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20 gennaioModifica

     Il segreto dell'uomo solitario    di Grazia Deledda (1921)

L’uomo che abitava la casetta solitaria laggiù fra la spiaggia e la brughiera, di ritorno dal suo solito viaggio al paese dove ogni tanto si provvedeva delle cose più necessarie alla vita, svoltando dalla strada provinciale al sentiero che conduce verso il mare, vide due uomini che misuravano coi loro passi un terreno attiguo al suo giardino.

Subito si fermò, con un senso di curiosità misto a rabbia e ad angoscia; ricordava che Ghiana, la contadina che ogni tanto gli portava il latte e le uova da un cascinale delle colline, gli aveva appunto annunziato la vendita di quel terreno e la probabilità che ci venisse costrutta una casa.

Ecco dunque la minaccia avverarsi: i due uomini che misurano il prato facendo come a chi ha più lungo il passo, seguiti sull’erba dorata dal tramonto dalle loro ombre gigantesche, hanno l'aspetto di operai: quello più alto e tozzo, col viso d’un rosso mattone, è senza dubbio un capo-mastro; e il terreno è il più adatto dei dintorni per fabbricarci una casa: ombreggiato da un gruppo di pini e con un pozzo d’acqua potabile, è una vera oasi in quel deserto di sabbia e di scopeti che scende dalle colline a nord e va a perdersi nel mare. Solo un poco più giù verdeggia un altro mazzo d’alberi, ma bassi, stentati, tormentati dal vento marino.

27 gennaioModifica

     Memoria intorno alla progettata strada a ruotaje di ferro in rapporto a Bergamo    di Commissione Bottaini (1837)

In giornata ogni discussione astratta sull’utilità delle strade ferrate è concentrata irrevocabilmente nell’unica e semplice ispezione di un fatto, cioè l’esempio di quanto, in breve giro d’anni, hanno operato e stanno operando con somma alacrità le più illuminate ed accorte nazioni dei due emisferi: fatto immensamente grande e luminoso, che va a formare base fondamentale allo stato economico dei popoli, ed al conseguente ben essere dei paesi. E questa utilità, a cose bene stabilite, per quella legge di livello, a cui tendono le esigenze tutte della vita individuale e sociale in corrispondenza coi modi più acconci di soddisfarle, assume inevitabilmente il carattere di una vera necessità: in quella stessa guisa che a dì nostri si è appunto convertita in una vera necessità anche l’utilità del miglioramento delle strade ordinarie; e che l’introduzione delle macchine perfezionate per le produzioni industriali non può non prendere un po’ alla volta il posto dei lenti, imperfetti, e più costosi metodi antichi di fabbricazione.

3 febbraioModifica

     La mia vita, ricordi autobiografici    di Ida Baccini (1904)

Per poco ch’io mi raccolga in qualche cheta stradicciuola della mia vecchia Firenze, in qualcuna di quelle stradine fiancheggiate da orti e da muri, quali con insuperabile colorito seppe descrivercele la dolce fantasia di Enrico Nencioni, io ricostruisco senza troppa fatica la piazzetta di San Niccolò a Prato e la casa dove nacque e visse, finchè, non andò sposa in casa Baccini, la mia mamma. Era una piazzetta silenziosa, piena di sole nell’estate, dal selciato corroso, irregolare, tra le cui commettiture si aprivano la via mille ciuffetti di erbe parassite: a destra, s’inalzava il R. Conservatorio di S. Niccolò, un bel fabbricato massiccio, dal portone giallognolo, sempre chiuso, portone misterioso, a cui, bambinuccia di quattro o cinqu’anni appena, chiedevo già il segreto delle educande ivi rinchiuse.... Che cosa facevano, dalla mattina alla sera, quelle bambine? Si divertivano, come me, a far le signore, a confidarsi le angustie finanziarie della famiglia, e a guardar fisse le nuvole, nelle belle sere d’estate, quando il tramonto dava loro l’aspetto di giganti alati, di pesci giganteschi, di angioli vestiti d’oro e di rosa?

