Apri il menu principale
Giulio Cesare

../Alberto Radicati ../Pasquale Paoli IncludiIntestazione 15 dicembre 2017 75% Da definire

Alberto Radicati Pasquale Paoli
[p. 223 modifica]

Cajo Giulio Cesare nato 100 anni avanti Cristo, fu dei maggiori personaggi dell’antichità. I più mostravano poco conto di questo giovane, pallido, battuto dall’epilessia, avvolto con allettata negligenza nella lassa toga; eppure, l’atante statura, l’occhio grifagno, un viso che conciliava affetto e ispirava sgomento, valentia negli esercizj ginnastici non men che negli intellettuali, e una certa naturale alterezza, indicavanlo capace di volere con risolutezza e di riuscir con vigore. Non v’avea soldato più di lui robusto o paziente a domar cavalli, sostenere i Soli, il gelo, la fame, il nuoto, e marcie di cinquanta miglia al giorno. Portentosa attività, alla quale nulla parea compito se cosa rimanesse a compire1; intelligenza agevole, profonda, educatissima; persistenza irremovibile, che espresse fin da’ suoi cominciamenti quando, recandosi alle elezioni, disse a sua madre: — Oggi mi rivedrai pontefice o esiliato», presto lo persuadono che l’unico posto a sè conveniente è il primo. Oltrechè, (discendendo per padre dalla dea Venere e per madre da Anco Marzio re, quale aspirazione sarebbe potuta parergli temeraria? Ed egli fida nella fatalità, espone ad ogni incontro la vita, anzi che compromettere l’autorità sua.

Entrato nella vita quando la libertà di Roma era palleggiata fra la tirannia del democratico Mario e quella dell’aristocratico Silla, a diciasette anni trovatosi di fronte a Silla, osò disobbedirlo col non voler ripudiare Cornelia figliuola di Cinna; il dittatore [p. 224 modifica]sanguinario lo proscrisse, poi supplicato dai nobili e dalle vestali, lo graziò, — Ma (disse) in quel garzone sciamannato troverete molti Marj», indovinando il colpo che porterebbe all’aristocrazia. Sdegnando il perdono o diffidando. Cesare passò in Asia, e caduto in mano dei pirati, non che fare come sbigottito, li minacciava, dandosi l’aria di loro capo anzichè di prigioniero; leggeva ad essi le composizioni in cui esercitavasi, e li garriva di mal gusto perchè non ne comprendevano il merito; tassatogli a venti talenti il riscatto, disse: — Troppo pochi; ve ne darò trecento: ma libero ch’io sia, vi farò crocifìggere », e mantenne la parola. Nè questo coraggio gli venne meno nelle imprese successive.

Ma nella vita privata, discolo, audace, prediletto dalle donne che seduceva per vantaggiarsi della loro ingerenza nella Roma depravata, corridor d’avventure come tutti i giovani nobili d’allora, prodigo più di tutti, vendeva, pigliava a prestito per regalare, per farsi aderenti, tanto che, prima d’acquistare veruna carica, si trovò indebitato di mille trecento talenti, cioè sette milioni e mezzo di lire. Anzi al sapere far debiti dovette la sua prima fortuna; perocchè concorrendo al sommo pontificato, chiese enormi prestiti, coi quali da un lato comprò i voti dei poveri, dall’altro impegnò i ricchi a portarlo ad un posto che gli darebbe modo di pagarli. E la principale sua astuzia consistette nel far denaro, comunque e dovunque potesse; non già per tesoreggiare, ma perchè sentiva vera la dispettosa esclamazione di Giugurta, e diceva: — Due sono i mezzi con cui si acquistano, conservano e crescono i comandi; soldi e soldati».

Segnalato così fra i nobili per sangue e costumi, al popolo fu caro come nipote di Mario; ed egli in fatti pettoreggiò i Sillani, ed apri sua carriera coll’accusare di denaro distratto Cornelio Dolabella. Costui ne’ governi avea rubato quanto bastasse per trovar difensori due valentissimi avvocati, Quinto Ortensio e Aurelio Cotta, i quali lo fecero assolvere: ma i letterati ammirarono l’ingegno del giovane Cesare; il popolo applaudì al suo coraggio di proteggere la giustizia contro i sicarj di Silla; i Greci e gli altri provinciali lo sperarono sostenitore dell’umanità contro la tirannide privilegiata di Roma.

Ad ogni occhio appariva come Roma fosse base troppo angusta a tante conquiste. Il governo era decrepito; immensa la corruttela dei nobili infraciditi nella ricchezza, e chiedenti dalla civiltà greca incredulità e godimenti; la plebe oziosa, tumultuante, vendereccia. [p. 225 modifica]— Si abbattano le barriere oligarchiche; s’introduca nella città tutto il mondo», esclamava Cesare: ma al patriotismo angusto parea con ciò si disacrasse la terra degli avi. Campione di questo il severo Catone, era troppo differente dal grosso del partito ch’egli onorava: nè consiglio ed ajuti poteva egli chiedere da un corpo corrotto, da vecchi indolenti e rugginosi, che avevano perduto il senso morale e ogni sentimento di dignità, o da giovani violenti, febbricitanti d’orgoglio non men che di libidine.

Cesare, di genio ordinatore al par di Silla, divisò un sistema ben diverso da questo; l’uno respingea la repubblica verso un irremeabile passato, l’altro avviava all’avvenire, cercando ciò che paresse effettibile; l’uno escludeva checchè non fosse romano, l’altro abbracciava checchè il mondo barbaro potesse contribuire all’annosa civiltà, e dilatava le gelose barriere della città romana, che ben presto dall’impero e dal cristianesimo dovevano essere spalancate a tutti. Coadjuvò le colonie latine nel ricuperare i diritti, cincischiati dal dittatore; anche ai Barbari, anche agli schiavi estendeva le attenzioni sue; chi avesse soprusi da reprimere, miglioramenti da chiedere, a Cesare ricorreva; le città lontane abbelliva; essendo edile, spese, anzi prodigò quant’altri mai; risarcì la via Appia, quasi tutta del suo; al popolo distribuzioni e feste; e perchè fossero comodamente veduti i giuochi Megalesi, fabbricò un teatro amplissimo di legno coi sedili; lo che, unito alla splendidezza dello spettacolo, pensate quanto lo elevò nel pubblico favore. Ma sebbene offrisse trecenventi coppie di gladiatori, non lasciava al popolo l’atroce soddisfazione di vederli scannarsi.

Secondo la vetusta costituzione, le donne romane, per quanto riverite in famiglia, nessuna considerazione ottenevano nella città; e ciò non ostante, pubbliche esequie egli rese alla moglie Cornelia e alla zia Giulia vedova di Mario, recitandone in piazza il funebre elogio. In quell’occasione richiamò memorie care al popolo, e tra le effigie domestiche presentò anche quella proscritta di Mario; poi vistosi fiancheggiato, una mattina fece trovare ricollocati la statua e i trofei di questo nel Campidoglio, donde al tempo di Silla erano stati rimossi. I dilettanti ammiravano la finezza di quei lavori, il popolo ne piangeva di dolcezza, i nobili fremevano di questo nuovo genere di broglio, accusando Cesare d’aspirare ad egual potenza; Catulo, il cui padre era caduto vittima di Mario, diceva in pien senato: [p. 226 modifica]— Non più per vie scerete, ma per aperto calle Cesare assalta la repubblica»; e Cicerone: — Io prevedo in lui un tiranno; eppure, quando lo miro con quel capolino così acconcio, e grattarsi in modo di non iscomporre la zazzerra, non so persuadermi che uom sì fatto pensi a sovvertire lo Stato».

E veramente le soldatesche canzoni il rinfacciavano di turpe corrispondenza con Nicomede re di Bitinia; Curione in pubblico discorso lo chiamò marito di tutte le donne e moglie di tutti i mariti; e quando entrò vincitore, i soldati cantazzavano: — Romani, ascondete le mogli; questo calvo salace comprò le femmine della Gallia coll’oro rubato ai mariti». Ma tacciandolo un senatore di effeminato col dire che una donna mai non potrebbe tiranneggiar uomini, egli ripicchiò: — ~Ti sovvenga che Semiramide soggiogò l’Oriente, e le Amazzoni conquistarono l’Asia».

In realtà Cesare aveva assunto la capitananza del partito popolare, fiaccamente maneggiata da Pompeo. Orgogliavasi di sottomettere questi banchieri arricchiti; ma agli inferiori mostrava un rispetto insolito, e alla propria tavola facea sedere anche i provinciali, e servirli coll’istessa qualità di pane. Avendo ottenuto il governo della Spagna ulteriore, i creditori nol lasciavano partire, finchè Crasso non si esibì mallevadore per lui di cinquecento trenta talenti (61 av. C). Andatovi, menò guerra risoluta, spinse le conquiste fino alle rive dell’Oceano, e tornò rifatto a segno, che spense gli enormi debiti. All’ambìto onore del trionfo, che il costringeva a rimanersi fuor di Roma finchè l’ottenesse, rinunziò per entrarvi a chiedere il consolato; al qual fine barcheggiò in modo d’amicarsi i due capi parte opposti, Crasso e Pompeo, e fra questi tre si strinse una lega, conosciuta col nome di primo triumvirato (60 av. C), il quale ovviando la mutua opposizione, riduceva in loro mano la pubblica cosa, usandovi Crasso il denaro, Pompeo la popolarità. Cesare il genio. Il senato, che prima idolatrava Pompeo, profuse congratulazioni a Cesare che aveva rassettata quella pericolosa nimicizia; ma Catone ripeteva: — Non la nimicizia, ma l’accordo di questi tre toglie a Roma la libertà».

Cesare, ottenuto il consolato, ecclissò il collega Bibulo in modo, che gli spiritosi intitolavano quello l’anno (59 av. C.) del consolato di Cesare e Cesare, ed esercitava quella specie di dittatura ch’è la più pericolosa, cioè la popolare. Suo intento era di toglier le barriere fra [p. 227 modifica]Roma e il mondo; sicchè leggi rigorose portò contro la concussione dei magistrati in provincia; della Grecia assodò l’indipendenza, fin allora nominale; alla Gallia Cisalpina fece comunicare la romana cittadinanza, e alla Transpadana il diritto latino, e vi stanziò numerose colonie; sicchè un territorio barbaro restava annesso alla pelasgica Roma, e a popoli interi conferivasi un privilegio che prima non era concesso se non a singoli. Molte terre pubbliche rimanevano nella Campania, ed egli propose si dividessero fra cittadini poveri che avessero almeno tre figliuoli; se quelle non bastavano, se ne comprassero da privati coi tesori riportati dall’Asia; onde una popolaglia oziosa ed affamata venisse occupata a ridurre a frutto campi deserti. Aggiungeva non darebbe verun passo senza il senato, al quale lascerebbe la scelta de’ commissarj.

Talmente erano ragionevoli e moderate le proposte, che i senatori non poteano disdirle apertamente, ma trascinavano d’oggi in domani: del che lamentandosi Cesare, il conservatore Catone gli cantò, — Al senato non garbava di vederlo comprarsi la plebe colle ricchezze del pubblico». Tale risposta infuse coraggio ad altri padri per rifiutar la legge, col pretesto che non convenisse introdurre novità nell’amministrazione. Cesare indispettito convoca il popolo, espone il fatto, indi voltosi a Pompeo e Crasso, ne domanda schietto e preciso il parere; ed essi: — Non solo approviamo, ma slam disposti a sostenere anche colla spada la tua mozione».

Il popolo se ne incalorì; al console Bibulo che tentava resistere, furono infranti i fasci, maltrattati i littori, ferita la persona; gli altri spaventati tacquero, e la legge agraria passò: e se fosse stata ben eseguita avrebbe potuto restaurare l’utile classe de’ campagnuoli. Cesare viepiù si legò a Pompeo sposandone la figlia, e inducendo il senato a collaudare quant’esso aveva operato in Asia; quindi amicossi i cavalieri col ribassare di un terzo l’appalto delle gabelle; vendè l’alleanza di Roma al re d’Egitto; poi volendo sottrarsi a quell’aura popolare che presto si risolve in fischi, si fece decretare per cinque anni le provincie delle Gallio e dell’Illiria (58 av. C.) ove poteva colle conquiste procacciarsi gloria, e prepararsi un esercito disciplinato e devoto.

Accanto alla fiera Gallia Transalpina si era piantata la colonia jonica di Marsiglia, esempio di corruzione e fomite di discordie tra i vicini; mentre i Romani, assodato il loro dominio sì nella Gallia [p. 228 modifica]Cisalpina sì nella Provenza, cresceano terribili all’indipendenza di quel popolo che un tempo avea minacciata la loro. E tanto più che i Galli, in una mezza civiltà di cui non perirono affatto le memorie, discordavano tribù da tribù, e nelle fraterne querele invocavano la micidiale intervenzione straniera. Gli Edui, superbi dell’alleanza del popolo romano, impedivano il commercio dei majali ai Sequani; e questi per vendetta chiamarono i fierissimi Galli Elveti, che sulla loro frontiera orientale trovandosi incalzati dalle popolazioni germaniche, in numero di trecensettantattomila, per Ginevra diffilarono sopra la Gallia romana, spandendo terrore quanto al venire dei Cimbri e dei Teutoni. Cesare, accorso a schermire la provincia, in otto giorni (mirabile prestezza!) si trovò in riva al Rodano; potè sconfiggerli e rincacciarli, fiaccò Ariovisto, re de’ Germani Svevi, chiamato in soccorso, e che ripassando il Reno, fra i Germani diffuse lo spavento del nome romano, ed arrestò la migrazione che fin d’allora cominciava.

