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28 gennaioModifica

     Leonardo da Vinci    di Carlo De Blasis (1872)

Leonardo, uomo straordinario, al quale conviene il titolo di Genio, quasi sostanza affatto spirituale, o men d’ogni altro carico di nostra umanità, nacque in Vinci, piccol castello posto in Valdarno, non lungi dal lago di Fucecchio, presso ai confini del Pistoiese, nel 1452. Figlio naturale di un certo ser Piero di nobile stirpe, fu poi da questi legittimato. Leonardo da Vinci fu di quelli esseri potentemente privilegiati dalla natura, i quali, forniti di tutti i mezzi possibili, riescono in tutto ciò che intraprendono. La sola Italia produce tali individualità, e difatti, i Leonardo, i Michelangelo, i Benvenuto Cellini e non pochi altri rimangono senza confronto in altre nazioni. Noi li chiamiamo: Conquistatori delle Arti tutte. (Veggasi Dante, Macchiavelli, Vasari, Verocchio, Orgagna, Raffaello, Agostino Caracci, Lorenzo Lippi, Salvatore Rosa, ecc.)

4 febbraioModifica

     Pensieri    di Iginio Ugo Tarchetti (1869)

  1. L’amore è Dio, Dio è l’universo, e l’universo è amore.
  2. I giovani che non si sono trovati per gran tempo al contatto della società, a cui lo studio e il ritiro hanno conservato qualche cosa di vergine nella loro natura, concepiscono raramente degli affetti colpevoli. Il loro primo amore è sempre un amore purissimo, talora tutto ideale, sdegnoso di un pensiero che lo contamini, e spinto al puritanismo più rigoroso; oltre a ciò l’amore non sembra proprio che dell’età dell’innocenza — epoca in cui si ama tutto e non si odia nulla — e coloro che non amarono in quell’età, amarono difficilmente nel resto della vita. Vediamo non meno come gli stessi uomini corrotti non si astengano mai dal rendere un omaggio all’amor puro e costante, e tutta l’umanità operi, e parli, e scriva di esso o per esso dacchè è sulla terra, e lo consideri come la religione più nobile e più sublime dell’anima umana. Da tutto ciò parmi poter dedurre una cosa, la natura celeste di questo sentimento.

11 febbraioModifica

     Ordini e istruzioni per gli esposti del R. Spedale di S. Maria degl'Innocenti di Firenze  

Chiunque riceve in consegna le nostre Creature è obbligato ad assisterle come se fossero proprie, ed in conseguenza deve iniziarle fino dalla Puerizia nei doveri di Religione, e dirigerle ad un qualche mestiere.

Tanto i Maschi che le Femmine si vuole che siano istruiti nell’Agricoltura, come l’arte più adatta a procurar loro col tempo una sussistenza permanente, e solo si permette che attendano ad un Esercizio meno laborioso qualora fossero di gracile costituzione.

Desiderando inoltre che i nostri Gettatelli vengano educati cristianamente, e non languiscano nell’ozio si pregano i Signori Parrochi a farli intervenire tutti alla Dottrina Cristiana, ed alle sacre Funzioni, ad invigilare che frequentino, subito che ne siano capaci, i SSmi. Sacramenti, e si raccomanda egualmente alla loro carità di osservare che non vadano vagando per le pubbliche strade, ed in special modo alla questua, e trovando che i Tenutari manchino a questi sacri doveri, ne daranno pronto avviso allo Spedale.

11 marzoModifica

     La coscienza di Zeno    di Italo Svevo (1930)

Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s'intende, sa dove piazzare l'antipatia che il paziente mi dedica.

Di psico-analisi non parlerò perchè qui dentro se ne parla già a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico-analisi arricceranno il naso a tanta novità. Ma egli era vecchio ed io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse, che l'autobiografia fosse un buon preludio alla psico-analisi. Oggi ancora la mia idea mi pare buona perchè mi ha dato dei risultati insperati, che sarebbero stati maggiori se il malato sul più bello non si fosse sottratto alla cura truffandomi del frutto della mia lunga paziente analisi di queste memorie.

18 marzoModifica

     Storie incredibili    di Edgar Allan Poe (1840), traduzione dall'inglese di Baccio Emanuele Maineri (1869)

Con molto pregievol giudizio è stato detto d’un libro tedesco: — Es laesst sich nicht lesen, non si lascia leggere.

Vi sono segreti che non si debbono dire.

