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20 gennaioModifica

     Il segreto dell'uomo solitario    di Grazia Deledda (1921)

L’uomo che abitava la casetta solitaria laggiù fra la spiaggia e la brughiera, di ritorno dal suo solito viaggio al paese dove ogni tanto si provvedeva delle cose più necessarie alla vita, svoltando dalla strada provinciale al sentiero che conduce verso il mare, vide due uomini che misuravano coi loro passi un terreno attiguo al suo giardino.

Subito si fermò, con un senso di curiosità misto a rabbia e ad angoscia; ricordava che Ghiana, la contadina che ogni tanto gli portava il latte e le uova da un cascinale delle colline, gli aveva appunto annunziato la vendita di quel terreno e la probabilità che ci venisse costrutta una casa.

Ecco dunque la minaccia avverarsi: i due uomini che misurano il prato facendo come a chi ha più lungo il passo, seguiti sull’erba dorata dal tramonto dalle loro ombre gigantesche, hanno l'aspetto di operai: quello più alto e tozzo, col viso d’un rosso mattone, è senza dubbio un capo-mastro; e il terreno è il più adatto dei dintorni per fabbricarci una casa: ombreggiato da un gruppo di pini e con un pozzo d’acqua potabile, è una vera oasi in quel deserto di sabbia e di scopeti che scende dalle colline a nord e va a perdersi nel mare. Solo un poco più giù verdeggia un altro mazzo d’alberi, ma bassi, stentati, tormentati dal vento marino.

27 gennaioModifica

     Memoria intorno alla progettata strada a ruotaje di ferro in rapporto a Bergamo    di Commissione Bottaini (1837)

In giornata ogni discussione astratta sull’utilità delle strade ferrate è concentrata irrevocabilmente nell’unica e semplice ispezione di un fatto, cioè l’esempio di quanto, in breve giro d’anni, hanno operato e stanno operando con somma alacrità le più illuminate ed accorte nazioni dei due emisferi: fatto immensamente grande e luminoso, che va a formare base fondamentale allo stato economico dei popoli, ed al conseguente ben essere dei paesi. E questa utilità, a cose bene stabilite, per quella legge di livello, a cui tendono le esigenze tutte della vita individuale e sociale in corrispondenza coi modi più acconci di soddisfarle, assume inevitabilmente il carattere di una vera necessità: in quella stessa guisa che a dì nostri si è appunto convertita in una vera necessità anche l’utilità del miglioramento delle strade ordinarie; e che l’introduzione delle macchine perfezionate per le produzioni industriali non può non prendere un po’ alla volta il posto dei lenti, imperfetti, e più costosi metodi antichi di fabbricazione.

3 febbraioModifica

     La mia vita, ricordi autobiografici    di Ida Baccini (1904)

Per poco ch’io mi raccolga in qualche cheta stradicciuola della mia vecchia Firenze, in qualcuna di quelle stradine fiancheggiate da orti e da muri, quali con insuperabile colorito seppe descrivercele la dolce fantasia di Enrico Nencioni, io ricostruisco senza troppa fatica la piazzetta di San Niccolò a Prato e la casa dove nacque e visse, finchè, non andò sposa in casa Baccini, la mia mamma. Era una piazzetta silenziosa, piena di sole nell’estate, dal selciato corroso, irregolare, tra le cui commettiture si aprivano la via mille ciuffetti di erbe parassite: a destra, s’inalzava il R. Conservatorio di S. Niccolò, un bel fabbricato massiccio, dal portone giallognolo, sempre chiuso, portone misterioso, a cui, bambinuccia di quattro o cinqu’anni appena, chiedevo già il segreto delle educande ivi rinchiuse.... Che cosa facevano, dalla mattina alla sera, quelle bambine? Si divertivano, come me, a far le signore, a confidarsi le angustie finanziarie della famiglia, e a guardar fisse le nuvole, nelle belle sere d’estate, quando il tramonto dava loro l’aspetto di giganti alati, di pesci giganteschi, di angioli vestiti d’oro e di rosa?

10 febbraioModifica

     Il grillo del focolare    di Charles Dickens (1845), traduzione dall'inglese di Grazia Pierantoni Mancini (1869)

Il paiuolo incominciò! Nè mi cale di quello che può dirne la signora Peribingle. Io lo so meglio di lei. Ella al più dopo tanto tempo potrebbe dirvi che non sa chi primo incominciasse; ma io vi dico che fu il paiuolo, e non debbo esattamente saperlo? Il paiuolo dunque incominciò cinque minuti segnati dal piccolo orologio olandese, che tutto verniciato brillava nell’angolo, prima che il grillo mettesse fuori un sol grido.