Cesare giovossi delle discordie per sottomettere una dopo una le varie tribù galliche; penetrò nel Belgio e fin nell’Armorica (57 av. C), cioè nel paese a mare che fu poi detto Bretagna; e al confluente della Mesa col Reno scompigliò novamente i Germani; campagna splendidissima, narrataci mirabilmente da lui stesso. Accortosi però che non durerebbe la soggezione finchè stimoli alla sommossa venissero dall’isola di Bretagna, santuario della religione gallica, vi sbarcò con grande coraggio; ma poco pratico del paese non più toccato da’ Romani, e assalito vigorosamente, fu costretto ritirarsi (55 av. C). Per riparare a quello smacco, poco stante tornò, e servito ivi pure dalla scissura fra due capi, seppe indurre gl’isolani a pagare un tributo e rimanersi in pace; e rinavigò al continente. Con ducente navi, null’altro ne avea tratto che alquanti schiavi e perle, non vi lasciò guarnigione, non munì castelli; il tributo non fu pagato mai, nè egli l’aspettava; e Roma berteggiavalo d’aver vinto un paese, ove nè argento nè oro nè vestigio d’arte e sapere.

Chi avesse detto allora qual doveva diventare quell’isola a confronto della beffatrice!

Tolto lo sperare ajuti dalla Germania e dalla Bretagna, parea sottomessa stabilmente la Gallia; ma questa fremea della dominazione forestiera, della licenza soldatesca e del governo militare, decretato per altri cinque anni a Cesare col titolo di proconsole, pel quale [p. 229 modifica]egli era costretto rincarire i tributi, spogliava i luoghi sacri, ai magistrati paesani surrogava persone ligie a Roma ed a sè. Gli scontenti elevarono a Curnuto il grido della riscossa (53 av. C), che la sera medesima di terra in terra si diffuse per censessanta miglia; a Genabo (Orleans) si fa macello de’ mercadanti italiani; Vercingetorige, giovane di antica famiglia arverna, caldo patrioto, inaccessibile alle seduzioni di Cesare, si fa capo della rivolta, chiama alle armi fin i servi della campagna; fuoco a chiunque mostri viltà; e preparasi ad assalire la provincia Narbonese e i quartieri invernali de’ Romani. E perchè Cesare, accorso colla mirabile sua rapidità malgrado della stagione, rassoda nella fede i Narbonesi balenanti, e varcando sui ghiacci, sorprende gli Arverni, Vercingetorige induce i Galli a bruciar tutte le case isolate e le città non difendibili, acciocchè non servano di allettamento ai nemici o di rifugio ai codardi: in un giorno migliaja di borgate andarono in fiamme, e la popolazione si dirigeva alle frontiere, nuda e grama, eppur consolata dal pensiero di salvare la patria, la quale non perisce colle mura.

Bisogna leggere in Cesare medesimo i prodigiosi sforzi ch’egli dovette sostenere, ora contro tutti uniti sul campo, ora coi singoli che l’appostavano di dietro le fratte o allo sbocco delle valee; ma, benchè l’audace e risoluto Vercingetorige mai non s’allentasse, benchè i suoi giurato avessero non tornare alle case se non dopo attraversato due volte le file nemiche, Cesare colla disciplina, colla rara perizia militare, coll’alternare ferocia e dolcezza, e collo spargere zizania fra i Galli stessi, potè sostenersi (52 av. C). Assalito Avarico (Bourges) nodo della guerra, e presolo dopo ostinata resistenza, trentanove mila ducento persone inermi mandò per le spade: i capi che cadessero in mano dei vincenti, erano battuti a sferze, poi decollati; altre volte a tutti i prigionieri si troncavano le mani, imperante quel Cesare, che era vantato ad una voce per indole umana e per volonterosa generosità2; che solea dire, troppo molesto compagno di sua vecchiaja sarebbe l’avere una sola crudeltà a rimproverarsi; e che tanti macelli racconta senza un motto di compassione o di scusa, senza un cenno d’aver tentato impedirli.

Dopo prodigi di valore, egli riesce ad aver nelle mani [p. 230 modifica]Vercingetorige (50 av. C.); e colla prontezza che previene il riparo, piomba sui divisi popoli Galli e li sconfigge. In dieci anni l’eroica Gallia restò soggiogata: molti abbandonarono la patria, cercando terre ove almeno non vedessero i Romani; mille ottocento piazze prese, trecento popolazioni dome, tre milioni di vinti, di cui un milione morti e altrettanti prigionieri3 formarono il vanto di Cesare.

A chi avesse chiesto per mano di chi dovea Roma cadere, sanasi risposto, dei Galli; essi che altra volta l’aveano presa, poi distrutti gli Umbri, fiaccati gli Etruschi, occupata l’Italia settentrionale. Bisognava dunque abbatterli; e Cesare lo fece, con ciò ritardando di quattro secoli la grande invasione, e lasciando così tempo alla civiltà di maturarsi col cristianesimo prima di diffondersi a tutto il mondo.

Industriandosi a sanar le piaghe del paese, egli percorse le città, mostrandosi umano, lasciando leggi adatte; non confische, non proscrizioni, non colonie militari peggiorarono la sorte dei vinti; l’imposta di quaranta milioni di sesterzj fu palliata col titolo di stipendio militare; e la nuova provincia della Gallia comata ottenne prerogative sopra la togata. Il proconsole evitava quanto potesse offender uomini irascibili per indole e pei dispetti soliti dopo recenti sconfìtte; trovata sospesa in un tempio la sua spada, ch’eragli caduta in battaglia nella Sequania, sorrise, e — Lasciatela; è sacra»; la legione de’ Galli veterani, che sul caschetto portavano l’allodola simbolo di vigilanza, pareggiò alle romane in equipaggio, soldo e prerogative; arrolò ausiliarj delle varie armi in cui i Galli prevalevano; forze ch’egli sottraeva a’ suoi rivali ed alla patria per farsene ostaggi di sicurezza e stromenti a nuove imprese. Abbattè i Galli, ma li menò a vendicarsi di Roma, poi gli ammise tra i figli di questa.

Imperocchè l’esercito, come succede nelle lunghe spedizioni, erasi affezionato a colui che lo guidava alla vittoria, e poteva dirsi non della repubblica, ma di Cesare, il quale ormai più spigliato procedeva nelle sue ambizioni. Già a Roma grandeggiava per la sua assenza, pel vago di quelle guerre lontane, che lasciava l’immaginazione esagerare i pericoli e le vittorie sopra quella gente ch’era venuta altre volte sino ai piedi della rupe Tarpea; che se a Camillo e Mario tanta lode era derivata dall’averli respinti, che dire di Cesare, il quale mosse a cercarli e li soggiogò? [p. 231 modifica]

Vero è che potenti avversarj ormavano i passi di lui, simili ai corrispondenti de’ giornali odierni raccogliendo e denunziando le ruberie, i tradimenti, le uccisioni, lo sterminio de’ prigionieri; e quando furono proposti ringraziamenti a Cesare, l’austero Catone proruppe: — Che ringraziamenti? espiazioni piuttosto, supplicare gli Dei non puniscano sui nostri eserciti le colpe del generale, e consegnar questo ai nemici affinchè Roma non paja comandare lo spergiuro». Altri, meno austeri e più positivi, palesavano il pericolo de’ prolungati comandi, e del lasciare entrambe le Gallio in mano d’un solo, il quale così potrebbe nella Transalpina agguerrire l’esercito, poi per la Cisalpina condurlo fino alle porte di Roma. Gli amici però del proconsole riflettevano: — Se nella Gallia ha domato grandissime nazioni, egli non le ha ancora sistemate con leggi, con diritto certo, con ferma pace; questa guerra non può essere terminata se non dallo stesso che la cominciò; dobbiamo anzi saper grado a Cesare, che al soggiorno di Roma e alle delizie d’Italia preferisce terre sì aspre, sì rozze borgate, genti sì grossolane»4. Tali voci e i suffragi per farsi prolungare il comando, dovea Cesare guadagnarseli lusingando il vulgo, comprando i demagoghi. Per venti milioni e mezzo acquistò un’area, e vi eresse un fôro con portici di marmo, comodità popolare e tettoje pei comizj; comprò per otto milioni e mezzo la neutralità del console Emilio; comprò per dodici milioni la connivenza d’un tribuno; tutte armi che affilava contro la repubblica.

Cesare, gran guerriero, grand’oratore, gran politico, uom di dottrina e di azione, abile matematico, come lo provano la riforma del calendario, il ponte sul Reno, gli assedj suoi; d’attenzione sì robusta che ad un tempo leggeva, scriveva, ascoltava, dettava fin a quattro secretarj; coll’aspetto dignitoso e coll’efficace parola domina le assemblee, reprime i tumulti, combatte e amoreggia; dall’estrema Bretagna all’Etiopia riporta segnalate vittorie, e insignemente le narra ne’ Commentarj.

La difficoltà di propagare i manoscritti obbligava gli antichi a scriver serrato; oltre che sapeano aggruppare gli sparsi accidenti, quanto oggi si suole sbricciolarli e decomporli. Cesare, meglio d’ogni altro vedendo le forze e i vizj del tempo e del paese suo, narrò [p. 232 modifica]grandissime imprese in piccolissimo volume, la cui naturale semplicità e la limpida ed evidente concisione già erano in delizia a’ contemporanei5, e fin ad oggi non trovarono emulo. Gli altri Latini ricalcano continuamente i Greci; egli dice quel che ha pensato e sentito, nè ci appare altro che Cesare, Cesare invitto generale e invitto scrittore: rapido nel narrare come nel compir le imprese, trova l’eleganza, non la cerca; non prepara gli effetti; va tutto spontaneo e di primo getto; e sebbene nol possiamo credere imparziale, anzi si si ravvisi un sotto fine in quel che racconta, si indovini quel che tace e l’arte di lumeggiare una circostanza, un’altra adombrarne, eccedette chi pretese scorgervi il proposito deliberato di mentire e di presentar sè stesso al popolo e ai posteri in maschera, valendosi d’una fredda ironia, e con profondo sprezzo del genere umano attribuendo tutto alla fortuna. Oltre molte arringhe, avea composto tragedie, due libri delle analogie grammaticali, trattati sugli auspizj e sull’aruspicina; sul moto degli astri, un poema intitolato Iber ed altre poesie.

Mentre i suoi emuli ritorcevano l’occhio verso il passato, egli lo spingea verso l’avvenire; donde una franchezza d’operare, sconosciuta a quelli; e ne’ suoi ardimenti non si lasciava rattenere da nulla, nè tampoco dalla giustizia. La repubblica nel decennio ch’egli avea campeggiato nelle Gallio, sopraffannata dall’anarchia, pareva un cavallo bizzarro che ha bisogno di un domatore6. Lo impoverire dei molti attribuiva onnipotenza ai pochi ricchi; i comandi prolungati e le commissioni accumulate sopra una sola testa, avvezzavano a identificare la causa nazionale con un uomo; talchè non parlavasi più della repubblica, sibbene di Cesare e Pompeo, sopra i quali ormai si concentra l’interesse. Pertanto in quelle ultime lotte nulla appare [p. 233 modifica]di elevato; gelosiuccie, ambizioncelle, vacillamenti, un passare dall’anarchia all’oligarchia, e sempre il governo personale, appoggiato sulla violenza e sui bravacci; e come prima gli schiavi erano stati ruina dell’agricoltura, così adesso i gladiatori erano ruina della costituzione.

Già contro le armi nulla valeva la prudenza, quando ogni elezione diventava opportunità di traffici, ogni adunanza campo di violenze; i colpevoli sfuggivano alla censura perchè troppi, e ai giudizj perchè denarosi; e come Cicerone si lamenta, tolta la dignità della parola e la libertà del trattar le pubbliche cose, niun altro partito, restava che o fiaccamente assentire coi più, o dissentire invano.

Le vittorie di Cesare ecclissavano Pompeo e Catone, i quali, per non essergli inferiori nè restare disarmati mentre egli assicuravasi un esercito, si fecero assegnare Pompeo la Spagna, Crasso la Siria, l’Egitto e la Macedonia. Cesare v’assentiva, purchè a lui non turbassero il proconsolato: e si stabilì che i governatori non fossero scambiati per cinque anni, potessero far leve a loro grado, esigere dagli alleati contribuzioni e truppe.

Pompeo, più del comando ambendone le apparenze, rimase a Roma, levò un esercito in figura per proteggere la tranquillità, in fatto per dominare le fazioni e non valere da meno degli altri triumviri. Crasso s’avviò contro i Parti, ma ivi toccò un’orribile sconfitta e perdè la vita. Con lui periva l’unico che potesse mantenere l’equilibrio fra Cesare e Pompeo, la cui rottura fu accelerata dalla morte (53 av. C.) di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, amata da ambedue, venerata pubblicamente.

Il governo di Roma, come tutto ciò ch’è patriarcale, supponeva una certa bontà; l’equilibrio suo consistendo nell’esteso diritto di opporsi, bisognava non lo spingessero all’estremo nè il senato col negare gli auspizj nè i tribuni col mettere il veto; e poichè riduceasi in fatto a due governi paralleli, quel della plebe e quello del senato, con magistrature e decisioni distinte, per farli camminare d’accordo richiedevasi ancora la bontà. Corrotti i costumi, tutto si sovverte; le fazioni tempestano ogni giorno peggio; se il tribuno mette il veto, è deriso o si mandano bravacci a sgomentarlo e far sangue; la prepotenza imbaldanzisce, e le frequenti uccisioni fanno sentire la necessità d’un freno dittatorio.