Vi ha degli uomini che muoiono alla notte nei loro letti, storcendo le mani degli spettri cui si confessano, e intensamente covandoseli con occhio di pietà profonda; — degli uomini che muoiono con la disperazione nel cuore e le convulsioni alla gola in causa dell’orrore dei misteri che non vogliono punto essere disvelati. Ohimè, ohimè! non di rado la umana coscienza sopporta tale fardello di sì penoso orrore, che non le riesce alleggerirsene se non sotto le mute zolle della tomba. E così l’essenza del delitto perdura mistero inesplicabile e profondo.

25 marzoModifica

     Eros    di Giovanni Verga (1884)

Verso le quattro di una fra le ultime notti del carnevale, la marchesa Alberti, seduta dinanzi allo specchio, e alquanto pallida, stava guardandosi con occhi stanchi e distratti, mentre la cameriera le acconciava i capelli per la notte.

— Che rumore è cotesto? domandò dopo un lungo silenzio.

— La carrozza del signor marchese.

— Così presto! mormorò essa soffocando uno sbadiglio. La cameriera era per chiudere l’uscio del salottino che metteva nelle stanze del marchese, allorchè entrò bruscamente un uomo in abito da maschera, col passo malfermo, e la fronte altera.

— Cecilia dorme? domandò senza fermarsi.

— L’ho lasciata or ora, signor marchese: rispose la cameriera mal dissimulando la sorpresa.

— Domandatele se può accordarmi cinque minuti.

1 aprileModifica

     Considerazioni sui diritti delle donne    di Isabella Gabardi-Brocchi (1878)

La parola è la rivelazione umana della mente pensante. L’idea è simile all’effusione di un raggio di luce, il quale traversi un diamante faccettato. Nel trapasso, si frange in moltiplicità di colori, i quali si spendono con infinita gradazione di tinte, più o meno conservanti le tipiche, che dardeggiando fuori dell’incandescente fonte del centro solare, si raccolgono rilesse nell’arco meraviglioso dell’Iride.

La parola dunque ha infinite varietà di modificazioni, appunto come la luce, ed esse valgono ad esprimere il significato dell’Idea, la quale dalla sua prima, unità si divide e ammodella in molteplici particolarità.

Osserva bene, amica mia! per esempio: Emancipazione non è abilitazionerivendicazione; e abilitazione non implica diritto, perchè è una concessione; soggezione non è schiavitùservitù, come, mi converrai, istruire non è educare.

29 aprileModifica

     Sulle antiche miniere di Bergamo    di Giovanni Maria Finazzi (1860)

Un giorno della passata estate, all’occasione che ebbi ad accennarvi di una mia gita in valle di Scalve, caduto il discorso sulle miniere di ferro; che fanno il principale prodotto di quella Valle, voi mi chiedeste se e dove si troverebbe negli scrittori delle cose nostre accurata notizia sulle origini e le vicende di questo ramo d’industria, onde avere i dati di utili confronti e deduzioni sulle condizioni in cui attualmente si trova, e sui miglioramenti al quali potrebbe essere avviato. Vi dissi che, se non molte, alcune buone notizie poteansi rinvenire, cosi riferibili ai tempi dei Romani come e anche più a quelli del medio evo; ma trovarsi esse sparse, e doversi racimolare con apposito studia; per poterne cavare un qualche costrutto. Vi soggiunsi trovarsene più particolarmente alcuni saggi in una Memoria orografico-mineralogica delle valli di Scalve e di Bondione del nostro professor Maironi, inserita nel tomo IV della Società italiana, e più tardi averne fatto uno special Commentario il signor Gabriele Rosa, pubblicato già nel Politecnico, sull’antichità dell’escavazione del ferro in Lombardia. Nè vi tacqui averne io medesimo ne’ miei scartabelli alcune memorie, che avrei potuto presentarvi quando che fosse, ove aveste creduto potervi tornare di qualche utilità per così fatte ricerche. Ed ora eccomi a soddisfarvi in qualche modo, se non posso bene come vorrei, dicendovi famigliarmente in una lettera ciò che starebbe meglio trattato in una dotta dissertazione.

