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25 dicembreModifica

     Tre croci    di Federigo Tozzi (1921), Milano, Fratelli Treves Editori, 1921

Giulio chiamò il fratello:

— Niccolò! Déstati!

Quegli fece una specie di grugnito, bestemmiò, si tirò più giù la tesa del cappello; e richiuse gli occhi. Stava accoccolato su una sedia, con le mani in tasca dei calzoni e la testa appoggiata a uno scaffale della libreria; vicino a una cassapanca antica, che tenevano lì in mostra per i forestieri, tutta ingombra di vasi, di piatti e di pitture.

— Ohé! Non ti vergogni a dormire! È tutta la mattina! Fai rabbia!

Niccolò, allora, si sdrusciò forte le labbra e aprì gli occhi guardando il fratello.

— Ma che vuoi? Io, fino all’ora di mangiare, dormo!

— Volevo dirti che io devo andare alla banca! Stamani, c’è un rinnovo.

Niccolò fece una sbuffata e rispose:

— Vai! C’era bisogno di destarmi?

— Alla bottega chi ci bada?

— A quest’ora, non viene nessun imbecille a comprare i libri! Vai! Ci bado io!

1 gennaioModifica

     La capanna dello zio Tom    di Harriet Beecher Stowe (1853), traduzione dall'inglese di Anonimo (1871), Milano, Serafino Muggiani e comp., 1871

Nella città di P...., nel Kentucky, al tramontare di una fredda giornata di febbraio, due gentlemen protraevan l’ora col bicchiere alla mano in una sala da pranzo splendidamente arredata; allontanato ogni servo, seduti l’un presso l’altro, parea discutessero con gran calore un qualche affare importante.

Abbiam detto, per convenienza, due gentlemen; ma uno di essi, osservato attentamente, non dimostrava di appartenere a questa classe. Piccolo, tozzo, di lineamenti grossolani, vulgari, affettava quel piglio borioso che è tutto proprio di uomo plebeo, il quale ambisce farsi innanzi nel mondo sociale. Era molto ben in arnese; portava un corpetto di gala screziato, una cravata azzurra, tempestata di punti gialli, composta con un nodo colossale, in armonia perfetta col complesso della persona. Le sue mani, larghe e tozze, splendean di anelli; una massiccia catena d’oro, che finiva in gran volume di ciondoli d’ogni colore, e che egli, nel calore del discorso, solea agitar per vezzo, con evidente soddisfazione, gli pendeva da un orologio d’oro. Il suo parlare, non troppo scrupoloso della grammatica di Murray, si condia tratto tratto di espressioni tali, che, per quanto amiamo esser veridici, non ci indurremo a trascrivere.

8 gennaioModifica

     L'arte distillatoria    di Pietro Andrea Mattioli (1681), Venezia, Presso Leonardo Pittoni, 1681

Non ritrovo che Medico veruno delli antichi habbi mai scritto del modo di lambiccare le acque dalle piante, ò da altre cose vegetabili. Imperoche usavano in vece delle acque distillate per curare i foro infermi, ò infusioni, o dicottioni, come quelli, che dalle acque distillate non havevano notitia alcuna. Però adunque bisogna dire, che la inventione del destillare le acque, è cosa di non lungo tempo. Et vogliono la più parte, che il modo sia stato ritrovato dalli Alchimisti, se ben sono alcuni, che dicono esser stato ritrovato accidentalmente da un Medico, il quale essendo diligentissimo investigatore delle cose naturali, et havendo un giorno cotto delle biegole per mangiarsele, le pose calde, anzi boglienti dalla pignatta in un piatto di stagno, et acciò si mantenessero ben calde coperse con un’altro piatto simile, et venendo poscia il tempo di mangiarsele, et ritrovando il piatto di sopra tutto di dentro così abbombato d’acqua, che gocciolava per tutto all’intorno, et che le gocciole havevano l’istesso sapore delle bietole, havendo così imparato l’arte dalla natura, s’imaginò di fabricare uno instrumento di piombo simile à una campana con il suo lambicco ritorto per coperchio d’una Padella di rame, piena di herba fresca, et collocata sopra un Fornello dove si potesse accendere il fuoco, per mezzo del quale si havesse à convertire il lor vapore in limpidissima acqua.