10 febbraioModifica

     Il grillo del focolare    di Charles Dickens (1845), traduzione dall'inglese di Grazia Pierantoni Mancini (1869)

Il paiuolo incominciò! Nè mi cale di quello che può dirne la signora Peribingle. Io lo so meglio di lei. Ella al più dopo tanto tempo potrebbe dirvi che non sa chi primo incominciasse; ma io vi dico che fu il paiuolo, e non debbo esattamente saperlo? Il paiuolo dunque incominciò cinque minuti segnati dal piccolo orologio olandese, che tutto verniciato brillava nell’angolo, prima che il grillo mettesse fuori un sol grido.

Non aveva ancora l’orologio finito di suonare e su di esso il piccolo mietitore menando a destra ed a manca la sua falce non aveva reciso più d’un mezzo jugero di fieno immaginario, che già il grillo si era fatto anch’esso della partita!

Che io di rado affermi le cose ognuno lo sa nè farei valere la mia opinione contro quella della signora Peribingle se non ne avessi le buone prove: niuno invero m’indurrebbe a tanto. Ma cotesta è quistione di fatto, e il fatto è appunto che il paiuolo incominciò almeno cinque minuti prima che il grillo desse segno di vita! Contradditemi ed io dirò dieci.

17 febbraioModifica

     Considerazioni sul sentimento del sublime e del bello    di Immanuel Kant (1764), traduzione dal tedesco di N. M. C. (1826)

Le percezioni diverse della pena e del piacere non dipendono tanto dalla proprietà degli esterni oggetti che le eccitano in noi, quanto da un sentimento proprio ad ogni uomo, secondo il quale vien affetto in un modo piacevole o pur dispiacevole. Di là, ove gli altri non provano che disgusti, emergono le gioie di certi individui, le passioni amorose che sono sovente un enigma per coloro che non le provano, o la viva ripugnanza da cui è affetto un solo per quel che rimane indifferente a tutti gli altri. Assai lungi si estende il campo delle osservazioni di tali particolarità, dell’umana natura, e nasconde pure una feconda miniera di scoperte, non meno interessanti che istruttive. Io mi limito, per ora, a illustrare alcune parti, le quali, in questo vasto spazio, sembra che si facciano osservare in un modo speciale, e su di cui io arresto piuttosto l’occhio dell’osservatore che l’attenzione del filosofo.

10 marzoModifica

     Dal Trentino al Carso    di Luigi Barzini (1917)

NOTTE VENEZIANA DI GUERRA.

Venezia, 18 agosto 1916.

È l’ora in cui essi arrivano.

La luna è già alta sull’Isola di Sant’Elena e il suo chiarore si è disteso sulle acque; ha messo ai piedi degli edifici di Venezia la stessa opalescenza che è nel cielo. Venezia oscura si libra in una pallida e quieta serenità, naviga in un’atmosfera di sogno. È l’ora in cui essi arrivano.

Hanno bisogno del lume di luna. Le spiagge in queste serate si disegnano nere sul mare imbevuto di luce ed è facile, volando, trovare la rotta per piombare su Venezia. La ragione delle loro incursioni sulla Laguna, quasi quotidiane in questi giorni, è il plenilunio. Quando si presentano delle condizioni favorevoli per commettere degli atti abominevoli, bisognerebbe non essere austriaci per non commetterli. Le più belle notti veneziane sono ora notti di bombardamento. Sulla tranquillità profonda luminosa, dolce, fatata di Venezia, sulla sua pace mistica, fulmineamente la guerra irrompe col suo tumulto feroce. Tutta la città la aspetta adesso, muta, fiera, sdegnosa. Iersera non vennero, verranno questa sera. L’aria è limpida e calma: il tempo che ci vuole per dar battaglia ai monumenti.

17 marzoModifica

     Favole    di Esopo (Antichità), traduzione dal greco di Giulio Landi (1545)

DELLA VOLPE, ED IL LEOPARDO.