6 maggioModifica

     Il vero nella matematica    di Giuseppe Veronese (1906)

Signore e Signori,

In quest’aula, che religiosamente custodisce le glorie secolari della università nostra, donde intorno a noi si libra lo spirito del Galilei, che fondò la filosofia della Natura sull’osservazione e sull’esperienza, cercando nelle discipline matematiche il principale strumento delle sue ricerche; in quest’aula, ove per costante tradizione di anno in anno uno dei colleghi è chiamato a rendere omaggio alla scienza, che d’ora in ora accresce la comune dottrina, eleva lo spirito e contribuisce allo svolgimento ordinato e al benessere dell’umanità; io cultore di una scienza, che ebbe qui insigni maestri, mi sento trepidante dinanzi alla maestà della storia di questa nobile scuola nel parlare a Voi intorno al vero nella matematica, alla certezza che è in esso e al suo valore nella scienza pura e nella scienza applicata. Se le mie argomentazioni non possono far vibrare in quest’ora solenne le corde del sentimento e del consenso delle anime vostre, tuttavia compiendo un dovere, oso sperare, signore e signori, nella vostra benevola cortesia.

13 maggioModifica

     Voci di campanili    di Sofia Bisi Albini (1896)

In una calda e serena mattina del giugno passato, nelle strette vie intorno al Corso, davanti alle finestre spalancate di dove sbattevano tappeti e strofinacci, passarono lentamente, trattenute giù dall’aria pesante, nuvole di denso fumo; passavano come neri uccelli a cui avessero tarpate le ali.

Molte teste si sporsero a guardarle, sorprese. Di dove venivano? scendevano dai camini della casa? no, pareva venissero più di lontano, e, trovata la loro via incanalata fra i tetti delle alte case, se ne andassero così a portare per la città, gravi e solenni, la notizia di una sventura già compiuta.

10 giugnoModifica

     Fior di Sardegna    di Grazia Deledda (1917)

Siamo in Sardegna, nella parte montuosa della Sardegna, in una piccola città che ci contenteremo di chiamare solo X***, benchè nella carta sia segnata con un nome assai sonoro e lungo. X*** possiede la sua brava passeggiata, le sue piazze, esenti ancora di fontane di marmo, e di statue, i suoi caffè splendidissimi, il suo «club», e qualche volta anche, a intervalli di due o tre anni, si permette il lusso del teatro: tutto ciò però non impedisce che vi si tragga la vita più noiosa di questo mondo, sicchè la più piccola novità basta per mettere in fermento gli abitanti pacifici e poco interessati nelle gravi questioni d’oltre monti e d’oltre mari. Ai primi dell’anno 1881, la novità più saliente, la novità che più dava di che pensare e di che dire nei crocchi, nei caffè, nelle conversazioni private di X*** era una palazzina misteriosa che da circa due mesi stavasi fabbricando all’estremità nord della città, vicino alla casa di don Salvatore Mannu, ch’era l’ultima di X***, una palazzina bianca, elegante, dai balconi di ferro verniciati a rosso, circondata da uno spazio destinato a giardino. Gli studenti, che poco più o meno s’intendevano tutti di francese, dicevano che quella casina di uno stile mai più conosciuto in X***, le cui case erano tutte disadorne e ineleganti al di fuori — allora — era uno «chalet», e che probabilmente lo faceva costruire qualche ricco per venirsene in Sardegna nella bella stagione, — qualche inglese, ben sottinteso, molto eccentrico ed originale, dal punto che sceglieva la Sardegna per luogo di villeggiatura...

17 giugnoModifica

     La Veste d'Amianto    di Flavia Steno (1913)

Si separarono all’entrata del recinto.

Egli s’inchinò in un saluto correttissimo mentre il lampo degli occhi e la stretta della mano esortavano ancora e pregavano insieme:

— Coraggio!

Ella susurrò rapida:

— Che Dio ti assista, caro!

E dal suo sguardo intenso d’angoscia e di speranza parve sprigionarsi una carezza ardente e tenera che volesse avvolgere il diletto come un possesso e una protezione.

Subito furono staccati.

L’onda della folla travolse Eva fin oltre lo steccato, la spinse verso le tribune e la lasciò — diradandosi, sciogliendosi, sparendo — sola e sperduta all’angolo estremo del breve viale tagliato fra lo steccato di cinta all’aereodromo e le tribune.

24 giugnoModifica

     La polpetta del Re    di Ferdinando Fontana (1894)

SCENA I.

La Rosa e La Scianna.

La Rosa, portinara a San Caloss,
guardée ben cossa la gà in scoss.
La gà in scoss la soa scianna
cont el pel longh ona spanna;
on pel negher e inscì fin
che l’è mej che nè on guantin!
Che bella Scianna coi oeucc gris!...
La portinara la ghe dis:

«Scianna-sciannetta, — sta quietta.
Ona notizia te vuj dà
che dev mett sottsôra la cà!
Doma adess l’è andada via,
te vist anch’ti, la sura Lussìa...
Te set perchè l’è stada chì?
Perchè la voeur on gatt tò de ti!»