Non aveva ancora l’orologio finito di suonare e su di esso il piccolo mietitore menando a destra ed a manca la sua falce non aveva reciso più d’un mezzo jugero di fieno immaginario, che già il grillo si era fatto anch’esso della partita!

Che io di rado affermi le cose ognuno lo sa nè farei valere la mia opinione contro quella della signora Peribingle se non ne avessi le buone prove: niuno invero m’indurrebbe a tanto. Ma cotesta è quistione di fatto, e il fatto è appunto che il paiuolo incominciò almeno cinque minuti prima che il grillo desse segno di vita! Contradditemi ed io dirò dieci.

17 febbraioModifica

     Considerazioni sul sentimento del sublime e del bello    di Immanuel Kant (1764), traduzione dal tedesco di N. M. C. (1826)

Le percezioni diverse della pena e del piacere non dipendono tanto dalla proprietà degli esterni oggetti che le eccitano in noi, quanto da un sentimento proprio ad ogni uomo, secondo il quale vien affetto in un modo piacevole o pur dispiacevole. Di là, ove gli altri non provano che disgusti, emergono le gioie di certi individui, le passioni amorose che sono sovente un enigma per coloro che non le provano, o la viva ripugnanza da cui è affetto un solo per quel che rimane indifferente a tutti gli altri. Assai lungi si estende il campo delle osservazioni di tali particolarità, dell’umana natura, e nasconde pure una feconda miniera di scoperte, non meno interessanti che istruttive. Io mi limito, per ora, a illustrare alcune parti, le quali, in questo vasto spazio, sembra che si facciano osservare in un modo speciale, e su di cui io arresto piuttosto l’occhio dell’osservatore che l’attenzione del filosofo.

10 marzoModifica

     Dal Trentino al Carso    di Luigi Barzini (1917)

NOTTE VENEZIANA DI GUERRA.

Venezia, 18 agosto 1916.

È l’ora in cui essi arrivano.

La luna è già alta sull’Isola di Sant’Elena e il suo chiarore si è disteso sulle acque; ha messo ai piedi degli edifici di Venezia la stessa opalescenza che è nel cielo. Venezia oscura si libra in una pallida e quieta serenità, naviga in un’atmosfera di sogno. È l’ora in cui essi arrivano.

Hanno bisogno del lume di luna. Le spiagge in queste serate si disegnano nere sul mare imbevuto di luce ed è facile, volando, trovare la rotta per piombare su Venezia. La ragione delle loro incursioni sulla Laguna, quasi quotidiane in questi giorni, è il plenilunio. Quando si presentano delle condizioni favorevoli per commettere degli atti abominevoli, bisognerebbe non essere austriaci per non commetterli. Le più belle notti veneziane sono ora notti di bombardamento. Sulla tranquillità profonda luminosa, dolce, fatata di Venezia, sulla sua pace mistica, fulmineamente la guerra irrompe col suo tumulto feroce. Tutta la città la aspetta adesso, muta, fiera, sdegnosa. Iersera non vennero, verranno questa sera. L’aria è limpida e calma: il tempo che ci vuole per dar battaglia ai monumenti.

17 marzoModifica

     Favole    di Esopo (Antichità), traduzione dal greco di Giulio Landi (1545)

DELLA VOLPE, ED IL LEOPARDO.

Una Volpe, ed un Leopardo vennero a lite insieme della bellezza, ed il Leopardo lodava la sua pelle di varj, e diversi colori, e la Volpe non potendo lodare la sua, disse: O quanto io son più bella di te, perchè, non il corpo, ma l’animo ho di varj, e diversi colori.

Sentenza della favola.

Questa favola significa, ch’è molto più bella la bellezza dell’anima, che quella del corpo.

24 marzoModifica

     I Figli dell'Aria    di Emilio Salgari (1904)

Pekino, l’immensa capitale del più popoloso impero del mondo, che da migliaia d’anni si erge, al par di Roma, come sfida al tempo, a poco a poco s’immergeva fra le tenebre.

Le immense cupole a scaglie azzurre dai riflessi dorati dei giganteschi templi buddisti; i tetti gialli dal lampo acciecante degli sterminati palazzi della corte imperiale; i mille ghirigori di porcellana del tempio dello spirito marino che racchiude le tre incarnazioni del filosofo Laotsz; i candidi marmi del tempio del cielo; le tegole verdi del tempio della filosofia; la foresta immensa di guglie e d’antenne sostenenti mostruosi draghi dorati cigolanti alla brezza; le punte arcuate di metallo dorato delle torri, dei bastioni, delle muraglie enormi della città interdetta, scomparivano fra le brume della sera. Il fragore però che si ripercoteva in tutti gli angoli della città mostruosa, quel fragore sordo e prolungato prodotto dal movimento di tre milioni d’abitanti, dal rotolare di miriadi di carri e di carretti e dal galoppare di cavalli, quella sera non accennava a cessare, malgrado il proverbio cinese che dice: «la notte è fatta per dormire».