Pompeo, che credevasi l’unico uomo da ciò, voleva che il popolo [p. 234 modifica]se ne capacitasse, e venisse a porglielo in mano; ma afferrarlo non ardiva, e intanto lasciava prolungarsi il disordine, e a forza di bassezze per ottenerla, perdeva la popolarità. All’occasione che il bravaccio Clodio restò ucciso dai bravacci di Milone, fu proposto di conferirgli la dittatura (52 av. C), ed egli non l’osò. Allora solo accorgendosi che Cesare, per via de’ suoi emissarj e coll’appoggio dell’esercito, s’avviava alla dominazione, il senato implorò Pompeo a tutelare la libertà; ma qual libertà, dove il Governo era costretto a schermirsi sotto la protezione d’un cittadino?

Pompeo, che aveva creduto adoprar Cesare come uno strumento, non voleva nè confessare al senato d’essersi concertato con quello per disfare la repubblica, nè a sè stesso d’essersene lasciato illudere; donde un’esitanza che lo perdè. Claudio Marcello console (51 av. C), propose al senato di richiamare Cesare, prima che ne spirasse la commissione; e non riuscitovi, lo oltraggiò in ogni modo, sino a far battere un senatore di Como, all’unico scopo, diceva, che, reduce nelle Gallie, potesse mostrare le sue spalle al proconsole. Cesare sentivasi men che mai disposto a rassegnare il comando da che Pompeo erasi fatto prorogare per altri cinque anni il governo dell’Africa e della Spagna; anzi, fidato in un robusto partito (50 av. C.) e nell’esercito, chiese d’esservi riconfermato; e perchè le creature di Pompeo gli fecero toccare il no, un centurione che alla porta del senato aspettava, battè sulla spada, dicendo: — Glielo confermerà questa».

Per verità chi potea credere che Cesare si restituisse come privato in Roma dopo comandato come re tanto tempo nelle Gallie? chè veramente da re era la potenza d’un capo d’esercito7. Come eroe a conquistarla, così appariva prudente a darle sesto e governo; vi univa assemblee, divisava costituire nelle città il diritto municipale, e ne fe saggio a Como, dove piantando colonie, si assicurò le vigorose popolazioni che attorniavano quel lago delizioso.

Cosi rinforzato, percorse le città prossime alla Cisalpina, e v’ebbe accoglienze come un trionfante fra apparati e vittime. Nel verno tornava di qua dall’Alpi? al suo quartiere accorreva quanto di meglio avea Roma; a Lucca sin centoventi fasci si videro che accompagnavano pretori e proconsoli, oltre ducento senatori; udivansi vittorie [p. 235 modifica]di lui? i sette colli risonavano di evviva, e i tempj di supplicazioni. Intanto egli facevasi scrivere tutte le cose e piccole e grandi8; teneva d’occhio alle ordite dell’emulo, e con prestezza e accorgimento gliele rompeva, prodigando con una mano l’oro, coll’altra tenendo la spada. Pompeo fidava nel console Emilio Paolo; ma Cesare sel comprò con millecinquecento talenti: Pompeo fidava che Curione Scribanio tribuno proporrebbe di dimettere il proconsole; ma Cesare il guadagna col rilevarlo dagl’immensi debiti, sicchè invece suggerisce di prolungare ad entrambi il comando o entrambi destituirli. Ebbe un bel tergiversare il senato; il popolo convertì in legge la proposta, la cui moderazione aggiungeva credito ai Cesariani; ma nè Pompeo nè Cesare aveano in animo di deporre un imperio, con sì lunghe arti procacciato; solo ad entrambi rincresceva il mostrarsi autori della guerra civile che sentivano inevitabile, come i migliori cittadini inevitabile vedeano la caduta della repubblica.

Faceasi intanto quella calma che precede la tempesta, della quale tutti sentivano imminente lo scoppio, niuno ne voleva la responsalità. Ma a ben diversa condizione si trovavano i due pretendenti. Pompeo davasi aria di tutore della repubblica, e come tale supponeva aver sotto la sua bandiera tutta la patria; e diceva: — Ch’io batta un piede in terra, e ne sbucheranno legioni». Questa presuntuosa fiducia facealo trascurare i preparativi, mentre Cesare, non calcolando che sui proprj mezzi, moltiplicava o invigoriva le forze, compravasi partigiani checchè costassero, porgevasi amico o tutore del popolo contro le esuberanze de’ suoi nemici; sopra tutto fidava nei provinciali e nei forestieri che lo guardavano come loro patrono, e in quella moltitudine agguerrita di Belgi, Galli, Spagnuoli, e di veterani che morrebbero allegri nella sola fiducia che il loro Cesare li loderebbe. Aveva poi in pugno la Gallia, provincia importantissima perchè i cittadini romani v’esercitavano i traffici loro principali9; oltrechè abbracciando con un sol nome il paese di là e di qua dalle Alpi, conferiva a chi la governasse l’arbitrio di condurre l’esercito fino al territorio sacro d’Italia. Destro però a declinare da sè ogni [p. 236 modifica]illegalità e fin il sospetto d’ambizione, ai primi rumori erasi al senato dichiarato prontissimo a lasciar l’esercito e le Gallie, purchè gli si dessero l’Illiria e due legioni; e quando il senato gli ordinò di licenziare una legione per ispedirla in ajuto a Lentulo contro i Parti, egli obbedì; quando Pompeo gli chiese di restituirgliene un’altra, affidatagli già da tempo, egli lo fece, ma non prima d’essersene con lautissimi doni accaparrato gli uffiziali e i soldati.

Al contrario Marcello, Lentulo, Scipione, altri partigiani del senato e di Pompeo, troncarono le peritanze facendo prefinire a Cesare un tempo, entro il quale deponesse ogni comando, o sarebbe chiarito nemico della patria; e scacciarono ignominiosamente i tribuni Longino, Curione e Marcantonio che si opponevano. Questi, esclamando oltraggiata l’inviolabilità del loro uffizio, in abito di schiavi ricoverarono dalla Roma profanata al campo di Cesare, attribuendogli così la legalità, come già aveva e l’equità e la forza (49 av. C). Il senato, vedendo ormai calarsi quattro legioni verso il Po, decreta che Pompeo, i consoli, i pretori, provvedano alla salvezza della repubblica; Marcello e Lentulo, presentando la spada a Pompeo, gli dicono: — Sta a te il difendere la repubblica e comandar gli eserciti»; al che Pompeo risponde: — Il farò, qualora non trovi migliore acconcio alle cose».

È dunque gettato il guanto; se Cesare lo raccoglie, la guerra civile è rotta. Tutti i giorni pertanto congregavansi i senatori, e andavano a trovar Pompeo, che, essendo divenuto generale, secondo le leggi dovea tenersi fuori di città, e che ebbe l’incarico di levare trentamila Romani e quanti ausiliari credesse, con autorità illimitata. In Capua Cesare manteneva molte centinaia di gladiatori, esercitati maestrevolmente, e disposti a ogni cenno del padrone; e Pompeo li sciolse, affidandone una coppia per ciascuna famiglia. Poi compartì le provincie fra creati suoi: a Domizio la Gallia Transalpina, a Cecilie Metello suo suocero la Siria, la Sicilia a Catone, a Cotta la Sardegna, l’Africa ad Elio Tuberone; Calpurnio Bibulo e Cicerone vigilerebbero i litorale; suoi amici ottennero il Ponto, la Bitinia, Cipro, la Cilicia, la Macedonia, altri paesi, che non si trattava di difendere da nemici esterni, ma di conservare ad una fazione, ad un uomo.

Nè Cesare dormiva. Eccitati ad indignazione i soldati col mostrare i tribuni espulsi da Roma, ed a valore col rammemorare le ben [p. 237 modifica]finite imprese, si mosse in armi. Come governatore delle Gallie, potè legittimamente varcare le Alpi, e trovarsi nel cuor dell’Italia senza gli ostacoli che fra i monti, al Ticino, alla Trebbia, avevano remorato Annibale. Al Rubicone, confine del territorio romano, non gli si opponeva altro che un decreto, il quale intimava a nome del popolo romano: — Chiunque tu sia, console, generale, tribuno, soldato, coscritto, commilitone, di manipolo, di centuria, di legione, di turma, qui t’arresta, lascia la bandiera, deponi le armi, nè di là da questo fiume porta vessillo, esercito o munizioni; o sarai considerato nemico, come se contro la patria avessi mosso le armi, e tolto i penati dai sacri penetrali»10. Cesare stette alcun tempo librando fra sè gli orrori d’una guerra civile; ma non soleva egli dire che convien essere giusto sempre, fuor quando si tratti d’un regno? Esclamando adunque, — Il dado è gettato», si lanciò sul ponte, passò, prese Rimini.

Allora sì fu in Roma la costernazione, allora apparve la vanità dei nomi pomposi, e la dura alternativa, come diceva Catone, di temere un sol uomo, o in un solo riporre tutte le speranze. I senatori tentennano ne’ consigli, i cittadini ricoverano alla campagna; i ciarlieri, ingombro d’ogni gran caso, perdonsi in futili recriminazioni, e in dire qual cosa sarebbesi dovuto fare, e in disapprovare qualunque cosa si faccia; gli speculatori della rivoluzione adocchiano da qual parte spiri maggior probabilità di guadagno. Pompeo, disperse le forze in tante Provincie, non si trova in grado di resistere, e se Marco Favonio gli rinfaccia, — O Magno, batti la terra col piede, che ne sbuchino le promesse legioni», egli non può che abbassare gli occhi e domandar consiglio11. E consiglio migliore gli sembrò [p. 238 modifica]il più disperato; abbandonar Roma senza tampoco levarne il tesoro, e ritirarsi a Capua dichiarando ribelle qualunque senatore o magistrato non lo seguisse. Nella sua vanità potè credere lo seguissero quei che fuggivangli dietro, e lasciava che gli adulatori mettessero in canzone Cesare ed asserissero che il solo nome del Magno basterebbe a sbigottirlo.

Ma Cesare colla sua portentosa alacrità12 s’avvicina; oggi il corriere porta ch’egli prese Arezzo, domani Pesaro, poi Fano, poi Osimo; in tutto il Piceno è accolto a braccia aperte; solo Corfinio è difeso da Domizio che il senato gli avea sostituito nel comando della Transalpina; ma le trenta coorti di guarnigione non tardano ad aprir le porte al vincitore, che perdona ai senatori ivi côlti e a Domizio stesso, dicendo: — Io non vengo a far del male, ma a rimettere ne’ diritti e nella libertà il popolo romano, soverchiato da un branco di ricchi»; restituì perfino sei milioni di sesterzj trovati nella cassa militare, e scriveva agli amici: — Diamo l’esempio d’un nuovo modo di vincere; ed assicuriamo la fortuna nostra colla clemenza e l’umanità».

Il trionfo e più il perdono sbigottiscono Pompeo, che si ritira a Brindisi nell’estremità meridionale dell’Italia; ma Cesare, ingrossato da cerne italiane, lo raggiunge, l’assedia: se non che, avanti sia chiuso anche il porto, Pompeo fugge verso l’Oriente, lasciando il campo all’emulo che, in sessanta giorni conquistata l’Italia senza sangue, cavalca sopra Roma.

Simulando rispetto a quell’antiquata legalità che il suo brando spezzava, non entra in città, ma accampa ne’ sobborghi; il popolo esce in folla ad ammirare e festeggiare il sommo capitano: e i tribuni ricoverati al suo campo ne magnificano i meriti, e inducono i pochi senatori rimasti a venir ascoltare l’arringa, in cui egli giustifica il suo operato, rianima le speranze, cheta le paure, e consiglia a mandar persone credute per indurre alla pace Pompeo e i consoli; tutto allo scopo di riversar la colpa sopra il nemico.

Un tesoro erasi accumulato per difendere contro dei Galli fin dai [p. 239 modifica]tempi di Brenno; e non erasi tocco neppure nelle necessità di Pirro, d’Annibale o delle fazioni; or Cesare vi pose le mani dicendo: — Io ho dispensata Roma dal suo giuramento, poichè più non v’è Galli». Dall’erario pubblico, lasciato sconsigliatamente dai fuggiaschi, levò trecentomila libbre d’oro13, spoglie delle genti vinte, con cui potè rianimare la guerra contro la vincitrice. Sostituì governatori suoi in tutte le Provincie, e non sentendosi pari ancora a tener testa a Pompeo nell’Asia fra sì poderosi amici e fra tanti re vassalli, disse: — Andiamo in Ispagna a combattere un esercito senza generale; vinceremo poi un generale senza esercito.

Nella Spagna, provincia prediletta da Pompeo, si erano raccozzati i fautori di quella che ancora chiamavasi libertà. Cesare, benchè sulle prime sconfitto, in quattro mesi l’ebbe tutta sottoposta; volato a Marsiglia pompeiana, l’ha a discrezione, perdona le vite e la libertà, facendosi consegnare armi e navigli, e torna a Roma.