1 luglioModifica

     Alla scoperta dei letterati    di Ugo Ojetti (1899)

GIOSUÈ CARDUCCI.

Bologna, agosto del ’94.

Fin dal bel principio purghiamo dalle ortiche il campo dove la grande rovere si innalza. Letterati e pubblico di tutta Italia, ancora memori d’altri tempi, credono che Bologna sia l’Atene italiana, il centro illuminante, l’essenza quinta del profumo poetico nostro.

Otto e anche dieci anni fa ogni più bel tropo sarebbe stato giustificato. Le pubblicazioni letterarie di Nicola Zanichelli furono iniziate nel 1874 coi Funeralia del Panzacchi; e, verso quel tempo, lo stesso Panzacchi, in una sala dell’Archiginnasio, per una conferenza presentò al pubblico bolognese tra molto plauso Enotrio Romano, quasi annunciando habemus ponteficem. Infatti nel 1876 lo Zanichelli pubblicò le Nuove poesie del Carducci. Poi nel 1877 i Postuma dello Stecchetti (e fu il primo elzevir di quell’editore) mossero tanto romore di fama intorno all’autore, allo Zanichelli ed a Bologna intellettuale che la cosi detta chiesuola apparve formata.

8 luglioModifica

     Re Baldoria    di Filippo Tommaso Marinetti (1920)

ATTO PRIMO.

I GUATTERI SACRI.

Questo atto si svolge in mezzo al gran parco reale, in una vasta spianata formata dal viale di mezzo, che si prolunga, verso il fondo della scena, fino al Castello dell’Abbondanza. In fondo, a cento metri dalla ribalta, s’erge il castello, le cui vetrate ogivali lustreggiano e che somiglia esattamente a un colossale pasticcio scintillante, con merli di zucchero roseo e con quattro torricciuole verdi dalle feritoie bianche da cui sembra trabocchi del lattemiele. I marmi carnicini della scalea, qua e là coperti d’una vegetazione fruttifera, attirano lo sguardo, allettandolo, verso l’estremità del viale.

Il castello e il parco reale sono dominati da enormi e appetitose architetture digradanti sullo sfondo del cielo. Sembrano, da lontano, colonnati di cioccolatta, terrazze imbutirrate d’oro, balconi di torrone traforato e verande ornate di festoni di frutti canditi, che pendono perpendicolarmente dalle nuvole.

E’ un saporoso meriggio di maggio, color di miele, tutto profumato.

15 luglioModifica

     Il nuovo palazzo per la Biblioteca Nazionale centrale di Firenze: Progetto    di Desiderio Chilovi (1892)

Sul finire del 1885 il Comune di Firenze, in seguito al giudizio espresso nel 1882 da una Commissione parlamentare che dichiarò i locali della maggiore Biblioteca fiorentina troppo ristretti e insufficienti per il servizio pubblico, offriva in dono al R. Governo l’area necessaria per costruire, nel centro della città, un nuovo palazzo per la Biblioteca.

Ma, per ragioni più che altro edilizie, l’area generosamente offerta in dono dal Comune fu cambiata, e sostituita, nel marzo del 1890, con altra più grande, sempre nel centro della città.

Questa nuova offerta era fatta alla condizione che il Governo dovesse, a suo tempo, cedere al Comune una parte dell’edifizio che la Biblioteca occupa presentemente per potere allargare la Via dei Castellani ed assicurare così il R. Archivio di Stato e le Reali Gallerie da ogni pericolo d’incendio. Il Comune voleva inoltre che lungo uno dei lati del nuovo palazzo della Biblioteca fossero fabbricati dei portici destinati a pubblico passeggio.

22 luglioModifica

     Piceno Annonario, ossia Gallia Senonia illustrata    di Antonio Brandimarte (1825)

CAPITOLO I.

Confine, e nomi, che ebbe il Piceno Annonario.

Essendo stato lo scopo mio d’illustrare il Capitolo decimo terzo del libro terzo di Plinio Seniore, non parlai di molte Città distrutte, che anticamente erano situate nella Marca Anconitana nel libro, che diedi alla luce otto anni sono. Imperocchè non formavano esse parte del Piceno, ma appartenevano alla Gallia togata, che Plinio pone nella sesta Regione dell’Italia. Siccome questa fu chiamata in appresso Piceno Annonario, e forma la metà della mia Provincia, cioè della Marca, così di essa presentemente trattar voglio, e ritogliere da un genere di morte le città, che perirono, le quali per servirmi dell’espressioni di Lucano

Pulvere vixFonte/commento: Pagina:Piceno Annonario ossia Gallia Senonia illustrata Antonio Brandimarte 1825.djvu/219 tectœ poterunt monstrare ruinæ.

