà intanto che veniva intonata, era licenza: e diceva di più che i principi non potessero intendere allora: era l’indipendenza della ragione naturale da ogni rivelazione positiva: era quel razionalismo fatale che, come un germe di morte, venne sviluppandosi gli anni vegnenti nella gran pianta dell’incredulità, la quale aduggiò la terra, mutò i costumi sociali, scrollò i troni, e rese pensosa l’umanità su’ suoi futuri destini. La rivoluzione di Francia e d’Europa rimonta a sì alti principî.

105. Un’altra conseguenza dell’affare delle riserve oltre a ogni dire funesta, fu come abbiamo accennato, la nominazione de’ Vescovi ceduta a’ principi secolari90, colla quale venne scemata la libertà delle elezioni, che era pure costata sì magnanimi sforzi, sì lunghi pericoli, sì estremi travagli a un Gregorio vii, e per de’ secoli a’ suoi invitti successori. Diremo che nel Concordato di Bologna del 1516, per conservare alcuni vantaggi economici, Roma abbia ceduto una parte di questa preziosa libertà? Nol diremo noi giammai; nè ci scapperà dalle labbra una parola di biasimo sopra un atto che fece con grande maturità di consiglio Leone x, e che udirono leggere gli orecchi de’ Padri di un Concilio generale91. Ma chi ci impedirà però di deplorare le tristissime circostanze de’ tempi, che resero, siccome un minor male, necessaria una sì onerosa convenzione? Chi ci terrà dal lagrimare la dura sorte della sapienza di un tanto Pontefice, e di un tanto Concilio, a cui toccò di dover pure abbandonar di nuovo al potere laicale una gran parte di quella preziosa libertà delle elezioni, per [p. 98 modifica]rivendicare la quale dei secoli interi di agitazione e di atroci discordie in tutta la chiesa e in tutto il mondo erano stati riputati bene impiegati?

106. Se la potenza di fatto de’ Romani Pontefici avea toccato, come dicevamo, il suo sommo, dopo composto l’affare delle investiture; era all’opposto fino allora venuta cadendo la potenza de’ principi temporali. La nobiltà, coll’occasione appunto di quelle discordie, erasi sollevata contro di essi, e qua e colà s’era affrancata del tutto, formando in Europa de’ nuovi e minori principati. Ma dall’epoca della pace ristabilita, mentre la potenza papale, ritornando indietro dal suo apogeo, per così dire, cominciò a decadere e decadde con quel mezzo stesso col quale secondo le viste umane pareva volesse crescer vie più, cioè colle riserve ed altre funzioni che a sè veniva traendo, le quali empivanla d’oro; le potenze temporali all’incontro mettevano a profitto quel tempo di riposo a riparare le loro perdite, e niente trascuravano di quanto potesse aumentare la loro possa ed autorità. Nel secolo xv finalmente, un principe crudele, e che non conosceva ostacolo di onestà, Luigi xi, insegnò in Francia a tutti i principi dell’Europa ad abbassare con forti colpi e crudeli la nobiltà, e rendere il dominio reale assoluto; e tale politica fu in sostanza ricevuta da tutte le corti, sebbene non con ardimento uguale di aperta tirannia; e fu continuata con perseveranza, fino che Francesco i e Carlo v finirono di porre le basi della grand’opera, che dava alla sovranità in Europa una nuova forma e natura. Con questi ultimi sovrani ebbero a trattare i pontefici del secolo xvi; e il risultato di tali trattative si fu, che convenne abbandonar loro di bel nuovo una porzione della libertà delle elezioni, cioè la nomina alle sedi vescovili, riserbata alla santa Sede la sola conferma. Questo modo di disciplina, che è in sostanza se non le riserve stesse divise fra i sovrani ed i pontefici? E questa disciplina è quella che vige tuttavia, e che va affondando incessantemente una delle piú acerbe e lamentevoli piaghe della crocifissa Sposa di Cristo.

107. E non tutti il veggono: egli pare che non essendo ceduta al potere temporale che la sola nominazione, riserbata al Pontefice la conferma, quella non troppo pregiudichi alla ecclesiastica libertà.

Ma questa ragione che si fa militare a favore della presente disciplina, sarebbesi ella riputata per altro, in tempi migliori, che per un cotal velo che ricopre e non toglie la piaga, e, se mi si permette il dirlo, per una delusione diplomatica?

Io ne dubito fortemente. Veggiamo qual’era la maniera di pensare della Chiesa circa le elezioni prima di quest’ultimo stato della disciplina; e cerchiamo d’inferirne il giudizio che farebbero gli antichi prelati, della nominazione de’ Vescovi abbandonata in mano della laica potestà.

In quel tempo in cui il poter laicale veniva crescendo nella sua costante impresa d’invadere le elezioni, e con esse la libertà della Chiesa, cioè nel secolo ix (e nel susseguente, l’usurpazione giunse al suo colmo); un passo di questa progressiva invasione fu di esigere, che l’elezione non si facesse se non dopo dimandatone ed ottenutone il permesso a’ principi, come abbiamo veduto. Direbbesi, diplomaticamente parlando, ciò non toccare la libera elezione. Pure, che ne parve alla Chiesa d’allora? Ebbe a dirittura tale pretensione de’ sovrani, qual violazione di sua libertà. L’Arcivescovo Incmaro ed altri prelati di quel tempo, vedemmo quanto s’opposero robustamente a un tal ceppo messo alle Chiese in quella occasione dichiarando che «il dover una diocesi prima di passare all’elezione del suo pastore dimandarne licenza al principe, lo considerano siccome una necessità di eleggere quello che al principe ne piacesse». Così stimavasi allora un tale attentato. Or poi che avrebbero detto i prelati di quella età, se invece del chiedere puramente la licenza di eleggere, si fosse trattato che il principe stesso nominasse a [p. 99 modifica]dirittura la persona da eleggersi? Non avrebbero temuto ancor più, che la cosa andasse a finire, così che per Vescovi s’avessero quelli che al solo principe ne piacesse d’imporre alle Chiese? E che la conferma pontificia riuscisse una formalità, la quale non si ricuserebbe giammai solo che la persona eletta fosse immune da pubblici delitti? E basta questa immunità da delitti pubblici, perchè la Diocesi abbia quel Vescovo che più le conviene? che più desidera? E se i desideri delle Chiese non sono consultati, se esse non sono udite, che libertà ecclesiastica rimane, o almeno a che pro la libertà rimane?

108. Un altro passo che diede in quel secolo il potere laicale, che stava in ascendere nella sua influenza sulle elezioni, si furono le regie preghiere. Che più innocente di una semplice preghiera? sforza essa? non possono gli elettori non udirla? Or bene. Che ne parve allora alla Chiesa? il celebre S. Ivone di Chartres, quel Vescovo così amante della buona armonia fra lo Stato e la Chiesa92, così conciliatore, riputava la preghiera regia un annientamento della ecclesiastica libertà93, e con lui fortemente protestavano contro di quella i più intelligenti e santi prelati di quel secolo xi. Ma or si consideri: è egli più il solo manifestare un suo desiderio, come faceva allora il principe agli elettori, in favore di una persona, o il nominare a dirittura una persona di suo piacere? E se quella semplice manifestazione del desiderio sovrano avevasi per un attentato contro alla elezione canonica, or dov’è andata questa libera elezione, quando i principi nominano i Vescovi? e i Pontefici altro far non possono in ogni caso, che negarne la conferma? La qual conferma forse in tutti i casi possono liberamente ricusarla i Pontefici? No; ma primieramente non mai altro che allora quando il nominato abbia sopra, come dicevasi, un grave delitto; e non sempre nè pure allora; ma quando questo delitto sia potuto pervenire fino agli orecchi del Capo della Chiesa; non basta, di più è uopo che questo delitto sia provato sufficientemente. Nè questo è ancor tutto: conviene che il Pontefice, con negare la confermazione, non tema per avventura d’irritar troppo il monarca, non tema di far nascere un male assai maggiore nella Chiesa: e questo dipende dal temperamento de’ principi dalla loro religione e più ancora da’ ministri che li dirigono. E quando non dee mai poter esser facile ad alcun principe l’incutere questo timore nell’animo del Pontefice? massime in tempi d’incredulità, di freddezza, di ostilità universale contro la Sede apostolica? Dove riman dunque ne’ tempi nostri una verace libertà, e non di forma solamente, nelle elezioni de’ Vescovi? Che avrebbe detto adunque di un tale stato della Chiesa l’ecclesiastica antichità?

109. Si pare, che io non misuro la libertà che rimane in questi tempi alla Chiesa, colle massime dei primi secoli: mi contento chiamare a confronto il modo di pensare de’ primi prelati del secolo ix, secolo di sonno per così dire, in cui il Clero snervato era già pressochè assuefatto alla servitù dei sovrani. E tuttavia in quel secolo si conosceva ancora che cos’era libertà, e in che consistesse. Ora poi veggiamo qual fosse il pensare del secolo susseguente, nel quale la Chiesa scosse il giogo obbrobrioso dalle sue spalle, e in cui santissimi e fortissimi Papi resero la libertà ecclesiastica lucente [p. 100 modifica]siccome il sole. Veggiamo che direbbero que’ grandi Pontefici dello stato nostro, in cui non si fanno, in gran parte delle nazioni cattoliche, altre elezioni vescovili, che quelle che i sovrani da sè fanno; e se miseri o felici se ne riputerebbero. Basteranno due fatti.

L’orribile persecuzione di Enrico v contro Pasquale ii, il carcere, le ignominie, gli stenti, la prossima morte, le stragi della città e del territorio romano, gli sforzamenti, i rubamenti, l’infelicità de’ buoni senza scherno in preda a sfrenatezza di barbare milizie non guidate ma incitate dall’ira di uno spergiuro imperatore, che poterono ottenere finalmente dal magnanimo Pontefice? Un privilegio d’investire i Vescovi delle rendite episcopali colla verga e coll’anello; ma a condizione che questi Vescovi fossero prima eletti canonicamente, liberamente, senza simonia, senza «violenza94», e apposte altre condizioni ancora che ristringevano il privilegio. E parve ad Enrico d’averla spuntata, carpendo all’oppresso Pontefice un privilegio di tal natura. E pure il privilegio non conferiva punto nè poco facoltà all’imperatore d’ingerirsi nelle elezioni nè nella ordinazione, e solo quella di acconsentirvi, e di mettere l’eletto in possesso del vescovato. Or che perciò? Tutta la Chiesa parve si sollevasse contro Pasquale, acclamasse aver egli diminuita l’ecclesiastica libertà, e minacciava uno scisma. E perchè? per aver conceduto al re solo di fare una cerimonia poco conveniente, quella cioè d’investire il Vescovo colla verga e coll’anello, segni della episcopale giurisdizione. E pure il re protestava che non intendeva dare con quella cerimonia al Vescovo se non il possesso de’ beni temporali95: ma non s’appagò di questo la Chiesa: conciossiachè il bastone e l’anello erano veramente simboli di qualche cosa di più, e l’investitura tenea seco la necessità dell’assenso del principe, acciocchè l’eletto entrasse Vescovo: indi d’ogni parte Concilii, prelati, assemblee di Cardinali contro la concessione strappata al Papa, e fin minacciossi di torsi dall’ubbidienza di quel Pontefice santissimo. Per acquetare tanto subbollimento di animi non ci volle meno dell’eroica umiltà del Pontefice. Egli riconobbe d’aver trapassato i limiti del dovere raccolse un Concilio nella Basilica di Laterano, vi si presentò come reo, accusò sè stesso, depose le insegne pontificie, dichiarò esser pronto di rinunziare al pontificato per dare soddisfazione alla Chiesa, e commise la propria correzione al giudizio de’ Padri. E «quello scritto, egli disse, che io feci senza il consiglio o le sottoscrizioni de’ fratelli, stretto da grave necessità, non per cagion della vita, della salute e gloria mia, ma per sole le strettezze della Chiesa, nella quale nessuna condizione o promessa ci obbliga, siccome io lo conosco per mal fatto, così per mal fatto lo confesso, e desidero al tutto, col divino aiuto, di correggerlo: e il modo di una tal correzione io lo rimetto al consiglio e al giudizio de’ miei fratelli qui convenuti; acciocchè non nasca forse per ragion d’esso in avvenire qualche danno alla Chiesa, o qualche pregiudizio all’anima mia». Il Concilio, esaminato l’affare, pronunziò poscia questa sentenza: «Quel privilegio, che non è privilegio, nè dee dirsi tale, che fu estorto dalla violenza del re Enrico per la liberazione degl’imprigionati e della Chiesa, dal Signore Pasquale Papa; Noi tutti congregati in questo Concilio col Signore Papa medesimo lo condanniamo di canonica censura, e coll’ecclesiastica autorità, per giudizio dello Spirito Santo, e lo dichiariamo irrito, e del tutto il cassiamo, [p. 101 modifica]e sotto pena di scomunica sentenziamo che non abbia nè molto nè poco di autorità e di efficacia.» E di una simigliante sentenza si dà la seguente ragione: «Per questo egli è condannato, che in esso privilegio si contiene che quegli che è canonicamente eletto dal Clero e dal popolo, da nessuno sia consecrato prima che dal re non venga investito. Il che è contro lo Spirito Santo, e l’instituzione de’ Canoni96

In tal modo que’ padri, e tutta la Chiesa d’allora non giudicava tollerabil cosa, che un vescovo, sebbene eletto legittimamente dal Clero e dal popolo, avesse bisogno dell’assenso e dell’investitura del principe per dover essere consecrato. Or che ne sarebbe loro paruto, se Pasquale avesse anzi distrutta la libera elezione canonica, privilegiando l’imperatore di tanto, che solo un suo nominato potesse essere consecrato vescovo? O non avrebbero stimate troppo più deplorabili di quelle in cui si trovava Pasquale97, le circostanze del secolo XVI, nelle quali un pontefice era condotto a tal termine di stimare minor male alla Chiesa di Dio il concedere che i vescovi venissero nominati da un principe secolare, che non patirsi le conseguenze di un tale rifiuto? Io m’astengo da sopraggiungere altre riflessioni a questi fatti, ma credo che pur meritino una profonda meditazione.

110. E si desuma il giudizio che avrebbe fatto la chiesa che viveva noi secolo XII, della nomina regia, da un altro fatto avvenuto sotto Innocenzo II. Morto l’Arcivescovo di Burges, Luigi VII lasciava ampia libertà al Clero e popolo di [p. 102 modifica]quella Chiesa di eleggersi il suo prelato; solo apponeva condizione, che non si volesse eleggere Pietro di Castra, e avea giurato di non volerlo vescovo. L’elezione cadde nulladimeno su di lui. L’eletto fu a Roma, il papa lo inaugurò, senza ammettere l’eccezione del re «e giudicando non vi fosse vera libertà di elezione ove il principe potesse eccettuare alcuno di suo volere, almeno se non a provasse innanzi a un giudice ecclesiastico che all’eletto mancassero le condizioni necessarie per eleggersi, nel qual caso il re, come ogni altro fedele, doveasi ascoltare98.» Or non trattavasi qui che di lasciare al re l’esclusione di una persona, e questo ancora riputavasi da que’ gravissimi pontefici violazione della ecclesiastica libertà: perocchè la libertà è cosa delicatissima, e riman veramente d’ogni poco vulnerata. Or che dunque al giudizio di un Innocenzo II sarebbe paruto, se trattato si fosse di dare al re non l’esclusione di una sola persona, in una sola diocesi, e per un solo caso accidentale; ma bensì la nominazione di tutti i vescovi del suo regno per sempre? Dove sarebbe andata agli occhi suoi la libertà della chiesa, per que’ tempi ne’ quali si fosse intavolato un tal progetto, ed avesse avuto luogo? Nè si faccia insulto alla memoria di que’ sommi pontefici che sì nobili e vere idee conservavano della libertà, di cui Gesù Cristo ha decorata la chiesa sua99, dicendo che il loro modo di pensare era esagerato, come prontissima è sempre a dire l’ignoranza e la cupidigia umana. Perocchè io mi appello a qualsivoglia de’ più grandi e santi e discreti uomini che fiorissero nella chiesa in questi tempi: io mi appello a un S. Bernardo, il cattolicismo del quale veniva recato a modello dallo stesso Napoleone; e il discretissimo abate di Chiaravalle non la intendeva punto diversamente da Innocenzo II; e in supplicando a lui di voler condiscendere per una volta a Luigi VII, col lasciar eleggere alla sede di Burges un altro vescovo fuor di Pietro di Castra, non disconveniva però punto nè poco da’ sentimenti del pontefice. Perciocchè sebbene fosse lealissimo e liberissimo il sant’uomo nel modo di scrivere a Roma, tuttavia in questo negozio egli toglie ad intercedere pel re così scrivendo a’ cardinali: «Di due cose noi non iscusiamo il re; dell’aver giurato illecitamente, e del perseverare nel suo giuramento ingiustamente. Ma ciò egli fa non di volontà, ma par verecondia. Perocchè egli reputa ignominioso (siccome ben sai) presso i Franchi non mantenere il giuramento, tuttochè abbiasi pubblicamente giurato male (quantunque niun savio dubiti che i giuramenti illeciti non han vigore). Ma nulladimeno confessiamo di non poterlo scusare nè anco in ciò: nè noi togliam punto a scusarlo, ma domandiamo perdono per lui. Considerate voi se mai possa scusarsi in qualche modo l’ira, l’età, la maestà. E si potrà, se voi vorrete che la misericordia sia esaltata sopra il giudicio; intantochè s’abbia qualche riguardo ad un re e fanciullo per forma, che per questa volta gli si perdoni con un cotale temperamento, che non abbia mai a presumer cotanto per l’avvenire. E appunto gli si perdoni, io vorrei dire s’egli è possibile. Rimanendosi però salva in tutte le sue cose la libertà della chiesa, e conservando la dovuta venerazione all’arcivescovo consecrato dalla mano apostolica. Questo è quello che lo stesso re umilmente dimanda, questo di che tutta la nostra già troppo afflitta Chiesa [p. 103 modifica]supplichevolmente vi prega (Ep. ccxix)» Non trovava adunque S. Bernardo che si potesse scusare un principe, il quale intervenisse nella elezione de’ vescovi coll’escludere pur una persona di quelle che potrebbero essere elette: e riconosce in ciò una ferita dell’ecclesiastica libertà. Or secondo questi principî, che sono immutabili nella chiesa di Dio, che cosa divengono le nomine regie? Il tempo nel quale esse sono introdotte si dovrà dire tempo di libertà e di schiavitù? Dovranno i figliuoli della Chiesa rallegrarsi, o piangere del loro secolo?

111. Ma per conoscere via più la natura maligna di questa piaga della Chiesa, si consideri che colla nominazione regia si sono abbandonate tutte le massime più reverende che la Chiesa in tutti i secoli avea seguitate circa le elezioni, e delle quali s’era mostrata oltremodo gelosa. Si considerino queste grandi massime (perite in quanto al loro uso nella chiesa l’anno 1516, ma vive però sempre nel desiderio), una ad una.

Massima inviolabile della chiesa si fu che «a vescovo venga eletto il migliore di quanti se ne possono avere;» e questa massima è giusta, evidente, conforme ad un’alta idea del vescovato. Non tiene la Chiesa, che aver vi possa una certa determinata dose di dottrina, di bontà, e di prudenza, la quale possa esser bastevole ad un tanto ufficio, sicchè il di più sia soverchio; ma anzi tutti i pregi di un uomo quantunque molti e grandi sieno, gli pajon poco a quel carico, che si diceva «pauroso ad omeri di Angelo.» Però non potendosi avere chi si adeguasse a tanta dignità, si voleva almeno eletto vescovo il migliore di tutti fra quanti si potessero rinvenire100.

Ora il concordato che stabilisce la nomina regia fu necessitato di sostituire all’antica un’altra massima, cioè che il nominato debba essere «un uomo grave, maestro in teologia o in diritto, e che almeno abbia ventisett’anni101.» Non più dunque il migliore si richiede, ma un uom sufficiente. Vero è che il principe, a cui è rimessa la nomina, non è sciolto dall’obbligo di eleggere il migliore; ma qual garanzia ne ha la Chiesa? la Chiesa nol può rigettare, se non nel caso che «il nominato non sia uomo grave, e maestro in teologia, o dell’età prescritta.» Qual garanzia ne ha la diocesi particolare alla quale è destinato? quando questa se lo eleggeva, ella se [p. 104 modifica]ne assicurava da sè stessa; quando gli era dato da’ vescovi provinciali, o dal sommo pontefice, era al fin sempre la Chiesa cattolica che ne faceva la scelta: ed ella sapeva, ella dovea sapere quello che le conveniva; in caso contrario faceva male a sè stessa, nessuno le facea ingiuria. Ma venendole imposto, dee prenderselo, purchè egli sia sufficiente. E che vuol dire uomo grave e laureato in teologia? Che, vuol dire un uomo di ventisette anni? Quanto anco il processo che ne fa la santa sede avanti di confermarlo, fosse una garanzia alla Diocesi, che cosa garantirebbe questo processo? Che il vescovo è un uomo grave, è un laureato. E dee poter bastare ciò ad una diocesi? ogni uomo grave ed ogni uom laureato sarà un vescovo conveniente per essa? Ove anche mi astenga dal dimandare se sarà il più conveniente; quanta latitudine non lasciano queste parole di uomo grave, e di dottore, e di ventisette anni? Quale e quanta gradazione fra uomini gravi? quanta diversità di dottrina fra quelli che hanno ricevuto l’alto onore della laurea? Ci fermiamo noi a parole o guardiam le cose? Confidiamo nelle nostre Università? la dottrina delle quali è ella tutta piovuta dal cielo? sarà la dottrina di Salomone? è da per tutto buona, sicura? In fine adunque a che ci ridurremo, se non ad aver de’ vescovi il cui pregio sarà negativo, cioè che saranno uomini a cui non si potrà trovare alcuna grave, pubblica macchia? L’ispezione della santa Sede certo non può andar più oltre, e se potesse e volesse, la sua battaglia co’ principi sarebbe continua: il vescovo adunque è finalmente eletto, non perchè in lui si accumuli il maggior numero di pregi, ma perchè non v’è crimine, o a dir più veramente, accusa certa contro di lui. Ora una tale bontà negativa basta ella a formare non dirò un buon vescovo, ma nè pure un buon cristiano?

112. Un’altra massima inviolabile della chiesa circa la elezione de’ prelati, fu sempre «che fosse eletto un sacerdote conosciuto, amato e voluto da tutti quelli a cui egli dee comandare102;» il che è quanto dire da tutto il clero e popolo della diocesi a cui è destinato. Può avervi adunque una persona fornita di rari pregi, e non bastare ancora ad essere il vescovo in una diocesi, secondo le sante e antiche massime della chiesa, o sia per esservi ignoto, o per non avvenirsi al carattere di quelli che debbon essere suoi sudditi, o per esservi mal voluto da loro. Una chiesa è come una persona che ha confidenza in un ministro dell’altare, e non in un altro; e il suo desiderio di avere a padre e pastore colui in che ella ha più di confidenza, è ragionevole e buono; e perchè non sarà soddisfatto? Ora se il principe nomina il vescovo, il comun voto resta le più volte inadempito. La massima adunque piena di prudenza e di carità, che la Chiesa ebbe sempre nella nominazione de’ vescovi, è sovvertita.