22 gennaioModifica

     Sopra le vie del nuovo impero    di Enrico Corradini (1912), Milano, Fratelli Treves, 1912

Roma, 24 Febbraio 1912.

La nuda cronaca di ieri e di ier l’altro ha in sè la sua storia e la sua poesia. Nulla è da aggiungere alla nuda cronaca dei due giorni in cui il parlamento ha approvato il decreto per l’annessione della Libia. Fu approvato un decreto? Si discusse di Tripoli e dell’impresa? Si celebrò piuttosto la nuova apoteosi della nazione nella nuova concordia di tutta la patria: del governo col parlamento, del parlamento col paese; nella nuova concordia di tutta la famiglia italiana, consacrata nel sangue de’ figli che combattono in Affrica. Non furono due giorni di discussione, furono due giorni di felicità nazionale, epica, prorompente dall’epica della guerra e della conquista.

La cronaca è breve.

Ier l’altro, quando il ministero con alla testa l’on. Giolitti apparve nell’aula, tutta l’assemblea, tutte le tribune balzarono in piedi e scoppiarono in una acclamazione che durò minuti e minuti. Così la nazione diceva al governo che aveva fatto bene a muover guerra alla Turchia; e il decreto d’annessione era già solennemente approvato, e quanto seguì ier l’altro e ieri, non fu se non la serie di cerimonie che accompagnano un rito.

5 febbraioModifica

     Le colpe altrui    di Grazia Deledda (1920), Milano, Fratelli Treves, 1920

Para Zironi, l’ultimo fraticello rimasto fra le rovine del convento di Monte Nieddu, scendeva tranquillo il sentieruolo della foresta, andando a cercarsi da vivere poichè nessuno più pensava a portargliene lassù.

Tutti oramai credevano che gli avanzi del convento fossero stati già diroccati per ordine di uno speculatore che tagliava le foreste di Monte Nieddu: fino a qualche mese prima solo un pastore si ricordava di frate Gerolamo ancora vivo e svelto lassù come la lucertola fra le rovine, e ogni tanto andava ad assistergli la messa e gli recava in dono un vaso di latte cagliato o un pezzo di ricotta avvolto nell’asfodelo; ma negli ultimi tempi anche i pastori erano stati cacciati dalla foresta e la primavera piovosa e ventosa aveva portato la carestia nel convento.

Para Zironi coltivava nel suo orticello patate, cipolle ed altri ortaggi delicati che tremavano e si bucavano ad ogni soffio d’aria: ma l’olio e il pane? Anche San Francesco non aveva mai sdegnato l’olio e il pane.

12 febbraioModifica

     Per le vie    di Giovanni Verga (1883), Milano, Fratelli Treves, 1883

IL BASTIONE DI MONFORTE.

Nel vano della finestra s’incorniciano i castagni d’India del viale, verdi sotto l’azzurro immenso — con tutte le tinte verdi della vasta campagna — il verde fresco dei pascoli prima, dove il sole bacia le frondi; più in là l’ombrìa misteriosa dei boschi. Fra i rami che agita il venticello s’intravvede ondeggiante un lembo di cielo, quasi visione di patria lontana. Al muoversi delle foglie le ombre e la luce scorrono e s’inseguono in tutta la distesa frastagliata di verde e di sole come una brezza che vi giunga da orizzonti sconosciuti. E nel folto, invisibili, i passeri garriscono la loro allegra giornata con un fruscìo d’ale fresco e carezzevole anch’esso.