Il più de’ senatori aveano raggiunto il fuggiasco Pompeo a Durazzo, sicchè nessun ostacolo v’ebbe in Roma a dichiarar Cesare dittatore, mentre le bestemmie contro Pompeo mostravano che nulla è si popolare quanto l’odio contro coloro che furono idolo del popolo14. In undici giorni di potere supremo, Cesare si conciliò patrizj e plebei, ribandì gli esuli, eccetto il facinoroso Milone che scorrea l’Italia a capo d’una banda; ai proscritti da Silla permise di sollecitare magistrature; non abolì i debiti, ma ridusse a un quarto gl’interessi; concedette la cittadinanza a tutti i Galli transpadani; come pontefìce massimo riempì i posti vacanti ne’ collegi sacerdotali; indi si fece rieleggere console (48 av. C), e si pose in via per guerreggiare Pompeo nella Grecia.

Un anno intero avea questi avuto per prepararsi; dal Mediterraneo all’Eufrate gli venivano forze e approvvigionamenti, ed oltre le legioni italiche, i veterani, le nuove cerne, il fiore de’ giovani nobili, i mercenarj, i tributarj, in diversissime foggie e comandati in venti lingue diverse; cinquecento vascelli di fila ed infiniti [p. 240 modifica]leggieri pendevano da’ suoi cenni; egli stesso era carico d’allori; la sua intitolavasi la buona causa, e acquistava ogni giorno illustri partigiani; e poichè egli affettava ancora la legalità quando già non sussisteva che la violenza, con ducento padri coscritti formò un senato più numeroso di quel di Roma, il quale si dichiarò rappresentante della patria, e proibì d’uccidere verun Romano se non in battaglia regolare.

Cesare, alla moderna, fondava tutta la sua strategia sulla celerità; onde, vedendo tardare le legioni, s’imbarcò a Brindisi con pochissimi, poi rimandò le navi a pigliar i restanti, ed osò assediare tante forze in Durazzo, o le sprezzasse, o più si piacesse dove più ardua riusciva la prova, come tutti i grand’uomini confidando nella propria fortuna, e sentendo d’avere per sè il popolo, e la forza di chi intende il suo tempo ed apre l’avvenire. Eragli nato in casa un cavallo coll’unghia fessa in forma di dita, che non si lasciava scozzonare nè montar mai se non da lui; e gli aruspici aveano predetto al suo padrone l’impero del mondo; sicchè egli il teneva con gran cura, e ne dedicò l’effigie davanti al tempio di Venere Genitrice15. Voglio dire che adoprava anche le superstizioni; ma più quella magìa di generale che crea i soldati, e gl’identifica con sè. Inesorabile col tradimento e coll’indisciplina, sul resto chiude un occhio; dopo la vittoria, denaro, pasti, piaceri, armi d’oro e d’argento; ma finchè dura l’azione, non risparmia fatiche; è giorno di riposo? scoppia un temporale? non importa, bisogna mettersi in marcia; ma Cesare marcia coi soldati. Li vede spauriti dai mostri, dai giganti onde si dice abitata la Germania? restino pur indietro i timidi; egli si avanzerà soletto colla sua fedele legione decima. Cadono di cuore all’udire in Africa che re Giuba viene con immense forze? egli esagera il pericolo, e — Sì, domani il re ci sarà a fronte con dieci legioni, trentamila cavalli, centomila soldati leggeri, trecento elefanti; io lo so, io ho veduto e provveduto: voi non cercate altro, ma rimettetevi in me; se no, cotesti novellieri li butterò s’una nave, e li spingerò in balìa del vento». Ode che una legione fu distrutta? veste il bruno e lasciasi crescer la barba.

Così s’acquista l’assoluta devozione de’ soldati, che contavano come gran vanto l’esser veduti da Cesare soccombere valorosamente. Nella [p. 241 modifica]Bretagna uno di essi salva i centurioni avviluppati dal nemico; fatte prove incredibili lanciasi a nuoto, e uscito a riva, viene a chieder perdono a Cesare d’aver dovuto lasciare lo scudo. Nel conflitto navale presso Marsiglia, Acilio, saltato s’una nave nemica, ha tronca la destra, eppur non dà indietro, e battendo lo scudo in volto agli avversarj, s’impadronisce del legno. Cassio Seva a Durazzo, perduto un occhio, trapassata la spalla da un pilo, con centrenta freccie confitte nello scudo, chiama i nemici in atto di volersi rendere, poi come ne ha vicini due, li trucida e si salva. Innanzi la pugna di Farsaglia, Crastino interrogato da Cesare qual esito predicesse, rispose stendendogli la mano: — La vittoria; i nemici andranno in rotta, ed io, morto o vivo, otterrò le tue lodi» . Un altro soldato all’intimata d’arrendersi, rispose: — I soldati di Cesare sogliono conceder la vita agli altri, non dagli altri riceverla». Simile a quel soldato d’un altro Cesare che periva esclamando: — La guardia, muore, non si rende».

Un tal generale e con tali soldati poteva altro che vincere? Vedendo tardare i soccorsi che Marcantonio dovea menargli da Brindisi, Cesare si acconcia da schiavo, e s’un battello da pesca traversa il mare. La procella parve volerne punire la temerità, e i barcajuoli disperavano di tener il largo, quando egli scoprendosi disse al piloto: — Che temi? tu porti Cesare e la sua fortuna».

Non potè però tenere l’assedio di Durazzo; toccata anzi una sconfìtta, desidera terminare la guerra con un colpo, ed invade la Tessaglia. Pompeo voleva evitare una giornata risolutiva; ma come fare la sua voglia in mezzo a tanti cavalieri e senatori, invaniti di nomi storici, disdicevoli alla presente bassezza, millantatori? i quali, siccome avviene de’ fuorusciti, credendo onorarlo col seguirlo, pretendevano esserne ascoltati, ragionar il comando, misurare l’obbedienza a un capo che da loro traeva forza: e l’uno lo derideva perchè aspettava l’opportunità; l’altro lo paragonava ad Agamennone che volesse trar in lungo la guerra per mantenersi a capo di tanti eroi; un terzo si doleva che il ritardo gli torrebbe di mangiar i fichi della sua villa di Tusculo; e tutti non vedevano l’ora di spartirsi le prede, i prigionieri, le preture, i consolati, e diguazzare in patria. A simili soldati Cesare avrebbe o negato ascolto o dato il congedo: Pompeo, come i fiacchi di volontà, ha bisogno d’esser approvato, applaudito, e avria comportato più volontieri una sconfitta che [p. 242 modifica]un rimprovero. Lusingato da qualche sottile vantaggio, commise due enormi errori; con un esercito non minore, ma nuovo, presentò la battaglia in un piano tra Farsaglia e Tebe; e non preparossi un riparo per l’evenienza d’una rotta.

Cesare esultò che i suoi avessero omai a combattere non la fame ma uomini, e fece spianar la fossa e le trincee, dicendo: — Sta notte dormiremo nel campo di Pompeo» (48:12 maggio). Erano concittadini, parenti, amici che si affrontavano con accanimento. Avendo Cesare ordinato a’ suoi di dirigere i tiri al viso, gli eleganti giovani pompejani, per non rimanere sfigurati, volgevano il tergo; ben tosto lo scompiglio divenne universale; Pompeo nel vedere in rotta il fiore de’ suoi, ritirossi nella sua tenda, e qui pure sopraggiunto dai Cesariani, esclamò: — Che! fin nei nostri alloggiamenti?» e deposte le divise del comando, fuggì verso Larissa. Ducente soli uomini perdette Cesare, Pompeo quindici o ventimila; contemplando i quali il vincitore sospirò, e — L’han voluto; mi ridussero alla necessità di vincere per non perire».

La posterità, non abbagliata dall’esito, poco valuta il giudizio che di sè stessi pronunziano gli attori; ma ricordando Mario e Silla e gli antichi eroi micidiali de’ vinti, tien conto a Cesare della sua moderazione. Per certo dei due caratteri de’ Romani, la voluttà e la crudeltà, il secondo non ebbe Cesare, e a Cicerone diceva: — Nessuna cosa è tanto aliena dal mio carattere quanto ciò che sente di fierezza. Lo fo per natura, e ne sono largamente ricompensato dalla gioja del veder voi approvare la mia condotta. Nè mi pento di quel che ho fatto, benchè mi si dica, che coloro, cui ho donato vita e libertà, andarono a ripigliar le armi contro di me. Come io non voglio smentirmi, mi piace che non si smentiscano neppur essi». Già durante la battaglia gridava, — Risparmiate i cittadini romani»; entrato nel campo pompejano, compassionò lo sfoggio di tappeti, di letti, di profumi, di tavole, che si sarebbero detti preparativi d’una solennità; trovato il carteggio di Pompeo, lo bruciò senza leggere, amando meglio ignorare i traditori che vedersi obbligato a punirli; dei ventiquattromila prigionieri pose in libertà tutti i cittadini; accolse con festa Marco Bruto, che, seguiti gli stendardi di Pompeo, veniva ad implorare la clemenza del vincitore e ottenerla per ucciderlo poi.

Cesare era dei pochi capitani che sanno e vincere e profittare [p. 243 modifica]della vittoria; e ben capì che la guerra non era compiuta. Le flotte di Pompeo padroneggiavano i mari, assediavano le sue galeea Messina; Egitto, Africa, Numidia, il Ponto, la Cilicia, la Cappadocia, la Galazia poteano surrogare nuove forze alle sbaragliate: senonchè Pompeo, avvilito la prima volta che la fortuna gli fallì, più non confidava che nella fuga. Da Larissa passa nella val di Tempe, poi incalzato senza posa da Cesare, consiglia gli schiavi di presentarsi a questo con fiducia, s’imbarca per chiedere asilo a Tolomeo Dionisio, giovane re d’Egitto, cui il senato avealo destinato tutore. Per quanto amici e moglie lo sconsigliassero, scese soletto nello scalmo speditogli dal regio pupillo: ma a questo i governanti aveano persuaso che, invece d’inimicarsi Cesare fortunato ed imminente, si acquistasse la grazia coll’uccidere Pompeo; il quale in fatti alla vista de’ suoi fu assassinato.

Questo Tolomeo Dionisio era fratello e fidanzato di Cleopatra, eredi di Tolomeo Aulete, che avea dai Romani comprato il titolo di re d’Egitto. Cleopatra, venuta in dissensione col fidanzato, rifuggì nella Siria, levando truppe (48 av. C.), nel tempo appunto che Cesare, vincitore a Farsaglia, sbarcava ad Alessandria. Questo, non che saper grado a Tolomeo Dionisio del vile assassinio di Pompeo, pretese il residuo della somma promessa dall’Aulete per ottenere il titolo di re, e che fosse rimessa al suo arbitrio la querela dei fratelli. La bella Cleopatra, nottetempo penetrata nella camera di Cesare, lo dispose tutto in suo favore.

A Tolomeo parve leso il diritto sovrano, e gridandosi tradito, ammutinò il popolo. Cesare, con pochissima truppa in mezzo d’una città abituata alle sommosse, sostenne un assedio, piuttosto che cedere Cleopatra; perchè la flotta non cadesse in mano degli Alessandrini, v’appiccò il fuoco, il quale s’apprese all’arsenale, di là alla biblioteca, riducendo in cenere cinquecentomila volumi raccoltivi dai Tolomei. Giuntigli poi soccorsi, domò i tumultuanti, ed essendosi Tolomeo annegato nel Nilo, Cleopatra fu salutata. regina d’Egitto.

Il vincitore logorò alcun tempo in trionfali sollazzi e nell’amore di costei, ch’erasi posta in tutela, cioe in arbitrio di lui; con essa s’imbarcò sul misterioso Nilo, col seguito di quattrocento vele visitando il curioso paese; poi balzando dalla voluttà all’impeto guerriero, avventasi incontro a Farnace (47 av. C.) re del Ponto, che della guerra civile aveva profittato per ricuperare ed estendere i [p. 244 modifica]dominj; lo sconfigge presso Zela, e scrive al senato: — Venni, vidi, vinsi».

A Roma intanto, udita la morte di Pompeo, il senato gridò Cesare console per cinque anni, dittatore per un anno, primo tribuno in vita, con autorità di far pace o guerra; potenza maggiore di quella usurpata da Silla, eppure acquistata e mantenuta senza micidj. Nè, come Silla e Mario, Cesare condiscese alle trascendenze dell’esercito, sebbene elevato per opera di questo; anzi vedendo che i soldati rizzavano le pretensioni, credendosi ancora necessarj contro i Pompejani, li raduna, e — Abbastanza fatiche e ferite sosteneste, o cittadini: vi sciolgo dal giuramento, e vi sarà data la paga dovutavi»; e per quanto lo supplicassero di tenerli ancora, e di non chiamarli cittadini ma soldati, distribuì a loro terre, disgiunte le une dalle altre, pagò i soldi e li congedò; eppure tutti si ostinarono a volerlo seguire quando egli mosse ver l’Africa.

Gran merito de’ vincitori di guerra civile il resistere ai proprj partigiani! ma Cesare, non che un rivoluzionario come ce lo dipinsero gli aristocratici, si mostrò ordinatore per eccellenza. Già nel suo primo consolato aveva atteso a rialzar quella classe media, che è la più repugnante dai sovvertimenti; metter regola alla feccia che correva a Roma per vendervi il suffragio e per offrirsi ad ogni arruffone; ripristinare la popolazione campagnuola e i primitivi plebei distribuendo terreni da coltivare ai poveri; gli altri sollevare dalle eccedenti gravezze col rivedere i contratti degli appaltatori, sicchè una esazione regolare e moderata impinguasse l’erario: rimedj opportuni, comunque non applicati saviamente.