113. Una terza massima invariabile nella Chiesa fu quella, che «a vescovo si eleggesse un sacerdote, che fu lungo tempo ascritto al clero della diocesi che dee governare, e non mandatovi nuovo da straniero paese103.» Chi è vivuto e per così dire invecchiato nella diocesi, conosce le cose, le persone, i bisogni ed i mezzi convenienti a soddisfarvi; è conosciuto è stimato pe’ lunghi servigi da lui prestati; è già antico padre di quel popolo, antico confratello di quel clero; ed oltre la luce delle sue virtù, il debito [p. 105 modifica]della gratitudine alle sue lunghe fatiche, e la stessa dolce consuetudine con lui, gli legano tutti gli animi, e glieli inchinano a riverenza. Or anche questa massima sì luminosa, sì evangelica, rimane soppiantata colla regia nominazione. Egli è ben naturale; il re che nomina, non può, o non vuole badare, o finalmente non bada a queste cose; e manda alla Diocesi le persone a lui ben volute, donde che sia, e non solo da fuor di diocesi, ma da fuor di provincia, ma fino d’altro clima e nazione. Ora uno straniero, fors’anco con altro linguaggio in bocca, fors’anco d’un paese abborrito per le rivalità nazionali, fors’anco non conosciuto per altra fama da quella che il dice favorito del principe, uom destro, e buon cortigiano, sarà egli questi il confidente, l’amico di tutti? sarà quel padre riverito da cui sono stati generati molti, e a cui molti si dieno ad essere rigenerati? Qui non si tratta di sapere se un popolo di santi potesse santificarsi anche sotto un tal vescovo: piuttosto è a dire, che se si suppone un popol di santi, il vescovo è inutile. Ma se si suppone il popol cristiano tale quale egli è, e lo si vuol ridurre a praticare il vangelo, altri pastori e non cotali, ci bisognano. Se poi si voglia sbattezzare il mondo, si seguiti a far così, e vedremo quanto a lungo i principi possano governare il mondo dopo averlo sbattezzato.

114. Si dirà: un buon principe potrà da sè mantenere in qualche modo queste massime della sacra antichità, alle quali la chiesa non può in alcun tempo rinunziare. Ma in tal caso perchè la chiesa non ha fatto il patto che i principi nascano sempre buoni?

Di poi, ove anco il principe sia buono, si pretenderà, da un laico sparso in tante cure e in tante delizie, quante gliene apportano il temporale governo e l’uso della corte, ch’egli sia un profondo teologo? Che conosca le massime più gravi e più profonde della ecclesiastica disciplina? che ne senta la suprema importanza? e che abbia uno zelo apostolico da preferirle ad ogni altro interesse? e da tenerle ferme contro la seduzione, l’adulazione, il raggiro, le passioni cupe, infaticabili, turbinose di tutti quelli che lo circondano? dal cui consiglio, e dal cui ministero dipende? E chi presumerà mai tanto di un povero mortale?

Diasi anche questo nuovo portento; egli non basta. Oltre saper le massime inviolabili della ecclesiastica disciplina, e volerle mantenere, egli dovrebbe poterlo. Ma a poterlo, converrebbe ch’egli conoscesse ogni chiesa particolare altrettanto come ogni chiesa particolare conosce sè stessa; dovrebbe trasformarsi egli in ogni chiesa dopo essersi trasformato nella chiesa universale. E chi non sente l’impossibilità di ciò fare? Ma finalmente, senza andare più in lungo, basterà a illuminar la cosa un principio certissimo, confirmato dalla sperienza universale, e risultante dalla natura umana, e da quella delle cose, che è il seguente; «Ogni corpo o persona morale, in generale parlando, è la sola atta a giudicare quello che meglio gli convenga,» perchè è illuminata dal proprio interesse, del quale non si da scorta più sicura e più vigilante. Qualunque eccezione si voglia dare a questa legge, che presiede a tutte le corporazioni, a tutte le società, ella si troverà sempre vera in generale, e più vera che mai parlando della chiesa, l’interesse della quale è spirituale e morale, e però diritto e semplice, coerente a sè stesso, e pieno di luce. Or da ciò risulta, che se le chiese ricevono da altri i loro Pastori, questi non potranno giammai essere loro dati con quella quasi infallibilità di giudizio, colla quale esse le chiese li potrebbero dare a sè stesse, e se li sono dati per tanti secoli; e ciò è sufficiente a conoscere, che il loro diritto in tal modo riman pessundato: imperciocchè come si può negar al popolo di Dio il dritto di aver il miglior pastore possibile?

La Chiesa che elegge il proprio pastore ha un interesse solo, quello delle [p. 106 modifica]anime; il principe ne ha molti. È egli verisimile che il principe fra’ suoi molti interessi e fra i molti interessi de’ suoi aderenti faccia dominare sempre nella nominazione de’ Vescovi, come supremo, l’interesse della Chiesa? È egli possibile che nel suo animo il pensiero del ben della chiesa sia continuamente presente, e così forte, da lottare con tutti gli altri pensieri e vincerli? Quale eroe, quale apostolo non sederebbe allora sul trono?

Il principe dovrebbe contentarsi che il vescovo fosse un suddito fedele a tutte prove; ed è impossibile che nol sia, se sarà un uomo santo, pieno il petto dello spirito del Vangelo e della Chiesa. Ma egli non deve esigere nulla di più dal vescovo; non deve esigere che il vescovo sia un suo agente secreto, e se mi si permettesse di dirlo, un misero impiegato di polizia. Ciò snaturerebbe il carattere vescovile, e violerebbe la massima fondamentale dell’Episcopato. «Niuno che militi a Dio, s’implica di negozî temporali;» massima sì delicata, che si viola fin coi pensieri. In somma v’ha differenza fra la fedeltà evangelica che nasce dalla coscienza e che ha per fondamento la rettitudine della giustizia, e la fedeltà politica che nasce da vincoli di umano interesse, e non intende alla giustizia, ma ha per fondamento l’utilità. Il vescovo è l’uomo della giustizia, e dee poterlo essere liberamente; e il principe cristiano non deve istituire una speculazione nè politica nè economica sul suo sacro carattere. Ma pur quale è la principal guida del principe, parlando di buona fede e in generale, se non la politica? E in tutti gli altri affari, fuor di quelli della Religione, potrebbe egli averne un’altra? Come adunque un tale e tanto affare, la nomina dei vescovi, in cui niuna mira politica, ma solo una mira tutta pura e spirituale dovrebbe aver luogo, sarà egli bastevolmente assicurato, ove sia commesso alle mani di un uomo, cui le sue circostanze, le sue abitudini, l’educazione, gli esempi sforzano ad operar sempre politicamente? Dovremo aver tanta fiducia da riposarci tranquilli, non dubitando punto che appresso di lui gl’interessi della Religione non prevalgono sempre a quelli della politica? E che dico io, dicendo la politica? Non forse tal cosa che sempre è desta a trarre da tutto vantaggio, che suol nutrirsi di ogni cibo, e distillare ne’ suoi lambicchi tutto ciò che le venga alle mani? Ed ora il vescovo eletto dalla politica che sarà? Lasciol pensare a chicchessia. Ha dunque bisogno la chiesa di figli della politica?

115. Fu un tempo, che guerra accanita si mosse dalla chiesa alla simonia; della quale non si credeva che aver vi potesse vizio alla chiesa o più dannoso o più obbrobrioso. Ma la simonia secreta non è ella meno per questo simonia? La simonia disguisata dalla politica è ella meno sozza e trista? La cancrena che non duole è ella manco mortale della piaga che duole e fa metter guai? E i fini temporali che si mescolano alle nominazioni de’ vescovi; e i mezzi destri pei quali ottener le sedi dal principe, sono forse altro che simonia? Simonia raffinata, sì, decente, e fino modesta: non ributta colla sfacciataggine, non duole in somma: mal segno, dico io! la cancrena è fatta, e ci vuole il ferro.

Perchè mai il principe mette tanto impegno a tirare a sè le nomine de’ Vescovi? È forse il bene della chiesa che in ciò gli sta a cuore? Se questo fosse, egli è evidente che lascerebbe scegliere i Vescovi alla chiesa stessa; perocchè è impossibile che egli presuma di poterli scegliere meglio di lei. È per aver ne’ vescovi semplicemente de’ sudditi fedeli, secondo le massime del Vangelo, e secondo lo spirito della chiesa? Se questo fosse, egli dovrebbe per ciò appunto lasciare alla chiesa, stessa l’eleggerli, giacchè più un Vescovo è degno di tal carattere, più anche è santo, più è uomo apostolico; e più è altresì fedele, di una fedeltà netta e cristiana. Badisi bene: dico fedele, anche a costo della propria vita; non dico adulatore, non dico [p. 107 modifica]cortigiano, non dico brigante, non dico ligio servilmente a tutti i voleri, pensieri conosciuti, sospettati del re, del ministro, del governo, cui pur a lui sovente toccherebbe d’illuminare o guidare col codice del Vangelo, di cui è l’interprete104. Se non è questa la ragione per la quale il principe mette tanta importanza nell’aver in mano le nomine vescovili, egli è manifesto che cerca in esse un sostegno positivo, e non morale, ma politico della propria possanza, non divino, ma umano, un sostegno qualunque, non un sostegno puramente giusto. E non siamo con ciò nella simonia? Non è dunque simoniaca la causa, la radice delle nomine secolari? La chiesa non è con ciò snaturata? L’Episcopale officio non è avvilito e guasto? Per vero, che se il sovrano temporale cercasse con pura intenzione il solo bene spirituale della chiesa, quando anche toccasse a lui nominare il vescovo, egli non vorrebbe punto fidarsi nè di sè stesso, nè de’ ministri suoi; ma vorrebbe sì bene prendere a sua propria consigliera la chiesa stessa, attenendosi fedelmente ai consigli della medesima105.

116. Ma io dico di più: il lasciare la chiesa libera nella scelta de’ suoi pastori appartiene al vero interesse temporale del principe. Questo sembrerà un paradosso nel primo aspetto, e così l’hanno giudicato fin qui i politici volgari. Ma sollevandosi a considerazioni più elevate, facendo un calcolo [p. 108 modifica]degl’interessi più esteso, più profondo, si termina ritrovando essere una verità di fatto, questo lieto principio: «Ciò che è giusto e conforme allo spirito della Religione cristiana, è anche più utile in generale al principe cristiano:» dico in generale, cioè supponendolo reso massima di stato. Applichiamo questo principio alla materia di cui trattiamo.

Un vescovo che non è eletto dal principe, sarà un mediatore tra il principe e il popolo. Il principe può interamente contare su di lui, giacchè in tutti i tempi la Chiesa cattolica ha sempre inculcato ai sudditi la dottrina «che a loro non lice ribellarsi al proprio principe per qualsivoglia cagione». Il Pastore della chiesa adunque più che sarà investito dello spirito ecclesiastico, più che sarà l’eletto della chiesa stessa, e più altresì sarà costante nell’inculcare ai popoli la sommissione, l’ubbidienza, la sofferenza anche nelle più grandi oppressioni. Il popolo penderà dai labbri di lui che gl’insegna la mansuetudine e gliene da l’esempio in cui vede un uomo imparziale, un sacerdote di Cristo che non ha altro codice che il Vangelo. Ma se i vescovi sono dati dal principe, se il popolo vede in essi altrettanti impiegati del sovrano, se li considera come parte interessata avente un medesimo interesse in solido col principe, come riceverà le loro parole? Esse perderanno tutta la forza morale; e questa forza della religione, che è pur tanta, non potrà più prestare al principe alcun servigio, giacchè quando un mediatore diventa parte, egli cessa con questo stesso d’essere mediatore. Il principe avrà bensì un sostegno politico nel clero, in quanto è divenuto una sezione della nobiltà, in quanto conta nel suo seno de’ forti proprietarî, ed ha per le sue ricchezze molte aderenze civili, ma la forza che è propria della chiesa, la forza del Vangelo, e che è di un invincibile effetto, la forza che ha la giustizia ne’ cuori degli uomini, la forza che ha Dio stesso, e che ha sottomesso il mondo, questa forza non esiste più in que’ paesi dove i vescovi son posti dai principi, e quindi il principe per avidità d’aver troppo, ha perduto il più. Bensì nasce da ciò un indicibile danno alla religione, la quale è fatta odiosa al popolo, e partecipe di tutto l’odio che le fazioni politiche possono concitare contro i principi, e in tale stato tanto è lungi che ella possa sostenere il trono, che anzi non vale nè pure più a sostenere sè stessa. Questo è ciò che abbiamo veduto avvenire in Francia a’ giorni nostri. Quel clero non ha potuto frenare il furore della ribellione di cui è stato vittima insieme co’ re di quella nazione, appunto per l’insolidarietà politica formatasi in quello stato del clero col principe, appunto perchè quel clero fu l’eletto del principe stesso. Grande e spaventevole lezione! Era pur dotto, era pur pio, era pur eroico quel clero intrepido che è caduto senza avvilirsi sotto la ghilliottina; e tuttavia nulla poteva in quella nazione per altro non insensitiva nè alle voci del cristianesimo, nè alla generosità della virtù. No, non bastarono tutte le doti più splendide: il Gallicanismo lo ha perduto: egli insegnava una religione regia: egli aveva il peccato originale, poichè la voce del re lo costituiva: bastò questo perchè fosse il segno di tutti gli obbrobrî e di tutte le amarezze di cui fu sì abbondantemente abbeverato: quell’odio non fu odio del clero, fu odio del re, che perseguitava anche nel Clero, e col Clero la Religione.

117. Si faccia un’altra riflessione. Per un conquistatore, per un avventuriere che cerca di usurpare un trono, io intendo benissimo che potrà essere utile l’aver de’ vescovi che preferiscano i beni temporali alla religione, e che vendano a lui le anime loro. Ma per un principe cristiano, riconosciuto per legittimo, io sostengo che non v’è altra utilità maggiore di quella di avere nel suo regno degli uomini spassionati, che sappiano dire a lui la verità, anche a costo d’incorrere nella sua disgrazia. Io sostengo che per un principe cristiano non si dà utilità maggiore di quella di poter ben [p. 109 modifica]conoscere, e assicurarsi in che consista la giustizia, e in che consista il vero vantaggio della Religione cristiana. Ora, ciò posto, per aver sui troni della Chiesa di tali uomini integerrimi, non vi può essere sicuramente modo migliore, che il riceverli dalla chiesa stessa, la quale ha lo spirito di Dio; quando forse non si pretenda che il governo secolare conosca ed abbia lo spirito di Dio, meglio del clero e della chiesa. A tal segno io credo ciò vero, che se il principe volesse aver per vescovi degli uomini al tutto leali, e liberi annunziatori della verità, e pur volesse e sapesse eleggerli egli stesso, dovrebbe, operando con avvedimento, non farlo, che in occulto, cioè non facendo sapere a nessuno che l’elezione viene da lui, perchè il solo saperlo, basta acciocchè egli sia ingannato. Ma chi conosce il prezzo di quella modesta, ma però candida libertà evangelica, propria del carattere episcopale? Qual principe, o qual politica si leva tant’alto da potersi accorgere che quella libertà evangelica de’ vescovi impedirebbe il governo dello stato dal traboccare negli eccessi, sarebbe quella che varrebbe a trattenerlo indietro dall’orlo dell’abisso, in cui o l’inconsideratezza o le passioni de’ governanti talora lo spingono? Quanti stati sarebbero stati salvati dalle rivoluzioni e dall’anarchia, se questa preziosa libertà, vero aroma che dove si trova impedisce gli Stati cristiani dal corrompersi, fosse stata, secondo che ella si merita, apprezzata? Ma, come dicevo, in vece di calcolare il vantaggio di questo freno, che troverebbe l’ingiustizia e la passione degl’imperanti, tanto vantaggioso alla loro propria conservazione; si mette dalla inconsiderata prudenza del mondo per unico scopo della politica un cieco, illuminato, continuo aumento di potenza, e si considera come cosa antipolitica ogni limitazione messa al potere del governo; quasichè un potere dopo aver rimosso da sè ogni limite anche giusto, cioè dopo essere arrivato a poter liberamente operar tutto ciò che gli venga in mente, sia giusto sia ingiusto, potesse sussistere; o non anzi trovasse la sua distruzione appunto in questa illimitazione di potenza. Un monarca pienamente assoluto, non potrebbe sussistere nè pure pochi giorni sul trono: e i limiti che sogna di distruggere nell’ordine del diritto, li trova raddoppiati e raggravati nell’ordine del fatto. Perciò fu osservato con avvedimento, «che quando i principi vollero scuotere d’addosso ogni soggezione alla Chiesa, essi si trovarono veri schiavi del popolo:» e questo solo spiega tutte le circostanze politiche de’ nostri tempi. A dispetto delle tenebre che hanno sparse i sofisti nemici de’ troni e insieme loro adulatori, e de’ pregiudizi sistematici da’ quali sono macchiati gli storici moderni che hanno parlato del secolo xi, io mi permetto di far qui una riflessione, e mi appello agli uomini più spassionati e più penetranti, che dicano se non è giusta, e la riflessione è la seguente: «Allo stesso imperatore Enrico iv, dico io, fu veramente giovevole anche nell’ordine temporale il Clero libero rappresentato da Gregorio vii, e in apparente opposizione con lui, mentre il Clero suo schiavo e adulatore fu la vera cagione della sua rovina.» Strana affermazione; e pur facile a provarsi. Basta considerare che avvenne co’ baroni Tedeschi. I signori Sassoni e Tedeschi indispettiti per le sue sfrenatezze ed estreme tirannidi, ribellandosi a lui, si lagnavano altamente della lentezza e moderazione del Papa, e minacciavano di eleggersi da sè soli un nuovo imperatore, senza aspettare il giudizio del Papa. Questi all’incontro era quegli che tirava in lungo, voleva accomodar le cose, e faceva realmente da mediatore fra il Sovrano e quei Signori, desiderando di protrarre a veder se forse Enrico rientrasse in ragione, nel qual caso prometteva anzi di sostenerlo. Se non che que’ principi, menati a lungo e insofferenti, elessero, senza averne il consenso del Papa, che sempre stava per la conciliazione, Rodolfo duca di Svevia, il che rese interminabile il litigio, e perdette Enrico. Ora, se Enrico si fosse tenuto al Papa, egli sarebbe stato uno de’ più grandi Imperatori, [p. 110 modifica]le dissensioni si sarebbero aggiustate appunto colla mediazione del Clero libero, che per la sua libertà era ascoltato, era atto a tale mediazione. Ma chi tolse all’incontro ad Enrico questo vantaggio? Chi lo condusse a sì mal termine di morire detronizzato, ramingo, povero? Non altri che il suo Clero schiavo, a cui avea egli venduto i vescovati. Questo Clero fu che il consigliò ciecamente, non a mantenere una giusta autorità, ma ad appropriarsi ostinatamente una autorità senza freno di giustizia, un vano diritto di prepotenza che il mettesse in istato di fare così il male come il bene senza ostacolo; anzi un’autorità di far il male, giacchè quella di fare il bene da niuno gli era contesa. Questo Clero perdette dunque Enrico; un Clero fedele, non di fedeltà politica; ma di fedeltà evangelica, l’avrebbe salvato106.

118. Ora questa voglia di cercare nell’Episcopato un sostegno per fas et nefas, un mezzo, non che renda ai popoli riverita un’autorità giusta, ma che li faccia schiavi di un’autorità qualunque; questo principio, di cui è tanto difficile che si spogli il governo laicale; è quello appunto che il muove anche a nominare i Vescovi fatali alla Chiesa, i quali abbiano per avventura (ed oggidì non se ne può a meno), una cotale ecclesiastica apparenza, ma infatti non sieno liberi ministri di Dio, ma servi del principe vestiti da Vescovi. Perocchè la fedeltà che si cerca in essi uscendo da motivi umani, conviene aver persone le quali facciano molto conto de’ beni umani, e conviene evitare diligentemente la nomina di quegli uomini eccelsi sopra tutte le cose terrene i quali nelle ricchezze e nelle dignità che ricevono dalla mano del principe non ravvisano che una miseria loro sopravvenuta, ed un grave peso, a cui sommettono le spalle senza giubilo, ma con rassegnazione e per amore di Iddio107. Questi uomini evangelici, cui la verità feci liberi, sono anzi temuti dalla mondana politica, siccome scogli e impedimenti alle sue vane intraprese; e però la Chiesa ne vede sì rari splendere (il contrario de’ primi tempi) sulle sedie episcopali, e manca il mondo d’ingenui annunziatori dell’Evangelio, manca la giustizia eterna di maestri e di Sacerdoti; e mancano i principi di veramente fedeli amici e consiglieri.

E questa stessa ragione che il Vescovo dee poter essere uomo tale da [p. 111 modifica]render servigio leale al suo principe colla manifestazione della verità, ripruova quello che dicevo innanzi, non bastare all’episcopato degli spiriti mediocri. Troppa fortezza e troppa prudenza esige un tale ufficio. E troppa magnanimità ha comandato al Vescovo Colui che disse: «Il buon pastore dà la vita sua per le pecore (Jo. x, 11).» Queste non sono parole di consiglio, ma di stretta obbligazione; e però quegli che sarebbe un uomo onesto nella vita comune, sulla cattedra vescovile non sarà più che un lupo, o un cane muto, come la Scrittura chiama i Pastori che non sanno morire, o latrare. E qual re si fa coscienza di non nominare a Vescovo se non uomini che mostrino un petto sì integro e forte, che per non tacere all’uopo la verità, sappian morire?

119. Altri incomodi si aggiungono a tutti questi dalla regia nomina. I re ed i governi considerano i Vescovi come altrettanti impieghi politici, vengono guidati a sceglierli da quel sistema medesimo che prevale nel governo. Perocchè naturalmente si esige che tali Vescovi abbiano anch’essi abbracciate le stesse massime politiche. I Vescovi in questo stato di cose non possono più restarsi paghi e contenti dello studio delle eterne regole di verità e di giustizia, astenendosi dal prendere un partito nelle politiche dottrine, contentandosi di mantenere e conservare la pace e l’amore fra gli uomini colle massime universali e divine del Vangelo. Quindi è inevitabile, ove la nominazione de’ Vescovi si trovi in mano del potere laicale, che il sistema che presiede alla medesima sia variabile, come variano i principî de’ gabinetti e i ministerî: che si scelgano perciò a Vescovi oggi uomini di un certo colore, e dimani uomini di un altro, senza che mai venga il tempo che si scelgano uomini candidi, e di nessun colore. Intanto a tutti gl’interessi ed alle stesse passioni private è provveduto con tali nomine, fuorchè al bene spirituale de’ popoli, ed alla conservazione della Chiesa di Gesù Cristo.

