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Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/89

 
 
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E forse questo il linguaggio degli usurpatori? Tanta generosità, tanto abbandono di potenza temporale legittimamente acquistata dalla chiesa pe’ servigi prestati allo stato in molti secoli, è forse una prova dell’ambizione de’ Papi? della loro avidità!1 Ma qual ricambio si esige dalla potestà secolare per

    endis, atque pro aliis qui injuriam patiuntur, accedant. — In vestri autem regni partibus, Episcopi vel Abbates adeo curis saecularibus occupantur, ut comitatum assidue frequentare, et militiam exercere cogantur. — Ministri vero Altaris, ministri Curiae facti sunt, quia civitates, ducatus, marchionatus, monetas, turres, et caetera ad regni servitium pertinentia, a regibus acceperunt. Unde etiam mos Ecclesiae inolevit, ut electi Episcopi nulla modo consecrationem acciperent, nisi per manum regiam investirentur. Aliquando etiam vivis Episcopis investiti sunt. His et aliis plurimis malis, quae per investituram plerumque contigerant, praedecessores nostri Gregorius vii et Urbanus ii felicis recordationis Pontifices excitati, collectis frequenter episcopalibus Conciliis, investituras illas manu laica damnaverunt, et si qui Clericorum per eam tenuissent Ecclesias, deponendos, datores quoque communione privandos percensuerunt, juxta illud Apostolicorum Canonvm Capitulum, quod ita se habet: Si quis Episcopus seculi potestatibus usus, Ecclesiam per ipsas obtineat, deponatur, et segregentur omnes qui illi communicant. Tibi itaque, fili carissime Henrice rex, et regno regalia illa dimittenda praecipimus, quae ad regnum manifeste pertinebant tempore Caroli, Ludovici, Ottonis, et caeterorum praedecessorum tuorum. Interdicimus etiam et sub anathematis districtione prohibemus, ne qui Episcoporum seu Abbatorum, praesentium vel futurorum, eadem regalia invadant, id est, civitates, ducatus, marchias, comitatus, monetas, telonium, advocatias, jura centurionum, et curtes quae regi erant, cum pertinentiis suis, militiam et castra. — Porro Ecclesias cum oblationibus et haereditariis possessionibus, quae ad regnum manifeste non pertinebant, liberas manere decrevimus, sicut in die coronationis tuae omnipotenti Domino in conspectu totius Ecclesiae promisisti.» Ep. xxii.

  1. Altri accuseranno il magnanimo Pontefice di non aver con ciò bastevolmente sostenuti i diritti della Chiesa abbandonando alla cupidigia altrui beni temporali della medesima. Mi si perdoni una osservazione a questo proposito, che mi prendo la libertà di sottomettere al giudizio di quegli che veggono meglio di me. «Parmi che la ricchezza e il potere temporale entrato nel Clero non solo abbia prodotto in una parte del medesimo un’aperta corruzione; ma che generalmente altresì abbia ingenerato una soverchia confidenza ne’ mezzi umani per vantaggio della religione«: Dubito perciò non forse in altri casi questi beni sieno stati difesi con troppo di forza, come spiegherò meglio in appresso; quando, secondo lo spirito ecclesiastico dell’antichità, «è meglio abbandonarsi ove la difesa loro giunga a tale da dover produrre un pericolo di maggior male spirituale»; perciocchè i beni temporali non sono di un assoluto bisogno alla Chiesa, come è la sua libertà o santità, e perciò non meritano un’assoluta e incondizionata difesa.
    Chi vuol vedere di quanto disinteresse fossero i sentimenti di S. Agostino non solo relativamente alla sua persona, ma ben anco a’ beni della sua Chiesa, legga i sermoni ch’egli teneva al suo popolo, e in particolare il cccxvi. In questo, fra l’altre cose dice: «Chi vuol privare i figliuoli suoi per lasciare il suo alla Chiesa, cerchi un altro che non sia Agostino a ricevere il suo dono; o credo più tosto, se a Dio piace, che non potrà egli ritrovarlo.» le quali ultime parole mostrano, che questo sentimento era comune ai Vescovi del suo tempo. E soggiunge: «Quando non fu lodata l’azione di Aurelio Vescovo di Cartagine! Un uomo che non avea figliuoli, e non ne sperava, lasciò tutti gli averi suoi alla Chiesa, riserbandosene l’usufrutto. Gli sopraggiunsero de’ figliuoli e il Vescovo gli restituì quanto gli avea lasciato, quando meno se l’aspettava, poteva non restituirlo secondo il mondo, ma non secondo Dio.»
    Parimente con che larghezza S. Ambrogio scrive: Quid igitur non humiliter responsum a nobis est? Si tributum petit (imperator) non negamus Agri Ecclesiae solvunt tributum: Si agros desiderat imperator, potestatem habet vindicandorum, nemo nostrum intervenit. De Basilicis tradendis, n. 83.
    A questo proposito de’ tributi aggiungerò ancora che talora si mise troppa premura a sostenere l’esenzione da’ tributi a favore dei beni ecclesiastici. Questo privilegio, quando i beni della Chiesa sono molti, ha in sè qualche cosa di sommamente odioso e contro l’equità. Oso dire di più; egli fu anzi di danno che di vantaggio alla Chiesa anche nell’ordine temporale; perocchè in gran parte egli fu cagione che s’inventò quella terribile parola delle mani morte, e che si disse, come fa il Barbosa, Regnorum utilitas

Rosmini - Cinque Piaghe11