31 marzoModifica

     Il martirio dei monumenti    di Ugo Ojetti (1918)

Trattare d’arte e di monumenti, trasferirsi per loro nei ricordi del più lontano passato, passeggiare sia pure con disperata tristezza nei chiusi e pettinati giardini della storia, piangere sulle pietre ferite quando le carni di centinaja di migliaja d’uomini fratelli nostri sanguinano e spasimano, sembra, cittadini, uno svago da oziosi e un diletto da eruditi i quali si vogliano difendere contro il fragore e il terror della guerra dietro le trincee dei loro libri compatti. Altro s’ha oggi da fare: combattere, resistere, vincere. Per le lacrime, le proteste, i rimbrotti, le accuse, avremo, si dice, tempo dopo.

È un errore. Esso deriva, prima di tutto, dall’avere per troppi anni separato l’arte della vita, e considerato l’arte non più un bene e un bisogno di tutti, una continua e viva funzione sociale, un’espressione sincera del nostro carattere nazionale, un documento solenne e inconfutabile della nostra storia. Ce le avevano seppellite sotto l’erudizione le nostre statue, le nostre pitture, i nostri monumenti, prima di demolirceli a cannonate, questi nostri nemici occhialuti e maligni. Le saccate dietro le quali avete difese persino le porte del vostro Battistero e le statue del vostro Orsanmichele che, state tranquilli, nessuna ira nemica riuscirà mai a colpire, non sono tanto spesse ed ermetiche quanto quelle trincee e quelli sbarramenti di carte erudite con le quali esse erano ormai state escluse dal nostro godimento quotidiano, dalla nostra semplice ammirazione, dal nostro lieto orgoglio di italiani legati quasi da un’intimità familiare a quelle serene bellezze, sangue del nostro sangue, pietre dei nostri monti, volti della nostra razza, sorrisi della nostra fede.

14 aprileModifica

     La guerra dell'Italia spiegata al popolo    di Unione generale degli Insegnanti (1916)

Il medico condotto s’incontra su una piccola via di campagna col contadino Lorenzo.

Lorenzo. — Buon giorno, signor Dottore.

Il medico. — Buon giorno, Lorenzo. Come si va?

Lorenzo. — Eh, signor Dottore, come si può andare, quando due figli grandi sono alla guerra e rimangono in casa tre giovinette e un ragazzo di otto anni? Male si va!

Il medico. — Pazienza, pazienza. I guai sono per tutti.

Lorenzo. — I guai sono per la povera gente.

Il medico. — Tu vedi che sono partiti insieme per la guerra i tuoi figli, il figlio del sindaco, il figlio e il genero del marchese…

Lorenzo. — Ma il marchese, se gli muore il figlio, ha sempre la stessa rendita.

Il medico. — Caro Lorenzo, un figlio è un figlio, per tutti; pel marchese come per te. Credi che il dolore d’un padre e d’una madre si misurano con le rendite o coi bisogni? Ai tempi nostri la guerra è una disgrazia che pesa su ogni classe di persone.

21 aprileModifica

     Al fronte    di Luigi Barzini (1915)

2 giugno 1915.

Ho vissuto i primi sei giorni della guerra sulla fronte friulana. Al settimo giorno tutte le persone che non abitano permanentemente quelle terre, giornalisti compresi, sono state invitate a ritirarsi. In questo momento e nelle condizioni attuali la misura è giustificata.

L’opinione pubblica non interpreti l’allontanamento della stampa dai campi di battaglia come un provvedimento di politica interna. Sento il dovere di dirlo subito, altamente, onestamente: il popolo non si lasci trascinare da quel fondo vago di diffidenza che è nel nostro carattere per immaginare che il momentaneo esilio dei corrispondenti dalla guerra abbia lo scopo di nascondere alla nazione dei possibili mali. Vi sono molte cose da nascondere, è vero, ma al nemico. E per celarle a lui bisogna celarle a tutti.