120. Io non entro ad esporre tutto ciò che avrebbe a temer la Chiesa e lo Stato medesimo dalla nomina di Vescovi quando il sovrano sgraziatamente nascesse uno scimunito, o diventasse un uomo empio, e inimico della Chiesa, o quando avesse al fianco de’ ministri empî e alla Chiesa inimici. Troppo è noto che cosa è stato fatto in tali casi; come troppo è noto altresì con quanta facilità i principi sieno stati sempre ingannati dagli eretici avidi maestri di menzogna, di cortigianeria e di seduzione religiosa, dalla sottil malizia de’ quali, che sempre formicolano per le corti, e in esse cercan fautori, non dico solo i mali principi, ma gli ottimi, e segnatamente quelli che del ben della Chiesa hanno più ardore, rimangono più miseramente irretiti e sedotti108. L’eresia si mantella sotto il velo di pietà: e la teologia de’ laici non è sì fina da doverla potere discoprire sì tosto: quella parla dolci parole, fomenta l’ambizione, è indulgente alle passioni molli, e nulla le costa il simulare e mentire. Quindi anche i principi ottimi nominano in tali tempi de’ veri eretici che pur simulano dottrina cattolica, fino al tempo che resi forti, [p. 112 modifica]e già guastata la nazione, depongono anche le apparenze, traendosi la maschera dal volto. Tutte queste cose sono nelle storie recenti della Chiesa. Ma io parlerò di un pericolo ancor più tremendo perchè più occulto, o piuttosto di un male presente.

121. Una infaticabile potenza lavora oggidì e da molto tempo in ogni angolo della terra per diffondere i semi più velenosi di scisma nella Chiesa di Dio. Si è fabbricato pur troppo un sistema scismatico; ma lo scisma non si vede ancor punto, perocchè non si vede mai fino che non è scoppiato; e intanto i fautori (molti dei quali sono in buona fede) di questo sistema, parlano delle parole le più seduttrici ed insidiose negli orecchi di tutti i principi dell’Europa, e fanno loro sventuratamente credere, che quel sistema sia un baluardo necessario della loro autorità e potenza, ed annunciano il sistema contrario, che è il cattolicismo, colle accuse le più ingiuriose, spacciandolo siccome una pura umana invenzione, un maligno trovato dell’ambizione del capo della Chiesa. E come non resteranno sedotti i monarchi? Possono essi avere tanta penetrazione, tanta spassionatezza, tanto amore della verità, che formino un giudizio retto fra il sistema scismatico di cui parliamo, e la vera dottrina della Chiesa? Certo nol possono; e per essi a trovare il vero non ci ha altra via, che quella di serrare gli orecchi ai dottori particolari e senza missione, e aprirli ai pastori della Chiesa, ma ascoltando questi secondo il grado che viene loro assegnato dall’ordine gerarchico, credendo finalmente alle parole di Cristo, il quale ha detto, che la sua Chiesa l’ha edificata sopra di Pietro; parole che saranno d’inescusabile condanna a que’ principi, i quali avranno preferito la voce di un altro maestro a quella del Capo della Chiesa. Pur troppo ogni principe ha i suoi teologi, pur troppo crede di essere giustificato dinanzi a Dio seguendo forse i consigli di qualche Vescovo del suo regno. Ma che? In qual circolo vizioso s’involge egli, che fa scelta di que’ privati teologi? Or s’ella è così, come potrà assicurarsi di udir da essi la voce di Dio? Come saprà che è la Chiesa che gli parla? Questa Chiesa se vuol udirla, dee essere la Chiesa libera, e non la Chiesa serva; deve esser la Chiesa nell’ordine della gerarchia, e non può essere un membro della Chiesa allorchè si trova in contradizione col tutto. Altramente non vi sarà opinione, per quanto strana si voglia, che non si possa giustificare mediante il voto di teologi privati, o di Vescovi ligi al principe. Non così la verità viene a galla. Il principe non troverà ne’ suoi consultori che sè stesso, o i loro interessi. Intanto però il sistema scismatico di cui parlo è prevaluto pur troppo, e prevale universalmente. Or quale mezzo più sicuro di farlo prevalere più e più, della nominazione de’ Vescovi nelle mani de’ principi? Egli è evidente, che dove sieno i principi imbevuti di questo scismatico sistema, essi nominano a Vescovi persone, delle massime dei quali siano prima bene assicurati. E perchè questo scisma sta coperto come fuoco sotto la cenere; egli è evidente che nè pure il papa, colla riserva della confermazione dei nominati a Vescovi può ovviare a questa secreta distruzione della Chiesa; e le ritrattazioni, le dichiarazioni, i giuramenti non sono che palliativi inetti: a chi non ha coscienza, a chi fa la professione di sedurre, d’ingannare, sono mezzi acconcissimi al loro fine. Non avesse mai l’esperienza comprovata questa trista verità! Ma quando tutto il regno non avrà che Vescovi di tal natura, lo scisma, ad ogni poca occasione che nasca, sarà già fatto e consumato, senza ritardo, nè ostacolo alcuno. Se la Chiesa scismatica di Francia manifestatasi nell’occasione del concordato di Napoleone con Pio vii, fu la porzione minore della Chiesa di quella nazione, ciò si deve alla felice incongruenza di quel Clero singolare, il quale per un orgoglio nazionale mise le basi in Europa del sistema scismatico di cui parlo, e per un sentimento più retto di pietà, non fu fedele nella pratica alla sua vana teoria. E se quella [p. 113 modifica]piccola Chiesa scismatica non valse a turbare e conquassare tutta la Chiesa di quella nazione, e anco la Chiesa universale, come sarebbe avvenuto in altre circostanze, ciò fu unicamente per un tratto della divina Providenza, la quale permise che la politica di quell’uomo potente che dominava allora in Francia, e che tutto aveva a sè sottomesso con verga di ferro, fosse associata colla vera Chiesa e col sommo pontefice, rimanendo così impotente, ma non umiliata per questo, nè sommessa la scismatica fazione109.

122. Per quanti possano entrar disordini ed abusi nelle elezioni fatte dalle Diocesi o dalle provincie particolari, questi saranno sempre parziali, la corruzione che ne seguirà non si estenderà a tutta la nazione, non sarà fatta almeno dietro un sistema prestabilito, non sarà un principio di malizia infernale che regga tutte le elezioni e che influisca direttamente al pervertimento degli interi regni. Ma data la nomina ad un principe, che terribile potenza di fare il male non è messa nella volontà di un uomo solo! Data la nomina ad un gabinetto, che spaventevole potenza non viene con ciò costituita fuori della Chiesa, potenza che colla sua terribile azione sopravvive alla persone de’ principi, durando altrettando quanto appunto le massime adottate da’ gabinetti!

Pur troppo lo scisma è già avanzato! secretamente son poste le prime pietre di lui per tutta l’Europa: e son ben altro che le pietre, su cui s’innalza il tempio del Signore!

Ora ov’è, in circostanze così fatali per la Chiesa cattolica, chi non se ne dorma un sonno tranquillo! Tutto va bene, a giudizio de’ prudenti di questo secolo. A giudizio d’altri ancor più prudenti, è necessario che i cattolici non abbiano la temerità di parlare: conviene osservare perfetto silenzio per non eccitare inquietudini e rumori disgustosi: e tutto quello che può recar turbazione, non è che imprudenza e temerità. Tale specie di prudenza è l’arma più terribile di que’ che minano la Chiesa; essi la minano sordamente: e chi denunzia la loro mina, chi rivela il tradimento, sono i turbolenti sono i perturbatori della società. Intanto la Chiesa geme, e con troppa ragione può dire le parole del Profeta «che nella pace la sua amarezza s’è fatta amarissima.» Indi è, che se qualche voce, interrompendo il silenzio di morte, s’innalza a parlare de’ mezzi di salute che restano alla Chiesa, mirate onde viene: essa esce da qualche semplice fedele. Tutto al più sarà qualche povero sacerdote che ha tanto di coraggio. Ed erano due poveri sacerdoti, sia lode al vero, quelli che ultimamente, togliendo almen l’occasione da quella rivoluzione che in Francia rinnegò la Religione cattolica per religione dello Stato, osarono presentarsi supplichevoli ai Vescovi della loro religione, e sottopor loro queste riflessioni sulla nomina a’ vescovati.

«Fin a tanto che,» (dissero egli, rivolgendo il discorso a’ Vescovi della [p. 114 modifica]loro nazione). «i capi della Religione sono uomini di sua scelta, essa Religione non ha nulla a temere. Nè la persecuzione, nè la fame la uccideranno; nè la persecuzione, nè la fame hanno fatto perire le Chiese d’Oriente, di Germania e d’Inghilterra: esse sono perite per l’intervento corruttore del potere nella formazione dell’episcopato: sia che i Vescovi abbiano venduto di loro piena volontà la propria indipendenza, sia che abbian forse ignorato fino a quale segno uomini liberi e credenti possano spingere la resistenza a delle sacrileghe volontà. Ora la vostra volta è venuta, o sacrate reliquie de’ nostri Vescovi, la vostra volta è venuta di sostenere questo attacco sordo della autorità. Hanno già percorso coll’occhio le vostre teste incanutite nelle precedenti sventure; hanno contati i vostri anni, e si sono seco medesimi rallegrati: perciocchè certo è il tempo dell’uomo. Di mano in mano che voi vi spegnerete, collocheranno essi sulle vostre sedi de’ preti onorati di loro confidenza, la presenza de’ quali deciderà le vostre file, senza distruggere ancora l’unità. Un residuo di pudore sarà più tardi scancellato dai loro atti; l’ambizione sotterra stringerà degli orribili contratti; e l’ultimo di voi morendosi potrà discernere sotto l’altar maggiore della sua Cattedrale convinto che i suoi funerali sono i funerali di tutta la Chiesa di Francia.»

123. Che dunque? Sarà la Chiesa abbandonata? Non resta dunque speranza che il cattolicismo risorga dall’oppressione? che sieno ritornate libere le elezioni vescovili, senza le quali la Chiesa non può sussistere? No, non ve n’ha: tutta la forza è dalla parte dello scisma; dalla parte della Chiesa non v’ha che debolezza. Nè i Vescovi, nè lo stesso sommo Pontefice può rimediare al male, considerate le circostanze presenti: non v’ha dunque un potere nelle mani dell’uomo, acconcio a tanta impresa. V’ha bensì la persuasione, v’ha la parola d’Iddio; ed ella dee essere intimata anche al mondo che la rifiuta; e gl’inviati del Signore che la intimano, hanno salvate, intimandola, le anime loro, che perderebbero tacendo. Ma non è nuovo questo stato della Chiesa: altre volte la Chiesa non vedeva speranze di sorte alcuna negli uomini, o piuttosto non le vede mai; chè la Providenza di sopra degli uomini, vuol riserbare ogni gloria a sè sola; e dee essere esaltato il solo Capo invisibile della Chiesa, Gesù Cristo. Egli trionfera quando i suoi nemici appunto credono d’aver consumato la loro vittoria, e quando a’ suoi fedeli è venuto meno ogni soccorso, fuori di lui.

Fu particolarmente nella libertà delle elezioni, senza la quale la Chiesa perisce, che si vide sempre sopra tutti i pensamenti degli uomini risplendere l’onnipotente previdenza di Colui che ha ricevuto dal Padre «ogni potestà in cielo ed in terra.»

124. Il popolo cristiano, e la nazione cristiana membro di questo popolo, ha una costituzione di diritto veramente divino, cioè di fatto; perocchè i fatti sono di diritto divino, giacchè è Dio, solo Dio il guidatore di tutti i fatti. Guai a chi la tocca questa costituzione! guai a quella nazione che ne infrange le leggi! i mali traboccheranno su di lei in sì gran copia, ch’essa non cesserà d’essere agitata e lacerata fino a tanto che non è ritornata indietro e non ha ristabilita la costituzione di cui parliamo. Ecco quali sono le leggi semplici, universali, immutabili di questa costituzione.

Insiste essa su due perni, 1.° un diritto supremo, 2.° un fatto universale che è il risultato di tutti i fatti: cioè v’ha primieramente un potere supremamente legislatore, o, se più si vuole, un potere che annunzia le somme leggi, ed un potere che le sanziona; questi due poteri non si uniscono mai in una sola persona, ma essi appartengono sempre a persone diverse. Mi spiego.

Nel mezzo del popolo cristiano è posta una voce incessante che annunzia la legge evangelica, che è la giustizia completa. Questo ufficio è commesso [p. 115 modifica]alla Chiesa; esso è il potere legislatore o promulgatore delle leggi. Ma onde trae la sua sanzione? la sanzione dico non di un’altra vita, ma della presente? La Chiesa è inerme (intendo di armi materiali) e il carattere essenziale di lei si legge espresso nelle parole colle quali Cristo diede agli Apostoli la missione: «Ecco che io mando voi come agnelli nel mezzo dei lupi (Matth. x, 16.)» La sanzione temporale non è di sua natura nelle mani della Chiesa: v’ha un altro potere: Iddio ha divisa la legge della sua sanzione. Commise l’annunziar quella alla Chiesa, e a sè solo ha riserbato il sanzionarla anche temporalmente, acciocchè nissun uomo possa gloriarsi, o dominare sui suoi simili: non la Chiesa, per la sua debolezza fisica; e meno ancora il governo temporale, perocchè la forza bruta non può esser cagione di gloria per l’uomo. E tuttavia Iddio non sanziona temporalmente la legge della Chiesa in generale co’ miracoli: egli anzi ha per così dire organizzata nel suo popolo la sanzione della legge annunziata dalla Chiesa, cioè egli ha costituito il popolo de’ credenti in cotal modo da trovarsi nella felice necessità di dover sanzionare egli medesimo la legge divina: così il potere che sanziona la legge l’ha ceduto al suo popolo: ciò che son per dire darà luce a questa affermazione, che non dee insospettire nessuno.

Nel popolo cristiano, cioè in ogni nazione che gli appartenga, appariscono sempre tre poteri di fatto: il poter supremo o governativo, il potere degli ottimati, o nobili, e il potere della plebe. Egli avviene che ove l’uno di questi tre poteri si rende colpevole, trovi una opposizione ed anco la sua punizione negli altri due, i quali allora si collegano insieme per difendere la giustizia contro il terzo potere che ne infrange le leggi. Ciò che dico avvenire, lo ripeto, non appartiene che al fatto storico, ed io mi astengo al tutto, in questa esposizione di ciò che avviene, da ogni questione di diritto. Perchè ciascun potere sia ritenuto in questa soggezione, che lo impedisce dal peccare impunito; è manifestamente necessario che due dei tre poteri sopra indicati sieno sempre più forti del terzo, perocchè allora solo la loro alleanza temporanea in favore della giustizia è la sanzione della giustizia medesima. Ora una tale sanzione tanto più sarà efficace, quanto i due poteri collegati riescano più forti del terzo lasciato a sè stesso, e la giustizia rimarrà tanto più protetta ed assicurata. Perchè poi la colpa contro la giustizia può cadere in ciascuno dei tre poteri, la migliore riputazione della forza in favore della giustizia è indubitatamente quella «per la quale in qualunque caso la sanzione della giustizia contro il potere prevaricante riesca la massima possibile:» onde viene la conseguenza, che la ripartizione della forza più favorevole alla giustizia nel popolo cristiano, sia quella che stabilisce un perfetto equilibrio di forze fra i tre poteri, di modo che ciascun potere abbia un’uguale quantità di forza, avvenendo allora, che in ogni prevaricazione dell’uno o dell’altro potere trovi contro di sè negli altri due una opposizione che lo soverchia di lunga mano, cioè che sta a lui come due ad uno. Il perchè se egli avvenga che l’uno de’ tre poteri si renda più forte degli altri due insieme presi, allora v’è la tirannia, almeno in potenza: se avviene che due poteri si colleghino insieme a favore dell’ingiustizia, e in oppressione della minorità, cioè del terzo potere, vi è Congiura contro lo Stato. Ma se tutti e tre i poteri sono congiurati contro la giustizia, ciò che non avverrebbe in oppressione di sè stessi ma della Chiesa, allora è il tempo in cui quella nazione perde il cattolicismo, e più tardi esce anco dal cristianesimo. Queste sono le tre malattie radicali della società civile cristiana. A che poi sia riserbata una nazione staccata dalla Chiesa, e così sottratta al magisterio della verità, è difficile il dirlo: ella non appartiene più al popolo di Dio di cui parliamo; essa si è messa nell’ordine delle nazioni infedeli, o almeno dee terminare con mettervisi, e le nazioni infedeli sono soggette a de’ mali [p. 116 modifica]loro proprî: essa riceve in sè qualche cosa di più funesto ancora delle nazioni infedeli, cioè una legge di degradazione che non ci lascia predire, ove la condurrebbe, se altre cause non perturbassero la sua azione infaticabile; perciocchè non v’è ancora nelle storie un esempio di nazione che abbia esauriti tutti i cangiamenti a cui una legge sì fatale incessantemente la impinge, e che venuta a certi estremi non sia tornata indietro impaurita, come da un abisso che vide spalancatosi innanzi, riavvicinandosi alla Chiesa cattolica, o anche rientrando in essa lasciando perciò questo caso di morte per apostasia, e tornando agli altri due mali delle nazioni cristiane, la tirannia, e la congiura contro lo Stato, dico che la nazione cattolica affetta da questi due mali, non cesserà dall’essere agitata, fino a che non avrà espulso dal suo seno il germe del suo tristo malore, e non avrà ristabilito la legge della sua costituzione divina, consistente in trovarsi due dei tre poteri sempre più forti del terzo solo, e quindi sempre atti a sanzionare in ogni caso la giustizia dal terzo violata.

125. Ora di questa costituzione appunto, propria degli Stati cristiani sempre usò la Providenza per francare le elezioni de’ Vescovi, quando l’uno dei tre poteri attentò di usurparsele. Fu un tempo in cui la nobiltà impediva la libertà delle elezioni, tutto mettendo in opera per diventarne essa stessa l’arbitra. Allora la divina Providenza si servì de’ sovrani d’accordo colla plebe per rivendicare alla Chiesa il suo diritto, e ritornar libere le elezioni110. L’abuso altre volte fu nella plebe; e questo pure fu tolto venendo la chiesa aiutata dai sovrani e dalla nobiltà111. Immortali beneficî che i pii monarchi resero alla chiesa, e de’ quali la chiesa fu e sarà memore fino alla fine [p. 117 modifica]de’ secoli! Finalmente i Monarchi stessi invasero e tiranneggiarono orribilmente le elezioni, e ciò diede occasioni alla grande lotta che cominciò ai tempi di Gregorio vii, nella quale la chiesa fu rivendicata dalla nobiltà e dal popolo, contro l’usurpazione de’ sovrani. Umiliati i sovrani, sollevò il capo di nuovo la nobiltà, ma più destramente s’impossessò delle elezioni non meno che delle sedi vescovili, conducendo le cose in modo, che escluso il popolo e la maggioranza del Clero, le elezioni dipendessero da’ Capitoli cattedrali, i quali divennero uno scolo della nobiltà, salve sempre le dovute eccezioni. In questo mezzo però la sovranità di nuovo prese forza sulla nobiltà che si avviliva, e giunse a comprimerla, e finalmente a dominarla interamente. Allora i principi ottennero la nomina de’ Vescovi, cioè, dubitazione alcuna, la influenza massima nelle elezioni vescovili; ma tale influenza fu legalizzata in forma di una protezione, fu usata con cautela ed esteriore decenza, fu ornata di tutto il buon gusto diplomatico. Intanto però lo scisma si fa sempre più irreparabile: e chi ne salverà la Chiesa? chi ne salverà il mondo? chi ne salverà i troni affaticati a preparare a sè stessi le più miserande sciagure e le più strane peripezie? Di quali de’ tre poteri rimane alla divina Providenza di far uso per sanzionare ancora una volta la legge della giustizia, e per restituire alla Chiesa quella piena libertà di esistere che non fu mai toccata da mano mortale impunemente? Uno sguardo solo sulla terra, e la risposta è fatta. La tremenda sanzione della Divina Providenza non è più nelle tenebre, non si fa indovinare. Ella è cominciata, e sonante in vari punti d’Europa e dell’universo. L’Inghilterra e l’Irlanda, gli Stati uniti, il Belgio hanno libertà di eleggere i Vescovi: a nessun prezzo la Providenza si rimarrà dal redimere alla Chiesa una tale libertà in tutte le nazioni della terra: ne stieno certi i monarchi. I popoli, sì i popoli sono la verga di cui ella si serve. Le ribellioni sono esecrabili; e chi più le esecra della Chiesa? chi più le condanna? Ma quello che non fa la Chiesa, quello che non fanno i buoni; quello appunto il fa la potenza di Gesù Cristo che è Signore de’ regi e dei popoli, che piega al suo volere le cose tutte e che suol cavare sempre i beni da’ mali. Egli userà anche il braccio de’ malvagi al suo intendimento.

126. Sì, lo scompiglio di tutta l’Europa, oso dire che è irreparabile, perocchè non v’avrebbe che un solo mezzo di fuggirlo, quello di rimettere la Chiesa di Dio nella sua piena libertà, e nell’usare verso di essa tutta la sommissione e la giustizia. Ma questo mezzo è anche il solo che non si vede, è il solo che sciaguratamente si rifiuta. Tutto si tenta, tutto s’adopera, gli eserciti e le più prudenti negoziazioni: ma tutti questi mezzi sono simili a que’ soccorsi estremi che colla più grande premura e vigilanza si prestano ad un moribondo, i quali assai ottengono quando riescono a prolungare per alcuni istanti i suoi mortali patimenti. Manca forse l’intelligenza? no, manca la fede: manca un sufficiente amore alla giustizia. Non si crede che la Providenza abbia un consiglio fisso nel governo degli eventi; non si crede che la Chiesa abbia una missione che vuol esser ad ogni costo adempiuta: l’uomo si persuade di poter fare senza di lei; così l’incredulità toglie poi anche l’intelligenza, cioè rende inintelligibile il sacro universal grido de’ popoli cristiani, quello di liberta’: i quali popoli dicono di ribellarsi per una cagione non vera; mentendo a sè stessi; poichè della vera cagione, per la quale si sollevano, essi hanno una profonda coscienza, e ne manca loro l’espressione. Deh! s’impari, che i cristiani, essenzialmente liberi, non possono servire all’uomo, in cui non veggano Iddio, non possono servire che ad una condizione, di apprendere dal magisterio della Chiesa la legge evangelica di umiltà e di mansuetudine, e che la Chiesa schiava e spregiata non è più atta a loro insegnarla. Ah se queste verità s’intendessero, vi sarebbe forse ancor tempo!