Il gonfio poeta Lucano, che, sotto la pessima tirannide degli imperatori, osò far soggetto d’un poema la guerra civile, ci canterà che Cesare prendea per pace l’aver fatto un deserto; che si compiaceva del versare sangue per mero gusto del sangue; ma in fatto non un supplizio egli prese; castigò severamente le depredazioni dei soldati suoi, i quali guastavano i paesi meno che non i pretori e proconsoli; alla plebe largheggiò distribuzioni e spettacoli; gli amici fece chi auguri, chi pontefici, chi custodi dei Libri Sibillini, chi senatori; gli avversi chiedeva stessero neutrali finchè le sorti pendevano. L’amministrazione affidò a tre valenti. Oppio, Irzio, Balbo; e tantosto la plebaglia venne tranquillata, l’industria risorse, i capitali ricomparvero, abbondarono le provigioni; e parve prodigio questo rinascere della [p. 245 modifica]prosperità sotto un capo rivoluzionario, e appena sopita la guerra civile.

Bensì di rivoluzionarj dovette servirsi, quali Vatinio, Marcantonio e Dolabella. Molti illustri si erano tragittati in Africa per raggiungere Pompeo; e uditane la fine, giurarono morire per la libertà. Catone ne accettò il comando, promettendo di non salir più cavallo o carro, di mangiare seduto, anzichè a sdrajo come usavasi, e di non coricarsi che per dormire. Avuta volontariamente la città di Cirene, traverso al deserto egli andò nella Mauritania per unirsi all’esercito rifuggitovi con Metello Scipione suocero di Pompeo, e fece a questo attribuire la suprema capitananza, perchè un oracolo asseriva perpetua vittoria agli Scipioni in Africa. Giuba figlio di Iemsale, re della Numidia e della Mauritania, s’era messo con quella bandiera; e se, mentre Cesare perdevasi nel suo amorazzo alessandrino, i Pompeiani avessero operato con concordia e abnegazione, virtù troppo rare nei partiti, poteva rimettere in forse ciò che a Farsaglia parea deciso.

Cesare si riscosse a tempo, e ripigliata la consueta rapidità (46 av. C), sovraggiunse con pochi, ma risoluti guerrieri, fra cui alcuni Galli, trenta de’ quali rincacciarono ducento Mauritani fin alle porte di Adrumeto. Ivi però il dittatore si trovò ridotto a pessime strettezze per la possa dei nemici e la scarsità dei viveri: se non che il generale avverso, mal ascoltando a Catone che consigliava di evitare gli scontri, accettò la battaglia presso Tapso, ove lasciò cinquantamila uccisi e la vittoria. Le città a gara schiusero le porte; i capi dell’opposta fazione o s’uccisero o furono uccisi; Petrejo e re Giuba vennero a duello, in cui il primo cadde, l’altro si fece ammazzare da uno schiavo; solo Labieno trovò modo di fuggire nella Spagna, ove Catone aveva spedito Gneo e Sesto figli di Pompeo.

Catone, che colla robusta sua calma aveva raccolto a Utica un senato di trecento Romani, gli esortò a stare concordi, unico mezzo di farsi temere resistendo, o d’ottenere buoni patti cedendo; nè dover disperarsi delle cose fintanto che la Spagna reggeasi in piedi, Roma inavvezza al giogo, Utica munita e provvista (46 av. C). Però i timidi prevalsero, e giudicando insania il resistere a colui, cui l’universo avea ceduto, mandarono a Cesare la loro sommissione. Catone non disapprovò quel consiglio, ma nulla volle chiedere per sè, dicendo: — Il conceder la vita suppone il diritto di toglierla, il [p. 246 modifica]quale è un atto di tirannia; e da un tiranno io nulla voglio». E si uccise.

Quanti il conobbero lo piansero come il solo Romano ancora libero; Cesare esclamò: — M’ha invidiato la gloria di conservargli la vita»; pure allorchè Cicerone ne scrisse un panegirico, gli oppose l’Anti-Catone, mettendone in chiaro i difetti e le intempestive virtù. In realtà Cesare possedeva le qualità moderne, Catone le antiquate; quegli aspirava al voto de’ contemporanei e de’ posteri, l’altro proponeasi una virtù ideale, e può dirsi perisse con lui la stirpe degli antichi repubblicani: onde la causa soccombente pretese tutto per sè l’onore di questo martire, oppose il voto di lui a quello del destino16, e lo divinizzò qual simbolo dell’odio contro Cesare.

Con lui non erano spenti tutti i nemici di Cesare. Alcuni in Asia sostennero in continua opposizione gli Arabi e i Parti. In Ispagna i due figli, di Pompeo, battendo la campagna, aveano confinato i Cesariani entro le fortezze; finchè il dittatore, venutovi in persona, gli affrontò nel piano di Munda presso Córdova (43 av. C). I così detti repubblicani, con disperata risoluzione avventandosi, sulle prime ebbero tale vantaggio, che Cesare fu sul punto d’uccidersi; ma ripreso coraggio, gridando a’ soldati suoi, — Non vi vergognate d’abbandonare il vostro capitano a codesti ragazzi?» precipitandosi fra i combattenti, e rintegrata la pugna, e combattuto dal levare al tramonto del sole, riuscì vincitore, uccidendo trentamila nemici e tremila cavalieri. Gneo Pompeo fu morto, e la sua flotta distrutta; Sesto, suo fratello minore, andò a nascondersi fra i Celtiberi. Finita in sette mesi una guerra pericolosissima. Cesare tornò vincitore dalla più difficile sua impresa, quella d’Africa; gli adulatori della fortuna non conobbero ritegno; gli fecero decretare quaranta giorni di ringraziamento agli Dei, l’entrata trionfale qual secondo Camillo su carro tirato da cavalli bianchi, preceduto da triplo numero di littori, una statua di bronzo poggiata sul globo, il titolo di semidio, e il suo carro collocato rimpetto a quello di Giove. Come prefetto dei costumi aveva in balìa l’ordine equestre e il senatorio; per dieci anni restava dittatore; in senato avrebbe una sedia curale fra i due consoli, pel primo pronunzierebbe il suo parere; nel circo darebbe il segno di cominciare i giuochi. In un successivo trionfo accrebbero ancora questi [p. 247 modifica]privilegi: il paludamento trionfale e la corona d’alloro in tutte le solennità; intitolato Giulio il mese quintile; la sua statua presso quella dei re e di Bruto; fu nominato padre della patria imperatore, pontefice massimo col diritto di trasmettere questi titoli a’ suoi figli anche adottivi; la dittatura e la censura a vita; il coniare medaglie colla propria effigie, il conferire la nobiltà, l’usare la toga regia e il seggio dorato: forza di legge a tutte le sue disposizioni; una guardia di senatori e cavalieri; potrebbe allargare il ricinto (pomerium) della città; un tempio alla Libertà e uno alla Concordia in onor suo con annua festa, e voti solenni per la sua salute, e un collegio sacerdotale col suo nome, e giuochi quinquennali.

Come ogni vincitore di rivoluzione, doveva inchinare due sovrani, il popolo e i soldati. Questi tenne nei limiti, e li distribuì fra le popolazioni, ma soltanto sovra terre abbandonate, affine di mescolarli coi borghesi, dando inoltre ventimila sesterzj (L. 5000) a ciascun soldato, il doppio a ciascun centurione, il quadruplo ai tribuni. Ogni cittadino ebbe dieci misure di grano, dieci libbre d’olio e quattrocento sesterzj: ventidue mila tavole da tre letti accolsero cennovantotto mila convitati a bere il vino di Scio e di Falerno, e gustare ogni squisitezza.

Gli spettacoli, smania di quel popolo, mai non furono più splendidi; d’ogni maniera giuochi, musiche, teatri, finte battaglie terrestri e navali; sopra il circo una gran tenda di seta, allora preziosissima. Cavalieri e senatori invocarono la licenza di presentare gladiatori e atleti, e alcuni s’avvilirono fin a montare il palco e prender parte a que’ combattimenti. Le feste Palilie, già sacre al nascimento di Roma, furono destinate a commemorare le vittorie di lui; la sua statua nel tempio di Quirino aveva l’iscrizione Al dio invitto, e una d’avorio sarebbe portata nei giuochi del circo fra quelle degli Dei. Cesare consacrava il foro Giulio e il tempio di Venere Genitrice, stipite della sua casa; mostrava, frutto di sue vittorie, 60,000 talenti e 2822 corone d’oro, del valore oggi di 200 milioni.

I grandi onori spesso rivelano grandi paure; a mitigar le quali. Cesare proclamò non rinnoverebbe le proscrizioni di Mario e Silla: — Così avessi potuto non una stilla versare di sangue cittadino! Ora, domi i nemici, deporrò la spada, intento a guadagnare colle buone coloro che persistono a odiarmi. Serberò gli eserciti, non tanto per difesa mia, quanto della repubblica: a mantenerli [p. 248 modifica]basteranno le ricchezze che d’Africa portai; anzi con queste potrò distribuire ogn’anno al popolo ducentomila misure di frumento e tre milioni di misure d’olio».

I padri ed il popolo rassicurati gli decretarono quattro trionfi nel mese stesso, de’ Galli, dell’Egitto, di Farnace, di Giuba. Nel primo si ostentavano i nomi di trecento popoli e ottocento città; ed essendosi spezzato l’asse del suo carro trionfale, fece venire quaranta elefanti, carichi di lanterne di cristallo che illuminarono la ritardata processione.

Nel primo giorno del trionfo salì in ginocchio la gradinata del Giove Capitolino per placare la dea Nemesi. Non impedì che i soldati sfogassero la loro bizzarria in canzonaccie contro di lui. Tenne a Roma Cleopatra, non rifuggendo dallo scandolezzare la corrottissima società, e lasciavala sfoggiare in lusso e allettare i parassiti, e perfino Cicerone, ma non concedendole ingerenza negli atti suoi politici, che che ne cianciassero i gazzettieri d’allora.

Cesare vien giudicato diversamente secondo che lo scrittore è repubblicano o regio, e vuol alludere a tempi e personaggi odierni; tutti riferiscono le grandi innovazioni a cui egli procedette; chi condannandole perchè non riuscirono, chi esaltandole per l’intenzione.

Modernamente un popolo aspirante alla libertà affidava il potere dittatorio a un eroe, che accettandolo diceva: — Non che credermi per tal confidenza sciolto d’ogni obbligo civile, ricorderò sempre che la spada, a cui dobbiamo ricorrere solo nell’ultimo estremo per difesa delle nostre libertà, dev’essere deposta dacchè queste saranno assodate». E dovette adoprarla, e vinse i nemici, e trovò turbolenti i compatrioti per modo che i soldati gli offrivano di lasciarsi portare al poter supremo; ma egli rispose: — Meraviglia e dolore mi fa tale proposta. Nel corso della guerra nulla m’afflisse tanto come il sapere che simili idee circolano per l’esercito. Cerco invano qual cosa nella mia condotta abbia potuto incoraggiare tale concetto, che io devo guardar con orrore e condannare severamente». Questo personaggio si chiama Washington all’età de’ nostri padri, Bolivar alla nostra: ma Cesare era altr’uomo, altri i tempi, e dopo mezzo secolo di continue commozioni, dove tutti erano tormentatori o tormentati, dove il mare dai corsari, la terra veniva conturbata da poveraglia disposta a seguire Clodio o Catilina, Spartaco o Sertorio, [p. 249 modifica]tutti credevano che il dominio d’un solo fosse una necessità, fosse l’unico mezzo di rendere al mondo la pace interna e la sicurezza della vita civile, primo ed essenziale scopo della sociale convivenza. Noi, allettati dalla simpatica idea della repubblica, consideriamo facilmente come tiranno e usurpatore Cesare; dimenticando che nulla aveasi allora di quel che oggi nella repubblica ci alletta, cioè la maggior libertà di tutti. Cacciati i re, vi si era surrogata una nobiltà, che possedendo essa sola e i terreni e i riti religiosi e in conseguenza le cariche e i giudizj, pesava sopra una plebe senza diritti, senza nozze legittime, senza possibilità di reclami ai tribunali. Questa poco a poco arrivò ad acquistare l’eguaglianza legittima, ma i nobili seppero impadronirsi di tutte le fonti della prosperità materiale; essi gl’impieghi, essi gli appalti, essi il governo delle provincie, tutti i vantaggi assicurandosi collo stringersi una lega oligarchica fra loro e i banchieri. Ridotto all’unica libertà dell’obbedire, il popolo affìdavasi in qualche capo, nobile come Silla o plebeo come Mario non importa, purchè forte abbastanza da reprimere i veri tiranni, con una potenza che derivassi dal popolo e lo rappresentasse, e parificasse le varie classi. Gli stessi fautori della repubblica non voleano già ripristinarla, e al figliuolo di Pompeo proponevano come premio il dominio di Roma.

Cesare, arbitro della repubblica, ne rispettò le forme. Privo di figliuoli, e sapendo aborrito dai Romani il nome di re, non pensò cominciare una dinastia; ma neppur mai ebbe l’idea di ripristinare la repubblica, come Silla; e vuolsi tenerlo come il vero fondatore dell’impero, già in lui il nome d’imperatore non avendo più il consueto significato di generale trionfante, ma divenendo titolo di suprema autorità.