Una Volpe, ed un Leopardo vennero a lite insieme della bellezza, ed il Leopardo lodava la sua pelle di varj, e diversi colori, e la Volpe non potendo lodare la sua, disse: O quanto io son più bella di te, perchè, non il corpo, ma l’animo ho di varj, e diversi colori.

Sentenza della favola.

Questa favola significa, ch’è molto più bella la bellezza dell’anima, che quella del corpo.

24 marzoModifica

     I Figli dell'Aria    di Emilio Salgari (1904)

Pekino, l’immensa capitale del più popoloso impero del mondo, che da migliaia d’anni si erge, al par di Roma, come sfida al tempo, a poco a poco s’immergeva fra le tenebre.

Le immense cupole a scaglie azzurre dai riflessi dorati dei giganteschi templi buddisti; i tetti gialli dal lampo acciecante degli sterminati palazzi della corte imperiale; i mille ghirigori di porcellana del tempio dello spirito marino che racchiude le tre incarnazioni del filosofo Laotsz; i candidi marmi del tempio del cielo; le tegole verdi del tempio della filosofia; la foresta immensa di guglie e d’antenne sostenenti mostruosi draghi dorati cigolanti alla brezza; le punte arcuate di metallo dorato delle torri, dei bastioni, delle muraglie enormi della città interdetta, scomparivano fra le brume della sera. Il fragore però che si ripercoteva in tutti gli angoli della città mostruosa, quel fragore sordo e prolungato prodotto dal movimento di tre milioni d’abitanti, dal rotolare di miriadi di carri e di carretti e dal galoppare di cavalli, quella sera non accennava a cessare, malgrado il proverbio cinese che dice: «la notte è fatta per dormire».

31 marzoModifica

     Il martirio dei monumenti    di Ugo Ojetti (1918)

Trattare d’arte e di monumenti, trasferirsi per loro nei ricordi del più lontano passato, passeggiare sia pure con disperata tristezza nei chiusi e pettinati giardini della storia, piangere sulle pietre ferite quando le carni di centinaja di migliaja d’uomini fratelli nostri sanguinano e spasimano, sembra, cittadini, uno svago da oziosi e un diletto da eruditi i quali si vogliano difendere contro il fragore e il terror della guerra dietro le trincee dei loro libri compatti. Altro s’ha oggi da fare: combattere, resistere, vincere. Per le lacrime, le proteste, i rimbrotti, le accuse, avremo, si dice, tempo dopo.

È un errore. Esso deriva, prima di tutto, dall’avere per troppi anni separato l’arte della vita, e considerato l’arte non più un bene e un bisogno di tutti, una continua e viva funzione sociale, un’espressione sincera del nostro carattere nazionale, un documento solenne e inconfutabile della nostra storia. Ce le avevano seppellite sotto l’erudizione le nostre statue, le nostre pitture, i nostri monumenti, prima di demolirceli a cannonate, questi nostri nemici occhialuti e maligni. Le saccate dietro le quali avete difese persino le porte del vostro Battistero e le statue del vostro Orsanmichele che, state tranquilli, nessuna ira nemica riuscirà mai a colpire, non sono tanto spesse ed ermetiche quanto quelle trincee e quelli sbarramenti di carte erudite con le quali esse erano ormai state escluse dal nostro godimento quotidiano, dalla nostra semplice ammirazione, dal nostro lieto orgoglio di italiani legati quasi da un’intimità familiare a quelle serene bellezze, sangue del nostro sangue, pietre dei nostri monti, volti della nostra razza, sorrisi della nostra fede.

14 aprileModifica

     La guerra dell'Italia spiegata al popolo    di Unione generale degli Insegnanti (1916)

Il medico condotto s’incontra su una piccola via di campagna col contadino Lorenzo.

Lorenzo. — Buon giorno, signor Dottore.

Il medico. — Buon giorno, Lorenzo. Come si va?

Lorenzo. — Eh, signor Dottore, come si può andare, quando due figli grandi sono alla guerra e rimangono in casa tre giovinette e un ragazzo di otto anni? Male si va!