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Note

  1. Negli Atti apostolici si legge, che Paolo e Barnaba «costituivano nelle singole «Chiese de’ seniori,» cioè de’ Vescovi e de’ Sacerdoti. C. xiv, 22.
  2. S. Paolo avea consacrato Tito in Vescovo di Creta; ora scrivendogli gli ordina che faccia anch’egli il medesimo con altre città. «Per questa ragione, dice, ti ho lasciato a Creta, acciocchè tu corregga quelle cose che mancano, e costituisca nelle singole città de’ seniori (cioè de’ Vescovi) com’io ho disposto con te.» Tit. 1, 3.
  3. «Colui che vien chiamato al vescovado, dice Origene, non è perchè comandi, ma perchè serva alla Chiesa: e le renda il suo servigio con tanta modestia e con tanta umiltà, che giovi a chi lo rende e a chi lo riceve:» ed aggiunge questa ragione, che è comune a qualunque altro reggimento cristiano, non che a quel della Chiesa «poichè il governo de’ cristiani dee essere tutto diverso da quel de’ pagani, il qual riesce duro, insolente e vano» Hom. in Matth. xx, 25. Questa dottrina del Vangelo è uniforme in tutti i Padri.
  4. Rimane ancora nel Pontificale Romano la cerimonia colla quale il Vescovo dimanda degli ordinandi se godano di un buon testimonio presso i fedeli. Ma deh che cosa ho detto, quando ho detto, che rimane una cerimonia!
  5. Origene nell’Omelia xxii sui Num, e nella vi sul Levit: dice che «nell’ordinazione del Vescovo; oltre all’elezione di Dio, «si ricerca la presenza del popolo, affine che tutti sien rassicurati, che si elegge in Pontefice il più eccellente e il più dotto che sia, e il più santo, e il più distinto in ogni virtù. Il popolo sarà dunque presente, perchè nessuno abbia a dolersi, e che sia tolto ogni scrupolo.»
  6. Un tale concetto del sacerdozio pur troppo prevale: si crede, o si affetta di credere che le funzioni del cristiano sacerdote tutte si limitino dalle mura materiali della Chiesa!! Ecco in che modo parlava poco fa il sign. Dupin seniore nella camera de’ deputati di Francia (seduta del 23 febbraio 1833): J’ai le plus profond respect pour la libertè du prêtre, tant qu’il se renferme dans ses fonctions: si cette liberté était attaquée, je serais le premier à la défendre; mais que le prêtre se contente du maniement des choses saintes, et qu’il ne sorte pas du seuil de son éclise: hors de la, il rentre pour moins dans la foule des citoyens, il n’a plus de droits que ceux du droit comun. È questo il prete cattolico? è il prete istituito da Gesù Cristo questo di cui si parla? Ma dove mai Gesù Cristo ha rinserrato il sacerdozio entro le mura della Chiesa? Oh non gli ha detto: «Andate predicate a tutte le genti?» non gli ha detto: «Voi siete il sale della terra?» Quando ha parlato di templi materiali il divino Fondatore detta Chiesa il quale ha insegnato che «i veri adoratori adorano il Padre in ispirito e verità» E non ha dato al sacerdote la facoltà di sciogliere e di legare? forse solo dentro le chiese? allorchè gli ha comandato di annunziare la verità dal di sopra de’ tetti, allorchè lo ha invitato dicendo: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi:» allorchè gli ha ingiunto di portare il Vangelo nel cospetto dei tiranni e dei dominatori della terra, metteva egli allora quegli stretti limiti al sacerdozio cristiano, di cui lo circonda il sig. Dupin? Ma l’ignoranza, o i pregiudizî del sig. Dupin sono in certo modo scusabili, poichè sono l’effetto di tutto il tristo sistema delle cose pubbliche, e degli imbarazzi creati dalla politica alla Religione.
  7. Il grande S. Leone conosceva assai bene che il costringere il popolo a ricevere un Vescovo da lui non voluto era un depravarlo, e questa è una delle ragioni per le quali quel santissimo Pontefice sta fermo nel mantenere la disciplina antica della chiesa circa l’elezione dei Vescovi fatta per via del clero, popolo, e Vescovi provinciali. Ecco uno de’ molti passi di questo grand’uomo, che potrei riportar qui in prova di ciò che affermo. Egli scrive nell’anno 445 ad Anastasio Vescovo di Tessalonica in questo modo (cap. 5): «Quando si tratterà dell’elezione del sommo Sacerdote, si preferisca a tutti colui che il consenso del clero e della plebe ha concordemente richiesto: di modo che se forse i voti si spartirono in altra persona, venga preferito quegli, a giudizio del Metropolitano, il quale ha conseguito più di affetto, e possiede più meriti: solo si badi, che nessuno si ordini di quelli che non sono voluti o non domandati, acciocchè la plebe contrariata non disprezzi od odii il suo Vescovo; e non diventi meno religiosa che non conviene, non avendo potuto avere quello ch’essa avrebbe volutone plebs invita Episcopum aut contemnat aut oderit; et fiat minus retigiosa quem convenit, cui non licuerit habere quem voluerit. Tale era la maniera di pensare de’ Leoni! Vedete ciò che il medesimo sommo Pontefice scrive nella lettera a’ Vescovi della provincia Viennese cap. 3, e nella lettera a Rustico di Narbona cap. 7.
  8. Per vedere quant’era la stretta unione e dipendenza, negli antichi tempi, de’ popoli coi loro Vescovi, basterà desumerlo da una circostanza, che non solo i Sacerdoti, ma anco i semplici fedeli, passando da una provincia ad un’altra, doveano prendere da’ loro Vescovi delle lettere per mostrare che essi erano nella comunione della Chiesa. Nel concilio di Arles dell’anno 314 si ordina «che anche i governatori delle province, giunti a quelle cariche mentr’erano fedeli, debbono come gli altri prender lettera di comunione de’ loro Vescovi, e il Vescovo del luogo dove esercitano la carica, dee aver pensiero d’essi, e se alcuna cosa fanno contro la disciplina, scomunicarli». Lo stesso di tutti coloro che sostengono pubblici impieghi.
  9. Anche prima di quest’epoca, e appena che gl’imperatori furono cristiani, questi fecero qualche tentativo particolare di mescolarsi nelle elezioni de’ Vescovi, ma per dir vero, ciò non fu tanto colpa loro propria, quanto de’ tristi ecclesiastici da’ quali venivano sorpresi e trascinati a fatti così sovversivi della ecclesiastica costituzione. Quanto non è facile a un principe secolare restare ingannato dall’ipocrisia e dall’audacia, o dall’ignoranza de’ mali sacerdoti, sopra tutto in materia ecclesiastica! Il grande Atanasio ebbe troppo altamente a dolersi a questo riguardo dei tentativi dello stesso grande Costantino. Ecco ciò che scrive di lui quel Padre, invitto campione della divinità del Verbo: «Questi, dice parlando di Costantino, andò pensando al modo come potesse alterare la legge, dissolvere la costituzione del Signore tramandataci dagli Apostoli, e cangiando la consuetudine della Chiesa inventò egli un nuovo modo di costituire i Vescovi! Egli li spedisce ai popoli, che non li vogliono da luoghi stranieri, lontano per un intervallo di ben cinquanta giornate, e il fa scortare da’ soldati: e tali Vescovi, invece di ricevere quella giustizia che farebber di loro i popoli, portano essi stessi ai giudici e minacce e lettere,» Epist. ad solitariam vitam agentes. In questo passo apparisce quanto la maniera di eleggere i Vescovi per opera del Clero e del popolo si teneva un punto importante della costituzione della Chiesa, e se ne riputava l’istituzione divina e mantenuta dalla apostolica tradizione. — Anche S. Cipriano nell’ep. 68 dichiara che questa maniera di eleggere i Vescovi è di diritto divino: de traditione divina et apostolica observatione descendit. Merita ancora matura riflessione il biasimo che dà S. Atanasio a Costantino per mandare i vescovi ex aliis locis et quinquaginta mansionum intervallo disjunctis!
  10. Tuttavia si voleva che unitamente al voto dell’imperatore vi fosse sempre l’elezione canonica del Clero e del popolo. A ragione d’esempio Epifanio sul principio del secolo vi Patriarca di Costantinopoli, dando relazione della sua elezione al Romano Pontefice Ormisda, dopo aver detto che fu eletto dall’imperatore Giustino e da tutti i grandi, soggiunse che «non vi mancò il consenso de’ Sacerdoti, de’ monaci, e della plebe». Simul et sacerdotum et monachorum et fidelissimae plebis consensus accessit. Così nello stesso secolo «la lettera del sommo Pontefice Agapito, che fu letta nel Sinodo di Costantinopoli tenuto sotto il Patriarca Menna, parlando dell’elezione di questo, si esprime bensì che vi fu anco il consenso imperiale, ma come un accessorio; e insiste su quello che era di regola canonica, cioè sull’elezione del Clero e del popolo. Ecco le parole di quel Papa: Cui, licet, praeter caeteros, serenissimorum imperatorum electio arriserit, similiter tamen et totius Cleri ac populi consensus accessit, ut et a singulis eligi crederetur; le quali parole spirano libertà ecclesiastica.

    E qual fu mai la cagione per la quale in certi tempi si rese scopertamente venale il patriarcato di Costantinopoli? Perchè in altri fu veduto il papato? chi non vede che non fu altra se non i beni temporali annessi non più alla carità, ma alla pompa di queste sedi? Gli uomini del mondo non sono disposti a spendere per dignità, che non abbiamo annesso de’ vantaggi di modo.

  11. Quanta importanza non pose la Chiesa dai primi fino ai moderni secoli in mantenere inviolabilmente il metodo dette elezioni Vescovili, consistente nel consenso di tutti, e nel giudizio del Clero! Essendo a questo punto a mio avviso qualche cosa che altamente interessa la divina costituzione della Chiesa, io non voglio ommettere di riportar qui anche degli altri documenti anteriori al secolo vi, atti a provare la continua sollecitissima cura della Chiesa a mantenere le elezioni immuni dall’influenza di ogni potere laicale.

    Già fino nel gran Concilio Niceno si sentì il bisogno di fermare con un canone (can. 6) l’apostolica e divina consuetudine delle elezioni; il che prova che appena gl’imperatori furono cristiani, la libertà della Chiesa s’accorse d’essere minacciata. Per la stessa cagione i Concili susseguenti non mancarono di pubblicar decreti perchè restasse fermo l’antico e legittimo modo di eleggere i Vescovi per via di Clero e popolo; intra gli altri l’Antiocheno, can. 19 e 23.

    Fra’ canoni apostolici se ne trova uno, ed è il xxix, che dice così: «Se un Vescovo, facendo uso de’ principi secolari, ha ottenuto la Chiesa pel loro favore, sia deposto, segregato, e simigliantemente sia fatto di tutti quelli che con lui comunicano.»

    Il papa Celestino I, sul principio del secolo v, fece parimente un decreto, col quale manteneva la stessa libertà; Nullus invitis, dice, detur Episcopus; Cleri, Plebis et Ordinis consensus et desiderium requiratur.

    Il grande S. Leone, che tenne la cattedra di S. Pietro nello stesso secolo, cioè dal 440 fino al 461, e che abbiamo citato più sopra, fu di continuo inteso a guarentire la forma libera e canonica delle elezioni de’ Vescovi: basti indicare il decreto ad Anastasio vescovo di Tessalonica, ove dice; Nulla ratio sinit, ut inter Episcopos habeantur, qui nec a Clericis sunt electi, nec a plebe expetiti, nec a Provincialibus cum Metropolitani judicio consecrati.

  12. Can. 3. Il Fleury esponendo il contenuto di questo Concilio dice che «vi si raccomanda l’antica formalità nell’elezione de’ Vescovi della provincia col consenso del Clero e de’ cittadini; probabilmente per gli torbidi che la possanza temporale incominciava ad introdurvi.» Lib. xxxii, § lix.
  13. Can. 10. Nulli episcopatum praemiis aut comparatione liceat adipisci, sed cum voluntate regis iuxta electionem cleri ac plebis.
  14. Così pur troppo è avvenuto. Fra le forme conservateci da Marcolfo (L. i. Ved. anche l’Appendice ad T. ii. de’ Consigli della Francia del P. Sirmondo), le quali erano in uso in Francia sotto i Re della famiglia Merovingia, v’è appunto non quella del consenso che il re desse alle elezioni de’ Vescovi, ma sì del precetto. Ella è espressa così; «Con consiglio e volontà de’ Vescovi, e de’ nostri grandi, secondo la volontà e il consenso del Clero e delle plebi della stessa città, nella sopra detta città N. noi vi commettiamo in nome di Dio la Pontificale dignità. Per il che col presente precetto decidiamo e comandiamo che la sopraddetta città, o i beni di essa Chiesa, e il Clero rimangano sotto il vostro arbitrio o governo.» Nulla di più frequente negli scrittori di questo tempo che il trovare la frase che «per comando del re» questi o quegli fosse fatto Vescovo. Vi hanno ancora le formole di suppliche che presentava il popolo al re perchè uscisse fuori questo precetto: facevano bisogno delle suppliche per ottenere de’ comandi! tali comandi!
  15. L’adulazione e la vanità inventano queste espressioni, e son prima senza valore, ma passano ben presto ad acquistarne uno troppo reale. È strano il non accorgersi che in questo modo non si concilia ai Sovrani quel vero e costante rispetto che loro si dee, ma si usa un linguaggio che diventa in un tempo o nell’altro satirico. Per vero egli sembra un discorso ironico e mordace quello di uno scrittore del secolo scorso, per altro assai erudito, il quale essendo stato censurato per aver detto di questo tempo di cui parliamo, che era «un beneficio del re che il Clero godesse la libertà dell’eleggere, e che il re era l’arbitro e il giudice dell’elezione» (quasichè queste due cose possano stare insieme); si difende col dire che per beneficio regio intende l’avere i re cessato dall’usurpazione. Non sarebbe questo uno dei beneficii dei ladroni i quali donano la vita? Ecco le parole dello scrittore per altro sinceramente divoto alla laica potestà: Jus eligendi penes Clerum erat. Sed quia saepe reges electionum usum interturbaverant, assensum in merum imperium venere soliti, Ecclesia Gallicana his qui veterem electionum usum restituerant, ut Ludovico Pio, plurimum se debere profitebatur. Eorum certe beneficiorum erat asserta et vindicata sacrarum electionum libertas etc. N. Alex. ad calcem Dissert. vi in saec. xv et xvi.
  16. S. Gregorio di Tour scriveva (anno 527) Jam tunc germen illud iniquum caeperat fructificare ut sacerdotium aut venderetur a regibus aut compararetur a Clericis; le quali parole scrive il Santo dopo aver recati più fatti di Cherici che avevano ottenute le sedi episcopali dai re non per virtù pastorale che avessero, ma per la virtù dei danari.
  17. I re Goti usurparonsi la nomina dello stesso sommo Pontefice, turbandone la canonica elezione. Cacciati questi d’Italia, Giustiniano tenne per sè il diritto di confermare i Pontefici; i successori di lui esigettero una grossa somma di danaro dal nuovo Papa per la grazia di questa conferma, la qual somma fu pagata fino a Costantino Pogonato, che ascese al trono l’anno 668.
  18. II. Ind. c. ii. ep. 22. S. Gregorio era vigilantissimo sulla libertà delle elezioni dei Vescovati; e questo è argomento che s’incontra frequente nelle sue lettere. Ved. fra le altre iii ep. 7.
  19. Ecco l’espressione dell’editto che è una contraddizione in terminis; Ideoque, definitionis nostrae est, ut canonum statuta in omnibus conserventur... Ita ut, Episcopo decedente in loco ipsius, qui a Metropolitano ordinari debet cum Provincialibus a Clero et populo eligatur. Dopo di queste belle parole susseguono immediatamente queste altre: Et si persona condigna fuerit, per ordinationem principis ordinetur: vel certe, si de palatio eligitur, per meritum personae et doctrinae ordinetur. Ecco come la potestà civile intendeva che si mantenessero gli statuti canonici in omnibus!!!
  20. Ecco alcuni fatti. Gregorio di Tours (L. iv, c. 5 e 6) narra che i Vescovi pregarono con istanza Catone, eletto canonicamente a Vescovo della Chiesa di Arvernia, che consentisse di essere consecrato senza aspettare la nomina del re Teobaldo (a. 554). Lo stesso S. Gregorio racconta (L. vi, c. 7) che Albino successe a Ferreolo nella sede Uceticese extra regis consilium. Morto Albino narra il medesimo storico che un certo Giovino ricevette il precetto regio di prendersi quell’episcopato, ma essendosi sollecitati a far l’elezione canonica i Vescovi comprovinciali, prevennero Giovino, e diedero la sede al diacono Marcello (Lib. vii, c. 31). — Dimandando i cittadini di Tours al re che loro concedesse a Vescovo Eufronio che avevano canonicamente eletto, il re rispose: praeceperam ut Cato Presbyter illic ordinaretur, et cur est spreta jussio nostra? (Gregor. Touron. L. iv, ii, 15). Avendo il re Clotario messo nella Chiesa Santonese per Vescovo Emerito, convenne sopportarlo, ma morto il re Clotario, il Metropolitano Leonzio congregati i Vescovi della provincia, lo depose dall’episcopato come quello che non era canonicamente eletto (anno 562) (Greg. Tour. L. iv, c. 26). Medesimamente i Vescovi dell’Aquitania s’affrettarono a dar la Chiesa di Aqui al prete Faustiniano a malgrado che il re Childerico avesse destinato quella sede pel conte Nicezio. Perciò Costantino Roncaglia saviamente dice che «avendo giudicato i Vescovi essere di loro dovere l’opporsi all’autorità del re che tentava di largheggiare colle sedi episcopali, è manifesto che quei principi non furono mai nel pacifico possesso di tal potere, che attribuivano a sè stessi nella elezione dei Vescovi a loro volontà,» e che «la Chiesa non vi ha mai consentito liberamente, quantunque non di rado le sia forza di sopportar molte cose come a pietosa madre, acciocchè non le intervenga di peggio.»
  21. Fra l’altre cose egli scrive a Leone Isaurico queste notabili parole: Quemadmodum Pontifex introspiciendi in palatium potestatem non habet ac dignitates regias deferendi: sic neque imperator in Ecclesiam introspiciendi et electiones in Clero peragendi. Epist. ii ad Leon. Isaurum.
  22. I Vescovi di Francia in questo tempo non potevano più uscir del regno senza licenza espressa del re, nè un Metropolitano poteva inviare un Vescovo qual suo legato fuori di Stato come si rileva dalla lettera d’Incmaro di Reims a Papa Adriano scritta nell’869.
  23. Can. 8. Apostolicis et synodicis canonibus promotiones et consecrationes Episcoporum, et potentia et praeceptione principum factas interdicentibus, concordantes, definimus, et sententiam nos quoque proferimus, ut si quis Episcopus, per versutiam vet tyrannidem principum; hujusmodi dignitatis consecrationem susceperit, deponatur omnimodis, utpote, qui non ex voluntate Dei, et ritu ac decreto Ecclesiastico, sed ex voluntate carnalis sensus, ex hominibus, et per homines, Dei donum possidere voluit vet consensit.

    Can. 33. Promotiones atque consecrationes Episcoporum concordans prioribus conciliis electione ac decreto Episcoporum Collegii fieri, sancta haec et universalis Synodus definit et statuit atque jure promulgat, neminem laicorum principum vel potentum semel inserere electioni Patriarchae, vel Metropolitae, aut cujuslibet Episcopi; ne videlicet inordinata hinc et incongrua fiat confusio vet contentio; praesertim cum nullam in talibus potestatem quemquam potestativorum vel caeterorum laicorum habere conveniat sed potius silere ac attendere sibi, usquequo regulariter a Collegio Ecclesiastico suscipiat

  24. Tanto più riescon osservabili questi canoni, dice il Fleury, quanto che si pubblicavano «in presenza dell’imperatore e del senato.» Lib. li, § xlv. Altri canoni furono fatti in questo Concilio in difesa detta libertà della Chiesa. I principali sono i seguenti: Can. 21. «Quelli che sono possenti nel mondo rispetteranno i cinque Patriarchi senza intraprendere di toglier loro il possedimento delle sedi e nulla fare contro l’onore loro dovuto» dal quale si vede come i patriarcati erano presi di mira più che le altre sedi, per l’emolumento e la potenza temporale maggiore che vi era annessa. — Can. 14. «I vescovi dalle loro Chiese per andar incontro agli strategi, o governatori, discendendo da cavallo, o prostrandosi dinanzi a loro. Deggiono mantenere la necessaria autorità per riprenderli quando occorre.» — Can. 17. «I Patriarchi hanno diritto di convocare i Metropolitani al loro Concilio, quando stimino a proposito, senza che quelli si possano scusare dicendo che sono ritenuti dal principe.» E soggiungono queste parole: «Rigettiam con orrore quel che dicono alcuni ignoranti, che non si possano tener concilii senza la presenza del principe.» così parlano i Concili ecumenici.
  25. Ecco a ragion d’esempio con qual miscuglio di comando e di preghiera, di sommissione e di autorità, con quale stile di pietà che involge la prepotenza, scrive Luigi ii ad Adone Arcivescovo di Vienna, per imporgli, o comecchessia muoverlo a far Vescovo di Grenoble un certo Bernario, unicamente perchè era un cherico dell’Imperator Lottario, e perchè questo Imperatore desiderava che fosse fatto Vescovo: «Il nostro amantissimo fratello Lottario, dice, pregò la nostra mansuetudine (mansuetudinem nostram), che a un certo suo cherico per nome Bernario volessimo concedere l’episcopato di Grenoble, il che benignissimemente abbiam fatto (quod nos benignissime fecimus).» Ecco la prepotenza di Sua Mansuetudine: prima fa la cosa, e poi umilmente si rivolge alla Chiesa per essa. «Perciò ammoniamo la tua santità (monemus), ad ordinare, tu ubbidisca (obedias) tostameme (mox) alla volontà sua, assicurandoti della nostra concessione che sia ordinato nella Chiesa di Grenoble.» Le raccomandazioni di Carlo il Calvo, e di Luigi iii, erano su questo medesimo stile, che contiene più contraddizioni che parole. Talora in raccomandando qualche soggetto, aggiungevano la clausola; «Se non fosse trovato degno;» lasciandone l’esame al Metropolitano; ma quello che valessero realmente sì fatte clausole si può giudicare dal fatto del Concilio di Fismes con Luigi iii, che poco appresso raccontiamo.
  26. Ecco il progresso delle usurpazioni: 1. il potere laico impedisce alla Chiesa di fare le elezioni senza averne ottenuto prima da lui il permesso; 2. poi questo permesso diventa una pura grazia sovrana, che si nega o si concede ad arbitrio; 3. questa grazia non si vuol più dare gratuitamente, ma si fa pagare da chicchessia; 4. finalmente questa grazia sovrana venduta, colla quale si permette di far l’elezione, si accorda colla condizione di eleggersi però quel soggetto che vuole il re!!!
  27. Si noti la solita confusione d’idee che facevano questi cortigiani. I beni ecclesiastici che non sono che l’accessorio, si fanno il principale; anzi il tutto dell’episcopato!
  28. Dove si fa consistere il rispetto al re! nel commettere delle viltà! nel tradire la Chiesa di Cristo, e le anime da lui compere a prezzo di sangue, per andargli a’ versi!
  29. Una dignità che sta nella soperchieria!
  30. Il capriccio o puntiglio di un semplice fedele che incomoda tutti i Vescovi di un regno a congregarsi in concilio, e perchè? per ottener da essi che facciano «una legge non a tenore della giustizia, ma del piacer suo», al quale dà il nome di sua dignità. È strana la speranza di corrompere un Concilio nazionale per vendicarsi della rettitudine di un Concilio provinciale! Ma non abbiamo veduto delle speranze simili produrre gli stessi risultamenti a’ nostri giorni? a chi è uscito di mente il Concilio nazionale di Parigi?
  31. Tutti quelli, ai quali il nome di una Providenza che regola le cose umane, suona qualche cosa, e che pur credono che nulla avvenga senza una sapiente dispensazione della medesima, non potranno a meno di riflettere sulla coincidenza della morte di questo giovine principe Luigi iii colla ammonizione che gli faceva il prelato di Reims nell’affare del Vescovato di Beauvais. Questi, nella lettera che rispose al Re fermo in volere Vescovo Odoacre a dispetto delle leggi canoniche, dice fra l’altre cose: «Che se voi non cambiate quel che faceste di male, Dio lo raddrizzerà quando a lui piacerà. L’imperatore Luigi non visse tanto quanto Carlo suo padre, vostro avo Carlo non visse quanto il suo, nè vostro padre quanto il suo. E quando voi siete a Compiégne in loro cambio, abbassate gli occhi; guardate dov’è il padre vostro, e chiedete dov’è sotterrato il vostro avolo; e non v’innalzate dinanzi a colui che è morto per voi, e risuscitato, e che più non muore. Voi partirete presto di qua; ma la Chiesa co’ suoi Pastori, sotto Gesù Cristo loro Capo, durerà eternamente, secondo la sua promessa.» Il Fleury, che non è certamente uno storico credulo, dopo riferite queste parole del degno Arcivescovo, soggiugne: «questa minaccia d’Incmaro potea stimarsi per una profezia, quando si vide morire questo giovane re Luigi nel seguente anno.» (Lib. liii, § xxxii).
  32. Ciò avvenne nel secolo xii e xiii. Da una lettera del celebre Incmaro Vescovo di Reims apparisce che in quel tempo (sec. ix) entrava ad eleggere il Vescovo anche il Clero della Campagna, non solo quello della città. Egli scrive ad Edenulfo Vescovo di Laudun mandandolo a presiedere all’erezione del Vescovo Cameracese in questa maniera: quae electio non tantum a civitatis Clericis erit agenda, verum et de omnibus monasteriis ipsius Parochiae, et de rusticanarum Parochiarum Presbyteris occurrant Vicarii commorantium secum concordia vota ferentes. Sed et laici nobiles ac cives adesse debebunt: quoniam ab omnibus debet eligi, cui debet ab omnibus obediri.