Ma per procedere con tutta la chiarezza possibile è necessario, che prima delinei il confine della Gallia, e riporti i nomi, co’ quali fu chiamata ne’ diversi tempi.

29 luglioModifica

     Gli Alpini    di Cesare Battisti (1916)

È la «Dante Alighieri» che mi ha invitato a parlare. Ed io ho risposto subito obbedendo al vivo desiderio di corrispondere ad un suo invito e spinto dal caldo senso di gratitudine che anima ogni irredento verso questa associazione: non pensando se avrei saputo parlare in modo degno e di essa istituzione e di questa gratitudine nostra.

Infiniti sono infatti i titoli di benemerenze della «Dante Alighieri» verso di noi. Nessuna associazione ci è stata così come questa fedelmente e costantemente amica nei lunghi oscuri anni della nostra soggezione, nessuna ha studiato allora con altrettanto amore la nostra intricata e disperata situazione. Essa è stata il vincolo fra noi e la nazione; col suo tramite noi avemmo comunanza di spirito con la più pura rappresentanza dell’arte e della cultura italica; essa è stata generosa del suo contributo per la fondazione di scuole italiane e per quella molteplice attività che ci salvò dalla rovina estrema.

5 agostoModifica

     Al signor di Montgolfier    di Vincenzo Monti (1784)

Quando Giason dal Pelio
Spinse nel mar gli abeti,
E primo corse a fendere
Co' remi il seno a Teti;
 
Su l'alta poppa intrepido
Col fior del sangue acheo
Vide la Grecia ascendere
Il giovinetto Orfeo.
 
Stendea le dita eburnee
Sulla materna lira;
E al tracio suon chetavasi
De' venti il fischio e l'ira.
 
Meravigliando accorsero
Di Doride le figlie,
Nettuno ai verdi alipedi
Lasciò cader le briglie.

12 agostoModifica

     Il duomo di Spoleto    di Giuseppe Sordini (1908)

Tommaso Hope, in quella sua fantastica Storia dell’Architettura, sull’incerto ricordo di una fugace visita, o sopra un disegno infedele, a pag. 322, scrisse intorno al Duomo di Spoleto queste mirabili parole: «Cattedrale pseudo gotica: la parte inferiore ed il portico in istile del risorgimento. Due pulpiti: superiormente un arco acuto o composto, entro cui una pittura a musaico circondata da molti rosoni; nel mezzo vedonsi i simboli degli Evangelisti. Il frontispizio è basso e mozzato.» Tommaso Hope, se vide il monumento, non lo intese; nè molto più meglio di lui, purtroppo, lo intesero e ne scrissero quanti, fin qui, ne hanno trattato.

E la ragione di ciò va ricercata, in gran parte, nel fatto che il Duomo di Spoleto non è un edificio sorto tutto in un tempo, con un solo e schietto carattere stilistico, a cancellare completamente il quale, nei secoli di decadenza, non riescono nemmeno i più dissennati trasformatori; ma è, invece, un vero musaico architettonico, di epoche e stili diversi, cui quel gran pittore che, particolarmente nell’Umbria, è il tempo, ha data un’apparenza, solennemente lieta, di armonia mirabilissima.

19 luglioModifica

     La vecchia casa    di Neera (1900)

La nebbia, che fino allora aveva tenuta la città prigioniera ne’ suoi veli, sembrava cedere agli sforzi di un pallido sole di novembre. Milano usciva nel trionfo di una opaca e tranquilla bellezza di contro al cielo grigio uniforme dolcemente pastoso, sul quale le spire salienti dai numerosi fumaioli segnavano alcune strisce appena più scure e i tetti, i campanili, i frontoni delle chiese smussavano tutto ciò che vi era di troppo acuto nei loro angoli, abbracciati, quasi cullati dalla grande morbidezza dell’aria e del cielo.

Quel delizioso passaggio della stagione, quando il caldo è lontano e il freddo non molesta ancora, dava rilievo alla generale intonazione di compostezza e di calma. Una luce smorta, muta, coloriva dolcemente le cose. Se nel centro della città l’andirivieni affrettato della folla e le mostre appariscenti dei negozi rompevano la gamma monotona del grigio, nei quartieri deserti, giù per i navigli, la sinfonia del colore neutro si sbizzarriva sui lunghi muri degli orti e dei conventi, al di sopra dei quali alcuni radi ciuffi di platano e di castagno rameggiavano flosci, tinti di un giallo moribondo.

