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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/249


giulio cesare 229

egli era costretto rincarire i tributi, spogliava i luoghi sacri, ai magistrati paesani surrogava persone ligie a Roma ed a sè. Gli scontenti elevarono a Curnuto il grido della riscossa (53 av. C), che la sera medesima di terra in terra si diffuse per censessanta miglia; a Genabo (Orleans) si fa macello de’ mercadanti italiani; Vercingetorige, giovane di antica famiglia arverna, caldo patrioto, inaccessibile alle seduzioni di Cesare, si fa capo della rivolta, chiama alle armi fin i servi della campagna; fuoco a chiunque mostri viltà; e preparasi ad assalire la provincia Narbonese e i quartieri invernali de’ Romani. E perchè Cesare, accorso colla mirabile sua rapidità malgrado della stagione, rassoda nella fede i Narbonesi balenanti, e varcando sui ghiacci, sorprende gli Arverni, Vercingetorige induce i Galli a bruciar tutte le case isolate e le città non difendibili, acciocchè non servano di allettamento ai nemici o di rifugio ai codardi: in un giorno migliaja di borgate andarono in fiamme, e la popolazione si dirigeva alle frontiere, nuda e grama, eppur consolata dal pensiero di salvare la patria, la quale non perisce colle mura.

Bisogna leggere in Cesare medesimo i prodigiosi sforzi ch’egli dovette sostenere, ora contro tutti uniti sul campo, ora coi singoli che l’appostavano di dietro le fratte o allo sbocco delle valee; ma, benchè l’audace e risoluto Vercingetorige mai non s’allentasse, benchè i suoi giurato avessero non tornare alle case se non dopo attraversato due volte le file nemiche, Cesare colla disciplina, colla rara perizia militare, coll’alternare ferocia e dolcezza, e collo spargere zizania fra i Galli stessi, potè sostenersi (52 av. C). Assalito Avarico (Bourges) nodo della guerra, e presolo dopo ostinata resistenza, trentanove mila ducento persone inermi mandò per le spade: i capi che cadessero in mano dei vincenti, erano battuti a sferze, poi decollati; altre volte a tutti i prigionieri si troncavano le mani, imperante quel Cesare, che era vantato ad una voce per indole umana e per volonterosa generosità1; che solea dire, troppo molesto compagno di sua vecchiaja sarebbe l’avere una sola crudeltà a rimproverarsi; e che tanti macelli racconta senza un motto di compassione o di scusa, senza un cenno d’aver tentato impedirli.

Dopo prodigi di valore, egli riesce ad aver nelle mani Vercinge-

  1. Quum suam lenitatem cognitam omnibus sciret, neque vereretur ne quid crudelitate naturæ videretur asperius fecisse. Irzio, 44.