Conoscendo come il prorogato comando avesse a lui agevolato il giungere all’autorità suprema, vietò che nessun pretore potesse durare in governo più d’un anno, più di due un uom consolare; perdonò satire, maldicenze, trame, inveterate nimicizie; fece rialzare le statue di Pompeo e di Silla abbattute nel primo furore; girava senza guardie e senza corazza per la soggiogata città.

Applicatosi tutto alla politica riparatrice. Cesare voleva costituire un governo, ereditariamente preseduto dal capo del popolo, con garanzie contro gli arbitri e colle maggiori libertà possibili: nell’intento di rialzar la società favorendone i progressi, collegare le vinte nazioni [p. 250 modifica]colla vincitrice, la quale rimanesse alla testa dell’incivilimento, sciolta dai legami aristocratici e sacerdotali.

A tal uopo volea servirsi di tutti gli elementi che si erano svolti nell’andare della vita romana, dai primi re elettivi e sottoposti alla consuetudine, poi nella repubblica, poi nell’estendersi di questa fino a portare la necessità d’un impero militare, e l’aggregazione di altre nazioni. Ricorreva pertanto alla tradizione allegando l’origine di casa Giulia dai re d’Alba; non per questo voleva farsi re di nome, bensì di fatto concentrare in sè l’autorità di generale (imperator), di pontefice, di giudice, di tribuno.

Della repubblica degenerata non si prefisse di conservare le forme, bensì di foggiar uno Stato che meglio convenisse al vantaggio del popolo romano-italico e degli altri; sostituire legalmente la classe media all’aristocrazia, col fondere le classi, fondere i vinti coi vincitori; e perciò migliorar il popolo col lavoro, colla famiglia, colle fortune moderate, collo spirito militare scevro da fazioni.

Innanzi tutto cacciava da Roma la folla d’accattoni e briganti che viveva di sussidj pubblici e del vendersi ai capi di partito, riducendoli da trecenventi mila a cencinquanta mila, e all’uopo stabilì colonie transmarine, spargendovi 80,000 poveri; proibì le associazioni popolari e le adunanze se non con licenza del Governo: col che Roma cessava d’esser il ricovero d’ogni malvivente.

Mentre limitava la miseria viziosa, apriva campo all’industria, ai commerci, alle fabbriche, all’agricoltura. Per l’Italia cominciò a render fissi i liberi abitanti, impedendo le sistematiche emigrazioni e le lunghe assenze dei cittadini senatorj; revocati al fisco i beni sperperati, li distribuì ai veterani e a famiglie povere, ma tenendole disgiunte e miste coi vecchi possessori; e vietando per venti anni l’alienazione dei beni donati; favorì i padri di numerosa prole; regolò le gabelle sulle merci forestiere: coll’aggregar all’Italia la Gallia Cisalpina non solo compiva il territorio, ma introduceva una popolazione meno corrotta e più attiva e intelligente. Già dopo la guerra Marsia e la legge Plauzia Papiria le varie popolazioni italiche si erano ravvicinate, smettendo le costumanze particolari, adottando la lingua e la coltura latina. Ora la legge municipale di Cesare gli amalgamava viepiù attorno a quel gran centra ch’era Roma. Le Provincie partecipavano a molti di questi provvedimenti, [p. 251 modifica]avvicinandosi così al diritto della nazione dominante, e togliendosi al despotismo de’ governatori, alle espilazioni de’ soldati, alle ruberie degli usuraj, agli arbitrj degli appaltatori, ai quali fu sostituita una contribuzione fissa, e riscossa con regolarità.

Ma il popolo italico era stato rovinato dalle leggi agrarie, dalla tirannide aristocratica, dalle rivoluzioni triumvirali; sicchè troppo era difficile divenisse nucleo alle riformate popolazioni provinciali, come Cesare tentava. Nel qual concetto lo seguirono gl’imperatori, trattando bene le provincie, che fu l’arte per cui prolungossi l’impero. Se non che alla italica erasi surrogata una popolazione d’ogni paese e della peggior risma, e di soldati, la quale soprafece gl’imperatori stessi, costituì la monarchia militare a capriccio dei pretoriani, onde le provincie divennero non solo indifferenti ma avverse allo Stato.

Cesare avea cercato prevenire quei mali coll’assodare la sicurezza pubblica, fondare nel governo l’equità de’ diritti, frenare i soprusi, rigenerar l’Italia e le provincie colle colonie, intrecciare le relazioni fra Roma e l’Italia, l’Italia e le provincie, l’Oriente coll’Occidente, unire la coltura greca colla latina, difonder le notizie e guadagnar l’opinione con giornali, distrarre col lusso, coi teatri, animare gli scrittori, che presto diedero il secol d’oro; tollerare e sin favorire i culti stranieri, arruolar nelle legioni anche i provinciali. Corrottissimi erano i giudizj in grazia de’ partiti; ed egli volle i giurati possedessero un censo di quattrocento mila sesterzj, e volle il diritto regio di avocare a sè i processi dopo giudicati, appellazione che impediva quella de’ tribuni. Modera il lusso, ma le leggi suntuarie lo costringono ad empiere i mercati di spie, e tenere commissarj di polizia, che talvolta entrano nelle case de’ ricchi all’ora del pranzo, levandone gli esorbitanti apparecchi. Aumenta i magistrati inferiori; limita il potere giudiziario dei senatori e cavalieri, sicchè minore sia la venalità; pel primo dà pubblicità agli atti giornali del senato e del popolo (acta diurna). Come pontefice massimo, scoperto il disordine del calendario, chiama d’Egitto l’astronomo Sosigene, col cui ajuto lo riforma, e così toglie all’aristocrazia il pretesto di sospendere gli affari coll’allegazione incerta de’ giorni festivi e nefasti.

Fra le leggi riordinatrici che pubblicò, ricordiamo quelle majestatis contro l’alto tradimento, de repetundis contro le malversazioni e [p. 252 modifica]rapine de’ proconsoli, de residuis contro i contabili inesatti, de vi publica et privata contro le violenze, de peculatu che colpiva pure i sacrileghi. Anzi meditava riformare il diritto, e ridurre in poche e precise le molteplici leggi romane, compilazione che sarebbe riuscita ben più preziosa che non quella di Giustiniano; sotto la direzione dell’eruditissimo Varrone ergeva una biblioteca nazionale, come v’era stata a Pergamo e ad Alessandria; un tempio in mezzo al Campo Marzio, cioè dove sta la Roma moderna, con recinti pei comizj (Septa Julia), un anfiteatro a’ piedi della Rôcca Tarpea, un nuovo mercato, il Foro Giulio tra il Campidoglio e il Palatino17, una curia sufficiente ai rappresentanti di tutto il mondo; al Tevere scaverebbe un nuovo letto dal Ponte Milvio sin a Circeo e ad Ostia, dove un porto capacissimo ed arsenali: disseccherebbe le Paludi Pontine e il lago Fúcino, aprirebbe una via dal mar Superiore fin al Tevere, formerebbe la mappa dell’impero; Capua, Corinto, Cartagine, le città di maggior commercio, risorgerebbero per mano romana dalle romane mine; per l’istmo di Corinto tagliato si congiungerebbero i mari; poi con grossa guerra vendicato Crasso sui formidabili Parti, tornerebbe pel Caucaso, per gli Sciti, pei Daci, pei Germani; sicchè l’impero, dilatatosi su tutti i popoli inciviliti, nulla avesse più a temere da Barbari.

Era stato ajutato da tutto il mondo, a tutto volea Cesare mostrarsi riconoscente col riceverlo nella città, e se la politica romana fin allora aveva atteso ad assorbire le genti, egli le volle assimilare. I generali conquistatori curvavano i paesi vinti all’obbedienza di Roma, sottraendone il denaro e la forza, pur lasciandone le istituzioni, non per moderatezza, ma per più sicuramente smungerle, fiaccarle, annichilirle: Cesare, mutato sistema, dice a tutte le nazioni, — Eccovi aperta Roma; venite a sedere nell’anfiteatro, nel fôro, nella curia», e sulle svigorite stirpi dell’Asia e dell’Italia innesta le nuove de’ Galli e degli Ispani. Al rompersi della guerra civile, conferì la cittadinanza a quanti Galli stanziavano fra l’Alpi e il Po, dappoi la diede ai medici e professori d’arti e scienze che venissero a esercitarle a Roma. Egli accoglieva gli Dei di tutti i paesi, e in conseguenza lasciavasi acclamare semidio, cominciando quel culto dell’esito, che sostituivasi alla deificazione della natura e delle astrazioni. Anche con ciò toglieva il prestigio all’antica costituzione. [p. 253 modifica]togliendole la dignità. Anche i giuochi scenici furono dati per la prima volta in varie lingue, per contentare i provinciali e gli stranieri.

Grand’uomo, cattivo romano, distruttore del passato, iniziatore dell’avvenire, personifica l’espansione umanitaria, in contrapposto all’esclusività patrizia. Patria per gli antichi significava quel che per noi ragion di Stato. Sparta la irrigidì fin a sopprimere la libertà individuale; Atene precipitò la democrazia nell’anarchia; Roma seppe contemperare un sistema coll’altro. Fondamento del primitivo diritto romano era la superiorità d’una stirpe sull’altra, e di Roma su tutti i popoli; ma la tirannica inflessibilità della parola patrizia erasi piegata innanzi all’editto pretorio, la curia innanzi alla tribù. Da che i plebei si furono alzati fino a tor via l’originaria distinzione tra gli individui, mancava il titolo di conservarla fra le nazioni. Di fatto nella guerra sociale i diritti della metropoli furono estesi a provincie italiane remote; e ciò non era parso sacrilegio nè tampoco ai patrizj, sicchè, svanendo i pregiudizj di località, guardavasi con occhio eguale non tutto l’impero, bensì coloro che in tutto l’impero fossero privilegiati come cittadini. Questo accomunarsi della cittadinanza scalzava la prisca costituzione, affatto municipale, che ragioni d’esistere più non trovava nei costumi e nelle opinioni presenti; e mentre il senato persisteva a considerare il governo del mondo come privilegio dei conquistatori o di chi essi v’avessero aggregato, nell’universale si diffondeva la persuasione che di un sentimento unico, di un’unica volontà fosse mestieri affine di governare dal centro questo corpo, sempre più smisurato.

Il graduale procedere verso il pareggiamento delle stirpi era stato sovvertito dalla rivoluzione di Silla, che scompigliò le proprietà, sostituì la forza alla legge, l’inebriamento d’un partito all’universale subordinazione; e ne furono stuzzicati tutti i desiderj, tutte le ambizioni, perocchè, al crollare d’una potenza morale, vilipesi i concetti antichi, le fantasie concitate tutto attendono da un avvenire indeterminato. Mal agiato del presente, desideroso d’un meglio di cui non avea che un sentimento vago, il popolo cercava uno di quei capi, i quali nell’oscillazione pubblica riescono perchè possedono idee decise ed azione risoluta; voleva un eroe che gli strappasse l’ammirazione, che lo traesse nel suo vortice; e lo accettava con quella morale apatia che, dopo le rivoluzioni, fa incarnare tutte le [p. 254 modifica]aspirazioni in un uomo, qualunque esso sia. Mario e Silla gli si imposero colla forza, ma durarono appena una generazione. Pompeo, incapace d’aprirsi orizzonti nuovi, abbagliò un istante, come tutti cotesti feticci da piazza e da giornali, che il vulgo oggi incensa, domani sfrantuma, e, per non confessare d’essersi ingannato, gli accusa d’averlo deluso. Catilina, Sertorio, Spartaco grandeggiarono alla lor volta, ma non li coronò quella riuscita che al ribelle fa dar il titolo di eroe. Per fin Cicerone destò un momentaneo entusiasmo, ma gli mancava quella posata intelligenza che si richiede a menar innanzi il popolo. Molti altri venivano a galla, valorosi capitani, abili amministratori, ma incapaci d’intendere, di arrestare, o di guidare la rivoluzione sillana, non sapeano che lodare lo stato antico, che ritorcere gli occhi verso i Romoli e i Camilli; mentre gli spiriti, disingannati d’uno sterile passato, agognavano a un promettente avvenire.

L’avventuriero più abile d’oggidì, colla felicità che caratterizza gli scritti suoi come i suoi fatti, ha detto: — Camminate contro le idee del vostro secolo, esse vi abbattono; camminate dietro a loro, esse vi trascinano; camminate alla loro testa, vi secondano e sorreggono». Così era accaduto; e prostrato Catone, trucidato Pompeo, riconoscevasi Giulio Cesare come l’uomo del tempo: e chi accuserà di stoltezza il popolo romano, se oggi stesso l’occhio spassionato riscontra in lui virtù che a pezza lo sceverano dagli anteriori e dai contemporanei, e lo additano il solo valevole a riconciliare in politica unità la plebe e i patrizj, i vincitori e i vinti, i nuovi ricchi e gli antichi, e dare una nuova costituzione alla repubblica? L’esito chiarì come il cadere di questa nel governo di un solo fosse inevitabile; ma i congiurati, secondo è stile degli utopisti, badavano al momento non all’avvenire, e pretesero ristabilire quella costituzione aristocratica ed esclusiva, per la quale troppo eransi cambiate le condizioni. Statilio, interrogato qual gli paresse men male, sopportar un tiranno o liberarsene colla sommossa e la guerra civile, avea risposto: — Preferisco la pazienza» . Ma anche senza di ciò, avrebbero essi potuto leggere la condanna della repubblica nella immensa depravazione delle classi privilegiate.