28 aprileModifica

     L'amuleto    di Neera (1897)

Quando morì carico d’anni e d’onori il generale Maurizio di Rocca Tournion, un piemontese di vecchia razza che aveva fatte le sue prime armi in Crimea e diventò poi tanto celebre nelle guerre fortunose della nostra indipendenza, i suoi eredi che erano parenti lontani, si divisero le suppellettili del suo piccolo appartamento da scapolo. Ad uno di essi toccò fra le altre cose un astuccio di una forma bizzarra in cuoio lavorato, evidente provenienza di qualche bazar di Oriente. L’astuccio era largo poco più di un palmo, chiuso con un cordoncino di seta stinta ed emanava un profumo misto di essenza di rosa e di tabacco fino. In un angolo dove gli arabeschi del cuoio avevano lasciato un breve spazio, erano state impresse a secco due spade incrociate sormontate da una rosa. Fra il raso della fodera c’era un manoscritto, un centinaio di foglietti di carta sottile, resistente, coperti con una di quelle calligrafie nervose non larghe nè alte come porta oggi la moda, ma spezzate, minute, eppure non prive di una intima eleganza che noi dobbiamo cercare, per farcene una idea, nelle lettere delle nostre bisavole. Il testo era in francese. Poche note a matita traversavano i margini — scritte queste dalla mano pesante del generale. Del generale era pure un foglio congiunto al manoscritto a guisa di prefazione e di schiarimento; prova che il defunto ci teneva e che se avesse pensato a fare testamento, il misterioso manoscritto avrebbe avuto probabilmente una destinazione diversa che non quella di cadere sotto gli occhi del pubblico.

5 maggioModifica

     Novelle rumene    di Ion Luca Caragiale

CERO DI PASQUA

Leiba Zibal, l’oste di Podeni, sta pensieroso ad un tavolo sotto la pergola davanti alla bottega, aspettando la diligenza che dovrebbe essere arrivata da molto tempo; c’è un ritardo di quasi un’ora.

È lunga e non troppo allegra la storia della vita di Zibal; ma così com’è, tormentato dalla febbre, è sempre un piacere per lui ricordare ad una ad una le vicende principali della sua vita.

Merciaiolo ambulante, rivendugliolo, sensale, qualche volta forse peggio, rigattiere, poi sarto e smacchiatore in un vicolo tristo di Iassi, tutto aveva tentato dopo l’accidente che gli aveva fatto perdere il suo posto di garzone in un grande negozio di vini.

12 maggioModifica

     Le Mille ed una Notti    di Anonimo (X secolo), traduzione dall'arabo di Antoine Galland, Eugène Destains, Antonio Francesco Falconetti (1852)

Nelle cronache dei Sassanidi, antichi re di Persia, i quali avevano esteso il loro impero sin nelle Indie, alle grandi e piccole isole dipendenti, e ben oltre il Gange fino alla China, leggesi aver esistito altre volte un re di questa possente famiglia, il miglior principe de’ suoi tempi, non tanto amato dai sudditi per la saviezza e prudenza sua, quanto temuto dai vicini pel proprio valore, e la fama delle sue bellicose e ben disciplinate soldatesche. Codesto re aveva due figli, il maggiore de’ quali, degno erede delle paterne virtù, chiamavasi Schahriar; il secondogenito, non meno virtuoso e stimato, Schahzenan.

Dopo un lungo e glorioso regno, questo re esalava la grand’anima, e Schahriar salì al trono. L’altro fratello, escluso da ogni diritto d’eredità per le leggi dell’impero, e costretto a vivere come un semplice privato, invece di palesarsi invidioso della fortuna del maggiore, pose ogni studio a cattivarsene il favore; nè molto costògli a riuscirvi. Schahriar, già per natura incline ad amarlo, fu assai commosso dalla di lui compiacenza, e tanta stima ne concepiva, che volle farlo partecipe de’ suoi domini, affidandogli il governo della Grande Tartaria. Schahzenan andò tosto a pigliarne possesso, fissando dimora a Samarcanda, capitale del regno.

19 maggioModifica

     Ricordi di Parigi    di Edmondo De Amicis (1879)

Parigi, 28 giugno 1878

Eccomi preso daccapo a quest’immensa rete dorata, in cui ogni tanto bisogna cascare, volere o non volere. La prima volta ci restai quattro mesi, dibattendomi disperatamente, e benedissi il giorno che ne uscii. Ma vedo che la colpa era tutta mia, ora che ci ritorno

...composto a nobile quiete,

perchè guai a chi viene a Parigi troppo giovane, senza uno scopo fermo, colla testa in tumulto e colle tasche vuote! Ora vedo Parigi serenamente, e la vedo a traverso all’anima d’un caro amico, che mi fa risentire più vive e più fresche tutte le impressioni della prima volta.

Ed ecco quelle del primo giorno, come le può rendere una mente stanca e una penna presa ad imprestito dall’albergatore.

26 maggioModifica

     Il diavolo nell'ampolla    di Adolfo Albertazzi (1918)

LE FIGURINE.

— Mulattiere!

Al vicino, che gli chiedeva del suo servizio, rispose con l’impeto d’una coscienza aperta a tutti i doveri e a tutti i pericoli della carica. E per dimostrarne meglio la gravità, aggiunse:

— Addetto al vettovagliamento!

Anche la voce, forte, sonora, era espressione di vigoria.

— Di dove venite?

— Dal Trentino.