    Per altro l’avere Incmaro avvertito di ciò Edenulfo, mostra che si tendeva fin d’allora ad alterare questo antico costume. Innocenzio iii sulla fine del secolo xii, in una sua decretale (de caus. possess. et propriet. c. 3) attribuisce il diritto di eleggere ad Cathedralium Ecclesiarum clericos. Il iv. Concilio di Laterano finalmente nel 1215 can. 24-26, restrinse le elezioni ai soli canonici delle cattedrali.

  33. Clemente v fu il Pontefice che nell’anno 1306 estese le riservazioni pontificie a’ vescovati. Benedetto xii che salì alla Cattedra apostolica l’anno 1334, le rese per poco universali.

    Bonifacio ix sulla fine di questo secolo xiv estese le annate ai vescovati, e le rese perpetue.

  34. Questa osservazione spiega un fatto, che altramente sembra inesplicabile. Il Concilio di Basilea, sostenuto dalle potestà laicali, annulla le riserve pontificie. Quale fa il vero e intimo intendimento della politica de’ principi col mettersi dalla parte del Concilio di Basilea? Forse di distruggere le riserve? no; ma d’indebolirle per padroneggiarle. La prova di ciò sta nella condotta de’ re di Francia a questo proposito. Carlo vii riceve con apparente esultanza i decreti di Basilea, e li dichiara legge dello Stato nell’assemblea di Bourges, dove pubblica la Prammatica sanzione. E che perciò? Questo stesso Carlo vii poco dopo, e i suoi successori Luigi xi, e Carlo viii, pregano il Papa, che si riservi la collazione di certi vescovadi, o li conferisca a tenore delle regie preghiere. Volevano dunque le riserve, ma deboli, ma perchè il Papa facesse di queste il piacer loro: il vero spirito adunque della politica era di abrogare le riserve unicamente per indebolirle, e indebolite, servirsi di esse per eludere le leggi della Chiesa.
  35. Forse mai per lo spazio di xv secoli, fra tante sciagure che ebbe, la Chiesa non cadde in tanto avvilimento da esser costretta di venire a sì fatti patti co’ fedeli! Tanta umiliazione fu dovuta ai peccati del Clero: «Se il sale diverrà fatuo, in che si salerà? non vale più a nulla, se non ad esser gittato fuori, e calcato sotto i piedi degli uomini. (Matth. v, 13.)» Dico ciò, perchè non si può dissimulare che i concordati sieno veri patti, chiamandoli con questo nome gli stessi sommi Pontefici: Nos attendentes, dice Giulio iii, concordata dicta vim pacti inter partes habere etc. (Constit. 14. sept. 1554. apud Raynald): benchè niun patto tiene quando incomincia a divenire iniquo; nè i patti colla Chiesa si debbono intendere così strettamente, che offendano la pienezza della sua potestà pel bene de’ cristiani, la quale, essenzialmente libera, non può essere giammai legata. E queste mie parole non sono già volte a condannare i concordati, ma a deplorare le necessità. Vero è che co’ concordati, nè con qualsivoglia convenzione umana, non si può derogare ai diritti divini e immutabili della Chiesa; chè non si può restringere la sua potestà legislatrice ricevuta da Gesù Cristo, nè diminuire in modo alcuno quella pienezza di autorità per la quale ella può tutto pel bene, e quindi può comandare, può ingiungere ai fedeli senza limite di sorte quanto ella trova necessario ed utile all’eterna loro salute e all’incremento sopra la terra del Regno di Cristo.
  36. Quando il gran Pontefice Adriano I scrisse a Carlo Magno (ann. 784) per fargli conoscere che alla potestà laica non apparteneva l’entrare nelle elezioni de’ Vescovi, e che dovea lasciarle libere, allora ebbe alle mani il Papa un argomento persuasivo e calzante da fare a Carlo, e questo fu, che nè pure egli, sebbene fosse il Papa, s’ingeriva nelle elezioni, perchè meglio si rimanessero libere. E di fatti fece uso Adriano di questo argomento: ecco le sue parole: Nunquam nos in qualibet electione invenimus nec invenire avemus. Sed neque Vestram Excellentiam optamus in talem rem incumbere. Sed qualis a Clero et plebe .... electus canonice fuerit, et nihil sit quod sacro obsit ordini, solita traditione illum ordinamus. (Tom. ii Conc. Gall. p. 93 e 120). Questo argomento, validissimo da fare a’ principi, fu perduto da’ papi, dopo il tempo delle riserve.
  37. I feudi laicali in Francia si resero ereditari soltanto verso la fine della seconda dinastia, come prova M. Antonio Diminicy De Praerogativa allodiorum, c. 15; ma per rispetto agli Ecclesiastici, non avendo questi successione, rimasero in qualche modo sempre personali.
  38. De gestis regum Anglorum, Lib. v Carolus Magnus pro contundenda gentium illarum (germanicarum) ferocia, omnes pene terras Ecclesiis contulerat, consiliosissime perpendens, nolle Sacri Ordinis homines tam facile quam laicos fidelitatem domino rejicere. Praeterea, si laici rebellarent, illos posse excommunicationis auctoritate et potentiae severitate compescere.
  39. E non si restò qui; perocchè dove mai si resta? Il giuramento che si esigeva dai Vescovi come feudatarî, poi si esigette dai Vescovi come Vescovi, per extensionem direbbero i legali, e con questa clausola crederebbero di aver giustificata l’usurpazione. La Chiesa non tacque; e proibì di prestare il giuramento a que’ Vescovi che non avevano ricevuta dal principe cosa temporale. Fu pubblicato di ciò solenne decreto da Innocenzo iii nel Concilio iv di Laterano, can. 43, che dice così: Nimis de jure divino quidam laici usurpare conantur, cum viros Ecclesiasticos, nihil temporale detinentes ab eis, ad praestandum sibi fidelitatis juramenta compellunt. Quia vero, secundum Apostolum servus suo domino stat aut cadit, sacri auctoritate Concilii prohibemus, ne tales Clerici personis saecularibus praestare cogantur hujusmodi juramenta.
  40. Quegli che era investito del feudo dal re, chiamavasi homo regis. Non si può trovare una maniera di dire che più esprima l’assoluta padronanza del re su quest’uomo, divenuto come regia proprietà. Quale pensiero strano non sarebbe l’immaginare un S. Pietro, un S. Paolo, o un Grisostomo, un Ambrogio da homo Dei fatto homo regis! E la parola homo era divenuta un sinonimo di soldato a quei tempi, come si può vedere nel Du-Cange Gloss. med. et infim. latinit. Voc. Miles.
  41. Di Franco, cancelliere del re Roberto, scrive Fulberto Carnotese (ep. 8) che fu fatto vescovo eligente Clero, suffragante populo, dono regis. Come ho toccato più sopra, questa frase era già comunemente usata da tutti, nè si faceva conto della sua inesattezza. Fra le formule di Marcolfo, quella che contiene il precetto del re, e che abbiamo accennato, dice al Vescovo designato: pontificalem in Dei nomine commisimus dignitatem; la qual maniera di dire, conviene che ha bisogno di spiegazione anche un zelante difensore de’ dritti regi, soggiungendo appunto la spiegazione seguente, quod saniori sensu et magis canonico intelligi non potest quam de regiorum jurium et feudorum investitura et concessione quae Clodoveus ex Ecclesiis manu liberali contulerat. Hist. Eccl. saec. xiii, xiv, Dissert. viii, art. iii.) — S. Gregorio di Tours, (Lib. iv, c. 7) di Cautino vescovo di Arvernia dice: Tunc jussu regis traditis ei clericis et omnibus quae hi de rebus Ecclesiae exhibuerant. Clotario ii, nell’editto col quale modifica il canone del Concilio v di Parigi, ut si persona condigna fuerit, per ordinationem principis ordinetur. Tali maniere s’incontrano ad ogni pie’ sospinto negli scritti di quel tempo.
  42. Ecco come era temperato il Praeceptum de Episcopatu de’ Re franchi, secondo la formola conservataci da Marcolfo: Cognovimus Antistitem illum ab hac luce migrasse, ob cujus successorum sollicitudinem congruam una cum Pontificibus (vel proceribus nostris) plenius tractantes, decrevimus illustri viro illi Pontificalem in ipsa urbe committere dignitatem.
  43. Il Sommo Pontefice Adriano i aveva ammonito Carlo Magno del suo obbligo di lasciar libere le elezioni de’ Vescovi; e questo grand’uomo ricevette l’ammonimento del Capo della Chiesa con quella docilità che mostra assai più grandezza d’animo ne’ sommi principi cristiani, che non sieno le loro resistenze e disubbidienze. Anzi ne’ suoi capitolari di Aquisgrana dell’anno 803, cap. ii, dichiarò e sancì questa libertà col seguente Decreto: «Non essendo noi ignari de’ Sacri Canoni; abbiamo prestato il nostro assenso all’ordine ecclesiastico (acciocchè la Santa Chiesa stia più sicuramente nel possesso dell’onor suo) di questo, che i Vescovi sieno eletti dalla propria Diocesi, con elezione di Clero e di popolo, a tenore degli statuti de’ canoni, rimossa ogni accettazione di persone e di regali, pel merito della propria vita, e pel dono della sapienza; a fine che possano per ogni verso giovare a’ loro sudditi coll’esempio e colla parola.» Nell’anno 806, Lodovico il Pio confermò la legge di Carlo Magno nel Capitolare pubblicato dopo il Sinodo di Aquisgrana.
  44. Nel secolo xi l’usurpazione era pervenuta al suo colmo. Per non essere infinito, basti qui accennare ciò che accadde a’ due Arcivescovi di Cantorbery, Lanfranco e S. Anselmo, co’ duo re d’Inghilterra Guglielmo i e Guglielmo ii. Chiedendo Lanfranco, fatto Vescovo dal primo Guglielmo, i beni goduti da’ suoi predecessori, il re rispose fieramente: se velle omnes baculos pastorales Angliae in manu sua tenere. Dice qui lo storico che narra questo fatto (Gervasius Dorobernensis, in Imaginationibus de discordiis inter monachos Dorobernenses et Baldeuinum Archiepisc. p. 137), che il prelato udendo tale risposta rimase stupito, e si tacque per prudenza, acciocchè il re non facesse de’ mali maggiori alla Chiesa. Non meno di ciò, è atto a mostrare in che stato fosse venuta la Chiesa in quel tempo, ciò che intervenne al successore di Lanfranco, S. Anselmo, con Guglielmo ii. Narra Eadmero (Lib. i. Hist. Novor.), che lasciando Guglielmo le Chiese e le Abbazie prive di pastori, per goderne i redditi nel tempo di sede vacante, Anselmo come primate si credette in dovere di farne rimostranza al re, mettendogli sott’occhio i sommi mali che provenivano dalla mancanza dei Prelati, supplicandolo umilmente di cessare da un fatto che tornava in danno dell’anima propria. Dice lo storico, che udendo questo discorso del Santo Arcivescovo, non potuit amplius spiritum suum Rex cohibere, sed oppido turbatus cum iracundia dixit: «Quid ad te? nunquid Abbatiae non sunt meae? Hem, tu quod vis agis de villis tuis, et ego non agam quod volo de Abbatiis meis?» Al qual discorso non potendo a meno l’ottimo prelato di far riflettere rispettosamente al re, che i beni della Chiesa non eran suoi, se non per difenderli e custodirli, e che per altro eran di Dio, e destinati alla sostentazione de’ ministri di Dio; il re indignato soggiunse; Pro certo noveris mihi valde contraria esse quae dicis. Non enim Antecessor tuus auderet ullatenus patri meo dicere: et nihil faciem pro te. A tale era ridotta la proprietà, e la libertà della Chiesa in que’ tempi! a tale la prepotenza e le opinioni del potere laicale!
  45. La Chiesa mostrò sempre ripugnanza a tale dipendenza; e la lotta fra la Chiesa che vuole operare liberamente, e il potere secolare che vuol sottometterla a sè, è continua nella Storia. Quindi spesso accadevano contrasti per elezioni fatte senza averne prima ottenuto il permesso del re. Riccardo I (circa l’anno 1100), in una lettera al Vescovo di Londra, si lamenta altamente di un’elezione fatta senza aver lui prima consultato: Quod si ita est, regiam majestatem nostram non modicum est offensam; e dichiara: Non enim aliqua ratione sustineremus quod a praefatis monachis vel ab aliis quidquam cum detrimento honoris nostri in electione Episcopi fieret: et si forte factum esset, quin in irritum revocaretur. Ma i progressi che al tempo di Riccardo avea fatto la potestà laicale nell’invasione dei diritti della Chiesa e nell’oppressione della sua libertà, erano incredibili; e rendevano la resistenza dalla parte della Chiesa sempre più debole; e la Chiesa sarebbe perita, se Iddio, che veglia alla sua conservazione, non avesse suscitato de’ Papi d’una fortezza e di una magnanimità sopraumaua, che di nuovo la francassero. Che avrebbe detto la Chiesa ne’ suoi più bei giorni, se dei principi secolari avessero preteso che per eleggere i propri Pastori ella avesse dovuto dipender da essi, e ad ogni nuova elezione di Vescovo impetrar la grazia di poterla fare? Che avrebbero detto gli Ambrosii o i Grisostomi a sentire che il figlio della Chiesa vuole legar le mani a sua madre, e non lasciarla operare se non a quella guisa che una schiava è lasciata operare dal beneplacito del suo padrone? Con che nobile e santa fierezza non avrebbero risposto a simili prepotenze, sostenendo i sacri diritti della sposa di Cristo? Ancora nel sec. x, e nello stesso Oriente la Chiesa mostrava di sentire tutta l’indignità di una simile oppressione a cui la si traeva. Cedreno racconta, che Niceforo Foca avea vietato di fare elezione di Vescovi senza il suo permesso; e sebbene quell’imperatore si fosse macchiato di molti delitti, tuttavia lo storico mette questa legge, colla quale facea dipendere le elezioni dei pastori della Chiesa dalla sua volontà, per la massima di tutte le sue scelleratezze: Id omnium gravissimum, dice, quod legem tulit, cui et episcopi quidam leves atque adulatores (ecco dove sta la radice del male!) subscripserunt, ne absque imperatoris sententia ac permissu Episcopus vel eligeretur vel ordinaretur. Essendo poi succeduto a Foca Giovanni Tzimiscem, il Patriarca che allora governava la Chiesa di Costantinopoli, Polieutte, con sacerdotale petto, ricusò di ammetterlo nella Chiesa co’ fedeli, e di coronarlo, se prima non soddisfaceva pe’ suoi delitti, e particolarmente non abrogasse la legge di Niceforo, distruttrice della ecclesiastica libertà; il che fece l’imperatore, lacerando quella legge alla vista di tutto il popolo (Cedren, ad ann. 669.).
  46. Fra le formole di Marcolfo (19) vi è appunto quella intitolata Praeceptum de Clericatu la quale è la licenza necessaria che distribuiva il re a chi voleva rendersi cherico. Si chiama poi precetto, perchè tutto quello che esce dalla bocca regia dee essere un precetto, la solita menzogna dell’adulazione. Se io fossi da tanto da poter consigliare i principi, suggerirei loro di bandire tutta la falsità dal frasario della Corte, o di piantare la loro potenza sul solido della verita’. Con questo solo, quanto i loro troni si renderebbero più fermi e più augusti! Ma chi non sogghigna a queste parole? Per altro i Vescovi talora ordinavano de’ cherici senza badare alla regia concessione. Fra le lettere di Gerberto ve n’ha una di un Arcivescovo di Reims (Ep. 57), colla quale dice «di esser tassato di delitto nella maestà del re per avere conferito i gradi ecclesiastici senza l’autorità e licenza di lui.»

    I Re di Francia pure volevano che dipendesse da loro il potersi i fedeli cristiani ritirarsi dal mondo e consacrarsi a Dio nelle religioni. Incmaro però, in una lettera a Carlo il Calvo, dice espressamente a quel monarca che una tal legge non fu mai ricevuta dalla Chiesa. Questa lettera è pubblicata dal P. Cellotti col Concilio Duziacese.

  47. Ved. Nat. Alessandro: In saec. xiii et xiv, Dissert. viii, art. 1.
  48. Questi avevano, si dice, una protezione e difesa maggiore, ma il potere civile non è istituito per difendere tutte le proprietà egualmente?
  49. Il nome di benefizii, che si ritiene ancora universalmente nella Chiesa, trae l’origine dei benefizi prima militari, e poi anco ecclesiastici, che assegnavano i monarchi delle nuove sovranità del medio evo. Rammenta quel nome la vendita che il Clero fece della sua libertà al principe, cambiandola colle ricchezze.
  50. La Chiesa non ha taciuto: ha cercato difendersi contro sì fatte usurpazioni. Ma che opporre alle armi? Ella non avea che la ragione, l’autorità, i canoni. Eccone alcuni.

    Il grande Concilio ecumenico di Calcedonia già fino dall’anno 451 avea formato questo canone: Redditus vero viduatae Ecclesiae integros reservari apud oeconomum ejusdem Ecclesiae placuit.

    Il Concilio Regiense dell’anno 439 can. 6 così decreta; Stabili definitione consultum est, ut de caetero observaretur, ne quis ad eam Ecclesiam, quae Episcopum perdidisset, nisi vicinae Ecclesiae exequiarum tempore accederet; qui visitatoris vice tamen ipsius cura districtissime gereret, ne quid ante ordinationem discordantium in novitatibus Clericorum subversioni liceret. Itaque cum tale aliquid accidit, vicinis vicinarum Ecclesiarum inspectio, recensio, descriptioque mandatur.

    Nei Concilî di Spagna Valentino e Ilerdese degli anni 524, 525 si ripete la disciplina stabilita nel Concilio di Calcedonia.

    Nel concilio ii di Orleans dell’anno 533, c. 6, si decreta che; morto il Vescovo di una Diocesi, il suo vicino venendo a fargli i funerali, raguna i sacerdoti, faccia un esatto inventario delle cose di quella Chiesa, e ne affidi la custodia a persone diligenti e sicure, come nel concilio Regiense.

    Il concilio v di Parigi dell’anno 614, can. 7, decreta che nessuno tocchi i beni di un Vescovo o d’un cherico qualsiasi che muoia nè pure se v’interviene regio precetto, e ciò sotto pena di scomunica, e vuole che ab Archidiacono vel Clero in omnibus defensentur et conserventur.

    Il celebre Incmaro Arcivescovo di Reims così scriveva nel secolo ix ai Vescovi e principali della sua provincia (ep. ix) Et sicut Episcopus et suas et ecclesiasticas facuitates sub debita discretione in vita sua dispensandi habet potestatem, ita facultates Ecclesiae viduatae post mortem Episcopi penes oeconomum integrae conservari jubentur futuro successori ejus Episcopo: quoniam res et facultates ecclesiasticae non imperatorum atque regum potestate sunt ad dispensandum vel invadendum, sive diripiendum, sed ad defensandum atque tuendum. Le stesse cose questo celebre Vescovo scrive direttamente al re Carlo il Calvo, ep. xxix; e lo stesso ripete in diverse sue lettere, come nella xxi, e xlv.

    Un altro celebre Arcivescovo di Reims, cioè Gerberto, quegli stesso che fu poi sommo Pontefice col nome di Silvestro ii, stabilisce la stessa dottrina nella sua lettera 118 diretta al clero ed al popolo.

    Essendo queste leggi tanto ripetute, e inculcate nella chiesa, non potevano i principi fino al secolo ix manomettere le facoltà della Chiesa senza incorrere nella pubblica disapprovazione: quindi gli Annali Bertiniani, in ragion d’esempio, all’anno 882 non mancano di notare come un delitto dall’Imperatore Carlo il Grasso, l’aver dato a consumare ad Ugone figliuolo di Lottario il juniore le facoltà della Chiesa di Metz, quos sacri Canones, dicono futuro Episcopo reservari praecipiunt.

  51. Che le decime sieno state usurpate dai laici, e tenute in feudo e sieno state concesse in feudo dai principi, come pure da Vescovi rettori di Chiese, è cosa nota, ed apparisce dal corpo del jus canonico. Vedi l’Estravagante de Decim. cap. 26, e l’Estravagante de iis quae fiunt a Praetat. sine consensu capit. 17.
  52. Chi vuol vedere degli esempi di ciò che dico consulti la storia di Nat. Alessandro, sec. xiii e xiv, Dissert. viii. art. iii.
  53. Il Concilio di Meaux dell’anno 845, non mancò di parlare con apostolica libertà al re Carlo il Calvo che esercitava nella Chiesa un simigliante dispotismo accordando i beni della Chiesa ai laici, «di che avveniva che contro ogni autorità, contro i decreti dei Padri, e la consuetudine di tutta la cristiana religione, i laici risiedessero come padroni e maestri nei monasteri regolari in mezzo dei Sacerdoti e dei Leviti e d’altri religiosi, e che come fossero Abati decidessero della loro vita e conversazione, e li giudicassero: e che dispensassero loro e commettessero secondo la regola, le cure delle anime e i divini tabernacoli non solo senza la presenza, ma ben anco senza la consapevolezza del Vescovo.» Ved. i can. 10 e 42 del citato Concilio. E perciò quei Padri decretano ut praecepto illicita jure beneficiario de rebus ecclesiasticis facta a Vobis (parlano al re Carlo il Calvo) sine dilatione rescindantur, et ut de coetero ne fiant, a dignitate Vestri nominis regii caveatur (can. 8); e gli mettono sott’occhio con forza l’indegnità dello straziare la vesta di Cristo, ciò che non hanno fatto nè pure i soldati che l’hanno crocifisso: Ante oculos reducentes tunicam Christi, qui vos elegit et exaltavit, quam nec milites ausi fuerunt scindere, tempore vestro quantocitius reconsuite et resarcite: et nec violenta ablatione, nec illicitorum praeceptorum confirmatione res ab Ecclesiis vobis ad tuendum et defensandum ac propagandum commissis auferre tentate; sed ut sanctae memoriae avus et pater vester eas gubernandas vobis, fautore Deo dimiserunt redintegrate, praecepta regalia earumdem Ecclesiarum conservate et confirmate. Can. 2.