Non è vero quel che dice Merival, che Cesare, in un anno e mezzo, abbia sovvertito il vecchio ed eretto il nuovo edifizio. Fu mira di tutta la sua vita il sostituire la monarchia alla repubblica, cioè [p. 255 modifica]riunire tutti gli elementi sociali a uno scopo comune, all’interesse dello Stato, a quello cui tende la società. Tutte le leggi o ordinanze che fece o promosse convergevano a ciò, sicchè bastava congiungerle, e dedurne le conseguenze. Così avea svigorito le istituzioni repubblicane sia col trarre a errori l’aristocrazia e fomentarne la lotta colla democrazia, sia colla corruzione estesa a tutte le classi, sia col frequente violare le leggi avite. Anche l’opposizione religiosa era tolta dacchè furono aboliti gli auspicj, fin allora necessarj ne’comizj. L’abbattere i due partiti accostava a formare una classe media, al che non erano riuscite le leggi agrarie; in modo che al programma di un partito si sostituisse il ben pubblico; le forze pubbliche non si logorassero in lotte intestine, ma insieme rinvigorissero Roma, circondata dalla provincie italiane e forestiere, e divenisse Stato mondiale, con unità di pensiero, di vedute, di comando. Appunto perchè preparata di lunga mano, l’istituzione dell’impero durò, anche traverso agli uccisori e ai vindici di Cesare.

Della propria missione livellatrice neppur Cesare ebbe perfetta coscienza: i contemporanei non ne sentirono gli effetti; non li ravvisarono i successori immediati di Cesare; che più? la filosofia più elevata e morale riducevasi, durante l’impero, ad ammirare le antiche virtù romane. E per verità, chi la libertà riconosce nei nomi piuttosto che nelle cose, deve considerar Cesare come distruttore della romana, accordarsi con quelli che protestarono contro la tirannide di lui, ed ammirarne gli assassini.

Ma Cesare era grande, d’intelligenza superiore, di grandezza d’animo più che umana. Quale entusiasmo non ispira al suo esercito! E come scrittore, chi pari a Cesare? Lo leggiamo con riverenza maggiore che gli altri storici; e rimaniamo dominati dalla nettezza dello stile, dalla vivacità della pittura, dalla speditezza del racconto, dalla semplicità che fa meglio apparire la sua grandezza.

Coloro dunque che rispettano i diritti del genio, cominciarono ad esitare nel condannarlo. Vennero poi le conseguenze a proferir giudizio sulle cause, e apparve che Cesare menava il popolo ad acquistare la proprietà, le nazioni barbare ad acquistare l’equo diritto; che insomma egli era lo stromento d’un progresso provvidenziale, preparamento di quel che doveva esser compito da altre mani; non mani armate.

Mentre così Roma perdeva la nazionalità col dilatarla, i popoli [p. 256 modifica]s’avvezzavano a considerar l’Italia come capo del mondo, sospendendo con ciò le guerre alimentate quinci dall’ambizione e dall’avarizia, quindi dal patriotismo. Per risanguare quest’Italia, sguarnita di popolazione e di piccoli possessori. Cesare incoraggiò i matrimonj; e conoscendo quanto è dannosa l’assenza di proprietarj, proibì di restarne fuori più d’un triennio a chi avesse più di vent’anni e men di quaranta, eccetto i soldati; i ricchi prendessero almeno un terzo dei pastori fra gli uomini liberi; i veterani non potessero vendere il loro fondo se non dopo possedutolo vent’anni. Crebbe a mille i senatori, aggregandovi le persone più notevoli delle provincie, e principalmente delle Gallie, molti centurioni e fin semplici soldati e liberti, massime tra i vincitori della pugna farsalica. Tra gli atti di Cesare fu questo che più offese gli aristocratici, giacchè il senato cessava d’essere un corpo patrizio, unico rappresentante e conservatore del diritto quiritario, e convertivasi in un’assemblea di notabili, che potrebbe divenire rappresentanza di tutto lo Stato, su piede d’eguaglianza18. Coloro che vedevano nel patriziato la salvaguardia delle tradizioni romane, e idolatravano la patria, cioè la tirannide di essa su tutte le provincie, la signoria de’ nobili sovra i plebei, dovevano esecrarlo del pareggiar questi a quelli, ed aprir Roma a tutte le nazioni, cioè distruggerla. Noi che osserviamo la causa dell’umanità, che deploriamo una plebe conculcata a talento da una classe, e l’uman genere usufruito a favore di una città sola, altro giudizio porteremo di Cesare e di coloro che, per intempestive reminiscenze, troncarono tanti divisamenti, e precipitarono il mondo in nuovi disastri.

Il nome di re facea ribrezzo, eppure a Cesare si attribuivano tutti i poteri che costituiscono la monarchia; guerra e pace, proporre gli uffiziali civili, dirigere le elezioni, disporre degli eserciti, nominar i governatori provinciali, cassar le ordinanze speciali che aveano posto un limite alla sovranità, qual realmente sussisteva sotto la forma consolare. Cesare sapea di dover rispettare l’antipatia contro i re, ma sapea pure che quei re non erano stati assoluti, e rispettò le forme repubblicane, pure sprezzava quei che le esercitavano, quei [p. 257 modifica]senatori, o inabili custodi del passato, o ciurma nuova da lui introdotta, sicchè faceva egli stesso i decreti e li firmava coi nomi de’ primarj, senza tampoco consultarli. Un giorno che i magistrati curuli vennero ad annunziargli non so qual nuovo onore e privilegio decretatogli, egli nè tampoco si levò da sedere: il quale non curar superbo ferì più che non l’oppressione. I Romani all’antica si lagnavano di vedersi sminuita la dignità personale, l’importanza politica, tutti i fregi della vita.

Non meno poi de’ nemici a Cesare contrariavano gli amici, di cui avea deluse le ingorde aspettative, o frenata l’irrequietudine facinorosa coll’impedire che facessero da tirannelli e col garantire le proprietà, che allora soltanto poterono dirsi assicurate ai possessori. E nella storia degli affetti umani merita osservazione che il debole Pompeo eccitò passionata devozione in molti, in Bruto, in Catone, in Cicerone stesso; mentre Cesare non era amato nè tampoco da quelli che tutto faceano per lui, a lui tutto doveano. Ma egli metteva il freno a due tirannie; la passata degli oligarchi e la futura dell’impero: e l’uomo della resistenza strappa l’ammirazione riflessiva, non l’entusiasmo di chi presta fede alle panacee politiche.

Coloro dunque di cui avea ferito gl’interessi o i sentimenti non sapeano le sue ordinanze attribuire se non a smania di farsi partigiani. Malgrado le assicurazioni, cianciavasi d’imminenti liste di proscrizione; poi, profittando dell’odio contro il nome di re, spargeasi ch’egli lo agognasse, e — Non vedete (ripeteano) come la sedia e la corona d’alloro accettò dopo vinta la Spagna? come la statua sua lasciò collocare fra Tarquinio e Bruto?»

Nelle feste Lupercali, tramandate dall’antico Lazio, i giovani patrizj e alcuni magistrati correano seminudi per la città, battendo con coreggie chiunque scontrassero; e le dame ambivano que’ colpi, credendo agevolassero i parti. Mentre una volta Cesare vi assisteva, Marcantonio affocato dalla corsa gli si gettò ai piedi, offrendogli un diadema intrecciato coll’alloro. Alcuni, forse ad arte disposti, applaudirono; ma quando Cesare fece atto di ricusare quella regia insegna, la moltitudine proruppe in esultante approvazione, e più quando disse: — Re de’ Romani non può esser che Giove; a quello si rechi la corona in Campidoglio». Il domani, tutte le statue di Cesare si trovarono inghirlandate di fiori: ma Flavio e Marcello, tribuni del popolo li tolsero via, e punirono quelli che aveano [p. 258 modifica]applaudito all’atto di Marcantonio. Cesare indispettito li cassò della carica.

Gajo Grasso Longino dalla fanciullezza aborriva la tirannide a segno, che udendo Fausto figlio di Silla vantarsi dell’illimitata potenza di suo padre, lo prese a schiaffi; e chiamato dai parenti di quello, non che cercarsi scuse, protestò gliene darebbe di nuovi se osasse ripetere simili discorsi. Contro Cesare pigliò particolare nimicizia perchè gli avesse preferito Bruto nella pretura e tolto alcuni leoni con cui voleva ingrazianirsi il popolo. Dal privato rancore infervorata la naturale ambizione, se l’intese con altri scontenti, ed ebbero l’abilità di coprire le loro macchinazioni coll’autorevole nome di Marco Giunio Bruto.

Questo giovane era contato fra’ più bei dicitori; scriveva latino e greco con una concisa purezza, che poco aggeniava Cicerone, il quale di rimpatto pareva prolisso e snervato a Bruto; di belle lettere, di storia, massime di filosofia sapeva quel che n’era; allevato nelle massime platoniche, per secondare suo zio Catone piegò alle stoiche, donde apprese ad indurirsi a sacrifizj e a violente abnegazioni. Pompeo gli uccise il padre; ed egli, per non parerne sviato da ira personale, abbracciò la causa di esso: vero è che fu l’ultimo a raggiungere e il primo ad abbandonare il vessillo repubbllcano, e dopo Farsaglia cercò ricovero nel campo nemico. Cesare che, per la lunga dimestichezza avuta con Servilia madre di lui, lo riguardava quasi proprio figliuolo19, esultò di vederlo salvo; e non che perdonargli, gli affidò l’importantissimo governo della Gallia Cisalpina, ove meritò dai Milanesi una statua. Passionato degli studj, non seppe per essi distogliersi dalle agitazioni politiche; ma nè questa nè quelli il faceano trascurato degli interessi, giacchè ne’ governi lavorò forte d’usura. Pure tutti i partiti lo desideravano, e più dacchè erano periti i capi più rinomati; e se il vincitore lo blandiva, i vinti rammentavano che, al dire del genealogista Pomponio Attico, discendeva da quell’antico Bruto, la cui statua sorgeva fra quelle dei re in Campidoglio; e fatto genero di Catone, voleva imitarlo per austerità di [p. 259 modifica]costumi e inflessibilità di principj, talchè Cesare soleva dire: — Molto importa che cosa mediti costui; tempra d’acciajo, checchè vuole, e lo vuol fortemente»20.

In realtà egli era più orgoglioso che robusto, e i nemici del dittatore, indovinando da qual lato bisognasse pigliarlo, gli fecero intravvedere che, tenendo con Cesare, oppressore della patria e usurpatore, parebbe anteporre l’affetto privato alla libertà comune, un uomo alla pubblica cosa; e scrivevano talvolta sulla porta di lui, — Vivesse oggi un Bruto! — Tu Bruto non sei. — Bruto, dormi?» Cassio, suo cognato, pallido d’invidia e di stravizzi, conosciuto per abile e valoroso, forse autore di questi motti, gli ripetea qual fosse obbrobrio il tollerare la servitù della patria, e che, mentre il popolo agli altri pretori chiedeva spettacoli, da lui attendeva d’esser redenta dal tiranno. Così passo passo lo condusse al punto, dove potè svelargli che erasi ordita una congiura; sicchè avviluppato e sospinto, vi accettò il primo posto, col suo illustre nome vi trasse altri di case primarie, e furono sessantatre, o nemici antichi di Cesare per sentimento repubblicano, o nemici nuovi perchè da lui o beneficati o non satollati. Porcia, figlia di Catone e moglie di Bruto, accortasi che qualche cosa bolliva nell’animo del marito, si fece alla coscia una profonda ferita, e col mostrare così di saper reggere al tormento e non esser indegna di tal padre e di tal consorte, meritò d’esser fatta partecipe della congiura.

I Romani superstiziosi notarono una serie di prodigi che precedettero la morte di Cesare, al quale scoppiavano da ogni parte indizj della trama; ma o non vi credeva, o non se ne spaventava, solendo dire, — Meglio è subir la morte una volta, che temerla sempre». Nel fatal giorno del 15 marzo 44, alla moglie Calpurnia che, sbigottita da sogni sanguinosi, volea trattenerlo, non badò; incontrato l’astrologo che gli avea susurrato di guardarsi dagli idi di marzo, gli disse, — Ebbene, gli idi son giunti», e quegli — Giunti, ma non passati». Entrò nel senato, raccolto quel giorno nel portico di Pompeo; i congiurati se gli accostarono, in apparenza di chiedergli un nuovo atto di clemenza, e lo assalirono coi pugnali. Si difese egli, ma come vide tra essi Bruto, esclamò: — Anche tu, [p. 260 modifica]figliuol mio?» s’avvolse alla testa la toga, e trafitto da venti colpi, spirò a’ piedi della statua di Pompeo.

Bruto, non appena ebbe confitto il coltello nel cuore del suo benefattore, vide le conseguenze d’un’azione atroce, reputata sublime; ma geloso di non dar passo se non secondo la giustizia ossia la legalità, si fece egli ad esporre al popolo i motivi che l’avevano indotto all’uccisione. Lo sgomento propagossi rapidamente dal senato alle piazze, alle botteghe. I congiurati, traversando in arme la città col berretto s’una picca, simbolo di libertà, schiamazzavano averla redenta dal tiranno, dal re: ma i cittadini non davano segno di gradir troppo il regalo dell’aristocratica libertà, onde o fuggivano spaventati, o profittavano del tumulto per gettarsi al saccheggio, meta vulgare d’ogni sovvertimento; poi urlavano contro gli assassini. I congiurati tentarono guadagnarseli con denaro; ma fallendo anche questo, dovettero pensare a ricoverarsi in Campidoglio, circondati da bravi.