— E siete in licenza?

— Sì. Otto giorni di licenza straordinaria. Vado a casa a divertirmi.

Ora sorrise; ma l’ironia si adattava così male a quella sua faccia di uomo sano e florido e a quei suoi occhi chiariti dall’anima schietta e semplice, che gli ascoltatori rimasero incerti.

2 giugnoModifica

     Cristina    di Matilde Serao (1908)

Mentre Cristina si chinava a cogliere un ramoscello di basilico odoroso, da mettere come aroma nella salsa di pomodoro che bolliva in cucina, udì un sibilo breve e dolce. Ella levò il capo, ma non vide nulla; il sole batteva sulla terrazza dove si allineavano, nei vasi di creta, le rose di ogni mese, fiorite, i peperoncini rossi, i garofani schiattoni, il prezzemolo e i gelsomini bianchi; il sole l’abbagliava. Ma di nuovo un sibilo dolce attraversò quel silenzio meridiano; ella si rialzò vivamente, fece solecchio con la mano e si guardò intorno. Il sole la illuminava tutta, nel suo vestito di percallo bigiognolo a fiorellini azzurri, molto stretto alla cintura, col grembiule di merino nero, che cingeva la persona: a un occhiello del vestito, sul petto, erano passati due gelsomini bianchi, dal gambo sottile; i folti capelli castani, divisi in due treccie, raccolti sulla nuca, strettamente, lasciavano libera una piccola fronte bianca.

— Chi sarà? — pensava ella, aguzzando gli occhi.

Infine qualche cosa di bianco che si agitava, attirò la sua attenzione. Dietro la casa dei Marcorelli, a una piccola finestra di casa Fiorillo, una pezzuola si agitava, mossa da una mano.

16 giugnoModifica

     Esilio    di Ada Negri (1914)

SORELLA ANNA.

Chiama chiama — ed alcun non le risponde —
la Donna prigioniera nella Trappa:
dello spiraglio ai ferri ella s’aggrappa,
livida tra le sparse ciocche bionde:

notte e giorno, alba e vespro, estate e inverno,
chiama ed attende, chiama e spera, chiama
e piange: — taglia l’aria come lama
lo stridor vano del singhiozzo eterno.

“Sorella Anna, tu che insonne vegli
sulla torre più alta, e conti gli astri
e le nuvole in cielo, e i violastri
veli dell’alba cingi a’ tuoi capegli:

se è ver che la Speranza t’assomiglia
e che il tuo sguardo scorge oltre il mistero,
mira se lungi appaia un cavaliero
lanciato a corsa su disciolta briglia.

23 giugnoModifica

     Gl'italiani della Venezia Giulia    di Luigi Barzini (1915)

Il Luogotenente Hohenlohe, inaugurando l’esposizione Adria a Vienna nel maggio (1913) ebbe a dire che Trieste non appartiene a nessuna nazionalità. Questa affermazione basta ad illuminare i suoi intendimenti di governo. Negare la nazionalità italiana a Trieste è come negare la luce del sole. Il viaggiatore che arriva da certe regioni del regno d’Italia deturpate d’esotismo, vivendo a Trieste e nelle paesane città dell’Istria prova l’impressione di trovarsi a contatto di una nazionalità più pura, più schietta, più viva di quella che ha lasciato. L’italianità vi si compenetra tutta di un calore rovente di cosa percossa.

Se la statistica, la cui sincerità ufficiale non vogliamo mettere in dubbio, indica nelle sue cifre generali l’aumento della marea slava su quelle terre, la fisionomia e l’anima delle città sono finora immutate. La marea invade a preferenza i campi, mentre gl’italiani si mantengono compatti nei grossi centri. Nell’interno dell’Istria varie città sono già come delle grandi fortezze investite dall’invasione, ma verso il mare, ininterrottamente lungo le rive, dove si accumulano i tesori meravigliosi dell’arte, della cultura e della storia italiana, l’italianità è incontaminata, piena, generosa, ardente e fieramente combatte per la sua vita millenaria.

30 giugnoModifica

     Una porta d'Italia col Tedesco per portiere    di Luigi Barzini (1922)

