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Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/98

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dicare la quale dei secoli interi di agitazione e di atroci discordie in tutta la chiesa e in tutto il mondo erano stati riputati bene impiegati?

106. Se la potenza di fatto de’ Romani Pontefici avea toccato, come dicevamo, il suo sommo, dopo composto l’affare delle investiture; era all’opposto fino allora venuta cadendo la potenza de’ principi temporali. La nobiltà, coll’occasione appunto di quelle discordie, erasi sollevata contro di essi, e qua e colà s’era affrancata del tutto, formando in Europa de’ nuovi e minori principati. Ma dall’epoca della pace ristabilita, mentre la potenza papale, ritornando indietro dal suo apogeo, per così dire, cominciò a decadere e decadde con quel mezzo stesso col quale secondo le viste umane pareva volesse crescer vie più, cioè colle riserve ed altre funzioni che a sè veniva traendo, le quali empivanla d’oro; le potenze temporali all’incontro mettevano a profitto quel tempo di riposo a riparare le loro perdite, e niente trascuravano di quanto potesse aumentare la loro possa ed autorità. Nel secolo xv finalmente, un principe crudele, e che non conosceva ostacolo di onestà, Luigi xi, insegnò in Francia a tutti i principi dell’Europa ad abbassare con forti colpi e crudeli la nobiltà, e rendere il dominio reale assoluto; e tale politica fu in sostanza ricevuta da tutte le corti, sebbene non con ardimento uguale di aperta tirannia; e fu continuata con perseveranza, fino che Francesco i e Carlo v finirono di porre le basi della grand’opera, che dava alla sovranità in Europa una nuova forma e natura. Con questi ultimi sovrani ebbero a trattare i pontefici del secolo xvi; e il risultato di tali trattative si fu, che convenne abbandonar loro di bel nuovo una porzione della libertà delle elezioni, cioè la nomina alle sedi vescovili, riserbata alla santa Sede la sola conferma. Questo modo di disciplina, che è in sostanza se non le riserve stesse divise fra i sovrani ed i potefici? E questa disciplina è quella che vige tuttavia, e che va affondando incessantemente una delle piú acerbe e lamentevoli piaghe della crocifissa Sposa di Cristo.

107. E non tutti il veggono: egli pare che non essendo ceduta al potere temporale che la sola nominazione, riserbata al Pontefice la conferma, quella non troppo pregiudichi alla ecclesiastica libertà.

Ma questa ragione che si fa militare a favore della presente disciplina, sarebbesi ella riputata per altro, in tempi migliori, che per un cotal velo che ricopre e non toglie la piaga, e, se mi si permette il dirlo, per una delusione diplomatica?

Io ne dubito fortemente. Veggiamo qual’era la maniera di pensare della Chiesa circa le elezioni prima di quest’ultimo stato della disciplina; e cerchiamo d’inferirne il giudizio che farebbero gli antichi prelati, della nominazione de’ Vescovi abbandonata in mano della laica potestà.

In quel tempo in cui il poter laicale veniva crescendo nella sua costante impresa d’invadere le elezioni, e con esse la libertà della Chiesa, cioè nel secolo ix (e nel susseguente, l’usurpazione giunse al suo colmo); un passo di questa progressiva invasione fu di esigere, che l’elezione non si facesse se non dopo dimandatone ed ottenutone il permesso a’ principi, come abbiamo veduto. Direbbesi, diplomaticamente parlando, ciò non toccare la libera elezione. Pure, che ne parve alla Chiesa d’allora? Ebbe a dirittura tale pretensione de’ sovrani, qual violazione di sua libertà. L’Arcivescovo Incmaro ed altri prelati di quel tempo, vedemmo quanto s’opposero robustamente a un tal ceppo messo alle Chiese in quella occasione dichiarando che «il dover una diocesi prima di passare all’elezione del suo pastore dimandarne licenza al principe, lo considerano siccome una necessità di eleggere quello che al principe ne piacesse». Così stimavasi allora un tale attentato. Or poi che avrebbero detto i prelati di quella età, se invece del chiedere puramente la licenza di eleggere, si fosse trattato che il principe stesso nominasse a dirit-