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Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/109

 
 
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scere, e assicurarsi in che consista la giustizia, e in che consista il vero vantaggio della Religione cristiana. Ora, ciò posto, per aver sui troni della Chiesa di tali uomini integerrimi, non vi può essere sicuramente modo migliore, che il riceverli dalla chiesa stessa, la quale ha lo spirito di Dio; quando forse non si pretenda che il governo secolare conosca ed abbia lo spirito di Dio, meglio del clero e della chiesa. A tal segno io credo ciò vero, che se il principe volesse aver per vescovi degli uomini al tutto leali, e liberi annunziatori della verità, e pur volesse e sapesse eleggerli egli stesso, dovrebbe, operando con avvedimento, non farlo, che in occulto, cioè non facendo sapere a nessuno che l’elezione viene da lui, perchè il solo saperlo, basta acciocchè egli sia ingannato. Ma chi conosce il prezzo di quella modesta, ma però candida libertà evangelica, propria del carattere episcopale? Qual principe, o qual politica si leva tant’alto da potersi accorgere che quella libertà evangelica de’ vescovi impedirebbe il governo dello stato dal traboccare negli eccessi, sarebbe quella che varrebbe a trattenerlo indietro dall’orlo dell’abisso, in cui o l’inconsideratezza o le passioni de’ governanti talora lo spingono? Quanti stati sarebbero stati salvati dalle rivoluzioni e dall’anarchia, se questa preziosa libertà, vero aroma che dove si trova impedisce gli Stati cristiani dal corrompersi, fosse stata, secondo che ella si merita, apprezzata? Ma, come dicevo, in vece di calcolare il vantaggio di questo freno, che troverebbe l’ingiustizia e la passione degl’imperanti, tanto vantaggioso alla loro propria conservazione; si mette dalla inconsiderata prudenza del mondo per unico scopo della politica un cieco, illuminato, continuo aumento di potenza, e si considera come cosa antipolitica ogni limitazione messa al potere del governo; quasichè un potere dopo aver rimosso da sè ogni limite anche giusto, cioè dopo essere arrivato a poter liberamente operar tutto ciò che gli venga in mente, sia giusto sia ingiusto, potesse sussistere; o non anzi trovasse la sua distruzione appunto in questa illimitazione di potenza. Un monarca pienamente assoluto, non potrebbe sussistere nè pure pochi giorni sul trono: e i limiti che sogna di distruggere nell’ordine del diritto, li trova raddoppiati e raggravati nell’ordine del fatto. Perciò fu osservato con avvedimento, «che quando i principi vollero scuotere d’addosso ogni soggezione alla Chiesa, essi si trovarono veri schiavi del popolo:» e questo solo spiega tutte le circostanze politiche de’ nostri tempi. A dispetto delle tenebre che hanno sparse i sofisti nemici de’ troni e insieme loro adulatori, e de’ pregiudizi sistematici da’ quali sono macchiati gli storici moderni che hanno parlato del secolo xi, io mi permetto di far qui una riflessione, e mi appello agli uomini più spassionati e più penetranti, che dicano se non è giusta, e la riflessione è la seguente: «Allo stesso imperatore Enrico iv, dico io, fu veramente giovevole anche nell’ordine temporale il Clero libero rappresentato da Gregorio vii, e in apparente opposizione con lui, mentre il Clero suo schiavo e adulatore fu la vera cagione della sua rovina.» Strana affermazione; e pur facile a provarsi. Basta considerare che avvenne co’ baroni Tedeschi. I signori Sassoni e Tedeschi indispettiti per le sue sfrenatezze ed estreme tirannidi, ribellandosi a lui, si lagnavano altamente della lentezza e moderazione del Papa, e minacciavano di eleggersi da sè soli un nuovo imperatore, senza aspettare il giudizio del Papa. Questi all’incontro era quegli che tirava in lungo, voleva accomodar le cose, e faceva realmente da mediatore fra il Sovrano e quei Signori, desiderando di protrarre a veder se forse Enrico rientrasse in ragione, nel qual caso prometteva anzi di sostenerlo. Se non che que’ principi, menati a lungo e insofferenti, elessero, senza averne il consenso del Papa, che sempre stava per la conciliazione, Rodolfo duca di Svevia, il che rese interminabile il litigio, e perdette Enrico. Ora, se Enrico si fosse tenuto al Papa, egli sarebbe stato uno de’ più grandi Imperatori,