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Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/90

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rinunziare a sì vasti diritti? Ci cova qualche fino secondario sotto? È egli questo un gioco della politica della corte romana? Iddio giudichi fra quelli che così opinano, e Roma. I Papi non dimandano ai re che la Libertà della Chiesa oppressa fino alla estinzione: oso dire, non hanno dimandato mai altro: qui termina tutta la loro ambizione e la loro avidità1. Ma pur troppo è appunto questa libertà, e l’esistenza della Chiesa che dispiace: e il domandarla e rivendicarla è il solo torto de’ Papi in queste lotte, che non si perdona. S’empia adunque il mondo delle grida: insulto alla maestà de’ troni! ambizioso usurpamento de’ loro diritti! Tale è lo spirito d’ingiustizia e di profonda menzogna che ha presieduto alle declamazioni contro questi romani pontefici, e si può anche dire alla stampa del secolo scorso: tale la cagione messa al nudo di quel zelo affettato per la dignità de’ monarchi in tempi che tutto si fa per disperderli dalla faccia della terra!! e i monarchi soli non se ne accorgono???

99. La proposizione che sostengo, cioè «la così detta lotta del sacerdozio e dell’impero non essere stata altramente se non una lotta fra il Clero depravato ricusante la riforma, e la Chiesa che pur riformarlo volea,» luce della luce più manifesta ad ogni passo della storia di quella contesa: basta aprire a caso i cronisti di que’ tempi; piglisi pure qualsivoglia senza eccezione di partito e di opinione, e in qualsiasi pagina l’occhio s’imbatta, io son per dire che subito esso si scontrerà in prove evidenti della verità che affermo; il che rende sorprendente la distrazione degli storici moderni, che tolse loro di considerare una verità cosi palmare e scritta in tutti i monumenti di quella età, dirò così, a carattere di lagrime e di sangue. Sarebbero inutili adunque altre prove, quando prove sono le intere storie. Ma la sopra indicata distrazione degli scrittori infilosofati mi muove ad aggiungere pur un fatto, che per quanto sia manifesto il vero egli nondimeno è stato così oscurato ed obliterato, che a molti l’udirlo parrà novità; e ciò che sa di nuovo, merita di esser comprovato con diligenza pel rispetto debito alle pubbliche opinioni. E il fatto che io vo’ qui recare sarà fuori del contrasto cogl’Imperatori di Germania, acciocchè si vegga, come il vero da me sostenuto sia uni-

    postulat ut bona stabilia sint in commercio hominum non privilegiatorum et exemptorum. Lib. ii de Pensionibus, Vol xxvi, n. 19.
    Un componimento equo sarebbe stato «che lo stato rinunzii alla regalia per riguardo a tutti que’ beni che non sono veri e originarii, e i beni della Chiesa paghino il tributo come tutti gli altri.»

  1. Pasquale ii ben conosceva, essere le suggestioni de’ tristi che intorbidavano la quistione; e perciò scriveva così al re d’Inghilterra: «Fra queste contraddizioni deh non ti lasciare introdur nell’animo, re, da nessuno una persuasione profana, quasi che noi volessimo diminuir qualche cosa della tua potestà, o anche solo vindicare a noi una maggior influenza nella promozione dei Vescovi. Anzi tu lasci la tua pretensione per amor di Dio, la quale è manifestamente contro di Dio, nè tu puoi stando con Dio esercitarla, nè noi, salva la nostra salute e la tua, concederla; del resto qualsiasi altra cosa tu ci domanderai, cui noi possiamo secondo Dio concederti; e noi la ti accorderemo con sommo piacere, e daremo mano con propensione via maggiore a tutto ciò che ridonderà a tuo onore e a tua elevazione. Nè riputare che s’addebiliti il nerbo della tua potestà, desistendo tu da cotesta profana usurpazione: che anzi tu regnerai perciò appunto con più efficacia, con più saldezza, con più onoranza: perchè nel tuo regno regnerà la divina autorità». Queste ultime parole di Pasquale sono pur belle ed osservabili anche perchè indicano un fatto notato da un profondo pensatore de’ tempi nostri, cioè «che i Papi sebbene si sieno opposti ai sovrani quando questi volevano opprimere la Chiesa, tuttavia non li hanno mai avviliti, ed anzi il sottomettersi di questi all’autorità della Chiesa ha conferito qualche cosa di sacro alla sovranità e quasi un riflesso di divino splendore». Le parole di Pasquale al re d’Inghilterra battono qui appunto: Nec existimes quod potestatis tuae columen infirmetur si ab hac profana usurpatione desistas. Imo tunc validius, tunc robustius, tunc honorabilius regnabis, cum in regno tuo divina regnabit auctoritas. (Presso Eadmero. Lib. iii Historia Novorum). Potrebbesi aggiungere non regnar altri che solo colui che serve a Dio, alla giustizia, alla verità.