Un po’ di storia. Abbiamo occupato l’Alto Adige nel novembre del 1918 e vi abbiamo stabilito un governo militare. Fu un governo sentinella. Ebbe l’ordine di non urtar niente, di muoversi in punta di piedi per lasciar dormire l’Alto Adige, così come l'avevamo trovato, fino al momento in cui si sarebbe presa qualche decisione. Il Ministero non aveva un programma. Imbarazzato fra le necessità nazionali, l’incubo del Consiglio Supremo, la propria ignoranza e il feticismo per una libertà demagogica, esso sceglieva il minimo comun denominatore di tutte queste influenze. Oscillava così fra una vaga volontà di energia e il desiderio che questa energia non trapelasse, come Tartarin che chiamava il leone ma a bassa voce per non esserne udito. Raccomandava concisamente «tatto e moderazione». Non sapeva quel che si dovesse fare, ma prescriveva che fosse fatto «a gradi». Dimenticava quella grande ed eterna regola fondamentale che nei momenti di crisi prescrive di fare le cose spiacevoli ma necessarie tutte in una volta e di far poi un po’ alla volta quelle bene accette, per la stessa ragione per cui s’ingoja d’un colpo la medicina amara e si centellina lentamente il buon liquore. La politica saggia è quella che si adatta alla natura degli uomini. Ma bisogna sapere qual’è la medicina e qual’è il liquore. Il Governo non pensò nemmeno d’informarsi in modo conclusivo, non ordinò studi ed inchieste a tecnici provetti: era già abituato ad affrontare i più formidabili problemi del mondo senza conoscerli.
  Questo libro è stato pubblicato in rete dalla
Biblioteca Comunale di Prato

7 luglioModifica

     Fenomeni fisico-chimici dei corpi viventi    di Carlo Matteucci (1844)

I corpi viventi non mancano di quelle proprietà generali che caratterizzano tutti i corpi della natura. Il più fanatico dei vitalisti non negò mai che la materia organizzata vivente non fosse estesa, impenetrabile, divisibile, porosa. Come credere che la gravità, che il calorico, l’elettricità, la luce, l’affinità chimica abbiano su questi corpi maniere generali d’agire totalmente diverse da quelle con cui operano su i restanti corpi della natura?

Troverete in Opere anche molto accreditate di Fisiologia, raccolte in quadri le differenze, le opposizioni dirò anzi, che si sono credute potere stabilire fra i corpi inorganici e i corpi organici. Troppo lungo sarei, e lo sarei inutilmente, se volessi qui intrattenervi del poco o niun valore di molte fra queste differenze. Gli animali e i vegetabili crescono per intususcepzione, i minerali per sovrapposizione; o ciò che torna l'istesso, nei primi due l’accrescimento si fa per sovrapposizione interna, negli altri per sovrapposizione esterna, e ciò perchè in quelli è nell’interno che trovasi il liquido che contiene disciolti gli elementi delle nuove formazioni, mentre negli altri questi elementi si trovano al di fuori. Si direbbe che i tubi che conducono le acque delle sorgenti, crescono come i vegetabili e gli animali, per ciò solo che sulle loro interne pareti si depone il carbonato calcare?

14 luglioModifica

     L'infedele    di Matilde Serao (1897)

Tre sono i personaggi di questa istoria d’amore: Paolo Herz, Luisa Cima e Chérie. Malgrado il suo cognome tedesco, Paolo Herz è italiano, di madre e di padre italiani, delle provincie meridionali. Veramente, non è inutile aggiungere che l’avo paterno di Paolo era tedesco. Questo nonno aveva lasciato la Germania in piccolissima età, emigrando in Italia: qui era cresciuto, aveva lavorato ad accrescere la sostanza famigliare e il decoro del nome Herz: quì si era ammogliato con una italiana, e aveva procreato dei figli. Così i legami con la patria di origine, almeno quelli esteriori, si eran venuti col tempo, con la lontananza, rallentando e poi, più tardi, sciogliendosi: tanto che gli Herz sembrava non conservassero più nessuna traccia nordica nel temperamento e nel carattere.

21 luglioModifica

     Fotografie matrimoniali - Farfalle nere e farfalle bianche    di Neera (1900)

Alla Stazione Centrale; ore sette del mattino; nebbia. Effetto di luce scialba sulla tettoia di metallo. Un brougham che si allontana.

Gigi Ghieri. (trentasette anni, alto, ben fatto, barba intera, profilo corretto, espressione indecisa; occhiali: abito blu, uose di panno color pan bruciato, soprabito idem, cappello a cencio, guanti grigi). Hai freddo?

Sofia. (magrolina, elegante, simpatica; lungo ulster color lontra foderato di rosso, tocco di lontra, manicotto di lontra, guanti scamosciati color lontra, un piccolo velo che copre gli occhi, taglia a mezzo il nasino e lascia tutta scoperta la bocca; ventiquattro anni). Freddo? Che idea ch’io possa aver freddo oggi?

