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Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/262

242 illustri italiani

un rimprovero. Lusingato da qualche sottile vantaggio, commise due enormi errori; con un esercito non minore, ma nuovo, presentò la battaglia in un piano tra Farsaglia e Tebe; e non preparossi un riparo per l’evenienza d’una rotta.

Cesare esultò che i suoi avessero omai a combattere non la fame ma uomini, e fece spianar la fossa e le trincee, dicendo: — Sta notte dormiremo nel campo di Pompeo» (48:12 maggio). Erano concittadini, parenti, amici che si affrontavano con accanimento. Avendo Cesare ordinato a’ suoi di dirigere i tiri al viso, gli eleganti giovani pompejani, per non rimanere sfigurati, volgevano il tergo; ben tosto lo scompiglio divenne universale; Pompeo nel vedere in rotta il fiore de’ suoi, ritirossi nella sua tenda, e qui pure sopraggiunto dai Cesariani, esclamò: — Che! fin nei nostri alloggiamenti?» e deposte le divise del comando, fuggì verso Larissa. Ducente soli uomini perdette Cesare, Pompeo quindici o ventimila; contemplando i quali il vincitore sospirò, e — L’han voluto; mi ridussero alla necessità di vincere per non perire».

La posterità, non abbagliata dall’esito, poco valuta il giudizio che di sè stessi pronunziano gli attori; ma ricordando Mario e Silla e gli antichi eroi micidiali de’ vinti, tien conto a Cesare della sua moderazione. Per certo dei due caratteri de’ Romani, la voluttà e la crudeltà, il secondo non ebbe Cesare, e a Cicerone diceva: — Nessuna cosa è tanto aliena dal mio carattere quanto ciò che sente di fierezza. Lo fo per natura, e ne sono largamente ricompensato dalla gioja del veder voi approvare la mia condotta. Nè mi pento di quel che ho fatto, benchè mi si dica, che coloro, cui ho donato vita e libertà, andarono a ripigliar le armi contro di me. Come io non voglio smentirmi, mi piace che non si smentiscano neppur essi». Già durante la battaglia gridava, — Risparmiate i cittadini romani»; entrato nel campo pompejano, compassionò lo sfoggio di tappeti, di letti, di profumi, di tavole, che si sarebbero detti preparativi d’una solennità; trovato il carteggio di Pompeo, lo bruciò senza leggere, amando meglio ignorare i traditori che vedersi obbligato a punirli; dei ventiquattromila prigionieri pose in libertà tutti i cittadini; accolse con festa Marco Bruto, che, seguiti gli stendardi di Pompeo, veniva ad implorare la clemenza del vincitore e ottenerla per ucciderlo poi.

Cesare era dei pochi capitani che sanno e vincere e profittare