Guerino detto il Meschino/Capitolo I

Capitolo I

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Prefazione Capitolo II
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CAPITOLO I.


Genealogia e nascimento di Guerino cognominato il Meschino.



Questa è l’antichissima origine di Guerino detto il Meschino secondo la famosa genealogia dei Reali di Francia.

L’imperatore Massimiliano generò Giovanni cavalier del Leone della casa del re Artù e compagno della Tavola Rotonda. Il cavalier del Leone ebbe da Elena in Inghilterra Costantino il Grande imperatore d’oriente ed occidente. Costantino il Grande generò Costanzo II, detto al battesimo Fiovo. Fiovo generò Fiorello [p. 2 modifica]da cui uscì la casa di Francia, e Fiore, d’onde quella di Dardena o Darbena. Fiore ebbe tre figliuoli da Florinda, figlia del re di Dardena, Lione, Lionello e Uliana. Fiorello all’incontro generò Fioravante. Fioravante generò Ottaviano del Leone e Giberto Fier-Visaggio. Ottaviano del Leone generò Boveto. Boveto generò Guido d’Antona cognominato il Meschino. Guido d’Antona generò Buovo d’Antona. Buovo d’Antona generò due gemelli, Guidone e Sinibaldo, e quindi Guglielmo, che fu poi re d’Inghilterra. Giberto Fier-Visaggio generò Costantino Angelo. Costantino Angelo generò Pipino, che menò in moglie Berta del-gran-piè, figliuola a Filippo re d’Ungheria, la quale lo fece pur padre di Carlomagno, e successivamente di Berta II, madre del celebre Orlando.

Si è veduto come Buovo d’Antona discenda da Costantino nel grado istesso che Pipino. Egli ebbe due figliuoli nati ad un parto, Guidone, da cui venne Bernardo, stipite della casa di Chiaramonte, illustre per l’eroismo d’un Orlando e di un Rinaldo, e Sinibaldo. È da questo Sinibaldo, il quale aveva tolta in isposa una stretta parente di sua madre Drusiana, che nacque Guerino di Borgogna cognominato l’Aquilone, e fiero nemico di Carlomagno. Questo Guerino è il capo della gran casa di Mongrana.

Guerino l’Aquilone generò Gerardo della Fratta, Bernardo di Dremondes e Milles Alemanno. Gerardo generò Rinieri, che fu padre del marchese Olivieri e di donna Alda maritata a Orlando, Arnaldo duca d’Aquitania, Guiscardo, che fu re di Puglia e di Napoli, e Milone di Taranto. Milone ebbe da Fenisia Guerino di Durazzo principe di Taranto, detto il Meschino non tanto per le avventure della sua giovinezza, quanto per aver uno de’ suoi maggiori avuto lo stesso soprannome.

Molti furono i valorosi eroi usciti della casa di Mongrana, de’ quali vanno assai celebrate le alte imprese del cavalier Milles e di Amis, che riportarono insigni vittorie sì in guerra che in cavalleria; ma furono le glorie soprattutto, ed i fatti preclari co’ quali il Guerin Meschino si acquistò nome, che illustrarono questa eletta stirpe di antichi eroi, e di cui lo splendore cercasi invano di offuscare davanti ai superbi campioni della casa di Francia e di Dardena, grande per le maraviglie di Carlomagno, e di quell’altra di Chiaramonte. Il Guerin Meschino di Mongrana [p. 3 modifica]starà forse male a fronte di un Orlando o di qualunque altro più vantato eroe delle storie insigni della cavalleria? Fosse buona la mia musa chè n’uscirebbe un’opera grande, un’opera piena di mille contrarie e diverse passioni, di dolori crudeli e di purissime gioie, d’insuperabili cortesie e di lunghi esilii e sventure, di invitte e mirabili prove di virtù, di amore e di fede, un’opera piena di affetti e di forti commozioni alle anime gentili!1

