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Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/95

 
 
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voleva: chè fu solo una continuazione di sforzi, una quasi ostinata perseveranza nelle stesse massime, più durevole della vita di un sol uomo, un’infaticabile, coraggiosa predicazione della verità fatta con apostolico petto da molti Pontefici seguiti che parevano un Pontefice stesso vivente in tutti immortale, com’era uno stesso il Pontificato, che potè rompere i pregiudizi, dominare le passioni, e far penetrare fino negli animi de’ sovrani la forza lenta della ragione, e piegarli finalmente sotto Cristo, come avvenne quando rinunziarono solennemente alle loro usurpazioni il 1122 a Wormazia, e l’anno seguente nell’ecumenico Concilio di Laterano, quarantanove anni appunto dopo che Gregorio vii aveva anatematizzato la prima volta l’abuso delle investiture! E chi altri se non la divina Providenza mise finalmente il perfezionamento e il suggello alla grand’opera, quando per un abbattimento d’imprevedute circostanze e casi condusse Ottone iv nel mille duecento e nove, Federico ii nel 1213, e nel 1220; e finalmente Rodolfo i nel 1285 a rinunciare agli abusivi diritti di regalla, di spoglio, e di deporto, che ancora impacciavano non poco la libertà della Chiesa?

103. Si può dire che la Chiesa, e la Santa Sede che la guidava, avesse pienamente trionfato colle promesse giurate da Rodolfo in Losanna, e tutto prometteva che la libertà delle elezioni oggimai fosse stabilita per sempre, e che indi si dovesse attendere il rifiorimento universale del gregge di Gesù Cristo.

Ma fu allora che l’inimico dell’uman genere trovò un nuovo e più sottil mezzo d’intorbidare la pace e la prosperità della Chiesa, e questo fu, debbo dirlo? le smoderate Riserve. La prevalenza che la Santa Sede avea acquistata


    gli altri tre a Guastalla, a Trozes, e a Beuevento, gli anni 1106, 1107, 1108. Egli è incredibile con quanta magnanimità, equità e dolcezza questo Pasquale ii combattè per la libertà delle elezioni, la munì, la vendicò. Nel Concilio di Guastalla si parla in modo, che apparisce come gli sforzi de’ Papi cominciavano già a raccogliere qualche frutto nella riforma della Chiesa. Eccone un brano: «Già è gran tempo, che da uomini perversi, tanto chierici quanto laici, la Chiesa cattolica veniva conculcata; di che nacquero ne’ tempi nostri molti scismi ed eresie. Ora poi per grazia divina venuti meno gli autori di cotale nequizia, ella risorge ad ingenua libertà. Laonde provveder conviene, acciocchè le cagioni di tali scismi rimangano pienamente distrutte. Il perchè consentendo noi alle costituzioni de’ padri nostri, proibiamo al tutto che si facciano le investiture da’ laici. Che se v’avrà alcun violatore del presente decreto, siccome reo d’ingiuria nella madre sua, se Chierico sarà rigettato dalla partecipazione della sua dignità, se laico, sarà rispinto da’ limitari della Chiesa.»

    Gelasio ii vessato, scacciato da Roma, perseguitato come i suoi predecessori difese virilmente per la vita la causa stessa.

    Calisto ii, al quale riuscì dopo incredibili sforzi di conchiuder la pace: dimettendo Enrico v le investiture, prima le avea con solenne decreto condannate nel Concilio di Reims numeroso di 420 Padri. E gioverà qui riferire le parole del Vescovo di Châlons nunzio del Papa all’imperatore. Sottoscritti i patti in presenza di molti testimonî, negava l’imperatore audacemente d’aver promesso cosa alcuna. Il nunzio, dopo convintolo di mala fede colla scritta di suo pugno, e tutti i testimonî presenti che deponevano contro a lui, gli prese a parlare in una forma da fargli ben chiaro conoscere il vero stato della questione: «Sire, gli disse, quauto a noi, tu ci troverai puntualmente fedeli in tutte le nostre promesse. Poichè nostro Signore il Papa non attenta già di diminuire in cosa alcuna la condizione dell’imperio o la corona del regno, come alcuni seminatori di discordia vengono straparlando. Anzi dinunzia egli a tutti pubblicamente che a te debbano servire per ogni maniera in prestar la milizia e tutti gli altri servigi, nei quali furono soliti di servire a te e a’ tuoi aptecessori. Che se tu giudirbi diminuirsi la condizione del tuo regno con questo che tu non possa più d’ora in avanti veudere i vescovati, egli è tal giudizio sì falso, che anzi avresti dovuto considerar ciò come un aumento e un vantaggio del regno tuo, e come tale sperarlo, giacchè si tratta che tu per amore di Dio quelle cose abbandoni, le quali appunto al Signore Iddio sono coutrarie.» Ecco quello di che unicamente si trattava: si possono sfidare tutti sofisti moderni a provare che il Papa volesse nulla di più.