Entrano nella sala d’aspetto di prima classe, lugubre come il teatro Filodrammatico in un giorno di conferenza. Sofia continua a masticare la singolare domanda di suo marito. Freddo? nel primo giorno di nozze? È distratta piuttosto, è vaporosa; perduta la coscienza del proprio essere le pare di trovarsi nei panni di un’altra. Ieri appena, fanciulla; oggi, sposa. Ieri al di là dell’abisso, oggi al di qua. Ma e l’abisso? dov’è…

28 luglioModifica

     Le idee di una donna    di Neera (1904)

IL CONCETTO MATERIALISTA NELLA FELICITÀ

Sulla tomba di Ruskin è stato detto che la specie di religione da esso fondata, più che religione della Bellezza il di cui culto può restare solitario, fu religione dell’Armonia, la quale ha una ben più vasta portata sociale.

Così si ristabilisce un po’ d’ordine nell’elevato concetto della Bellezza, materializzato e immiserito da una pleiade di sedicenti esteti che vogliono imprigionare la Bellezza in date forme e farne il monopolio di pochi privilegiati a cui dovrebbe accarezzare i sensi raffinati e freddi; mentre nella significazione di Ruskin e di qualche altra anima ardente la vera bellezza, la bellezza ideale fecondatrice, larga di felicità agli uomini, non è la sensazione, squisita se si vuole ma povera, che un capolavoro d’arte dà agli iniziati o la sensazione più grossolana ed egualmente fredda degli appetiti soddisfatti; non infine un tributo che dalle cose viene a noi, sibbene una scintilla che dall’animo nostro partendo si slancia verso le cose e le comprende e le ama. Mi spiegherò meglio con un esempio.

4 agostoModifica

     La metà del mondo vista da un'automobile    di Luigi Barzini (1908)

Il 18 Marzo 1907, a mezzogiorno (data per me memorabile), ero allo scrittoio, completamente immerso nello studio dell’organizzazione ferroviaria nord-americana. In quel tempo mi dedicavo con passione ai problemi della strada ferrata, ne scrivevo e ne parlavo, pascevo il mio spirito di regolamenti e di orari nazionali ed esteri. All’improvviso una lunga scampanellata del telefono, posato proprio sul mio tavolo da lavoro, mi strappò violentemente dalle reti ferroviarie degli Stati Uniti.

— Pronto! Con chi parlo?

— Buongiorno — riconobbi subito la voce di Luigi Albertini, Direttore del Corriere della Sera. — Ho assoluto bisogno di parlarle; venga da me.

— Subito?

— All’istante.

— Corro.

11 agostoModifica

     Le tentazioni    di Grazia Deledda (1899)

I MARVU

In un angolo della tavola da pranzo, che riflettendo la luce gialla del lume risplendeva come una lastra di rame, Diego e Maria giocavano appassionatamente a carte. Essi conoscevano a perfezione ogni partita, dalla scopa al tresette, dalla briscola al lanzichenecco e all’asino, e sempre giocavano, sino ad esaurirsi. Fuori imperversava il vento e gelava, tanto che il fuoco del camino e del braciere non bastavano a riscaldare il freddo ambiente della vasta stanza bianca, scarsamente arredata; ma i due giovanissimi giocatori non si accorgevano di nulla, non provavano freddo, non sentivano il vasto soffio del vento che scuoteva le inferriate e passava con un possente fruscìo come di mille giganti in corsa; e non pigliavano parte alla conversazione o meglio alle conversazioni. Giacchè la numerosa famiglia era divisa per la vasta stanza in altri tre gruppi distinti.

18 agostoModifica

     Il Fiore delle Perle    di Emilio Salgari (1901)

Capitolo I

Il naufragio della cannoniera

— È dunque vero?...

— Tutti ne parlano a Binondo.

— E le autorità spagnuole?...

— Confermano la notizia.

— Tutti perduti?...

— Chi lo sa?...

— Ma... Romero... il maggiore... la Perla?...

— Si ignora se siano morti o se si siano salvati.

— Parla sottovoce.

— È sveglia la povera Than-Kiù?...

— Pochi minuti or sono non si era ancora addormentata.

— Che cosa dirà apprendendo la terribile notizia?

— Non bisognerà comunicargliela, Pram-Li. Potrebbe morire: è ancora debole dopo tanto sangue perduto!... Che colpo!... Hang-Tu e Romero in una sola volta!... Sarebbe stato meglio, per la povera fanciulla, che fosse spirata sul petto sanguinante del fiero chinese.

25 agostoModifica

     Come l'onda    di Luigi Capuana (1921)

JELA.

I.

Sono passati tanti anni, ma ancora ricordo lucidamente i più minuti particolari di questo episodio della mia vita.

I cavalli scalpitavano impazienti nella strada, un po’ distante dalla porticina dell’orto dove io stavo a origliare. Sentivo, di quando in quando, il rumore delle catenelle e di tutti gli arnesi a ogni scossone che i poveri animali accompagnavano con una specie di sternuto. Mi pareva impossibile che non nitrissero, e col pensiero li ringraziavo della intelligente riserbatezza mostrata in quel punto.