Sotto, nel largo viale, la città arriva ancora col passo affaccendato di qualche viandante, col lento vagabondaggio di una coppia furtiva. Ella va a capo chino, segnando i passi coll’appoggiare cadenzato dell’ombrellino, e l’ondeggiamento carezzevole del vestito attillato, che il sole ricama di bizzarri disegni, mentre l’ombre mobili delle frondi giuocano sul biondo dei capelli e sulla nuca bianca come rapidi baci che la sfiorino tutta. Ed egli le parla gesticolando, acceso della sua parola istessa che gli suona innamorata. A un tratto levano il capo entrambi al sopraggiungere di un legno che va adagio, dondolando come una culla, colle tendine chiuse; e la giovinetta si fa rossa, pensando alla penombra azzurra di quelle tende che addormentò le sue prime ritrosie. Un vecchio che va curvo per la sua strada alza il capo soltanto per vedere se la giornata gli darà il sole.

19 febbraioModifica

     Rime    di Bianca Laura Saibante (1834), Padova, Tipografia della Minerva, 1834

IL MIO RITRATTO

SONETTO

Non hommi bianco il volto e l’alma nera,
     Lettor gentil, nè sotto vario aspetto
     So pinger ciò che nutro o celo in petto,
     Nè villana già sono o menzognera.

Ciò che fuggo il mattin spregio la sera;
     D’ombre vane non pasco l’intelletto;
     Son nemica mortal di rio sospetto;
     Ed ho candido il cor, la fè sincera.

Il conversar mi piace, il giuoco, il riso;
     Non son soverchio allegra, non ritrosa;
     E al retto e saggio oprar ho il cor sol fiso.

Or venga, chiunque vuol, il mio ritratto
     A riguardar, ch'è pur mirabil cosa,
     Com’esso mi assomiglia affatto affatto.

5 marzoModifica

     Dei delitti e delle pene    di Cesare Beccaria (1780), Parigi, Dal Molini, 1780

Gli uomini lasciano per lo più in abbandono i più importanti regolamenti alla giornaliera prudenza, o alla discrezione di quelli, l’interesse de' quali è di opporsi alle più provide leggi che per natura rendono universali i vantaggj, e resistono a quello sforzo, per cui tendono a condensarsi in pochi, riponendo da una parte il colmo della potenza e della felicità, e dall’altra, tutta la debolezza e la miseria: perciò, se non dopo esser passati tramezzo mille errori nelle cose più essenziali alla vita ed alla libertà, dopo una stanchezza di soffrire i mali giunti all’estremo, non s’inducono a rimediare ai disordini che gli opprimono, e a riconoscere le più palpabili verità, le quali appunto sfuggono per la semplicità loro alle menti volgari, non avvezze ad analizzare gli oggetti, ma a riceverne le impressioni tutte di un pezzo, più per tradizione che per esame.

12 marzoModifica

     Fatalità    di Ada Negri (1895), Milano, Fratelli Treves, 1895

Questa notte m’apparve al capezzale
          Una bieca figura.
Ne l’occhio un lampo ed al fianco un pugnale,
Mi ghignò sulla faccia. — Ebbi paura. —
          Disse: “Son la Sventura.„

“Ch’io t’abbandoni, timida fanciulla,
          Non avverrà giammai.
Fra sterpi e fior, sino alla morte e al nulla,
Ti seguirò costante ovunque andrai.„
          — Scostati!... singhiozzai.

Ella ferma rimase a me dappresso.
          Disse: “Lassù sta scritto.
Squallido fior tu sei, fior di cipresso,
Fior di neve, di tomba e di delitto.
          Lassù, lassù sta scritto.„