26 agostoModifica

     Il ventre di Napoli    di Matilde Serao (1884)

Efficace la frase. Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli. Avevate torto, poiché voi siete il governo e il governo deve saper tutto. Non sono fatte pel governo, certamente, le descrizioncelle colorite di cronisti con intenzioni letterarie, che parlano della via Caracciolo, del mare glauco, del cielo di cobalto, delle signore belle e dei vapori violetti del tramonto: tutta questa rettorichetta a base di golfo e di colline fiorite, di cui noi abbiamo già fatto e oggi continuiamo a fare ammenda onorevole, inginocchiati umilmente innanzi alla patria che soffre; tutta questa minuta e facile letteratura frammentaria, serve per quella parte di pubblico che non vuole essere seccata con racconti di miserie. Ma il governo doveva sapere l’altra parte: il governo a cui arriva la statistica della mortalità e quella dei delitti; il governo a cui arrivano i rapporti dei prefetti, dei questori, degli ispettori di polizia, dei delegati; il governo a cui arrivano i rapporti dei direttori delle carceri; il governo che sa tutto: quanta carne si consuma in un giorno e quanto vino si beve in un anno, in un paese; quante femmine disgraziate, diciamo così, vi esistano, e quanti ammoniti siano i loro amanti di cuore; quanti mendichi non possono entrare nelle opere pie e quanti vagabondi dormono in istrada la notte; quanti nullatenenti e quanti commercianti vi siano; quanto rende il dazio consumo, quanto la fondiaria, per quanto s’impegni al Monte di Pietà e quanto renda il lotto. Questa altra parte, questo ventre di Napoli, se non lo conosce il governo, chi lo deve conoscere? E se non servono a dirvi tutto, a che sono buoni tutti questi impiegati alti e bassi, a che questo immenso ingranaggio burocratico che ci costa tanto? E, se voi non siete la intelligenza suprema del paese che tutto conosce e a tutto provvede, perchè siete ministro?

2 settembreModifica

     Della scienza e di Cesare Beccaria    di Teodoro Pertusati (1870)

Ottimi giovani,

A questo nobile ufficio di insegnare per la virtù dell’esempio, come meglio si adempii al dovere, e di destare negli animi vostri giovinetti la santa emulazione del bene, non era già chiamato io quest’anno, ma quegli del quale piangiamo ancora la perdita, il Preside nostro, il nostro fratello, il vostro affettuoso padre, l’amico del cuore. Poveretto! per rispondere cortese alla cortese ospitalità che qui da più anni riceveva, e della quale Brescia diè poi al splendida prova che anco tuttora io ne sono commosso per gratitudine, egli si era offerto a tessere le lodi di uno de’ più distinti concittadini vostri, dell’egregio architetto Vantini, e negli ultimi giorni del viver suo già accingevasi al lavoro con quella operosità indefessa che solea porre in ogni cosa che reputasse buona. A me, scelto dopo tanta e si improvvisa sciagura a supplirlo, non resse l’animo di continuare i suoi studi; troppo mi era viva nel cuore la sua imagine perchè il mio pensiero potesse, per così dire, incontrarsi ad ogni istante col suo, eppure serbasse quella serena tranquillità che è necessaria a chi medita. Però mi volsi ad altro argomento, e l’affetto imperava alla mente per guisa che le indettava la scelta; così mentre essa avrebbe forse chiesto del pensatore sottile che delle dottrine metafisiche avesse rischiarato la fitta tenebria, l’animo, a conforto del vivo dolore che ancor lo pungea, voleva mettersi tutto nei sentimenti di chi, per generoso entusiasmo di recare altrui giovamento, si fosse meritato l’universale gratitudine. Pensai tosto a Cesare Beccaria, del quale non so se la potenza dell’ingegno dalta bontà dell’animo fosse vinta, o questa da quella, ma certo l’una e l’altra furono singolari, l’una e l’altra dirette di continuo al bene, l’una e l’altra intese a sollevare l’uomo dai mali maggiori, a volgerne in meglio le sorti.