    È osservabile in questo Concilio, che si distinguono i beni dati alla Chiesa come Allodj e liberi, da quelli dati in Feudi; e si riprende il re principalmente per la dispensazione ai laici dei primi.

  54. Ecco come si esprime una Notitia de Villa Novilliaco, che sta nell’Appendice al Flodoardo; Defuncto Tispino Archiepiscopo, tenuit Dominus, rex Carolus Remense episcopium in suo dominatu, et dedidit villam Novilliacum in beneficio Anschero Saxoni ecc, cioè ad un soldato, dove si vede confuso il beneficio temporale coll’Episcopato. E perchè non v’è cosa che la cupidigia congiunta alla potenza non tenti e non inventi per giungere alla propria soddisfazione, i principi che si vedeano pressati dalla chiesa di non lasciar le Diocesi a lungo prive di pastore; inventarono di mandare invece dei vescovi una specie di commissari detti Corepiscopi, ritenendo intanto per sè i beni episcopali. Questi non pastori tribularono gravemente la Chiesa: indi i tanti lamenti e i tanti decreti dei Concilî del sec. xi contro i Corepiscopi, fino che questi esseri d’incerta natura: dopo dato alla Chiesa un lungo incomodo, cessarono intieramente. Flodoardo (L. iii. Hist. Remensis c. 10.) parlando d’una lettera d’Incmaro al sommo Pontefice Leone iv, dice così: In hac vero epistola, de his quos temeritas chorepiscopalis ordinare, vel quod Spiritum Sanctum consignando tradere praesumebat, requisivit. Et quod terrena potestas hac materia saepe offenderet, ut videlicet Episcopo quotibet defuncto, per Chorepiscopum solis Pontificibus debitum ministerium perageretur, et res ac facultates Ecclesiae saecularium usibus expenderentur, sicut et in nostra Ecclesia jam secundo actum est, etc.
  55. Chi vuol vedere quali sieno i passi pei quali i principi pervennero a invadere le elezioni, cominciando dalle preghiere e dalle raccomandazioni, e finendo pei comandi, e per le violenze, non ha che a consultare il Tommasini, Vet. et Nov. Eccl. discipl. P. I, L. i, c. liv.
  56. Si consideri l’abbiezione di queste parole del Vescovo Arturico riferite da Elmondo (in Chronica Slavorum l. 1, c. 69 e 70.), e basterà a conoscere quanto la maniera di pensare dei ministri dell’Onnipotente restò ammollita dalla ridondanza dei vantaggi temporali. «Le investiture dei Pontefici» dice questo Vescovo «sono permesse solo alla imperatoria dignità; che sola eccellente, e dopo Dio è fra’ figliuoli degli uomini la più sublime» (Un Vescovo che dichiara dopo Dio l’imperatoria dignità essere la più sublime! non rammentando più, che qualsivoglia sovrano temporale nella Chiesa, è un puro laico, un figliuolo di lei!), «la quale si acquistò questo onore con moltiplice usura». (Non si tratta solo di un onore; il dispensare i Vescovati è ufficio grandissimo, è diritto sacro e inalienabile della Chiesa. Può la Chiesa venderlo? Possono i principi comperarlo coi beni temporali? Che voleva altro Simone il mago) «nè fu con vana leggerezza che i degnissimi imperatori si fecero chiamare signori de’ vescovi.» (Un Vescovo che loda i principi laici perchè si fecero chiamare Signori de’ Vescovi!!!). «Ma compensarono questo scapito» (è dunque uno scapito?) «con amplissime ricchezze del regno» (la libertà della Chiesa si può compensare con ricchezze temporali? si può gittar quella che è la ricchezza unica lasciata alla Chiesa di Cristo, per prendersi queste che sole possono dare i monarchi del secolo??) «colle quali la Chiesa fu amplificata e più decentemente ornata» (di virtù? o anzi di un fatuo splendore esterno?). «Nè ella oggimai reputi più avvilirsi col cedere alquanto alla soggezione; nè si vergogni inclinarsi ad un solo, pel quale può dominare in su molti» (singolare consiglio, degno veramente di un successore degli Apostoli! Ma la Chiesa non cerca di dominare, ma di salvare gli uomini; quello si fa coi beni temporali, ma questo colla virtù della parola di Dio e del Santo Spirito. Se la Chiesa fosse serva d’un uomo solo, ancorchè dominasse per mezzo di lui tutti gli altri, essa sarebbe da quell’ora ripudiata da Cristo). Ma il parlare di questo Vescovo è tanto strano, che gioverà ch’io rechi qui anche le stesse parole latine, acciocchè non sembri per avventura che le abbia inventate io, o alterate rendendole nella lingua italiana. Eccole adunque: Investiturae Pontificum imperatoriae tantum dignitati permissae sunt, quae sola excellens, et post Deum in filiis hominum praeminens, hunc honorem non sine foenore multiplici conquistavit. Neque Imperatores dignissimi levitate usi sunt, ut Episcoporum domini vocarentur, sed compensaverunt noxam hanc amplissimis regni divitiis, quibus Ecclesia copiosius aucta, decentius honestata, jam non vile reputet ad modicum cessisse subjectioni; non erubescat uni inclinari per quem possit in multos dominari. Chi potrebbe credere che recando questo passo Natale Alessandro aggiungesse del suo praeclare dictum!!!!
  57. Cum ministerium suae potestatis in hujusmodi negotium peragendo adjungere debeat, non praeferre. Questa è la vera idea di ciò che possono fare i principi in favore della Chiesa, non costituirsi legislatori, ma dar mano perchè le leggi e disposizioni della Chiesa sieno secondo il volere della Chiesa, e non altramente, eseguite.
  58. Ciò non avvenne subito. Ottone i fu religioso principe e pio, e siede terzo con quei magni Alfredo e Carlo. Di lui si recano più fatti che provano il rispetto suo verso la Chiesa e l’autorità di lei. Ad un conte che gli dimandava i beni di certo monastero per mantenere i soldati, rispose sdegnosamente che «col dare ai laici i beni della Chiesa, gli parrebbe offendere il precetto di Cristo: Non vogliate dare ciò che è santo a’ cani.» Giovò assai la Chiesa Romana; sancì la libertà dell’elezione del Sommo Pontefice. Non è dunque Ottone che finisse di opprimere la libertà ecclesiastica: ma questa finì di spegnersi per una conseguenza del maggior potere legato da Ottone a’ suoi successori, che nè come lui furono retti, nè di un pensare tanto come il suo ampio a magnanimo. Aggiungerò di più, che un’altra delle circostanze che preparò la totale rovina dell’ecclesiastica libertà consumata nella prima metà del secolo xi, si fu anzi lo zelo religioso di piissimi principi, massime del i e del iii Ottone, e del santissimo imperatore Enrico; i quali misero le mani nella Chiesa con sincero animo di giovarle, e la Chiesa vedendo il vantaggio che gliene proveniva, non vi si oppose: ma indi appunto avvenne, che i loro successori si trovarono come in possesso di disporre delle cose ecclesiastiche, che poi fecero servire alle proprie passioni.
  59. A multis annis retroactis nulla electio Praelatorum erat mere libera et canonica sed omnes dignitates tam Episcoporum quam Abbatum per annulum et baculum regis Curia pro sua complacentia conferebat.
  60. Inter caeteros nostri hujus temporis principes, qui Ecclesiam Dei perversa cupiditate venumdando dissipaverunt, et matrem suam ancillari subjectione penitus conculcarunt, Philippum, regem Francorum Gallicanas Ecclesias in tantum oppressisse certa relatione didicimus, ut ad summum tam detestandi hujus facinoris cumulum pervenisse videatur. Quam rem de regno illo tanto profecto tulimus molestius, quanto et prudentia et religione et viribus noscitur fuisse potentius, et erga Romanam Ecclesiam multo devotius. Ep. 33.
  61. Tali opinioni spacciarono gli adulatori dell’imperatore; e il santo Vescovo di Lucca tolse a ribatterle con un’opera apposita, nobile, e franca, ove si sente tutto il linguaggio dell’antichità, che, come ho tante volte detto, non è mai al tutto mancato nella santa Chiesa. Ecco l’argomento del libro ii, ch’egli stesso spone nell’esordio con queste parole: Opitulante Domini nostri clementia, qui nos et sermones nostros suo mirabili nutu regit atque disponit, accingimur respondere his qui dicunt, regali potestati Christi Ecclesiam subjacere, et ei pro suo libito, vel prece, vel pretio, vel gratis, liceat Pastores imponere, ejusque possessiones vel in sua vel in cujus libuerit jura transferri: e questa risposta che fa il santo Vescovo è piena di erudizione e di forza.
  62. Avea nondimeno il santo Pontefice, prima di morire, l’anno 1073 citato Enrico a comparire a Roma per dare soddisfazione alla Chiesa de’ delitti di cui veniva accusato da’ Sassoni. Per il che Gregorio vii quando montò sulla sede Apostolica, trovò la causa già aperta dal suo predecessore, il quale avea spiegato sempre tutta l’energia in porre argine a’ mali traboccanti della Chiesa, a comprimere le elezioni simoniache e vendicarne la libertà. Ottone di Frisinga dice di questo grand’uomo, Ecclesiam jamdiu ancillatam in pristinam reduxit libertatem Lib. vi, c. 34.
  63. Non sono mai senza interesse le parole de’ contemporanei. Però mi do cura di giustificar tutto ciò che dico, co’ loro testimoni, in una materia massime così alterata e confusa dagli storici di partito. Ecco come Mariano Scoto (in Cronico ad an. 1075) racconta quest’avvenimento: «Egli non temette (parla dell’imperatore Enrico), per quanto fu in lui, d’insozzare e d’offuscare l’unica e diletta Sposa del Signore per mezzo de’ concubinari, cioè degli eretici, rendendo venali, ad esempio di Simone, gli spirituali ufficî della Chiesa, gratuiti doni detto Spirito Santo, con iniqui contratti e contrarî alla cattolica fede. Or de’ personaggi costituiti nella Chiesa a quel tempo, vedendo ed udendo queste ed altre simiglianti scelleratezze del re Enrico, nefande ed inaudite, zelando il zelo di Dio per la causa d’Israele come il Profeta Elia, gemendo e dolendosi e con lettere e a viva voce, mandati de’ nunzi a Roma, si lagnarono presso Alessandro Vescovo della Sede Apostolica e di queste e d’altre cose senza numero che nel regno teutonico erano dette e fatte dagl’insani eretici simoniaci, autore patrono di tutte il re Enrico. — Intanto venuto a mancare il Signore Apostolico Alessandro, prese a governare l’Apostolica sede Gregorio, detto anche Ildebrando, di professione monaco. Questi, udite le querimonie e i giusti clamori de’ cattolici contro il re Enrico e l’immanità delle sue scelleratezze, acceso del zelo di Dio, pronunciò il detto re già scomunicato principalmente per la colpa della simonia.» Gli scrittori contemporanei sono d’accordo nel dipingere Enrico come dato ad ogni sorte di sfrenatezza, sì relativamente a’ costumi privati, come alla tirannide verso i sudditi, e all’empietà sfrontata verso la Chiesa. Ed egli però trova il patrocinio degli scrittori del passato secolo! E Gregorio, il giusto e magnanimo Gregorio, che espone la sua quiete e la sua vita per raffrenare un bestiale tiranno, per proteggere il popolo oppresso, e salvare il Cristianesimo che periva senza un pronto e forte riparo, egli è l’ambizioso, egli solo merita l’abbominio e le esecrazioni dell’umanità! Ma lode al cielo che muove i Protestanti stessi a riconoscere in Gregorio vii il vero difensore del genere umano, non pur della Chiesa, il demjurgo della moderna civiltà! (Vedi l’opera pubblicata in tedesco col titolo: Ildebrando e il suo secolo!) Sebbene il secolo di questo Gregorio rimarrà tuttavia ampia materia alla meditazione de’ secoli futuri.
  64. Un contemporaneo registra questo fatto: ecco le sue parole: Cum igitur dissimulare amplius tanti facinoris malitiam non posset, Apostolicus excommunicavit tam ipsum, quam omnes ejus fautores, atque omnem sibi regiam dignitatem interdixit, et obligatos sibi sacramentis ab omni debito fidelitatis absolvit: quia quod verecundum etiam est dicere, praeter haereticam quam praelibavimus culpam, aderant in sancto Concilio nuntii illius sic audentes latrare: «Praecipit Dominus noster rex, ut Sedem Apostolicam et Papatum, utpote suum, dimittas, nec locum hunc sanctum ultra impedias»... Igitur quem sui solius judicio Dominus reservavit, hic non solum judicare, verum etiam suum dicere, et quantum in ipso est audet damnare: quam ob causam omnis illa sancta Synodus jure indignata, Anathema illi conclamat atque confirmat. S. Anselmi Lucensis Poeniteatiarius, in ejus Vita cap. iii.
  65. Tale dottrina di Diritto pubblico era comune in quel tempo fra’ Cristiani, e nessuno la metteva in controversia. I re erano realmente costituzionali, sebbene non fosse inventata questa parola. Il Concilio parlò supponendolo. Ecco le parole del Concilio riferite da Paolo Benriedese nella Vita di Gregorio vii. Narra che, detta ch’ebbe il Pontefice un’orazione gravissima a’ Padri, informandoli dello Stato delle cose, essi esclamarono: Tua, sanctissime Pater censura, quem ad regendum nostri temporis saeculum divina peperit clementia, contra blasphemum, invasorem, tyrannum, desertorem, talem sententiam proferat, quae hunc conterat, et fvtvris, saecvlis transgressionis cavtelam conferat. — Tandem omnibus acclamantibus definitum est, ut honore regio privaretur, et anathematis vinculis tam praenominatus Rex, quam omnes assentanei sui colligarentur. Accepta itaque fiducia, Dominus Papa, ex totivs synodi consensv, et judicio, protulit Anathema.
  66. Ecco le parole di Lamberto Scafnaburgense (ad ann. 1076): Ut si ante hanc diem excommunicatione non absolvitur, deinceps juxta palatinas leges indignus regio honore habeatur, nec ultra pro asserenda innocentia sua audientiam mereatur: proinde enixe petere, ut solo interim anathemate absolvatur etc. Che cosa sono queste leggi palatine, se non una vera costituzione?
  67. Enrico riconobbe questa condiziona annessa ai regni dei principi cristiani come venienti dalla tradizione della Chiesa, anche in una lettera che scrisse a Gregorio vii, nella quale dice così: Me quoque, licet indignus inter Christianos sum, ad regnum vocatus, te teste, quem sanctorum Patrum traditio soli Deo judicandum docuit, nec pro aliquo crimine nisi a fide (quod absit) exorbitaverim, deponendum asseruit.

    S. Tommaso, che è quello scrittore che ha raccolto la tradizione ecclesiastica con più estensione e sicurezza di ogni altro, e le cui decisioni sono considerate come voci della Chiesa, sostiene che questa «legge costitutiva» de’ regni cristiani, cioè che un re cattolico facendosi eretico sia immantinente decaduto dal suo trono, risulta e nasce dalla stessa costituzione della Chiesa fatta da Gesù Cristo, e non puramente da una convenzione espressa, o sottintesa, stretta fra i principi e i popoli cristiani colla mediazione della Chiesa (s. ii. II, xiii, 2). Egli è però certo, che fino che questa convenzione di fatto non fu seguita, fino che la dottrina cioè non è stata consentita e ricevuta per buona e giusta non meno dell’opinione de’ popoli che da quella de’ principi, non era venuto ancora il tempo nel quale i Capi detta Chiesa potessero esercitare questo loro diritto sui fedeli cristiani; il che non hanno considerato bastevolmente coloro, che si maravigliavano del non trovare ne’ primi secoli della Chiesa l’uso di questa potestà, e di ciò inferiscono ch’ella sia abusiva. Prima la Chiesa dovea operare la riforma dell’individuo umano, poi dovea riformare la società: riformata questa, poteva applicare alla medesima le leggi volute dal Cristianesimo.