Il medico. — Pazienza, pazienza. I guai sono per tutti.

Lorenzo. — I guai sono per la povera gente.

Il medico. — Tu vedi che sono partiti insieme per la guerra i tuoi figli, il figlio del sindaco, il figlio e il genero del marchese…

Lorenzo. — Ma il marchese, se gli muore il figlio, ha sempre la stessa rendita.

Il medico. — Caro Lorenzo, un figlio è un figlio, per tutti; pel marchese come per te. Credi che il dolore d’un padre e d’una madre si misurano con le rendite o coi bisogni? Ai tempi nostri la guerra è una disgrazia che pesa su ogni classe di persone.

21 aprileModifica

     Al fronte    di Luigi Barzini (1915)

2 giugno 1915.

Ho vissuto i primi sei giorni della guerra sulla fronte friulana. Al settimo giorno tutte le persone che non abitano permanentemente quelle terre, giornalisti compresi, sono state invitate a ritirarsi. In questo momento e nelle condizioni attuali la misura è giustificata.

L’opinione pubblica non interpreti l’allontanamento della stampa dai campi di battaglia come un provvedimento di politica interna. Sento il dovere di dirlo subito, altamente, onestamente: il popolo non si lasci trascinare da quel fondo vago di diffidenza che è nel nostro carattere per immaginare che il momentaneo esilio dei corrispondenti dalla guerra abbia lo scopo di nascondere alla nazione dei possibili mali. Vi sono molte cose da nascondere, è vero, ma al nemico. E per celarle a lui bisogna celarle a tutti.

28 aprileModifica

     L'amuleto    di Neera (1897)

Quando morì carico d’anni e d’onori il generale Maurizio di Rocca Tournion, un piemontese di vecchia razza che aveva fatte le sue prime armi in Crimea e diventò poi tanto celebre nelle guerre fortunose della nostra indipendenza, i suoi eredi che erano parenti lontani, si divisero le suppellettili del suo piccolo appartamento da scapolo. Ad uno di essi toccò fra le altre cose un astuccio di una forma bizzarra in cuoio lavorato, evidente provenienza di qualche bazar di Oriente. L’astuccio era largo poco più di un palmo, chiuso con un cordoncino di seta stinta ed emanava un profumo misto di essenza di rosa e di tabacco fino. In un angolo dove gli arabeschi del cuoio avevano lasciato un breve spazio, erano state impresse a secco due spade incrociate sormontate da una rosa. Fra il raso della fodera c’era un manoscritto, un centinaio di foglietti di carta sottile, resistente, coperti con una di quelle calligrafie nervose non larghe nè alte come porta oggi la moda, ma spezzate, minute, eppure non prive di una intima eleganza che noi dobbiamo cercare, per farcene una idea, nelle lettere delle nostre bisavole. Il testo era in francese. Poche note a matita traversavano i margini — scritte queste dalla mano pesante del generale. Del generale era pure un foglio congiunto al manoscritto a guisa di prefazione e di schiarimento; prova che il defunto ci teneva e che se avesse pensato a fare testamento, il misterioso manoscritto avrebbe avuto probabilmente una destinazione diversa che non quella di cadere sotto gli occhi del pubblico.

5 maggioModifica

     Novelle rumene    di Ion Luca Caragiale

CERO DI PASQUA

Leiba Zibal, l’oste di Podeni, sta pensieroso ad un tavolo sotto la pergola davanti alla bottega, aspettando la diligenza che dovrebbe essere arrivata da molto tempo; c’è un ritardo di quasi un’ora.

È lunga e non troppo allegra la storia della vita di Zibal; ma così com’è, tormentato dalla febbre, è sempre un piacere per lui ricordare ad una ad una le vicende principali della sua vita.

Merciaiolo ambulante, rivendugliolo, sensale, qualche volta forse peggio, rigattiere, poi sarto e smacchiatore in un vicolo tristo di Iassi, tutto aveva tentato dopo l’accidente che gli aveva fatto perdere il suo posto di garzone in un grande negozio di vini.

Testi successiviModifica