Carlomagno re di Francia e figliuolo di Pipino, essendo stato negli anni del nostro signore Gesù Cristo eletto imperatore d’occidente, promise di non portar corona dell’imperio, se prima non acquistava il cammino di San Giacomo apostolo di Galizia. Quindi aspettava il tempo di compiere questo voto, conciossiachè avesse egli concepita tanta venerazione per San Jacopo di Compostella dopo la visione descritta nell’antica leggenda di Turpino, che alla [p. 4 modifica]seconda sede apostolica dopo San Pietro di Roma e prima di San Giovanni di Efeso venne quella chiesa da lui innalzata. In questo mezzo gli Africani passarono in Italia invadendo il reame di Puglia e di Calabria, e prendendolo quasi tutto verso la marina cominciando da Risa, terra posta sul Faro di Messina. Correvano qua e là guastando città e campagne, le persone uccidendo, e facendo ad ogni mal modo la guerra, quando Carlomagno re di Francia si mosse con tutti i Cristiani d’Europa, e passarono in Italia contro gli Affricani. In questa spedizione fuvvi il duca di Borgogna, nemicissimo a Carlo, e nominato Gerardo di Fiandra, il detto da Fratta, con quattro figliuoli e due nipoti. I quattro figliuoli erano i sopraddetti Riniero o Ranieri, Arnaldo, Guiscardo e Milone. I primi due Gerardo fece cavalieri in Borgogna, e i due ultimi furono da Carlomagno fatti cavalieri in Aspramonte. Gli Affricani aveano morti tutti i signori di Puglia, di Calabria, e del principato di Taranto, per la qual cosa venuti con essi a battaglia i Cristiani, ne fecero la più terribile vendetta menando a ferro e fuoco tutto l’esercito degli Infedeli. Poichè furon vinti gli Affricani, morto il re Agolante, che era il maggiore dell’oste loro, e morto il suo figliuolo Almonte colla maggior parte dei re che vennero con loro, il re Carlo ritornossene in Francia vittorioso. Ivi appena giunto ebbe a soffrire un’asprissima guerra con Gerardo, nella quale perdette molti nobili signori, fra’ quali don Chiaro e don Buoso nipoti di Gerardo, Balante Veraquino e Roccetto vassallo di Grifon di Parigi con moltissimi altri. Morto Gerardo, Carlomagno mandò al governo di Napoli, liberata dai Mori, i due figliuoli di lui Guiscardo e Milone. Quelli del regno li ricevettero con gran festa, ed incoronarono Guiscardo a re di Puglia, e Milone a principe di Taranto, del quale nacque poi il Meschino, alla cui istoria è consacrato questo libro.

Questi due fratelli governarono in pace cinque anni, molto amati nel loro regime dai sudditi loro; ma l’ambizione e l’invidia li cominciò poi a tentare di maggior signoria.

Essendo Milone principe di Taranto, voltò l’animo a Durazzo in Albania, conciossiachè avesse inteso che colà regnavano due fratelli turchi, l’uno chiamato Napar, e Madar l’altro, non molto possenti di gente, e che avevano essi una sorella nominata Fenisia, [p. T1 modifica]Spezzò colla mazza l’elmo a Lamberto e tutte le ossa del capo [p. 5 modifica]la quale era tenuta per la più bella e vaghissima donzella che in quel tempo fosse al mondo, e di cui erasi egli innamorato in secreto per la gran fama delle sue bellezze. Fu quesla la principal cagione che mosse Milone contro gli Albanesi, e sott’ombra di questo stesso amore indusse l’animo del re Guiscardo suo fratello a seguirlo nelle sue intraprese. Perciò partitosi Milone da Taranto andò a Napoli per gente da Guiscardo, e giunto a lui disse l’animo suo.