9 settembreModifica

     Della decollazione di S. Giovanni Battista    di Aristide Sala (1863)

Dal giorno in cui l’uomo pensò di sublimarsi infino a Dio, ma non per le vie indicate dal Supremo Fattore, che a quel fine appunto il creava, bensì piuttosto sottraendosi alle leggi da Lui stabilite, e collocandosi arrogantemente a paro di Lui; dal giorno in cui la golosità di un frutto vietato persuase all’uomo che, appunto perchè vietato, contener dovesse più grato sapore e virtù di rendere grande, felice, eguale a Dio chi ne gustasse; dal giorno in cui l’uomo credette di poter mettere a confronto gli ammonimenti del suo Signore colle insinuazioni di un rettile della terra, e giudicò poter far senza, anzi contro di Colui che dal nulla il traeva, e nell’accontentamento di un materiale appetito stimò conseguire un perfezionamento morale; da quel giorno fatalissimo, l’uomo quanto più a sè stesso si affida mi alle proprie inclinazioni, altrettanto in basso precipita, e perde ragione e libera volontà, e diventa animalesco, vile, abbietto, infelice. All’incontro, quanto più a se medesimo l’uomo resiste, e si umilia, e si mortifica, altrettanto si eleva al disopra delle create cose, riacquista l’uso delle più nobili facoltà, il dominio sopra di sè stesso, la libertà, l’indipendenza di spirito, che meglio l’avvicinano alla divinità.

16 settembreModifica

     Viaggio sentimentale di Yorick    di Laurence Sterne (1768), traduzione dall'inglese di Ugo Foscolo (1813)

I.

— A questo in Francia si provvede meglio, diss’io —

— Ma, e vi fu ella? mi disse quel gentiluomo; e mi si volse incontro prontissimo, e trionfò urbanissimamente di me. — Poffare! diss’io, ventilando fra me la questione; adunque ventun miglio di navigazione (da Douvre a Calais non ci corre nè più nè meno) conferiranno sì fatti diritti? — Vo’ esaminarli. E lasciando andare il discorso, m’avvio diritto a casa: mi piglio mezza dozzina di camicie, e un pajo di brache di seta nera. — «L’abito che ho indosso (diss’io, dando un’occhiata alla manica) mi farà». — Mi collocai nella vettura di Douvre: il navicello veleggiò alle nove del dì seguente: e per le tre mi trovai addosso a un pollo fricassè a desinare — in Francia — e sì indubitabilmente, che se mai quella notte mi fossi morto d’indigestione, tutto il genere umano non avrebbe impetrato, che le mie camicie, le mie brache di seta nera, la mia valigia e ogni cosa non andassero pel droit d’aubain in eredità al re di Francia — anche la miniatura ch’io porto meco da tanto tempo, e che io tante volte, o Elisa, ti dissi ch’io porterei meco nella mia fossa, mi verrebbe strappata dal collo. — Vedi scortesia! — e questo manomettere i naufragi di un passeggiere disavveduto che i vostri sudditi allettano a’ loro lidi — per Dio! Sire, non è ben fatto: e sì che mi rincresce d’avere che dire col monarca di un popolo tutto cuore e sì incivilito e cortese e sì rinomato per la gentilezza de’ sentimenti —

Ma tocco appena i vostri dominj —

23 settembreModifica

     Le donne che lavorano    di Virginia Tedeschi Treves (1916)

ALLE LETTRICI.

Voi, mie fedeli lettrici, vi sorprenderete che dopo avervi parlato della casa come del miglior centro dell’operosità femminile, io venga ora a dirvi:

La casa è bell’e buona come rifugio per riposare dalle fatiche della lotta per resistenza; ma voi pure dovete combattere, uscire dal vostro guscio e procurare di aver la vostra parte al banchetto della vita».

È, che dal giorno ch’io scrissi Il regno della donna il mondo è mutato, e le mie idee si sono andate modificando, come si è modificato l’ambiente in cui viviamo.

La ferrovia, l’elettricità, la diffusione delle idee col mezzo della stampa, le macchine perfezionate, tutto questo ha rimpicciolito e trasformato il mondo, tanto che la vita esteriore ha preso il sopravvento sulla vita interna e l’umanità va prendendo il posto della famiglia. Non so se la trasformazione della casa e della donna sarà un bene o un male, ma è una necessità; e chi non sa piegarsi e modificarsi secondo l’ambiente, muore intristito come il fiore che si piega sullo stelo, quando tutto intorno a lui risorge al soffio vivificante della primavera.

30 settembreModifica

     Sopra alcune qualità della seta    di Adolfo Targioni Tozzetti (1866)

Fino dal secolo passato, per informazioni di Missionari e di viaggiatori naturalisti si aveva notizia che in alcune provincie della China e delle Indie orientali si adoperasse, per farne stoffe da vesti la seta di bozzoli composti da alcuni bachi differenti da quello del Gelso, il primo, che in tempi remoti, dalla China venuto a noi, quà fino ad ora, aveva dato con prodotto ricchissimo, largo compenso alle cure spese nello allevarlo.