Uccidere un tiranno, qual più facile cosa? ma rialzare la repubblica coi costumi, colle leggi, col governo regolare, qui consisteva la difficoltà. Questi letterati l’aveano lasciata cadere pezzo a pezzo, senza opporvi seria resistenza: ora abbattevano l’unico governo regolare e forte che fosse possibile, senza aver dove appoggiarsi dopo distrutti gli elementi repubblicani. Nè i congiurati n’ebbero il senno o la possa, nè bastava che Marco Bruto rammemorasse il suo antenato, nè che Decimo Bruto mettesse in armi i suoi gladiatori. Cicerone, che al par di Bruto favoriva i privilegiati e i pubblicani, sanguisughe del popolo, e li difendeva mentre sprezzava la «miserabile e digiuna plebaglia, sanguisughe dell’erario»21, non prometteasi nulla dal favor della piazza, e suggerì lo spediente più opportuno in quel frangente, cioè di convocare il senato in Campidoglio perchè subito si chiarisse e prendesse partito sulla circostanza22: ma Bruto, che non avea provato scrupolo ad uccider Cesare, l’ebbe a radunare la curia senza le formalità; rimandò anzi dal Campidoglio molti personaggi venuti a raggiungerlo, dicendo non dover rimanere a parte del [p. 261 modifica]pericolo quelli che non erano stati del fatto; impediva di perseguitare o derubare chicchessia, volendo condurre una di quelle rivoluzioni che onorano chi le fa, ma ne diroccano la causa.

Intanto nei patrizj e nei senatori svampava il primo fervore: quei tanti che nell’esistenza hanno bisogno d’una spinta, si lasciavano allettare dagli amici di Cesare, di cui la morte parve espiar i torti e ingrandire i benefizj: tanti veterani, venuti per accompagnar Cesare alla guerra de’ Parti, a pena si rattenevano dal vendicarlo; il popolo ne ricantava le lodi, le nazioni nelle diverse lor lingue lo deploravano, e per molte notti gli Ebrei continuarono a farne lamento23: Virgilio lo pianse nell’egloga di Dafni, Varo in un poema epico: narraronsi miracoli che aveano preceduto e seguito la sua morte, si consultarono oracoli, e un gemito universale si sollevò in teatro a quel verso d’una tragedia di Pacuvio, Io li salvai perchè a me desser morte. Ah! il mondo non prendeasi briga de’ privilegi del senato e de’ lucri dei cavalieri; avea bisogno di pace; Cesare gliela dava, il coltello de’ congiurati gliela rapiva.

Soffiava in quelle faville Marcantonio console, ben lontano dall’esser tocco, come Bruto sperava, dalla generosità con cui gli fu salva la vita. Accordatosi con Emilio Lepido, altro amico di Cesare, e tratta nel Campo Marzio una legione, convocò il senato perchè proferisse se Cesare fosse stato tiranno o legittimo magistrato, e quindi la sua morte liberazione o parricidio. Decisione di gravissime conseguenze, che nel presente scombuglio si trovò prudenza l’eludere col bandire generale amnistia, e nel tempo stesso ratificare quanto Cesare aveva operato. In conseguenza i congiurati, avendo ricevuto ostaggi, scesero dal Campidoglio; Bruto cenò da Lepido, da Marcantonio cenò Cassio, che domandato per celia dall’ospite se non portasse qualche pugnale nascosto, — Ne porto uno (rispose) per chi mirasse alla tirannide». Dovette il motto punger nel vivo Marcantonio che vi aspirava, come v’aspiravano e Lepido e Decimo Bruto, frenati solo da reciproco timore.

Marcantonio fe leggere in pubblico il testamento di Cesare, il quale chiamava eredi Ottaviano, Pinario e Quinto Pedio suoi pronipoti; al [p. 262 modifica]popolo romano lasciava i sei giardini di là del Tevere, e tremila sesterzj per ciascun cittadino; giusta l’usanza, varj legati e benevoli ricordi agli amici, fra i quali contava i proprj uccisori. E questo era il tiranno! e che di più si voleva per eccitare la furia del popolo? Quando poi Marcantonio espose la lacera toga e l’effigie in cera del dittatore, con tutte le ferite ricevute, d’ogni parte e in varie favelle si urlò vendetta, i veterani gettarono sul rogo le ricompense ottenutene in campo, le dame i giojelli; il vulgo ne tolse i tizzoni da avventare alle case degli assassini, e fece sangue; e avendo il senato ascritto Giulio fra gli Dei, se ne ammirò il nume in una stella apparsa in quel tempo (Julium sidus).

Questa giornata di marzo dovette essere differentemente giudicata finchè vissero coloro che l’aveano veduta: ma dacchè Augusto ebbe avvezzato Roma alla monarchia, e all’imperatore si affidarono tutti i limiti e tutte le forme d’una costituzione aristocratica, l’uccisione dell’istitutore di quello stato di cose sembra avrebbe dovuto venir condannata come inutile, se non come ribalda. D’altra parte gl’imperatori divennero tiranni, e in conseguenza parea merito l’aver ucciso chi avea lor spianata la via. Quand’era lesa maestà ogni pensiero contro la vita, anzi sulla vita dell’imperatore, le lodi volgeansi sovra Bruto e i suoi; la retorica, vezzo e guasto de’ Romani, vi si sfogava, e gl’imperatori la lasciavano fare; ogni verseggiatore, ogni maestro di scuola trattava quel soggetto; la filosofìa stoica, tanto efficace nell’età imperiale, guardava come lecito anzi virtuoso il suicidio, e onorevole il regicidio. L’applauso dato agli uccisori di mostri, quali Caligola e Domiziano, ridondava sopra quelli del primo Cesare. Così venne di moda il lodare quell’eroismo; e il medioevo lo adottò; e più i moderni, e, ciò che è bizzarro ma non singolare, gli storici e i declamatori che si pretendono liberali, applaudirono più sfogatamente a quel che uccise il maggior liberale di Roma antica.

Il teatro ebbe gran parte a tale pregiudizio, poichè al dramma s’acconcia benissimo l’adulterare la verità storica, mostrando quel delitto come consigliato da giustizia e da necessità; e Voltaire e Alfieri divinizzavano il regicida non meno di Shakspeare, il quale fa da Cassio predire che, col volgere de’ secoli, quando l’opera sua e di Bruto sarà rappresentata sulla scena «da popoli non nati ancora, e in favelle ancora ignote», essi saranno ogni volta acclamati come uomini che diedero la libertà al proprio paese. [p. 263 modifica]

Non credasi però che il giudizio vulgare fosse anche comune. A Seneca, stoico e declamatore, trattando tutt’altro soggetto, sfugge questo notevole giudizio: — Il divo Giulio fu ucciso men dai nemici, che da amici de’ quali non avea soddisfatto le inesplebili speranze. Ed egli il volle bensì, nè altri mai più liberalmente usò della vittoria, nulla traendone a sè fuorchè la podestà del distribuirla. Ma come bastare a tanti improbi appetiti, quando ognuno agognava per sè solo tutto quello ch’egli poteva dare? Vide adunque attorno al suo sedile i pugnali de’ suoi commilitoni, Cimbrio Julio, caldissimo suo partigiano poc’anzi, ed altri ch’erano divenuti pompeJani quando Pompeo non c’era più». Nel medioevo Dante colloca Bruto con Cassio «nel più profondo tenebroso centro degli abissi» insieme con Giuda. Gibbon versò gravi dubbj sulla virtù di Bruto: è vero però che colui discrede sempre alla virtù, anche quando più pura. Drummann, nella Vita di Cesare, mette a nudo gli ordigni della cospirazione, col che lo fa tutt’altro che ammirare. I serj fra i più recenti narratori lasciano ai fanciulli e ai retori quelle virtù di apparato.

Hoeck, Duruy, Thierry, Michelet, e gli inglesi Quinoy, Long nella traduzione di Plutarco, Mérival nei Romani sotto l’Impero, considerano Cesare come l’uomo che si collocò all’antiguardia del mondo. Dopo il colpo di Stato di Napoleone III, i Francesi si diedero a bersagliare Cesare per allusione; e a noi fecero colpa di non averlo giudicato da quell’aspetto momentaneo e parziale. Anche dopo Bury, Histoire de la vie de Julès César, 1758, e Meissner, Vita di Giulio Cesare, continuata da Haken, 1811, è a desiderare che alcuno ne tragga una più compita e vasta dai Commentarj, da Plutarco, da Svetonio. Quella intrapresa da Napoleone III non corrispose ai grandi mezzi di cui egli disponeva, e rimase in tronco.



[p. 264 modifica]
  1. Monstrum activitatis. Cicerone. Nil actum credens si quod superesset agendum; Lucano.
  2. Quum suam lenitatem cognitam omnibus sciret, neque vereretur ne quid crudelitate naturæ videretur asperius fecisse. Irzio, 44.
  3. Plutarco in Cesare, 13.
  4. Cicerone.
  5. Nudi sunt, recti et venusti, omni ornatu orationis, tamquam veste, detracto; sed dum voluit alios habere parata uude sumerent qui vellent scribere historiam, ineptis gratum fortasse fecit qui volunt illa calamistris inurere; sanos quidem homines a scribendo deterruit; nihil enim est in historia pura et illustri brevitate dulcius. Cicerone, De orat. 75. Summus auctorum divus Julius. Tacito. Tanta in eo vis est, id acumen, et cuncitatio, ut illum eodem animo dixisse quo bellavit appareat. Quintiliano, Inst. orat. X, 1.
    L’ottavo libro della Guerra gallica si ascrive comunemente a un Irzio, che stese pure i commentarj sulle guerre d’Alessandria, d’Africa e di Spagna.
  6. Vedasi quel che ne dicemmo nella vita di Cicerone.
  7. Noster populus in bello sic paret ut regi. Cicerone De rep. I, 40.
  8. Omnia maxima, minima ad Cæsarem scribuntur. Cicerone al fratello Quinto, III, 1.
  9. Referta Gallia negatiatorum est, piena civium romanarum; nemo Gallorum sine cive romano quidquam negotii gerii nummus in Gallia nullus sine civium romanornm tubulis commovetur. Cicerone pro Fontejo.
  10. Non è ben certa l’autenticità di questo vulgato senatoconsulto.
  11. Animadverlis G. Pompejum nec nominis sui, nec rerum gestarum gloria, nec etiam regum aut nationum clientelis, quas ostentare crebro solebat, esse tutum; et hoc etiam quod infimo cuique contigit, illi non posse contingere, ut honeste effugere possit. Cicerone Ad Fam. IX.

                        Sed poenas longi fortuna favoris
                        Exigit a misero, quæ tanto pondere famæ
                        Res premit adversas, fatisque prioribus urget.
                                                                Sic longius ævum
                        Destruit ingentes animos, et vita superstes
                        Imperio.
                                                                Lucano, VIII, 54.

  12. Hoc τέρας, horribili vigilantia, celeritate, diligentia est. Cicerone Ad Attico, VIII, 9. Nullum spatium perterritis dabat. Svetonio in Cesare, 60. Dum fortuna calet, dum conficit omnia terror.

    Lucano, VII, 21.

  13. Dureau de la Malie pretende che l’erario dissipato da Giulio Cesare fosse di due mila milioni della moneta presente (Economie des Romains, vol. I, pag. 91). Ora Jacob (Ou precio us metals, vol. I) asserisce che tutti i metalli preziosi d’Europa, prima della scoperta d’America, sommavano appena ad ottocencinquanla milioni di franchi. Guai se nella storia antica si pretende esattezza di cifre!
  14. Nil tam populare quam odium popularium. Cicerone Ad Attico, II, 9.
  15. Svetonio in Cesare, 62.
  16. Causa diis victrix placuit, sed vieta Catoni. Lucano.
  17. Quel che viene sterrato appunto mentre io correggo questi fogli (1872).
  18. Correvano pasquinate, dicendo: — Cesare trae i Galli dietro al carro, ma per introdurli in senato: costoro mutano la braca celtica nel laticlavio. Il pubblico è pregato d’insegnare la strada del senato ai nuovi senatori».
  19. Il fare Bruto figlio di Cesare è uno spediente de’ tragici, che hanno bisogno d’esagerate situazioni. Bruto nacque nell’85 avanti Cristo, cioè quando Cesare finiva appena quindici anni; il quale ne contava quarantasette al tempo de’ suoi amori con Servilia, e cinquantasei quando fu assassinato.
  20. Quidquid vult, valde vult. Cicerone Ad Attico, XIV, 1. ὥσπερ τὰ ψυχρήλατα τῶν ξίφων, σκληρόν ἐκ φύσεως. Plutarco, in Bruto.
  21. Illa concionalis hirudo ærarii, misera ae jejuna plebecula. Ad Attico, I, 16.
  22. Meministi me clamare, illo ipso primo capitolino die, senatum in Capitolium a prætoribus vocari? Dii immortales! quæ tum opera elfici polerant, lætantibus omnibus bonis, eliam sat bonis, fractis latronibus. Ad Attico, XIV, 10.
  23. In summo publico luctu, exterarum gentium multitudo circulatim suo quæqae more lamentata est, præcipueque Judæi, qui etiam noctibus continuis bustum frequentarunt. Svetonio in Cesare.