«Carissimo fratello, disse Milone a Guiscardo, tu sai che gli altri nostri fratelli sono signori di tutto il nostro patrimonio di Borgogna, e noi per grazia di Dio siamo signori di questa parte d’Italia come dataci da Carlomagno, che Dio lo mantenga, e non acquistata dalle nostre forze e virtù, siccome acquistato hanno i nostri antichi. Di noi non sarà fatta alcuna menzione per non aver nulla conquistato. Onde io per tuo e mio onore ho pensato, che con poca fatica noi possiamo acquistar l’Albania, cominciando da Durazzo, isola del mare Adriatico dirimpetto a Brindisi. Ed io in persona vi andrò colla mia gente e con quella che tu mi darai, menando meco il nostro capitano di guerra Lamberto di Pavia, il quale è molto intendente di guerra». A cui il re Guiscardo rispose: «Carissimo fratello, molto mi sarebbe grato di accrescere la nostra fama e signoria; ma la temenza della tua persona mi fa impaurire di non ti perdere. Il principio delle guerre è leggero, il fine è grave e dubbioso. E come noi muoveremo guerra agli Albanesi, è da credere che i Turchi, i Croati, e parte degli Slavi, saranno subito contra noi, e la loro potenza sai tu esser grande». A cui disse: «Io ho già spiato abbastanza come sia l’Albania, e andando a Durazzo sono sicuro di pigliarla in poco tempo». E tanto disse e fece, che condusse Guiscardo al suo volere, di dargli, cioè, licenza di far guerra ai Turchi ed agli Albanesi col soccorso di quattromila cavalieri e cinquemila pedoni.

Milone trasse dalle sue terre altrettanti cavalieri e pedoni, e partitosi con questa gente, passò sopra gli Albani, ed assalì Durazzo con asprissima guerra. Prese due castelli nella prima scorreria, uno chiamavasi Fars, e l’altro Trapal, i quali lasciati forniti di gente e di vettovaglie, si appressò verso Durazzo, andando con tutta l’oste qua e là scorazzando e prendendo tutto il paese. I due fratelli intendendo come era perduto Trapal e tutte le altre terre, [p. 6 modifica]ebbero paura. Avuto inoltre sentore come i nemici venissero a Durazzo, Napar mandò tosto un messo al fratello Madar pregandolo di soccorso. Nel mentre apparecchiatosi con assai gente da cavallo e da piedi, uscì di Durazzo, e venne contra Milone con una forza di ventimila tra cavalieri e pedoni. Ed un campo appressatosi all’altro, si ordinarono d’entrambi le schiere, preparandosi ciascuno alla battaglia.

Milone fece due schiere del suo esercito. La prima forte di tremila cavalieri e quattromila fanti condusse Lamberto di Pavia. La seconda con cinquemila cavalieri e quattromila fanti, comandò lo stesso Milone. Anche Napar divise in due ale i suoi combattenti, dando il comando della prima, fornita di diecimila tra da cavallo e da piedi ad un Albanese nominato Tiberto, il quale avea una folta e lunghissima capigliatura, ed era sì barbuto, che poco del volto se gli vedea. Grande e grosso della persona oltremisura, portava un cappello di ferro in testa, ed in mano una mazza ferrata, per spada soleva adoperare una scimitarra, ed andava sempre a piedi alla battaglia. L’altra schiera condusse Napar. Queste due schiere nell’appressarsi ch’e’ facevano al campo nemico, mandavano grandi strida, armati e gli uni e gli altri di diverse armi e di mille diversi strumenti da guerra, gli Albani ad usanza de’ Turchi, e all’usanza italiana i Cristiani. Gli Albani aveano poche bandiere, ed a vederli venire pareano gente selvatica, con poco ordine e con gran grido. Il poco ordine è cagione molte volte di dar la vittoria nelle mani al nemico, e far perdere la battaglia. Per questo i Romani anticamente facevano più onore a colui che con ordine avea combattuto, e perduto, che a colui che disordinatamente aveva combattuto e vinto, usando essi dire che buono provvedimento rare volte dovea perdere; mentre all’incontro doveva succedere più facilmente lo sconvolgimento e la rovina.