19 marzoModifica

     Eva    di Giovanni Verga (1873), Milano, Fratelli Treves Editori, 1873

Avevo incontrato due volte quella donna — non era più bella di tutte le altre, nè più elegante, ma non somigliava a nessun’altra — nei suoi occhi c’erano sguardi affascinanti, come il corruscare di un’esistenza procellosa ch’era piena di attrattive. — Tutti gli abissi hanno funeste attrazioni, e quelle voragini che divorano la giovinezza, il cuore, l’onore, si maledicono facilmente, ahimè! quando arriva la filosofia dei capelli bianchi. — Era bionda, delicata, alquanto pallida, di quel pallore diafano che lascia scorgere le vene sulle tempie e ai lati del mento come sfumature azzurrine; aveva gli occhi cerulei, grandi, a volte limpidi, quando non saettavano uno di quegli sguardi che riempiono le notti di acri sogni; aveva un sorriso che non si poteva definire — sorriso di vergine in cui lampeggiava l’immagine di un bacio. Ecco che cosa era quella donna, quale si rivelava in un baleno, fuggendovi dinanzi nella sua carrozza come una leggiadra visione, raggiante di giovinezza, di sorriso e di beltà. — In tutta la sua persona c’era qualcosa come una confidenza fatta al vostro orecchio con labbra tiepide e palpitanti, che vi rendeva possibile il sognare le sue carezze, e farci su mille castelli in aria. Non era soltanto una bella donna — certe altezze non attraggono appunto perchè sono inaccessibili. — L’ammirazione che ella destava, assumeva la forma di un desiderio; c’era nei suoi occhi qualche cosa come un sorriso e una promessa, che faceva discendere la dea dal suo cocchio superbo, o piuttosto si metteva accanto a lei, e faceva correre il vostro pensiero alle cortine della sua alcova; e ai viali più ombreggiati del suo giardino.

26 marzoModifica

     Il marito di Elena    di Giovanni Verga (1914), Milano, Fratelli Treves Editori, 1914

Camilla picchiò all’uscio, mentre i genitori stavano per andare a letto, e disse:

— Elena è fuggita.

Don Liborio rimase collo stivaletto in mano, sbalordito. Poscia andò ad aprire zoppicando, pallido come un morto.

La figliuola, colla sua voce calma di ragazza clorotica, ripetè tranquillamente:

— L’ho cercata dappertutto. Non c’è più.

Allora la mamma si rizzò a sedere sul letto, e cominciò a strillare: — M’hanno rubata mia figlia! m’hanno rubata mia figlia! — Taci! le disse suo marito. Non gridare così, chè i vicini sentono!

Il pover’uomo, tutto sottosopra, ancora mezzo scalzo, colla camicia che gli si gonfiava al pari di una gobba fra la croce degli straccali, andò ad accendere un’altra candela; ma non ci riusciva, tanto gli tremavano le mani. Poi si misero insieme a cercar per la casa, come se l’Elena stesse giuocando a rimpiatterello.

2 aprileModifica

     Racconti fantastici    di Iginio Ugo Tarchetti (1869), Milano, E. Treves e C. editori, 1869

I FATALI

Esistono realmente esseri destinati ad esercitare un’influenza sinistra sugli uomini e sulle cose che li circondano? È una verità di cui siamo testimonii ogni giorno, ma che alla nostra ragione freddamente positiva, avvezza a non accettare che i fatti i quali cadono sotto il dominio dei nostri sensi, ripugna sempre di ammettere.

Se noi esaminiamo attentamente tutte le opere nostre, anche le più comuni e le più inconcludenti, vedremo nondimeno non esservene una da cui questa credenza ci abbia distolti, o a compiere la quale non ci abbia in qualche maniera eccitati. Questa superstizione entra in tutti i fatti della nostra vita.

Molti credono schermirsene asserendo per l’appunto non esser ella che una superstizione, e non s’avvedono che fanno così una semplice questione di parole. Ciò non toglierebbe valore a questa credenza, poichè anche la superstizione è una fede.

16 aprileModifica

     Che cosa hanno fatto i deputati dei vari partiti    di Cesare Battisti (1911), Trento, STET, 1911

La campagna elettorale da parte dei clericali e dei liberali del Trentino questa volta vien fatta in gran parte in retroscena. Ma non possono astenersi del tutto a venir in pubblico a giustificare quanto hanno fatto e le loro intenzioni per l’avvenire. I socialisti hanno tutto lo interesse a far conoscere quanto ha fatto quanto ha ottenuto e quanto gli fu respinto al loro gruppo di 87 deputati, contro 429 deputati di vari partiti borghesi.

Gli elettori questa volta sono in condizione molto migliore di giudicare in qual senso abbiano da prendere certe promesse di cui anche nel Trentino, i partiti borghesi nella caccia di voti degli elettori di tutte le classi sociali, furono cosi generosi nella primavera del 1907.