Le esplorazioni più estese di paesi men noti prima, i commerci più facili e più frequenti con tutti hanno permesso oggi non solo di ripigliare il filo di quelle antiche indicazioni, ma di averne molte altre, l’importanza delle quali è naturalmente aumentata dopo che la produzione serica in Europa si è trovata gravemente compromessa per causa della malattia degli animali che la sostengono.

Per queste diverse ragioni gli annunzi di animali serigeni, conosciuti o non conosciuti in antecedenza, si sono moltiplicati, si sono mostrati i prodotti dell’uno o dell’altro, e quando poi taluno degli animali preconizzati è stato recato fra noi vivente, festevoli si son fatti intorno ad esso uomini di scienza, uomini d’industria, società di acclimatazione, amatori, e ammiratori.

7 ottobreModifica

     Canzone alla Morte    di Pandolfo Collenuccio (XV secolo)

Qual peregrin nel vago errore stanco
De’ lunghi e faticosi suoi viaggi
Per lochi aspri e selvaggi,
Fatto già incurvo per etate e bianco,
Al dolce patrio albergo
Sospirando s’affretta e si rimembra
Le paterne ossa e la sua prima etate:
Di sè stesso pietate
Tenera il prende; e le affannate membra
Posar disía nel loco ove già nacque,
E il buon viver gli piacque:
Tal io, che ai peggior anni oramai vèrgo,
In sogni, in fumo, in vanitate avvolto,
A te mie preghe volto,
Rifugio singolar, che pace apporte
Allo umano viaggio, o sacra Morte.

14 ottobreModifica

     La Ferrovia Genova-Piacenza    di Comitato promotore della ferrovia Genova-Piacenza (1898)

Nell’anno 1872 un Consorzio degli Istituti di credito si costituiva in Genova, per addivenire alla costruzione di una ferrovia, che, per le valli del Bisagno e della Trebbia, allacciasse direttamente Genova a Piacenza.

Sin da quel tempo, ed è ornai trascorso un quarto di secolo, gli accorti rappresentanti del commercio genovese intravedevano i futuri bisogni, e il Consorzio ordinava il progetto di dettaglio della nuova linea all’Ingegnere Soldati, che lo presentava ai committenti il 28 febbraio del 1874.

Quel progetto, quantunque compilato da un tecnico, la cui competenza in materia è fuori di questione, risentiva i tempi. Vi si riscontrano pendenze sino al 25‰, usando le quali ben si comprende come altre difficoltà di percorso e quelle economiche di costruzione si possano facilmente superare.

E così il progetto misurava all’incirca 123 chilometri fra le due città; aveva la massima galleria di soli 3930 m.; il tracciato saliva ad un’altitudine di 744 m., e dal Bisagno per passare in Trebbia entrava nella testata di Scrivia, ossia nella valle del Laccio.

21 ottobreModifica

     La grotta del monte Ginguno detta di Frasassi - Canto    di Vincenzo Rotondo da Fabriano (1873)

M’è dolce rimembrare il dì sereno,
Quando tocche dal Sole
Nell’annual suo giro
Del celeste Lïon le case ardenti,
N’andai fra stuol d’amici
Verso il Ginguno, dove
Per valli e per pendici
Nobil disio ne muove
Romper de’ prischi tempi l’alta notte,
E lampi trarre di saper novello
Da inesplorate grotte.

28 ottobreModifica

     Daniele Cortis    di Antonio Fogazzaro (1906)

CAPITOLO I.

Vento, pioggia e chiacchiere.

Le palle cozzarono insieme due volte, forte.

«Tac tac!» fece il conte Perlotti guardandole correre attento, con il gesso nella destra e la stecca nella sinistra.

«Santo diavolo!» esclamò il senatore. «Non c’è taglio. Che stecche avete, contessa Tarquinia? Non si può giuocare.

«E dàlli!» disse la contessa, sottovoce, fra un gruppo di signore.

«Genero mio benedetto» soggiunse allargando le braccia, «più che scrivere e riscrivere che me ne mandino!

Si voltò alla Perlotti che sorrideva silenziosamente guardando il tempo dall’uscio a vetri.

«Bello, sai» brontolò. «Sarà la ventesima volta che me lo dice. Vuole che le faccia io le stecche?

«Che tempo!» disse la signora, prudente. «Fa paura.»

Testi successiviModifica