Appressandosi l’una gente all’altra, incominciarono la battaglia. Tiberto entrò primo nel campo gridando come toro selvatico. Alle quali grida ferocissime i Cristiani si sbigottirono alquanto, e si sarebbero certamente ritirati dal combattere, se Lamberto, prode e valoroso capitano, affaticato non si fosse di farli star saldi alla battaglia, confortando ciascuno con parole piene di entusiasmo e con grandi speranze di gloria. Presa poi una lancia, e con alquanti [p. 7 modifica]de’ suoi a cavallo, corse furiosamente dove era Tiberto, il quale molti Cristiani colla mazza ferrata uccidea. Lamberto lo ferì della lancia nel petto e con un colpo sì vibrato che la si ruppe. Tiberto a sua volta, quantunque grondasse sangue dalla larga ferita, diede della mazza sulla testa del cavallo di Lamberto, cosicchè gli cadde morto sotto. Lamberto fu presto a levarsi in piedi, e gettato lo scudo a terra, prese a due mani la spada, investendo il nemico con quanto più potè di furore. Tiberto, il quale si difendeva con molta bravura, giunse a spezzare colla mazza l’elmo a Lamberto e tutte le ossa del capo. Estenuati di forze caddero ad un tratto ambidue morti a terra.

La fiera novella della morte dei primi due capi passò rapidamente per tutte le file de’ due eserciti, per tutto si levò gran rumore, gli animi dei combattenti s’invilirono, e si sbandarono le schiere; ma la peggio toccò a quelli di Durazzo, i quali si mossero a fuggire prestamente. Tuttavia Napar giunse ancora in tempo colla sua schiera da mettere in volta la prima schiera de’ Cristiani, la quale per la morte di Lamberto era senza duce. Milone vedendo fuggire la sua gente, senza nulla perdersi di animo entrò nel mezzo della mischia, ed operò tanto saviamente, che portò la divisione nelle file de’ coraggiosi Albanesi, riordinò i suoi che fuggivano, e non stette molto che pervenne a guadagnare il campo del nemico costringendolo ad una precipitosa fuga.

I Cristiani presero da questo fatto tanto animo, che inseguirono i nemici fin dentro le mura della città, serrandoli d’ogni banda, e facendone la più misera strage. Napar, vedendo tolta ogni speranza di salute, fuggissene secretamente con alcuni de’ suoi, ed andò da suo fratello in Croazia, il quale raunava gente per soccorrerlo. Ma era tardi! Milone fattosi padrone di Durazzo, e bene afforzatosi dentro le mura della città, fu salutato re d’Albania, e la croce di Cristo si vide di nuovo inalberata là dove per molti anni erano apparse le mezze lune dell’Infedele!

In quel giorno medesimo che Milone prese Durazzo, fu trovata nel palazzo maggiore Fenisia la bellissima sorella di Napar, nella verde età di quindici anni appena. L’impero ch’essa stessa sapea benissimo di esercitare sopra quanti signori avessero udito pure una sol volta parlare della sua singolare bellezza, e l’essere forse [p. 8 modifica]anche intesa di secreto amore col giovine vincitore, che a quel tempo era celebrato per uno fra i più prodi cavalieri della nobile schiatta di Borgogna, fecela tanto coraggiosa da non fuggire dinanzi all’inimico, il quale va a deporre la spada a' piedi della sua dama, le bacia il lembo della veste, le si confessa schiavo per la vita, prendendola per sua donna. Milone non fu meno allegro del conquisto di Fenisia che della presa di Durazzo. Poco tempo dopo egli divenne signore di tutta l'Albania, del che fu grande allegrezza all’Italia non solo, ma perfino in Francia ed in Borgogna.