Aspettavo da un’ora.

Era nuvolo. Il vento stormiva furioso fra gli alberi e mi recava interrottamente all’orecchio rumori cupi, lontani, che somigliavano a urli, a lamenti, a grida confuse e mi facevano trasalire.

Provavo intanto vivissima compiacenza di quelle sensazioni notturne. Passare, d’un tratto, dalla monotona vita di provincia a una bizzarra avventura, che aveva la doppia attrattiva del pericolo e dell’ignoto, per uno che languiva nella noia era anche un po’ troppo. Sentivo ridestato in fondo al cuore qualcosa rimasto lì da lungo tempo a dormire; respiravo più liberamente; riconoscevo con sodisfazione che non ero già vecchio a trentasei anni.

1 settembreModifica

     Il libro di mio figlio    di Neera (1891)

Se non avesse l’apparenza un po’ cinica vorrei incominciare con una massima che io ritengo cardinale. Qualunque tu voglia essere, o galantuomo o briccone, siilo per intero.

È certo che per te non temo l’ambiguità della interpretazione, nè mi credo obbligata a soggiungere: sii galantuomo. Tuttavia per galantomismo non intendo quella onestà rudimentale che consiste nel non rubare e che per una classe numerosissima di persone sarebbe affatto senza valore; nella stessa guisa che il pudore personale si chiama virtù solamente quando è applicabile alle donne e l’ubbidienza quando si tratta di frati, di soldati e di bambini.

L’onestà deve abbracciare tutto il carattere, tutte le classi, tutte le età. Deve essere la base e il coronamento, stendersi ai lati più lontani, penetrare e cementare l’intero edificio. Si potrà poi riuscire spiritosi o imbecilli, lavoratori o pigri, educati o villani — è una questione di più e di meno — l’indispensabile è di essere onesti, esserlo da cima a fondo; perchè l’onestà, che non guida sempre alla fortuna, basta a farci sopportare le disgrazie ove essa sia ampia e superiore.

Una mezza onestà invece è spesso un guaio; difficilmente resiste alle tentazioni, dunque non è valida; d’altra parte ci lascia sentire il rimorso, dunque non ci rende felici.

8 settembreModifica

     Duemila leghe sotto l'America    di Emilio Salgari (1888)

CAPITOLO I.

L’Ingegnere Webher.

La notte del 20 Novembre 1869, mentre una fitta pioggia scrosciava sul terreno e sui tetti delle case e un vento indiavolato e rigidissimo fischiava attraverso gli spogli rami degli alberi, un vigoroso cavallo inzaccherato di fango fino al collo, montato da un uomo armato d’una lunga carabina, entrava di galoppo in Munfordsville, piccola borgata di nessuna importanza, situata quasi nel cuore dello Stato di Kentucky dell’America settentrionale.

Se qualcuno degli abitanti avesse visto quell’individuo percorrere a quell’ora tarda e con quell’orribile tempo le vie del villaggio, non avrebbe senza dubbio esitato a rinchiudersi in casa e a sprangare la porta e le finestre per paura di aver a che fare con qualche cattivo scorridore.

Infatti quel cavaliere colla sua statura elevata, col suo cappellaccio di feltro adorno d’una piuma, col suo ampio mantello, i suoi stivaloni alla scudiera e la sua carabina, di primo colpo doveva fare sull’animo di chiunque un certo effetto.

15 settembreModifica

     L'Argentina vista come è    di Luigi Barzini (1902)

PREFAZIONE

Dall’Italia emigrarono nello scorso anno mezzo milione di abitanti. L'emigrazione nostra, sorta, continuata e aumentata fino a queste spaventose proporzioni in mezzo a troppa indifferenza, è venuta ad un tratto ad imporsi alla nostra preoccupazione come uno dei problemi più gravi, più complessi e più urgenti.

È questa emigrazione un indice della nostra forza, del bisogno d’espansione nostro, o della nostra miseria, o della nostra ignoranza, o di tutto un po’? Ubbidisce essa a leggi naturali e ineluttabili, o è — in parte almeno — provocata artificialmente — profittando della credulità, della duttilità e della ignoranza delle masse infime della nostra popolazione — a scopo di lucro da parte di agenti d’emigrazione o a scopo di rinsanguare e rinforzare della nostra forza e del nostro sangue lontane nuove regioni? Nell’emigrazione non ci sarebbe forse un po’ della “tratta„ - Le nuove condizioni nelle quali viene a trovarsi l'emigrante italiano sono migliori o peggiori di quelle che lascia? Quali sono i vantaggi o gli svantaggi diretti e indiretti che da tale emigrazione vengono alla Madre Patria? Quali i rimedi possibili ai mali? Ecco i quesiti la cui soluzione s’è imposta.

Testi successiviModifica