S’erano pronunciati contro gli aggravi del militarismo, contro il rincaro della vita prodotto dal peso eccessivo dei dazi e delle tasse di consumo; hanno protestato contro i metodi del Governo austriaco, contro la politica di conquiste e di minaccie di guerra.

23 aprileModifica

     Con gli occhi chiusi    di Federigo Tozzi (1919), Milano, Fratelli Treves Editori, 1919

Usciti dalla trattoria i cuochi e i camerieri, Domenico Rosi, il padrone, rimase a contare in fretta, al lume di una candela che sgocciolava fitto, il denaro della giornata. Gli si strinsero le dita toccando due biglietti da cinquanta lire; e, prima di metterli nel portafogli di cuoio giallo, li guardò un'altra volta, piegati; e soffiò su la fiammella avvicinandocisi con la bocca. Se la candela non si fosse consumata troppo, avrebbe contato anche l'altro denaro nel cassetto della moglie; ma chiuse la porta, dandoci poi una ginocchiata forte per essere sicuro che aveva girato bene la chiave. Di casa stava dall'altra parte della strada, quasi dirimpetto. Ormai erano trent'anni di questa vita; ma ricordava sempre i primi guadagni, e gli piaceva alla fine d'ogni giorno sentire in fondo all'anima la carezza del passato: era come un bell'incasso.

La sua trattoria! Qualche volta, parlandone, batteva su le pareti le mani aperte; per soddisfazione e per vanto.

30 aprileModifica

     Il Trentino italiano    di Cesare Battisti (1915), Milano, Ravà & Co., 1915

Se la storia e la geografia d’Italia fossero un po’ meno ignote a molti Italiani, la causa delle terre irredente non avrebbe oggi bisogno di apostoli e di propagandisti.

Purtroppo vi sono invece dei grandi giornali che nell’anno di grazia 1915 parlano di Trento e Trieste definendole terre d’oltr’Alpe; v’è ancora chi crede che fra Trento e Trieste ci sia tutt’al più un ponte come fra Buda e Pest; vi sono testi scolastici di geografia largamente diffusi in cui si sentenzia che solo gli abitanti delle classi colte nel Trentino si sono conservati per tradizione italiani...

7 maggioModifica

     La giornada del lócch    di Antonio Curti (1916), Milano, Quintieri, 1916

Oh giovinott, nassuu tra i accident
De la tóa mamma, verda de tornà
A fregà giò pattèj, e i sacrament
D’on om che gh’era lì (forsi to pà?)
S’drajaa su on matarass, mezz’indorment;
Giovinott, che a pocch ann t’hann lassaa andà
Sui bastion, poeu sull’uss di raccanatt [acquavitaro],
Sent, sent quanti bèj robb ghòo de insegnatt.

Sì, mi te insegnaròo com’el dêv vèss
Distribuii’l to temp, tant per el dì
Che per la nott; sto temp long sempr’istèss,
Sto temp nojos, che passa mai, se tì,
In mezz ai to gran trusc del fa nagott,
Te pòdet dam a trà, ö giovinott!

14 maggioModifica

     Milanin Milanon    di Emilio De Marchi (1902), Milano, C. Aliprandi, 1902

Te scrivi rabbiôs, Carlin, dal mè stanzin depos al campanin de San Vittor di legnamee. Chi de dree l’è trii mes che fann tonina di cà de Milan vècc: e picchen, sbatten giò camin, soree, finester, tôrr e tècc, grondaj, fasend on catanaj in mèzz a on polvereri ch’el par propi sul seri la fin del mond.

Dov’el va el mè Carlin, quel noster Milanin di noster temp, inscì bell e quiètt, coi contrad strett in bissœura, dent e fœura, sul gust d’ona ragnera? Ma sta ragnera la ciappava denter el cœur, te la tegniva lì che pareva squas de morì, se, dininguarda, el destin el te ciamava fœura, on poo lontan, a Lesmo, a Peregall, o magari fina fina... a Barlassina o a Bagg.