Milone fatto signor di Durazzo e delle parti d’Albania, fece tostamente battezzare sua moglie Fenisia, la quale fu amica di Dio, e piacevale molto la fede nostra. Il secondo mese, come piacque a Dio, la s’ingravidò di un figliuolo, e partorito lo battezzò facendogli porre nome Guerino, ch’era il nome dell’avolo di Milone. Guerino fu il figliuolo di dolore. La madre dettelo in guardia ad una gentildonna, la quale era stata balia della bella Fenisia. Avea nome questa donna Sefferra, ed era d’una città di Grecia chiamata Costantinopoli. Faceva essa lattare il figliuolo a molte balie, e per stare in grazia era molto sollecita nel suo allevare. Per la nascita di questo fanciullo si era fatto festa a Durazzo e nella Puglia; chè bellissimo era e di molte speranze. Chi avrebbe or detto che tanta felicità dovesse avere sì corto giro, e che la fortuna fosse per volgere contraria a colui che avea segnalato il suo valore nella più difficile intrapresa contra i Turchi, i quali erano allora rovinati pressochè sopra tutta la cristianità!

Il putto aveva appena due mesi, che Milone perdè la signoria per mala guardia, dopo che i due fratelli, i quali avevano perduto Durazzo, si erano fatti a trattare secretamente cogli Albanesi. In tempo di notte entrarono essi in Durazzo con molta gente, uccisero i Cristiani, e presi Milone e Fenisia, dissero loro come ne sarebbero morti tutti e due. Ma fatto consiglio deliberarono di tenerli prigioni, dicendo: «Egli è del sangue real di Francia, chè se il re di Puglia o altri ne facesse guerra, trovando lui vivo potremo aver miglior parte che se lui e la donna fossero morti». La cosa essendo così stabilita, Milone e Fenisia stettero in prigione trentatrè anni, tanto che il loro figliuolo Guerino ne li cavò.

Note

  1. Vedi Ferrario, Della Cavalleria, vol. II.° diss. 7.
    In una edizione de’ Reali di Francia fatta in Firenze nel 1557, Cristofano l’Altissimo viene enumerando i libri che decantarono le gesta gloriose dei Paladini, fra i quali non tralascia il famoso eroe del libro di maestro Andrea:

         Se vuoi trovare i fatti de’ Reali,
    Di que’ di Francia, e d’altri paladini,
    I gran fatti che feciono a’ mortali
    Con quelli de’ lontani e de’ vicini,
    Va, leggi delli Imperiali
    Ch’io ti conterò a tal dimini,
    E troverai costor ch’io t’ho contato,
    Tutti i lor fatti con lor magno stato, ec. ec.
         Leggi il Meschino, che fu uom sovrano,
    Detto di poi Guerin. Ha cotal vece,
    Che cercò l’universo per trovare
    Colui che l’ebbe al mondo a ingenerare, ec. ec.

    La più antica edizione che si conosca del Guerin Meschino fatta in Padova nel 1473 da Bartolomeo di Valdezochio, comincia con questo argomento, che credo all’uopo di qui riportare:
    «In questo libro vulgarmente setratta al una ystoria breve de re Karlo imperatore poi del nascimento et opere di quello magnifico cavalieri nominato Guerino et prenominato Meschino per lo qualle se uade la narratione de le provintie quasi di tutto lo mondo e de la diversita de li homini e gente, de loro diuersi costumi, de molti diuersi animali e del habitatione d’ la Sibilla che se troua uiua in le montagne in mezo Italia et anchora del inferno secondo dechiara la ystoria»".
    A questo modo si verrà di quando in quando aggiugnendo qualche osservazione che giovi a rischiarare maggiormente i tempi e le costumanze, a cui tutto questo libro risguarda; per questo riserbandoci anche in fine a dare un’apposita prefazione o discorso. Non sarà necessario il dire che nella presente lezione del Guerin Meschino sarà conservato religiosamente tutto ciò che è dell’aureo trecento. Nostra cura è il presentare questo libro coll’ordine il più giusto che per noi si potrà.