  68. S’intenda in sano modo, e in quel senso che S. Paolo disse: Omnis potestas a Deo, e S. Pietro: Subditi estote omnis humanae creaturae propter Deum. Per questo S. Tommaso insegna espressamente, che è contro il diritto divino il sottrarsi dalla soggezione di un principe infedele. — Est ergo contra jus divinum possidere quod ejus judicio non stetur, si sit infidelis. (Expos. in Ep. I. ad Cor. c. vi.) Ma all’incontro, se il principe è cristiano, riconosce il Santo Dottore darsi il caso, in cui i sudditi possano essere sciolti dal giuramento di fedeltà per l’autorità della Chiesa — Et ideo quam cito aliquis per sententiam denuntiatur excommunicatus propter apostasiam a fide, ipso facto ejus subditi sunt absoluti a dominio ejus et juramento fidelitatis, quo ei teneantur. (S II, II, xiii, 2).
  69. Enrico stesso in una lettera che scrive al Papa, parlando di Giuliano apostata, ascrive non alla mancanza di diritto, ma alla prudenza della Chiesa il non averlo essa deposto. — Cum etiam Julianum Apostatam prudentia sanctorum Episcoporum non sibi, sed soli Deo deponendum commiserit. Questa era la maniera di pensare comune ai tempi di Enrico. Come si mutò questa maniera di pensare fra i cristiani? Onde traggono l’origine le moderne opinioni di diritto pubblico cristiano? Ecco una quistione ben importante.
  70. Furono i principi tedeschi quelli che portarono la causa di Enrico al Papa. Nè già i soli Sassoni, come alcuni storici moderni vogliono far credere, ma gli Svevi, e gli altri popoli tedeschi, come riferisce Brunone nell’Istoria della guerra di Sassonia. Dopo descritto le rotte dissolutezze e le tirannie senza modo di Enrico, prosiegue a dire: Gens vero Svevorum, audita Saxonum calamitate, clam Legatos suos ad illos misit, et foedus cum ejus fecit, ut neuter populus ad alterìus oppressionem regi ferret auxilium. — Eamdem querimoniam fecerunt ad invicem omnes pene regni teutonici principes, sed tamen palam nullus audebat fateri. Quando poi Gregorio vii dissuase, con lettera piena di uno spirito veramente evangelico di concordia, i principi tedeschi adunati in Gerstenge dall’eleggersi un altro re, allora questi principi uniti nella deliberazione di eleggere un altro re, erano pars longe maxima. Qualche anno dopo, volendo ancora i principi adunati a Teibur eleggersi un altro re, rimisero finalmente di nuovo le cose nelle mani del Papa, mandando ad Enrico, supplichevole e disposto di accettare ogni condizione, de’ nunzî che gli dicessero: Tametsi nec in bello nec in pace ulla unquam et justitiae vel legum cura fuerit; se legibus cum eo agere velle (che cosa erano queste leggi, secondo le quali volevano i signori tedeschi trattare Enrico, se non leggi fondamentali, e in una parola, la Costituzione cristiana dello Stato?), et cum crimina quae ei objiciuntur omnibus constent luce clariora, se tamen rem integram Romani Pontificis cognitioni reservare etc. Di che è manifesto, che la causa era compromessa nelle mani del Papa dalla stessa nobiltà tedesca, alla quale spettava l’elezione del re. E che questo corpo elettorale dello stato si tenesse di buona fede in diritto di eleggere un altro re, se Enrico si ostinasse nelle sue colpe, apparisce dalle parole che sieguono della legazione; poichè dopo aver prescritto ciò che Enrico dovesse fare per dare soddisfazione allo Stato, di cui avea violato le leggi, i legati erano incumbenzati di dire al re: Porro si quid horum praevaricetur, tum se omni culpa, omni jurisjurandi religione, omni perfidiae infamia liberatos, non expectato ulterius Romani Pontificis judicio, quid reipublicae expediat, communi consilio visuros. Ecco qual era il jus pubblico di quel tempo. Questo linguaggio nè fu smentito da Enrico, nè fu ripreso dal Papa, nè da nessuno trovato strano o contrario alla giustizia ed all’equità. Solo i filosofi de’ nostri tempi se ne scandalizzano, e gridano: ai ribelli!!!!
  71. Ecco come un Ugone Flaviniacense espose la vera cagione della così detta lotta fra il Sacerdozio e l’impero: ob hanc igitur causam, quia scilicet sanctam Dei Ecclesiam castam esse volebat (Gregorius), liberam, atque catholicam; quia de sanctuario Dei simoniacam, et Neophytorum haeresim, et faedam libidinosae contagionis pollutionem volebat expellere; membra diaboli caeperunt in eum insurgere, et usque ad sanguinem praesumpserunt in eum manus injicere, et ut eum morte vel exilio confunderent, multis cum modis conati sunt dejicere. Sic surrexit inter regnum et Sacerdotium, contentio, accrevit solito gravior sanctae Dei Ecclesiae tribulatio (In Chron. Virdunensi). Si vegga nel Fleury l’articolo intitolato: «Ribellione de’ Cherici concubinarî» Lib. lxii, xii. Tutti i Vescovi che erano dalla parte dell’Imperatore e ne sommovevano l’animo contro gli avvisi del Papa, erano scomunicati già prima per simonia, per eresia, per iscostumatezze, e per altre scelleraggini d’ogni guisa: erano quelli a cui Enrico stesso avea venduto i benefizî ecclesiastici, che petto non facea bisogno in un Papa che avea da governare la Chiesa con un tal Clero, e che ardiva intraprenderne la riforma! ed essendo le potestà del secolo avvolte negli stessi vizî, e maneggiate dalla parte di esso Clero la più corrotta!
  72. Non pure la brutale violenza, ma l’arte della calunnia; del sofisma, e di ogni genere di fina menzogna fu esaurita contro Gregorio vii dai Cherici, le cui ribalderie egli voleva correggere, e che stavano intorno a Enrico vestiti da suoi fautori, consiglieri, e ministri. L’arcivescovo di Ravenna Guiberto che fu poi anti-papa, non avea ommesso di falsificare il decreto di Nicolò ii, e facendolo girare attorno, voleva far credere che l’elezione dei Papi era stata rimessa al tutto nelle mani dell’imperatore, e con simiglianti finzioni s’ingannò gran gente, si confuse la questione, si protrasse il desiderio, ed ecco i veri autori dei torbidi!
  73. Fino dalla prima gioventù prevalsero presso Enrico i cherici più scostumati e dovettero da lui ritirarsi un S. Annone ed altri uomini probi, perchè non adulatori e fautori delle sue male tendenze. Brunone nella Storia della guerra Sassone attribuisce l’essersi dato giù Enrico nel fondo di tutt’i vizî più infami, alla famigliarità sua col Vescovo di Brema Adalberto: Hoc igitur, dice, Episcopi non episcopali doctrina, rex in nequitia confortatus ivit per libidinum praecipitia siciit equus et mulus, et qui multorum rex erat populorum, thronum posuit in se libidini cunctorum reginae vitiorum etc. Enrico stesso in un momento di ravvedimento vero o finto, scrivendo a Gregorio la confessione dei suoi falli, ne accagiona in parte i suoi tristi consiglieri: Heu criminosi nos, gli scrive, et infelices! partim pueritiae blandientis instinctione, partim protestativae nostrae et imperiosae potentiae libertate, partim eorum, quorum seductiles nimium secuti sumus consilia, seductoria deceptione, peccavimus in coelum et coram vobis, et jam digni non sumus vocatione vestrae filiationis. Non solum enim nos res ecclesiasticas invasimus, verum quoque indignis quibuslibet et simoniaco felle amaricatis et non per ostium sed aliunde ingredientibus Ecclesias ipsas vendidimus, et non eas, ut oportuit, defendimus etc. (Vid. t. I. Constitut. Imperial. Goldasti).
  74. Quando Enrico ottenne da Gregorio vii nel castello di Canossa l’assoluzione della scomunica, allora i Vescovi del suo partito furono desolati del vedere abbandonata la loro causa dall’imperatore, e Ruberto di Bamberga, Uldalrico di Costreim, ed altri primarî consiglieri delle sue scelleratezze, de’ quali il Papa, nell’assolvere il re, aveva messo per condizione l’allontanamento dalla corte, e dalla reale persona, con altri Vescovi lombardi dello stesso taglio, fecero tanto rumore, minacciando ribellione, tutto per zelo, com’essi ostentavano, della regia dignità disonorata da Enrico nell’umiliarsi in tal modo sotto il Pontefice; che travolsero Enrico dal suo buon proposito, e il fecero tornare al vomito. Era singolare la logica di questi prelati! La dignità reale era disonorata perchè s’era lasciata correggere dei suoi vizî dal Papa: perciò intendevano di gastigare essi il re et quidem per via di fatto!
  75. Ecco la vera origine delle investiture: i Feudi.
  76. Divinae legis institutionibus sancitum est, et sacris Canonibus interdictum, ne Sacerdotes curis saecularibus occupentur, neve ad comitatum, nisi pro damnatis eruendis, atque pro aliis qui injuriam patiuntur, accedant. — In vestri autem regni partibus, Episcopi vel Abbates adeo curis saecularibus occupantur, ut comitatum assidue frequentare, et militiam exercere cogantur. — Ministri vero Altaris, ministri Curiae facti sunt, quia civitates, ducatus, marchionatus, monetas, turres, et caetera ad regni servitium pertinentia, a regibus acceperunt. Unde etiam mos Ecclesiae inolevit, ut electi Episcopi nulla modo consecrationem acciperent, nisi per manum regiam investirentur. Aliquando etiam vivis Episcopis investiti sunt. His et aliis plurimis malis, quae per investituram plerumque contigerant, praedecessores nostri Gregorius vii et Urbanus ii felicis recordationis Pontifices excitati, collectis frequenter episcopalibus Conciliis, investituras illas manu laica damnaverunt, et si qui Clericorum per eam tenuissent Ecclesias, deponendos, datores quoque communione privandos percensuerunt, juxta illud Apostolicorum Canonum Capitulum, quod ita se habet: Si quis Episcopus seculi potestatibus usus, Ecclesiam per ipsas obtineat, deponatur, et segregentur omnes qui illi communicant. Tibi itaque, fili carissime Henrice rex, et regno regalia illa dimittenda praecipimus, quae ad regnum manifeste pertinebant tempore Caroli, Ludovici, Ottonis, et caeterorum praedecessorum tuorum. Interdicimus etiam et sub anathematis districtione prohibemus, ne qui Episcoporum seu Abbatorum, praesentium vel futurorum, eadem regalia invadant, id est, civitates, ducatus, marchias, comitatus, monetas, telonium, advocatias, jura centurionum, et curtes quae regi erant, cum pertinentiis suis, militiam et castra. — Porro Ecclesias cum oblationibus et haereditariis possessionibus, quae ad regnum manifeste non pertinebant, liberas manere decrevimus, sicut in die coronationis tuae omnipotenti Domino in conspectu totius Ecclesiae promisisti.» Ep. xxii.
  77. Altri accuseranno il magnanimo Pontefice di non aver con ciò bastevolmente sostenuti i diritti della Chiesa abbandonando alla cupidigia altrui beni temporali della medesima. Mi si perdoni una osservazione a questo proposito, che mi prendo la libertà di sottomettere al giudizio di quegli che veggono meglio di me. «Parmi che la ricchezza e il potere temporale entrato nel Clero non solo abbia prodotto in una parte del medesimo un’aperta corruzione; ma che generalmente altresì abbia ingenerato una soverchia confidenza ne’ mezzi umani per vantaggio della religione»: Dubito perciò non forse in altri casi questi beni sieno stati difesi con troppo di forza, come spiegherò meglio in appresso; quando, secondo lo spirito ecclesiastico dell’antichità, «è meglio abbandonarsi ove la difesa loro giunga a tale da dover produrre un pericolo di maggior male spirituale»; perciocchè i beni temporali non sono di un assoluto bisogno alla Chiesa, come è la sua libertà o santità, e perciò non meritano un’assoluta e incondizionata difesa.
    Chi vuol vedere di quanto disinteresse fossero i sentimenti di S. Agostino non solo relativamente alla sua persona, ma ben anco a’ beni della sua Chiesa, legga i sermoni ch’egli teneva al suo popolo, e in particolare il cccxvi. In questo, fra l’altre cose dice: «Chi vuol privare i figliuoli suoi per lasciare il suo alla Chiesa, cerchi un altro che non sia Agostino a ricevere il suo dono; o credo più tosto, se a Dio piace, che non potrà egli ritrovarlo.» le quali ultime parole mostrano, che questo sentimento era comune ai Vescovi del suo tempo. E soggiunge: «Quando non fu lodata l’azione di Aurelio Vescovo di Cartagine! Un uomo che non avea figliuoli, e non ne sperava, lasciò tutti gli averi suoi alla Chiesa, riserbandosene l’usufrutto. Gli sopraggiunsero de’ figliuoli e il Vescovo gli restituì quanto gli avea lasciato, quando meno se l’aspettava, poteva non restituirlo secondo il mondo, ma non secondo Dio.»
    Parimente con che larghezza S. Ambrogio scrive: Quid igitur non humiliter responsum a nobis est? Si tributum petit (imperator) non negamus Agri Ecclesiae solvunt tributum: Si agros desiderat imperator, potestatem habet vindicandorum, nemo nostrum intervenit. De Basilicis tradendis, n. 83.
    A questo proposito de’ tributi aggiungerò ancora che talora si mise troppa premura a sostenere l’esenzione da’ tributi a favore dei beni ecclesiastici. Questo privilegio, quando i beni della Chiesa sono molti, ha in sè qualche cosa di sommamente odioso e contro l’equità. Oso dire di più; egli fu anzi di danno che di vantaggio alla Chiesa anche nell’ordine temporale; perocchè in gran parte egli fu cagione che s’inventò quella terribile parola delle mani morte, e che si disse, come fa il Barbosa, Regnorum utilitas postulat ut bona stabilia sint in commercio hominum non privilegiatorum et exemptorum. Lib. ii de Pensionibus, Vol. xxvi, n. 19.
    Un componimento equo sarebbe stato «che lo stato rinunzii alla regalia per riguardo a tutti que’ beni che non sono veri e originarii, e i beni della Chiesa paghino il tributo come tutti gli altri.»
  78. Pasquale ii ben conosceva, essere le suggestioni de’ tristi che intorbidavano la quistione; e perciò scriveva così al re d’Inghilterra: «Fra queste contraddizioni deh non ti lasciare introdur nell’animo, re, da nessuno una persuasione profana, quasi che noi volessimo diminuir qualche cosa della tua potestà, o anche solo vindicare a noi una maggior influenza nella promozione dei Vescovi. Anzi tu lasci la tua pretensione per amor di Dio, la quale è manifestamente contro di Dio, nè tu puoi stando con Dio esercitarla, nè noi, salva la nostra salute e la tua, concederla; del resto qualsiasi altra cosa tu ci domanderai, cui noi possiamo secondo Dio concederti; e noi la ti accorderemo con sommo piacere, e daremo mano con propensione via maggiore a tutto ciò che ridonderà a tuo onore e a tua elevazione. Nè riputare che s’addebiliti il nerbo della tua potestà, desistendo tu da cotesta profana usurpazione: che anzi tu regnerai perciò appunto con più efficacia, con più saldezza, con più onoranza: perchè nel tuo regno regnerà la divina autorità». Queste ultime parole di Pasquale sono pur belle ed osservabili anche perchè indicano un fatto notato da un profondo pensatore de’ tempi nostri, cioè «che i Papi sebbene si sieno opposti ai sovrani quando questi volevano opprimere la Chiesa, tuttavia non li hanno mai avviliti, ed anzi il sottomettersi di questi all’autorità della Chiesa ha conferito qualche cosa di sacro alla sovranità e quasi un riflesso di divino splendore». Le parole di Pasquale al re d’Inghilterra battono qui appunto: Nec existimes quod potestatis tuae columen infirmetur si ab hac profana usurpatione desistas. Imo tunc validius, tunc robustius, tunc honorabilius regnabis, cum in regno tuo divina regnabit auctoritas. (Presso Eadmero. Lib. iii Historia Novorum). Potrebbesi aggiungere non regnar altri che solo colui che serve a Dio, alla giustizia, alla verità.
  79. Alla prima imbasciata che inviò Enrico v a Roma per ottenere da Pasquale ii il dritto d’investire i Vescovi, questo illustre Pontefice rispose con una lettera degna del Capo della Chiesa, dove fra l’altre cose così diceva: «Tu chiedevi che ti fosse dato per indulto della Chiesa Romana il diritto e la facoltà di costituire i Vescovi e gli Abati per mezzo dell’investitura, e che fosse sottomesso alla regia potestà quello che l’onnipotente Signore dichiara non farsi se non da lui solo. Poichè il Signore dice: «Io sono la porta: se alcuno entrerà per me sarà salvo.» Or quando i re si arrogano di esser la porta della Chiesa, allora avviene sicuramente che quelli che per essi entrano nella Chiesa, non sieno pastori, ma rubatori e ladroni, dicendo lo stesso Signore: «Quegli che non entra per la porta del chiuso delle pecore, ma si sale per altra parte egli è rubatore e ladrone.» Veramente se la tua dilezione domandasse da Noi qualche gran che, il quale secondo Dio con giustizia e colla salvezza dell’ordine nostro concedere si potesse, di gran voglia noi te lo concederemmo. Ma questa che tu dimandi è cosa sì grave, sì indegna, che con nessuno ingegno il può giustificare ed ammettere la Chiesa cattolica. Il beato Ambrogio potè essere spinto agli estremi termini anzichè mai concedere all’imperatore la dominazion della Chiesa. Egli rispose: «Non voler tu aggravare te stesso, o imperatore, in pur credendo che su quelle cose che sono divine v’abbia un qualche imperatorio diritto. Non ti rizzare ma se vuoi regnar lungamente, soggettati a Dio. Egli è scritto: Le cose di Dio a Dio, le cose di Cesare a Cesare. All’imperatore spettano i palagi, al sacerdote le Chiese: a te fu commesso il diritto delle mura pubbliche, non delle sacre. Che vuoi tu con un’adultera? Poichè ella è adultera quella che non è unita di legittimo maritaggio.» Non odi tu, o re, chiamarsi adultera quella Chiesa che non ha contratte nozze legittime? e della Chiesa ognuno stima che il Vescovo sia il proprio sposo. — Se tu sei figliuolo della Chiesa, lascia adunque alla madre tua stringere legittime nozze di modo che ella si unisca a un legittimo sposo non per opera d’uomo, ma di Cristo Dio e Uomo. Imperciocchè l’Apostolo attesta che i Vescovi vengono eletti da Dio quando sono eletti canonicamente, là dove dice: «Niuno suol prendersi da sè stesso l’onore, ma quegli che è chiamato da Dio siccome Aronne.» E il beato Ambrogio: «Giustamente, dice, si crede che sia eletto dal Divino giudizio colui, cui tutti hanno dimandato» e poco appresso: «quando convenne la dimanda di tutti, non evvi più a dubitare che ivi il Signore Gesù non sia stato egli e l’autore della volontà, e l’arbitro della dimanda, e il presidente della ordinazione, e il datore della grazia.» Oltracciò il Profeta Davide favellando colla Chiesa dice: «Invece de’ Padri tuoi, ti sono nati de’ figli, tu li costituirai principi sopra tutta la terra.» Ecco la Chiesa che genera i figli e che li costituisce principi. — Da vero che mostruoso è a dire che il figlio genera il padre, e che l’uomo debba creare un Dio! Imperciocchè è manifesto, i sacerdoti chiamarsi Dei nelle sacre Scritture, siccome quelli che sono i vicarî di Dio. — Per questo si fu che la santa Chiesa Romana ed apostolica per mezzo de’ nostri predecessori non dubitò di opporsi virilmente alla usurpazione de’ regi e alla abbominanda investitura che volean dare, e non furon atte a piegarla le gravissime persecuzioni de’ tiranni, da’ quali fu afflitta e sbattuta fino a’ tempi nostri. Ma noi confidiamo nel Signore, conciossiachè Pietro il Principe della Chiesa e il primo de’ Vescovi, non perderà la virtù della sua fede nè pure in Noi.» Questa lettera è riferita da Eadmero, Lib. iii. Historiae Novorum.
  80. Queste lettere di Pasquale ed Anselmo dicevano: «Egli è ben noto alla tua sapienza con che efficacia, robustezza e severità abbiano i Padri nostri combattuto ne’ preteriti tempi contro quella velenosa radice di pravita’ simoniaca, l’investitura. In tempo di Urbano, signore e predecessore nostro di una memoria degna in Cristo di riverenza, fu raccolto presso Bari un venerabil Concilio di Vescovi ed Abati venutivi da varie parti, e in esso la tua Religione e Noi stessi siamo intervenuti, come quelli ch’erano allora con noi ben si ricordano, e contro quella peste fu pubblicata la sentenza di scomunicazione. E noi pure, che abbiamo lo stesso spirito de’ Padri nostri, lo stesso sentiamo, e le stesse cose testifichiamo.» Questa lettera ha la data de li 11 dicembre dell’anno 1102.
  81. Ecco quel che Pasquale rispose come ebbe udita l’infame menzogna de’ tre Vescovi cortigiani: «Noi chiamiamo in testimonio contro l’anima nostra Gesù che scruta le reni e i cuori, se dall’istante che abbiamo pigliato la cura di questa santa Sede giammai un così immane delitto ci sia nè pur in mente disceso. E guardici Iddio, che non ne veniam mai di soppiatto infetti, a tale che una cosa pronta abbiamo in bocca, e un’altra nascosta nel cuore; quando contro ai mendaci profeti fu vibrata l’imprecazione: «Disperda il Signore tutte le labbra dolose.» Che se pur tacendo soffrissimo che la Chiesa venisse macchiata col fiele dell’amarezza, e colla radice della empietà, in che maniera potremmo noi scusarci innanzi all’eterno Giudice; mentre il Signore in ammaestramento de’ Sacerdoti ha detto al Profeta; «Ho posto Te speculatore sulla Casa d’Israele?» Non ben custodisce la città colui che posto nella rocca, mentre non bada espone la cittá ad esser presa da’ nemici. Ora se una mano laica dà il segno del pastorale uffizio la verga, e il segnacolo della fede l’anello che fanno oggimai nella Chiesa i Pontefici? L’onore della Chiesa è a terra, il vigore detta disciplina soluto, ogni cristiana religion conculcata, ove noi soffriamo che la temerità dei laici presuma di far ciò, che noi sappiamo esser a’ soli Sacerdoti dovuto. No, non è dei laici tradir la Chiesa nè cosa da figli macchiar d’adulterio la madre — perchè ai laici appartiene difendere la Chiesa e non tradirla. In vero Ozia tirando a sè illecitamente l’ufficio di Sacerdote, fu percosso di lebbra. Anche i figliuoli d’Aronne imponendo sull’altare un fuoco straniero, furono consunti dalle fiamme divine ecc.» E seguita a provare l’illiceità che il principe conferisca a suo libito i Vescovati, scomunicando in fine gl’impostori e quelli che erano stati intanto dal re investiti delle sedi episcopali.
  82. «Gli abusi del governo feudale congiunti alla depravazione del gusto e de’ Costumi loro naturale conseguenza, per lunga serie di anni non aveano fatto che accrescersi; e sembra che verso la fine del secolo undecimo fossero venuti all’ultimo termine del loro accrescimento. A quest’epoca si vede cominciare la progressione in contraria parte, e da essa possiamo contare la successione delle cagioni e degli avvenimenti, l’influenza più o men gagliarda de’ quali più o men sensibile ha giovato a distruggere la confusione, la barbarie, e a sostituire l’ordine, la politezza, la regolarità.» Introd. alla Vita di Carlo v, Sez. I.
  83. Ricerca utile insieme e profonda sarebbe «l’esame de’ sentimenti di giustizia, di equità e di umanità che Gregorio vii ispirò nella società imbarbarita, e le utili conseguenze che ne provennero.» Per esempio, in un Concilio tenuto in Roma egli ebbe cura di fare una legge in favore dei naufraghi, ordinando: «che a qualsivoglia spiaggia approdassero, fosse rispettato il loro infortunio, e la persona e la roba de’ naufraghi nessuno di toccar si attentasse» — ut quicumque naufragum quemlibet et illius bona invenerit, secure tam eum quam omnia sua dimittat (Concil. iv Rom. sub Gregor. vii.). Questa è una di quelle leggi d’umanità che passarono nel diritto pubblico comune di Europa.
  84. Sarebbe infinito a dire quanto hanno affaticato e patito per la libertà della Chiesa, in conseguenza del movimento impresso loro da Gregorio, un S. Pier Damiano, un S. Anselmo di Cantorbery, un S. Anselmo di Lucca, un S. Ivone di Chartres, e più tardi un S. Bernardo e tanti altri insigni prelati che fiorirono successivamente nella Chiesa.
  85. Ecco alcuni canoni di Concilj tenuti dopo che Gregorio innalzò il vessillo della riforma e della libertà, ancora prima che spirasse il secolo xi.

    Il Concilio di Clermont nell’anno 1095 fece i due Canoni, 15. Nullus ecclesiasticum aliquem honorem a manu laicorum accipiat — 18. Nullus presbyter cappellanus alicujus laici esse possit, nisi concessione sui Episcopi.

    Il Concilio di Nimes dell’anno seguente 1096 fece il canone 8. Clericus vel Monachus, qui ecclesiasticum de manu laici susceperit beneficium, quia non intravit per ostium, sed ascendit aliunde sicut fur et latro, ab eodem separetur officio.

    Il Concilio di Tours dell’anno stesso 1096, can. 6. Nullus laicus det vel adimat Presbyterum Ecclesiae sine consensu Praesulis.

  86. Nella Professione di fede fatta da Pasquale ii nel Concilio di Laterano l’anno 1112, dice quel Pontefice: che abbracciava i decreti de’ Pontefici suoi predecessori, et praecipue decreta Domini mei Papae Gregorii vii, et beatae memoriae papae Urbani quae ipsi laudaverunt, laudo; quae ipsi tenuerunt, teneo; quae confirmaverunt, confirmo; quae damnaverunt damno; quae repulerunt, repello; quae interdixerunt, interdico; quae prohibuerunt, prohibeo in omnibus, et per omnia, et in iis semper perseverabo.
  87. Tutti questi Pontefici, anche quelli fra essi che poco regnarono, combatterono con gran fortezza e magnanimità per la libertà delle elezioni, tennero de’ Concilii, fecero de’ decreti. Essendo impossibile esporre tutte le loro azioni, riferirò qui solamente alcuni de’ principali decreti da essi pubblicati.

    Vittore iii sebbene non vivesse che due anni, tenne decreto: «Stabiliamo altresì, che se quindi innanzi taluno riceverà di mano di laica persona un vescovato o un’abbazia, egli non si abbia in modo alcuno in conto di Vescovo e di Abate, nè si renda a lui come a Vescovo o ad Abate riverenza. Di più, noi interdiciamo a costui il premio del Beato Pietro, e l’ingresso della Chiesa fino a che pentito non abbandoni il posto che ha ricevuto con sì grave delitto di ambizione e d’inobbedienza che è idolatrica scelleratezza. Simigliantemente stabiliamo degl’Inferiori gradi e dignità della Chiesa. Ancora, se qualche imperatore, re, duca, principe, conte, od altra qualsivoglia potestà secolare presumerà di dare il vescovato, od altra dignità ecclesiastica qualunque, sappia d’essere stretto col vincolo della sentenza medesima. Conciossiachè i trecento e diciotto Padri del Concilio di Nicea hanno scomunicati i venditori e compratori di tal fatta, giudicando che sia anatema e quegli che da, e quegli che riceve.»

    Urbano ii vindicò la stessa libertà delle elezioni in tre Concilii che tenne, a Melfi, a Clermont, e a Roma, gli anni 1089, 1095, e 1099. Ecco due canoni del secondo di questi Concilî.

    1.° «La Chiesa cattolica sia casta nella fede, e libera da ogni servitù secolare.»

    2.° «I vescovi, gli Abati, o altri del Clero non ricevano alcuna ecclesiastica dignità dalla mano de’ principi, e di qualsivoglia altra laica persona.»

    Pasquale ii oppose all’abuso della schiavitù delle elezioni vescovili i decreti di otto Concilii da lui celebrati, cinque in Roma, gli anni 1102, 1105, 1110, 1112, 1116, gli altri tre a Guastalla, a Trozes, e a Beuevento, gli anni 1106, 1107, 1108. Egli è incredibile con quanta magnanimità, equità e dolcezza questo Pasquale ii combattè per la libertà delle elezioni, la munì, la vendicò. Nel Concilio di Guastalla si parla in modo, che apparisce come gli sforzi de’ Papi cominciavano già a raccogliere qualche frutto nella riforma della Chiesa. Eccone un brano: «Già è gran tempo, che da uomini perversi, tanto chierici quanto laici, la Chiesa cattolica veniva conculcata; di che nacquero ne’ tempi nostri molti scismi ed eresie. Ora poi per grazia divina venuti meno gli autori di cotale nequizia, ella risorge ad ingenua libertà. Laonde provveder conviene, acciocchè le cagioni di tali scismi rimangano pienamente distrutte. Il perchè consentendo noi alle costituzioni de’ padri nostri, proibiamo al tutto che si facciano le investiture da’ laici. Che se v’avrà alcun violatore del presente decreto, siccome reo d’ingiuria nella madre sua, se Chierico sarà rigettato dalla partecipazione della sua dignità, se laico, sarà rispinto da’ limitari della Chiesa.»

    Gelasio ii vessato, scacciato da Roma, perseguitato come i suoi predecessori difese virilmente per la vita la causa stessa.

    Calisto ii, al quale riuscì dopo incredibili sforzi di conchiuder la pace: dimettendo Enrico v le investiture, prima le avea con solenne decreto condannate nel Concilio di Reims numeroso di 420 Padri. E gioverà qui riferire le parole del Vescovo di Châlons nunzio del Papa all’imperatore. Sottoscritti i patti in presenza di molti testimonî, negava l’imperatore audacemente d’aver promesso cosa alcuna. Il nunzio, dopo convintolo di mala fede colla scritta di suo pugno, e tutti i testimonî presenti che deponevano contro a lui, gli prese a parlare in una forma da fargli ben chiaro conoscere il vero stato della questione: «Sire, gli disse, quauto a noi, tu ci troverai puntualmente fedeli in tutte le nostre promesse. Poichè nostro Signore il Papa non attenta già di diminuire in cosa alcuna la condizione dell’imperio o la corona del regno, come alcuni seminatori di discordia vengono straparlando. Anzi dinunzia egli a tutti pubblicamente che a te debbano servire per ogni maniera in prestar la milizia e tutti gli altri servigi, nei quali furono soliti di servire a te e a’ tuoi aptecessori. Che se tu giudirbi diminuirsi la condizione del tuo regno con questo che tu non possa più d’ora in avanti veudere i vescovati, egli è tal giudizio sì falso, che anzi avresti dovuto considerar ciò come un aumento e un vantaggio del regno tuo, e come tale sperarlo, giacchè si tratta che tu per amore di Dio quelle cose abbandoni, le quali appunto al Signore Iddio sono coutrarie.» Ecco quello di che unicamente si trattava: si possono sfidare tutti isofisti moderni a provare che il Papa volesse nulla di più.