21 maggioModifica

28 maggioModifica

     La coscienza di Zeno    di Italo Svevo (1930), Milano, Giuseppe Morreale Editore, 1930

4 giugnoModifica

     Facezie    di Poggio Bracciolini (1912), traduzione dal latino di Anonimo (1884), Lanciano, Carabba, 1912

11 giugnoModifica

     Fontana nettuniana avanti l'anno 1872    di Romedio Callicioli (1885), Trento, Scotoni e Vitti, 1885

18 giugnoModifica

     L'avvenire!?    di Edward Bellamy (1888), traduzione dall'inglese di Anonimo (1891), Genova, A. Donath, 1891

25 giugnoModifica

     Dal tuo al mio    di Giovanni Verga (1906), Milano, Fratelli Treves Editori, 1906

2 luglioModifica

     Dracula    di Bram Stoker (1897), traduzione dall'inglese di Angelo Nessi (1922), Milano, Sonzogno, 1922

9 luglioModifica

     Il vampiro    di John Polidori (1819), traduzione dall'inglese di Anonimo (1831), Udine, Fratelli Mattiuzzi, 1831

16 luglioModifica

     Al parlamento austriaco e al popolo italiano    di Cesare Battisti (1915), Milano, Fratelli Treves, 1915

23 luglioModifica

     Importanza dei simboli in matematica    di Giuseppe Peano (1915), Bologna, Nicola Zanichelli, 1915

30 luglioModifica

     Il cielo    di Carlo Alestra (1896), Trapani, Tipografia Giuseppe Gervasi - Modica, 1896

6 agostoModifica

     Come ruinare l'autorità    di Lev Tolstoj (1919), Milano, Società editrice Avanti, 1919

13 agostoModifica

     Le avventure di Sherlock Holmes    di Arthur Conan Doyle (1892), traduzione dall'inglese di Anonimo (1895), Milano, Tipografia editrice Verri, 1895

20 agostoModifica

     Il vino di Freisa    di Anonimo (1795), Torino, Ferrero e Pomba, 1795

27 agostoModifica

3 settembreModifica

     Storie incredibili    di Edgar Allan Poe (1869), traduzione dall'inglese di Baccio Emanuele Maineri (senza data), Milano, Tipografia Pirola, 1869

10 settembreModifica

17 settembreModifica

     Saul    di Vittorio Alfieri (1782), Italia, 1807

24 settembreModifica

1 ottobreModifica

     Disjecta - Canti del cuore    di Iginio Ugo Tarchetti (1879), Bologna, Zanichelli, 1879

8 ottobreModifica

15 ottobreModifica

     Il tabacco    di Antonio Guadagnoli (1834), Pisa, Tipografia Nistri e C., 1834

22 ottobreModifica

     Lo sfregio    di Menotti Bianchi (1894), Napoli, Edizione F. Lezzi, 1884

29 ottobreModifica

     Meditazioni sulla economia politica con annotazioni    di Pietro Verri (1771), Venezia, Giambatista Pasquali, 1771

5 novembreModifica

     Il Dante popolare    di Dante Alighieri (1870), traduzione dall'italiano di Domenico Jaccarino (1870), Napoli, Stabil. tipografico dell'unione, 1870

12 novembreModifica

     Paradossi    di Arturo Insinga (1924), Palermo, Libreria Moderna, 1924

19 novembreModifica

26 novembreModifica

3 dicembreModifica

     L'arte di ferrare i cavalli senza far uso della forza    di Konstantin Balassa (XIX secolo), traduzione dal tedesco di Anonimo (1828), Milano, Gaspare Truffi, 1828

10 dicembreModifica

     La polenta dei Ciusi-Gobj    di Tito Bassetti (1858), Trento, Tipografia Monauni, 1858

17 dicembreModifica

     Discorsi, e lettere    di Bianca Laura Saibante (1781), Venezia, Coleti, 1781

24 dicembreModifica

     Racconti fantastici    di Jules Verne (1874), traduzione dal francese di Anonimo (senza data), Milano, Tipografia Editrice Lombarda, 1874

31 dicembreModifica

     Mirtilla    di Isabella Andreini (1602), Venezia, Lucio Spineda, 1602

2018Modifica