  88. Il primo di questi due concordati fu conchiuso a Francfort, e il secondo in Aschaffenburg sotto Federico iii.
  89. Ho già osservato che astenendosi i romani Pontefici dal por le mani senza necessità nelle elezioni Vescovili potevano parlare con più vigore a’ principi, e distorli dal porvele essa. Ha gran forza quel poter dire quando Papa Adriano scrivea a Carlo Magno: Nunquam nos in qualibet electione invenimus, nec invenire avemus. Qual valore non prende, da questo precedente, l’avviso del Papa che viene appresso: Sed neque vestram excellentiam optamus in talem rem incumbere. Sed qualis a Clero et Plebe... electus canonice fuerit, et nihil sit quod sacro obsit ordini, solita traditione illum ordinamus (Tom. ii. Conc. Gall. p. 95 e 129). E durante il dissidio per le Investiture que’ grandi Pontefici non finirono di assicurare i principi, che nel sostenere la libertà della Chiesa, essi non avevano alcuna mira secondaria di tirare a sè le elezioni o di influire in esse; e nulla ommisero per rimuovere dall’anima de’ principi questo sospetto. Pasquale ii scriveva ad Enrico i re d’Inghitterra: Inter ista, Rex, nullius tibi persuasio profana surripiat, quasi aut potestati tuae aliquid diminuere, aut nos in episcoporum promotione aliquid nobis velimus amplius vindicare (Eadmero Lib. iii. Histor. Novor.) Alessandro iii (sec. xii) fu così dilicato in tal parte, che avendo fabbricato la città di Alessandria, e datole il primo Vescovo, dichiarò che non intendeva di aver con quell’atto a pregiudicare alla libertà delle elezioni de’ prelati pel tempo avvenire: De novitate et necessitate processit, egli dice nella Bolla, quod nulla praecedente electione, auctoritate nostra, vobis et Ecclesiae vestrae electum providimus. Statuimus ut non praejudicetur in posterum quominus electionem liberam habeatis, sicut Canonici Ecclesiarum Cathedralium, quae Mediolanensi Ecclesiae subjacent. Con tanta dilicatezza e nobiltà procedevano nell’affare delle elezioni i Pontefici di questi tempi!
  90. In Inghilterra, poco prima del Concordato di Leone x con Francesco i, era stata ceduta la nomina de’ Vescovati al Re con un indulto Pontificio. Or sarà egli vero che il successore di Leone x, Adriano vi, cedesse a Carlo v, e a’ re di Spagna che gli succederebbero, la nomina de’ Vescovi di quel regno, in mostra di sua gratitudine, come a un monarca suo allievo, e a’ cui beneficî era debitore del Pontificato? Possibile che la libertà della Chiesa sia stata così donata via quasi come vil moneta con cui pagare delle obbligazioni private e personali! Che infelice liberalità sarebbe stata mai questa?
  91. È fino lepida questa frase di Natale Alessandro parlando delle elezioni: Jus plebis in Reges Christianissimos ecclesie gallicanae libertatibus et antiquo more ab Ecclesia tacite saltem approbato transfusum est. (Hist. Eccles. In saec. I Dissert. viii.) Belle libertà quelle che assudditano la Chiesa di Dio a’ principi temporali! Si dovrebbero ben con ragione chiamare «la servitù della Chiesa Gallicana.»
  92. Basta leggere la lettera ccxxxviii di S. Ivone a Pasquale ii, per vedere quanto era grande lo spirito di concordia e di pace di questo santo Vescovo, e come a tutta sua possa procacciava che non fosse mai turbato il buon accordo fra lo Stato e la Chiesa. Nella qual lettera fra l’altre cose pone questa preclara sentenza: Novit enim Paternitas vestra, quia, cum Regnum et Sacerdotium inter se conveniunt, bene regitur mundus, floret et fructificat Ecclesia. Cum vero inter se discordant, non solum parvae res non crescunt, sed etiam magnae res miserabiliter dilabuntur.
  93. Si veggano le lettere lxvii, lxviii e cxxvi di questo gran Vescovo. Egli nella lettera cii dice a dirittura, che non licet regibus sicut sanxit octava Synodus, quam romana Ecclesia commendat et veneratur, electionibus episcoporum se immiscere.
  94. .... Ut regni tui Episcopis et Abbatibus libere praeter violentiam et simoniam electis investituram virgae et annuli conferas, dice il privilegio, presso Guglielmo di Malmesbury, Lib. v. de Gestis Regum Anglorum.
  95. Non Ecclesiae jura, non officia quaelibet, sed regalia sola se dare assereret (Henricus). Così attesta Pietro Diacono Lib. iv Chronici Cassinensis, Cap. xlii.
  96. Et hoc ideo damnatum est, quod in eo Privilegio continetur quod electus canonice a Clero et populo, a nemine consecretur nisi prius a rege investiatur. Quod est contra Spiritum Sanctum et canonicam institutionem. Doppio era il difetto che si trovava in quel privilegio: 1.° che il Vescovo non potendo prendere il governo della sua Diocesi senza l’assenso del re, e quindi potendo esser negato dal re per capriccio o per volontà di nuocer alla Chiesa; questa venìa indi inceppata nell’uso del suo ministero, che per autorità ricevuta da Gesù Cristo ha diritto di esercitare in tutto il mondo liberamente; e però Innocenzo ii diceva che al dissenso del re conveniva badare ove fosse motivato sopra giuste ragioni e giuridicamente provate, e non altramente; 2.° che quella parola investitura conteneva un equivoco; giacchè «investire un Vescovo» pareva significare conferirgli la giurisdizion vescovile; il che era certo eresia, l’attribuirlo alla laica potestà, e contro lo Spirito Santo. Al che si potrebbe aggiunger per 3.°, che il mettere un Vescovo in possesso de’ beni liberi del vescovato, è ingiustizia e soperchieria se vuol farlo il re di propria autorità, e non per un privilegio accordatogli dalla Chiesa che è proprietaria de’ beni suoi. All’incontro giustizia era, che il re per propria autorità investisse il Vescovo de’ beni feudali; giacchè la proprietà diretta di questi beni rimane sempre al principe, e il feudatario non ne ha che il dominio utile. Ma queste due specie di beni si confusero insieme dalla giurisprudenza di quel tempo, come abbiamo osservato; e tutti i beni della Chiesa si fecero passare per feudali: il che non avvenne tanto per l’avidità personale de’ regnanti, tanto per la natura di que’ governi, sotto i quali le proprietà tutte non erano egualmente difese, ma meglio delle altre eran le regole: dal qual vantaggio dei beni feudali sopra gli altri trassero l’origine i feudi oblati.
  97. Questo Pontefice condannò sè stesso in un altro Concilio tenuto nella Basilica Laterana l’anno 1116. Quanto non sono commoventi le circostanze ch’egli descrive narrando come fosse indotto a quella condiscendenza verso di Enrico! e quanta umiltà e dignità insieme non ispirano! «Dopo che, dice, il Signore ebbe fatto quel che gli piacque col suo, e dato me e il popolo romano in mano del re io vedeva farsi ogni giorno, senza posa, rapine, incendi, stragi, adulteri. Tali e somiglianti malori io pur desiderava di rimuovere dalla Chiesa e dal Popol di Dio: e ciò che feci, per la liberazione il feci del popol di Dio: il feci da uomo, perocchè sono polvere e cenere. Confesso di aver male operato; e deh voi tutti innalzate suppliche a Dio per me, che mi perdoni. E quello sgraziato scritto, che fu fatto nelle tende militari, e che a sua ignominia dicesi un sacrilegio, io il danno sotto un perpetuo anatema, acciocchè a niuno riesca mai di grata ricordanza, e prego voi tutti di fare il medesimo.» E tutti acclamarono: «Sia così; sia così.» Ora sì tristi circostanze poterono ottenere da Pasquale tal cosa, che è certamente, so non erro, un niente verso la nominazione regia caduta a’ principi quattro secoli dopo.
  98. . . . . judicante veram non esse electionis libertatem ubi quis excipitur a Principe, nisi forte docuerit coram ecclesiastico judice illum non esse eligendum; tunc enim auditur ut alius.
  99. Nè queste idee vennero mai meno, nè posson mancare nella Chiesa, perchè sono eterne come la verità. Per conoscere che nel secolo xvi i romani Pontefici non pensavano diversamente da tutti i secoli precedenti, basta osservare che Giulio ii immediato predecessore di Leone x conferì talora de’ Vescovati contro la volontà del re, come in fine del secolo precedente avea fatto Innocenzio viii col vescovato di Angres. Senza entrare a vedere se ciò fu lodabile (il che a noi non ispetta indagare); certo però una tale condotta de’ Pontefici dimostra quali sieno le idee vere e immutabili sulla libertà della Chiesa.
  100. Tutta la sacra antichità proclama altamente questo principio. Ecco con che forza il grande Origene lo inculcava nel secondo secolo della Chiesa. Parlando del modo, col quale nell’antica legge fu costituito pontefice Aronne, mostra che allora si preindicava il modo come nella nuova si doveva eleggere il Vescovo. Dice adunque: «Or veggiamo con che ordine fu costituito quel pontefice. Mosè convocò la Sinagoga, dice il sacro testo, e parlò così: «Questa è la parola che ha comandato il Signore,» Ecco qua, sebbene il Signore avesse comandato di costituire il pontefice, e il Signore stesso eletto l’avesse; tuttavia convoca anche la Sinagoga. Conciossiachè si ricerca, in ordinare alcuno sacerdote, anche la presenza del popolo, acciocchè tutti sappiano e siano certi, che si elegge al Sacerdozio quello che e’ fra tutto il popolo il piu’ eccellente, il piu’ dotto, il piu’ santo, il piu’ eminente in ogni virtu’; ut sciant, omnes et certi sint quia qui praestantior est ex omni populo, qui doctior, qui sanctior, qui in omni virtute eminentior, ille eligatur ad Sacerdotium.» Hom. vi in Levit.

    Questa dottrina appartiene alla costante tradizione della Chiesa. Ecco il discorso che nel secolo ix il Visitatore, cioè quel Vescovo che venia mandato dal Metropolitano e dal principe a presiedere alle elezioni, faceva all’assemblea degli elettori: «Noi vi comandiamo d’ordine sovrano, e per quella fede che avete giurato di serbare a Dio e al Signore imperator nostro Lodovico, e acciocchè voi non cadiate in quella gravissima sentenza di condannazione, sotto quel terribile anatema che ci chiama tutti dinanzi al tribunale del giudice, che non vogliate nasconderci chi sia quegli che in questa congregazione voi conoscete pel migliore, pel piu’ dotto, e piu’ ornato di buoni costumiut eum quem meliorem et doctiorem et bonis moribus ornatiorem in ista Congregatione conversari noveritis, nobis eum non celare dignemini.» (Inter formulas promotionum Episcopalium.)

  101. Queste sono le parole del Concordato.
  102. Vedi addietro 79 e seg. — Il non esser noto un Vescovo a’ diocesani era un caso che lo dichiarava illegittimo, e intruso. S. Giulio i in una sua lettera agli Orientali (apud Athan. Ap. ii), induce che Gregorio surrogato nella sede di Alessandria sia un intruso, quia nec multis notus, nec a presbyteris, nec ab Episcopis, nec a populo postulatus fuerat. S. Celestino i: Nullus invitis detur Episcopus (Ep. 2) S. Leone: Qui praefuturus est omnibus, ab omnibus eligatur (Ep. 84).
  103. Sentenza solenne di tutta l’antichità: Ex presbyteris ejusdem ecclesiae, vel ex diaconibus optimus eligatur. S. Leone, ep. 84. Innocenzio i, nell’epistola al Sinodo Toletano (cap. ii), condanna il fatto di Rufino, qui contra populi voluntatem et disciplinae rationem Episcopum locis abditis ordinaverat.
  104. Quanto sarebbe desiderabile, che tutti ben conoscessero e principi e sudditi in che consista la vera fedeltà! No, questa bella virtù non consiste in atti vili, in una vendita della propria coscienza; ma ella è sempre accompagnata dalla giustizia e dalla sincerità. Egli è perciò, che io presento questo libretto non solo come segno del mio attaccamento filiale alla santa Chiesa, ma come una dimostrazione della mia fedeltà al mio sovrano. Possa egli esser come tale ricevuto! possano non essere calunniosamente interpretate e volte a male le mire più pure. Il concetto della fedeltà evangelica, di cui ragiono, si trova costantemente nella tradizione ecclesiastica. Eccolo in un fatto che riguarda appunto l’elezione de’ Vescovi. Nel secolo xi avendo il re di Francia dato alla Chiesa di Chartres un Vescovo ignorante e indegno, i canonici di quella Chiesa cercarono di impiegare l’Arcivescovo di Tours e i Vescovi di Orleans e di Beauvais a interporsi appresso il re, acciocchè volesse riparare alla ferita fatta da lui con ciò all’ecclesiastica disciplina, e nella loro lettera acconciamente dicono queste parole: «Nè per la riverenza dovuta al re, vogliate voi esser lenti a ciò fare, quasi che il non farlo appartenga alla fedelta’ verso di lui. Imperciocchè voi sarete veramente a lui più fedeli, se correggerete nel regno suo quelle cose che sono da correggersi, e indurrete l’animo di lui a volerle corrette.» Questa lettera si trova appresso Fulberto Vescovo di Chartres, ep. 132.
  105. Una delle più forti ragioni per le quali la Chiesa non volle mai che dipendesse da’ principi l’acquisto de’ Vescovati, era perchè vedeva, ciò conceduto, rendersi inevitabile la simonia. Calisto ii nel Concilio di Reims, dove si trattò la concordia della Chiesa con Enrico, dichiarò che nulla ometterebbe a sfrattare la simonia della Chiesa, quae maxime, disse, per investituras contra Ecclesiam Dei innovata erat. Il sommo Pontefice Pasquale avea detto prima; che l’influenza laicale nel conferire i Vescovati era la radice della simonia; e nel Concilio Lateranense del 1102 rinnovò la proibizione che niuno ricevesse da mani laicali nè Chiese, nè beni di Chiese; Hoc est enim, dice, simoniaca pravitatis radix, dum ad percipiendos honores Ecclesiae, saecularibus personis insipienter homines placere desiderant. Questo è un fatto che saltò agli occhi di tutti, i più santi Prelati della Chiesa non hanno cessato di deplorarlo. L’insigne Vescovo di Lucca S. Anselmo, chiama il dipendere i vescovati dalla volontà del principe, semenzaio di simonia; e non crede che potesse sussistere a lungo la Religione cristiana con una cotal disciplina. Quis enim non advertat, dice, hanc pestem seminarium esse simoniacae haereseos et totius christianae religionis lamentabilem destructionem? Nempe cum dignitas episcopalis a principe adipisci posse speratur, contemptis suis Episcopis et Clericis, Ecclesia Dei deseritur etc. (Lib. ii). Si voleva dunque distruggere non solo la simonia della Chiesa, ma anco la sua radice, anche la sua sementa. E che? si perdonerà alla radice e alla sementa perchè non si vede? perchè s’occulta sotterra? Tali assurdità vorrebbe persuaderci una giurisprudenza adulatrice; ma può essa durare una persuasione che non abbia il sodo della verità che la sostenga? Non può durare; perchè dee durare al mondo la Chiesa di Cristo.
  106. Chi vuol vedere nel fatto la certezza di questa conghiettura, basta che richiami alla mente ciò che avvenne relativamente ad un altro Enrico iv, cioè il grande re di Francia. Il Papa non dimandava se non che i Francesi avessero un re cattolico, e niente avea di personale ostilità contro Enrico, niente di politiche pretensioni nell’affare. Non istavano entro questi termini i confederati cattolici in Francia. Nella lettera che scrissero al Legato del Papa, Gaetano, incitavano il Papa a nominare egli un re alla Francia, e il giudizio della Sorbona era per questo partito; Sorbona, dice la lettera, hujus sententiae est, urgetque Pontificem ut ipse regem Galliae pronuntiet, declaretque; alioquin Gallia conclamata est, expersque remedii. Et esse hanc potestatem Pontifici regem declarandi, rationibus plane evidentibus, multisque exemplis ostendunt. Immo adjungunt, ubi Pontifex regem pronuntiaverit, isque in Gallia denuntiatus fuerit, continuo a Clero et ab omnibus catholicis receptum iri (sub. an. 1592, die 16 april.) Che fece il Papa? Nè avvenne a questo estremo, nè si buttò all’altro con Enrico: tenne il dignitoso personaggio di mediatore: e la mediazione ebbe nel fatto il suo effetto a favore di Enrico; perocchè questi cedette all’eresia, e fu riconciliato e riconosciuto re dal Papa e da tutti i Francesi. Qual dubbio che se Enrico si fosse ostinato nell’eresia, in fine sarebbe andato a perire con tutto il suo valore? Non nocque adunque il Papa ad Enrico, come gli sarebbe nociuto un Clero venduto che l’avesse concitato contro il Papa e la Chiesa; ma anzi la resistenza del Papa gli giovò sommamente a farlo entrare nella Chiesa ad un tempo, e nell’amore dei Francesi. Ecco come la Chiesa libera ritiene o rimette i principi nelle vie della loro vera politica, e fa ben anche la loro temporale grandezza!
  107. Acconciamente il celebre Card. Goffredo, Abate Vindocinense, nel suo opuscolo sulle investiture diretto a Calisto ii, scriveva: Et jure autem humano tantum illis debemus (ai principi temporali) quantum possessionem diligimus, quibus ab ipsis vel a parentibus suis Ecclesia ditata et investita dignoscitur.
  108. L’arianesimo fu in questa maniera che si propagò, anzi veramente tutte le eresie non si diffusero per lo mondo se non in grazia del favore delle corti, e de’ principi lasciatisi illudere dagli artifizî degli eretici! Quanti Vescovi eretici intrusi colla forza bruta del potere laicale! Basta aprire la storia ecclesiastica, e le pagine ne sono piene. Se nel secolo xvi non si ebbe per tutto l’intrusione de’ Vescovi come in Inghilterra, in Isvezia o in altri paesi, ciò fu perchè in molte parti l’eresie distrussero l’episcopato, e lo distrussero col braccio del potere secolare. Il potere secolare non può adunque presumersi in alcun modo contro i falsi sistemi religiosi se non attaccandosi fortemente ai Capi della Chiesa, e credendo al suo magistero; giacchè un’altra voce viva, superna, e permanente non esiste. Aspetteranno essi la convocazione di un Concilio ecumenico? È egli sempre possibile aver questo tribunale straordinario? E intanto? Lasciarsi ingannare? Aprano il Vangelo e vi leggano: «Io ho fondata la mia Chiesa sopra la pietra.» Credano dunque al Vangelo.
  109. Un testimonio sopra ogni eccezione, perchè niente sospetto di non favorire l’assolutismo politico, io voglio dire Richelieu, giudicava per un sistema scismatico il Gallicanismo. Egli trovava lo spirito di uno scisma anche in questo, che «una Chiesa particolare presupponga di decidere questioni di tale importanza che riguardano gl’interessi di tutta la Chiesa e di tutti gli Stati cristiani: questioni perciò che non appartengono se non al tribunal supremo del sommo Pontefice e de’ Concilî ecumenici.» Che poi? se la Chiesa di una particolar nazione, se uno, o l’altro Vescovo, se un consigliere, un professore di teologia osa non solo decidere, ma decidere contro la pratica stessa de’ Concilî e de’ Pontefici? e talora contro le espresse loro dichiarazioni? non è questo un proceder scismatico? E vi sarà un principe cristiano, che possa starsi sicuro in coscienza attenendosi al parere di tali dottori particolari? potrà egli dire d’aver cercato sufficientemente la verità, la dottrina della santa Chiesa cattolica? potrà credere di buona fede di non operare se non per mantenere i suoi diritti, e di non leder punto gli altrui?
  110. Nel secolo viii i vescovati per la ragione de’ feudi venivano invasi dalla nobiltà armata e soperchiatrice. Carlo Manno e Pipino difesero la Chiesa, e quest’ultimo ebbe a tal uopo dal sommo Pontefice Zaccaria il privilegio ad personam di nominare i Vescovi. L’Abate Lupo di Ferrara scrive: Pipinus a quo per maximum Carolum et religiosissimum Lodovicum imperatorem duxit rex noster originem, exsposita necessitate hujus regni Zaccariae Romano Papae, in Synodo, cui Martyr Bonifacius interfuit, ejus accepit consensum, ut acerbitati temporis, industria sibi probatissimorum, decendetibus Episcopis, mederetur. Ep. lxxxi.
  111. Si veggono adunque due periodi negli attentati della nobiltà e del poter supremo per insignorirsi delle elezioni: nel primo periodo si trattava di prenderle d’assalto con una usurpazione senza velo; nel secondo periodo si operò sottomano con arte, e si venne al fine per de’ passi insensibili.

    In Francia il poter supremo si unì col popolo a danno della libertà della Chiesa e contro la nobiltà, e perciò vi fu congiura contro lo Stato. Nell’adunanza de’ comuni del 1615 il terz’ordine fu pel gallicanismo, e il sistema cattolico fu difeso dal Clero e dalla nobiltà; sicchè, come scrive Bartol. Grammond presidente del parlamento di Tolosa (lib. 1 hist. ad ann. 1615) il partito cattolico diceva Clerum et nobilitatem convenire in eamdem sententiam, nec ideo contrariam opinionem valere quia ita populus censet: duorum vota et calculos uni praevalere.

    Nel 1673 il Clero si dichiarò ancora nella stessa buona sentenza; ma nel 1682 contraddisse a’ suoi padri. Il clero di nomina regia sotto un re dispotico come Luigi xiv fu regio: allora il gallicanismo prese tutte le forme più regolari e compì il suo trionfo.

    Ma che valse questa congiura del potere supremo e del popolo, contro lo Stato e la Chiesa? Valse al re la sua rovina. Annientata quasi la nobiltà, il re si trovò in presenza del popolo che egli stesso avea sollevato. Due poteri in presenza senza mediatore non possono a lungo sussistere concordi: il popolo adunque cacciò il re, l’uccise. Che lezione! Che falsa politica non è quella che non pensa ad altro che a rendere il poter supremo illimitato e nulla più? Gli eccessi si toccano; e chi soverchiamente s’innalza, più miseramente si rovescia.

    Singolare cosa è ad osservare, che il Card. Richelieu stette per la Chiesa contro il gallicanismo; e pure fu egli che ne preparò il trionfo; egli il più grande istrumento della depressione della nobiltà, e del regio assolutismo. Non vedeva dunque il grand’uomo la conseguenza di ciò che operava: e quanti altri mostrano pure di vedere assai, e sono veramente miopi ingannandosi allo stesso modo!